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lunedì 12 aprile 2021

Pakistan - Pena di morte - Una lezione dalla Corte Suprema: moratoria delle esecuzioni dal 2019 e libertà dopo 25 anni di carcere

Il Riformista
Nei Paesi musulmani, è tradizione che tutte le esecuzioni siano sospese durante il mese di Ramadan. Nel 2020, in Pakistan, la tregua religiosa di un mese è durata tutto l’anno. Nessuno è stato impiccato, e la moratoria è sconfinata nei primi mesi di quest’anno.

La corte suprema del Pakistan
L’ultima esecuzione in Pakistan è avvenuta il 16 dicembre 2019, quando Taj Muhammad è stato impiccato per aver aiutato i Talebani nel massacro del dicembre 2014 in una scuola a conduzione militare di Peshawar, in cui rimasero uccise 150 persone, tra cui 134 bambini.
[...]
La foga giustizialista è scemata quasi subito: dopo il 2015, di anno in anno, le esecuzioni sono diminuite drasticamente fino a scomparire del tutto nel 2020.



La Corte Suprema del Pakistan è sempre stata un argine alla pratica della pena capitale nel Paese: ha posto limiti giuridici, creato precedenti, commutato migliaia di sentenze capitali. Uno studio condotto dal Justice Project Pakistan ha rivelato che, tra il 2010 e il 2018, la Corte Suprema ha annullato la pena di morte nel 78% dei casi. Il 97% delle condanne è stato commutato in ergastolo o in altre pene detentive nel 2018. La linea della più alta corte del Paese ha fatto scuola nei tribunali di grado inferiore. Nel 2019, erano state emesse 632 condanne a morte. Il numero è sceso a 177 nel 2020. Anche la popolazione del braccio della morte tra i più affollati del mondo è diminuita dai 4.225 detenuti del 2019 ai 3.831, tra cui 29 donne, registrati alla fine del 2020.
[...]
La Corte Suprema non si è fermata a quel che accade nei tribunali, ha rivolto la sua attenzione anche alla esecuzione delle pene. Nel luglio scorso, ha annullato la condanna a morte di due fratelli – Sikandar Hayat e Jamshed Ali – che avevano passato 27 anni della loro vita in carcere. 

Accogliendo l’istanza di revisione presentata dai prigionieri nel braccio della morte, la Corte ha affermato che i condannati, dopo più di 25 anni di carcere in attesa di esecuzione, avevano maturato il “diritto all’aspettativa di vita”. Secondo la sentenza, il “diritto all’aspettativa di vita” è un diritto che va riconosciuto al condannato a morte che, nel fare ricorso a tutti i rimedi giudiziari legalmente previsti volti a evitare l’esecuzione, sia rimasto in carcere per un periodo uguale o superiore a quello prescritto per l’ergastolo. 
In Pakistan l’ergastolo equivale a una pena che può durare al massimo 25 anni. Dopo tale termine, anche per un condannato a morte può maturare il diritto a vivere in libertà la parte di vita che gli rimane.
[...]
Dal Pakistan, che decide una moratoria delle esecuzioni per i condannati a morte e, dopo massimo 25 anni, dona la libertà ai condannati a vita, giunge una lezione di civiltà a un Paese che prevede ancora e pratica senza sosta pene che vanno oltre ogni aspettativa di vita, svolge processi di irragionevole durata, fissa misure di sicurezza perpetue, infligge regimi crudeli di detenzione che durano fino alla morte. 

Dopo solo sei anni dalla “strage degli innocenti” nella scuola di Peshawar, il Pakistan ha deciso di voltare pagina. Dopo quasi trent’anni dalla strage di Capaci, l’Italia continua invece a usare leggi e codici di emergenza, articoli come il 4 bis, il 41 bis e il 416 bis che negano il diritto umano minimo, quello “pakistano”, il diritto a sperare di vivere quel che resta della tua vita dopo un quarto di secolo di non vita.

Sergio D'Elia

mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


venerdì 18 dicembre 2020

Pakistan False accuse di blasfemia: Imran Masih, cristiano assolto dopo 11 anni di carcere

Avvenire
Imran Masih, 38enne di Faisalabad, era stato condannato all'ergastolo. Ora la Corte d'appello ha ribaltato la sentenza del 2010. Un vicino di casa lo accusò di aver bruciato un Corano.
Una manifestazione in Pakistan contro le persecuzioni dei cristiani - Ansa

Imran Masih, 38enne di Faisalabad, condannato all'ergastolo per blasfemia, è stato assolto oggi, 15 dicembre, nel processo di appello davanti all'Alta Corte di Lahore. Il tribunale, secondo quanto riporta l'agenzia Fides, ha ribaltato la sentenza di primo grado che, nel 2010, lo aveva condannato al carcere a vita.

Lo comunica all'Agenzia Fides Khalil Tahir Sindhu, avvocato cattolico che ha preso a cuore il caso e ha difeso Imran, come numerosi altri cristiani pakistani accusati ingiustamente di blasfemia. "E' una buona notizia per la giustizia, per i cristiani, per il paese. Siamo felici per esito positivo del processo che, finalmente, riconosce la libertà a un innocente. Ma d'altro canto c'è amarezza: basti ricordare che il caso ha subito in tribunale oltre 70 rinvii. Imran è rimasto per 11 anni e mezzo in carcere ingiustamente, non ha potuto salutare i suoi genitori, entrambi deceduti durante la sua prigionia, ha perso parte della sua giovinezza recluso per un crimine non commesso", dice a Fides l'avvocato, in un commento a caldo.

Visto il perpetrarsi di casi del genere, l'avvocato Sandhu osserva: “Occorre continuare a lottare, a tutti i livelli, per modificare questa ingiusta legge di blasfemia. Da troppo tempo si abusa di questa legge e spesso i cristiani ne sono vittime innocenti. Va notato che fino al 1986 non c’erano in Pakistan casi di accuse di blasfema. Dal 1986 in poi – quando il generale Zia-ul-Haq promulgò la legge – sono scoppiati i casi di blasfemia un po’ dappertutto. Ma per la maggior parte le accuse sono totalmente false e strumentali”.

Imran Masih è in carcere dal primo luglio 2009. A gennaio del 2010 è stato condannato all'ergastolo. Le accuse a suo carico erano totalmente false e inventate. Un suo vicino di casa lo ha accusato di aver bruciato una copia del Corano. Il giovane è stato vittima di un tranello: ripulendo il suo negozio, voleva infatti disfarsi di alcuni libri scritti in arabo (lingua che non comprende) e, per questo, aveva chiesto aveva un suo vicino di esaminarli, per appurare se i libri non fossero di argomento religioso o di preghiera islamica. Il vicino ha assicurato che non era così, e così Imran Masih li ha bruciati. Poi si è ritrovato vittima di una denuncia per blasfemia, inoltrata dallo stesso vicino, con l’accusa di aver dissacrato e incenerito una copia del Corano.

domenica 25 ottobre 2020

Pakistan, ennesima sposa bambina: Arzoo Raja, 13enne cristiana rapita da un 46enne e convertita all’Islam e costretta in casa come moglie

Fanpage
In Pakistan Arzoo Raja, 13enne cattolica, è stata rapita il 13 ottobre scorso da un 46enne che l’ha forzatamente convertita all’Islam e la costringe in casa come sua moglie. L’uomo avrebbe aggredito la ragazza mentre camminava per strada, per poi immobilizzarla e portarla con sé. I genitori di Arzoo si sono rivolti al Tribunale di Karachi per chiederne la liberazione ma fino ad ora le autorità non hanno dato nessuna risposta alle loro richieste.


In Pakistan un altro caso di sposa bambina, costretta forzatamente al matrimonio: Arzoo Raja, 13enne cattolica, è stata rapita il 13 ottobre scorso da un 46enne che l'ha fatta convertita all'Islam e la costringe in casa come sua moglie. L’uomo avrebbe aggredito la ragazza mentre camminava per strada, per poi immobilizzarla e portarla con sé. I genitori di Arzoo si sono rivolti al Tribunale di Karachi per chiederne la liberazione. "Fino a questo momento le autorità non hanno dato nessuna risposta alle loro richieste", ha rivelato Tabassum Yousaf, una dei legali che seguirà il caso e che, con la sua denuncia, si appella all’aiuto della stampa internazionale.

Il 13 ottobre scorso Arzoo non era andata a scuola poiché, a causa del Covid, nel suo istituto gli studenti frequentano solo a giorni alterni. Il 46enne ha approfittato del momento in cui la ragazza era uscita di casa per comprare delle caramelle nel vicino negozio di alimentari per rapirla. Il caso è seguito dalla Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Karachi, dove è arcivescovo il cardinale Jospeh Coutts.

In Pakistan è uno dei paesi al mondo in cui il fenomeno delle spose bambine è più diffuso. Il 29 aprile 2019 il Senato aveva approvato una legge che modificava l’età minima per potersi sposare, alzandola dai 16 ai 18 anni. La riforma legislativa era stata proposta dalla senatrice Sherry Rehman, che era diventata oggetto di aspre critiche da parte dei fondamentalisti.

Tuttavia la riforma è ora nelle mani dell'Assemblea nazionale, che a sua volta dovrà dare il via libera. Gli islamisti, per i quali le modifiche proposte andrebbero contro i dettami del Corano, secondo il quale il matrimonio sarebbe ammesso già durante il periodo della pubertà, sono i più contrari.

Daniela Brucalossi

martedì 7 luglio 2020

Pakistan, Wazirah Chahchar lapidata dal marito a 25 anni: nessun arresto, è un "delitto d'onore"

Globalist
La ragazza si chiamava Wazirah Chahchar. Il padre ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie.

Una donna di 25 anni è stata lapidata dal marito nella provincia meridionale di Sindh, in Pakistan. L'omicidio è avvenuto il 28 giugno scorso ma solo oggi gli attivisti per i diritti umani hanno diffuso la foto della giovane. Si chiamava Wazirah Chahchar ed è stata vittima di un 'delitto d'onore'.

Il padre, Gul Muhammad, ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie. Nessuno dei responsabili è stato ancora arrestato.

martedì 16 giugno 2020

Pakistan - Bambini schiavi. Zohra, bambina di 9 anni uccisa non è un caso isolato

Famiglia Cristiana
Zohra, la bimba pakistana di otto anni uccisa dai suoi padroni, non è un caso isolato. Sono milioni i minori ridotti in schiavitù, condizioni spaventose, come emerge nel racconto di alcuni piccoli profughi approdati in Italia: "Lavoravo tutto il giorno a 5 anni, il mio padrone mi picchiava con una spranga se sbagliavo qualcosa".


L’ omicidio della piccola Zohra Shah, la bambina pakistana di 8 anni uccisa dai suoi “padroni”nel Punjab
( a est del paese, ai confini con l’ India) perché “colpevole di aver fatto fuggire i pappagalli” accende i riflettori sul dramma dei piccoli schiavi invisibili. 

Un dramma immane che nel mondo colpisce circa 250 milioni di bambini tra i cinque e i 14 anni, impiegati nelle peggiori forme di sfruttamento, compreso quello sessuale. «In Europa, una vittima su quattro di tratta e di sfruttamento è minorenne e l’ obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale», si legge nel rapporto di Save the Children del luglio dello scorso anno, una rivelazione agghiacciante che si conferma nella testimonianza dei profughi sbarcati in Italia alla ricerca di più diritti e dignità. 

Alcuni li ho incontrati personalmente nel corso della mia attività di operatrice sociale. Erano piccoli e smarriti, anche se felici di essere scampati ad un incubo. Li guardavo con occhi di madre. Dopo averli ascoltati, spesso, la sera, raccoglievo le loro parole in un taccuino, cercando di fissare su carta quei ricordi che mi si erano conficcati nella memoria e un giorno sarebbero diventati testimonianze, grida di dolore, atti d’ accusa verso un’ umanità incapace di liberarsi dalla schiavitù infantile oltre le soglie del Duemila.

Katia Fitermann

martedì 4 febbraio 2020

Pakistan, Huma Younus, ragazzina cristiana di 14 anni, rapita e costretta al matrimonio. Per i giudici il matrimonio con il suo rapitore è legale

Globalist
La ragazzina cristiana di 14 anni è stata rapita a ottobre da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. Il padre: "Ennesima prova che lo Stato non considera i cristiani in Pakistan"
Si è tenuta il 3 febbraio, presso l'Alta Corte del Sindh a Karachi, in Pakistan, l'udienza sul caso di Huma Younus, la ragazzina cristiana di 14 anni rapita da Abdul Jabbar e costretta al matrimonio. E per i giudici, il matrimonio rimane comunque valido perché secondo la Sharia, la legge islamica, ogni bambina che ha già avuto il ciclo mestruale può contrarre matrimonio. 

Disperata la reazione di Nagheena Younus, padre della ragazza: "È l'ennesima sconfitta della giustizia e l'ennesima riprova che lo Stato non considera i cristiani dei cittadini pachistani". 

In teoria esiste una legge, il Child Marriage Restraint Act, entrato in vigore nel Sindh nel 2014, ma fino a questo momento non è mai stato applicato. "Speravamo che la norma potesse essere applicata per la prima volta in questo caso - afferma l'avvocata Tabassum Yousaf - ma evidentemente in Pakistan queste leggi vengono formulate e approvate soltanto per accreditare il Paese agli occhi della comunità internazionale, chiedere fondi per lo sviluppo e commerciare gratuitamente i prodotti pachistani nel mercato europeo".
Vi erano molte aspettative da parte dei genitori della quattordicenne cattolica rapita il 10 ottobre scorso e della comunità cristiana in generale. Huma avrebbe dovuto presentarsi in aula, come richiesto dai giudici durante la precedente udienza del 16 gennaio al poliziotto incaricato delle indagini Akhtar Hussain. Interrogato sull'assenza della ragazza, stamattina l'agente si è limitato a dire che la giovane era stata convocata. Sin dall'inizio della vicenda Hussain ha mantenuto un atteggiamento ambiguo destando forti sospetti di una sua complicità con il rapitore Jabbar.

Nonostante ciò, proprio al poliziotto è stato dato mandato dai giudici di far effettuare una visita medica per attestare l'età di Huma, come richiesto ancora una volta stamattina dalla Yousaf. "È chiaro che essendo Hussain l'incaricato - afferma l'avvocatessa - vi è un'alta probabilità che i risultati del test vengano contraffatti. Ma la nostra speranza è di riuscire comunque a provare la minore età della ragazza così da farla almeno affidare ad un centro, allontanandola così dal suo aguzzino".

La prossima udienza è fissata per il 4 marzo, purtroppo però anche qualora fosse attestato che Huma è minorenne, la decisione dei giudici di ritenere il matrimonio valido, annulla qualsiasi possibilità che Jabbar venga punito per i reati di rapimento e matrimonio forzato.

domenica 22 dicembre 2019

Pakistan - Junaid Hafeez, ricercatore universitario musulmano, attivista dei diritti umani, condannato a morte per blasfemia.

Avvenire
Junaid Hafeez, islamico di 33 anni, era stato arrestato il 13 marzo del 2014 on l'accusa di aver postato su Facebook commenti denigratori nei confronti del profeta Maometto.
Junaid Hafeez
Un tribunale distrettuale pachistano ha condannato a morte in Pakistan Junaid Hafeez, assistente universitario, intellettuale, attivista per i diritti umani e a sua volta simbolo della condanna alla “legge antiblasfemia”, usata spesso in modo pretestuoso e opportunistico.

Accusato di avere apprezzato e diffuso posizioni offensive verso la sua stessa fede musulmana via Facebook e per questo arrestato nel 2013 a 27 anni di età, Junaid Hafeez è vissuto da allora in isolamento nel carcere di Multan, sotto la costante minaccia di uccisione. 

Il suo è diventato un caso emblematico, sia per la virulenza con cui gli estremisti religiosi ne hanno cercato la condanna e la morte, sia per le caratteristiche del giudizio che ha portato oggi i giudici a decidere per la pena capitale. Più volte negli anni, almeno otto, la corte è stata sostituita e ogni richiesta di accelerare il procedimento, come pure di cambiare la prigione in quella meno esposta di Lahore è caduta nel vuoto.

Nel maggio 2014, il suo avvocato, Rashid Rehman, è stato ucciso da due sicari per non avere rinunciato alla difesa di Hafeez, e ogni appello della Commissione pachistana per i Diritti umani, come pure di altre organizzazioni nazionali e straniere è caduta nel vuoto.

Una condanna alla massima peno non è inusuale al primo livello di giudizio e anche per lui l’appello potrebbe risultare in una condanna più mite o nell’assoluzione. Tuttavia, la prima domanda che in molti si fanno è: quanto dovrà ancora attendere? E la seconda, spontanea, se nel frattempo riuscirà a sopravvivere alla dura detenzione e fanatismo omicida.

Stefano Vecchia

domenica 29 settembre 2019

Pakistan. Dopo 18 anni di carcere la Corte suprema assolve Wajih ul Hassan accusato di blasfemia

La Repubblica
Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002. La sentenza è stata poi confermata dall'Alta corte di Lahore. Le prigioni pullulano di innocenti. La Corte suprema del Pakistan - riferisce Asianews - ha assolto un uomo accusato di blasfemia che ha trascorso 18 anni in carcere. 
Wajih ul Hassan, il giorno del suo arresto nel 2002, da allora detenuto nel braccio della morte
Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002 da un tribunale di Lahore per oltraggio al profeta Maometto secondo la sezione 295C del Codice penale pakistano. Alcuni attivisti laici hanno espresso soddisfazione per l'assoluzione e dispiacere per Hassan, rinchiuso per tanti anni per un fatto non commesso. Hamza Arshad, educatore e giornalista, ha detto: "L'omicidio è il crimine più grave, ma è persino peggio detenere una persona innocente dietro le sbarre per 18 anni".

La "prova maestra? Una presunta lettera blasfema. Il 25 settembre il tribunale composto da tre giudici, guidati da Sajjad Ali Shah, ha stabilito che le prove presentate contro il condannato non sono sufficienti per mandarlo al patibolo e ne ha stabilito il rilascio. Al momento l'uomo si trova ancora nel carcere di Kot Lakhpath. I giudici hanno ribadito che in casi così controversi, dove la prova "maestra" era una presunta lettera blasfema, deve prevalere "la presunzione d'innocenza". Hashir Ibne Irshad, direttore di Exist Communications, sottolinea: "Dopo Rimsha Masih e Asia Bibi, Wajih ul Hassan è la terza vittima prosciolta dall'accusa di blasfemia da una corte superiore. Di rado i tribunali di grado inferiore assolvono le vittime. I processi sono molto costosi e i familiari degli accusati arrivano a vendere tutto ciò che hanno, vivendo nell'indigenza e nel dolore costante".

Un sistema giudiziario che fa acqua dappertutto. Lo scrittore lancia una provocazione: "Deve essere riformato il sistema procedurale dei casi di blasfemia e stabilito che entrambi - accusato e accusatore - devono rimanere in carcere durante il processo. A quel punto credo che nessuno più farebbe false denunce". In Pakistan, sottolinea, "il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, dal basso al vertice. I tribunali non sono trasparenti e equi. Le leggi sulla blasfemia sono applicate per risolvere dispute personali. Ci sono decine di esempi che lo provano. Addirittura a volte i tribunali superiori stabiliscono la liberazione dopo vari anni di carcere, senza nemmeno sapere che il presunto colpevole è già morto mentre era in prigione".

Destinati a marcire in galera o linciati a morte. Secondo Bilal Warraich, attivista e difensore d'ufficio, "in Pakistan le leggi sulla blasfemia sono così draconiane nella natura che le folle prendono la legge nelle loro mani e gli accusati sono linciati a morte, oppure costretti a languire in prigione per anni senza poter fare ricorso alla giustizia. Wajih ul Hassan e Asia Bibi sono solo due esempi: ci sono centinaia di cittadini innocenti in prigione, i loro casi sono in sospeso, gli avvocati sono costretti a fuggire per salvarsi la vita, fin dall'omicidio dell'avvocato e attivista Rashid Rehman. Prima di lui, il governatore del Punjab Salman Taseer è stato assassinato dalla sua guardia del corpo perché chiedeva la riforma delle leggi sulla blasfemia". L'avvocato ritiene che sia "interessante sottolineare che la 'spada' della blasfemia non colpisce solo le minoranze, ma anche i musulmani. Controversie sui terreni, i soldi e l"onorè diventano proiettili d'argento per le leggi sulla blasfemia. Come avvocato, ritengo che queste norme siano ripugnanti per il vero spirito della Costituzione che sostiene l'uguaglianza all'art. 10A del capitolo 2".

Prigioni che pullulano di innocenti. L'educatore Hamza Arshad è disilluso: "Potrebbe essere scioccante per il mondo civilizzato, ma nel nostro Paese è la routine. Le nostre prigioni pullulano di innocenti rinchiusi a causa di un sistema giudiziario penoso. La lunga e dolorosa prigionia di Wajih ul Hassan ci ricorda che la legge viene usata per perseguitare i cittadini. Si può solo immaginare l'orrore provato da quest'uomo, ciò che egli deve aver pensato all'ombra del cappio che incombeva, lo spasimo senza fine della famiglia, l'umiliazione e la minaccia provate dalla comunità. 

Ora che la Corte suprema lo ha assolto, chi gli ridarà 18 anni di vita? Gli consentiranno di vivere una vita normale in mezzo alla gente? L'avvocato che ha sporto denuncia sarà arrestato o processato? La società e lo Stato riformuleranno le leggi? La risposta è no. Per questo imploriamo il perdono della famiglia di Wajih ul Hassan, perché lo Stato e la società non faranno nulla per riscattarli".

di Shafique Khokhar

mercoledì 8 maggio 2019

Finisce l’incubo di Asia Bibi, la donna condannata a morte per blasfemia in Pakistan. Dopo l'assoluzione, raggiunge le sue figlie in Canada.

La Stampa
Madre di 5 giovani, trova scampo all’estero a pochi mesi dall’annullamento della sua condanna a morte che ha causato proteste di massa da parte di estremisti islamici.


Asia Bibi, la donna cristiana al centro di un decennale caso di accuse di blasfemia, ha lasciato il Pakistan, a pochi mesi dall’annullamento della sua condanna a morte che ha causato proteste di massa da parte di estremisti islamici.
 

Lo hanno riportato i media locali prima che il legale Saif Ul Malook confermasse che la sua assistita è arrivata in Canada. Si tratta dell’ultimo capitolo di una vicenda che ha scatenato dimostrazioni violente e omicidi di alto profilo, mettendo in luce l’aumento dell’estremismo religioso in ampie sezioni della società pakistana.

La storia risale al 14 giugno 2009. Asia Naurin Bibi, madre di cinque figli, mentre si trovava a lavoro ha iniziato a discutere con altre lavoratrici di fede musulmana. Quelle stesse donne l’hanno denunciata, pochi giorni dopo, sostenendo che durante il litigio avesse offeso il Profeta Maometto.

Bibi, contadina della provincia centrale del Punjab, è stata condannata per blasfemia nel 2010 ed è rimasta nel braccio della morte fino alla sua assoluzione l’anno scorso. Il suo caso è diventato rapidamente noto in Pakistan, attirando l’attenzione mondiale sull’estremismo nel Paese, nel quale la blasfemia è considerato un reato da punire con la pena di morte. Bibi è tecnicamente libera di lasciare il Pakistan da gennaio. Da allora, si ritiene che la donna sia stata tenuta in custodia cautelare dalle autorità in attesa di un accordo di asilo in un Paese terzo.

Non è chiaro quando Bibi abbia lasciato il Paese, ma ora ha raggiunto le sue figlie, già in precedenza fuggite in Canada.

mercoledì 16 gennaio 2019

Dall'Egitto al Pakistan, quando gli Imam proteggono I cristiani

Famiglia Cristiana
Al Cairo, il 5 gennaio, lo sheikh Saad Askar ha sventato un attentato in una chiesa copta. Negli stessi giorni, oltre 500 guide spirituali islamiche pakistane hanno firmato la Dichiarazione di Islamabad contro la discriminazione religiosa, a difesa di tutte le minoranze, con un riferimento particolare ad Asia Bibi.


«Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l'uno dell'altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani». E' un messaggio forte, di grande speranza, quello lanciato dall'imam egiziano Saad Askar, ripreso dall'agenzia Asianews. Un richiamo al dialogo e all'unità tra fedeli di diverse religioni in un Paese che vive sotto la minaccia del terrorismo.

Lo scorso 5 gennaio, alla vigilia delle celebrazioni del Natale ortodosso, è stato proprio lo sheikh Saad Askar a sventare un attentato nella chiesa copta della Vergine Maria e Abu Seifin a Ezbat al-Haganah, nel quartiere di Nasr City al Cairo: l'imam e un dipendente della vicina moschea Diaa al-haq hanno notato dei movimenti sospetti di uomo con un pacco in mano nei pressi del luogo di culto. Ad accorgersi del tizio sospetto sono stati due studenti dell'università al-Azhar, che lo hanno visto scappare di corsa e hanno avvertito l'imam. Lo sheikh Askar ha così avvertito i fedeli copti del pericolo lanciando un grido di allarme dal suo microfono: "Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente". Lui stesso si è poi recato nel luogo dove il pacco era stato lasciato. Sul posto sono intervenuti gli agenti e purtroppo un artificiere è morto a causa dell'esplosione di una delle bombe che erano contenute nel pacco.
[...]
Un appello alla tolleranza religiosa è stato lanciato, negli stessi giorni, in Pakistan: più di 500 imam del Paese hanno formato la Dichiarazione di Islamabad contro il terrorismo di matrice islamista, contro le violenze che vengono perpetrate in nome delle fatwa, gli editti emessi sulla base della legge coranica dagli ulema - ovvero gli esperti della legge religiosa islamica o sharia - più radicali, schierandosi contro la discriminazione di tutte le minoranze religiose - non solo cristiane - presenti nel Paese. Il documento riconosce che il Pakistan è un Paese multietnico e multireligioso, condanna gli omicidi compiuti "con il pretesto della religione", affermando che nessuna setta può essere dichiarata "infedele". Pertanto, nessun uomo, musulmano o di altra religione, può essere ucciso sulla base di sentenze emesse al di fuori dei tribunali e i fedeli di qualunque confessione hanno il diritto di vivere in Pakistan secondo le loro consuetudini religiose e culturali.

La Dichiarazione degli imam contiene inoltre un riferimento specifico al caso di Asia Bibi, la donna pakistana cristiana del Punjab arrestata nel 2009 e condannata a morte con l'accusa di blasfemia, assolta dalla Corte suprema a ottobre del 2018. La travagliata vicenda, tuttavia, non è ancora terminata: un gruppo di estremisti islamici ha presentato richiesta di revisione del verdetto e, fino al pronunciamento definitivo, Asia Bibi, che è stata scarcerata, è costretta a vivere in un luogo segreto.

La donna è stata arrestata sulla base della controversa legge contro la blasfemia, entrata in vigore nel Paese nel 1986 e che, nei casi più gravi, contempla la pena di morte. Asia Bibi nel 2010 è stata la prima donna condannata alla pena capitale sulla base di questa legge che, di fatto, si presta a molte strumentalizzazioni e in molti casi è un pretesto giuridico per colpire e punire le minoranze religiose, come i cristiani.


Giulia Cerqueti

mercoledì 9 gennaio 2019

Pakistan. «Nessuno è infedele»: 500 imam si schierano con Asia Bibi

Avvenire
Svolta dei predicatori: la «Dichiarazione di Islamabad» condanna le discriminazioni delle minoranze.

«Uccidere con il pretesto della religione è contrario ai precetti dell’islam». Inizia così la “Dichiarazione di Islamabad”, firmata domenica durante un incontro organizzato dal Consiglio pachistano degli ulema. Oltre cinquecento imam di tutto il Paese hanno sottoscritto il documento che condanna senza mezzi termini violenze e discriminazioni sulle minoranze e chiede il rispetto per tutti i pachistani, a qualunque religione appartengano. 

Un passo non da poco, «in una nazione in cui i fondamentalisti si accaniscono sugli appartenenti a fedi minoritarie, in particolare cristiani, ahmadi e sciiti. La stessa legge anti-blasfemia viene spesso impiegata arbitrariamente come strumento di persecuzione nei confronti di questi ultimi. A rendere ancora più eccezionale la Dichiarazione, una risoluzione ad essa allegata in cui i predicatori islamici fanno un esplicito riferimento ad Asia Masih, ovvero Asia Bibi, emblema degli abusi della normativa anti-blasfemia.

Arrestata il 19 giugno 2009, la donna cattolica è stata condannata a morte senza prove con l’accusa di aver offeso Maometto e detenuta per 3.421 giorni fino al pieno proscioglimento, da parte della Corte Suprema, il 31 ottobre scorso. I gruppi estremisti legati al movimento Tehreek-e-Labbaik non si sono, però, dati per vinti e hanno presentato una richiesta di revisione del verdetto. Al riguardo, i 500 imam firmatari chiedono al ministero della Giustizia di esaminare il suo caso con assoluta priorità, in modo «da far conoscere all’opinione pubblica la verità giuridica» sulla vicenda.

Gli esperti sostengono che il riesame sia un atto formale, dato che ad esprimersi saranno gli stessi alti togati autori della sentenza di assoluzione. Fino al pronunciamento, però, Asia Bibi resta in un limbo. Fuori ormai dal carcere, la donna è costretta a nascondersi in un luogo segreto, sotto stretto controllo autorità. Queste ultime cercano di proteggerla dagli estremisti, che l’hanno condannata a morte. Il rischio aumenta di giorno in giorno: da quasi tre mesi, la donna aspetta un visto d’espatrio, l’unica possibilità di tornare davvero libera, seppur in esilio. Sembra difficile, però, che le autorità pachistane glielo concedano prima dell’ultimo pronunciamento della Corte.

Da qui la richiesta degli imam di un rapido pronunciamento. Articolata in sette punti, la dichiarazione affronta il problema del terrorismo a tutto tondo. Non solo gli assassinii di innocenti con «pretesti religiosi» sono contrari ai precetti dell’islam. Lo è pure «dichiarare un gruppo religioso o setta», qualunque esso sia, come «infedele» e privarlo dei propri diritti costituzionali di vivere nel Paese in base alle proprie norme culturali e dottrinali. Per tale ragione, le esecuzioni extragiudiziali di presunti «infedeli» – pratica frequente soprattutto nel caso di accusati di blasfemia – sono condannate con forza, come pure le pubblicazioni, cartacee e digitali, che incitino all’odio, nonché le “fatwa” (editti) emesse in modo indiscriminato dagli ulema radicali.

Nella parte finale, il documento, riconoscendo il Pakistan come nazione multietnica e multiculturale, sottolinea il dovere del governo di «proteggere la vita e le proprietà dei non musulmani» e i loro luoghi sacri. Per tale ragione, ribadisce l’importanza di applicare il Piano d’azione nazionale contro il terrorismo e decreta il 2019 come anno di eliminazione della piaga che l’anno scorso ha ucciso almeno 595 persone.

Lucia Capuzzi

venerdì 21 dicembre 2018

Pakistan. Pena di morte, già 500 esecuzioni dalla fine della moratoria nel 2014

Avvenire
La reintroduzione della pratica, nel dicembre 2014 dopo l'attentato di Peshawar, ha portato sempre più detenuti davanti al boia. Sono 4.688 i condannati nel braccio della morte. Sono già 500 le esecuzioni di condannati a morte in Pakistan dal dicembre 2014, dopo che è stata eliminata la moratoria sulla pena di morte. 

Lo riferisce Justice Project Pakistan (JPP), una Ong che si occupa della difesa dei condannati alla pena capitale e secondo cui al momento ci sono 4.688 detenuti nel braccio della morte.

Il Pakistan aveva introdotto nel 2008 una moratoria alle esecuzioni, poi cancellata in seguito all'attacco terroristico in una accademia militare a Peshawar in cui morirono 140 persone. 

JPP ha sottolineato che il Pakistan "ha un numero di detenuti condannati a morte fra i più alti del mondo. Ciò accade in parte perché c'è un'alta quantità di reati per cui è prevista la pena capitale, quali blasfemia, sequestro di persona e reati legati alle droghe".

mercoledì 31 ottobre 2018

Corte suprema Pakistan assolve Asia Bibi condannata a morte per blasfemia

ANSA
Islamabad - La Corte suprema del Pakistan ha assolto oggi Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia nel 2010.




Il verdetto accoglie così il ricorso presentato nel 2015 contro la condanna emessa dall'Alta corte di Lahore (Lhc), che nell'ottobre 2014 aveva confermato la decisione di un tribunale di novembre 2010. 

Gli attivisti per i diritti umani e la e comunità cristiana hanno accolto con favore il verdetto finale della Corte suprema. Khadim Hussain Rizvi, a capo del partito islamista Tehreek-e-Labbaik Pakistan (Tlp), sta invece organizzando una protesta nazionale contro l'assoluzione della donna. 

Asia Bibi era stata arrestata nel 2009 dalla polizia nel suo villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, in seguito alla denuncia di altre donne di fede musulmana per blasfemia dopo un presunto reato contro il profeta Maometto durante una discussione.

lunedì 8 ottobre 2018

Pakistan - Pena di morte per blasfemia - Vita o morte per Asia Bibi, fissata per l’8 ottobre l’udienza decisiva

La Stampa
La Corte Suprema del Pakistan esamina il ricorso degli avvocati della donna cristiana condannata a morte per blasfemia. Lei in carcere prega e chiede la vicinanza del Papa.


Il grande giorno è arrivato. È il giorno decisivo per la vita o la morte di Asia Bibi. Lunedì 8 ottobre 2018, alle 13 ora locale (le 10 del mattino ora italiana), la Corte Suprema del Pakistan esamina il ricorso, giunto al terzo e ultimo grado di giudizio, presentato dagli avvocati della donna cristiana condannata a morte per blasfemia e in carcere da quasi un decennio.

Si tratta di un processo-lampo: secondo la procedura penale del Pakistan, a questo punto tutto si svolgerà in un’unica udienza, in cui i giudici ascolteranno le posizioni della difesa e dell’accusa (rappresentata dal Pubblico ministero) e valuteranno se confermare o annullare la sentenza di pena capitale. Il pronunciamento dovrebbe essere emesso lo stesso giorno e, per la pubblicazione, si dovrà attendere ancora due o tre giorni.

«Nel giro di una settimana, dunque, Asia potrebbe essere libera. Speriamo e preghiamo», nota Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna, e presidente della Renaissance Education Foundation che da Lahore copre le spese legali del processo e si occupa del sostentamento della sua famiglia.

Come conferma il documento emesso dalla Cancelleria del Supremo Tribunale di Islamabad e visionato da Vatican Insider, sarà uno speciale collegio giudicante, creato per l’occasione, ad ascoltare le argomentazioni dell’avvocato musulmano Saiful Malook, legale di Asia Bibi, e a decidere sulla sorte della donna.

Secondo Nadeem, le speranze sono fondate. Il collegio, composto da tre alti magistrati - come anticipato da Vatican Insider nel luglio scorso - è presieduto dal presidente della Corte suprema del Pakistan, Mian Saqib Nisar che, a garanzia di imparzialità e trasparenza, ha avocato a sé il caso di Asia Bibi, per sottrarlo a ogni rischio di strumentalizzazione politica e religiosa.

Paolo Affatato

giovedì 20 settembre 2018

Donna in Pakistan, segregata dal padre rientra in Italia. Aveva chiesto aiuto alla sua scuola in Italia

Ansa
Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, conferma "con grande soddisfazione" che la giovane Menoona Safdar trattenuta contro la propria volontà in Pakistan dalla sua famiglia si è appena imbarcata su un volo diretto in Italia.



"Il positivo esito, che ha posto fine a una grave violazione dei diritti fondamentali della giovane donna, è stato reso possibile, a seguito del personale interessamento del ministro, dall'efficace azione della nostra Ambasciata a Islamabad in stretto raccordo con la Farnesina", si legge in una nota del Ministero degli Esteri.

martedì 18 settembre 2018

Portata in Pakistan con lʼinganno, una 23enne chiede aiuto alla sua vecchia scuola in Italia

Globalist
"Mio padre mi ha impedito di terminare la quarta superiore, so che una delle professoresse chiedeva che fine avessi fatto, poi mi hanno portata via".


E' stata costretta a lasciare la scuola e a tornare in Pakistan con l'inganno perché il padre non voleva più che studiasse ma che sposasse un uomo scelto dalla famiglia. Una 23enne pakistana, privata dei documenti, si è rivolta con una lettera alla sua vecchia scuola, in provincia di Monza, per chiedere aiuto. "Vi prego, aiutatemi, il mio futuro è in Italia, mi hanno preso tutti i documenti e mi hanno lasciata qui", ha scritto.

"Mio padre mi ha impedito di terminare la quarta superiore, so che una delle professoresse chiedeva che fine avessi fatto, poi mi hanno portata via", ha aggiunto

mercoledì 13 giugno 2018

Pakistan - Asia Bibi in cella da 3.300 giorni. Condannata a morte semplicemente perché cristiana

Corriere della Sera
La mostruosità di una donna pakistana cristiana condannata a morte semplicemente perché cristiana non muove a pietà, è un po' meno mostruosa, è troppo poco "altra" da noi per farne motivo di indignazione.

Asia Bibi 
Tra pochissimo si toccherà quota 3.300. Un record molto triste perché 3.300 sono i giorni che Asia Bibi, in Pakistan, ha già scontato, colpita da un'accusa grottesca di "blasfemia". Asia Bibi è una donna pakistana che ha la sventura di essere cristiana e per il solo fatto di aver avuto la spudoratezza di girare per strada da sola è stata condannata a morte, con una condanna per il momento, ma solo per il momento, sospesa. 

Per qualche tempo Asia Bibi ha ricevuto la solidarietà di molte organizzazioni umanitarie, e ovviamente del Vaticano. Dopo un po' la campagna in suo favore è però venuta a noia. La difesa di una donna cristiana perseguitata non si porta molto, sa di vecchio, non attira, non è cool. 

E perciò Asia Bibi se ne sta in galera da quasi 3.300 giorni condannata nel silenzio e nell'indifferenza. I diritti umani non esistono più nella nostra coscienza se vengono violati a troppi chilometri di distanza. La mostruosità di una donna cristiana condannata a morte semplicemente perché cristiana non muove a pietà, è un po' meno mostruosa, è troppo poco "altra" da noi per farne motivo di indignazione. La sorte dei cristiani massacrati e discriminati non interessa più a nessuno.

L'universalità dei diritti fondamentali è buona solo per i discorsi retorici, non per motivare un impegno vero. E Asia Bibi giace in una cella, in condizioni disumane, sola, abbandonata, dimenticata, con la colpa di non aver commesso nulla: solo di aver pregato e onorato il suo Dio, che nel Pakistan islamista è crimine troppo grave. 

Il silenzio su Asia Bibi svela in tutta la sua meschinità la nostra ipocrisia, la nostra grottesca doppiezza morale, la mancanza di credibilità di organismi internazionali come l'Onu, nata proprio per reagire alla violazione dei diritti umani e trasformatasi via via in un baraccone in cui le commissioni per i diritti umani sono presiedute dai Paesi in cui quegli stessi diritti sono sistematicamente violati. Povera Asia Bibi, condannata a morte e dimenticata da noi, come tutte le donne e tutti gli uomini che non possono nemmeno possedere un rosario perché indizio di "blasfemia". Noi che sembriamo buoni solo a intermittenza, che non siamo più credibili, meritandoci questo attestato non proprio motivo di orgoglio. Quanti giorni dovrà scontare ancora in carcere Asia Bibi? E a noi, che ce ne importa?




Pierluigi Battista

venerdì 20 aprile 2018

Pakistan - Sfregiate con l'acido tre ragazze. Avevano detto no a un matrimonio combinato

Globalist
Erano in attesa dell'autobus e sono state circondate, pare, dai parenti dello sposo rifiutate. Colpite con l'acido.


Una di loro ha detto di no a un matrimonio combinato. Tanto è bastato perché una giovane donna pachistana e le sue due amiche - tutte studentesse universitarie - siano state sfregiate con l'acido mentre aspettavano l'autobus. 

Lo riferisce oggi la tv DawnNews. L'emittente ha citato fonti della polizia secondo cui l'incidente e' avvenuto a Gujrat quando due sorelle ed una loro amica aspettavano un autobus ad una fermata. Qui sono state avvicinate da tre giovani in motocicletta che le hanno lanciato l'acido sul volto e sul corpo. 

L'operazione, a quanto risulta, sarebbe stata organizzata dagli zii delle due sorelle e dell'amica, che sono latitanti, e riguarderebbe la decisione di una delle ragazze, sostenuta dalle altre due, di rifiutare una offerta di matrimonio.

giovedì 8 marzo 2018

Arabia Saudita - Nessuna giustizia per migliaia di "schiavi" pakistani detenuti e condannati a morte.

Blog Diritti umani - Human Rights
Le violazioni dei diritti umani sono molteplici in Arabia Saudita, dove migliaia di pakistani sono imprigionati e decine sono stati condannati a morte senza possibilità di difesa. Lo denuncia un rapporto pubblicato a Islamabad.

"L'Arabia Saudita esegue più pakistani di qualsiasi altra nazionalità, quasi tutti per il traffico di eroina", 66 di essi sono stati decapitatid tra il 2014 e il 2017, lo riferisce lo studio condotto dalle ONG Project Justice Pakistan (JPP) e Human Rights Watch (HRW).

Secondo i resoconti dei media sauditi, un uomo pakistano è stato messo a morte martedì e altri quattro sono stati condannati a morte il ​​mese scorso.

Dall'inizio dell'anno, 31 persone di tutte le nazionalità, sono state giustiziate in Arabia Saudita, secondo il conteggio di AFP.

Circa 2.795 pakistani sono attualmente detenuti in Arabia Saudita, essi "devono affrontare un sistema che li mette a lungo in stato di detenzione senza accusa né assistenza legale, e le autorità esercitano pressioni sui detenuti per fargli firmare confessioni per evitare il prolungarsi di queste detenzioni arbitrarie", ha denunciato Sarah Belal, direttore di JPP (Justice Project Pakistan), durante una conferenza stampa.

Le due organizzazioni criticano anche "servizi di traduzione inefficienti", che rendono i pakistani firmatari di una confessione senza nemmeno conoscerne il contenuto", ha detto Saroop Ijaz, ricercatore di HRW.

"Non sei solo condannato a morte, non sei sottoposto ad una procedura stabilita e senza gli elementi di base di un processo equo", la corte saudita non fornisce nemmeno avvocati agli imputati se non hanno possibilità economiche. Questo è generalmente il caso di "migranti economici pakistani".

Con 1,6 milioni di cittadini, i pakistani sono la seconda più grande comunità straniera in Arabia Saudita, spesso offrendo una manodopera poco qualificata.

Il sistema di "kafala" in vigore in questo paese, che regola lo status dei lavoratori migranti, vieta a molti di loro di cambiare lavoro prima della fine del loro contratto se il loro datore di lavoro si oppone. Delle ONG definiscono la condizione che ne deriva una sorta di lavoro forzato o anche di schiavitù.

I migranti pakistani "eccezionalmente poveri e gli emarginati", quindi devono affrontare un sistema giuridico discriminatorio, ha detto Saroop Ijaz, che critica anche "la mancanza di volontà del governo pakistano di proteggere i suoi cittadini" in Arabia Saudita.

ES

Fonte: AFP