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lunedì 17 febbraio 2020

I migranti irregolari e senza diritti fonte di mano d'opera per il caporalato anche in Veneto: pagati 3 euro all’ora per 11 ore di lavoro al giorno

Fanpage
Nelle province di Venezia, Padova e Rovigo lavoratori immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno venivano costretti a lavorare nei campi per undici ore al giorno in cambio di un salario di appena tre euro all’ora. Gli operai erano senza contratto, senza protezioni e non godevano di nessun giorno di riposo.

Nei campi per undici ore al giorno in cambio di una retribuzione di appena tre euro all'ora. L'ennesima storia di sfruttamento arriva dal ricco nordest, dove due giorni fa i carabinieri della Tutela del lavoro di Venezia con il supporto dell’Arma territoriale di Venezia, Padova e Rovigo, a conclusione dell'indagine “Miraggio”, hanno eseguito quattro misure cautelari consistenti nell’obbligo di dimora nei confronti di altrettanti cittadini marocchini responsabili di aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera. 

Le indagini hanno consentito di accertare come i "caporali" impiegassero 13 loro connazionali, alcuni irregolari, nella raccolta dell’uva e potatura dei vigneti privi di ogni dispositivo di protezione.

L'inchiesta ha permesso di scoprire un'organizzazione che operava nella zona di Cavarzere e nelle province di Padova e Rovigo attraverso un'impresa agricola che reclutava la manodopera per lavorare in aziende della zona. Il "business" della società si concentrava nello sfruttamento di operai extracomunitari sprovvisti di permesso di soggiorno. A finire sotto la lente d'ingrandimento dei militari sono stati cinque uomini marocchini: uno era il titolare dell'azienda, un altro aveva il compito di pagare i lavoratori, mentre gli altri svolgevano le funzioni proprie del "caporale", cioè reclutando, trasportando e sorvegliando la manodopera nei campi. Fondamentali per smascherare l'organizzazione sono state le testimonianze di numerosi lavoratori, oltre a servizi specifici di controllo e pedinamento.

Le indagini hanno portato alla luce un'associazione per delinquere che approfittava dei bisogni e della vulnerabilità dei lavoratori, che venivano reclutati con l'inganno di un contratto regolare di lavoro dipendente. In realtà, la manodopera era ridotta ad uno stato di soggezione lavorativa continuata, senza riposo settimanale e ferie. Dei contratti non c'è mai stata traccia e i lavoratori erano costretti ad operare senza le minime precauzioni di sicurezza, salute ed igiene, sotto la minaccia di perdere il lavoro.

domenica 16 febbraio 2020

USA - Trump manda le truppe speciali a caccia di migranti rifugiati nelle città santuario San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston

Avvenire
Un centinaio di agenti, anche delle forze speciali, fino a maggio saranno schierati nei centri che offrono ospitalità ai profughi senza documenti: San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston.
Una retata di immigrati irregolari della Homeland Security a San Francisco - Ansa
Non ha più freni e con l'approssimarsi del voto di novembre, il presidente Donald Trump vuole dimostrare di essere ciò che ha promesso di essere: il cacciatore degli illegali. A un anno dalle norme che impediscono ai profughi di entrare negli Stati Uniti dall'America Latina per chiedere il visto, ieri sera la Casa Bianca ha annunciato l'inasprimento delle misure per dare la caccia agli illegali che già si trovano sul territorio statunitense.

L'Amministrazione Trump ha deciso di inviare nelle "città santuario" agenti specializzati (si parla di un centinaio di persone che si affiancano al personale federale di controllo delle frontiere, Ice, e della Homeland Security) per contrastare l'immigrazione illegale. 

Gli agenti specializzati, tra cui anche appartenenti a corpi d'assalto, verranno spostati dal confine con il Messico in città come New York, Chicago e altre che hanno dichiarato pubblicamente di non voler perseguire i cittadini sprovvisti di documenti legali. 

Altri agenti sono attesi a San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston, New Orleans, Newark e Detroit. 

La decisione arriva dopo l'annuncio dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna dell'adozione di misure speciali per colpire gli immigrati. Gli agenti verranno dislocati nei vari centri fino a maggio inoltrato. 

Obiettivo dell'amministrazione è lanciare una grande campagna contro l'immigrazione clandestina e contrastare il boicottaggio attuato da molte città che starebbe "rendendo più difficile" il lavoro di contrasto degli irregolari.

Coronavirus - Aiutare ora la Cina è un banco di prova per l'umanità. Spazzare via razzismi e sovranismi non è solo un'opportunità ma una necessità.

Globalist
C'è qualcosa di diabolico in ciò che sta accadendo in Cina. Tutti stanno fuggendo dalla Cina ma la Cina non può fuggire da tutti noi. La Cina è la nazione più popolata del mondo, è la nazione più industrializzata, e i cinesi sono dappertutto in mezzo a noi.



Il panico non serve. È urgente guardare in faccia la realtà. Mentre le voci di cittadini infetti si rincorrono ai quattro angoli del globo viene da pensare all'Africa, continente in cui i cinesi sono massicciamente presenti, dove ancora non si segnala nemmeno un caso di corona virus. Ma sappiamo bene quali sono le condizioni igieniche africane e non occorre una fervida immaginazione per intuire cosa potrebbe accadere se il virus si diffondesse anche in Africa.

Da quando è esploso il problema del cambiamento climatico, il nostro pianeta ci appare sempre più piccolo e problematico. I problemi riguardano tutti, senza nessuna eccezione, e li possiamo risolvere soltanto lavorando tutti insieme.
Tutti i paesi industrializzati che fanno affari in Cina, dopo aver messo in salvo tutti i loro connazionali, dovranno pensare al più presto a come aiutare la Cina. Non avremmo mai immaginato che potesse accadere qualcosa del genere ma è accaduto. 

Vedevamo la Cina come un gigante spavaldo e inattaccabile, ma eccola in ginocchio. E se la Cina dovesse precipitare, la sensazione è che potremmo precipitare tutti insieme nello stesso baratro.
Ecco un banco di prova importante per tutta l'umanità. Ecco l'occasione giusta per spazzare via razzismi e sovranismi. Ma non è soltanto un'opportunità. È soprattutto un obbligo. Non c'è tempo da perdere.

venerdì 14 febbraio 2020

Siria - Campo profughi - Iman, bambina di 1 anno e mezzo muore di freddo nelle braccia del padre

Adnkronos
Morta di freddo a un anno e mezzo in un campo profughi nel nord-ovest della Siria. Quella della piccola Iman Mahmoud Laila è solo una delle tante tragiche storie della catastrofe umanitaria che affligge il Paese, dove secondo le ong è ormai in corso un'ecatombe di bambini. 
A riportare la vicenda della piccola Iman, è la Rete siriana per i diritti umani che racconta come la bambina e i suoi genitori, scappati dalla Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, avevano trovato rifugio in un improvvisato centro per sfollati nel villaggio di Ma'rata, a ovest della città di Afrin, nella provincia di Aleppo.

Le rigide temperature e le nevicate degli ultimi giorni hanno fatto ammalare la bambina e ieri, quando la piccola ha cominciato ad avere problemi respiratori, il padre ha deciso di portarla all’ospedale Al-Shifa di Afrin, distante pochi chilometri. L'uomo ha avvolto la figlia in una coperta e, stringendola al petto, ha camminato per circa due ore prima di raggiungere la clinica, dove però è arrivata priva di vita.

Secondo quanto ha scritto il dottor Housam Adnan su Facebook, Iman era morta per assideramento un’ora prima, tra le braccia del padre. "Questa mattina presto, una bambina è arrivata nel nostro ospedale di Afrin – si legge nel post – l’ha portata suo padre dalla tenda in cui vivono a pochi chilometri da qui perché accusava problemi respiratori. Gli ha messo addosso tutto ciò che possedeva per tenerla al caldo. Ha fatto tutto il possibile per scaldare il suo cuoricino. L’ha abbracciata forte e piangendo ha camminato dalle cinque del mattino nella neve e nel vento. Ha camminato tra le macerie del suo Paese. I suoi arti erano congelati, ma il suo cuore continuava ad abbracciarla. Ha camminato per due ore prima di arrivare al nostro ospedale. Quando siamo riusciti a separarlo dalla figlia, abbiamo visto il viso angelico della bambina, sorridente. Ma immobile. Abbiamo provato a sentire i battiti del suo cuore ma era morta! Un’ora fa! Quest’uomo ha portato il corpo della figlia senza saperlo".

giovedì 13 febbraio 2020

Bangladesh, almeno 15 morti e 50 dispersi in naufragio rifugiati Rohingya.

TGCOM24
E' di almeno 15 morti e una cinquantina di dispersi il bilancio delle vittime del naufragio al largo delle coste del Bangladesh di un'imbarcazione carico di rifugiati Rohingya. 

A bordo del peschereccio, lungo 13 metri, si trovavano 138 persone. L'incidente è avvenuto nelle vicinanze dell'isola di Saint-Martin, nei pressi della costa del distretto di Cox's Bazar in cui circa un milione di rifugiati vivono in campi profughi.

Rapporto ONU - Nel mondo 300 mila bambini soldato in 20 conflitti armati, 12.000 bambini uccisi o mutilati nel 2018

Redattore SocialeNel rapporto ONU del 2019, contenente dati relativi alla situazione nel 2018, risulta che le violazioni a danno di minore siano state 24 mila, in almeno venti conflitti armati, i bambini uccisi o mutilati erano più di 12 mila, mentre quelli arruolati superavano le 7 mila unità. I bambini soldato operativi nel mondo, invece, risultano ancora moltissimi, si stima tra le 250 mila e le 300 mila unità. 

L’Unicef ha dichiarato il 12 febbraio la giornata internazionale contro l’uso dei bambini sodato, un fenomeno che a lungo si è tentato di combattere, ma che purtroppo è ancora diffuso in diverse parti del mondo. “Se in passato i bambini venivano rapiti per essere impiegati nei conflitti, oggi si assiste a veri e propri reclutamenti volontari, frutto di un indottrinamento e di un generale deterioramento delle condizioni economiche tale per cui la vita sotto le armi è paradossalmente meglio di quella civile”. 

A scrivere una nuova pagina sul fenomeno è una ricerca pubblicata in Iriad Review, il periodico online dell’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, con un articolo a firma di Serena Doro.

“A livello giuridico arruolare minori è vietato da diverse convenzioni e trattati internazionali (come la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, lo statuto della Corte Penale Internazionale, i Principi di Parigi del 2007 o la Carta Africana sui Diritti e il Benessere del Bambino), ma a livello pratico, purtroppo, sono ancora moltissime le organizzazioni nel mondo che ricorrono a manodopera infantile per svolgere compiti direttamente legati ai conflitti armati si legge -. Non esiste a livello internazionale nessuno strumento che sanzioni chi si macchia di tali crimini senza aver ratificato le sopracitate Carte di Diritti, essendo quest’ultime, espressione del diritto pattizio e pertanto vincolanti solo per i contraenti”.


mercoledì 12 febbraio 2020

Trump distrugge le tombe dei nativi americani protette dall’Unesco per costruire il muro al confine col Messico.

Il Fatto Quotidiano
Esplosioni all’interno della riserva naturale dell’Organ Pipe Cactus National Monument, protetta dall’Unesco, in Arizona, che colpiscono anche antichi siti di sepoltura dei nativi americani. Ad autorizzarlo è stata l’amministrazione guidata da Donald Trump allo scopo di costruire quasi 70 chilometri del muro di separazione tra Stati Uniti e Messico, fortemente voluto dal presidente americano. 
Dopo la denuncia delle comunità locali e delle associazioni, anche le autorità hanno confermato che “esplosioni controllate” sono già iniziate nella zona. Niente hanno potuto le leggi a tutela dei beni culturali e paesaggistici, visto che il tycoon ha invocato motivazioni di sicurezza nazionale.
A esporsi per primo contro la decisione dell’amministrazione è stato Raul Grijalva, Deputato democratico dell’Arizona a capo del Comitato sulle risorse naturali della Camera, che ha parlato di un atto “sacrilego”, spiegando che le autorità non si sono nemmeno preoccupate di avvertire la tribù locale Tohono O’odham. È proprio in questi luoghi, ha poi spiegato, che i nativi americani locali seppellivano i corpi dei rivali Apache, in segno di rispetto. Ed è sempre in quell’area che sono stati ritrovati manufatti risalenti a 10mila anni fa.

A preoccupare i movimenti ambientalisti, però, non sono solo i danni ai siti di sepoltura, ma anche quelli alle falde acquifere e le conseguenze sulle specie selvatiche che popolano la zona desertica, diventata famosa perché esempio di ecosistema intatto tipico del deserto del Sonora. E ad essere distrutti, hanno riferito i locali, sono stati anche degli antichi cactus che caratterizzano l’area e che per i nativi rappresentano la reincarnazione dei propri avi.

FQ

martedì 11 febbraio 2020

Brasile. Bolsonaro non si ferma più: miniere nelle terre dei nativi. Le comunità indigene insorgono

Avvenire
Le comunità indigene insorgono contro il progetto che apre a impianti di scavo e a pozzi petroliferi nelle aree remote dell’Amazzonia, dove vivono le tribù «incontattate», tutelate dalla Costituzione
Un «sogno», l’ha definito il presidente Jair Bolsonaro. Una «legge storica», al pari di quella che ha liberato gli schiavi nel 1888, ha aggiunto il capo di gabinetto, Onyx Lorenzoni. Con queste premesse, non sorprende che il capo dello Stato abbia scelto una data simbolica – i primi quattrocento giorni di mandato – per presentare al Parlamento il progetto numero 191. Il testo apre alla possibilità di realizzare attività economiche – minerarie, estrazione di idrocarburi o gas, impianti idrici per creare energia elettrica – all’interno delle «terre indigene » dell’Amazzonia.

Aree di proprietà dello Stato nazionale che, però, in base alla Costituzione del 1988, quest’ultimo dà in usufrutto permanente ai 305 popoli nativi brasiliani. Ad essi, viene riconosciuto un diritto originario sui terreni da loro abitati da tempo immemorabile e progressivamente sottratti, durante e dopo la colonia. In realtà, negli ultimi 32 anni, restituito meno di un terzo – 436 – dei 1.296 appezzamenti indicati è stato restituito ai legittimi usufruttuari. Almeno, però, finora, la riconsegna o «demarcazione» delle terre – come viene definita – li aveva messi al riparo da interessi economici esterni, garantendo ai soli indigeni la possibilità di utilizzarne le risorse. Con il disegno di legge 191 – che ufficialmente dovrebbe dare attuazione al dettato costituzionale – Bolsonaro, come più volte promesso, ha cominciato a far cadere il “muro legale” eretto a protezione degli indios e dell’Amazzonia. Là, il governo potrà autorizzare la realizzazione di impianti idro e termoelettrici, pozzi petroliferi o altri mega progetti. I nativi colpiti saranno «ascoltati» ma niente di più: solo in caso di attività mineraria è concesso loro il potere di veto. Per il resto, dovranno adeguarsi. Il presidente non ha dubbi che lo faranno volentieri. «Sono esseri umani come noi», ha detto candidamente, «hanno i nostri stessi desideri e necessità».

Le critiche – ha ironizzato – «verranno dagli ambientalisti che, se potessi, manderei al confino in Amazzonia, tanto loro amano l’ambiente». Il movimento indigeno, in realtà, è deciso a ostacolarne in ogni modo l’approvazione. «Il sogno di Bolsonaro è quello di rispondere agli interessi economici che lo hanno eletto e appoggiano il suo governo, a costo di violare le leggi nazionali e internazionale», ha tuonato l’Associazione dei popoli indigeni.Forti critiche sono state espresse anche dal Consiglio indigenista missionario (Cimi) della Chiesa brasiliana. La discussione in Parlamento si profila rovente, anche per la contrarietà dell’86 per cento della popolazione. Bolsonaro, che non ha la maggioranza, spera nel sostegno della “bancada ruralista”, il gruppo trasversale di rappresentanti dei latifondisti, in gran parte appartenenti alle sette evangelicali. Queste ultime sostengono da anni la necessità di «incorporare» gli indigeni al resto della società, nonostante la Costituzione riconosca loro il diritto alla differenza. Per questo preoccupa e non poco, la recente nomina dell’ex missionario evangelicale Ricardo Lopes Dias alla guida del settore della Fondazione nazionale per i nativi (Funai) che si occupa di indios in isolamento volontario. «Popoli non contattabili» per legge. Almeno finora. Perché la designazione di Lopes Dias rischia – per il Cimi – di modificare la situazione.


Lucia Capuzzi

lunedì 10 febbraio 2020

Patrick Zaky studente master Univ. di Bologna arrestato in Egitto, i legali denunciano: "Torturato con l'elettroshock".

Globalist
Lo studente iscritto a un master all'università di Bologna era rientrato in patria per far visita alla famiglia. Eʼ accusato di istigazione alle proteste e diffusione di notizie false.
Assume dei contorni seriamente preoccupanti la vicenda di Patrick George Zaki, studente all’università di Bologna e attivista egiziano arrestato al suo arrivo al Cairo con l’accusa di istigazione alle proteste e diffusione di notizie false e successivamente trasferito al carcere di Mansoura.

Zaki nelle prime 24 ore tra arresto e detenzione stando quanto riferito da Eipr è “è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato sul suo lavoro e sul suo attivismo”. La procura egiziana ha ordinato poi quindici giorni di custodia cautelare.

Riccardo Noury, presidente di Amnesty Italia, che si sta occupando di seguire il caso di Zaki cercando di raccogliere e filtrare più informazioni possibili, ha espresso la sua preoccupazione: “se parte questo stillicidio dei 15 giorni di detenzione rinnovabili rischia di essere dimenticato". Noury si è comunque voluto mostrare un minimo ottimista: “Non sottovalutiamo di aver fatto questo 'rumore'" per Patrick: "E' una deterrenza per chi pensa che nessuno nel mondo sappia cosa succede e che quindi crede di poterlo trattare come gli pare, come accaduto con Giulio”

Inevitabile dunque che la mente non torni al caso Regeni, dal quale sono passati quattro anni. Nel frattempo la Farnesina si è attivata direttamente per la vicenda.

"Giorno del ricordo" - Mattarella: «Le foibe una sciagura nazionale, l’avversario è l’indifferenza»

Corriere della Sera
Il presidente della Repubblica usa parole decise: «Le foibe furono una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono — per superficialità o per calcolo — il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi».
Memoria
Ieri, alla vigilia del «Giorno del Ricordo», il capo dello Stato Sergio Mattarella ha partecipato al Quirinale a un concerto in memoria degli italiani torturati uccisi nelle foibe, alla presenza di esponenti delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Il capo dello Stato ha invitato a coltivare la memoria «per combattere piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», nella consapevolezza che «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è l’indifferenza che si nutre spesso della mancata conoscenza». «L’angoscia e le sofferenze delle vittime restano un monito perenne contro le ideologie e i regimi totalitari che, in nome della superiorità dello Stato, del partito o di un presunto ideale, opprimono i cittadini, schiacciano le minoranze e negano i diritti fondamentali », rilancia il presidente Mattarella, mentre da Marina di Carrara arriva la notizia del danneggiamento di due targhe di marmo per ricordare le vittime delle foibe. 


Le celebrazioni
«Questi atti vandalici confermano la necessità di mantenere viva la memoria», è il commento di Federico D’Incà, il ministro dei Rapporti con il Parlamento del Movimento Cinque Stelle che stamattina rappresenterà il governo alle celebrazioni che a Basovizza vedranno riuniti un nutrito gruppo di parlamentari bipartisan. Fra questi, oltre al leghista presidente della Regione Massimiliano Fedriga, ci saranno il leader della Lega, Matteo Salvini, la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e gli esponenti dem, Luigi Zanda, Debora Serracchiani e Tatjana Rojc. Prevista anche la presenza del senatore azzurro Maurizio Gasparri. Le celebrazioni cominceranno alle nove e mezza con la deposizione di corone di alloro al monumento della Foiba di Monrupino (Trieste), per poi proseguire alle ore dieci e trenta circa, con la cerimonia solenne al Sacrario della Foiba di Basovizza, monumento nazionale. 


Storia
«La ricerca storica è l’arma più potente contro ogni strumentalizzazione», ha detto Luigi Zanda membro del Senato della Repubblica, dove oggi pomeriggio ci sarà una commemorazione in ricordo delle vittime delle foibe. Alle quattro anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte arriverà a Palazzo Madama per la cerimonia insieme al presidente della Camera Roberto Fico e a quella del Senato Maria Elisabetta Casellati.

Alessandra Arachi

domenica 9 febbraio 2020

Migranti, 80 persone soccorse da una ong spagnola Maydayterraneo al largo della Libia dando seguito ad un allarme lanciato da Allarm Phone. Altri 91 in pericolo su un barcone.

TGCom24
La nave spagnola Maydayterraneo ha effettuato il salvataggio su richiesta del servizio Alarm Phone che ha lanciato anche lʼallarme su unʼaltra imbarcazione "in grave difficoltà".
Immagine di archivio

Ottanta persone sono state soccorse su un'imbarcazione in difficoltà al largo della Libia. Lo fa sapere la ong spagnola Maydayterraneo, intervenuta con la nave Aita Mari per recuperare i migranti al largo della Libia. A lanciare la richiesta di aiuto in mare era stato il servizio Alarm Phone.

"Persone in mare" - Se 80 persone sono state messe al sicuro, ancora di più sono però quelle che restano in difficoltà. 

A essere in pericolo, infatti, è un barcone con 91 persone a bordo. E' questo l'allarme lanciato dalla piattaforma Alarm Phone che sul profilo twitter ha scritto che queste persone sono fuggite dalla Libia. "Ci hanno riferito che l'acqua sta entrando nella barca e ci sono già persone in mare. Abbiamo informato le autorità alle 4.24, ma non hanno ancora preso provvedimenti sufficienti. Le persone hanno bisogno di aiuto immediatamente!", ha fatto sapere il servizio.

Siria - La foto - Il "giocattolo" del bambino rifugiato nelle tende dei campi profughi siriani

Blog Diritti Umani- Human Rights
I bambini nei campi profughi in Siria, senza scuola, al freddo, con cibo poco e inadeguato, senza le cure sanitarie necessarie, ogni giorno con una minaccia incombente sulla loro vita, i più piccoli non hanno mai conosciuto un giorno di pace ... ma la voglia di giocare cerca di restituisce in parte la loro realtà, essere bambini. 
I giocattoli come tante altre cose mancano nelle tende dei rifugiati fuggiti dagli ultimi bombardamenti in Siria, ma i bambini sono risoluti e riescono comunque a costruirseli: una vecchia bottiglia, tappi di plastica, del fil di ferro, e un gioco frutto della fantasia che parte dal nulla che possiedi diventa un gioco bellissimo, bello perchè le sofferenze della vita in tenda, gli orrori della guerra, non sono comunque riusciti a negare il loro essere bambini. 
 E un giocattolo così semplice e bello aiuta a guardare ad un futuro migliore dove poter essere bambini e crescere, un futuro di pace che i "grandi" devono costruire guardando ai bambini.

ES

Serbia. Rotta Balcanica. Vietato aiutare i migranti: violenze e fogli di via contro i volontari.

Il Manifesto
In Serbia chi aiuta i migranti non è il benvenuto. Lo hanno constatato a proprie spese tre attivisti dell'Ong No Name Kitchen che opera dal 2017 lungo la rotta balcanica. Il 1 febbraio i tre, tra cui l'italiano Adalberto Parenti, dopo essere stati aggrediti da un gruppo di nazionalisti cetnici, sono stati trattenuti dalla polizia che li ha accusati di disturbo della quiete pubblica, oltre che di non avere i permessi in regola

Parenti, 37enne bolognese, in Serbia da ottobre, e la sua collega Leonie Sofia Neumann sono stati condannati a una multa di quasi 200 euro, mentre un'altra attivista tedesca, Marina Bottke, è stata assolta dalle accuse. A tutti è stato però consegnato un foglio di via dalla polizia serba: entro oggi dovranno lasciare il paese.

I membri dell'Ong operavano a Šid, nel sud-ovest della Serbia, vicino al confine con la Croazia. Come racconta Parenti, i volontari stavano rifornendo i migranti che si trovano fuori dai campi d'accoglienza ufficiali e che dormono dentro ad alcune tende nei dintorni della fabbrica abbandonata di Grafosrem, quando è avvenuto l'incidente. "Il sabato precedente (25 gennaio, ndr) erano già arrivate queste persone vestite militarmente, ufficialmente per fare pulizia nella boscaglia. Avevano dato fuoco alle pile di vestiti che trovavano - spiega - e quando abbiamo cercato di salvare il possibile, alcune attiviste sono state spinte".

La polizia, contattata il giorno seguente, aveva rassicurato i volontari invitandoli a informarli se si fossero presentati situazioni analoghe. Lo scorso sabato mattina, lo stesso gruppo, che ha issato sul tetto della fabbrica una bandiera serba e quella cetnica, è tornato. "Erano venuti per continuare la "pulizia". Un termine anche storicamente adatto", commenta l'attivista. Uno degli uomini ha dato fuoco a un telo di nylon e a una tenda dentro la quale c'era Bottke, una delle attiviste, riuscita miracolosamente a scappare. I tre, racconta Parenti, si sono allontanati, ma Neumann, l'altra ragazza tedesca che stava riprendendo la scena, è stata colpita con un petardo e il suo telefono distrutto con un manganello.

Una volta arrivata, la polizia ha però portato gli attivisti in caserma, da cui sarebbero usciti solo all'una di notte con l'ordine di lasciare il paese. Durante un veloce processo i tre sono stati messi a confronto con altrettanti componenti del gruppo di nazionalisti e le dichiarazioni di questi credute. "Il foglio di via è una decisione chiaramente politica, e oltretutto si basa su falsità", sostiene Parenti, che continua: "Ora stiamo combattendo per annullarlo. L'avvocato dice che ci vorrà almeno una settimana per una decisione". Nel frattempo cosa farà? "Starò qui a Šid, aiutando i ragazzi finché mi è legalmente possibile. Poi uscirò dal paese, ma resterò nelle vicinanze, con la speranza di tornarci a breve".

Parenti non è però stupito del comportamento della polizia serba e racconta che loro non sono i primi attivisti di No Name Kitchen ad avere avuto problemi. "Chiunque aiuti i migranti qui prima o poi è ostacolato, per usare un eufemismo", dice. Secondo l'attivista, come la Croazia, pagata dall'Ue, attua respingimenti illegali di persone verso la Bosnia, anche le autorità serbe devono mostrarsi intransigenti nei confronti dei migranti se vogliono sperare di entrare nell'Unione.

Intanto Parenti racconta di aver ricevuto dall'Italia molta solidarietà. "Ho anche avuto rassicurazioni dalle istituzioni italiane e da qualche politico", racconta l'attivista. "Speriamo qualcosa si muova. Noi seguimos luchando (continuiamo a lottare)".

Tommaso Meo

venerdì 7 febbraio 2020

Luciana Lamorgese: «L’odio è l’emergenza di questo Paese. L'assuefazione all’odio hanno già prodotto come effetto l’indifferenza che è peggio del negazionismo"

Open
La scritta antisemita a Mondovì, gli insulti a Liliana Segre, ma anche le minacce e i messaggi d’odio a Carlo Verdelli ed Eugenio Scalfari, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese non ha dubbi: «È l’odio l’emergenza di questo Paese».
«È un’emergenza culturale e civile. Nell’odio in cui siamo immersi c’è spesso assenza totale di pensiero. Inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. Io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi», dice Lamorgese in un’intervista a Repubblica.
La ministra rivela che anche lei è stata oggetto di insulti in rete: «Io non ho account social, sono stati i miei figli a raccontarmi il florilegio di epiteti che mi è stato rovesciato addosso. “Feccia di donna” credo che sia stato il più garbato. Gli altri sono irripetibili». La sua “colpa” è l’aver autorizzato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms.

Lamorgese non cita mai Matteo Salvini («di lui non parlo, è la regola che mi sono data»), ma afferma: «La politica, tutta, ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all’odio hanno già prodotto come effetto l’indifferenza».

«L’indifferenza è peggio del negazionismo e del riduzionismo», dice la ministra. E cita Liliana Segre: «Tempo fa ascoltai la sua testimonianza, quello che mi colpì fu il racconto dell’indifferenza che accompagnava le famiglie di ebrei ai vagoni verso i campi di sterminio. “Eravamo invisibili”, diceva Segre. “Ci vedevano portare via, ma era come se non esistessimo. Come se fossimo trasparenti”».

Per Lamorgese quello dell’odio è un fenomeno che richiede la collaborazione di «forze dell’ordine, famiglie, scuole». «La posta in gioco è il nostro futuro». Infine assicura: «Non sono un ministro indifferente, lavoro ogni giorno per combattere l’odio. Ho riattivato il centro di coordinamento delle attività di analisi e scambio che fa capo alla presidenza del Consiglio proprio per contrastare e contenere il contagio dell’odio. E quando posso, come ministro dell’Interno, vado nelle scuole».

«Cito ancora Segre perché ho visto ragazzi piangere mentre raccontava il viaggio verso i campi di concentramento con i buglioli destinati agli escrementi nei vagoni piombati, che ad ogni scossone investivano del loro contenuto gli essere umani accatastati. Ecco vedendo Segre non risparmiarsi sulla sua testimonianza, mi sono convinta ancora di più che questo sia il compito non solo di chi è nelle Istituzioni, ma di ciascuno di noi. Testimoniare. Non c’è libro, non c’è giorno della memoria, o ricorrenza che tenga, al confronto», conclude Lamorgese.

mercoledì 5 febbraio 2020

Migranti - L'invasione in Europa e in Italia non c'è, i dati reali sono molto più bassi e diversi da quelli percepiti frutto di fake-news

Il Manifesto
Gli stranieri in Europa sono 40 milioni, il 7,8% del totale della popolazione. Con una simile percentuale viene da pensare che l’unica «invasione» in corso sia quella di allarmi e fake news, soprattutto considerando che il dato include anche i cittadini comunitari residenti in altri paesi Ue. Come dire, i migranti siamo noi.

I numeri vengono dal rapporto Gli stranieri ci invadono? Analisi e considerazioni su dinamiche demografiche in corso in Italia e in Europa, pubblicato ieri dalla Fondazione Leone Moressa.


Anche rispetto all’italia, l’invasione è soprattutto nella testa, a livello percettivo. Secondo gli intervistati nell’indagine Eurobarometro 2018 la presenza straniera nel nostro paese era del 24,6%, il triplo del dato effettivo (8,5%). In numeri assoluti si tratta di 5 milioni e 225 mila di persone. Secondo lo stereotipo sono principalmente africani, maschi e musulmani. Ma tra i primi 20 paesi di provenienza solo Nigeria e Senegal si trovano in Africa (sette sono europei). Su genere e religione, poi, i numeri parlano chiaro: i migranti in Italia sono soprattutto cristiani (52,2%) e donne (51%)
Giansardo Merli

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martedì 4 febbraio 2020

Pakistan, Huma Younus, ragazzina cristiana di 14 anni, rapita e costretta al matrimonio. Per i giudici il matrimonio con il suo rapitore è legale

Globalist
La ragazzina cristiana di 14 anni è stata rapita a ottobre da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. Il padre: "Ennesima prova che lo Stato non considera i cristiani in Pakistan"
Si è tenuta il 3 febbraio, presso l'Alta Corte del Sindh a Karachi, in Pakistan, l'udienza sul caso di Huma Younus, la ragazzina cristiana di 14 anni rapita da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. E per i giudici, il matrimonio rimane comunque valido perché secondo la Sharia, la legge islamica, ogni bambina che ha già avuto il ciclo mestruale può contrarre matrimonio. 

Disperata la reazione di Nagheena Younus, padre della ragazza: "È l'ennesima sconfitta della giustizia e l'ennesima riprova che lo Stato non considera i cristiani dei cittadini pachistani". 

In teoria esiste una legge, il Child Marriage Restraint Act, entrato in vigore nel Sindh nel 2014, ma fino a questo momento non è mai stato applicato. "Speravamo che la norma potesse essere applicata per la prima volta in questo caso - afferma l'avvocata Tabassum Yousaf - ma evidentemente in Pakistan queste leggi vengono formulate e approvate soltanto per accreditare il Paese agli occhi della comunità internazionale, chiedere fondi per lo sviluppo e commerciare gratuitamente i prodotti pachistani nel mercato europeo".
Vi erano molte aspettative da parte dei genitori della quattordicenne cattolica rapita il 10 ottobre scorso e della comunità cristiana in generale. Huma avrebbe dovuto presentarsi in aula, come richiesto dai giudici durante la precedente udienza del 16 gennaio al poliziotto incaricato delle indagini Akhtar Hussain. Interrogato sull'assenza della ragazza, stamattina l'agente si è limitato a dire che la giovane era stata convocata. Sin dall'inizio della vicenda Hussain ha mantenuto un atteggiamento ambiguo destando forti sospetti di una sua complicità con il rapitore Jabbar.

Nonostante ciò, proprio al poliziotto è stato dato mandato dai giudici di far effettuare una visita medica per attestare l'età di Huma, come richiesto ancora una volta stamattina dalla Yousaf. "È chiaro che essendo Hussain l'incaricato - afferma l'avvocatessa - vi è un'alta probabilità che i risultati del test vengano contraffatti. Ma la nostra speranza è di riuscire comunque a provare la minore età della ragazza così da farla almeno affidare ad un centro, allontanandola così dal suo aguzzino".

La prossima udienza è fissata per il 4 marzo, purtroppo però anche qualora fosse attestato che Huma è minorenne, la decisione dei giudici di ritenere il matrimonio valido, annulla qualsiasi possibilità che Jabbar venga punito per i reati di rapimento e matrimonio forzato.

lunedì 3 febbraio 2020

Libia - Italia conferma accordo sui migranti senza modifiche, ignorando le gravi violenze e violazioni dei diritti umani diventa complice

La Repubblica
L'accordo "blocca-immigrati": il testo del "Memorandum" con il Paese africano rimarrà così com'è, nonostante gli impegni per cambiarlo. "Il governo italiano ignora le violenze inflitte a migliaia di persone".

Il 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d’intesa sulla migrazione tra Italia e Libia sarà rinnovato per altri tre anni senza modifiche. L’accordo prevede che l’Italia aiuti le autorità marittime della Libia a fermare imbarcazioni in mare e a riportare le persone a bordo nei centri di detenzione libici, dove queste sono trattenute illegalmente e subiscono gravi violenze, tra cui stupri e torture. 
“Nei primi tre anni dalla firma dell’accordo - ha detto Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa. - almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare, riportate in Libia e sottoposte a sofferenze inimmaginabili. Solo questo mese, sono state intercettate 947 persone”.
Una scelta che va oltre possibile comprensione. “Va oltre ogni comprensione - ha ggiunto Marie Struthers - il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell’escalation del conflitto in Libia, l’Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l’Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte". I migranti e i richiedenti asilo trattenuti nei centri libici sono soggetti a terribili condizioni di detenzione, in sovraffollamento, e rischiano gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall’aumento dell’intensità del conflitto.

L'UNHCR sospende ogni attività. Il 30 gennaio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Il Memorandum d’intesa è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 per impedire ai migranti e ai rifugiati di raggiungere le coste italiane, trattenendoli in Libia. L’Italia ha accettato di addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l’obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle in Libia.

Il testo dell'accordo resterà così com'è. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l’accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell’ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. “Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono intrappolati in una zona di guerra. Coloro che cercano di fuggire via mare rischiano di essere intercettati e riportati nei centri di detenzione. Collaborando a fermare le persone in mare e a trattenerle in Libia, l’Italia si è resa responsabile di questa situazione”, ha commentato Struthers.

Migranti climatici - Comitato dei diritti umani dell’Onu, sentenza storica: "non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita."

Ambiente Bio
Il Comitato per i diritti umani dell’Onu, in una nota del 21 gennaio 2020, si è espresso sui migranti climatici, stabilendo che non è possibile respingere soggetti che si trovano ad affrontare situazioni indotte dai cambiamenti climatici che violano il loro diritto alla vita.
L’interpretazione di per sé non è vincolante ma lo sono gli strumenti giuridici cui fa riferimento il Comitato che controlla il rispetto, da parte degli Stati, del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
[...]
Come si è espresso il Comitato dei diritti umani dell’Onu
Il Comitato dei diritti umani dell’Onu ha sottolineato come, nel caso specifico di Teitiota, non vi era stata nessuna violazione del principio di non respingimento, affermando però che:
calamità improvvise ma anche processi più lenti come l’innalzamento del livello del mare possono favorire la mobilità di individui che ricercano protezione da questi eventi
senza un importante sforzo nazionale e internazionale gli effetti del cambiamento climatico negli Stati d’origine possono esporre soggetti a violare il loro diritto di protezione ex. artt. 6 e 7 della Convenzione di Ginevra,
trovando possibilità di applicazione il principio di non respingimento pur considerando che il rischio che un intero Paese venga sommerso dall’acqua è davvero un rischio estremo, le condizioni di vita nel Paese stesso possono diventare incompatibili con il diritto alla vita già prima che il rischio si realizzi.

Il Comitato ha però ritenuto legittime le previsioni del Tribunale e della Corte neozelandese le quali hanno statuito che un rischio che si materializza nei 10-15 anni futuri sia troppo speculativo per chiedere un protezione ora perché si tratta di un arco temporale che consente a Kribati , col supporto della Comunità internazionale, di adottare misure per proteggere e, se necessario, ricollocare la sua popolazione.
La forte influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni

Tra i cambiamenti destinati a crescere nei prossimi anni troviamo:
  • riscaldamento globale
  • acidificazione dei ghiacciai
  • innalzamento del livello del mare
  • riduzione del permafrost
ed essi sono correlati con:
  • l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni, incendi boschivi)
  • l’alterazione dei sistemi idrici
  • il crescente tasso di estinzione di specie animali e vegetali
Uno dei più grandi effetti dei cambiamenti climatici è l’aumento delle migrazioni delle popolazioni più vulnerabili, cui conseguono altri gravissimi problemi connessi a:
gestione dei flussi delle persone in entrata
  • alloggi
  • infrastrutture di trasporto
  • servizi sociali
  • opportunità di lavoro
  • disoccupazione
  • inadeguato accesso all’acqua potabile e a servizi sanitari
  • inadeguata gestione dei rifiuti
  • limitato accesso a trasporti ed elettricità
Seppur non vincolante, la sentenza del Comitato dei diritti umani dell’Onu dovrebbe, dunque, farci riflettere sul futuro, per niente roseo, dei migranti climatici e, in generale, dell’umanità.

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domenica 2 febbraio 2020

Il Bangladesh s’impegna a garantire l’istruzione dei bambini rifugiati rohingya

Amnesty International
“Il nostro governo sente la necessità di tenere accesa la speranza dei bambini rohingya nel futuro fornendo loro istruzione e corsi di formazione“.
Con queste parole, il 28 gennaio il ministro degli esteri del Bangladesh Masud bin Momen ha annunciato alla stampa che i bambini rifugiati rohingya andranno a scuola fino a 14 anni e che i maggiori di quell’età prenderanno parte a corsi di formazione.

Le classi seguiranno i programmi scolastici di Myanmar e gli insegnanti saranno di lingua birmana.
Un progetto pilota congiunto dell’Unicef e del governo del Bangladesh coinvolgerà inizialmente 10.000 bambini e sarà successivamente estero agli altri.


Amnesty International aveva lanciato una campagna per chiedere alla prima ministra Sheilh Hasina di garantire il diritto all’istruzione ai bambini rohingya, rifugiati da due anni e mezzo in Bangladesh.

Venezuela - Mons. Arias Blancos denuncia che nel clima di violenza e impunità, 25 donne uccise nel mese di gennaio 2020. 391 sono state uccise nel 2019

SIR
L’inizio del 2020, in Venezuela, è stato caratterizzato da un allarmante aumento di femminicidi, all’interno di una situazione di violenza sempre più senza controllo. 

La denuncia arriva dalla rivista “Segni dei tempi”, del Centro arcidiocesano “Mons. Arias Blancos”. Nell’articolo, firmato dal gesuita Alfredo Infante, si segnala che “il mese di gennaio termina con 25 donne (bambine, adolescenti e adulte) uccise in una situazione di impunità. Un dato, quello ufficiale, che è quasi certamente sottostimato”.
Secondo l’associazione Medianalisis, nel 2019, su 391 donne uccise in Venezuela, i veri e propri femminicidi sono stati 107, con un aumento del 18,89% rispetto al 2018. Si tratta, praticamente nella totalità, di “casi impuniti, dentro al complessivo clima di impunità che si respira, in un Paese allo sbando. Mancano totalmente anche politiche di carattere preventivo”. 

“Lavorare per i diritti umani della donna e per un Paese libero dalla violenza contro la donna è un compito urgente per la Chiesa, la società e lo Stato – si legge -. Questa è una tragedia che passa sotto silenzio a causa della tormenta politica”.

venerdì 31 gennaio 2020

Proc. Gen. Cassazione Salvi: "I Decreti Sicurezza, creano effetto criminogeno e di insicurezza per la mancanza di politiche di ingresso e di pieno inserimento sociale dei migranti"

AdnKronos
Proc. Gen. Cassazione Salvi
"Le scelte sulle politiche migratorie e di ingresso nel territorio dello Stato competono al Legislatore e al Governo, purché nel quadro di compatibilità con le norme costituzionali e pattizie, prima tra tutte l’obbligo che il nostro Paese ha assunto per la protezione internazionale di coloro che ne hanno potenzialmente diritto". 

E’ quanto si legge nella relazione del Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. 
"In altra parte di questo intervento si esaminano alcuni aspetti dei c.d. decreti sicurezza. Ma se di sicurezza si parla, è bene che sia valutato l’effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali per l’ingresso legale nel Paese e per l’inserimento sociale pieno di coloro che vi si trovano" 
ha sottolineato Salvi.
"Mentre da anni sono chiusi i canali di ingresso legali e ormai non viene nemmeno più redatto nei tempi prescritti il decreto flussi - si legge- , la cessazione dell’accoglienza e delle politiche di inserimento (sanitario, di insegnamento dell’italiano, di formazione professionale, di alloggio) creeranno tra breve un’ulteriore massa di persone poste ai margini della società, rese cioè clandestine. Ciò deve essere evitato per molte ragioni, ma per una sopra ogni altra: rendere il nostro Paese ancora più sicuro".
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La Grecia vuole costruire un ‘muro galleggiante’ tra l'isola di Lesbo e la Turchia per fermare l'arrivo dei profughi e aumenterà il rischio di morti in mare

OnuItalia
Amnesty International ha denunciato con forza la proposta del governo greco di collocare un sistema di dighe galleggianti della lunghezza di 2,7 chilometri al largo delle coste dell’isola di Lesbo per scoraggiare nuovi arrivi di richiedenti asilo dalla Turchia.



Il sistema di dighe galleggianti è descritto come una delle misure adottate nel contesto di un piano più ampio teso a difendere la frontiera marittima greca ed evitare ulteriori arrivi

Nel 2019 quasi 60.000 persone hanno raggiunto il territorio greco via mare, poco meno del doppio rispetto al 2018. Tra gennaio e ottobre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha registrato 66 morti lungo la rotta del Mediterraneo orientale.

Secondo Massimo Moratti, direttore delle ricerche sull’Europa di Amnesty ”questa proposta evidenzia una preoccupante escalation dei tentativi in atto da parte del governo di Atene di rendere ancora più difficile per i richiedenti asilo e i rifugiati arrivare sul territorio greco e renderà ancora più pericoloso il viaggio di coloro che cercano la salvezza disperatamente”. 

Per Amnesty il progetto pone importanti interrogativi rispetto alla capacità delle organizzazioni di soccorso di continuare a prestare la propria assistenza per salvare la vita di chi intraprende il pericoloso viaggio in mare alla volta di Lesbo; e ”il governo deve urgentemente fornire dettagli operativi e chiarire quali indispensabili misure di sicurezza saranno adottate per garantire che questo sistema non costi altre vite umane”.

Messico, il muro della vergogna di Trump spazzato via dal vento. La natura corregge gli errori degli uomini.

Io Donna
Il forte vento ha abbattuto parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico per il quale il presidente americano Donald Trump ha lottato strenuamente

Se non lo capisce l’uomo che sta facendo qualcosa di sbagliato, ci pensa la natura. E siccome costruire muri è ingiusto, la natura li abbatte senza chiedere il permesso.

Questa volta è stato un forte vento ad abbattere parte del muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico. Alcuni dei pannelli sono caduti sugli alberi dalla parte del lato messicano del confine con la California. Fortunatamente senza causare danni né feriti.

Donald Trump ha lottato strenuamente per ottenere l’allungamento di questa disumana barriera e, in un suo assurdo discorso, la definì una “grande e bella parete, dura”, “praticamente impenetrabile” e abbastanza calda da “friggere un uovo”.

Un ufficiale della dogana e della protezione delle frontiere a El Centro, ha dichiarato alla Cnn: «Questi pannelli sono stati recentemente installati e non erano ancora stati testati per resistere al vento. Per fortuna, non ci sono stati danni, né feriti».
Il muro della vergogna
Il muro messicano o muro di Tijuana, è conosciuto anche come “muro della vergogna”: il suo obiettivo è quello di rafforzare la barriera transfrontaliera in modo da bloccare il passaggio di migranti provenienti da Honduras, Guatemala e altri Paesi dell’America latina.

Trump e i suoi muri
Il muro fu una delle promesse elettorali di Trump, ma non è stato il tycoon a cominciarlo. La barriera, che si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego (le dimensioni sarebbero paragonabili solo a quelle della Grande muraglia cinese), ha iniziato ad essere costruita nel 1990 durante la presidenza George H. W. Bush.

Poi nel 1994 venne ulteriormente sviluppata durante l’era Clinton aggiungendo una presenza fissa di forze di polizia al confine.

5mila persone hanno perso la vita
È composta da lamiera metallica alta dai due ai quattro metri, ed è dotata di illuminazione ad altissima intensità. Una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, è connessa via radio alla polizia di frontiera statunitense che, inoltre, utilizza un sistema di vigilanza permanente effettuato con veicoli ed elicotteri armati.

Trump sta spendendo centinaia di milioni di dollari per finire la costruzionedi questa barriera. L’obiettivo è arrivare alla valle del Rio grande.

Secondo i dati della Commissione nazionale per i diritti umani del Messico, sono morte 5mila persone nel tentativo di superare il confine alla ricerca di un’esistenza più dignitosa.
Non solo disumana
Non solo una misura assolutamente inaccettabile dal punto di vista umano, ma anche dal fortissimo impatto dal punto di vista ambientale: il muro infatti, sta distruggendo l’Organ Pipe Cactus National Monument, il monumento nazionale degli Stati Uniti d’America e riserva della biosfera UNESCO situato nell’estremo sud dell’Arizona.

giovedì 30 gennaio 2020

Migranti, l'Unhcr costretto a sospendere l'attività nel centro di Tripoli che ospita i rifugiati in transito. "Troppo pericoloso"

La Repubblica
Mentre il ministro degli Esteri Di Maio annuncia il prossimo avvio della negoziazione con Al Serraji per migliorare il Memoramdum con la Libia, lo staff dell'agenzia dell'Onu abbandona la struttura in cui nelle ultime settimane hanno trovato rifugio 1700 persone.


Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio assicura che "nei prossimi giorni l'Italia avvierà il negoziato per Al Serraji per portare avanti la condizione dei migranti in Libia" ma intanto, alla vigilia del rinnovo per tre anni alle vecchie condizioni del Memorandum, l'Unhcr annuncia da Ginevra l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nelle ultime settimane, hanno trovato rifugio oltre 1700 migranti. Troppo pericoloso.

La decisione, spiega una nota dell'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto a Tripoli, in Libia. 

"Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto.


L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri. L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gdf lo scorso novembre dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli


Alessandra Ziniti

Immigrazione: in Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta - Appello di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

pierfrancescomajorino.eu
In Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta radicale in materia di politiche di immigrazione.
Per questo rivolgiamo al governo un appello preciso: ci si faccia carico di scelte più nette rispetto a quelle operate fin qui.

Serve una nuova legge quadro su di una materia che fin qui è stata affrontata attraverso le lenti dell’insicurezza, della paura, della fragilità dei progetti di inclusione e integrazione.
E serve una nuova legge sulla cittadinanza che cancelli l’odiosa differenza tra bambini che nascono e crescono in questo Paese e che devono essere sempre riconosciuti come italiani.
La cancellazione dei decreti Salvini, il superamento della Bossi-Fini, il potenziamento dell’accoglienza diffusa, il rilancio di SPRAR, un grande piano nazionale per la piena integrazione, il sostegno al soccorso in mare, la nuova gestione dei flussi contro qualsiasi illegalità, l’annullamento del memorandum con la Libia in cui la situazione non garantisce il rispetto diritti fondamentali e la cancellazione di quella autentica vergogna costituita dai campi di detenzione: tutto ciò deve e può essere il cuore di una nuova pagina da scrivere immediatamente attraverso il nostro Paese.
Un Paese che, ovviamente, non va lasciato solo.
Anche per questo è sempre più necessario che in sede europea si approvi davvero la riforma di “Dublino” e vinca la logica della comune responsabilità nella gestione dei processi di accoglienza e non quella della continua deresponsabilizzazione che aiuta i trafficanti e tratta i migranti come un nemico da respingere.

Di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

mercoledì 29 gennaio 2020

Corridoi umanitari - Le comunità ebraiche italiane aderiscono al progetto di Sant'Egidio e FCEI e accolgono la prima famiglia siriana a Milano

santegidio.org
Martedì 28 gennaio è arrivata a Milano una famiglia siriana, , accolta in Italia, con cartelli di "benvenuto", grazie ai corridoi umanitari. L'accoglienza delle sette persone, 
di religione musulmana,  (genitori con quattro bambini e un parente) è sostenuta dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e dalla Comunità Ebraica di Milano, i cui membri collaboreranno insieme a Sant'Egidio per l'inserimento nel capoluogo lombardo. 


Si amplia così l'alleanza tra comunità di credenti che hanno realizzato il progetto promosso dal 2016 da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese.

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martedì 28 gennaio 2020

Aumentano i migranti in fuga dall'inferno della Libia. Solo le navi delle Ong rispondono agli sos. 643 migranti salvati. Taranto porto sicuro per 403 profughi sulla Ocean Viking

La Repubblica
Centinaia di persone in fuga dai centri di detenzione libici, quindici barche con 900 migranti a bordo soccorse in 72 ore dalle navi umanitarie e dalla marina maltese mentre la guardia costiera libica si limita a rilanciare gli Sos sostenendo di non avere mezzi a disposizione. 
L’ultimo salvataggio all’alba di oggi dalla Open Arms, tornata nel Mediterraneo nonostante la nave in precarie condizioni, a dare manforte alle altre due Ong presenti, la Ocean Viking di Sos Mediterranee e Msf e la Alan Kurdi della tedesca Sea eye che fanno la spola da sud a nord con interventi multipli. Centodue stamattina e 56 ieri sera i migranti salvati da Open Arms. E adesso sono 643 i migranti a bordo delle tre Ong, 407 (quelli sulla Ocean Viking) dovrebbero sbarcare a Taranto dove la nave si sta dirigendo dopo aver avuto l’autorizzazione del Viminale.

Una situazione di estrema criticità che riapre molti interrogativi alla vigilia della riconferma degli accordi tra Italia e Libia senza nessuna delle modifiche che erano state annunciate dal governo italiano come condizione per il proseguo del patto.

Alla ripresa massiccia di partenze dalle coste libiche negli ultimi giorni ha fatto da contraltare una quasi totale assenza di motovedette della guardia costiera libica e le ripetute richieste di soccorso di imbarcazioni in difficoltà diffuse attraverso il centralino Alarm phone ai centri di ricerca e soccorso di Tripoli e talvolta anche di Malta nelle zone Sar libica e maltese sono rimaste inascoltate. Solo le navi Ong hanno risposto alle chiamate salvando la vita a oltre 600 persone che adesso a bordo delle tre navi, ancora in acque internazionali, aspettano di sapere dove poter sbarcare. “Nel Mediterraneo in questo fine settimana centinaia di persone sono sopravvissute solo grazie all’intervento delle navi umanitarie. E’ evidente ilvuoto spaventoso di capacita’ di ricerca e soccorso”, dice Carlotta Sami portavoce dell’Unhcr.

Fino ad ora l’unico porto concesso è stato quello di Taranto, ancora in attesa di risposta la Alan Kurdi e la Open Arms mentre la commissione europea lavora sulla ricollocazione dei migranti.

E domenica prossimo, nel silenzio più assoluto sulle annunciate modifiche agli accordi Italia-Libia che avrebbero dovuto essere la condizione per la continuità dell’impegno italiano, il memorandum verrà rinnovato per i prossimi tre anni. Con l’Italia che continuerà a fornire uomini, mezzi e soldi alla guardia costiera libica per riportare i migranti in un Paese in guerra nei centri di detenzione dove le agenzie delle Nazioni Unite non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti umani.

Alessandra Ziniti

Libia - Alla rotonda Fashelom, a Tripoli, il «discount del soldato»: qui le milizie reclutano tra i giovani che attendono di partire. «Vuoi un lavoro da muratore? Vai in prima linea»

Corriere della Sera
I ghanesi, no. «Non sanno neanche come si tiene in mano un mitra». I ciadiani, sì. «Quelli si sentono libici e hanno voglia di combattere». Anche gli eritrei vanno bene. «Sono soldati nati». Il meglio però restano i sudanesi: «Molti sono arrivati qui come mercenari e per loro è facile prendere un compaesano e reclutarlo nelle milizie…». 
La rotonda Fashelom, alla periferia di Tripoli, è il discount del soldato. L’outlet del mercenario low cost. Il self service del migrante da arruolare. 

Alle sei del mattino la scena è identica a questa rotonda e in tutte le città della Libia, in Tripolitania e in Cirenaica, al mercato dell’ovest di Sarraj e alla fiera dell’est di Haftar. Si cerca carne da cannone. E l’ufficio di collocamento per la guerra è ovunque, fra i palazzi in costruzione o nel retro dei bar. In Libia, al contrario di quel che si crede, non è più d’un migrante su dieci a stare nei centri di detenzione: gli altri sono per le strade, liberi di sognare l’Italia e poco altro, spesso in condizioni non meno terribili.

di Francesco Battistini

Sami Modiano, sopravvissuto al lager nazista: "Da Auschwitz-Birkenau non sono mai uscito"

Osservatore Romano
Aveva appena otto anni Sami Modiano quando delle leggi razziali sentì l’odore prima dei provvedimenti statali. Viveva, come tanti altri bambini, sull’isola di Rodi, “l’isola delle rose” che avrebbe rivisto dopo diversi anni, ma con occhi sfioriti. Oggi ne ha 89, ma non dimentica il momento in cui la segregazione razziale aleggiava fra i banchi di scuola, fredda e concisa come l’espulsione che gli comunicò il maestro elementare: «La mia infanzia finisce a otto anni. 
Frequentavo la terza elementare, quando sono stato espulso dalla scuola e da quel momento ho avuto il mio primo il dolore. Il desiderio mio era quello di poter studiare, ma le leggi razziali mi hanno tolto questa possibilità». Così, nell’isola dove la brezza poteva spazzare le nubi, si radica un’ombra che lo rende diverso: «Non essere un bambino uguale a tutti gli altri è una traccia che mi è rimasta da allora».

Per Sami Modiano la tragedia della deportazione inizia con un’infanzia interrotta, che lo trasforma da innocente a testimone gravato dalla colpa: «Avevo 13 anni e mezzo, ero un ragazzino con la famiglia e una grande comunità ebraica di Rodi, che contava circa 2 mila persone. Della mia famiglia ho perso circa 40 persone, fra cui un padre e una sorella, ma in realtà ne ho perse 2 mila, perché alla fine ci salvammo in trentuno e io ero il più piccolo». Può la colpa dell’umanità pesare sulle gracili spalle di un tredicenne? È una domanda che Sami Modiano si è fatto spesso nella vita, senza trovare risposte. Fino al 2005: «Dopo 60 anni ho rimesso piede ad Auschwitz-Birkenau. Mi resi conto di non aver dimenticato una virgola, mi sono trovato là come se fosse la prima volta». S’incrina la sua voce e le sue parole si impastano di un dolore sempre più universale: «Ho visto, ho visto, ho visto» ripete tre volte, e nelle pause c’è tutta una vita cancellata nei campi di sterminio: «Quando mi chiedono: Lei è un sopravvissuto? Io rispondo “Sì, lo sono”, ma sono ancora lì, ad Auschwitz-Birkenau, non sono mai uscito di lì. Ero un ragazzo: come posso cancellare quello che ho visto?».

Dopo decenni, ha fatto sua la missione di ricordare, e in questo processo intrecciato di vita e morte, decide ogni giorno di dedicarsi ai più giovani: «Da quando accompagnai 300 studenti delle scuole superiori di Roma al campo di concentramento, nonostante il dolore mi sono sentito sostenuto dai ragazzi. Sono loro a darmi quello di cui ho bisogno, e per loro continuerò fino a quando Dio mi darà la forza di continuare, perché sono loro che dovranno fare in modo che questo non succeda mai mai mai più». Gli chiedo se in quello che chiama “cimitero di Auschwitz-Birkenau” abbia mai interpellato Dio: «Davanti a quello che ho vissuto nel campo, ho perso la fede, perché mi chiedevo dove fosse Dio nei bambini innocenti che venivano uccisi in modo atroce? È stato un interrogativo che ho portato sempre con me, fino a quando non ho ricevuto gesti umani che mi hanno fatto riscoprire la fede».

Sami Modiano ha visto Dio nella stretta di mano di un ragazzo avvenuta nel momento di più profonda solitudine e disperazione. Da quelle mani strette nell’inferno, sarebbe nata una grande amicizia con Piero Terracina: «In quel momento ci siamo aiutati nonostante la consapevolezza che non saremmo usciti vivi da lì. In quel campo della morte siamo arrivati ad adottarci come fratelli, sapendo che saremmo morti, ma il Padre Eterno ci ha dato la vita, e da quel momento in poi la nostra amicizia è stata qualcosa che non si può spiegare, un mistero insondabile che ci lega tuttora, oltre la morte». La sua voce è rotta dalle lacrime nel ricordo dell’amico recentemente scomparso. Quando parla di Dio, Sami Modiano lo chiama “Padre”: «Siamo tutti figli di Dio, siamo tutti esseri umani senza alcuna differenza. Questo è il nostro compito, questa è la nostra missione» ripete ai ragazzi che, ormai da 15 anni, accompagna a visitare il campo di concentramento in cui ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza.

«Per questo ho vissuto» è la sua biografia. Una risposta concisa a una domanda che lo ha accompagnato per tutta la vita: «Ecco perché sono uscito vivo. Perché devo cercare di trasmettere ai giovani. Scrutando le loro lacrime in quel cimitero che si chiama Birkenau, davanti alle camere a gas ho giurato che avrei continuato. Se sarà il momento di andare via, me ne andrò sereno, consapevole che quello che ho fatto, l’ho fatto con grande, doveroso impegno».

Marco Grieco

domenica 26 gennaio 2020

Iraq. Oltre 600 i manifestanti uccisi, 12 solo nell'ultima settimana

Corriere della Sera
Amnesty International ha aggiornato a oltre 600 il numero dei manifestanti uccisi in Iraq dall'ottobre 2019 e ha denunciato un forte aumento della repressione, con 12 manifestanti uccisi solo nell'ultima settimana a Baghdad, Bassora, Kerbala e Diyala.

La campagna di morte delle autorità irachene è dunque ripresa, con l'impiego di proiettili veri e delle micidiali granate a uso militare di produzione serba e iraniana. Uno degli episodi più gravi è accaduto il 21 gennaio a Baghdad sul cavalcavia della strada a scorrimento veloce Mohammed al-Qasim, presidiata da veicoli blindati con le insegne di un'unità speciale d'élite che risponde direttamente al primo ministro.

I militari che stavano sul cavalcavia hanno preso alcuni manifestanti e li hanno scaraventati giù, da sette metri di altezza. Un fotografo ha ripreso un uomo che improvvisa una danza della vittoria dopo aver sparato una granata dal cavalcavia contro i manifestanti che si trovavano sulla strada sottostante. La sera del 21 gennaio, sempre a Baghdad, la Guardia presidenziale ha invaso le strade di al-Dora, un quartiere residenziale e commerciale situato nella zona meridionale della città.

Questa è la testimonianza di un ragazzo che ha preso parte alle manifestazioni sin da ottobre: "Le forze presidenziali erano presenti in massa al posto di blocco. A un certo punto hanno iniziato a sparare in aria e a catturare persone, giovani soprattutto. Siamo scappati in direzione di via al-Tuma, riparandoci nelle caffetterie, nei negozi e in una palestra. Ci hanno inseguiti sin lì portando via alcuni di noi e le persone che cercavano di fermarli. Poi hanno strappato i telefonini dalle mani di coloro che stavano riprendendo la scena e hanno arrestato chi opponeva resistenza". A Bassora, le notti del 21 e del 22 gennaio le forze di sicurezza hanno disperso le manifestazioni con brutali pestaggi e usando proiettili veri.

Ecco una testimonianza raccolta dalla città: "Le forze di sicurezza arrivavano verso le 23 o intorno alla mezzanotte, quando i manifestanti erano di meno, e iniziavano a sparare. Come se fossero venute lì per ucciderci. Ho visto molte persone venire immobilizzate a terra e picchiate, alcuni avevano 14-15 anni. Quando tornavano nella zona dove era concentrato il grosso delle proteste, ci mostravano i segni delle bastonate e delle manganellate sulla schiena".

Riccardo Noury