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lunedì 18 novembre 2019

Bambino di 9 mesi morto per disidratazione nel campo di Moria a Lesbo. Accade in Europa

Corriere della Sera
Morire a 9 mesi di disidratazione nel 2019. Accade in Europa, sull’isola greca di Lesvos. «L’ospedale di Lesvos ci ha confermato che un bambino di 9 mesi è morto alcuni giorni fa per una grave disidratazione nel campo di Moria, in Grecia. Siamo devastati da questa nuova tragedia». 


E’ sabato sera quando l’ong Medici Senza Frontiere denuncia su Twitter l’accaduto. La notizia arriva dopo che le autorità greche hanno trasferito 424 migranti e rifugiati dall’isola di Lesvos alla terraferma nell’ambito di un piano elaborato dal governo di Atene per ridurre il numero di persone che vivono nei centri di accoglienza sulle isole.

E mentre per mercoledì è prevista l’evacuazione di altri 200 stranieri, l’agenzia di stampa Amna spiega che sono circa 15mila le persone accolte nel centro di Moria a Lesbo. Attualmente il centro ospita un numero di persone tre volte superiore alla sua capacità. Solo nel fine settimana sono più di 300 i migranti e i richiedenti asilo arrivati a Lesvos. A settembre sono stati invece oltre 10mila i migranti arrivati sulle isole, contro i quattromila del 2018, secondo dati Onu.

Come denuncia la ong Medici Senza Frontiere «le terribili condizioni di vita e la mancanza di cure adeguate» nel centro per migranti sull’isola greca sono le responsabili di questo decesso. «Oggi ci sono oltre 15.000 persone intrappolate nel campo di Moria, tra cui 5.000 minori. Dovrebbero essere allontanati da questo inferno ORA», conclude Msf. Sul campo di Moria infatti più volte sono stati presentati appelli, inchieste e interrogazioni.

E se sulle isole - Lesvos e Samos gli hotspot principali - la situazione è tragica, non va meglio a terra. Secondo la rivista tedesca Der Spiegel, la Grecia è accusata di aver respinto illegalmente 60 mila migranti ai suoi confini con la Turchia. 

Nella fattispecie, si tratterebbe dei cosiddetti «push backs», respingimenti che violano il diritto europeo e internazionale, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo di assicurare la possibilità di presentare domanda d’asilo, con tutto quel che tali procedure comportano. 

Secondo le accuse, che sono condivise anche da alcune organizzazioni per i diritti umani, le autorità greche respingerebbero da anni illegalmente migranti al fiume Evros. L’ultimo caso sarebbe di pochi giorni fa: lo scorso 3 novembre la polizia turca aveva intercettato 252 profughi vicino al confine di Kapikule. Qui gli agenti si sarebbero resi conto che i migranti erano riusciti ad arrivare fino in Grecia: ma da qui sono stati rimandati via senza che fosse data loro la possibilità di presentare domanda d’asilo.

Sul tema migranti le relazioni tra la Turchia e la Grecia sono sempre più tese: a inizio mese il ministero degli Esteri di Ankara ha parlato esplicitamente di arresti arbitrari, di migranti picchiati, talvolta derubati dei loro vestiti e poi rispediti in Turchia senza passare dalle regolari procedure. «Abbiamo documenti e fotografie», ha aggiunto il ministero. Dichiarazioni che però vanno inserite nel quadro dei rapporti tra Ankara e Bruxelles, complicati anche dal lancio dell’operazione militare nel nord Est siriano. Il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha reagito seccamente: «Coloro che usano la crisi dei migranti per utilizzare i perseguitati come pedine per i propri obiettivi geopolitici dovrebbero fare più attenzione quando si rivolgono alla Grecia». La polemica, peraltro, va ad aggiungersi ai ripetuti avvertimenti lanciati dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha minacciato di «riaprire i confini» verso l’Europa, se l’Ue non manterrà le promesse fatte al tempo della sottoscrizione dell’accordo sui migranti del 2016, che Ankara ha chiesto di rinegoziare.
Marta Serafini

Milano - 19 novembre 2019 - I Rom di via Rubattino 10 anni dopo - Un'Integrazione possibile

Comunità di Sant’Egidio - Milano


COMUNICATO STAMPA

A 10 anni dallo sgombero della baraccopoli di via Rubattino: 73 famiglie rom in casa, donne e uomini lavorano, ragazzi alle superiori
La Comunità di Sant'Egidio fa il punto sulle storie dei rom sgomberati dieci anni fa a Milano: uno dei più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia

Il 19 novembre 2009, 400 rom romeni venivano sgomberati dalla baraccopoli di via Rubattino a Milano. In un clima ostile e di "caccia all'uomo", diversi bambini arrivarono ad essere sgomberati 20 volte in un anno, costretti a cambiare 8 scuole in tre anni. La Comunità di Sant'Egidio, insieme a tanti cittadini della zona ("Mamme e maestre di Rubattino"), reagì con azioni solidali, come le insegnanti che ospitarono gli alunni sgomberati.
Il 19 novembre 2019, la quasi totalità di quelle persone (73 famiglie) vive in casa, è finito il tempo delle baracche e dei topi; in ogni nucleo almeno un adulto lavora; il 100% dei minori frequenta le scuole dell'infanzia, primarie e medie, molti ragazzi studiano alle superiori e fanno volontariato.
Alla vigilia della Giornata dei diritti dell'infanzia, la Comunità di Sant’Egidio invita alla serata "I Rom di Via Rubattino 10 anni dopo. Immagini, video e racconti di un'integrazione possibile" (19 novembre, ore 20.30, CAM Garibaldi, Corso Garibaldi 27).

Persone rom porteranno la loro testimonianza, interverranno l'Assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e Milena Santerini dell'Università Cattolica e Comunità di Sant'Egidio; coordinano Stefano Pasta, Assunta Vincenti, Flaviana Robbiati e Elisa Giunipero. Sarà proiettato il video "Mi sembra che è un sogno".

La vicenda dei rom di Rubattino rappresenta uno dei maggiori casi di superamento della baraccopoli e di accesso alla casa, tra i più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia. E' stato realizzato interamente da persone che hanno operato a titolo gratuito e volontario (gli operatori della Comunità di Sant'Egidio e i tanti cittadini che si sono uniti in questa catena di solidarietà).

Spiega la Comunità di Sant'Egidio, che in questi anni ha coordinato le azioni solidali di tanti milanesi: "Dieci anni di amicizia ci dicono che tanti muri sono stati abbattuti, tante cose che ritenevamo impossibili sono diventate la normalità: è normale che un ragazzo finisca le medie e si iscriva alle superiori, è normale che due amici rom e non rom escano insieme a Milano che è la città di entrambi, è normale che un anziano milanese sia accudito da una donna rom. E' diventato normale che persone tanto diverse si sentano parte della stessa famiglia. E' stata un'amicizia che ha chiesto di cambiare a tutti, ai rom e ai non rom".

E ancora: "Nel 2009 attorno a famiglie e persone rom ci siamo legati e, negli anni successivi, abbiamo legato altri, mostrando come la solidarietà possa essere contagiosa. La vicenda di via Rubattino sconfigge la rassegnazione e ci insegna che è più bello per tutti - rom e non rom - vivere gli uni insieme agli altri e non gli uni contro gli altri".

Per informazioni:
Comunità di Sant’Egidio – Milano              santegidio.milano@gmail.com
Stefano Pasta, cell. 338.7336925               web www.santegidio.org

venerdì 15 novembre 2019

Gli anziani aumentano, ma mancano le badanti: meno 210mila in 7 anni. La chiusura agli immigrati causa disagio agli anziani, lavoro nero e mancato gettito da contributi

Avvenire

Le richieste sono in crescita, ma aumenta il lavoro nero o "grigio". Stranieri penalizzati per la mancanza di "quote" di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti "decreti flussi".


L’«esercito della salvezza» per centinaia di migliaia di anziani (e di loro famiglie) conta oltre 850.000 uomini; anzi, per la maggior parte si tratta di donne... E sono una "legione straniera". Parliamo dei lavoratori domestici, cioè colf e badanti, che a fine 2018 ammontavano esattamente – secondo gli elenchi Inps – appunto a 859.233, di cui 613.269 immigrati: un quarto esatto dei 2,4 milioni di lavoratori stranieri presenti nel Belpaese. 


Eppure le badanti risultano in calo: come mai? Ci sono forse meno anziani da assistere? Tutt’altro: l’utenza è in crescita ma – con essa – è in aumento purtroppo il lavoro nero. «Nel 2012 – spiega infatti Andrea Zini, vice-presidente dell’Associazione nazionale Datori di lavoro domestico (Assindatcolf) – i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. Quindi in 7 anni si sono persi 210mila contratti, a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro 'nero' o 'grigio' che nel settore ha percentuali altissime: si stima infatti che 6 domestici su 10 siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori». 

La stessa Assindatcolf presenta una fotografia aggiornata del settore grazie al Dossier Statistico Immigrazione 2019 elaborato da Idos Centro Studi e Ricerche e presentato ieri a Milano. Gli stranieri sono indispensabili soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza domiciliare, dove la loro incidenza supera il 70% del totale, ma di fatto sono penalizzati per la mancanza di 'quote' di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti 'decreti flussi'.

«Dal 2011 in poi – chiarisce Luca Di Sciullo, presidente Idos – l’Italia ha sostanzialmente bloccato i canali d’ingresso legali agli stranieri che intendano venire stabilmente per motivi di lavoro. Tanto che ad oggi, per molti migranti economici, l’unica possibilità di entrare in Italia è quella di unirsi ai flussi di chi arriva come richiedente asilo, pur non avendo i requisiti per il riconoscimento. Una situazione che da una parte penalizza il mercato del lavoro, lasciando scoperti ambiti a forte domanda di manodopera estera e aumentando il lavoro nero, e d’altra parte complica la già critica gestione dell’immigrazione, sciupando un potenziale beneficio per la società e lo Stato».

Da qui l’appello alla politica: «È necessario tornare a una programmazione dei flussi d’ingresso, prevedendo quote dedicate a lavoratori non stagionali e modificando anche il sistema di rilevazione del fabbisogno. Si devono prendere in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie, superando così una delle tante contraddizioni di una gestione miope».

giovedì 14 novembre 2019

Libano - L'inferno del carcere di Roumieh che racchiude disperazione, disgraziati e minori. 4.000 detenuti per 1.000 posti

Il Manifesto
Medio Oriente. Viaggio dentro il carcere di Roumieh, il più grande del paese: 4mila detenuti, profughi senza permesso, persone ai margini, bambini. Lo specchio di una società che chiede equità


Bisogna inerpicarsi su una strada tortuosa, che dal lungomare sale sui colli orientali della città, per scendere in uno dei peggiori inferni di Beirut e del Libano intero. Tutto intorno, a punteggiare uno scenario di cave e calanchi, una miriade di villette affacciate sul baratro raccontano di una speculazione edilizia che è diventata ormai un tratto distintivo di quella che chiamano la Parigi del Medio Oriente.

Una discesa, che è salita, agli inferi. Una contraddizione tra le molte che vive un paese scosso dai tumulti di quella che viene definita la nuova «primavera araba». Ma per capire le ragioni di una protesta così esplosiva – tanto da aver provocato in pochi giorni la caduta del governo – bisogna partire dalle radici. Scendere all’inferno per poter parlare di ciò che accade in superficie.

E Roumieh un inferno lo è. Un penitenziario che da solo assorbe più della metà dei detenuti di tutto il Libano: 4.000 prigionieri tra criminali comuni, profughi senza permesso, disgraziati rimasti ai margini di un sistema tra i più dispari che esistano, terroristi o presunti tali, minori.

A fronte di una capacità massima che si aggira attorno ai mille posti. Tuttavia, nella sua pancia, si agita molto di più. Ed è probabilmente la testimonianza più preziosa delle ragioni di una rivolta, che giura di diventare rivoluzione.

Non certo la prima che si promette all’ombra dei Cedri, senza che sia mai cambiato molto. Ma di sicuro finora capace di mettere in discussione la stessa architrave portante del paese. Quella fragile ma inespugnabile tela di ragno, intessuta tra 18 confessioni, che è sopravvissuta a tutti gli sconvolgimenti che l’Oriente Medio e Vicino ha vissuto negli ultimi settant’anni.

Il viaggio nell’inferno di Roumieh comincia di fronte a una sbarra mobile, pilotata dal braccio muscoloso di un agente della Isf (Internal Security Force). Cioè la polizia libanese, dipendente dal ministero dell’Interno che in Libano – altra amara contraddizione – è responsabile del settore penitenziario.

Quella che segue è un’interminabile via crucis di check point. La stessa che ogni settimana i familiari sono costretti a percorrere per incontrare i detenuti. Quindici minuti, one shot. Attraverso pannelli e inferriate e mediati dagli apparecchi, se il prigioniero è ancora in attesa di sentenza – e lo è nel 60% dei casi. In uno stanzone comune, se invece c’è già stata una condanna o se il detenuto è minorenne.

Come Youssef – nome di fantasia, per ovvie ragioni – che a dodici anni sconta una pena per omicidio. E nello strazio a guardarlo e ad ascoltarlo non può che tornare alla mente quel Cafarnao che nel 2018 è valso alla regista Nadine Labaki il premio della giuria al Festival di Cannes.

Ma i problemi non si fermano qui. «Il sovraffollamento è il più evidente – spiega Charlotte Tanios di Mouvement Social, una delle principali associazioni libanesi che da decenni lavora nelle prigioni – celle spesso da 70-80 persone, promiscuità e sporcizia ne sono allo stesso tempo cause ed effetti. Nessuna assistenza offerta dallo Stato, né servizi di socializzazione e riabilitazione. Le uniche attività svolte all’interno del carcere sono realizzate dalle associazioni».

Mouvement Social e Ajem (Association Justice et Miséricorde) sono i partner locali di un progetto presentato da Arci e Arcs e finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Si chiama «Droit» e ha l’ambizione di migliorare le condizioni detentive in Libano con azioni mirate e il potenziamento dei servizi socio-assistenziali prestati dalle associazioni.

Manal El Dika e Salma Maalouf lavorano dentro Roumieh proprio grazie ad Ajem. Assistente sociale la prima e psicologa la seconda. Raccontano delle paure dei detenuti. Che quella dei secondini – personale non formato, che nel carcere lavora praticamente per punizione – sarebbe la minore, visto che le guardie sono solo 90 in tutta la struttura.

«Semmai il detenuto ha paura degli altri prigionieri – dicono – Scoppiano continui scontri, specie tra sciiti e sunniti. Ma anche tra libanesi e stranieri (dall’inizio della guerra in Siria si stima che il numero di internati in Libano sia aumentato di oltre il 30%, ndr). A causa della scarsità di personale penitenziario, l’ordine è mantenuto grazie ai cosiddetti shawish: detenuti, che un po’ come i kapò gestiscono l’organizzazione interna di ciascuna sezione e cercano di evitare i problemi. Anche se i problemi rimangono».

Come le scarse condizioni igieniche: ogni sezione del carcere ha a disposizione un gallone al giorno di acqua – fredda, ovviamente – per la doccia. O il cibo, che tanto è pessimo che spesso non viene consumato. Oppure la mancanza di servizi sociali, con solo il 4% dei detenuti che ha accesso a formazione e assistenza. O ancora le condizioni psico-fisiche degli stessi. «Sono frustrati, depressi – continuano – Moltissimi si isolano e vivono in una realtà immaginaria. Aiutare queste persone è difficilissimo e i tentativi di suicidio sono all’ordine del giorno».

Problemi che, sommati all’analfabetismo, alla povertà, al vasto consumo di droga e alla mancanza di prospettive, fanno di Roumieh uno specchio aumentato della realtà sociale libanese. Quella che non sta all’inferno, ma che abita una superficie oggi scossa dalle rivendicazioni e dalle proteste popolari. Quella che magari questa volta riuscirà a farla, la rivoluzione.

Marco Pagli

mercoledì 13 novembre 2019

Migranti - Esame della proposta di legge popolare "Ero straniero" alla Camera - Realismo e non propaganda per il governo del fenomeno migratorio in Italia

Avvenire
Riprende alla Camera l'esame della proposta di legge popolare "Ero straniero". Meno nero, più regolarizzazione e un'entrata aggiuntiva per le casse italiane di circa un miliardo di euro l'anno. Sarebbero questi gli effetti del superamento della Bossi-Fini, la legge che dalla prossima settimana sarà rimessa in discussione. Riprende infatti alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero".



Il testo era stato incardinato un anno fa con la sola illustrazione da parte del relatore Riccardo Magi (+Europa). "Si tratta di una operazione di legalità a beneficio di circa 670 mila persone irregolari che saranno nel nostro Paese nel 2020" spiega Paolo Pezzo di Action Aid Italia, presentando la proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale nel 2017 sono state raccolte 90mila firme, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari".

La proposta prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati"; l'effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l'abolizione del reato di clandestinità.

La campagna è stata promossa da diverse associazioni fra cui, solo per citarne alcune, Fondazione Casa della Carità, Acli, Asgi, Centro Astalli, Legambiente, Federazione chiese evangeliche in Italia e con il sostegno di diversi sindaci ed altre organizzazioni. "Con un provvedimento di emersione dal nero e regolarizzazione, entrerebbe almeno un miliardo di euro ogni anno per lo Stato - spiegano i promotori.

Considerando l'emersione per 400 mila persone, quindi non per tutti, e considerando che il reddito medio mensile di un lavoratore in Italia è di 20.000 euro lordi l'anno, si avrebbe a regime una entrata di 2.232 euro all'anno a persona, che per 400 mila persone fa 893 milioni di euro di gettito fiscale".

"Sono tanti a sostenere - aggiunge il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), annunciando l'inizio della discussione che modifica la Bossi-Fini - che il decreto flussi annuale non garantisce più i fabbisogni del mercato del lavoro.

Lo dimostrano i dati: a inizio luglio erano più di 44mila le domande presentate per i lavoratori stagionali a fronte di 18mila ingressi autorizzati". Oggi, con un question time in commissione, Brescia chiederà al Ministero dell'Interno un aggiornamento sul numero di domande presentate. "La realtà parla sempre più forte della propaganda".

Nigeria. Hrw: migliaia di persone con problemi psichiatrici tenute in catene e vittime di abusi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un rapporto di Human Rights Watch denuncia  diffusione in tutta la Nigeria dell'abuso e della tortura dei pazienti con problemi di salute mentale, afferma che le persone vengono incatenate e subiscono violenze fisiche e sessuali inclusa la terapia con elettroshock nei centri gestiti da organizzazioni pubbliche e private.


Il rapporto di HRW mostra che gli interventi operati dal governo non sono riusciti a risolvere un problema diffuso in tutta la Nigeria. 
Stigma e idee sbagliate, comprese le convinzioni secondo cui le condizioni di salute mentale sono causate da spiriti maligni o demoni, di conseguenza i pazienti sono spesso detenuti, abusati e costretti a "dormire, mangiare e defecare all'interno dello stesso spazio confinato", spesso di fronte ad altri.

Sono presenti meno di 300 psichiatri in una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, la loro carenza aumenta il ricorso a centri di guarigione religiosa con trattamenti inadeguati. 

Una donna detenuta in un tradizionale centro di cura vicino alla capitale, Abuja, è stata trovata vincolata a un tronco d'albero con un anello di ferro. Era lì da tre settimane "con la parte superiore del corpo nuda ... non era in grado di muoversi e quindi è stata costretta a mangiare, urinare e defecare dove sedeva"

ES

Fonte: The Guardian: Abuse and torture of mental health patients ‘rife’ across Nigeria, says report

martedì 12 novembre 2019

Viterbo. Nuovo suicidio in carcere, ventenne trovato impiccato in cella

fanpage.it
Ennesimo suicidio nel carcere di Mammagialla. Ieri, poco dopo le 14, un ragazzo sudanese del 1995 si è tolto la vita appendendosi con le lenzuola. Il giovane era recluso nell'istituto penitenziario viterbese da poco tempo, secondo quanto appreso aveva dei problemi psichiatrici. Gli agenti della penitenziaria che lo hanno soccorso non hanno potuto far nulla, quando sono entrati in cella aveva già smesso di respirare.
Non è la prima tragedia che accade a Mammagialla. Lo scorso anno furono due i ragazzi morti suicidi in cella: Andrea De Nino a maggio e Hassan Sharaf a luglio. Avevano 36 e 21 anni. "Il problema - afferma il segretario dell'Uspp, Danilo Primi - è sempre lo stesso e lo abbiamo denunciato più volte. Non è possibile gestire la mole di detenuti psichiatrici, devono essere inseriti in strutture adeguate che possano seguirli. Viterbo sta diventando un putiferio".

Il Garante dei detenuti: "Dare risposta a disperazione stranieri in carcere" - "Ancora un suicidio in carcere, oggi a Viterbo. Un ragazzo di ventiquattro anni, detenuto da marzo, fine pena nel 2020, un anno circa il totale. Sudanese, non faceva colloqui né telefonate. Impressionano la giovane età, la solitudine, il fine pena breve, alla faccia di quelli che dicono che tanto in carcere non ci va nessuno, che sotto i due-tre anni di pena stanno tutti fuori". Lo ha dichiarato in un post su Facebook Anastasia, denunciando la vicenda.

"C'è una disperazione tra i giovani stranieri in carcere a cui non sappiamo dare risposta, minacciando loro solo la pena aggiuntiva della espulsione. Ancora una volta: non perdiamo tempo su presunte colpe individuali, della mancata assistenza, della mancata vigilanza, e pensiamo piuttosto se tutto questo carcere per cose da niente serva davvero a qualcosa".

Siria, sacerdote cattolico armeno Hovsep Petoyan, con suo padre uccisi dal Daesh

Avvenire
I due erano in auto, impegnati in una ricognizione sullo stato della chiesa armena di Deir ez-Zor, quando è scattato l'agguato, rivendicato dal Daesh.
Padre Hovsep Petoyan
Un prete cattolico armeno e suo padre sono stati uccisi oggi in un agguato rivendicato dal Daesh nel distretto siriano di Busayra, nella regione di Deir ez-Zor sotto controllo delle forze curdo-siriane. La zona si trova nel nord-est lungo il confine con la Turchia. Le prime informazioni parlavano di due preti, ma poi la radio pubblica dell'Armenia ha chiarito la dinamica.
Le vittime sono padre Hovsep Petoyan, della Comunità cattolica armena di Qamishli, e suo padre Abraham Petoyan. Quest'ultimo è rimasto ucciso sul colpo, mentre il sacerdote è deceduto poco dopo. Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro.
I tre erano in missione, a bordo di un Suv grigio, per ispezionare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena di Deir ez-Zor. Lungo la strada che collega Hasakeh a Deir ez-Zor l'auto su cui viaggiavano è stata crivellata di colpi.

Nella rivendicazione, apparsa sui suoi canali Telegram, il Daesh afferma che «due sacerdoti cristiani sono stati uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico» e pubblica la foto del documento di identità del sacerdote.

Nella stessa zona, sempre oggi, almeno sei civili sono stati uccisi dall'esplosione di tre bombe, scoppiate simultaneamente in un mercato. Si sarebbe trattato di una motocicletta imbottita di esplosivo e di due auto-bombe.

La Chiesa cattolica armena è una piccola ma antica comunità cristiana riconosciuta ufficialmente nel 1742. Oggi conta all’incirca seicentomila fedeli. Si tratta di una Chiesa patriarcale sui iuris cioè in piena comunione con Roma pur mantenendo una certa autonomia di riti. È presente prevalentemente in Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina. Ha sede centrale a a Bzoummar in Libano e il suo primate è il patriarca di Cilicia (Beirut). Attualmente Krikor Bedros XX Ghabroya, classe 1934, in carica dal 2015.

La comunità armena in Siria, i cui numeri attuali sono sconosciuti, è rappresentata dai sopravvissuti al genocidio ottomano degli armeni all'inizio del XX secolo. A Deir ez-Zor si trovano una chiesa e un memoriale dedicato ai martiri del genocidio armeno. La chiesa - scrive il portale curdo Rudaw - era stata fatta saltare in aria nel 2014. Sebbene i responsabili non siano mai stati identificati, alcuni hanno incolpato il Daesh, che all'epoca deteneva il controllo della maggior parte della provincia. Altri hanno puntato il dito contro Jabhat al-Nusra, ex affiliato di al-Qaeda in Siria.

lunedì 11 novembre 2019

Migranti. Patto "segreto" e illegale tra Libia e Malta per riportarli indietro

Il Riformista
Spunta un accordo segreto far Malta e Tripoli. Avrebbero stretto un patto in base al quale le Forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti diretti verso l'isola e riportarli in Libia. A rivelarlo è il giornale Times of Malta, che parla di accordo di "mutua cooperazione" siglato tra l'esercito della Valletta e la guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà come intermediario.
Il quotidiano maltese pone in evidenza la figura di Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione privati. Come controversa, peraltro, è anche l'attività della guardia costiera della Libia. "Abbiamo raggiunto quello che potreste chiamare un'intesa con i libici: quando c'è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità", ha dichiarato una fonte a Times of Malta.

La guardia costiera libica è stata accusata di violazioni dei diritti umani tra cui tortura, ostacolo alle attività di salvataggio delle organizzazioni umanitarie, legami con le gang del traffico di esseri umani. Fonti interpellate dal giornale maltese giustificano l'intesa in quanto - sostengono - si basa sul modello di quella già raggiunta tra Libia e Italia. Immediata l'accusa della ong che si occupa di soccorso ai migranti Alarm Phone che stigmatizza l'accordo come grave violazione del diritto: "Sebbene non sia una sorpresa - sottolinea - ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone in fuga da una zona di guerra di raggiungere un porto sicuro e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani".

La Valletta puntella l'accordo che fa già discutere. Un portavoce del primo ministro maltese spiega che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare e assicura che il Paese "rispetta sempre" le convenzioni e le leggi internazionali. "L'Ue - dichiara - si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l'ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall'Unione europea per la gestione dei migranti e contro il traffico di esseri umani".

Rassicurazioni di La Valletta a parte, la notizia dell'accordo qualche imbarazzo potrebbe crearlo, visto che proprio a Malta a settembre era stato firmato l'accordo fra cinque Paesi Ue, oltre a La Valletta, Francia, Germania, Finlandia e anche Italia.Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana usa toni durissimi e parla di "spregio" al diritto internazionale con l'unico obiettivo "di non avere grattacapi anche se ci sono esseri umani a rischio della vita". E chiede alla Ue e agli organismi internazionali, a partire dall'Onu, di avviare una commissione di inchiesta, perché "formalizzare i respingimenti, che sono illegali, è un'ombra pesante sul governo maltese".

Yemen. Torture nella prigione nascosta nel sito Total

Il Fatto Quotidiano
Violazione dei diritti dell'uomo. L'Osservatorio sugli armamenti e altre Ong hanno raccolto testimonianze di dissidenti "bastonati e rinchiusi" nell'area segreta degli Emirati a Balhaf. 

Sono stato rinchiuso in una cella. Poi mi hanno preso a pugni e bastonato, trascinato per la barba e colpito al volto. Mi hanno fatto credere che i miei compagni di cella mi avessero denunciato e accusato di far parte dell'Isis, di Al Qaeda o dei Fratelli Musulmani".

Mohammad (nome di fantasia) è yemenita. Sostiene di essere stato rinchiuso e picchiato dalle forze emirate a Balhaf, costa sud dello Yemen, in un sito industriale gestito dal consorzio Yemen Lng (Ylng) il cui principale azionista è il gruppo francese Total (circa il 40%).

La sua testimonianza emerge da un rapporto pubblicato giovedì scorso dall'Osservatorio sugli armamenti e dalla Ong SumOfUs, in collaborazione con Amici della Terra ("Operation Shabwa - La Francia e Total in guerra nello Yemen?"), che Mediapart e Le Monde hanno potuto consultare.

Vi sono prove che l'impianto di Balhaf è stato usato dagli Emirati Arabi Uniti come prigione segreta dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti "disumani e degradanti". I fatti risalgono al 2017 e 2018, durante la guerra, ancora in corso, tra i ribelli Huthi, un movimento politico islamico armato, e il governo di Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal 2015 dalla coalizione di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Abbiamo contattato sia Total che Ylng, senza risposta.
[...]
Le associazioni denunciano anche la creazione sul sito nel 2017 e 2018 di una prigione segreta, basandosi sulle testimonianze di due yemeniti, tra cui Mohammad. "Tra 5 e 10 detenuti sono ammassati in celle minuscole, di 5-8 metri quadrati. Dormono per terra. Non c'è acqua corrente e si soffoca per il caldo. Vengono segnalati casi di tortura e maltrattamenti: i prigionieri sono picchiati e i malati lasciati senza cure", si legge nel rapporto. Anche l'associazione Sam di Ginevra per i diritti e la libertà aveva registrato l'arresto nell'agosto 2017 e la detenzione nel sito di Balhaf di diverse persone, tra cui bambini.
[...]
"Le persone che vi sono rinchiuse sono in genere accusate di appartenere a al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap)", scrivono l'Osservatorio sugli armamenti e Sum Of Us. Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, verrebbe preso di mira anche chi critica la coalizione e i suoi alleati, tra cui attivisti e giornalisti, nonché sostenitori e membri del Congresso di riforma yemenita. "Tuttavia - scrive ancora Amnesty - molti arresti si baserebbero su sospetti infondati e vendette personali".

La Ong reclamava già nel luglio 2018 l'apertura di "inchieste per crimini di guerra". "In queste carceri si sono verificati atti di tortura", hanno dichiarato a Media-part Bonyan Jamal e Ali Al Razzaqi, due avvocati della Ong yemenita Mwatana for Human Rights, che lavorano sulle prigioni segrete. Le associazioni chiedono ora l'apertura di una commissione d'inchiesta per fare luce sulle responsabilità della Francia nella situazione in Yemen.

Dopo le rivelazioni di giovedì, Total ha diffuso un comunicato: "Total è stato informato nell'aprile 2017 dalla Yemen Lng, della requisizione, da parte delle autorità internazionalmente riconosciute dello Yemen, di una parte delle installazioni del sito di Balhaf, non in uso, a favore delle forze della coalizione". Ma che Total "non dispone di informazioni relative all'uso che la coalizione ne fa".

*Traduzione di Luana De Micco

domenica 10 novembre 2019

Antisemitismo in Europa - Danimarca, profanate 80 lapidi in un cimitero ebraico Dipinte con vernice verde e rovesciate.

Ansa
Oltre 80 lapidi sono state vandalizzate in un cimitero ebraico risalente al 1807 a Randers, una cittadina danese dello Jutland. 


Lo riporta il giornale locale Randers Amtsavis. Le lapidi sono state dipinte con graffiti verdi e alcune sono state rovesciate. Sono in corso le indagini della polizia. "Abbiamo uno dei più antichi siti di sepoltura ebraici e lo custodiremo sempre", ha denunciato il sindaco della cittadina Torben Hansen.

Su una delle lapidi è stato anche incollato un adesivo giallo con la stella di David e la scritta 'Jude'. Non è chiaro quando sia avvenuto l'atto di vandalismo antisemita ma, sottolinea il quotidiano danese, non sembra del tutto casuale la coincidenza con l'81/o anniversario della Notte dei cristalli in Germania, quando tra il 9 e il 10 novembre del 1938 centinaia di cittadini ebrei furono uccisi dai nazisti e furono distrutte sinagoghe, cimiteri, negozi e case.

Rifugiati climatici - Saranno più di 200 milioni in questo secolo, ma non hanno nessuno status e nessun diritto

Il Manifesto
Migrazioni. Tra i 200 e i 300 milioni in questo secolo, secondo il Rapporto Green economy 2019. Non esiste ancora uno status che riconosca protezione a chi scappa dalle catastrofi ambientali


Potrebbero essere tra i 200 e i 300 milioni, le persone costrette a migrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici nel corso del secolo, sempre che non si riesca a contenere l’aumento di temperatura sotto dei due gradi come indica l’Accordo di Parigi.


Il dato si legge nell’ultima pagina della Relazione sulla Green Economy 2019 presentata il 6 novembre a Rimini in occasione della fiera Ecomondo. Per quanto sia difficile fare previsioni accurate e precise, questi numeri forniscono un ordine di grandezza della gravità del fenomeno. 

Del resto la Banca Mondiale, in un suo rapporto pubblicato lo scorso anno dal titolo Preparing for Internal Climate Migration (Misure per la migrazione climatica interna) stima in 143 milioni le persone che potrebbero essere costrette a spostarsi all’interno dei loro Paesi per sfuggire agli impatti a lungo termine dei cambiamenti climatici. 

Il fenomeno riguarderà maggiormente i Paesi più poveri, ma nemmeno l’Italia ne sarà immune: nella Relazione presentata ieri si fa una previsione su quello che potrebbe accadere nel nostro Paese in assenza di misure di mitigazione e adattamento: entro il 2050 le persone esposte solo al rischio inondazione per effetto dell’innalzamento del mare potrebbero essere dalle 72mila alle 90mila (oggi sono 12mila), mentre a fine secolo potrebbero salire a 198-265mila.

A livello globale i movimenti migratori più massicci avverranno in una cinquantina di Stati dove, per altro, si prevede che la popolazione raddoppi entro il 2050. Sono Paesi che hanno meno risorse per affrontare i rischi e la cui sopravvivenza dipende proprio da quei servizi ecosistemici (foreste, coste, laghi e fiumi) che sono più minacciati. Negli ultimi due decenni la maggior parte delle migrazioni riconducibili ai cambiamenti climatici si sono verificate nei Paesi non-Ocse, ovvero quelli in via di sviluppo, e il 97% degli sfollati per eventi estremi improvvisi del periodo 2008-2013 è avvenuto in Paesi a reddito medio basso.

A spulciare poi le comunicazioni nazionali che i vari Stati forniscono al segretariato dell’Accordo di Parigi, si scopre che 44 Paesi su 162 (principalmente da Africa, Asia Pacifico e Oceania) fanno preciso riferimento a fenomeni di migrazione, interna e non, dovuti al clima. Anche gli scienziati dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) mettono in guardia: nel rapporto presentato la scorsa estate dedicato al suolo e ai rischi di degradazione degli ecosistemi si avverte che questi fenomeni non faranno che amplificare la migrazione ambientale, là dove gli eventi estremi metteranno a repentaglio la sicurezza alimentare e la possibilità stessa di vivere in ambienti sconvolti dall’aumento delle temperature o dalla desertificazione dei suoli.

[...]

Daniela Passeri

Migranti - Il Memorandum Italia-Libia firmato con i criminali che gestiscono i lager, luoghi di tortura. Di Emma Bonino

Il Riformista
Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all'epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco. Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati "campi di accoglienza" sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.
Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l'arresto - oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani - è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l'ufficiale della guardia costiera. 

E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.

Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte "autorità libiche", ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all'innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione - come emerge da una recente inchiesta di Euronews, - a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall'Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.

La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che "l'esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse [...] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative". Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.

Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos'altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all'orrore dei campi libici.

E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall'ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l'attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell'Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall'ex ministro in altre circostanze - in particolare di fronte all'alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell'estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili - come gli accordi con la Libia - sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.

Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.

Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l'Italia e l'Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?

Emma Bonino

sabato 9 novembre 2019

Perugia - Presentazione del libro "Liberi dentro" presso l'Università per Stranieri -

Blog Diritti Umani - Human Rights
Mercoledì 20 novembre alle ore 16.00 - Perugia -  Palazzo  Gallenga - Sala Goldoni

L'Università per Stranieri di Perugia" promuove la presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

Saluto della Rettrice Giuliana Grego Bolli
Presiede e modera
Valerio De Cesaris - Università per Stranieri di Perugia
Intervengono:
Fabio Gianfilippi - Magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Spoleto
Stefano Anastasia - Garante dei Detenuti del Lazio e dell'Umbria
Luciano Morini - Comunità di Sant'Egidio
Chiara Pellegrini - Vicedirettrice del Carcere di Spoleto

Sarà presente l'autore

Presentazione del libro "Liberi dentro" tra gli eventi di "Milano Book City"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Domenica 17 novembre alle ore 16.00 - Casa dell'Amicizia - Via degli Olivarani, 3 
La Comunità di Sant'Egidio promuove la presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

Ne discuteranno con l'autore:
Lucia Castellano - Direttrice Generale per l'Esecuzione penale esterna e di Messa alla prova - Ministero della Giustizia
Don Virgilio Balducchi - Già Ispettore generale dei cappellani delle carceri
Don Gino Rigoldi - Cappellano IPM C. Beccaria - Fondatore Comunità Nuova


30 anni fa cadeva il Muro di Berlino e si è aperta una nuova epoca segnata dai muri. Nel 1989 i muri nel mondo erano 16 oggi sono 63

Corriere della Sera

Trent'anni fa la caduta di un Muro chiuse la Guerra Fredda. Trent'anni dopo l'America chiude i battenti, la più lunga serrata della storia, pur di costruire un Muro. 


Fino al 1989 l'Occidente voleva abbattere le barriere per liberare chi vi era rimasto dentro. Nel 2019 vuole innalzarle per tenere fuori chi vuole entrare. Non c'è niente di più simbolico di una semplice parete di cemento per capire come è cambiata la storia del mondo in soli tre decenni. 

Con il Muro di Berlino finì la grande illusione del comunismo; quella di un nuovo ordine liberale sta svanendo adesso.

Scambiammo la globalizzazione con il cosmopolitismo, e ne stiamo pagando il prezzo con la rivincita delle nazioni. La storia, che al professor Fukuyama sembrava finita, si è rimessa in moto, ma all'indietro. Quando i berlinesi si liberarono del loro, di muri nel mondo ce ne erano 16. Trent'anni dopo sono 63. Una recinzione per tener fuori i messicani si erge già per più di mille chilometri, con tanto di sensori elettronici e visori notturni, ma a Donald Trump non basta. Dal canto loro i messicani se ne sono fatta una per tenere fuori i guatemaltechi. L'Ungheria, il Paese che rese inutile il Muro di Berlino smantellando il filo spinato elettrificato che sbarrava la frontiera con l'Austria, e aprendo così un varco verso Occidente ai tedeschi in fuga dall'Est, si è ora rifatta la sua barriera di filo spinato, lunga 175 chilometri e alta tre metri e mezzo, sul confine con la Serbia, per fermare gli immigrati.

I popoli che erano rimasti imprigionati dietro la Cortina di Ferro oggi sono i più ansiosi di costruirsene una nuova. 

E dove c'è il mare, e non si possono costruire muri, si chiudono le frontiere, come con la Brexit, o i porti, come con Salvini. 

Da che mondo è mondo, le civiltà umane usano le opere in muratura come un codice politico, un programma culturale, costruendo o abbattendo. L'imperatore Quin Shi Huang unificò la Cina facendo la Grande Muraglia. I comuni italiani, al culmine del successo, elevarono cattedrali e torri. Osama bin Laden è passato alla storia per le sue doti di demolitore. Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti. Alla fine dell'Ottocento il Circo Barnum portò su quello di Brooklyn ventuno elefanti per convincere i newyorkesi che era stabile e solido. Genova deve ancora abbattere il ponte Morandi per poterne avere uno così.

Chi ha speranza costruisce strade. Sulle vie dell'impero romano ha viaggiato la civiltà, merci e idee, soldati e apostoli. Al suo apogeo la rete si dipanava per centomila chilometri di vie lastricate, che univano tra di loro 32 nazioni dei nostri giorni. Senza quelle strade il cristianesimo non ce l'avrebbe mai fatta a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo a grande velocità, e la storia d'Europa sarebbe forse stata diversa. Più barbarica, per dir così. 

Ecco perché lo scontro politico sulla Tav e le infrastrutture è tutt'altro che banale, e anzi è forse la vera chiave della tenuta del governo. Si confrontano due culture, non solo due partiti. I leghisti vorrebbero chiudere l'Italia al Sud, al flusso che viene dall'Africa, ma aprirla verso il Nord, ai commerci con l'Europa. I Cinque Stelle si sentono aperti al Mediterraneo, ma preferiscono chiudersi all'Europa, pur di non scavare una galleria in una montagna. Sono ecologisti, ma hanno più tolleranza per il gasolio dei gilet gialli che per i binari di un treno. Non vogliono i tunnel ferroviari ma neanche le autostrade. Sognano un'Italia a chilometro zero. Alla moviola. Speriamo almeno che tra i due contendenti non finisca in pareggio, con l'Italia che si chiude al Sud e al Nord contemporaneamente. Costruire è il destino dell'uomo. L'autostrada del Sole fu fatta al ritmo di 94 chilometri all'anno, e lo chiamammo boom economico. Nell'Italia di oggi non si muove niente, e la chiamiamo stagnazione.

Antonio Polito

venerdì 8 novembre 2019

Giappone. Detenuti di un Centro per l'immigrazione in sciopero della fame

Agenzia Nova
Una decina di cittadini stranieri detenuti presso un centro per l'immigrazione a Osaka, in Giappone, hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il protrarsi del loro confinamento nella struttura. 


Lo riferisce l'agenzia di stampa "Kyodo", secondo cui la maggior parte di quanti prendono parte allo sciopero della fame sono rinchiusi nel centro da oltre due anni. L'Ufficio per l'immigrazione giapponese non ha fornito commenti ufficiali, limitandosi ad affermare che "non esistono situazioni che necessitino di essere resi pubblici.

I detenuti chiedono un miglioramento dei servizi medici e una maggior selezione di beni acquistabili all'interno della struttura, oltre alla fine delle detenzioni di lungo termine e ai respingimenti ingiustificati delle richieste di rilascio. 

Ad aprile dello scorso anno 40 cittadini stranieri detenuti in un centro per l'immigrazione a Ushiku, nella provincia di Ibaraki, avevano intrapreso uno sciopero della fame dopo il suicidio di un uomo di nazionalità indiana nella struttura.

La clemenza dell'Oklahoma. 462 detenuti scarcerati. Il più importante provvedimento di clemenza nella storia degli USA

Internazionale
Il 4 novembre 462 persone detenute nelle carceri dell'Oklahoma per reati non violenti sono state scarcerate dopo che il governatore Kevin Scott, repubblicano, ha commutato la loro pena. Altri 56 detenuti torneranno in libertà nei prossimi mesi.

Un carcere in Oklahoma
"Si tratta del più importante provvedimento di clemenza nella storia degli Stati Uniti", scrive Vox, "ed è una delle tante misure adottate negli ultimi anni dall'Oklahoma per ridurre la popolazione carceraria e fare in modo che le persone condannate per reati non violenti riescano a rifarsi una vita e a reinserirsi nella società".

La decisione rivela un cambio di approccio sul tema dell'incarcerazione di massa, che non riguarda solo l'Oklahoma. In tutto il paese molti politici, sia democratici sia repubblicani, cominciano a dare retta agli studi secondo cui sentenze lunghe per reati non violenti non riducono il crimine e non rendono la società più sicura, e che dimostrano come l'attuale sistema sia discriminatorio nei confronti delle minoranze.

La vergogna continua! La giunta di destra di Pescara dice no alla cittadinanza onoraria per Liliana Segre.

Globalist
Da Carlo Masci una incredibile giustificazione: "dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce".

Alla fine non si smentiscono e, come al solito , trovano le scuse più adatte per non far vedere che non sopportano la senatrice a vita: "Mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria purché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce".
Frasi ignoranti e perfino provocatorie quelle pronunciate dal sindaco di centrodestra di Pescara, Carlo Masci, sulla proposta di Marinella Sclocco, consigliera comunale di centrosinistra, di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. 


Perché non si tratta di minacce contro il primo che passa per la strada, ma per una senatrice a vita testimone della Shoah e che rappresenta un esempio vivente della brutalità del nazi-fascismo e dell’obbrobrio dell’antisemitismo.

Ha detto Masci: "Segre è una persona che ha sofferto, che riconosciamo come simbolo e che invito ufficialmente a Pescara, il 27 gennaio, per la commemorazione della Shoah - ha proseguito Masci - Su questi argomenti non si può essere divisi, ma la proposta di Sclocco mi sembra strumentale e ritengo non si possano fare strumentalizzazioni per creare divisioni".

Dare la cittadinanza a Liliana Segre è strumentalizzazione politica?

giovedì 7 novembre 2019

Italia - La vergogna di dover proteggere Liliana Segre con una scorta!

La Repubblica
Segre sotto scorta, dopo le minacce assegnata tutela a senatrice a vita.
Dopo le minacce via web e lo striscione di Forza nuova esposto nel corso di un appuntamento pubblico cui partecipava a Milano, il prefetto Renato Saccone ha deciso di assegnare la tutela alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz quando aveva 14 anni.
 

Da oggi, avrà due carabinieri che la accompagneranno in ogni suo spostamento. La notizia è pubblicata su alcuni quotidiani milanesi, dopo le polemiche che hanno accompagnato il battesimo della commissione “Segre”, la commissione straordinaria che si occuperà del contrasto all'intolleranza, al razzismo, all'antisemitismo e all'istigazione all'odio e alla violenza.

La decisione di assegnare alla senatrice a vita è stata presa durante il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza che si è tenuto ieri. Sugli insulti e minacce ricevuti dalla senatrice via web la Procura di Milano ha aperto un'inchiesta allo stato contro ignoti. A occuparsene è il Dipartimento antiterrorismo. Sono oltre 200 i messaggio di odio online che la senatrice riceve quotidianamente.

Filippine continue violazioni dei diritti umani, 30.000 vittime nella guerra alla droga e tragico sovraffollamento nelle carceri. La Chiesa in difesa delle vittime e dei detenuti, alza la voce

Osservatore Romano
Pace e giustizia per le vittime degli omicidi extragiudiziali. E più dignità per i detenuti. E quanto torna a chiedere con forza la Chiesa cattolica nelle Filippine che tenacemente interviene in difesa di chi non ha voce. Ai ripetuti appelli dell'episcopato si è aggiunto nelle ultime ore quello lanciato da alcuni sacerdoti, che hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila.

Corpi accatastati nell'l'inferno del carcere di Manila (afp)
Il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes - riferisce l'agenzia Fides - hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga" lanciata dal governo, che avrebbe fatto circa 30.000 vittime in due anni. Padre Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese".

Infatti, "se i vivi sono silenziosi, come possono essere i morti a parlare?". Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perché l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini".

E ha invocato "il rispetto dello stato di diritto nel paese". Un appello dei vescovi al rispetto della dignità dei detenuti nel paese - dove le condizioni all'interno delle carceri sovraffollate vanno peggiorando - è contenuto in un messaggio diffuso in occasione della recente giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione sulla situazione dei carcerati. Un testo attraverso il quale l'episcopato ribadisce che "l'amore di Dio è incondizionato e radicale e si estende anche a coloro che hanno commesso il più atroce dei crimini".

Nel documento, a firma di monsignor Joel Z. Baylon, presidente della commissione per la pastorale carceraria e vescovo di Legazpi, la Conferenza episcopale delle Filippine si augura che la popolazione sia consapevole "della difficile situazione dei membri della comunità carceraria, in particolare le persone private delle loro libertà e delle loro famiglie".

[...]

E a seguire l'esempio di Papa Francesco che "ci implora di ricordare i prigionieri come parte della nostra missione di cura dei poveri, dimenticati e trascurati". Le parole del vescovo di Legazpi fanno eco all'appello a "trattare i detenuti con dignità" che il vicepresidente della Conferenza episcopale filippina, monsignor Pablo Virgilio S. David, ha rivolto nei giorni precedenti al governo e ai funzionari delle prigioni dell'arcipelago.

[...]
Secondo il rapporto di una commissione governativa, le condizioni all'interno delle carceri sono in netto peggioramento: il sovraffollamento delle strutture carcerarie ha raggiunto il 612 per cento, con una popolazione totale di 146 mila detenuti, rispetto a una capacità di circa 21 mila. Negli ultimi anni la popolazione carceraria è aumentata a seguito della politica antidroga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte.
Alcune ong fanno pressione sul governo chiedendo un'indagine approfondita sulle operazioni intraprese che avrebbero portato alla morte di almeno 30.000 persone. Nel giugno scorso, per il tredicesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine, la Chiesa ha ribadito la responsabilità dei legislatori a favore della vita e della dignità umana. I vescovi cattolici hanno protestato contro ogni tentativo di ripristinare la pena di morte.

"I legislatori hanno l'obbligo di opporsi a qualsiasi legge che attacca la vita umana", ha dichiarato Rodolfo Diamante, segretario generale della commissione per la pastorale carceraria.

mercoledì 6 novembre 2019

Migranti - Salvata per un soffio dal barcone, arriva in Italia con Sant’Egidio - Feven, eritrea rifugiata in Etiopia, ha 23 anni e un passato tremendo alle spalle.

Corriere della Sera
Aveva 17 anni quando suo padre morì a poche miglia da Lampedusa nella catastrofe del barcone affondato che il 3 ottobre 2013 provocò 368 morti e 20 dispersi. Feven, eritrea rifugiata in Etiopia, sei anni dopo aveva trovato il coraggio e si era messa in cammino verso il Sudan per fare lo stesso viaggio.
(foto Guaitoli)
E probabilmente la stessa fine. Ma a cambiare il suo destino Taddes, un amico del padre, l’ultimo dei superstiti di quel barcone, ripescato da un marinaio con una cintura, salvo per un soffio. Lui l’ha «chiamata ogni giorno», costretta a fermarsi e tornare indietro. 

Le ha fatto conoscere la possibilità dei corridoi umanitari organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio e ieri ha potuto abbracciarla a Fiumicino dove la ragazza è arrivata con un volo di linea dell’Ethiopian Airlines proveniente da Addis Abeba, assieme ad altri 50 profughi del Corno d’Africa che erano rifugiati da tempo in Etiopia. 

Gli occhi grandi, un sorriso dolcissimo, Feven al suo arrivo ha spiegato: «Ero nel campo profughi e avevo deciso di partire per l’Italia, alcuni familiari mi avevano pagato il viaggio verso il Sudan. Poi mi ha chiamato Taddes. All’inizio non gli ho creduto.E volevo arrivare in Libia per partire con la barca. Alla fine mi ha convinto».

I corridoi umanitari
Sono oltre 2800 le persone messe in salvo in Europa con i corridoi umanitari di Sant’Egidio che fa da tramite a volte con i valdesi, a volte, come in questo caso con la Cei. Feven è subito partita per Bologna dove sarà accolta da una famiglia. 

Gli altri 50 andranno in diverse città (Roma, Bologna, Firenze, Genova, Gubbio, Martina Franca, Milano, Padova) presso associazioni, parrocchie, appartamenti di privati e istituti religiosi, con il supporto di famiglie italiane che si occuperanno di accompagnare il percorso d’integrazione sociale e lavorativa sul territorio, garantendo servizi, corsi di lingua italiana, inserimento scolastico per i minori, cure mediche adeguate. Per molti di loro si è trattato di un ricongiungimento familiare. 

Attualmente previsto solo per coniugi e figli minorenni, e quindi impossibile per chi, maggiorenne come Feven, voglia ricongiungersi ai genitori.

Virginia Piccolillo

Ormai la lotta al razzismo non è più valore assoluto. In Lombardia la "destra" boccia la commissione contro il razzismo e si ripete la vergogna vista in Parlamento

Globalist
Il Pd aveva proposto di istituire in regione un organo simile a quello voluto da Liliana Segre e approvato dal Senato.


Il Consiglio regionale della Lombardia ha respinto con 42 No e 30 Sì la proposta del Pd di istituire una commissione consiliare speciale “per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” sul modello di quella approvata in Senato su proposta della senatrice a vita Liliana Segre. Contrari Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, il gruppo Misto e gli altri esponenti del centrodestra, favorevoli Pd, M5S e gli altri consiglieri di opposizione.


La richiesta era stata inserita su proposta del consigliere Pd Pietro Bussolati tra i punti della mozione urgente presentata da Monica Forte del Movimento 5 Stelle, che è stata votata per parti separate. 

Gli altri punti sono stati approvati da tutte le forze politiche tranne Fratelli d’Italia e Viviana Beccalossi del Gruppo Misto, ma con alcune modifiche richieste dalla maggioranza. In sintesi il testo definitivo votato dall’Aula impegna la giunta regionale a invitare la senatrice Segre a una visita istituzionale in Consiglio regionale, “con l’auspicio - aggiunto da Forza Italia - che tale visita avvenga in una data vicina al giorno della memoria”. 

Inoltre, a “manifestare a Liliana Segre la stima e la profonda solidarietà per le ignobili aggressioni di cui è stata oggetto e il nostro profondo rispetto per la sua storia personale sulla quale non è tollerabile alcuna forma di negazionismo e sottovalutazione”.
Su richiesta della Lega, infine, nelle premesse è stato posto un accenno di condanna alle contestazioni subite dalla Brigata Ebraica nel corso del corteo del 25 Aprile a Milano.

martedì 5 novembre 2019

Stati Uniti - South Dakota - Detenuto ucciso con un'iniezione di Pentobarbital, centro delle proteste e boicottata dalle case farmaceutiche, riesplode la polemica.

Avvenire
I legali del condannato in South Dakota si erano rivolti alla Corte Suprema, giudicando inumano l'utilizzo del farmaco già al centro delle proteste. 

Ma i giudici hanno rigettato il ricorso. Un detenuto condannato per avere pugnalato a morte un ex collega di lavoro nel 1992 è stato ucciso con un'iniezione letale in South Dakota dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di interrompere l'esecuzione in seguito a un appello in extremis dei legali dell'uomo. 

Charles Rhines, 63 anni, è apparso calmo durante l'esecuzione e secondo i testimoni c'è voluto solo un minuto perché il Pentobarbital usato nello Stato avesse effetto. L'uomo è stato dichiarato morto cinque minuti dopo.

Rhines si era opposto all'uso del farmaco, sostenendo che non si tratta della sostanza ad azione ultra rapida cui a suo parere aveva diritto. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto tuttavia tale appello. Il Pentobarbital è usato da diversi Stati Usa nelle esecuzioni, tra cui Georgia, Missouri e Texas. 

L'esecuzione riapre la polemica sull'uso del farmaco, ormai difficilmente reperibile negli Usa dopo il boicottaggio imposto dalle principali ditte produttrici europee, e soprattutto dopo le proteste di molte Ong che giudicano inumano il trattamento riservato ai condannati.

Turchia. Torna libero l'intellettuale Ahmet Altan, dopo 3 anni di carcere per il tentato golpe.

La Repubblica
Lo scrittore Ahmet Altan, 69 anni, uno degli intellettuali più celebri in Turchia, ex direttore di giornale e autore di libri noti in Italia, torna in libertà dopo più di 3 anni di carcere. Il tribunale d'appello di Istanbul ne ha disposto ieri sera la scarcerazione.

Grande la felicità, ma anche la cautela nella famiglia: lo scorso anno era stato già rilasciato, ma una corte ne aveva disposto il nuovo arresto nemmeno 24 ore dopo. Ieri mattina, difatti, il pubblico ministero aveva chiesto per lui e per la giornalista tv ed ex deputata Nazli Ilicak, 75 anni, una condanna a 10 anni di carcere.
 

Ma la richiesta, formulata in un nuovo processo dopo che era stata emessa per entrambi la pena dell'ergastolo, era stata rovesciata dalla Suprema Corte d'appello a luglio, benché non ratificata.

Nella serata di ieri nuovo colpo di scena, con l'annuncio dell'imminente scarcerazione. Tutti e due i giornalisti erano stati accusati di avere favorito il golpe, poi fallito, del 15 luglio 2016 contro il presidente Recep Tayyip Erdogan per averne parlato in tv due giorni prima che avvenisse. Erano stati fermati nelle ore successive al mancato colpo di Stato. 

Assieme a loro era stato imprigionato anche il fratello di Ahmet, Mehmet Altan, noto economista di tendenze marxiste, rilasciato solo nei mesi scorsi. Per Altan e Ilicak è stata ora disposta la libertà vigilata. Ahmet Altan in Turchia è considerato un campione degli intellettuali liberal.

Fondatore del quotidiano Taraf durissimo con la casta militare, era stato poi accusato di ricevere fondi dal predicatore Fethullah Gulen considerato da Ankara come la mente del golpe, e il quotidiano era stato così chiuso pur costituendo una vera novità nel panorama editoriale turco. Altan è autore di romanzi e saggi, tra cui una surreale descrizione del proprio processo nel diario "Non rivedrò più il mondo".
Marco Ansaldo

lunedì 4 novembre 2019

Migranti. Stipati in un tir in Grecia. 41 afghani rischiavano di morire

Avvenire
Erano 41, e non 80 come precedentemente riportato da diversi media greci, le persone migranti privi di documenti ritrovati stipati in un camion frigorifero in un'autostrada nel nord della Grecia.

Quarantuno persone migranti erano stipate in un camion container in condizioni al limite del soffocamento: il tir è stato fermato dalla polizia greca nella città di Xanthi. Molti degli uomini, dai 20 ai 30 anni, hanno accusato problemi respiratori e sono stati portati in ospedale.


Il conducente del camion è stato arrestato. Secondo le prime ricostruzioni le persone erano tutte originarie dell'Afghanistan anche se la polizia sta ancora eseguendo controlli di identità per confermarlo. L'impianto di refrigerazione non era in funzione al momento del fermo.

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

domenica 3 novembre 2019

Amazzonia, ucciso un altro leader indigeno Paul Paulino Guajajara: proteggeva la foresta

PresenzaOsservate bene questa foto, è il volto di un giovane ragazzo indigeno; era un “Guardiano” un Custode della Foresta, un protettore di Madre Terra e su di essa vegliava. Nato e vissuto nel verde dell’Amazzonia, cresciuto nel parlare degli uccelli, nello scorrere dell’acqua che si fa vita dentro la linfa dei maestosi alberi, dipinto sul volto dei colori, dei disegni, dei simboli delle creature che popolano l’oceano verde chiamato Amazzonia.

Lo hanno strappato alla vita, in questi giorni se ne apprende la la notizia. Un agguato di taglialegna intenti a tagliare alberi all’interno del territorio indigeno di Araribóia, regione di Bom Jesus das Selvas, Maranhão.


Gli hanno sparato nel mezzo ai villaggi di Lagoa Comprida e Jenipapo. Riverso in terra come ad abbracciarla ancora un’ultima volta. Lo hanno trovato così, venerdì 1° novembre, un giovane indigeno, si chiamava Paul Paulino Guajajara.

Secondo le informazioni ottenute ad oggi, anche il guardaboschi assegnato formalmente a quella zona, Laércio Guajajara è stato colpito durante l’attentato. Pare che nell’attentato sia morto anche uno dei taglialegna, il corpo poi fatto sparire dagli altri taglialegna prima dell’arrivo delle autorità brasiliane.

Siamo di fronte all’incapacità dello Stato brasiliano governato da Bolsonaro di proteggere i territori indigeni, di salvaguardare la foresta, i “Guardiani della foresta” i popoli indigeni in questo momento ne stanno pagando il prezzo più alto, con morti e uccisioni che avvengono tutte le settimane, una incapacità che spesso sfocia nella complicità del governo brasiliano, nell’aver promesso ai grandi proprietari terrieri e alle grandi aziende multinazionali di poter sfruttare vaste zone della foresta amazzonica.