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martedì 17 settembre 2019

Sudan e Sud Sudan alla ricerca della pace. Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, per 2 giorni in visita in Sud Sudan

Africa - Missione e cultura
ll nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, è volato in Sud Sudan per una visita di due giorni.
Il tour servirà per consolidare il processo di pace tra i Paesi cercando di mettere fine alle tensioni che si sono registrate negli ultimi anni. Hamdok, un ex diplomatico delle Nazioni Unite, è entrato in carica tre settimane fa in virtù di un accordo tra i partiti militari e civili in Sudan dopo mesi di manifestazioni contro i generali che hanno preso il potere dopo aver rovesciato il presidente Omar al-Bashir.

Il governo sudanese si è posto subito l’obiettivo di porre fine ai conflitti che per anni hanno coinvolto direttamente o indirettamente il Sudan e messo il Paese ai margini della comunità internazionale (va ricordato che la Corte penale internazionale ha perseguito Bashir per genocidio nella regione del Darfur).

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile. Da allora i due Paesi si sono spesso accusati di ospitare o aiutare i ribelli a combattere contro i loro governi.

«È giunto il momento di fermare la guerra nel Sudan e nel Sud Sudan», ha dichiarato Awut Deng Acuil, ministro degli Esteri del Sud Sudan. Mercoledì, i rappresentanti del Sudan hanno firmato un accordo con diverse fazioni di ribelli (tra cui quelli del Darfur nonché quello di Abdelaziz Al-Hilu, leader di un’ala della SPLM -N) che delinea una road map. Partendo da questo accordo, si dovrebbe poi riuscire a comporre le dispute anche in Sud Sudan

Buone relazioni tra le due nazioni sono fondamentali anche per garantire il flusso di petrolio dai campi nel Sud Sudan al Mar Rosso attraverso le condotte che passano per il Sudan. Per questo motivo, Hamdok avrà colloqui anche con funzionari del Sud Sudan per dirimere le controversie sui confini e la libera circolazione delle persone tra i due Paesi. «Sto cercando di raggiungere un rapporto molto strategico tra le nostre due nazioni», ha detto.

Migranti - In tasca una pagella: la storia del bambino del Mali che abbiamo lasciato morire in mare

Globalist
Era un piccolo migrante del Mali: si era cucito nella giacchetta una pagella con il massimo dei voti come curriculum per farsi accettare dalla "grande" Europa. Non gli abbiamo dato modo.


Lo scrittore Paul Auster diceva che la verità è nei dettagli e che i dettagli fanno la storia.
Lo scrittore Giulio Cavalli che con "Carnaio" ha narrato una mostruosa miscela di cadaveri, potere, egoismo e denaro, spiega che quando i pescatori del Mediterraneo tirano su i corpi dei migranti ciò che resta nelle reti è "lesso". La carne si sfalda. E' l'acqua. E' per colpa dell'acqua e del sale. E' colpa di tutti quei giorni alla deriva, tra le onde
Cristiana Cattaneo fa il medico legale, ma ha scritto un libro. Si intitola "Naufraghi senza volto" (Cortina Editore). 

Come riporta Il Foglio: "In collaborazione con l’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le Persone Scomparse, Cattaneo ha creato il primo protocollo al mondo per identificare le vittime di uno stillicidio che, dal 2001 a oggi, ha visto scomparire in mare oltre trentamila persone, cospargendo l’Italia di lapidi senza nome". 

Tra le mille, disperanti vicende riportate nelle pagine del suo libro tra pietas e e grande sgomento, grande rispetto per le vittime ce n'è una che è il dettaglio di cui parla Paul Auster.
Il cadavere del naufrago ha età apparente 14 anni, provenienza Mali. Indossa una giacchetta. All'interno della tasca una pagella cucita con cura. Ha ottimi voti. Questo ragazzino di cui non sappiamo, non sapremo il nome, aveva sperato in un lasciapassare per un mondo più libero e più giusto, un mondo più accogliente, con la sua pagella da "perla rara". L'illustratore Makkox gli ha dedicato una struggente vignetta. Dolorosa. Di sale, come le lacrime. Di sale, che brucia. 

C'è sempre un prima e un dopo nelle storie dei migranti, così simili a quelle dei terremotati, di chi a un certo punto si trova costretto a lasciare, a fuggire, ad andare via di corsa dalla sua casa e porta con sé, un particolare che fa la storia. Una foto, una ciocca di capelli, un documento, uno scritto, un biberon, una maglietta. Sono le ferite loro e le cicatrici nostre. Sono storie negate che galleggiano. Una pagella per dire al mondo: prendetemi con voi, studio e sono bravo.

Non è arrivato in tempo per dircelo. Chissà che ingegnere abbiamo perso, che meccanico, che fisico, che matematico o che poeta.
Età apparente 14 anni. Com'è profondo il mare. Come sono buie, buie come un pozzo, le coscienze di chi non alza un dito davanti a questa strage.

Daniela Amenta

Birmania. L'allarme dell'Onu: "A rischio genocidio 600 mila Rohingya"

La Repubblica
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. 


L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.

Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". 

Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.

lunedì 16 settembre 2019

Continuano a emergere testimonianze dai lager libici: "Ho visto morire tanta gente torturata e donne stuprate"

Blobalist
Il racconto delle vittime di tre persone arrestate in Italia con l'accusa di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Gestivano campo di prigionia a Zawyia, Libia.

La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l’Italia. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia.


I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l’Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. Al momento del fermo si trovavano nell’hot-spot di Messina. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni.

“Ho visto che un carceriere, tale Mohammed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto.
Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato. Io, per essere liberato, ho pagato 4500 dinari libici”: lo racconta uno dei migranti, giunto a Lampedusa ad inizio luglio scorso, dopo essere stato salvato da nave ‘Alex’ di Mediterranea Saving Humans.

La ricostruzione delle torture sono inserite nel fermo disposto dalla Dda di Palermo ed eseguito dalla Squadra mobile di Agrigento a carico di tre persone.Le vittime, arrivate a Lampedusa il 7 luglio scorso dopo essere state soccorse dalla nave Mediterranea, hanno riconosciuto i tre carcerieri dalle foto segnaletiche mostrate loro dalla polizia, che, dopo ogni sbarco, fa visionare ai profughi le immagini di migranti giunti in Italia in viaggi precedenti proprio alla ricerca di carcerieri o scafisti.

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. 

E’ il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawyia, in Libia, fermati dalla Dda di Palermo a Messina.
“Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare - racconta - e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento”.
“Durante la mia prigionia - continua - ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.
“Tutti noi migranti eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso. - racconta un’altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi. Le condizioni di vita del carcere erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l’acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l’acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri”.
“I carcerieri erano spietati. - spiega - Il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé”. “Ho visto morire tanta gente, - racconta - in particolare due fratelli della Guinea che sono deceduti a causa delle ferite subite nel campo. Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci”.
I fermati erano arrivati in Italia qualche mese prima delle vittime. Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.

L’indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Il fermo è stato eseguito dalla Squadra mobile di Messina.

La vendetta è anti-giustizia. Per questo Papa Francesco chiede di abolire l'ergastolo

farodiroma.it
Nella settimana in cui l'intero Paese esulta per l'ergastolo comminato a Vincenzo Paduano, Papa Francesco, nell'incontro del 14 settembre in Piazza San Pietro con tutti coloro che operano all'interno delle carceri ripete: "L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi - ma un problema da risolvere. 
Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare."

Papa Francesco trai detenuti del carcere di Rebibbia
Avevo queste parole nel cuore quando, nel pomeriggio di ieri, ho incontrato Paduano nella Messa che stavo per celebrare nel braccio di Rebibbia dove è rinchiuso. C'è stato solo un abbraccio. Le parole, quelle necessarie, gli erano già state dette il giorno prima da suor Lucia delle Figlie della Santa Croce, una consorella di suor Maria Laura Mainetti, la suora che nel giugno del 2000 venne uccisa a coltellate in Valchiavenna da dei satanisti, e della quale si è aperto il processo di beatificazione nel 2008.

"Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla disperazione" aveva detto rivolgendosi alle persone detenute, e questo invito è coerente alla richiesta di togliere l'ergastolo dalle nostre galere, perché, come puoi coltivare la speranza se sai che non uscirai di cella solo in una bara?

Chi applaude superficialmente il Papa, chi superficialmente si interroga sui motivi per cui alcuni non lo comprendano, si interroghino sul profonda differenza di sentire che alberga nel cuore di Bergoglio, e quello che c'è nel nostro.

La differenza sta tutta nel capire la differenza tra giustizia e vendetta. La vendetta non è una "giustizia eccessiva": la vendetta è l'anti-giustizia, la vendetta è il combustibile che fa diventare il carcere una polveriera. "È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero".

Nel mio anno a Rebibbia come prete volontario ex art. 17 ho visto, tra tutti coloro che operano all'interno delle carceri, tante brave persone. Sarà stato fortunato ma ho avuto solo incontri con persone che, come dice il Papa, vivono il loro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma anche come un sostegno a chi è debole.

E la forza dell'abbraccio che ho dato nasce dalle parole del Papa. Che non dice di parlare ma fa riferimento solo a dei gesti. "Non dimenticatevi, per favore, del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità".

Mauro Leonardi - Sacerdote e volontario in carcere

Andrea Riccardi: "Basta dividere l'opinione pubblica con gli slogan. Ora favoriamo corridoi europei per il lavoro legale"

La Stampa
"Non solo il nuovo governo è finalmente nella giusta posizione per il soccorso ai migranti, ma ha anche stimolato l'Unione Europea ad assumersi nuove responsabilità, come dimostrato dalla recente disponibilità di Francia e Germania ad accogliere una quota".


Dopo l'assegnazione del porto di Lampedusa all'Ocean Viking, per la prima volta negli ultimi quattordici mesi, Andrea Riccardi, ex ministro della Cooperazione e fondatore della Comunità di Sant`Egidio, è convinto dell`importanza di una nuova strategia politica.


Quale, più in dettaglio?
«Ritengo ci sino due punti prioritari. È innanzitutto necessario considerare le frontiere del Sud come europee. Un`Unione europea che non tiene conto delle frontiere mediterranee non è una vera Unione. Il trattato di Dublino va rivisto perché è figlio di altri tempi. E stato un errore firmarlo all`epoca, e sarebbe un grave errore non cambiarlo».

E l`altro punto?

«L`atteggiamento di apertura del governo nei confronti dell`emergenza immigrazione contribuisce a ridurre la passività europea e funge da stimolo affinché tutti siano attori protagonisti nella gestione del problema».

In che modo ritiene sia possibile affrontare l`emergenza immigrazione?
«Tenendo conto di due elementi chiave: la creazione di corridoi europei del lavoro, per favorire l`immigrazione legale, per consentire agli africani di trovare lavoro laddove c`è molta richiesta. Penso alla sempre maggiore esigenza di badanti e alla manodopera, sopratutto nelle imprese del Nord. E poi attraverso una reale politica europea in Africa».

In che modo?
«Bisogna smettere di parlare alla pancia della gente con slogan d`effetto».

Si riferisce a Salvini?
«Non è mia intenzione commentare i suoi appelli per la chiusura dei porti o la sua preoccupazione per la recente apertura di quello di Lampedusa. Ma registro le sue posizioni e sinceramente il problema mi pare più complesso. Non si può dividere l`opinione pubblica con slogan contrapposti, con pura propaganda, su un tema così delicato. I muri, le chiusure, non servono a nulla: abbiamo bisogno di far entrare extracomunitari nei nostri Paesi».

Attraverso i corridoi umanitari europei?
«Proprio così. La Comunità di Sant`Egidio da anni pratica i corridoi dei siriani in Africa, ora l`Europa deve farsi carico di far arrivare gli africani sani e salvi. Dobbiamo svuotare i lager libici e bloccare il traffico di esseri umani. È inoltre necessario rendere i presidenti africani responsabili di ciò che avviene nei loro Paesi. Devono convincere uomini e donne a non mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Non ho mai visto un presidente africano venire a Lampedusa e piangere le centinaia di suoi connazionali morti in mezzo al mare».

Non tutta l`Europa però è disposta a nuove politiche per l`immigrazione e a rivedere il trattato di Dublino, che impone di inoltrare la richiesta di asilo al Paese di prima accoglienza.
«Purtroppo l`Europa del Nord fa resistenza, ma occorre un`inversione di rotta. Non ne guadagneranno solo i migranti, ma l`Europa stessa. Perché se si negano le frontiere mediterranee, si procederà verso la provincializzazione dell`Europa. E così, invece che agli Stati Uniti d`Europa assisteremo alla formazione di un agglomerato di provincie solidali nel loro egoismo».

Grazia Longo

domenica 15 settembre 2019

Siria - Denuncia di Mosca: Rifugiati come scudi umani a Roukban. Le milizie appoggiate dagli USA impediscono lo sfollamento con autobus ONU.

L'Antidiplomatico
L'"amministrazione" del campo siriano di Roukban, controllato dalle milizie appoggiate dagli USA, ha vietato il passaggio di autobus delle Nazioni Unite utili per evacuare i rifugiati. 



I miliziani vogliono mantenere i residenti del campo per usarli come scudi umani, ha affermato il generale Alexei Bakine, capo del Centro russo per la riconciliazione delle parti in conflitto in Siria.

"La cosiddetta amministrazione, controllata da formazioni armate illegali, ha dichiarato che gli autobus delle Nazioni Unite non possono entrare nel campo per evacuare gli sfollati che desiderano lasciare Al-Rukban", ha spiegato Bakine.

"Scudi umani"
"Tenendo conto del fatto che la popolazione del campo non ha la possibilità di lasciare il suo territorio senza l'accordo dell'autorità delle formazioni armate illegali, consideriamo questa affermazione come ulteriore prova dell'intenzione dei radicali di tenere rifugiati ad Al-Rukban come scudi umani", ha aggiunto il generale russo.

Il generale ha fatto appello al comando americano nell'area di Al-Tanf per influenzare le formazioni armate e per aiutare le persone a uscire dal campo dalle Nazioni Unite.

A luglio, Washington ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero fornito aiuti alimentari ai rifugiati.

Questa decisione è stata spiegata dal fatto che questa azione avrebbe potuto dare l'impressione che le truppe statunitensi stessero progettando di rimanere in Siria per sempre.

Turchia, liberi 5 giornalisti accusati di terrorismo, erano in cella da più di tre anni.

Il Dubbio
Li avevano accusati di reati gravissimi: favoreggiamento del terrorismo, eversione, attentato alle istituzioni, ma, dopo tre anni di ingiusta e vessatoria detenzione la corte d’appello di Istanbul ha ordinato la liberazione di cinque ex giornalisti del quotidiano turco di opposizione Cumhuriyet.

Una vignetta satirica di Musa Kart, uno dei giornalisti liberati
Tra di loro anche il famoso vignettista Musa Kart, particolarmente inviso al presidente Erdogan per i suoi disegni irriverenti e molto critici nei confronti dell’autoritarismo del “sultano”.

I cinque giornalisti stavano scontando una condanna per «complicità e favoreggiamento con gruppi terroristici, senza esserne membri», come recitano gli ambigui e generici capi di imputazione. «Dopo la sentenza, aspettiamo la liberazione dei cinque ex giornalisti, già nelle prossime ore» ha dichiarato l’avvocato Tora Pekin.

Laico, libertario e duramente ostile alla presidenza Erdogan, negli ultimi anni Cumhuryet era diventato una bandiera della lotta alla deriva totalitaria che ha colpito la politica e la società turca dal fallito golpe del 2016, al quale sono seguite pesantissime ondate repressive da parte del governo, con centinaia di migliaia di arresti tra militari, magistrati, avvocati, giornalisti, insegnanti.

Dopo che la redazione, era stata falcidiata, l’editore era stato costretto ad aggiustare la sua linea; pur rimanendo critico verso il sisetma Erdogan, Cumhuryet in questi ultimi due anni ha abbassato i toni e rinunciato al suo tradizionale stile sferzante nei cofronti di qualsiasi potere. Un’autocensura figlia del clima da caccia alle streghe che si respira in Turchia, nonostante la luna di miele tra Erdogan e l’elettorato sia finita, come dimostra la bruciante sconfitta alle municipali di Istanbul.

La notizia della scarcerazione dei cinque giornalisti è un bel segnale per chi da sempre difende la libertà d’espressione come uno dei pilastri dello Stato di diritto; in particolare l’avvocatura italiana saluta il proscioglimento dei reporter esprimendo una forte soddisfazione per qauello che potrebbe essere uno dei primi tasselli del ritorno a una giustizia meno condizionata dagli interessi politici del presidente.

Libia - Rapporto ONU. I porti chiusi? Un orrendo affare per i trafficanti! La Guardia Costiera libica "vende" i migranti "salvati" ai trafficanti. Ma l'Europa è indifferente.

Avvenire
Un meccanismo diabolico che produce guadagni illeciti, torture, stupri e sparizioni di massa senza che nessuno si senta in dovere di intervenire




L'Onu ha le prove: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti». Non prima di avere torturato, schiavizzato, stuprato. L’ultimo rapporto del segretario generale sulla Libia è già sul tavolo del procuratore del Tribunale internazionale dell’Aja. E non piacerà ai leader europei.

I crimini sono stati documentati e riassunti nelle 17 pagine che costituiscono un pesante atto d’accusa che Antonio Guterres ha messo nero su bianco, dopo avere raccolto le informazioni di tutte le agenzie Onu sul campo, coordinate dall’Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli. 


La sequenza di violazioni chiama in causa la responsabilità di quei Paesi, come l’Italia, che finanziano ed equipaggiano a fondo perduto le autorità libiche, senza mai riuscire a ottenere neanche il minimo impegno per il rispetto dei diritti fondamentali. Il 7 giugno l’Alto commissario per i diritti umani «ha invitato il governo di accordo nazionale - rivela Guterres - a lanciare immediatamente un’indagine indipendente per individuare le persone scomparse». Centinaia di migranti intercettati in mare, infatti, vengono regolarmente fatti sparire. Ma dell’inchiesta, nessuno sa nulla.

Alle donne, specialmente le più giovani, tocca il trattamento più infame. «Continuano a essere particolarmente esposte a stupri e altre forme di violenza sessuale». E stavolta le fonti non sono le organizzazioni umanitarie, ma gli osservatori delle Nazioni Unite a cui si sono aggiunti nell’ultimo anno gli investigatori della Corte penale dell’Aja. «L’Unsmil ha continuato a raccogliere resoconti da donne e ragazze migranti – si legge nel dossier – che erano state vittime di abusi sessuali da parte di trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari». Nel periodo osservato sia le donne libiche che le straniere «hanno continuato a rischiare di subire abusi sessuali da parte delle guardie carcerarie».

Entro novembre il procuratore internazionale Fatou Bensouda depositerà un aggiornamento sulle investigazioni, ma dalla relazione di Guterres è facile prevedere alcuni dei capi d’accusa: «Perdita della libertà e detenzione arbitraria in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali. I migranti hanno continuato a essere detenuti in sovraffollamento, in condizioni disumane e degradanti, con cibo, acqua e cure mediche insufficienti e servizi igienico-sanitari molto scarsi».

I colpevoli, secondo il segretario generale, sono indistintamente «funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali». Un cartello criminale che può contare sul ruolo decisivo dei guardacoste. I “soccorsi” in mare, infatti, riforniscono di migranti i boss del traffico internazionale, moltiplicando gli introiti. Le operazioni della cosiddetta Guardia costiera, fieramente sostenuta da Bruxelles e da Roma, sono una delle principali cause delle violazioni. Non è un caso che Guterres si guardi bene dal parlare di «soccorsi». «Il numero di prigionieri - si legge - è cresciuto a seguito dell’aumento delle intercettazioni in mare e della chiusura delle rotte marittime». Una manna per i contrabbandieri di vite umane.

Tutto alla luce del sole. «L’Unsmil ha continuato a ricevere segnalazioni credibili di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà». Al momento si contano 4.900 rifugiati e migranti detenuti nelle prigioni del governo, «ma un ulteriore numero sconosciuto di persone è detenuto in altre strutture» clandestine.

Il 29 luglio, vista «l’assenza di misure per far fronte a queste condizioni», l’Onu aveva chiesto «la chiusura di tutti i centri di detenzione». Invano.


Nello Scavo

sabato 14 settembre 2019

"Pace senza confini" - Madrid: incontro per dire no a guerre, violenza e razzismo

Vatican News
In aumento le adesioni all’incontro internazionale "Pace senza confini" promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nello “spirito di Assisi”: a Madrid dal 15 al 17 settembre oltre 300 leader delle religioni mondiali in dialogo con le istituzioni e la cultura, migliaia di partecipanti da tutta Europa per dire “no” alle troppe guerre ancora in corso e al crescente clima di violenza e razzismo

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Dal Presidente della Repubblica Centrafricana Touadéra al rabbino capo di Tel Aviv Meir Lau fino al metropolita ortodosso russo Hilarion e all’arcivescovo di Bologna Zuppi, sono cresciute nelle ultime settimane le adesioni a “Pace senza confini”, l’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con l’arcidiocesi di Madrid, nella capitale spagnola dal 15 al 17 settembre. “Pace senza confini”, tra le più grandi manifestazioni per la pace a livello mondiale, ha l’obiettivo di dare risposte concrete di pace e di dialogo non solo di fronte alle guerre esistenti, ma anche ad un clima di conflitto permanente che attraversa le società europee, a partire dalla violenza del linguaggio verbale e dal risorgere di fenomeni di razzismo e xenofobia.
Per una pace preventiva nel mondo

Rinnovando lo “spirito di Assisi” - come fa ogni anno Sant’Egidio assumendo l’eredità della prima grande Preghiera per la Pace, voluta da Giovanni Paolo II nell’ottobre 1986 - si intende far crescere quella rete di dialogo, capace in passato di operare una “pace preventiva” in tanti angoli del mondo e di dissociare in modo fermo le religioni dalle guerre e da ogni forma di violenza e di terrorismo.
Una rappresentanza interreligiosa a livello mondiale

Oltre alla presenza di centinaia di autorevoli rappresentanti delle religioni mondiali (cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e altre religioni asiatiche), di autorità istituzionali e del mondo della cultura, è prevista una larga adesione popolare, con numerosi partecipanti da tutta Europa, tra cui molti giovani. All’incontro “Pace senza confini” interverranno – tra gli altri - il Presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, l’economista statunitense Jeffrey Sachs, il rabbino capo di Tel Aviv Meir Lau, il metropolita ortodosso russo Hilarion, il rettore dell’università di Al-Azhar, Mohammad Al-Mahrasawi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, l’ambientalista indiana Vandana Shiva, l’europarlamentare Pietro Bartolo, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, che il prossimo 5 ottobre verrà creato cardinale da papa Francesco.
Gli eventi comuni dell’incontro

Due i momenti comuni: l’inaugurazione alle 18 di domenica 15 settembre nel Palacio Municipal de Congresos e, a conclusione, la preghiera per la pace con l’appello dei leader delle religioni, martedì 17 settembre, alle 20 nella plaza de la Almudena.
Non solo pace e dialogo

Tra i temi dei circa trenta panel in programma – nella giornata di lunedì 16 settembre e la mattina del 17 - oltre alla pace e al dialogo ecumenico e interreligioso, il disarmo e la non violenza, le migrazioni, l’economia, lo sviluppo, la giustizia sociale e una particolare attenzione al tema dell’ambiente.

I detenuti del carcere di Paliano presentano a Papa Francesco la "Croce della Misericordia" che hanno dipinto. Benedetta dal Papa visiterà le carceri italiane.

www.santegido.org
Nel giorno in cui la Chiesa celebra l'Esaltazione della croce, i detenuti del carcere italiano di Paliano pesentano al papa l'icona di un crocifisso, realizzata da loro stessi in carcere, sul cui sfondo si vedono scene della Scrittura che riguardano i prigionieri.




Hanno levigato per giorni il legno, lo hanno preparato e sotto la direzione di una maestra di iconografia lo hanno dipinto finemente seguendo tecniche millenarie: così è stato realizzato il grande crocifisso realizzato dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Frosinone). 
Una icona che gli stessi detenuti hanno voluto chiamare la 'Croce della Misericordia' e che, dopo la benedizione del Papa, farà il giro delle carceri italiane in una sorta di pellegrinaggio della speranza. La croce, realizzata nel laboratorio promosso nel carcere dalla Comunità di Sant'Egidio, viene portata oggi all'udienza del Papa della Polizia Penitenziaria, nell'Aula Paolo VI.

"Sono persone rimaste folgorate dalla visita del Papa nel Giovedì Santo del 2017. Ad alcuni è davvero cambiata la vita e continuano a dire che il Papa ha insegnato loro che cos'è davvero l'amore", riferisce Stefania Tallei, coordinatrice del servizio ai detenuti della Comunità di Sant'Egidio.

Fonte: Ansa

Migranti - Porto sicuro per l'Ocean Viking. E' finita la propaganda sulla pelle dei naufraghi. L'Europa collabora.

Ansa
L'Italia ha assegnato il 'place of safety, il porto sicuro, alla Ocean Viking, la nave di Sos Mediterranea e Medici senza frontiere con 82 migranti a bordo.


E' Lampedusa il porto sicuro assegnato dalle autorità italiane alla nave umanitaria che ora si sta dirigendo verso l'isola.

Gli 82 migranti, che sono a bordo da 6 giorni della nave Ocean Viking, sono attesi nel pomeriggio a Lampedusa (Ag). Il gruppo verrà trasferito all'hotspot di contrada Imbriacola dove ci sono soltanto 2 persone, non trasferite nei giorni scorsi per un problema sanitario: hanno un principio di scabbia e vengono tenute sotto cure mediche. Tutti gli altri immigrati presenti nella struttura, nel corso della settimana sono stati trasferiti con il traghetto di linea per Porto Empedocle.

La Ocean Viking non entrerà nel porto di Lampedusa: gli 82 migranti a bordo verranno trasferiti sull'isola a bordo delle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. Secondo quanto si apprende la decisione sarebbe stata presa per non limitare l'operatività sia del porto che dell'aeroporto di Lampedusa.

"Il Governo assegna un porto sicuro a Ocean Viking e i migranti saranno accolti in molti Paesi europei. Fine della propaganda di Salvini sulla pelle di disperati in mare. Tornano la politica e le buone relazioni internazionali per affrontare e risolvere il problema delle migrazioni". Lo scrive su Twitter il capo delegazione del Pd Dario Franceschini.

"Questi sono matti": il segretario della Lega Matteo Salvini è partito da questo per commentare l'arrivo a Lampedusa della Ocean Viking. "Questa è la resa. Fra le promesse di Conte all'Europa c'era anche questa", ha aggiunto convinto che si voglia fare dell'Italia "un campo profughi".

"Credo ci sia un grande equivoco sul porto sicuro alla Ocean Viking: le è stato assegnato un porto perché l'Ue ha aderito alla nostra richiesta di prendere gran parte dei migranti". Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a margine di un'iniziativa di Rousseau. "Detto questo mi impegnerò a lavorare sulla cooperazione internazionale per migliorare le condizioni economiche dei paesi di provenienza e sugli accordi sui rimpatri che sanciscono il principio che chi non può stare qui deve tornare indietro e chi può stare qui sta in Europa e non in Italia".

venerdì 13 settembre 2019

Italia - Muore in carcere malato a 82 anni. Condannato per aver aiutato gratuitamente un immigrato irregolare

Avvenire
Egidio, malato e costretto a scontare in cella l’aiuto dato allo straniero. «Erano meglio i servizi sociali»

Nove mesi di galera per aver portato un migrante irregolare in Italia. Nessun passaggio di denaro, nessuno scambio di favori. Lo aveva fatto gratis. Ma la legge è legge, e quello si chiama «favoreggiamento dell’immigrazione irregolare». 

Perciò Egidio a 80anni passati è finito in galera. Ne è uscito da morto. Non di vecchiaia, ma di tumore. La giustizia avrà avuto le sue ragioni. Che poi si sia trattata di una sentenza 'giusta', è tutto da vedere. La storia, raccolta e rilanciata dall’agenzia Agi per la firma di Manuela D’Alessandro, è sconcertante. Il vecchio Egidio, che il suo avvocato Letizia Tonoletti ricorda come «operaio saldatore e giramondo in pensione», in carcere a Parma «spesso doveva attaccarsi a una macchinetta per respirare». 

E insomma «non doveva finire in una prigione». Il giorno prima del suo decesso, il 6 settembre, il magistrato di Sorveglianza ha autorizzato la detenzione domiciliare in ospedale. Troppo tardi. L’uomo era stato condannato nel 2017 a tre anni e mezzo di carcere dal Tribunale di Ancona. Nel 2012 avevano trovato un uomo dentro a un baule legato sopra al suo furgone, sbarcato con un traghetto dalla Grecia all’Italia. 

«Dopo essere stato denunciato, il mio assistito non ha più ricevuto notizie di quel procedimento perché spiega l’avvocato – ha cambiato domicilio dimenticandosi di comunicarlo alla magistratura ». Dopo la sentenza sono arrivate le forze dell’ordine a rinfrescargli la memoria. Per il diritto penale si tratta di un reato ostativo, che cioè non consente alternative alla detenzione in cella. Unico modo per evitare la galera sarebbe stata una perizia medica che non ne consentisse la permanenza in una casa circondariale. Istanza che, in casi come questo, può essere depositata solo dopo che il condannato sia stato arrestato. 

A maggio di quest’anno l’avvocato Tonoletti si è fatta avanti chiedendo i domiciliari. Anche in questo caso, però, la scelta non è stata facile. Egidio, infatti, a causa della condanna aveva perso anche l’assegno assistenziale a integrazione della misera pensione. Insomma, stare a casa da solo, senza una rete di solidarietà intorno, gli avrebbe restituito la libertà ma non la tranquillità. Ai primi di settembre, il giudice del tribunale di Sorveglianza di Reggio Emilia conferma al difensore che avrebbe concesso la detenzione domiciliare solo dopo le dimissioni dall’ospedale. 

Egidio, infatti, tempo prima aveva scoperto di essere affetto da un cancro, trascorrendo periodi di ricovero in ospedale prima di venire arrestato. Che non si trattasse di un delinquente di mestiere, del resto senza alcun precedente, lo prova il non avere comunicato il cambio di residenza. «Se l’avesse fatto, un legale avrebbe potuto chiedere di patteggiare una pena che non comportava il carcere – spiega ancora Tonoletti – o, almeno, fare appello, fermando così l’esecuzione della pena». 

Scorciatoie giudiziarie ben note ai mestieranti dell’illegalità, non certo a un povero vecchio. Comunque siano andate le cose, questa brutta storia una cosa la suggerisce: «Sarebbe giusto – suggerisce il legale – che, davanti a casi che coinvolgono soggetti così fragili, la magistratura, prima di emettere l’ordine di esecuzione, allerti i servizi sociali»

Nello Scavo

giovedì 12 settembre 2019

Confine con la Croazia - Violenze, soprusi e respingimenti: il “gioco” pericoloso dei migranti sulla rotta balcanica

RomaSette
Lo chiamano il “game” il tentativo di passare le frontiere ma la maggior parte viene respinta dalla Croazia, anche con la forza. «Qui non abbiamo niente»

Seduto per terra, i piedi fasciati, il volto sfregiato, Karim si alza la maglia e mostra i lividi dietro la schiena: «Polizia, polizia» prova a dire in italiano. Originario del Marocco, ha vissuto qualche anno in Italia, per poi tornare nel suo Paese d’origine quando la madre si è ammalata. Ora per tentare di nuovo la fortuna in Europa ha preso un aereo per la Turchia e poi, passando per la Grecia e la Serbia, è arrivato fino a Velika Kladusa, cittadina a pochi chilometri dalla frontiera croata, e punto nevralgico, insieme a Bihac, per chi transita sulla rotta balcanica.

In tutto, secondo le ultime stime del governo centrale, sono almeno 21mila le persone arrivate in Bosnia dall’inizio dell’anno: alcuni sono riusciti a passare, altri restano bloccati, circa 5mila si trovano ora nel cantone Una-Sana. La maggior parte arriva dall’est: Afghanistan, Pakistan, India e Iraq. Ma negli ultimi mesi sono aumentati anche i maghrebini che tentano una via alternativa a quella del Mediterraneo centrale. Proprio come Karim e Moussa, che insieme ad altre centinaia di persone stanno tentando di raggiungere i Paesi del nord Europa, passando via terra.

Sulla rotta balcanica si arriva dalla Turchia o dalla Grecia per poi risalire attraverso la Bulgaria, la Serbia o l’Albania. Ma è in Bosnia che il percorso per tanti si interrompe: il Paese sta diventando, infatti, la nuova porta d’Europa. Chi prova a passare viene quasi sempre respinto dalla vicina Croazia. È stata la stessa presidente Kolinda Grabar-Kitarović, ad ammettere in un’intervista il pugno duro al confine, dicendo che il capo della polizia e il ministro degli Interni le hanno assicurato di non aver «fatto un uso eccessivo della violenza» ma sottolineando anche che per respingere i migranti «un po’ di forza» è necessaria. Secondo le testimonianze dei migranti, la Croazia non permette di fare domanda d’asilo nel Paese neanche a chi ne fa esplicita richiesta.

Eppure chi arriva qui non è disposto ad arrendersi: lo chiamano il “game” il tentativo di arrivare fino all’Italia superando le tre frontiere più difficili (Bosnia- Croazia, Croazia-Slovenia e Slovenia-Italia). In macchina ci vogliono circa tre ore e mezza da Trieste, a piedi dieci giorni di cammino, in mezzo alla foresta, con il rischio di essere attaccati da animali selvatici o fermati dalla polizia e respinti. 

Per poi ricominciare da capo, proprio come in un videogioco. Nei fatti, però, sono pochi a tagliare il traguardo e tanti a tornare al punto di partenza, portandone i segni sul corpo. Le violenze, infatti, sono sistematiche e continue. «Ho provato e riprovato sette volte – racconta Samah, originario dall’India, fuori dal centro di accoglienza Miral -. Ma i problemi sono tanti, specialmente con le autorità croate. Non hanno pietà di noi, ci prendono tutto e ci picchiano per evitare che riproviamo ancora. L’ultima volta mi hanno preso il cellulare, la borsa, i vestiti e le scarpe», racconta, mostrando le fasciature sui piedi, ancora pieni di cicatrici. Anche Fouad ha ricevuto lo stesso trattamento, pur avendo tentato almeno dieci volte. Ora dorme per terra, fuori dal centro. Il Miral, un ex complesso industriale che ha la capienza massima di 800 persone, è stato aperto a settembre per ospitare i migranti in transito. È gestito dall’Oim ed è in sovraffolamento. «Siamo senza cibo, senza vestiti, senza niente – aggiunge -. Quando ho provato a passare il confine c’è stata una colluttazione con la polizia croata – dice mostrando una cicatrice sul braccio destro -. Sono tornato indietro ma qui non c’era più posto, quindi sto aspettando fuori di poter rientrare. L’alternativa è riprovare il game. Non ho un documento di identità solo uno stay paper da quattro mesi, ma serve solo per stare qui».

A chi riesce a entrare nei centri viene dato un foglio che serve per la registrazione. Quasi nessuno ha intenzione di fare richiesta d’asilo in Bosnia. Nel Paese i rifugiati riconosciuti dalla guerra sono in tutto 80. Per chi volesse comunque tentare la formalizzazione dell’asilo è necessaria una residenza formale, che può essere richiesta anche in alcuni centri governativi. I pochi che hanno formalizzato la procedura d’asilo nel cantone Una-Sana hanno ricevuto una carta gialla e devono poi sostenere due interviste con la Commissione a Sarajevo. La maggior parte, però, non alcuna intenzione di fermarsi nel Paese, che ha un’economia in recessione e tassi di disoccupazione altissimi. Per questo l’unico tentativo è provare a passare la frontiera, a ogni costo.

Dal 2016 un gruppo di ong sta monitorando i respingimenti illegali e le violenze ai confini, con una serie di report dettagliati sul sito Border violence. L’ultimo respingimento al confine, documentato, risale al 17 agosto scorso e riguarda un gruppo di 84 persone, tra cui 11 minori non accompagnati. Sono stati tutti portati alla stazione di polizia in Croazia ma non gli sono state prese le impronte né è stato possibile formalizzare la richiesta d’asilo. Dopo una notte alla stazione, sono stati caricati su un pullman, arrivati al confine con la Bosnia la polizia ha aperto il vano posteriore e ha fatto scendere le persone. Gli oggetti personali dei migranti (vestiti, scarpe, cellulari) sono stati raccolti insieme e dati alla fiamme. Stando ai racconti dei migranti, quella di deprivarli di tutto sarebbe una pratica diffusa, che viene utilizzata per dissuadere le persone dal riprovare ancora. «Il fuoco hanno accesso – dice Akim, originario della Siria -; quando ho visto il cellulare andare in fiamme sono scoppiato in lacrime: era l’unica cosa che mi teneva in contatto con la mia famiglia. Ora sto qui, dormo per terra, non ho più nulla: indietro non posso tornare, avanti è impossibile andare. Riproverò ancora finché avrò forza». 

Eleonora Camilli

Il piccolo Rwanda da una lezione all’Europa: accoglie i profughi detenuti nei lager libici

Dossier Libia
Una apertura importante quella del Rwanda, che punta a spostare la centralità europea nella questione del business migratorio (perché i migranti oramai sono una “merce” che vale quanto il petrolio) ed accreditare la piccola repubblica africana come uno degli interlocutori principali per la comunità internazionale. 

Uno dei luoghi di detenzione il Libia
La dichiarazione del presidente ruandese Paul Kagame che si è detto disposto ad accogliere in patria almeno 30 mila immigrati africani respinti dalle muraglie europee, ha già aperto al Paese le porte del ristretto “club” dei G7. Kagame, infatti è stato il solo capo di Stato dell’Africa nera ad aver partecipato al vertice svoltosi a fine agosto a Biarritz, nei Pirenei francesi.

L’impegno verbale del presidente Kagame è stato tradotto in un accordo internazionale che sarà ufficialmente sottoscritto nei prossimi giorni ad Addis Abeba davanti ai rappresentati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e dell’Unione Africana, l’organizzazione internazionale che unisce tutti gli Stati africani e che ha sede proprio nella capitale etiope.

Secondo questa intesa, il piccolo Paese africano, che è già dato una patria a centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi, si impegna a fornire un “porto sicuro” ai migranti attualmente rinchiusi in condizioni inumane nei lager libici. L’accordo prevede sia una ospitalità di transito, sia una possibile sistemazione definitiva nel Paese. Spetterà all’Unhcr individuare i migranti più a rischio nelle carceri libiche da spostare in Rwanda.

Il primo gruppo di circa 500 rifugiati arriverà, secondo fonti dell’Unhcr, già nelle prossime settimane e saranno sistemati nel centro di accoglienza di Gashora nel distretto di Bugesera, nel sud del Paese. Le dichiarazioni rilasciate dal Governo ruandese, che in questo modo potrà accedere ai fondi messi a disposizione dall’Europa per il controllo dei flussi migratori, lasciano intendere che l’accoglienza non riguarderà solo i profughi attualmente imprigionati in Libia ma anche a quelli detenuti nelle prigioni del Niger e della Nigeria, che versano in condizioni non meno terribili.

mercoledì 11 settembre 2019

Migranti - La testimonianza. Bartòlo e l'incubo che ritorna: «In quei sacchi c'erano i bambini»

Avvenire
I racconti del "medico di Lampedusa", oggi europarlamentare, premiato a Lerici per la Solidarietà. Trenta anni passati a salvare vite di naufraghi e a dirigere il piccolo poliambulatorio dell'isola.
«Non è perché sono medico che non ho paura. Io ho paura quando devo aprire quei sacchi. Ne ho lì venti, cinquanta, cento, e solo nel momento in cui li apro scopro chi troverò dentro... La mia paura peggiore è che ci sia un bambino. Non sono numeri, sono persone, le vedo in faccia. Il bambino con i pantaloncini rossi mio malgrado l’ho guardato negli occhi, non lo avessi mai fatto, l'ho scosso, volevo si svegliasse, ed oggi è il mio incubo». 

È denso di umile umanità il racconto del dottor Pietro Bartòlo, noto al mondo come 'il medico di Lampedusa'. Il tendone bianco sulla riva del mare di Lerici (La Spezia) straripa di gente che è lì per sapere, anche per vedere (se lo sguardo regge le immagini proiettate): le parole non bastano, l’assuefazione ci ha anestetizzati, non piangiamo più come ai tempi della "strage di Lampedusa", quando il 3 ottobre del 2013 il mare inghiottì a due passi dalla terraferma 368 viaggiatori, e allora servono le foto, i corpi, i segni delle sevizie, gli sguardi che implorano.

"Lerici legge il mare", rassegna di letteratura e cultura marinaresca promossa dalla Società Marittima di Mutuo Soccorso assieme al Comune, e curata da Bernardo Ratti, quest'anno ha consegnato a lui il premio per la "Solidarietà in mare", e Bartòlo – che oggi è europarlamentare perché «mi sono detto qua non cambia niente, ho provato come medico, ho scritto libri, ho fatto l’attore in "Fuocoammare", ho girato le scuole e l’Europa, posso ancora provare con la politica, una politica di servizio, una politica come arte nobile » – Bartòlo, dicevamo, condivide il premio con i ragazzi della Capitaneria di porto, i carabinieri, la polizia, i vigili del fuoco «che nei trent’anni in cui ho diretto il poliambulatorio di Lampedusa hanno rischiato la vita tutti i giorni per salvare i naufraghi».

Scuoiati vivi per renderli bianchi
Lampedusa è croce e delizia, bellissima e atroce. Per natura è a forma di zattera, si direbbe destinata. «Come arrivano i migranti dalla Libia lo sappiamo solo noi», continua Bartòlo, «lì i neri non hanno lo status di esseri umani, le donne ancora meno. Se sono donne e nere potete immaginarlo», dice scorrendo le diapositive. È passato il tempo in cui si chiedeva se fosse il caso di mostrarle, ora lo ritiene un dovere. Così vediamo le lacrime di Nadir, 13 anni, nero, solo una gamba è bianca: il gioco osceno dei carcerieri libici che scuoiano i vivi per renderli chiari (il fratellino è tutto bianco. Ma lui è tra i morti).

Vediamo le lacrime di Bartòlo stesso, sceso nella stiva quel 3 ottobre del 2013 al buio, «camminavo su cuscini, non capivo. Poi ho acceso la pila e sono scappato fuori, stavo calpestando i 368 morti»: i più giovani e forti erano stati stivati là sotto senza oblò, nella ghiacciaia per il pesce, e quando avevano cercato di uscire per respirare la botola era stata bloccata da fuori. «Non avevano più polpastrelli né unghie, li avevano consumati prima di soffocare. Capii solo allora il pianto di quelli di sopra: erano i loro fratelli, le madri impotenti».

Vediamo gli occhi profondi di una giovane madre sdraiata senza abiti sulla lettiga, magrissima, il seno vuoto, gli arti abbandonati come non le appartenessero, «ha perso l'uso delle gambe perché dove era tenuta prigioniera non le ha potute muovere per sei mesi». Un lungo tempo in cui ad accudirla è stata la sua bambina, diventata sua madre a quattro anni. «Abbiamo dato dei biscotti a quella bimba, invece di mangiarli li ha sminuzzati e li ha messi nella bocca della mamma». Il peluche invece lo ha lasciato lì senza guardarlo, «non era più una bambina, cosa se ne faceva? Era stata anche lei violentata, come la madre» (che oggi sta meglio e comincia a camminare). Quante volte ha pensato di mollare e si è rivolto «a chi è sopra di me...», trovando sempre la forza di andare avanti «nelle tante cose belle che comunque accadono».

Nata due volte
Perché Bartòlo resta anche una fonte dirompente di speranza, uno che non si arrende e sa che il bene contagia più del male. Così tra le foto passa anche quella di Pietro, che non è Bartòlo ma un bimbo appena nato dopo il salvataggio, ancora a bordo, cui il medico ha legato l'ombelico con il laccio delle sue scarpe. «A quest'altro neonato lo ha legato sua madre strappandosi una lunga ciocca di capelli... Mi ero accorto che a quella ragazza si vedeva la pelle del cranio e pensavo fosse stata torturata, come al solito, invece non avendo le forbici non aveva esitato a strapparseli per il suo bambino. Sono persone straordinarie, non so quanti di noi...».

E poi vediamo Kebrat, bella come un’attrice: «Nel gruppo di cadaveri ho sentito un battito nel cuore di una donna, impercettibile, pensavo di sbagliarmi. Ho fatto subito il massaggio cardiaco e l'ho inviata in elicottero all'ospedale di Palermo, ma aveva i polmoni pieni d’acqua, era un caso disperato, per quaranta giorni è rimasta in coma. Due anni fa me la sono trovata in aeroporto, veniva per ringraziare: era sposata, madre di due figli, una bella casa in Svezia, un lavoro. Non l’ho riconosciuta, io l’avevo vista morta...».
Lasciati affogare. Per legge

Con lui a Lerici c’è l’ammiraglio Vittorio Alessandro, 40 anni di carriera nelle Capitanerie di porto, comandante in varti porti, a lungo responsabile della comunicazione per la Guardia Costiera, un anno intero a Lampedusa. «Nella attuale tempesta di slogan urlati e punti esclamativi, ho potuto non solo raccontare ma vivere esperienze che ti cambiano la vita. A Lampedusa ho compreso come l'energia delle persone a volte si rivela più grande di loro: il rapporto tra i lampedusani e il loro mare è stupefacente. Così come è stato nel naufragio della Costa Concordia, in una notte d'inverno l'Isola del Giglio si è fatta madre di una cosa enorme... Il privilegio – ricorda allora Alessandro – non è di essere buoni, ma di compiere un dovere istituzionale». Perché in mare la solidarietà è legge, e le regole sono «un patrimonio che si è sedimentato, guai a perderlo». Il primo oltraggio «è stato confondere il soccorso, che è senza se e senza ma, e l’accoglienza». Il soccorso non ha vie di mezzo, è un interruttore, o è sì oppure è no, o rispondi o decidi di lasciar morire, «ma se oggi una legge ci dice che salvare l’uomo in mare è reato, che se lo fai ti sequestrano la barca e ti sanzionano, magari tiri dritto. È già successo, hanno chiamato aiuto, nessuno ha risposto. Per legge».
Le antiche leggi del soccorso in mare
La spiegazione dell'ammiragiio è tecnica: una operazione di soccorso ha un inizio e una fine, «secondo la norma, è finita solo quando le persone raccolte in mare arrivano a terra. L'emergenza non prevede attese, ve la vedete un'ambulanza costretta a fermarsi per giorni con il malato a bordo, perché in ospedale si fanno riunioni per decidere il da farsi? Se rinunciamo ai codici del mare antichi di secoli, se una legge ci dice che chi è in mare può aspettare, perdiamo la nostra cultura, perdiamo noi stessi». Impressiona un paragone: sulla Costa Concordia c'erano 4.200 persone, «quanti giorni sarebbero stati necessari per portarli in salvo e chiudere l'operazione di soccorso, con i ritmi imposti oggi quando ad arrivare sono 30 o 40 migranti? Lo Stato è riuscito ad autosequestrarsi le navi, a fermare le proprie motovedette... Il ritorno alle regole è fondamentale, non per tornare necessariamente a come eravamo prima, non bisogna essere ideologici, credo si debbano trovare nuove soluzioni, che non possono essere solo italiane, devono essere europee e dell'Onu. Ma nel frattempo dobbiamo esserci!».

E' il motivo per cui il dottor Bartòlo oggi siede in Europa, convinto che il trattato di Dublino sia «il nostro capestro. Sono stato uno dei più votati in Italia, mi hanno dato un mandato e non lo deluderò - promette -. Quando la riforma di Dublino sarà varata, tornerò a fare solo il medico». Si capisce che non vede l'ora. Il medico di Lampedusa.

martedì 10 settembre 2019

Val di Susa, non fa notizia il ritrovamento del cadavere di un migrante nel fiume Dora, morto nel tentativo di arrivare in Francia

TGCom24
Lʼanno scorso erano stati rinvenuti altri tre corpi senza vita di migranti che volevano attraversare la frontiera. Sul posto è giunta la polizia.

Il cadavere di un uomo è stato trovato nel fiume Dora a Bardonecchia, in alta Val di Susa al confine tra Italia e Francia. Il corpo, in avanzato stato di decomposizione, potrebbe essere stato trascinato a valle dall'acqua. 

Si tratterebbe di un migrante che cercava di attraversare la frontiera. A dare l'allarme è stato un passante. L'anno scorso erano stati trovati i cadaveri di tre migranti, morti mentre cercavano di raggiungere la Francia.

Lo scorso febbraio, invece, un migrante era stato trovato in ipotermia, sulla strada nazionale 94 del colle del Monginevro, in territorio francese, ed era morto poco dopo essere arrivato in ospedale. Sul posto è giunta la polizia.

Leah, 15 anni, ugandese: anche lei lotta per difendere la terra dai suoi avvelenatori

Globalist
Leah Namugerwa, 15 anni, giovane attivista impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica del suo paese. Mentre Greta Thunberg manifesta davanti al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York.

La battaglia è di tutto il pianeta: la giovane attivista Greta Thunberg è tornata a manifestare davanti al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York.
L'appuntamento arriva a due settimane dalla protesta globale programmata per il 20 settembre, alla vigilia del Youth Climate Summit e del Climate Summit alle Nazioni Unite.
Nel frattempo il Palazzo di Vetro dell'Onu è sempre più verde. Sul tetto del quartier generale delle Nazioni Unite di New York sono stati installati pannelli solari per promuovere l'azione per il clima e la promozione dell'uso di fonti di energia pulite e rinnovabili.
I pannelli solari sono alimentati per raggiungere un massimo di 50 Kw di potenza.
Si tratta di un dono dell'India, che l'anno scorso ha impegnato un milione di dollari per il progetto. All'epoca della donazione, l'ambasciatore indiano Syed Akbaruddin ha sottolineato che lo sfruttamento dell'energia solare è un aspetto importante dell'uso delle rinnovabili.
"La mia speranza è che l'installazione dei pannelli solari presso la sede delle Nazioni Unite possa mettere in moto una maggiore cooperazione in materia di energia solare a livello internazionale", ha spiegato.

E nel frattempo piccole Greta crescono. In Uganda c’è Leah Namugerwa, 15 anni, giovane attivista impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica del suo paese

Wole Soyinka: “Nel Mediterraneo muoiono migliaia di persona, ma nel Sahara molte di più”

La Voce di Mantova
Parole pesanti come macigni. Sono quelle di Wole Soyinka, poeta e drammaturgo nigeriano, Premio Nobel per la letteratura nel 1986.
Cosa pensa dell’immigrazione e della politica dei porti chiusi?
“Questa è un’altra cosa. È l’incapacità di vedere degli esseri umani bisognosi come altri esseri umani più sfortunati di noi e poi trasformare questa incapacità in ideologia, adducendo anche la purezza della natura o questioni economiche. 
Così si ergono i muri contro le orde in arrivo. Storicamente la maggior parte dei paesi che oggi si sentono minacciati hanno delle responsabilità nelle origini di queste migrazioni. La non riconoscibilità della responsabilità storica è grave quanto la responsabilità coloniale e lo sfruttamento economico. 
Prima o poi, tutte queste colpe tornano al mittente. Per risolvere la situazione occorrerebbe un dialogo strutturale, serio da intraprendere con urgenza tra le nazioni verso cui si dirigono e da cui provengono le ondate migratorie. 
Ci sono migliaia di persone che muoiono nel Mar Mediterraneo ma ce ne sono molte di più morte nel deserto del Sahara o che vengono vendute in schiavitù. Ci sono tanti altri campi di morte lungo questi tragitti, il Mediterraneo è solo quello più visibile grazie ai media”.

Cosa sta causando questa diaspora africana?
“Stiamo subendo una gravissima fuga di cervelli. Tra quelli che annegano e quelli di cui si rinvengono solo le ossa essiccate dal sole nel Sahara, stiamo perdendo enormi risorse attuali e future. Lo dimostra il fatto che molti di coloro che ce la fanno e arrivano nella cosiddetta terra promessa, si distinguono e ottengono successi personali come imprenditori, medici, ingegneri e riescono a mantenere anche le famiglie d’origine. 
In Nigeria, durante il periodo della dittatura, è stata formata una task force per capire come riportare in patria i giovani che se n’erano andati. Ebbene, il risultato è stato che non è stata riconosciuta nessuna fuga di cervelli. Anzi, era la Nigeria che stava aiutando gli altri paesi, donando loro i nostri giovani migliori”.

Cos’è la speranza per Wole Soyinka?
“Ho dimenticato quella parola decenni fa. Sono un pragmatico, cerco di capire come salvarci dalla situazione attuale, in Africa come altrove, perché è un gran casino sia che si parli di clima, di Brexir, di migrazioni e di integralismo islamico”.

lunedì 9 settembre 2019

Grecia, emergenza migranti: i minori non accompagnati sono 1.100 - Sovraffollamento e grandi difficoltà

Osservatorio Diritti
Sono 1.100 i minorenni migranti e rifugiati non accompagnati che vivono nei centri d'accoglienza e identificazione delle isole greche. Il numero più alto registrato nel paese dall'inizio del 2016. Lo denuncia l'Unicef, che lancia un appello a tutti i paesi europei


1100. È il numero dei bambini non accompagnati e separati, rifugiati e migranti, che vivono nei sovraffollati centri di accoglienza e identificazione in Grecia. Secondo l’Unicef– che lancia così il suo appello agli stati membri dell’Unione europea – si tratta del numero più altro dall’inizio del 2016.

«Non ho potuto studiare perché non c’era sicurezza, la situazione mi ha costretto a lasciare il paese. Penso che giorno dopo giorno abbiano perso la testa. Per questo motivo, a volte si tagliano le mani. Non voglio essere così».

Sono le parole di un sedicenne afghano, che parla degli altri ragazzi che vivono nella stessa struttura che lo ospita. È uno dei ragazzi della sezione B, un’area che accoglie – offrendogli protezione specializzata – i bambini non accompagnati nel centro di accoglienza e identificazione di Moria, sull’isola greca di Lesbo.


L’Unicef ha diffuso un cortometraggio che testimonia proprio la vita dei ragazzi che vivono nella sezione B del centro di accoglienza e identificazione di Moria, dove sono presenti più di 8.700 persone, a fronte di una capacità di accoglienza pari a 3 mila persone.



La sezione B è un’area che accoglie i minori non accompagnati, offrendogli protezione specializzata; qui c’è spazio per 160 bambini non accompagnati, ma attualmente ne sono presenti 520.

Nelle immagini del cortometraggio i bambini protagonisti raccontano da cosa sono fuggiti e i relativi orrori, il viaggio che li ha portati lontani, ma anche le condizioni in cui vivono ora, nel centro di accoglienza. Al loro fianco gli operatoridel centro di accoglienza, anch’essi esausti e sopraffatti.

Felicia Buonomo

Spirale di violenza in Burkina Faso: 2 attacchi in un giorno da parte di affiliati di al_Qaida causano almeno 29 morti

Blog Diritti Umani - Human RightsIl Burkina Faso, paese dell'Africa occidentale, è stato coinvolto in una spirale di violenza da quattro anni e mezzo, attribuito a gruppi armati jihadisti, alcuni affiliati ad al-Qaida e altri affiliati al gruppo dello Stato islamico. Dall'inizio del 2015, gli attacchi jihadisti, sempre più frequenti e mortali, specialmente nel Nord e nell'Est, hanno causato oltre 570 morti, secondo un conteggio di AFP.

Un camion di trasporto è saltato su un dispositivo esplosivo e un convoglio di cibo è stato attaccato nel nord del paese, in preda ai terroristi.
Il governo comunica che 25 persone sono state uccise domenica (8 settembre) in due diversi attacchi separati in due località della provincia di Sanmatenga, nel nord del Burkina Faso, ha detto il governo.

"Questa domenica 8 settembre, un camion di trasporto è saltato su un dispositivo esplosivo improvvisato sull'asse Barsalogho-Guendbila nella provincia di Sanmatenga. Un bilancio provvisorio afferma che quindici persone sono state uccise e sei ferite che sono state trasportate in dei centri sanitari per le cure". Una fonte di sicurezza ha riferito che le vittime erano principalmente commercianti.

E a una cinquantina di chilometri da Barsalogho", domenica i terroristi hanno perpetrato un attacco contro un convoglio di cibo sull'asse Dablo-Kelbo. Questo attacco ha provocato la morte di quattordici civili e un esteso danno materiale", ha detto il portavoce in un'altra dichiarazione. "Una dozzina di conducenti di scooter sono stati uccisi"facevano parte di un convoglio di tricicli carichi di cibo per le popolazioni sfollate di Dablo e Kelbo, che furono vittime da individui armati.


ES

Fonte: Le Monde

Madagascar - Akamasoa, il miracolo di una discarica che diviene una città che accoglie 30mila poveri che lavorano e vanno a scuola

Il Messaggero
Tra i tanti inferni che esistono in terra, un posto speciale merita sicuramente la discarica di Antananarivo, un immenso perimetro disseminato di immondizia, colline di rifiuti sulle quali brulica una umanità febbrile e disperata, presa a frugare incessantemente tra quegli ammassi guasti pur di svoltare la giornata rimediando qualcosa da riciclare, da vendere, da mettere sotto i denti. È da quelle parti della città - non troppo lontano, a giudicare dai miasmi che di tanto in tanto porta il vento- che un missionario sloveno, nato in Argentina 71 anni fa, ha fatto un miracolo. Un autentico prodigio. Proprio in quel posto infernale, dove vive da trent’anni, ha dato vita ad Akamasoa, il luogo dell’amicizia, una cittadella ogni giorno più grande nella quale 30mila persone vivono, lavorano, imparano un mestiere, vanno a scuola. www.perepedro-akamasoa.net



Il lavoro
Padre Pedro è una istituzione nazionale. La sua fama ha da tempo valicato i confini africani e gli è valsa la candidatura al Nobel per la Pace. C’è chi lo accosta a Madre Teresa: esattamente come lei, si prende cura del recupero di donne e bambini tra i rifiuti. «Nella discarica, quando sono arrivato, non c’erano un bianco e dei neri, c’erano solo fratelli. La povertà non è una fatalità, ma la conseguenza di una politica fatta da uomini che hanno dimenticato e voltato le spalle allo stesso popolo che li aveva eletti».

Le manone callose di padre Pedro, in questi decenni, hanno lavorato tanto. Agli uomini ha insegnato il mestiere di carpentiere, li ha aiutati a costruire delle piccole case in muratura, grandi quanti una tenda da campeggio, per uscire dalle baracche di lamiere e stracci. Grazie ai suoi interventi si è lievemente abbassato un tasso di mortalità che in trent’anni ha riempito quattro cimiteri. Mentre parla, fuori dal suo ufficio, ogni tanto spuntano dal nulla nugoli di bambini. «Merci, bienvenue» ripetono agli ospiti e poi ridendo spariscono di nuovo. 


Oggi sono 13 mila e 500 i bambini che vivono sicuri ad Akamasoa; tutti scolarizzati, tutti sottratti al destino della discarica. «Alla fine della settimana per noi è una sfida reperire i soldi per comprare le 8 tonnellate di riso che ci servono per assicurare un pasto completo». Nell’ultimo decennio, Pedro ha comprato una cava di pietra che viene chiamata “la cattedrale”, perché vista dall’alto evoca appunto la sagoma di una cattedrale capovolta. Nella parte bassa, in fondo a un dirupo, lavorano di scalpello soprattutto donne, alle quali viene dato un salario minimo. Chi riesce a lavorare lì è un miracolato. Il presidente francese Sarkozy nel 2008 ha conferito a questo missionario, che appartiene all’ordine dei Vincenziani, l’onorificenza più alta. In Francia Pedro è una specie di istituzione, perché incarna la Chiesa che difende l’umanità, rendendo concreto il discorso della Montagna. Papa Francesco ieri pomeriggio è andato a trovarlo: voleva controllare di persona se rispondesse al vero quello che gli avevano raccontato.

L’incontro
Una volta varcato il cancello di Akamasoa, le stradine cambiano di colore. Il rosso della terra battuta diventa grigio perché le vie sono lastricate con sampietrini ricavati dalla cava; le casette sono in muratura hanno il tetto aguzzo, i canali di scolo e le staccionate colorate, così di colpo ti trovi dall’Africa in Slovenia. Intanto, oltre il cancello, la miseria ricompare deforme e sovrasta ogni cosa in una nazione dove 9 persone su 10 vivono con meno di 1 dollaro e mezzo al giorno. 

Francesco è uscito da lì con gli occhi umidi e ha ripetuto quella frase dell’apostolo Giacomo: «La fede, se non è seguita dalle opere, in se stessa é morta». Poi ha lanciato un messaggio per l’Africa. «Bisogna raggiungere modelli di sviluppo che privilegino la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale». Alla cava delle pietre, quasi sull’orlo della cattedrale rovesciata, ha recitato una preghiera contro la disoccupazione: «Dio di giustizia, tocca il cuore di imprenditori e dirigenti: provvedano a tutto ciò che è necessario per assicurare a quanti lavorano un salario dignitoso e condizioni rispettose della loro dignità di persone umane».

domenica 8 settembre 2019

Yemen: 130 cadaveri in carcere bombardato - Soccorritori stanno scavando sotto le macerie

Ansa
Sono almeno 130 i cadaveri recuperati in Yemen dal carcere bombardato dalla Coalizione a guida saudita lo scorso 1 settembre. Lo riferisce la Croce Rossa. 


I soccorritori stanno ancora scavando sotto le macerie e temono ci possano essere altri corpi: si ritiene vi fossero almeno 170 persone nella struttura, trasformata in carcere dai ribelli Huthi.

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.