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lunedì 22 maggio 2023

Sudan, un milione di persone in fuga: UNHCR chiede di garantire gli aiuti e la sicurezza dei civili

www.politicamentecorretto.com
A più di un mese dall’inizio del conflitto, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, continua a intensificare le operazioni di risposta per oltre un milione di persone sfollate all’interno del Paese o fuggite verso i Paesi limitrofi e lancia un appello urgente per garantire la sicurezza dei civili e permettere agli operatori umanitari di muoversi liberamente in Sudan.


In Sudan, le persone affrontano i pericoli, fuggendo in particolare da Khartoum, dal Darfur e da altre aree non sicure. Secondo la Commissione Sudanese per i rifugiati (Commission for Refugees/COR), circa 88.000 rifugiati accolti dal Sudan a Khartoum sono fuggiti per mettersi in salvo dirigendosi verso il White Nile, Gedaref, Kassala Madani e Port Sudan. In queste località, l’UNHCR sta assicurando assistenza primaria ai rifugiati e alle persone in fuga, con alloggi, beni di prima necessità, acqua potabile, servizi igienico-sanitari, assistenza medica e supporto ai servizi d’istruzione.

Nel White Nile, dove sono arrivati da Khartoum oltre 75.000 rifugiati sud sudanesi, l’UNHCR sta fornendo assistenza ai nuovi arrivati, garantendo loro beni di prima necessità e un alloggio nei campi, coordinando, allo stesso tempo, la distribuzione di beni alimentari insieme al WFP (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite) e svolgendo attività di registrazione e trasferimento nei campi anche per rifugiati eritrei,etiopi, e di altre nazionalità, in arrivo nel Sudan orientale.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), oltre 843.000 persone sono sfollate all’interno del Sudan, mentre quasi 250.000 persone che hanno varcato le frontiere sono state registrate dai governi dei Paesi confinanti e dall’UNHCR.

Il numero di quanti hanno fatto ingresso in Egitto, il Paese maggiormente impegnato nell’accoglienza, aumenta rapidamente: i partner dell’UNHCR stimano che gli arrivi siano più di 5.000 al giorno. Le persone sud sudanesi che hanno fatto ingresso nel Paese sono ora quasi 110.000, secondo il governo.

I principali valichi lungo il confine meridionale egiziano sono quelli di Qustul e di Argeen. La Mezzaluna Rossa egiziana, partner dell’UNHCR, stima che il 90 per cento degli arrivi si diriga a nord verso il Cairo e altre aree urbanizzate. L’UNHCR, inoltre, è impegnata a intensificare gli aiuti e le attività di risposta ad Assuan, da dove transitano numerosi rifugiati.
[...]
In Sud Sudan, la frequenza degli arrivi resta elevata, circa 1.500 persone al giorno. Dei 63.000 arrivati, molti sono sud sudanesi che erano rifugiati in Sudan. La maggior parte di loro arriva attraverso il valico di Renk, nello Stato dell’Upper Nile. Il centro di transito vicino al confine è sempre più sovraffollato e le risorse sono in esaurimento, fattori questi che aumentano i rischi in materia di protezione. Nonostante le criticità logistiche, il governo e i partner ONU stanno compiendo sforzi enormi per trasportare le persone verso le proprie aree di origine via terra o attraversando i fiumi su imbarcazioni.

In Ciad, l’UNHCR ha consegnato aiuti a quasi 10.000 famiglie e ha intensificato le attività di monitoraggio per far fronte ai rischi e alle esigenze di protezione più impellenti. I nuovi arrivati si trovano per la maggior parte in siti di transito in aree remote vicine alla frontiera, con risorse estremamente limitate. Insieme al governo e ai partner, questa settimana l’UNHCR ha iniziato a trasferire presso i campi esistenti i nuovi arrivati.

Inizialmente, 20.000 rifugiati sud sudanesi da poco arrivati saranno trasferiti nei campi, dove riceveranno un alloggio per il proprio nucleo famigliare e avranno accesso a istruzione e cure mediche. L’inizio imminente della stagione delle piogge aggrava la misura d’urgenza delle operazioni.

martedì 11 aprile 2023

L'orrore della Libia - l’Onu certifica torture e abusi: “La guardia costiera coopera coi trafficanti”- 4000 migranti nel campi di detenzione ufficiali e 18.000 in quelli illegali - di Francesca Mannocchi

La Stampa
La complicità dell’Unione europea: finanzia chi aiuta a commettere crimini contro i migranti. 


Il sei febbraio scorso - pochi giorni dopo il sesto rinnovo del Memorandum d’Intesa italo libico - il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato alla Libia il primo dei cinque mezzi finanziati dell’Unione Europea: una motovedetta capace di ospitare 200 migranti, che l’Italia consegnerà alla guardia costiera libica come previsto dal Support to Integrated border and migration managment in Libya, cioè il programma finanziato dalla Commissione Europea attraverso il Fondo per l’Africa che dal 2017 avrebbe l’obiettivo di rafforzare le autorità libiche.

Durante la cerimonia nel cantiere navale Vittoria a Adria, in provincia di Rovigo il Ministro Tajani ha speso parole incoraggianti: “Le autorità libiche hanno compiuto sforzi significativi nelle operazioni di salvataggio in mare e nel contenimento delle partenze irregolari, ma i flussi sono ancora molto alti”, ha detto alla presenza della ministra degli Esteri di Tripoli, Najla Mangoush e del commissario Ue per l’Allargamento e la politica di vicinato, Oliver Varhelyi.

Nessuno ha fatto menzione degli abusi subiti dalle persone migranti e anzi Várhelyi ha ribadito che non solo gli aiuti ridurranno le morti in mare ma che renderanno l’Europa più sicura. Un mese e mezzo dopo, alla fine di marzo, da un altro mezzo italiano donato alla Libia, il pattugliatore 656, la Guardia Costiera di Tripoli ha aperto il fuoco per allontanare la nave umanitaria Ocean Viking che si apprestava a soccorrere un barchino in difficoltà con ottanta persone a bordo. L’Ocean Viking non è riuscita ad avvinarsi e i migranti sono stati riportati a terra, in Libia, Paese che - val la pena ribadirlo ogni volta - le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie definiscono da anni un “porto non sicuro”.

Il rapporto Onu - Passano pochi giorni e gli esperti delle Nazioni Unite pubblicano il rapporto finale della Missione d’inchiesta indipendente sulla Libia (Ffm). Un testo di 46 pagine, trasmesso al Consiglio di sicurezza Onu e acquisito dalla Corte penale dell’Aja, che sta esaminando le richieste di mandato di cattura internazionale depositate dal procuratore Karim Khan. Tre anni di lavoro sintetizzato da parole che non lasciano spazio ad ambiguità: “Il sostegno fornito dall’Ue alla guardia costiera libica in termini di respingimenti e intercettazioni ha portato alla violazione dei diritti umani”.

Quello che sostengono gli investigatori nel rapporto basato su numerosi viaggi, centinaia di interviste e migliaia di prove raccolte è che sebbene non sia possibile dare la responsabilità diretta all’Unione per i crimini di guerra, è evidente che “il sostegno fornito abbia aiutato e favorito i crimini commessi”. Lo scenario è chiaro: la guardia costiera, attrezzata e addestrata dall’Europa, ha lavorato in stretto coordinamento con le reti dei trafficanti di uomini, traffico che ha generato “entrate significative” che hanno stimolato continue e brutali violazioni dei diritti.

In pratica le istituzioni, direttamente formate dai Paesi europei, destinatarie di mezzi e motovedette, hanno agito da un lato in accordo con l’Ue, dall’altro in complicità con i trafficanti che avrebbero dovuto contrastare, lasciando impunite le reti criminali e consolidando il potere e la ricchezza delle milizie armate. Le stesse milizie che forti di quel potere e di quel denaro agiscono influenzando i governi che in Libia sono sempre due e sempre più fragili e esposti al ricatto. Gli investigatori Onu denunciano poi che le autorità non hanno concesso loro la possibilità di visitare i centri detentivi in tutto il Paese, a ulteriore dimostrazione, dopo anni di denunce che quei luoghi oggetto del Memorandum di Intesa, e destinatari di aiuti umanitari, esulino dal controllo delle istituzioni di cui l’Europa è partner ma sono piuttosto ostaggio degli opachi rapporti tra il Dipartimento contro l’Immigrazione Illegale -che dipende dal Ministero dell’Interno di Tripoli - e le reti del malaffare.

Se si leggono i numeri, incontrastabile unica prova di quanto accada in Libia, è facile capire di cosa stiamo parlando. A oggi, secondo i dati forniti da Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sarebbero 3800 i migranti presenti nei centri di detenzione che sono nominalmente sotto il controllo delle autorità, ma di fatto terra di nessuno. Infatti, i migranti riportati indietro nell’ultimo anno dai mezzi forniti alla Libia dall’Ue sono più di 20 mila. Conti alla mano vuol dire che 18 mila persone sono fuori dai radar. Probabilmente smistati al porto una volta riportati indietro e destinati a tornare oggetto di abusi e torture nei centri di detenzione illegali.

Federico Soda, ex capo missione Oim in Libia, l’aveva denunciato già due anni fa. Era il 2021 e diceva: “I dati delle persone che vengono soccorse e intercettate dalla guardia costiera libica non combaciano con il numero delle persone in detenzione, siamo molto preoccupati di non riuscire a tracciare questi spostamenti e ogni anno perdiamo traccia di migliaia di persone”. Migliaia di persone portate indietro, in un porto non sicuro, dai mezzi che l’Europa fornisce ai libici.

Libici contro libici - Non va meglio per la popolazione locale. La missione conoscitiva delle Nazioni Unite in Libia ha riscontrato che le violazioni relative alle detenzioni arbitrarie colpiscono su vasta scala anche i libici e i responsabili. Secondo gli investigatori Onu le autorità libiche reprimono sistematicamente il dissenso della società civile. L’indagine ha rilevato che le autorità libiche, in particolare i settori della sicurezza, limitino i diritti di riunione, associazione, espressione e per punire le critiche contro le autorità e la loro leadership. Istituzioni sempre più deboli, spiega il rapporto, sotto il crescente potere dei gruppi armati.

Soffrono gli attivisti, soffrono le donne, vittime di una discriminazione sistematica, mentre si aspetta ancora giustizia per la sparizione della parlamentare. Le autorità libiche hanno imposto condizioni impraticabili alle associazioni. È sempre più complicato per gli operatori umanitari internazionale ottenere visti per entrare in Libia e per quelle locali ottenere permessi per registrare i gruppi civici e operare. La conseguenza è che gli aiuti richiesti tardano ad arrivare e che nessuno - compresi i gruppi come Human Rights Watch che hanno il mandato di verificare abusi e mancato rispetto dei diritti umani - riesce a operare in libertà nel Paese.
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Dal 2016 al marzo 2023, le autorità governative, sia in Tripolitania che in Cirenaica, hanno emesso quattro decisioni e regolamenti che violano la libertà di formare associazioni locali e internazionali, e limitano le organizzazioni per i diritti umani che ne denunciano le violazioni. 
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Complicità europea - La missione speciale terminerà il suo mandato il prossimo 4 aprile senza la possibilità di rinnovo. È facile immaginare che varranno a poco le raccomandazioni per istituire un meccanismo autonomo che monitori le violazioni dei diritti umani. Dopo la pubblicazione del rapporto il portavoce della Commissione europea Peter Stano ha rispedito le accuse al mittente. “Non stiamo finanziando nessuna entità libica. Non stiamo dando denaro fisico ai partner in Libia - ha detto -. Quello che stiamo facendo è stanziare molto denaro, che viene poi di solito utilizzato dai partner internazionali, i nostri soldi non finanziano il modello di business dei contrabbandieri o di coloro che abusano e maltrattano le persone in Libia, al contrario. La maggior parte del denaro va a prendersi cura di queste stesse persone”.

L’anno scorso, il commissario europeo per gli affari interni Ylva Johansson ha dichiarato al parlamento europeo che “l’Ue ha dedicato circa 700 milioni di euro (760 milioni di dollari) alla Libia nel periodo 2014-2020, inclusi 59 milioni di euro (64 milioni di dollari)” per la guardia costiera. Formare e fornire mezzi è già finanziare quelle istituzioni e rappresenta quindi la responsabilità morale di una politica che l’Europa non mette in discussione nemmeno di fronte alle evidenze degli abusi.

lunedì 27 marzo 2023

Italia - Il decreto Meloni ferma la nave ong di Banksy "Luise Michel": ha fatto troppi salvataggi.

Il Riformista
Fermata la nave Luise Michel, dell’omonima ong, finanziata dall’artista di fama internazionale Banksy. Il fermo è stato eseguito dall’autorità marittima di Lampedusa. La nave è accsusata di aver violato il nuovo decreto ong del governo Meloni. Le autorità “ci impediscono di lasciare il porto e prestare soccorsi in mare” lamentano gli attivisti. 


Ieri pomeriggio la Guardia Costiera ha diffuso le ragioni del fermo. Soltanto ieri la nave aveva soccorso complessivamente cinque imbarcazioni. Alla nave era stato assegnato Trapani come porto di sbarco ma a causa delle gravi condizioni in cui si trovavano i naufraghi soccorsi la nave era stata autorizzata a raggiungere Lampedusa, dove si trova tutt’ora.

Dopo l’ultimo arrivo al molo l’equipaggio aveva scritto: “Durante lo sbarco a Lampedusa in prima mattinata, eravamo già stati informati che la nostra nave è in stato di fermo per violazione del nuovo decreto italiano”. “24 ore dopo che ci è stato detto che la nostra nave è stata fermata, non abbiamo ancora una giustificazione scritta ufficiale per la detenzione. Sappiamo di dozzine di barche in pericolo proprio di fronte all’isola in questo preciso momento, eppure ci viene impedito di prestare assistenza. Questo è inaccettabile!“, ha scritto in una nota l’equipaggio della Louise Michel. La Guardia Costiera ha diffuso nel pomeriggio una nota sui fatti.

Cinque gli interventi compiuti dalla nave ieri. Alle 2:10 il primo nei confronti di due gruppi di 38 migranti ciascuno, trasbordati successivamente sulla motovedetta Cp273 della Guardia Costiera. Alle 6,30 la nave ha sbarcato sul molo commerciale altre 78 persone che erano su un gommone, ma anche altri 39 (9 donne) che viaggiavano su un’imbarcazione in ferro di circa 7 metri, ed ancora altri 39 (6 donne e 1 minore) e poi 24 (sei donne e un minore). La Louise Michel è stata fermata per violazione del nuovo codice di condotta delle navi ong, entrato in vigore lo scorso gennaio, secondo quanto riporta una nota della Guardia Costiera. “Con la situazione che c’è in mare, trattenere una nave di soccorso in porto mentre donne, uomini e bambini rischiano di morire, è una cosa assurda”, ha detto Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans.
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Proseguono intanto gli sbarchi. L’hotspot è al collasso, oltre duemila persone, la capacità sarebbe di 400. La Louise Michel era arrivata ieri a Lampedusa con a bordo 178 migranti, soccorsi su quattro diverse imbarcazioni.

Antonio Lamorte

mercoledì 22 marzo 2023

La Tunisia sta diventando la "Nuova Libia - Stato vicino al default - Paese che non offre futuro ai giovani. Politiche xenofobe verso gli "africani" subsahariani.

Globalist
La “nuova Libia” si chiama Tunisia. Uno Stato in default. Una rivoluzione tradita. Un Paese giovane che non offre futuro ai suoi giovani. Globalist lo ha documentato in più articoli. Denunciando la miopia di una Europa, e dell’Italia, la cui politica ha un punto fermo, una vera, sciagurata ossessione: l’esternalizzazione delle frontiere. E la ricerca sulla sponda sud del Mediterraneo, di “gendarmi” da armare e finanziare perché facciano il lavoro sporco – i respingimenti – al posto nostro.

Migranti subsahariani in Tunisia
La “nuova Libia”
Di grande interesse sono le analisi di due giornalisti che del Mediterraneo sanno molto.
Annota Dario Prestigiacomo su EuropaToday: “Anche grazie ai finanziamenti di Ue e Italia, le partenze dalle sue coste sono state per lo più bloccate. Ma adesso, il “tappo” della Tunisia potrebbe saltare, inasprendo la pressione migratoria nel Mediterraneo in direzione dell’Europa. Non è certo solo questo aspetto a preoccupare Bruxelles, ma di sicuro è tra i fattori principali che hanno spinto finalmente Bruxelles ad affrontare il dossier tunisino e a inserirlo nell’agenda della riunione dei ministri degli Esteri in corso oggi nella capitale europea. Il Paese nordafricano si trova da tempo in una grave situazione di crisi economica e instabilità politica, e per molti analisti potrebbe essere una “nuova Libia”, non solo per quel che riguarda le rotte migratorie.
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La crisi economica
Alle tensioni politiche si sono presto aggiunte quelle sociali. In Tunisia scarseggiano da mesi beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. I carichi di grano e altri alimenti sono stati spesso rispediti indietro per mancanza di risorse. Il tasso di inflazione viaggia ormai sulla doppia cifra e la disoccupazione giovanile è in sensibile crescita. 
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I migranti
Il peggio, però, è arrivato sul fronte dei migranti. Tutto il mondo è Paese, e così capita che anche in un Paese africano i migranti (africani) diventino un buon capro espiatorio. Il 21 febbraio il presidente Saied si è infatti lanciato in un discorso xenofobo in cui ha parlato di “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” arrivati in Tunisia, portando “la violenza, i crimini e i comportamenti inaccettabili che ne sono derivati”. Il capo di Stato l’ha definita una situazione “innaturale”, parte di un disegno criminale per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro Stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”, dato che tali migranti sono spesso di religione cristiana. Parole che hanno innescato un’ondata di violenze contro i migranti subsahariani e spinto diversi Paesi dell’Africa occidentale a organizzare voli di rimpatrio per i cittadini timorosi. Molti dei circa 21 mila migranti dell’Africa subsahariana che vivono in Tunisia si sono ritrovati senza lavoro e senza casa.
[...]
La tensione cova invece sotto la cenere nei quartieri periferici della capitale e dei principali centri urbani, dove non si arriva a fine mese né si trovano generi alimentari di base nei supermercati come caffè, farina e latte. I migranti subsahariani vivono nascosti dopo pogrom e aggressioni degli ultimi giorni di febbraio. E fuggono. Come riporta l’agenzia Nova, che ha avuto accesso ai dati del Viminale, sono almeno 12mila le persone partite dalle coste tunisine dal primo gennaio al 13 marzo, più di 170 sbarchi al giorno, con un aumento del 788% rispetto ai 1.360 arrivi dello stesso periodo del 2022. La Libia è stata superata. E da queste parti i mercenari russi della Wagner non c’entrano, non si sono mai visti.

martedì 7 marzo 2023

Gran Bretagna - Migranti - Violazione norme internazionali - Chi arriva in modo illegale sarà arrestato e deportato in Ruanda. Anche richiedenti asilo e minori

Il Riformista
Chi arriverà attraversando la Manica sarà detenuto e portato in Paesi “sicuri”, sarà bandito a vita dalla Gran Bretagna e non potrà mai ottenere la cittadinanza britannica. Questa è la linea dura del primo ministro Rishi Sunak contro gli sbarchi illegali che risponde a un’emergenza che ha visto nel 2022 l’arrivo sulle coste britanniche di oltre 45 mila persone a bordo di imbarcazioni di fortuna: una questione diventata rapidamente una priorità per l’opinione pubblica e una spina nel fianco per i governi conservatori.


Martedì 7 marzo il governo presenterà una legislazione che ha già scatenato le critiche dei gruppi per i diritti umani e che funzionari governativi ammettono essere “al limite della legalità internazionale”. 

Così decine di migliaia di persone potrebbero essere detenute in siti militari e il ministero dell’Interno avrà l’obbligo legale di deportarle “appena è ragionevolmente fattibile”. Norme che si applicheranno anche alle famiglie e perfino ai minori non accompagnati. Non solo, tutti gli immigrati illegali si vedranno inoltre comminare un bando a vita a tornare in Gran Bretagna e non potranno mai più ottenere la cittadinanza britannica.

Il magnanimo governo d’oltremanica ha promesso di aprire rotte “legali e sicure” per i richiedenti asilo, anche se non ha specificato in che modo: “La possibilità di insediarsi in questo Paese e di diventare cittadini britannici non è un diritto umano, è un privilegio – ha dichiarato una fonte governativa –. Questo è perché bandiremo gli immigrati illegali”. Poi il premier Sunak ha aggiunto che “l’immigrazione illegale è ingiusta per i contribuenti, è ingiusta per quelli che vengono qui legalmente ed è sbagliato che le gang criminali siano autorizzate a continuare il loro commercio immorale. Dunque capiamoci bene: se vieni qui illegalmente, non potrai rimanere”.

Dura la replica del Consiglio per i Rifugiati: “In questo modo decine di migliaia di profughi che avrebbero diritti all’asilo finiranno ingabbiati come criminali – e aggiunge – che il piano del governo rappresenta una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati”. Secondo il Consiglio, due terzi dei migranti sbarcati lo scorso anno avrebbero diritto all’asilo.

Una notizia che può non sembrare nuova, infatti già l’anno scorso il governo britannico aveva provato a deportare gli immigrati illegali in Ruanda, Paese col quale ha stretto un accordo in merito, ma i voli erano stati bloccati da un intervento all’ultimo minuto della Corte europea per i diritti umani. Adesso Sunak intende inserire nella nuova legge un “freno” alla giurisdizione della Corte (e l’ala destra del suo partito sta facendo pressione perché Londra si ritiri del tutto dalla Convenzione europea sui diritti umani).

Dopo il successo ottenuto con l’accordo sull’Irlanda del Nord, Sunak intende scavare un solco con l’opposizione laburista, che resta saldamente in testa nei sondaggi. Una mossa che va letta soprattutto in chiave elettorale.

L’immigrazione illegale infatti è tornata in cima alle priorità dell’opinione pubblica dei sudditi della Corona, subito dopo l’economia e la sanità: e l’87% del pubblico ritiene che il governo stia gestendo male la questione. Dunque il premier ha fatto dello stop agli sbarchi una delle sue priorità per quest’anno. L’atteggiamento dei britannici verso l’immigrazione è però ambivalente: dopo la Brexit, contrariamente a quello che si poteva pensare, c’è stato un boom di arrivi dall’estero, più di un milione solo nell’anno scorso.

Questi però sono tutti immigrati legali, per lo più studenti o personale qualificato, rispetto ai quali l’opinione pubblica è abbastanza rilassata: l’inquietudine si manifesta invece nei confronti degli sbarchi illegali, di fronte ai quali c’è la sensazione di una situazione fuori controllo. È contro la mancanza di regole e il rischio di un afflusso indiscriminato che si concentra, quindi, l’ostilità degli inglesi. Almeno per ora.

Riccardo Annibali

Bangladesh - Enorme incendio nel campo profughi Rohingya, Cox’s Bazar. 12mila restano senza rifugio

Huffpost
Enorme incendio nel campo profughi Rohingya in Bangladesh, 12mila restano senza rifugio
Selim Ullah: “Quando eravamo in Myanmar abbiamo dovuto affrontare numerosi problemi. Le nostre case sono state bruciate. Ora è successo di nuovo"


Un enorme incendio ha colpito il campo profughi per persone di etnia rohingya di Balukhali, vicino alla città di Cox’s Bazar, nel sudest del Bangladesh. Nessun ferito è stato segnalato, ma le fiamme che sono divampate nel Campo 11 di Cox's Bazar hanno rapidamente inghiottito i rifugi di bambù e tela cerata, lasciando 12mila persone senza la loro abitazione.

"Circa 2.000 rifugi sono stati bruciati e 12.000 cittadini birmani sfollati con la forza sono rimasti senza riparo", ha dichiarato all'AFPil Commissario per i rifugiati del Bangladesh, Mijanur Rahman.

Secondo un portavoce della Croce Rossa Internazionale i danni sono “enormi”. L’incendio, oltre ad aver distrutto 35 moschee e 21 aree destinate all’insegnamento, ha danneggiato gli impianti idrici del campo.

Il rifugiato Selim Ullah, padre di sei figli, ha riferito di non aver "potuto salvare nulla”. “Tutto è andato in cenere. Molti sono senza casa. Non so cosa ci succederà", ha detto il quarantenne, aggiungendo: “Quando eravamo in Myanmar abbiamo dovuto affrontare numerosi problemi. Le nostre case sono state bruciate. Ora è successo di nuovo."

I rohingya sono un grande gruppo etnico di religione musulmana, le cui comunità si trovano per lo più in Bangladesh e in Myanmar. La maggior parte dei profughi che vivono nel campo di Balukhali è scappata dal Myanmar a partire dal 2017, quando l’esercito birmano aveva compiuto una serie di brutali operazioni militari, con stupri sistematici e uccisioni indiscriminate. 

Tutt'oggi tantissimi rohingya decidono di attraversare il confine per rifugiarsi in Bangladesh, dal momento che nel Myanmar, paese a maggioranza buddista, il gruppo etnico musulamano è vittima di forti discriminazioni. Così molti cercano protezione nei vicini campi profughi che sono per lo più improvvisati, sovraffolati e con pessime condizioni sanitarie. Proprio in questi campi è piuttosto frequente che si verifichino incendi anche di natura dolosa: nel marzo del 2021, 15 profughi morirono e circa 50mila rimasero senza casa a causa di un enorme incendio che colpì sempre il campo di Balukhali. Ora le autorità del Bangladesh stanno indagando sull'origine di quest'ultimo disastro e non escludono un atto di sabotaggio alla sua base. Un uomo è stato infatti arrestato. Tuttavia, come dichara Faruque Ahmed, un funzionario della polizia locale, "le ragioni dell'incendio non sono ancora note".

domenica 26 febbraio 2023

Migranti - Tragico naufragio in Calabria - Decine di morti tra cui un neonato, molti dispersi.

Corriere della Sera
I cadaveri sono stati trovati stamattina sulla spiaggia in località «Steccato», a venti chilometri da Crotone

Sale a 33 il numero dei migranti morti stamattina a «Steccato» di Cutro, a 20 chilometri da Crotone, dopo che il peschereccio sul quale si trovavano si è spezzato in due. Un bilancio che è destinato certamente ad aggravarsi. Secondo quanto si apprende dalle operazioni di soccorso, erano circa 250 i migranti ammassati sul vecchio barcone che non ha retto al moto ondoso. 


Per questo l’ipotesi che viene fatta da investigatori e soccorritori è che le vittime del naufragio siano dunque molte di più delle 33 accertate fino adesso. Tra le vittime numerosi bambini (anche un neonato).

Al momento sono circa un centinaio le persone tratte in salvomentre continuano le ricerche. Fonti della prefettura di Crotone parlano di 33 morti, 70 dispersi e 58 sopravvissuti, di cui quattro sono stati trasferiti in ospedale.

Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, ha posto il problema delle salme: «Crotone era già in sofferenza, ma ci organizzeremo, anche nei vari paesi. Ci vuole solidarietà anche in questo».

L’imbarcazione partita dalla Turchia - su cui viaggiavano migranti in arrivo da Iran, Afghanistan e Pakistan - sarebbe finita contro gli scogli a causa del mare agitato. Secondo quanto si apprende, dai racconti fatti dai superstiti ai soccorritori, erano almeno 250 i migranti ammassati sul vecchio barcone che non ha retto al moto ondoso. Sul posto polizia, carabinieri, vigili del fuoco, 118 ed istituzioni civili locali. 

Secondo le fonti, i migranti «non hanno fatto in tempo a chiedere aiuto» e alcuni dei sopravvissuti avrebbero raggiunto la costa con i propri mezzi. Sono ancora molti i cadaveri da recuperare. In mare si notano tantissimi pezzi di legno. È quello che rimane dell’imbarcazione. In una zona della spiaggia, accuditi dai volontari, ci sono i sopravvissuti e poco distante una lunga file di sacchi bianchi. 

Un elicottero della Guardia Costiera sorvola la zona, mentre di fronte alla costa pattuglia una motovedetta della Capitaneria di Porto, che però non si può avvicinare a causa delle onde alte.

domenica 6 novembre 2022

Humanity 1 e Geo Barens nel porto di Catania. Il Governo esegue una vergognosa "selezione": donne, bambini e fragili si salvano ma gli uomini "forti" devono tornare in mare.

Il Post
Sono a bordo di due navi, da cui il governo vuole far scendere solo donne, bambini e persone fragili, in violazione della legge internazionale.
Migranti a bordo della Humanity 1 (ANSA/MAX CAVALLARI-SOS HUMANITY)
Nel porto di Catania, in Sicilia, ci sono due navi gestite da ong con a bordo molti migranti soccorsi nei giorni scorsi nel Mediterraneo: sono la Humanity 1 di SOS Humanity e la Geo Barents di Medici Senza Frontiere. In entrambi i casi il governo italiano pretende che sbarchino soltanto le donne, i bambini e le persone fragili, in chiara violazione della legge internazionale. Contro la decisione del governo, la ong SOS Humanity ha annunciato che farà ricorso al TAR del Lazio.


Dalla prima nave gran parte dei 179 migranti sono stati fatti scendere tra sabato sera e domenica, ma ne sono rimasti a bordo ancora 35, maschi adulti che il governo italiano non vuole autorizzare a far sbarcare: il capitano della nave, il tedesco Joachim Ebeling, ha detto che nella mattina di domenica ha ricevuto la richiesta di lasciare il porto di Catania e di essersi rifiutato: «Sarebbe contro le leggi andare via con i sopravvissuti, come mi ha spiegato il mio legale. I naufraghi rimasti a bordo sono in uno stato depressivo e di apatia, siamo profondamente preoccupati per la loro salute mentale. È difficile riuscire a spiegargli quello che sta succedendo ed è qualcosa che io stesso non riesco a capire perché è contro le leggi», ha spiegato.

Una situazione analoga si sta verificando sulla Geo Barents, che è attraccata nel porto di Catania domenica mattina: a bordo ci sono 572 migranti, e i primi sbarchi sono iniziati nel tardo pomeriggio di domenica. Le operazioni sono ancora in corso e non è chiaro quanti migranti verranno fatti scendere. Ma, come nel caso della Humanity 1, è certo che a bordo rimarranno i maschi adulti considerati in buona salute.

In entrambi i casi lo sbarco parziale è dovuto a un decreto interministeriale firmato venerdì sera secondo cui, una volta entrate in acque italiane, le navi delle ong devono sottoporsi a un’ispezione delle forze dell’ordine italiane, per decidere quali persone hanno i requisiti per scendere e quali no. Al termine dell’ispezione e finite le operazioni di soccorso di donne, bambini e persone fragili, le navi delle ong devono lasciare le acque italiane, secondo il governo.

Venerdì il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva spiegato il decreto dando un’interpretazione molto creativa delle norme sul diritto d’asilo. Secondo Piantedosi le navi che battono bandiera di un certo stato devono essere trattate «come un’isola» di quello stato, implicando che quindi il governo dello stato in questione dovrebbe farsi carico delle richieste d’asilo che avvengono a bordo (nel caso della Humanity 1 e della Geo Barents, rispettivamente il governo norvegese e tedesco).

La decisione del governo è stata però criticata da molti, che ritengono sia un’evidente violazione delle leggi internazionali, e in particolare della  cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979, che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Nel frattempo ci sono altre due navi di ong al largo della Sicilia in attesa di sapere se possono attraccare e far scendere le centinaia di migranti che hanno soccorso: sono la Ocean Viking, con 234 migranti, e la Rise Above, che ne ha a bordo 90.

mercoledì 26 ottobre 2022

Governo insediato, il ministero dell'Interno riprende a negare i porti alle due navi con centinaia di naufraghi, Humanity One e Ocean Viking delle Ong, Sea Watch e Sos Méditerranée

Rai News
Il passaggio nelle acque italiane per due navi impegnate a salvare vite nel Mediterraneo, è stato considerato “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero” da parte del Viminale, ministro Matteo Piantedosi, con una direttiva che rispecchia quella analoga emanata dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini, nel marzo 2019.

Le due navi, di altrettante Ong, sono Humanity One e Ocean Viking e fanno riferimento, rispettivamente, alle ong Sea Watch e Sos Méditerranée. 


Humanity 1 è, in realtà, la Sea-Watch 4. Prima del suo impiego come nave di salvataggio, la Sea-Watch 4 era una nave di ricerca e si chiamava "Poseidon". Era di proprietà del Land dello Schleswig-Holstein e gestita dal Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research Kiel. La nave è stata costruita nel 1976, è lunga oltre 60 metri e larga 11 metri. È stata acquistata all'asta nel 2020 da Sea-Watch e dalla coalizione di ong United4Rescue e battezzata con il nome di "Sea-Watch 4" nel febbraio del 2020. Batte bandiera tedesca.

"Dopo ampie misure di ristrutturazione - spiega la ong - rappresenta ora una delle navi di soccorso più grandi e meglio equipaggiate del Mediterraneo". Sulla nave sono presenti, tra le altre cose, un'area protetta per le donne e i bambini e un'infermeria.

La Sea-Watch 4, costata alla ong 1,3 milioni di euro, può ospitare e curare circa 300 profughi a bordo. In caso di gravi emergenze, tuttavia, può capitare che ce ne siano molte di più, per un breve periodo. Durante la missione, l'equipaggio è composto da 26 persone a bordo. Nelle ultime ore l'equipaggio della nave ha salvato 22 migranti che erano su un gommone in pericolo. Poche ore prima aveva soccorso 113 persone. Ora sono 180 le persone al sicuro sull'unità di Sos Humanity.

La Ocean Viking è registrata come nave cargo presso il Norwegian International Ship Registry (Nis), e batte perciò bandiera norvegese. Il vascello in passato era utilizzato come nave da supporto e soccorso per piattaforme offshore di petrolio e gas nel Mare del Nord. Costruita nel 1989, è lunga 69.3 e larga 15.5 metri. Il grande ponte, una volta vuoto, ospita ora un modulo-container. La nave adesso è equipaggiata per la ricerca e il soccorso con quattro High speed rescue boats (Rhibs), con una clinica per le consultazioni mediche, il triage e delle stanze per il recupero. La squadra di Sos mediterranee consiste di 13 persone ed è guidata da un Coordinatore della Ricerca e Soccorso (Search and Rescue Coordinator). Altre 9 persone fanno parte dell'equipaggio marittimo e sono dipendenti dell'armatore.

Dopo gli ultimi soccorsi, tra cui donne e diversi bambini, a bordo di Ocean Viking viaggiano in queste ore 146 migranti soccorsi al largo della Libia.

lunedì 17 ottobre 2022

La Grecia denuncia all'ONU di aver accolto 92 migranti completamente nudi provenienti dalla frontiera con la Turchia

Ansa Med
Il ministro greco per l'Immigrazione, Notis Mitarakis, ha annunciato che incontrerà lunedì prossimo il Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per sottoporre alla sua attenzione il caso dei 92 migranti che sono stati recuperati dalle autorità greche, spogliati interamente dei loro vestiti, venerdì scorso lungo il fiume Evros, nella regione greca della Tracia al confine con la Turchia.

Mitarakis ha annunciato l'incontro durante un'intervista con la televisione greca Skai, e ha aggiunto di avere già informato la Commissione europea a proposito della vicenda. 
"La Turchia si è trovata in una posizione molto difficile, poiché le 92 persone sono state trovate da Frontex, che ha confermato l'incidente" ha dichiarato Mitarakis, aggiungendo: "Queste persone, purtroppo, sono state sottoposte a trattamenti degradanti in Turchia. Ora sono in territorio greco e saranno trasferiti al Centro di registrazione di Fylakio".

In base a quanto dichiarato dalle autorità greche, i 92 migranti, tutti uomini principalmente di origine afghana e siriana, hanno testimoniato di essere stati condotti al confine da tre camionette della Guardia di frontiera turca. Ankara, a sua volta, nega ogni coinvolgimento nella vicenda e accusa la Grecia di violare sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo con la collaborazione di Frontex.

Nella sua intervista, il ministro Mitarakis ha definito concreto il rischio che la Turchia strumentalizzi i flussi migratori per mettere in difficoltà la Grecia. "Nonostante la pressione a cui siamo sottoposti, quest'anno registriamo il secondo numero più basso di arrivi che si è verificato negli ultimi dieci anni" ha annunciato il ministro. 

"Per avere un'idea, nel 2015 è entrato nel nostro Paese circa 1 milione di persone, nel 2019 72.000, l'anno scorso 8.500 e quest'anno 11.000" ha spiegato Mitarachis, aggiungendo che delle 121 strutture di accoglienza operative in Grecia, ne sono rimaste solo 34.

sabato 15 ottobre 2022

Continua la strage di migranti, recuperati undici corpi a largo della Tunisia

Stranieri in Italia
Undici corpi in decomposizione di migranti sono stati recuperati tra giovedì e venerdì al largo del governato di Mahdia. A rendere nota la notizia è stata la Guardia costiera tunisina. La stessa ha anche dichiarato che dai resti sono stati prelevati dei campioni per l’analisi del Dna.

Le analisi, ha spiegato all’Afp il portavoce della Guardia nazionale Houcem Eddine Jebabli, serviranno per capire se i corpi dei migranti appartengono oppure no all’imbarcazione di fortuna partita da Zarzis naufragata circa venti giorni fa. A bordo di quella barca erano presenti 18 persone.

Intanto, le autorità tunisine nei giorni scorsi hanno smantellato quattro reti di immigrazione clandestina attive su una nuova rotta migratoria che passa attraverso la Turchia e la Serbia. La situazione, a causa delle condizioni meteorologiche favorevoli, infatti, è piuttosto difficile da controllare. Di fronte alla pressione migratoria, le autorità tunisine faticano per intercettare o soccorrere i migranti a causa, dicono, della mancanza di mezzi. Stando a quanto dichiarato dal ministero della Difesa tunisina, inoltre, quasi 200 migranti ,per lo più tunisini, sono stati intercettati in mare lo scorso fine settimana. Stavano tentando di raggiungere l’Europa per mezzo del Mediterraneo.

Da inizio 2022 sono più di 22.500 i migranti intercettati al largo delle coste tunisine. Di questi, 11.000 sono di origine subsahariana. Infine, secondo l’agenzia europea Frontex, la rotta del Mediterraneo centrale è stata utilizzata da oltre 42.500 migranti da gennaio a luglio. Questo dimostra un aumento del 44% rispetto ai primi sette mesi del 2021.

domenica 25 settembre 2022

Migranti - La frontiera europea si è spostata in Niger generando un nuovo inferno dopo quello libico. OIM: "Per ogni migrante morto in mare 2 vittime nel deserto"

Il Manifesto
Esternalizzazione dei confini. Impugnata la legge anti-migranti. Due associazioni ricorrono alla Corte Ecowas: la misura approvata su pressioni Ue, ma viola i diritti umani e ostacola l’integrazione dei Paesi dell’Africa occidentale.

Le pressioni europee per contrastare i flussi di migranti sub-sahariani non hanno trasformato in un inferno soltanto la Libia. Lo stesso è avvenuto in Niger. Torture, violenze, stupri, detenzioni arbitrarie contro le persone in transito si sono moltiplicate nel paese crocevia delle rotte che dall’Africa occidentale puntano verso le rive del Mediterraneo. Tra le misure adottate per arrestare il fenomeno la più significativa è la «Legge sul contrabbando illegale di migranti», la numero 36 del 2015.

Adesso l’associazione Jeunesse Nigérienne au Service du Développement Durable, parte del network Alarm Phone Sahara, e l’Association Malienne des Expulsé l’hanno impugnata davanti alla Corte di giustizia della Comunità degli stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) chiedendo di dichiararla illegittima. Secondo i ricorrenti viola diverse disposizioni della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati e del protocollo Ecowas relativo alla libertà di circolazione, residenza e stabilimento in un altro paese.

Le crescenti tensioni a nord di Bamako hanno dirottato molte rotte migratorie verso il Niger, incastonato tra Mali, Burkina Faso, Benin, Nigeria e Ciad e più su confinante con Algeria e Libia. E in particolare verso Agadez e la regione circostante

Il Niger occupa il terzultimo posto nella classifica sullo sviluppo umano delle Nazioni unite, ma nel corso degli anni ha acquisito crescente importanza strategica nel processo di esternalizzazione della frontiera europea. 

Che contro le migrazioni subsahariane conta su due elementi principali: il Mediterraneo, presidiato dai paesi nordafricani e in particolare dalla Libia, e il deserto del Sahara, su cui il Niger gioca un ruolo decisivo. «Abbiamo l’impressione che la frontiera europea inizi ad Agadez», ha detto un informatore qualificato ai ricercatori dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) che per il rapportoTorture roads hanno studiato sul campo gli effetti della criminalizzazione delle migrazioni causata da pressioni e fondi europee.

La legge nigerina contro il traffico non ha fermato i movimenti di persone, ma li ha resi ancora più pericolosi. Le rotte tentano di girare intorno ad Agadez allungandosi, moltiplicando il rischio di perdere la vita e il potere dei trafficanti
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che per ogni morto in mare ci siano due vittime nel deserto, lontanissime da qualsiasi riflettore. All’interno del Paese nigerino i migranti, e persino alcuni cittadini diretti a nord, sono sottoposti a detenzioni arbitrarie, senza aver commesso alcun reato. Ricattati da soggetti statali e non. 
La stessa idea di integrazione regionale attraverso la libera circolazione delle persone, obiettivo dei 15 stati che aderiscono all’Ecowas, è indebolita e ostacolata dalla legge 36.

Le associazioni che la contestano chiedono alla Corte di ordinare al Niger una sua parziale abrogazione e l’adozione di misure che tutelino i diritti dei migranti. La procedura ha diversi limiti giuridici, il principale è che la Corte Ecowas non ha un potere diretto sui Paesi membri ma in caso di mancata applicazione di una sua decisione deve passare attraverso un giudice nazionale. Si tratta comunque di un’azione importante che fa luce su un altro pezzo delle criminali politiche europee e tenta di aprire una breccia contro i muri invisibili che stanno crescendo lungo tutte le rotte migratori.

Degli effetti dell’esternalizzazione dei confini Ue si parlerà approfonditamente il 29 settembre in un convegno organizzato a Roma dall’Asgi. Titolo: «La libertà di circolazione in Africa occidentale e dalla sub-regione verso l’Europa».

Giansandro Merli

mercoledì 21 settembre 2022

Rifugiati - Dal 2015 richieste di asilo in Europa in calo: dimezzate in Italia

Truenumbers
Gli ultimi dati sulle richieste d’asilo mostrano come dal 2014 le domande per la concessione dello status di rifugiato siano in calo in tutta Europa. Per la precisione, rispetto al 2016, l’Italia ha visto dimezzarsi le domande per la richieste d’asilo che sono calate di 50,7 punti percentuali. 
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Lo mostra bene in grafico in apertura attraverso il quale si può seguire l’andamento delle richieste d’asilo in Europa. Il calo, che non riguarda tutti i Paesi, ci fornisce una mappa dello stato della migrazione nel Vecchio Continente. Per quanto riguarda la comunità europea il tasso di richiesta d’asilo è pari a 1,7 domande ogni 1000 abitanti, in Italia si registra invece un flusso pari a 0,9 domande d’asilo ogni 1000 abitanti
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Il Paese che riceve più richieste di asilo in Europa è la Germania
La Germania è il Paese europeo che gestisce più richieste d’asilo. Per la precisione nel corso del 2021 le persone che hanno chiesto lo status di rifugiato a Berlino sono state 190.545, di queste 148.175 lo hanno fatto per la prima volta. In Italia, a titolo di confronto, nel 2021 sono state 45.200 le richieste (a fronte di 67.040 sbarchi). Questo vuol dire che la Germania, rispetto al nostro Paese, gestisce circa il triplo di richieste d’asilo. Per il Paese guidato dal Cancelliere Olaf Scholz, il più popoloso d’Europa (80 milioni di abitanti contro i 60 dell’Italia), il flusso di immigrazione rappresenta un pilastro dell’economia: l’unica soluzione per fare fronte alla carenza di manodopera specializzata; la Germania si prepara infatti a dover gestire un “buco” di circa 240mila lavoratori specializzati che potrebbe rappresentare un reale pericolo per l’economia tedesca.
Il piano tedesco per aumentare il flusso di lavoratori extracomunitari

Per questo Berlino è già corsa ai ripari promuovendo, per la prima volta in Europa, la possibilità per i cittadini extracomunitari di ottenere la doppia cittadinanza. [...]

Dopo la Germania, nella classifica dei Paesi Ue per richieste d’asilo, troviamo Francia, Spagna e Italia. La Francia è l’unico Paese Ue dove le richieste superano le 100mila, come è possibile vedere nel grafico qui in alto che mostra come Italia e Spagna ricevano circa lo stesso numero di richieste di asilo, una quota ampiamente sotto i numeri di Germania e Francia. Dopo l’Italia il dato delle richieste diminuisce progressivamente, con l’Austria che gestisce (rispetto al nostro Paese) il 34,36% di richieste di protezione internazionale in meno e il Belgio con più del 100% di domande per lo status di rifugiato in meno. Scendendo nella classifica dei paesi Ue per richieste d’asilo arriviamo infine all’Ungheria; qui le richieste scendono verticalmente: nel 2021 il Paese guidato da Viktor Orban ha gestito in tutto solo 40 richieste d’asilo. D’altronde l’Ungheria è il Paese europeo dove è presente il più lungo muro anti migranti.
[...]
In Europa i richiedenti asilo provengono in totale da 138 Paesi differenti, non mancano gli apolidi, ovvero quello persone che non possiedono la cittadinanza di nessuno stato. Il primo Paese di provenienza dei richiedenti asilo nel 2021 in Ue è la Siria, seguito dall’Afghanistan e dall’Iraq come mostra il grafico qui in alto. Naturalmente oggi nel 2022 il Paese da cui provengono la maggior parte dei richiedenti asilo in Ue è l’Ucraina come spieghiamo qui sotto nel focus Ucraina.

Accoglienza migranti, focus Ucraina: in Italia accolti 159mila sfollati
I dati fin qui delineati e relativi al 2021 non tengono conto della crisi Ucraina la quale cambia radicalmente il volto dell’immigrazione e delle richieste d’asilo in Europa. Secondo l’Unhcr l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha provocato il più grave flusso migratorio in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Dal 24 febbraio, data d’inizio del conflitto, sono più di 5 milioni le donne, i bambini e gli uomini ucraini in fuga dalla guerra. Gli stati confinanti con l’Ucraina sono quelli che hanno accolto più profughi: la Polonia è il Paese dell’Ue che ha concesso il maggior numero di protezioni temporanee agli ucraini fuggiti dopo il 24 febbraio, le prime cifre parlano di 675.085 richiedenti asilo, di questi il 54% sono minori di 18 anni il 66% donne. In Italia gli ultimi aggiornamenti parlano di 159mila persone provenienti dall’Ucraina che hanno chiesto al nostro Paese lo status di rifugiati per essere accolte principalmente a Roma, Milano, Napoli e Bologna.

I dati si riferiscono al: 2021-2022 - Fonte: Commissione europea

domenica 10 luglio 2022

Rotte dei migranti - Marocco nuova Libia ma i migranti vengono respinti prima, nel deserto, con milizie pagate con fondi UE

L'Espresso
Il Marocco sta diventando la nuova Libia, ponte verso il continente: e quanto successo a Melilla lo dimostra. Ma i flussi vengono già bloccati prima, nel Sahel, con la solita spietatezza. Mentre la crisi del grano mette in ginocchio tutto il Continente.


“Ho provato a scalarlo varie volte quel muro di ferro alto 9 metri, ma venerdì ho rinunciato e forse mi sono salvato la vita”. A Nador, città portuale sulla costa del Marocco, a due passi dall’enclave spagnola di Melilla, ha piovuto per qualche minuto.

Per questo, l’incontro con Makan, 22 anni e originario della Nigeria, si svolge in un bar al chiuso. È scosso per la morte di 37 migranti che venerdì 24 giugno hanno provato a scavalcare il muro. Sono precipitati, sono stati picchiati, alcuni sono morti soffocati. E ora la sezione di Nador dell’Association marocaine des droits humains chiede che si apra un’indagine seria per l’accaduto. È la prima volta da anni che accade una tragedia simile e forse non è un caso. Il vicepresidente, Omar Naji ci aveva accompagnato in macchina lungo la barriera di metallo, solo poche ore prima che si scatenasse l’inferno. Ed è proprio da Nador, dalle coste del Mediterraneo, che abbiamo imboccato la rotta dei migranti per arrivare fino al deserto algerino. E vedere cosa succede, quali sono gli effetti della crisi del grano bloccato in Russia e se ci sono davvero indizi di un incremento dei flussi verso l’Europa.

Lungo la strada da Nador verso Oujda, nonostante il caldo, ci sono gruppi di uomini e donne che camminano per arrivare al mare. E ci sono bimbi che giocano a calcio. “Sono tutti minori non accompagnati, ma non ci sono abbastanza fondi per gestirli tutti, sono aumentati negli ultimi mesi”, spiega il volontario che ci accompagna. Il Marocco, infatti, di recente è diventato meta di un gran flusso di migranti sub-sahariani, molti più di prima, perché le rotte desertiche verso Tripoli sono diventate troppo rischiose.

Il Marocco potrebbe diventare la nuova Libia. A confermarlo è Jamila Berkau, responsabile del progetto Afrag. A Oujda si occupa della prima assistenza ai migranti che arrivano. La cittadina è solo a pochi km dal confine algerino ed è diventata molto povera da quando la frontiera tra i due Paesi è stata sbarrata. Mentre prima viveva di commercio e turismo, oggi vive di mercato nero e traffici illeciti, anche di esseri umani. I migranti arrivano a piedi lungo il deserto, dopo un viaggio di mesi e mesi, come Aminata, arrivata con i figli dalla Guinea Bissau. “Mi hanno stuprato due volte e tutte e due le volte sono rimasta incinta”, sussurra. Il frutto della sua violenza ha il volto di un bimbo di nove mesi che tiene in braccio con amore. “Hanno abusato di me la prima volta a casa mia, perché c’è una guerra etnica e la mia tribù dicono sia malvagia, l’ultima volta è stata in Niger”. Hanno ucciso gran parte della sua famiglia e non sapeva cosa fare.

Insieme a lei, nella stanza dell”associazione Afrag c’è anche Zalika, arriva dal Mali. Durante il suo viaggio verso il Marocco è stata torturata e picchiata così tanto che all’arrivo i volontari hanno dovuto portarla in ospedale. È ancora sotto shock. Nonostante il caldo, si avvolge e si nasconde dentro un pile rosa. Quando era a poche miglia dal Marocco, un gruppo che si è spacciato per attivisti si è fatto pagare per portarla in un centro. Peccato però, che il centro fosse finto e che arrivata lì le abbiano chiesto altri soldi prima di rispedirla, come un pacco, indietro nel deserto. Non parla molto ma racconta di aver pianto tanto. Ora fa ancora fatica a sentirsi al sicuro. Ha solo 17 anni.

Mentre parla, arrivano quattro uomini, anche loro giunti da poco. Jamila li fa accomodare nella stanzetta. “Ormai la rotta più battuta verso l’Europa è quella che attraversa Ciad, Niger, Algeria e Marocco”, spiegano i ragazzi. Arrivano rispettivamente da Sud Sudan, Camerun e Nigeria. Durante il cammino, hanno incontrato trafficanti di uomini e milizie che li hanno derubati e picchiati. “Alcuni dei ragazzi che erano con noi sono stati uccisi, altri sono morti di sete. Altri ancora, invece, sono stati feriti e abbandonati nel deserto a dissanguarsi ed essiccarsi”, racconta David.

I loro volti dicono più delle parole. Sono stati dissetati e nutriti dall’associazione che ha dato loro anche vestiti nuovi e puliti. Ma i segni delle sofferenze li portano addosso, come una patina trasparente ma percettibile. Dai discorsi si intuisce che c’è qualcosa che non rivelano con chiarezza. Chi vi ha respinto in Ciad e Niger?, proviamo a chiedere. “Gruppi paramilitari pagati dal governo, ma con i soldi dell’Unione europea”, spiega David. Interviene Jamila Berkau a chiarire, mentre i ragazzi temono di essersi esposti troppo e Aminata si agita. “Il Niger e il Ciad ricevono soldi dall’Italia provenienti dal Fondo Africa. E i governi locali impiegano quei fondi per pagare milizie che respingono i migranti”, dice Jamila: “Ma lo fanno con ogni mezzo, cioè quasi sempre con brutalità”.

Si chiamano accordi soft, cioè accordi che non seguono il classico iter normativo, vengono siglati da diversi organismi e agenzie e soprattutto non vengono pubblicizzati. In questo modo, l’Unione Europea esternalizza le sue frontiere, allarga sempre di più i suoi confini, affinché meno persone possibile riescano ad accostarsi alle coste del Mediterraneo. Ma a che prezzo?

“La verità è che noi non vogliamo andare via dalle nostre case, ma se c’è la guerra, c’è il terrorismo, veniamo massacrati, viviamo nel terrore, cosa possiamo fare?”. Oluwa, 24 anni, ha studiato lingue e letterature europee: “È un istinto scappare, mettersi al sicuro, salvaguardare la propria specie, la stirpe o semplicemente la propria famiglia. Non fareste lo stesso?”. La domanda resta nell’aria, come una freccia prima di colpire il punto dolente.

L’Europa respinge, non accoglie i profughi che arrivano da una certa parte di mondo e spende milioni e milioni in armamenti, mentre una parte dell’Africa non ha più cibo. Qualche giorno fa il Programma alimentare mondiale dell’Onu ha annunciato che sospenderà gli aiuti alimentari in Sud Sudan, perché non ci sono più fondi. Proprio ora che, tra grano bloccato e cambiamenti climatici, l’Africa rischia la più grande crisi alimentare di tutti i tempi.

“La maggior parte dei Paesi africani dipende dal grano russo”, racconta Fatima, volontaria di un’associazione per lo sviluppo dell’Africa: “Il Senegal dipende per il 66 per cento, la Somalia per il 70, la Tanzania per il 64, il Sudan per il 75, la Repubblica Democratica del Congo per il 69. E poi c’è chi dipende al 100 per cento dal grano russo, come per esempio il Benin. L’Africa dimostra tutta la sua grande fragilità con questa forte dipendenza dalle produzioni del nord del mondo”.

Gli effetti della crisi alimentare non si vedono ancora, eppure i ragazzi che ho incontrato hanno raccontato che nelle ultime settimane c’è un fermento insolito nelle chat Telegram dei rispettivi Paesi. “Ci sono tantissime richieste di persone che vogliono partire e chiedono aiuto e suggerimenti”, raccontano i ragazzi. Aminata conferma. Ormai in molte aree non c’è più cibo, non c’è acqua e i prezzi sono diventanti insostenibili per chiunque. “Arriveranno molte persone”, ammette Fatima. Mentre si sventola con un quadernetto, guarda in alto a sinistra e riflette: “Vedremo i primi segni di un flusso intenso tra settembre e ottobre e ci saranno molti più arrivi verso l’Europa. Non solo verso la Spagna. Ci saranno più partenze anche via mare”. Sarà una manna per i trafficanti di uomini, per i contrabbandieri e per chi fa affari con l’Ue.

Dopo che l’ultimo dei ragazzi è andato via, ci rimettiamo in cammino per arrivare nel deserto. Da Oujda verso Ain Sefra, al di là del confine algerino, lungo rotta che conduce nel Sahel, attraverso la valle del Saoura e del Tuat. La strada è impervia, desolata com’è ovvio che sia una strada nel mezzo del deserto e in alcuni tratti non c’è che la linea dell’orizzonte, tremolante per il caldo. A circa una trentina di km da Oujda, la guida si ferma e mostra un angolo di sabbia. “Questo lo chiamano il punto zero, perché è ormai la fine del viaggio e i migranti sanno che la città è vicina. Di solito si fermano qui, piangono e pregano per esser arrivati ormai a pochi km dalla meta. Vivi”.

Ma lo chiamano il punto zero anche per un altro motivo. È proprio qui che Marocco e Algeria, abbandonano i migranti che vengono respinti, invitandoli a imboccare la strada nel verso opposto. Andando verso sud, c’è un gruppo in cammino. Alcuni sono scalzi ma hanno maglie a maniche lunghe e foulard o cappucci in testa, per ripararsi dal sole. Con loro c’è anche una ragazzina, è ferita in volto, l’hanno colpita dei trafficanti che volevano tenersela come schiava. È stato solo un caso che non ci siano riusciti. Mentre erano fermi al checkpoint improvvisato, tra due Toyota bianche a sbarrare il cammino, è arrivato un furgone a tutta velocità, per forzare il blocco. Gli uomini lo hanno rincorso e hanno lasciato libero il gruppetto. Il destino ha voluto che Nyamey arrivasse fino al confine con il Marocco. Giunti a una sessantina di chilometri da Oujda lungo il deserto, andare oltre diventa rischioso. È tempo di tornare indietro, al punto di partenza. A Nador si scavano le buche per seppellire i cadaveri dei migranti morti nel tentativo di superare la barriera di Melilla. Senza identificarli, senza nessuna pietà.

Bianca Senatore
Ripubblicato da Ristretti Orizzonti)

mercoledì 15 giugno 2022

Inghilterra - Corte europea dei diritti dell’uomo blocca in extremis il volo che stava deportando i primi 7 rifugiati in Rwanda

Corriere dalla Sera
Sette richiedenti asilo erano già a bordo del Boeing che stava per trasferirli in Africa quando Strasburgo ha comunicato la decisione. Il piano di Boris Johnson per «delocalizzare» i migranti e le proteste.


La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha bloccato questa sera in extremis un aereo che doveva trasferire dal Regno Unito al Ruanda un gruppo di richiedenti asilo, in base a un piano da tempo annunciato dal governo di Boris Johnson

Quest’ultimo intende «delocalizzare» nel Paese africano la gestione dei rifugiati che approdano al di là della Manica; ma le organizzazioni umanitarie si sono sempre opposte a questo piano. Strappando all’ultimo istante una vittoria legale che ora potrebbe avere forti conseguenze. Il volo, al momento sarebbe comunque solo «sospeso».

Lo stop da parte dei giudici di Strasburgo è arrivata quando già il gruppo di migranti (sette in tutto, di varie nazionalità) era già a bordo del Boeing che stava per decollare da una base militare di Boscombe nei pressi di Salisbury. La partenza era prevista perle 22.30 (ora locale) e le speranze di chi stava per subire il trasferimento forzato in Africa sembravano ormai evaporate: la Corte poche ore prima aveva respinto il ricorso di alcuni richiedenti asilo. Inutili anche le proteste del movimento «Stop Deportations» che avevano bloccato alcune uscite all’aeroporto londinese di Heathrow per impedire ad altri migranti di essere imbarcati. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia britannica. Il ministro degli Esteri Liz Truss ha insistito sul fatto che lo schema è legale e ha un «ottimo rapporto qualità-prezzo».

Poi all’improvviso la situazione si è capovolta. La Cedu ha accolto il ricorso di un cittadino iracheno di 54 anni che aveva chiesto asilo politico a Londra e destinato a essere trasferito in Ruanda: una commissione medica, dopo averlo visitato, aveva confermato che l’uomo aveva subito torture in patria. L’iracheno era arrivato in Gran Bretagna il 17 maggio scorso. La Cedu ha rilevato che è trascorso troppo poco tempo per l’esame della domanda di protezione internazionale .

«Il nostro team legale sta esaminando ogni decisione presa su questo volo e la preparazione per il prossimo volo inizia ora», ha detto il ministro dell’Interno britannico, Priti Patel, Secondo quanto riporta la Bbc, ha definito «sorprendente» che la Corte europea sia intervenuta «nonostante i ripetuti successi ottenuti in precedenza nei tribunali nazionali». «Ho sempre detto che questa politica non sarà facile da attuare e sono delusa dal fatto che i ricorsi legali e le richieste dell’ultimo minuto abbiano impedito al volo di oggi di partire», ha aggiunto il ministro.

Tutti i passeggeri che erano sul volo sono subito stati fatti scendere dopo che la Corte ha notificato la sua decisione. Tra i sette dovrebbero esserci anche persone fuggite da Iran e Vietnam. Il governo di Boris Johnson non sembra però intenzionato ad arrendersi. Lo ha affermato la ministra dell’Interno, Priti Patel, sottolineando che Londra va avanti «imperterrita» sul proprio piano. A questo punto è prevedibile una lunga battaglia legale tra Londra e Strasburgo.

Boris Johnson aveva annunciato il 14 aprile scorso l’accordo sottoscritto con il Ruanda per spedire lì tutti gli immigrati entrati illegalmente nel Regno Unito. «Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri e dinamici dell’Africa» aveva dichiarato il premier nell’occasione, proprio mentre il suo governo sottoscriveva con quello di Kigali un piano di cooperazione da 120 milioni di sterline. Quella che attraversa la Manica è diventata d’altra parte una delle rotte più trafficate da parte dei migranti: secondo i dati di Frontex nei primi quattro mesi del 2022 oltre 12.700 sono state le persone sbarcate fuori dalle vie legali, numero di gran lunga superiore a quello registrato su tutte le altre «direttrici» del Mediterraneo.

Claudio Del Frate

martedì 14 giugno 2022

Inghilterra - Iniziano i primi voli che "deportano" in Rwanda i rifugiati richiedenti asilo

TIO
Iniziano i primi voli per il progetto del Governo di Londra di «spostare» in Africa i richiedenti l'asiloUna strategia che non piace affatto a numerose associazioni di tutela dei diritti umani, e nemmeno all'ONU


Niente stop ai primi voli del contestato piano concordato dal governo di Boris Johnson con quello del Ruanda per il trasferimento nel Paese africano di una parte d'immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa delle decisioni britanniche sull'iter delle loro richieste di asilo.

Lo ha confermato la corte d'appello, ribadendo oggi l'ok alle partenze in calendario a partire da domani già dato in primo grado e rigettando l'ultimo ricorso presentato in extremis da organizzazioni di tutela dei diritti umani col sostegno dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr).

«Rischiano danni irreparabili»
I legali dei ricorrenti, fra cui l'associazione pro migranti Care4Calais, avevano chiesto alla giustizia britannica di sospendere cautelativamente le operazioni di partenza, fino al giudizio di merito previsto per fine luglio sulla presunta illegalità del progetto governativo: evocando in caso contrari il rischio di danni «irreparabili» ai diritti delle persone «deportate» frattanto nel Paese africano. Ma i tre giudici d'appello Rabinder Singh, Ingrid Simler e Jeremy Stuart-Smith hanno avallato il dispositivo con cui venerdì un loro collega di primo grado, Jonathan Swift, aveva rigettato la sospensiva, definendone «ragionevoli» le argomentazioni giuridiche e osservando quindi di non poter «interferire sulle sue decisioni».

Il verdetto ha suscitato delusione fra gli attivisti, ma non cancella l'iter dell'azione legale intentata contro il contenuto del piano Ruanda in sé; né le critiche pesanti rivolte al governo Johnson per questa iniziativa non solo da parte delle opposizioni politiche o da varie ong, ma anche dai vertici Onu dell'Unhcr e persino dal principe Carlo, erede al trono britannico, stando a quanto egli avrebbe detto in conversazioni private attribuitegli giorni fa dal Times.

Johnson: «La via giusta»
Il progetto - la cui esecuzione è affidata alla ministra dell'Interno, Priti Patel, super falco della compagine Tory - è stato in ogni caso difeso oggi sia alla Camera dei Comuni dai banchi del governo, sia dal premier in persona in un'intervista radiofonica. Anche se il primo volo di domani è stato ridotto a un contingente iniziale di 11 "clandestini" richiedenti asilo, tutti uomini, alcuni dei quali provenienti da Paesi considerati a rischio come Iran o Siria.

Johnson ha evitato qualunque polemica con il principe Carlo - verso le cui prese di posizione a tutela dell'ambiente o dei diritti umani ha anzi rinnovato per bocca di un portavoce di Downing Street tutta la sua «ammirazione» - ma ha insistito nel giustificare la scelta d'inviare parte dei migranti in attesa di risposta in Ruanda come «la via giusta» per cercare di scoraggiare il traffico dei clandestini via Francia attraverso la Manica nell'ambito della promessa stretta dei controlli post Brexit ai confini dell'isola; non senza ribadire di considerarla alla stregua di un'iniziativa legale, temporanea e garantita in termini di rispetto dei diritti fondamentali di coloro che verranno trasferiti in Africa (a migliaia di chilometri di distanza) in attesa che Londra decida fra concessione dell'asilo e rimpatrio.

La denuncia dell'ONU


L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi ha condannato fermamente il piano del governo britannico di inviare in Ruanda i migranti arrivati illegalmente nel Regno Unito. «Questo accordo non funziona affatto per tanti motivi diversi», ha denunciato Grandi nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

Fonte ats ans elaborata da Robert Krcmar

domenica 24 aprile 2022

I due confini polacchi: uno aperto ai profughi dall'Ucraina, nell'altro un muro, con respingimenti e arresti, per gli altri rifugiati dalla Bielorussia

Europa Today
Varsavia sta accogliendo milioni di persone in fuga dalla guerra, ma non ha fatto lo stesso con i profughi mediorientali che arrivavano dalla Bielorussia
Rifugiati respinti al confine tra Polonia e Bielorussia 
La Polonia è uno Stato di frontiera dell’Unione europea, nel senso che parte dei suoi confini terrestri “affacciano” su Paesi non-membri. Nella fattispecie, il confine orientale è condiviso con Ucraina e Bielorussia. 
E queste due frontiere sono lo specchio della politica dell'accoglienza di Varsavia. Mentre uno e aperto e i rifugiati ucraini sono accolti calorosamente, nell'altro c'è un muro per bloccare i profughi (in larga parte mediorientali) che arrivano dalle foreste bielorusse.

Infatti, il governo polacco ha avviato la costruzione di una barriera con tanto di filo spinato per tenerli fuori.
Rifugiati ucraini accolti e assistiti al confine tra Polonia e Ucraina
Sono già oltre 2 milioni e mezzo gli ucraini che hanno attraversato il confine polacco per scappare dalla guerra. Varsavia si è dimostrata estremamente disponibile nell’accoglienza di questa massa di rifugiati, al punto che alcuni analisti stanno iniziando a domandarsi se la Polonia abbia le risorse necessarie per mantenere nel proprio territorio tutte queste persone per un periodo di tempo indefinito.

Si è trattata di una pulsione di solidarietà inusuale, per uno dei governi da sempre più restio all'accoglienza di chi scappa da fame o guerre. Anche i cittadini a migliaia si sono recati al confine con l’Ucraina per portare cibo e altri aiuti, caricandosi personalmente nei veicoli i profughi. Le autorità di Varsavia hanno incentivato l’atteggiamento accogliente dei polacchi, incassando i dividendi politici di una mossa che le ha messe sotto una luce migliore a Bruxelles (dove il Pnrr polacco è ancora bloccato a causa delle violazioni degli standard democratici Ue).

E, nel quadro della risposta europea all’emergenza della guerra, i profughi ucraini possono rimanere in Polonia e lavorare fino a 18 mesi (prorogabili), possono usare gratuitamente i mezzi pubblici e hanno accesso al sistema sanitario e a sussidi per i minori. L’Ue ha garantito ai rifugiati dall’Ucraina uno status di protezione speciale per 3 anni.
Ma il trattamento riservato ad altri profughi, sull’altro confine esterno della Polonia, è diametralmente opposto. La frontiera è sorvegliata da migliaia di guardie di confine, agenti di polizia e militari. Ed il governo sta accelerando i lavori per completare una recinzione di metallo e filo spinato lunga oltre 186 chilometri, avviata lo scorso ottobre e che deve diventare “impenetrabile”.
Quando lo scorso autunno il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha invitato decine di migliaia di profughi mediorientali nel proprio Paese per poi spingerli verso i confini Ue, gli Stati membri limitrofi (Polonia, Lettonia e Lituania) hanno risposto chiudendo le frontiere. E non sono mancati i respingimenti illegali, con le autorità polacche che spesso non prendevano neanche in carico le richieste di asilo. Ora la tensione si è allentata e la maggior parte dei migranti sono stati rimpatriati da Minsk, ma ce ne sono ancora lungo il confine, dove hanno passato l’inverno.

Qual è la differenza? Per Stanislaw Zaryn, portavoce del ministero dei Servizi speciali, quello che arriva dalla Bielorussia è “un movimento migratorio artificiale creato dal regime di Lukashenko e orchestrato dai servizi bielorussi”, che è “diverso dal movimento di coloro che fuggono dalla guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina”.

Una spiegazione che però non convince l’opposizione. Janina Ochojska, eurodeputata del Partito popolare europeo (che osteggia il partito di governo polacco, l’ultra-nazionalista PiS, che siede con Fratelli d’Italia nel gruppo dei Conservatori e riformisti), ha parlato di una “grossolana ipocrisia”. Secondo lei, la differenza sta nel fatto che gli ucraini sono “bianchi, cristiani e parlano una lingua simile”, al contrario dei profughi iracheni, siriani, afgani e yemeniti che arrivavano dalla Bielorussia.

Le autorità di Varsavia negano anche le pratiche illegali di respingimento: “Se troviamo dei migranti li aiutiamo, non ci sono respingimenti. Se qualcuno vuole chiedere di rimanere in Polonia, lo accettiamo”, ha dichiarato Anna Michalska, portavoce della guardia di frontiera polacca. “Ma la maggior parte di queste persone vuole solo andare in Germania. Vogliono i benefici che ci sono lì. Non siamo un servizio di taxi”.

Ochojska ha smentito anche questa versione. “Abbiamo visto tre siriani respinti otto volte dalle guardie di frontiera polacche”, ha detto. “Stavano chiedendo, in dichiarazioni scritte in polacco, asilo in Polonia. Abbiamo chiamato le guardie di confine e loro sono venuti, ci hanno spinto da una parte, hanno preso i passaporti di quelle persone e le hanno portate via in un camion”, ha aggiunto. “Il giorno dopo il portavoce della guardia di frontiera ha negato che avessero avuto i documenti”.
La guardia di frontiera ha detto che l’anno scorso ha arrestato 2.744 immigrati illegali e ha impedito 33.776 tentativi di attraversare il confine bielorusso. Secondo gli attivisti, oltre 20 persone sono morte tentando la traversata. Droni, telecamere a infrarossi, elicotteri e circa 13mila soldati pattugliano il muro.
Dall’altra parte del filo spinato, chi aiuta i migranti mediorientali a varcare la frontiera viene arrestato e rischia diversi anni di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (con l’area chiusa a giornalisti e gruppi per la tutela dei diritti umani). E continuano i respingimenti verso un Paese che la Russia usa come base per gli attacchi in Ucraina. Mentre, sull’altro confine, i volontari che aiutano gli ucraini a fare lo stesso sono lodati dal governo, e i militari polacchi forniscono aiuto e materiale ai rifugiati.

Francesco Bortoletto