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martedì 18 aprile 2023

Yemen - Scambio di 900 prigionieri - Ad un passo dalla pace, dopo 150 mila vittime e una tra le peggiori catastrofi umanitarie

Corriere della Sera
In tre giorni sono rilasciati quasi 900 detenuti. Settimana scorsa l’incontro a Sana’a per negoziare la fine del conflitto in corso dal 2015. In molti hanno riso e pianto per la felicità. In tanti sono scesi con dalla scaletta dell’aereo con il pugno alzato. Sono i prigionieri delle milizie ribelli Houthi che in queste ore stanno rientrando a casa, nell’ambito del maxi-scambio di prigionieri concordato dall’Arabia Saudita e dai rappresentanti del gruppo filo Teheran iniziato venerdì per porre fine al conflitto che devasta il Paese da oltre otto anni.
L'arrivo dei prigionieri a Sana'a

Tra chi è sceso dai voli, anche l’ex ministro della Difesa dello Yemen e il fratello dell’ex presidente, trasportati da Aden, controllata dal governo, alla capitale Sana’a. A mediare lo scambio che prevede il rilascio di 900 detenuti in tre giorni, il Comitato della Croce Rossa Internazionale. Si tratta della più grande operazione dopo il rilascio di oltre 1.000 prigionieri nell’ottobre 2020. Ma soprattutto
si tratta del primo concreto segnale che finalmente la guerra in Yemen si avvia alla sua conclusione, dopo aver provocato 150 mila morti tra combattenti e civili e una delle peggiori catastrofi umanitarie che la storia ricordi.

Sono stati 11.000 i bambini uccisi o mutilati nella guerra in Yemen

A contribuire sia ai colloqui sia al rilascio di prigionieri il riposizionamento dell’Arabia Saudita in particolare in relazioni ai rapporti con Teheran. L’intesa sottoscritta il 10 marzo scorso da Iran e Arabia Saudita, con la mediazione della Cina, per ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte nel 2016, prevede accordi anche su diverse questioni di sicurezza, tra cui l’accordo sul nucleare iraniano e proprio il conflitto nello Yemen. In particolare l’accordo stabilisce che “l’Iran rispetti gli interessi sauditi nella regione e sostenga i piani di pace”. 


Inoltre, hanno aggiunto le fonti, “L’Iran ha assicurato che i suoi missili balistici non costituiranno una minaccia per l’Arabia Saudita”. Nelle scorse settimane anche il Wall Street Journal, citando fonti americane e saudite, aveva riferito di un’intesa riguardante lo Yemen raggiunta nell’ambito dell’accordo del 10 marzo scorso, secondo cui Teheran avrebbe accettato di mettere fine alle forniture di armi agli Houthi.

Marta Serafini




lunedì 11 aprile 2022

Le parole di Papa Francesco: saldo riferimento per non scivolare nella logica della guerra e cercare la pace in Ucraina

 Blog Diritti Umani - Human Rights

La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia. [Papa Francesco 27 marzo 2022] 

Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie? [Papa Francesco 7 aprile 2022]

27 febbraio 2022 Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» 

1 marzo 2022 - La guerra è una pazzia. Chi fa la guerra dimentica l'umanità. Com'è triste quando persone e popoli pensano a farsi la guerra. Tacciano le armi. 

13 marzo 2022Vorrei ancora una volta esortare all’accoglienza dei tanti rifugiati, nei quali è presente Cristo, e ringraziare per la grande rete di solidarietà che si è formata. Chiedo a tutte le comunità diocesane e religiose di aumentare i momenti di preghiera per la pace. Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace.

14 marzo 2022Mi pare che sostanzialmente il mondo abbia continuato e continui a essere governato da criteri obsoleti. Per non parlare dell’ambito geopolitico-militare, dove diverse guerre regionali e specialmente la guerra in corso in Ucraina dimostrano che chi governa le sorti dei popoli non ha ancora recepito la lezione delle tragedie del XX secolo.

16 marzo 2022E adesso vi chiedo di pensare, di fare un pensiero: pensiamo a tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze che sono in guerra, che oggi in Ucraina stanno soffrendo. Sono come noi, come voi: sei, sette, dieci, quattordici anni e voi avete davanti un futuro, una sicurezza sociale di crescere in una società in pace. Invece questi piccoli, anche piccolissimi, devono fuggire dalle bombe. Stanno soffrendo tanto. Con quel freddo che fa lì … Pensiamo. Ognuno di noi pensi a questi bambini, a queste bambine, a questi ragazzi, a queste ragazze.

18 marzo 2022 - Noi siamo abituati a sentire notizie delle guerre, ma lontane. Siria, Yemen… abituali. Adesso la guerra si è avvicinata, è a casa nostra, praticamente. E questo ci fa pensare sulla “selvaticità” della natura umana, fino a dove siamo capaci di arrivare. Assassini dei nostri fratelli. Pensiamo a tanti soldati che sono inviati al fronte, giovanissimi, soldati russi, poveretti. 

Pensiamo a tanti soldati giovani ucraini; pensiamo agli abitanti, i giovani, le giovani, bambini, bambine… Questo succede vicino a noi. Il Vangelo ci chiede soltanto di non guardare da un’altra parte, che è proprio l’atteggiamento più pagano dei cristiani: il cristiano, quando si abitua a guardare da un’altra parte, lentamente diventa un pagano travestito da cristiano. 

Una guerra sempre – sempre! – è la sconfitta dell’umanità, sempre. Noi, colti, che lavoriamo nell’educazione, siamo sconfitti da questa guerra, perché da un’altra parte siamo responsabili. Non esistono le guerre giuste: non esistono!

Nel contesto provocato dalla guerra in Ucraina risalta ancora di più il valore di questo Patto Educativo, in ordine a promuovere la fraternità universale nell’unica famiglia umana, basata sull’amore. La preghiera per la pace va infatti accompagnata da un paziente impegno educativo, affinché i ragazzi e i giovani maturino la decisa consapevolezza che i conflitti non si risolvono con la violenza, non si risolvono con la sopraffazione, ma con il confronto e il dialogo. Ci saranno sempre dei conflitti: insegnare ai giovani come risolvere un conflitto. Non con la violenza, non con la sopraffazione ma con il confronto, il sano confronto, e il dialogo.

20 marzo 2022Non si arresta, purtroppo, la violenta aggressione contro l’Ucraina, un massacro insensato dove ogni giorno si ripetono scempi e atrocità. Non c’è giustificazione per questo! Supplico tutti gli attori della comunità internazionale perché si impegnino davvero nel far cessare questa guerra ripugnante.

E, per favore, non abituiamoci alla guerra e alla violenza! Non stanchiamoci di accogliere con generosità, come si sta facendo: non solo ora, nell’emergenza, ma anche nelle settimane e nei mesi che verranno. Perché voi sapete che al primo momento, tutti ce la mettiamo tutta per accogliere, ma poi, l’abitudine ci raffredda un po’ il cuore e ci dimentichiamo. Pensiamo a queste donne, a questi bambini che con il tempo, senza lavoro, separate dai loro mariti, saranno cercate dagli “avvoltoi” della società. Proteggiamoli, per favore.

21 marzo 2022A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado del pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre. Camminiamo indietro. 

23 marzo 2022L’odio e la rabbia alla guerra io l’ho imparata da mio nonno che aveva combattuto al Piave nel 1914: lui mi ha trasmesso questa rabbia alla guerra. Perché mi raccontò le sofferenze di una guerra. E questo non si impara né nei libri né in altra maniera, si impara così, trasmettendola dai nonni ai nipoti. E questo è insostituibile. La trasmissione dell’esperienza di vita dai nonni ai nipoti. Oggi questo purtroppo non è così e si pensa che i nonni siano materiale di scarto: no! Sono la memoria vivente di un popolo e i giovani e i bambini devono ascoltare i nonni.

Vorrei prendere un minuto per ricordare le vittime della guerra. Le notizie delle persone sfollate, delle persone che fuggono, delle persone morte, delle persone ferite, di tanti soldati caduti da una parte e dall’altra, sono notizie di morte. Chiediamo al Signore della vita che ci liberi da questa morte della guerra. Con la guerra tutto si perde, tutto. Non c’è vittoria in una guerra: tutto è sconfitto. Che il Signore invii il suo Spirito perché ci faccia capire che la guerra è una sconfitta dell’umanità, ci faccia capire che occorre invece sconfiggere la guerra. Lo Spirito del Signore ci liberi tutti da questo bisogno di auto-distruzione, che si manifesta facendo la guerra. Preghiamo anche perché i governanti capiscano che comprare armi e fare armi non è la soluzione del problema. La soluzione è lavorare insieme per la pace e, come dice la Bibbia, fare delle armi strumenti per la pace. 

25 marzo 2022In questi giorni notizie e immagini di morte continuano a entrare nelle nostre case, mentre le bombe distruggono le case di tanti nostri fratelli e sorelle ucraini inermi. L’efferata guerra, che si è abbattuta su tanti e fa soffrire tutti, provoca in ciascuno paura e sgomento. Avvertiamo dentro un senso di impotenza e di inadeguatezza.

27 marzo 2022 - È passato più di un mese dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, dall’inizio di questa guerra crudele e insensata che, come ogni guerra, rappresenta una sconfitta per tutti, per tutti noi. C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono.

La guerra non devasta solo il presente, ma anche l’avvenire di una società. Ho letto che dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina un bambino su due è stato sfollato dal Paese. Questo vuol dire distruggere il futuro, provocare traumi drammatici nei più piccoli e innocenti tra di noi. Ecco la bestialità della guerra, atto barbaro e sacrilego!

La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia.

Prego per ogni responsabile politico di riflettere su questo, di impegnarsi su questo! E, guardando alla martoriata Ucraina, di capire che ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti. Perciò rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace! Preghiamo ancora, senza stancarci

30 marzo 2022 E con questo saluto ai bambini, torniamo anche a pensare a questa mostruosità della guerra e rinnoviamo le preghiere perché si fermi questa crudeltà selvaggia che è la guerra.

3 aprile 2022Ma proprio dall’est Europa, dall’Oriente dove sorge prima la luce, sono giunte le tenebre della guerra. Pensavamo che invasioni di altri Paesi, brutali combattimenti nelle strade e minacce atomiche fossero ricordi oscuri di un passato lontano. Ma il vento gelido della guerra, che porta solo morte, distruzione e odio, si è abbattuto con prepotenza sulla vita di tanti e sulle giornate di tutti. E mentre ancora una volta qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti, provoca e fomenta conflitti, la gente comune avverte il bisogno di costruire un futuro che, o sarà insieme, o non sarà. Ora, nella notte della guerra che è calata sull’umanità, per favore, non facciamo svanire il sogno della pace.

Quanto ci serve una “misura umana” davanti all’aggressività infantile e distruttiva che ci minaccia, di fronte al rischio di una “guerra fredda allargata” che può soffocare la vita di interi popoli e generazioni! Quell’“infantilismo”, purtroppo, non è sparito. Riemerge prepotentemente nelle seduzioni dell’autocrazia, nei nuovi imperialismi, nell’aggressività diffusa, nell’incapacità di gettare ponti e di partire dai più poveri. Oggi è tanto difficile pensare con la logica della pace. Ci siamo abituati a pensare con la logica della guerra. Da qui comincia a soffiare il vento gelido della guerra, che anche stavolta è stato alimentato negli anni. Sì, la guerra si è preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi. Ed è triste vedere come l’entusiasmo per la pace, sorto dopo la seconda guerra mondiale, si sia negli ultimi decenni affievolito, così come il cammino della comunità internazionale, con pochi potenti che vanno avanti per conto proprio, alla ricerca di spazi e zone d’influenza. E così non solo la pace, ma tante grandi questioni, come la lotta alla fame e alle disuguaglianze sono state di fatto derubricate dalle principali agende politiche.

6 aprile 2022Dopo la seconda guerra mondiale si è tentato di porre le basi di una nuova storia di pace, ma purtroppo – non impariamo – è andata avanti la vecchia storia di grandi potenze concorrenti. E, nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo all’impotenza della Organizzazione delle Nazioni Unite.

Le recenti notizie sulla guerra in Ucraina, anziché portare sollievo e speranza, attestano invece nuove atrocità, come il massacro di Bucha: crudeltà sempre più orrende, compiute anche contro civili, donne e bambini inermi. Sono vittime il cui sangue innocente grida fino al Cielo e implora: si metta fine a questa guerra! Si facciano tacere le armi! Si smetta di seminare morte e distruzione!

7 aprile 2022 Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?

domenica 6 marzo 2022

sabato 26 febbraio 2022

Guerra in Ucraina - Appello di Andrea Riccardi, Comunità di Sant'Egidio: Kiev "città aperta", per il cessate il fuoco e salvare la città

santegidio.org
In queste ore drammatiche per la capitale dell’Ucraina, Andrea Riccardi e la Comunità di Sant’Egidio lanciano, con il seguente manifesto - aperto alle adesioni di tutti -, la proposta di giungere ad un immediato cessate il fuoco e di proclamare con urgenza Kiev “città aperta”:


Il testo dell'Appello per la salvezza di Kiev


Kiev, una capitale di tre milioni di abitanti, in Europa, è oggi un campo di battaglia. 

La popolazione civile, inerme, vive in una condizione di pericolo, terrore, mentre trova riparo nei rifugi sotterranei. I più deboli, dagli anziani ai bambini, ai senza dimora, sono ancora più esposti. Ci sono già le prime vittime civili.

Kiev è una città che rappresenta un grande patrimonio culturale. Non si può pensare alla cultura europea, alla storia dell'Europa senza Kiev, così come non si può pensare alla cultura russa, alla storia della Russia, senza Kiev. La città, tra tanti monumenti, ospita siti che sono patrimonio dell’umanità.

Kiev è una città santuario per tanti cristiani, in primo luogo per i cristiani ortodossi del mondo intero. A Kiev ha avuto inizio la storia di fede dei popoli ucraino, bielorusso, russo. A Kiev è nato il monachesimo ucraino e russo. Il grande monastero della lavra delle grotte che sulla collina sovrasta il grande fiume Dnepr è un luogo santo di pellegrinaggio e preghiera millenario. Kiev è una città preziosa per tutto il mondo cristiano. 

Il destino di Kiev non lascia indifferente chi, da oriente e da occidente, guarda con passione e coinvolgimento alla città e alla sua gente. Dopo Sarajevo, dopo Aleppo, non possiamo assistere nuovamente all’assedio di una grande città. Gli abitanti di Kiev chiedono un sussulto di umanità. Il suo patrimonio culturale non può essere esposto al rischio di distruzione. La santità di Kiev per il mondo cristiano esige rispetto.

Imploriamo chi può decidere di astenersi dall’uso delle armi a Kiev, di dichiarare il cessate il fuoco nella città, di proclamare Kiev “città aperta”, di non colpire i suoi abitanti con la violenza delle armi, di non violare una città a cui oggi guarda l’umanità intera. Possa accompagnare questa scelta la ripresa di un percorso negoziale per arrivare alla pace in Ucraina.

Andrea Riccardi
Comunità di Sant'Egidio

lunedì 4 ottobre 2021

Incontro Internazionale “Popoli fratelli, terra futura. religioni e culture in dialogo” - Roma 6-7 ottobre 2021

Blog Diritti Umani - Human Rights

L'Incontro internazionale “Popoli Fratelli, Terra Futura. Religioni e Culture in Dialogo”, è il trentacinquesimo promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, dopo la storica giornata voluta da Giovanni Paolo II nel 1986.




L’evento si svolge il 6 e 7 ottobre a Roma. Vede riunite le grandi religioni mondiali dopo un anno dominato dalla crisi sanitaria per la pandemia da Covid-19, ma anche dai troppi conflitti ancora in corso in tante parti del mondo, la crisi ambientale e quella umanitaria con migliaia di profughi costretti ad abbandonare le loro terre, come è accaduto recentemente in Afghanistan.

domenica 23 maggio 2021

Guerra in Palestina. Il rene di un ebreo linciato a Lod donato a una donna araba

Avvenire
Stava tornando a casa in macchina, a Lod, mentre sui canali radio e Tv di tutta Israele rimbalzava quella parola assurda – linch, linciaggio – che non poteva davvero avere niente a che fare con lui, la sua storia, il suo Paese. Yigal Yehoshua, ebreo di 56 anni, faceva l’elettricista. 
Yigal Yehoshua                Randa Aweis

Aveva sistemato le case di tutti, ebrei e arabi. Mai un problema. Settimana scorsa, quando la violenza è dilagata nelle città miste, un gruppo di arabi ha bloccato la sua auto, l’ha presa a sassate. L’hanno colpito alla testa. È morto lunedì, all’ospedale, dove i medici hanno tentato di tutto senza riuscire a salvarlo.

È riuscito, lui, però a salvare la vita di Randa Aweis, una donna araba di Gerusalemme Est, cristiana, madre di sei figli. Quando la famiglia di Yehoshua ha deciso di donare gli organi, il rene è stato destinato a lei, che da nove anni aspettava un trapianto. 

L'altro rene è andato a un uomo ebreo di 67 anni; il fegato a un ragazzo ebreo di 22. «Ringrazio la famiglia di Yigal, che è diventata la mia famiglia», ha detto Randa dopo l’intervento all’Hadassah Medical Center. 

Randa ha espresso grande tristezza per la morte di Yigal. Ha detto che vorrebbe incontrare la famiglia. «Siamo cresciuti insieme, arabi ed ebrei, e vogliamo solo poter stare insieme, in pace». Il responsabile del reparto trapianti dell'Hadassah, Abed Halaila, ha letto in questa storia un simbolo forte: «Voglio ringraziare con tutto il cuore la famiglia del donatore. Spero solo ci potrà essere pace e tranquillità e salute per tutti noi».

Yigal Yehoshua è stato sepolto nel cimitero del moshav Hadid, nel centro di Israele. Ai funerali hanno partecipato centinaia di persone. Suo fratello Efi ha spiegato che quell'esplosione di rabbia nelle città miste lo aveva molto addolorato, ma sperava che tutto, alla fine, sarebbe andato bene. «Era un testimone della convivenza possibile», ha detto la moglie Irena. «Siamo testimoni della convivenza».

Barbara Uglietti

venerdì 23 ottobre 2020

Spiragli di pace per il Sud Sudan - Accordo e nuovo cessate il fuoco con la mediazione di Sant'Egidio

Riforma.it
La firma del nuovo accordo di cessate il fuoco e di una dichiarazione di principi apre alla possibilità di mettere fine a un conflitto che dura ormai dal 2013. Intervista al mediatore Paolo Impagliazzo (Sant’Egidio)

Foto: santegidio.org

Due firme per una nuova stagione in Sud Sudan. È questa la speranza con cui si è concluso a Roma la scorsa settimana il terzo round di incontri e negoziati per la pace nel più giovane Paese del mondo. Questa sessione ha portato alla firma di un accordo di cessate il fuoco e di una Dichiarazione di principi a livello politico, un risultato importante nell'avvicinare le parti in conflitto, con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio.

«Queste firme - racconta Paolo Impagliazzo, segretario di Sant’Egidio e mediatore in questi negoziati - sono quelle di coloro che avevano firmato l'accordo del 2018 tra Riek Machar e Salva Kiir, i due maggiori contendenti nel paese, ma alcuni gruppi politici e anche armati non avevano voluto firmare questo accordo».

Le nuove trattative erano cominciate a gennaio e avevano avuto una seconda fase a febbraio 2020, ma la pandemia di Sars-Cov-2 aveva interrotto il dialogo politico, portando a nuovi scontri e violenze, concentrate soprattutto nella zona dell'Equatoria, la parte meridionale del Sud Sudan.

Quali sono in questo momento, a nove anni di distanza della nascita del Paese, i punti centrali di questo conflitto?
«Dopo una lunghissima guerra di secessione dal Sudan, il 9 luglio del 2011 era stata dichiarata l’indipendenza del Paese, ma nel 2013 e nel 2016 ci sono stati due scontri molto importanti che hanno portato alla guerra civile. Questo ha significato milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, milioni di persone che sono sfollati interni e 400.000 morti, quindi un conflitto davvero sanguinoso e difficile. Il Sud Sudan è un Paese ricchissimo da un punto di vista delle risorse naturali e anche per questo i Paesi limitrofi, in particolare il Sudan e l’Uganda, sono sempre stati molto interessati. Questo fa sì che abbiano molto contribuito per esempio all’accordo di pace del 2018 e a sostenere la stabilizzazione del Paese. È un conflitto che coinvolge tutti i Paesi confinanti, quindi principalmente il Sudan, l'Uganda, ma anche l'Etiopia il Kenya».

Quali sono i prossimi passi, ma soprattutto l’orizzonte che si apre dopo questa firma?
«Prima di tutto dobbiamo far tacere le armi. Questo è un punto fondamentale, ci eravamo riusciti a febbraio firmando una risoluzione che portava le due parti, quelle al governo e quelle che non hanno firmato l’accordo del 2018, a far cessare le violenze. Il cessate il fuoco ha retto per tre mesi, salvando e risparmiando vite umane, e anche riducendo la sofferenza della popolazione civile in particolare nell'Equatoria centrale. Tutto questo si è perduto con il coronavirus, perché la mancanza di dialogo politico ha provocato nuovi scontri con nuove vittime e tantissimi rifugiati un’altra volta, quindi l’obiettivo è quello di far tacere le armi, cioè che il cessate il fuoco diventi una cessazione permanente delle ostilità. È un percorso che dovrebbe portare ai primi di novembre a un incontro tra i capi militari delle due parti. Questo è molto importante, perché i militari, a differenza dei leader politici, hanno il controllo dei propri uomini sul terreno».

In molte occasioni, soprattutto nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a una comunità internazionale sempre più impotente di fronte alle guerre civili o regionali. L’abbiamo visto in Siria, in Libia, in Yemen, solo per citare alcuni casi. In questo caso ci sono delle discontinuità rispetto agli altri conflitti di lunga durata?
«Va detto che una volta che il Sud Sudan ha acquisito l’indipendenza, la comunità internazionale si è un po’ disinteressata e la mancanza di un sostegno, soprattutto nella costruzione di una nuova nazione, ha portato questi scontri. C’è bisogno di un nuovo coinvolgimento della comunità internazionale che sostenga questo processo di riconciliazione e pacificazione. È molto evidente in diversi Paesi, anche in Africa, che questi conflitti sono lasciati un po’ a loro stessi con piccoli potentati locali che diventano molto importanti e che possono provocare molta sofferenza. L’impegno della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, è fondamentale, anche perché crediamo che un coinvolgimento sia più che necessario e che basterebbe poco per riportare la stabilità».

Marco Magnano

Link correlati: sant'egidio.org  Riprende il processo di pace in Sud Sudan con i colloqui di Sant'Egidio: l'impegno per il dialogo tra le parti e un nuovo accordo per il cessate il fuoco

venerdì 27 dicembre 2019

1° gennaio 2020, marcia "Pace in tutte le terre" in ascolto del messaggio di Papa Francesco

santegidio.org
“PACE IN TUTTE LE TERRE”
53° Giornata Mondiale della Pace
Marcia del 1° gennaio 2020
Insieme verso piazza San Pietro per ascoltare le parole di Papa Francesco
mercoledì 1° gennaio 2020, ore 10:30
da Piazza Giovanni XXIII (Castel Sant'Angelo) e manifestazioni in tutti i continenti
 
La Comunità di Sant’Egidio organizza, nel primo giorno del nuovo anno, manifestazioni in tutti i continenti per sostenere il messaggio di Papa Francesco, nella 53° Giornata Mondiale della Pace.
A Roma si terrà il 1° gennaio 2019, a partire dalle 10.30, da Largo Giovanni XXIII (inizio di Via della Conciliazione) a Piazza S. Pietro per ascoltare le parole di Papa Francesco all’Angelus.
 Il messaggio di Papa Francesco -
 LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA: DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA >>>

giovedì 19 settembre 2019

Africa - “Pace senza confini”: Touadera (presidente Repubblica Centrafricana), “voglio abolire la pena di morte”

SIR
Non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Africa senza l’Europa e non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Europa senza l’Africa. La voce del continente africano irrompe a Madrid, al convegno internazionale della Comunità di Sant’Egidio ‘Pace senza confini’. 


È quella di Faustin Archange Touadera, Presidente della Repubblica Centrafricana, un Paese che sembrava condannato alla frammentazione e alla violenza e che invece ha trovato la sua identità nel processo di pace. 
“Per quanto mi riguarda – ha sottolineato Touadera – voglio abolire la pena di morte. Sarebbe un segno di pacificazione, il segno di un Paese che entra definitivamente in una nuova fase storica”. 
Altre tre prospettive, avverte il presidente, possono nel frattempo rendere più solida una visione “eurafricana”: il sostegno al disarmo (Touadera si è impegnato a “riabilitare” il suo Paese in questo senso), progetti contro il cambiamento climatico (altrimenti “le conseguenze saranno le guerre e le migrazioni”), il diritto alla salute con l’accesso alle cure mediche per tutti, fermare ovunque la pena di morte (“L’Europa ha una grande tradizione e il continente africano si sta muovendo sempre più nella giusta direzione”)

Touadera ha infine ringraziato la Comunità di Sant’Egidio per come sta aiutando il processo di pace nel Paese e per la sua presenza con il centro Dream per la cura dei malati di Aids in Africa.


martedì 17 settembre 2019

Sudan e Sud Sudan alla ricerca della pace. Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, per 2 giorni in visita in Sud Sudan

Africa - Missione e cultura
ll nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, è volato in Sud Sudan per una visita di due giorni.
Il tour servirà per consolidare il processo di pace tra i Paesi cercando di mettere fine alle tensioni che si sono registrate negli ultimi anni. Hamdok, un ex diplomatico delle Nazioni Unite, è entrato in carica tre settimane fa in virtù di un accordo tra i partiti militari e civili in Sudan dopo mesi di manifestazioni contro i generali che hanno preso il potere dopo aver rovesciato il presidente Omar al-Bashir.

Il governo sudanese si è posto subito l’obiettivo di porre fine ai conflitti che per anni hanno coinvolto direttamente o indirettamente il Sudan e messo il Paese ai margini della comunità internazionale (va ricordato che la Corte penale internazionale ha perseguito Bashir per genocidio nella regione del Darfur).

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile. Da allora i due Paesi si sono spesso accusati di ospitare o aiutare i ribelli a combattere contro i loro governi.

«È giunto il momento di fermare la guerra nel Sudan e nel Sud Sudan», ha dichiarato Awut Deng Acuil, ministro degli Esteri del Sud Sudan. Mercoledì, i rappresentanti del Sudan hanno firmato un accordo con diverse fazioni di ribelli (tra cui quelli del Darfur nonché quello di Abdelaziz Al-Hilu, leader di un’ala della SPLM -N) che delinea una road map. Partendo da questo accordo, si dovrebbe poi riuscire a comporre le dispute anche in Sud Sudan

Buone relazioni tra le due nazioni sono fondamentali anche per garantire il flusso di petrolio dai campi nel Sud Sudan al Mar Rosso attraverso le condotte che passano per il Sudan. Per questo motivo, Hamdok avrà colloqui anche con funzionari del Sud Sudan per dirimere le controversie sui confini e la libera circolazione delle persone tra i due Paesi. «Sto cercando di raggiungere un rapporto molto strategico tra le nostre due nazioni», ha detto.

sabato 14 settembre 2019

"Pace senza confini" - Madrid: incontro per dire no a guerre, violenza e razzismo

Vatican News
In aumento le adesioni all’incontro internazionale "Pace senza confini" promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nello “spirito di Assisi”: a Madrid dal 15 al 17 settembre oltre 300 leader delle religioni mondiali in dialogo con le istituzioni e la cultura, migliaia di partecipanti da tutta Europa per dire “no” alle troppe guerre ancora in corso e al crescente clima di violenza e razzismo

Clicca qui per avere tutti gli aggiornamenti su santegidio.org >>>
Dal Presidente della Repubblica Centrafricana Touadéra al rabbino capo di Tel Aviv Meir Lau fino al metropolita ortodosso russo Hilarion e all’arcivescovo di Bologna Zuppi, sono cresciute nelle ultime settimane le adesioni a “Pace senza confini”, l’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con l’arcidiocesi di Madrid, nella capitale spagnola dal 15 al 17 settembre. “Pace senza confini”, tra le più grandi manifestazioni per la pace a livello mondiale, ha l’obiettivo di dare risposte concrete di pace e di dialogo non solo di fronte alle guerre esistenti, ma anche ad un clima di conflitto permanente che attraversa le società europee, a partire dalla violenza del linguaggio verbale e dal risorgere di fenomeni di razzismo e xenofobia.
Per una pace preventiva nel mondo

Rinnovando lo “spirito di Assisi” - come fa ogni anno Sant’Egidio assumendo l’eredità della prima grande Preghiera per la Pace, voluta da Giovanni Paolo II nell’ottobre 1986 - si intende far crescere quella rete di dialogo, capace in passato di operare una “pace preventiva” in tanti angoli del mondo e di dissociare in modo fermo le religioni dalle guerre e da ogni forma di violenza e di terrorismo.
Una rappresentanza interreligiosa a livello mondiale

Oltre alla presenza di centinaia di autorevoli rappresentanti delle religioni mondiali (cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e altre religioni asiatiche), di autorità istituzionali e del mondo della cultura, è prevista una larga adesione popolare, con numerosi partecipanti da tutta Europa, tra cui molti giovani. All’incontro “Pace senza confini” interverranno – tra gli altri - il Presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, l’economista statunitense Jeffrey Sachs, il rabbino capo di Tel Aviv Meir Lau, il metropolita ortodosso russo Hilarion, il rettore dell’università di Al-Azhar, Mohammad Al-Mahrasawi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, l’ambientalista indiana Vandana Shiva, l’europarlamentare Pietro Bartolo, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, che il prossimo 5 ottobre verrà creato cardinale da papa Francesco.
Gli eventi comuni dell’incontro

Due i momenti comuni: l’inaugurazione alle 18 di domenica 15 settembre nel Palacio Municipal de Congresos e, a conclusione, la preghiera per la pace con l’appello dei leader delle religioni, martedì 17 settembre, alle 20 nella plaza de la Almudena.
Non solo pace e dialogo

Tra i temi dei circa trenta panel in programma – nella giornata di lunedì 16 settembre e la mattina del 17 - oltre alla pace e al dialogo ecumenico e interreligioso, il disarmo e la non violenza, le migrazioni, l’economia, lo sviluppo, la giustizia sociale e una particolare attenzione al tema dell’ambiente.

lunedì 18 marzo 2019

Nicaragua. Il governo annuncia la liberazione di detenuti politici, condizione per la ripresa dei negoziati.

L'Osservatore Romano
Era stata posta come condizione per riprendere il dialogo con l'opposizione. Il governo del Nicaragua ha annunciato la liberazione di un numero imprecisato di persone detenute per motivi politici. La decisione è stata presa in considerazione della richiesta in tal senso fatta nei giorni scorsi dall'Alleanza civica e democratica, e che era stata posta anche come condizione indispensabile per la ripresa dei negoziati.

La piattaforma che racchiude organizzazioni economiche, studentesche e politiche d'opposizione, che da domenica scorsa aveva interrotto ogni trattativa con il governo, da oggi tornerà dunque a sedersi al tavolo del negoziato, con "l'assicurazione che la richiesta di vedere liberati un numero notevole di persone detenute è presa in conto". L'Alleanza continua a esigere prove indiscutibili della volontà governativa di negoziare una soluzione alla crisi che ha già provocato molti morti e ha portato il Nicaragua alla recessione economica.

Nel primo giorno di negoziati, il governo aveva concesso gli arresti domiciliari a un centinaio di prigionieri politici. Una mossa che tuttavia non aveva soddisfatto l'Alleanza, la quale invece richiedeva la loro libertà incondizionata. Attualmente sono più di 600 le persone ancora dietro le sbarre, alcune delle quali avevano avviato nei giorni scorsi lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Nell'annuncio del governo non si specifica quante di loro verranno scarcerate. Le parti sono arrivate a un accordo - si spiega in un comunicato governativo - dopo una riunione alla quale hanno preso parte il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e l'inviato speciale del Segretariato generale dell'Organizzazione degli stati americani, Luis Angel Rosadilla. Il governo ha spiegato che ora i negoziati riprenderanno dal punto esatto in cui si erano interrotti.

martedì 5 marzo 2019

Nicaragua. Al via il dialogo di pace: liberati cento prigionieri

Avvenire
Tra le prime richieste dell'opposizione, il rilascio degli altri 667 detenuti politici ancora dietro le sbarre. La Chiesa testimone al tavolo. Si sono radunate all'alba di fronte all'entrata del carcere La Modelo, vicino all'aeroporto di Managua. Oltre un migliaio di persone ha atteso impassibile l'apertura dei cancelli, da cui sono usciti i bus con i detenuti in "via di rilascio".

Immediatamente la folla dei parenti si è accalcata nella speranza di vedere il proprio caro sulle vetture. Per un centinaio di famiglie il sogno si è avverato. Tanti sono i prigionieri politici liberati dal governo di Daniel Ortega nel giorno del riavvio del dialogo con l'opposizione civile per mettere fine alla crisi in corso dal 18 aprile scorso, quando sono cominciate le proteste contro il presidente. Era stato lo stesso esecutivo a interrompere il negoziato sette mesi fa e inasprire la repressione, costata la vita ad almeno 326 persone.

Altre 767 erano state arrestate, 136 di loro hanno avuto condanne pesanti. Le ultime sentenze, del 19 febbraio, hanno inflitto 216 e 200 anni di reclusione ai dirigenti contadini Medardo Mairena e Pedro Mena. Entrambi avevano partecipato alla prima trattativa che si è svolta fra maggio e luglio, con la mediazione della Conferenza episcopale nicaraguense. Come loro, molti dei negoziatori del gruppo iniziale - in galera o in esilio - sono, dunque, mancati ieri al round iniziale del "dialogo bis", tra l'esecutivo e l'Alleanza civica, forza che raggruppa differenti settori sociali critici.

I 19 delegati di quest'ultima, prima della riunione, hanno assistito alla Messa nella chiesa della Divina Misericordia, tra le più colpite dalla violenza orteguista, come dimostrano i fori di proiettili sulla facciata. A rappresentare il governo, c'erano il ministro degli Esteri, Daniel Moncada, i deputati Edwin Castro e Wilfredo Navarro e il giudice, Francisco Rosales.

Il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio, Stanislaw Waldemar Sommertag hanno partecipato come testimoni. Il colloquio si è svolto a porte chiuse. Fonti vicine all'opposizione, hanno rivelato, però, che le prime richieste dell'Alleanza sono state la scarcerazione degli 667 detenuti politici ancora dietro le sbarre e la presenza di un mediatore internazionale.

lunedì 17 dicembre 2018

La Corea del Nord più vicina. Delegazione di Sant'Egidio con Marco Impagliazzo ricevuti da Kim Yong.

Faro di Roma
Una delegazione della Comunità di Sant’Egidio, guidata dal presidente Marco Impagliazzo, ha compiuto una visita in Corea del Nord nel quadro della cooperazione umanitaria e del dialogo con il Paese. 


A Pyongyang la delegazione è stata ricevuta dal Presidente del Presidium dell’Assemblea del popolo, che ha il ruolo di Capo di Stato, Kim Yong Nam. Nel corso dell’incontro Kim si è congratulato con la Comunità per l’instancabile lavoro per la pace nel mondo e per il 50° anniversario. 

Ha ringraziato per il sostegno umanitario ai bambini e agli anziani di Wonsan e Munchon e ha auspicato che la cooperazione si intensifichi in futuro anche sul campo culturale e educativo. 

Marco Impagliazzo ha illustrato al Presidente le attività della Comunità a favore degli anziani e dei bambini in vari luoghi del mondo e il recente lavoro per la pace in Africa, ha quindi assicurato il Presidente dell’intenzione di rafforzare e estendere la cooperazione nel campo umanitario e educativo e ha auspicato che i recenti passi di pace tra le due Coree abbiano successo per il bene della popolazione della penisola.
La delegazione ha anche incontrato il vice ministro degli Esteri per l’Europa, Im Chon Il (nella foto), con il quale si è intrattenuta sulle relazioni bilaterali con la Comunità e alcuni aspetti di politica internazionale per la pace.

La Comunità di Sant’Egidio, fondata da Andrea Riccardi, spesso precede la diplomazia vaticana, con la quale ha stretti rapporti.
A Pyongyang la delegazione ha reso visita alle varie associazioni cristiane presenti, quella cattolica nell’unica chiesa della città a Changchung, la Federazione cristiana di Corea e la Chiesa ortodossa russa presente nella città con due preti che celebrano nella chiesa ortodossa inaugurata nel 2006 dal patriarca Kirill.

La visita si è svolta in varie città: Pyongyang, Wonsan, Munchon, Panmunjom. Sant’Egidio sostiene da sei anni con aiuti alimentari, farmaci e attrezzature mediche l’ospedale pediatrico di Wonsan che è di riferimento per tutta la provincia di Kangwon nell’est del Paese. Il sostegno alimentare raggiunge anche più di 300 anziani in strutture statali a Munchon.

La delegazione ha avuto anche incontri con studenti e professori dell’Università di studi stranieri di Pyongyang, tra cui studenti di lingua e cultura italiana. Grande interesse è stato manifestato dai docenti e dagli studenti all’apertura di scambi culturali con la Comunità e con istituzioni culturali italiane.

A Panmunjom, lungo il 38esimo parallelo nella zona demilitarizzata che separa le due Coree, è stato ricordato il recente storico incontro tra i leader del Nord e del Sud che ha avviato una stagione di riavvicinamento segnata dalla ripresa del dialogo.

giovedì 15 novembre 2018

L'Onu premia l'Eritrea di Afewerki togliendo le sanzioni.

Il Manifesto
Non più canaglie. Decisivo l'accordo di pace siglato con l'Etiopia. Da domani beni scongelati, leader eritrei liberi di viaggiare e resto del mondo libero di rivendere armi al regime dell'Asmara. 


Il primo a congratularsi con il popolo e il governo dell'Eritrea è stato il primo ministro etiope Abiy Ahmed. Ed è in buona parte merito suo se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha disposto la revoca delle sanzioni imposte nove anni fa a Asmara per il suo presunto sostegno ai jihadisti somali di al Shabab.

Sostegno mai provato, come fa capire anche il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, quando dice che "le sanzioni erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più". Il fattore decisivo è il processo di distensione regionale a cui il nuovo premier etiope Ahmed ha impresso un'improvvisa accelerazione, producendo in luglio uno storico accordo di pace etio-eritreo.

Gli Stati uniti che avevano fortemente voluto le sanzioni hanno fatto cadere il veto e il Regno unito ha preparato la bozza della risoluzione che è stata votata ieri all'unanimità. Da domani beni scongelati, leader eritrei liberi di viaggiare e resto del mondo libero di tornare a vendere armi al regime di Isaias Afewerki. 

Il nuovo clima che si respira nella regione genera forti aspettative, ma eventuali ricadute positive sul piano interno, in Eritrea, sono tutte da dimostrare. L'ex colonia italiana è un paese dal quale si continua a fuggire.

Marco Boccitto

venerdì 12 ottobre 2018

In Congo, a Nord Kivu i ragazzi delle scuole sfilano per la pace

Globalist
Studenti fra gli otto e i 12 anni hanno sfilato nelle strade di Beni, nella provincia del Nord Kivu, per chiedere pace nell’est del Congo.



La manifestazione e’ stata organizzata a seguito degli scontri, delle violenze anche sui civili e dei conflitti a fuoco che stanno contrapponendo l’esercito a vari gruppi ribelli, tra i quali le Forze democratiche alleate (Afd). 


“Gli alunni non trovano normale che in una citta’ ci siano scuole che funzionano, dove gli studenti possono studiare e altre che restano chiuse in attesa che i massacri cessino” ha sottolineato Pascal Thembo Muliwavyo, rappresentante del sindacato degli insegnanti delle scuole cattoliche.

Secondo l’organizzazione, i ragazzi sono entrati nelle classi per unirsi ad altri studenti e poi sfilare insieme davanti alla sede del Comune. Sempre secondo i sindacati, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere gli alunni, animatori nelle due settimane di diversi cortei.

domenica 7 ottobre 2018

Lo Spirito di Assisi a Bologna dal 14 al 16 ottobre 2018 - "Bridges of Peace" - "Ponti di Pace"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tutti gli aggiornamenti sul sito Web della Preghiera della Pace
La Cerimonia finale - Bologna 16 ottobre 2018
A Bologna la 32ma tappa dello spirito d'Assisi, inaugurato nel 1986 da Giovanni Paolo II e portato avanti dalla Comunità di Sant'Egidio. Il 14, 15 e 16 ottobre, si trovano nel capoluogo emiliano rappresentanti di differenti fede e culture uniti nella costruzione di 'Ponti di Pace'.

Tra le importanti personalità presenti Ahmad Muhammad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar; Bernice King, Pastore battista e figlia di Martin Luther King, il rabbino capo di Francia, Haim Korsia, l'ex presidente della commissione europea, Romano Prodi, la senatrice Liliana Segre, il sociologo Manuel Castells e l'arcivescovo di Cotabato nelle Filippine, Orlando Beltran Quevedo.

14/10/18 - La Cerimonia d'Inaugurazione - Foto Gallery
L'arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi ha detto, nella conferenza stampa di presentazione dell'evento, che "una città come Bologna che ha nei suoi cromosomi l'accoglienza, l'incontro, la libertà e il rispetto dell'altro è ben contenta di accogliere questo pellegrinaggio".




Il programma

martedì 2 ottobre 2018

Occorre sostenere l'accordo di pace Etiopia-Eritrea. Sussulto per l'Africa e beneficio per tutto il Corno d'Africa

Corriere della Sera
L'Accordo il 16 settembre scorso porterà beneficio all'intero Corno d'Africa: si apre una fase di rinnovato dialogo. È un Accordo di Pace storico quello firmato da Etiopia ed Eritrea il 16 settembre scorso. Ha provocato un sussulto nell'Africa intera e nel mondo perché è una svolta epocale, che potrebbe portare enormi benefici. L'Italia e la comunità internazionale devono riconoscerne l'importanza e sostenerlo, questo accordo, e accompagnarlo nella sua evoluzione.


Gli esiti del processo non sono scontati, date le recenti violenze ad Addis Abeba, ma le opportunità restano grandissime per lo sviluppo dei due paesi. La società civile, ad esempio, potrebbe essere più libera di esprimersi e di emergere, e quindi di smuovere le risorse umane con iniziative, creatività e innovazione, creando "futuro" per le nuove generazioni e per gruppi vulnerabili come le donne. 


Sul piano politico, va sottolineato che capovolgendo radicalmente la storica posizione di Addis Abeba, il Premier etiope si è fatto promotore della revoca delle sanzioni verso l'Eritrea, che verrà valutata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei prossimi mesi.

Ma è l'intero Corno d'Africa a trarre beneficio: si apre una fase di rinnovato dialogo tra Etiopia, Eritrea e Somalia. Storica la visita ad Asmara di Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, primo Capo di Stato somalo a recarsi in Eritrea dalla sua indipendenza nel 1991. Anche le dinamiche tra Eritrea e Gibuti potrebbero migliorare.

Nuovo impulso deriverà dall'accordo nei rapporti commerciali, delle comunicazioni e dei trasporti come previsto dalle intese tra i due paesi, consapevoli che tali rapporti sono fondamentali perché i dividendi della pace possano diffondersi a tutte le popolazioni del Corno, sfruttando l'effetto traino dell'economia dell'Etiopia che nel 2017 è stato il paese a più alta crescita del mondo. Sono ripresi i voli commerciali tra i due Paesi, sono state riaperte frontiere e ambasciate, navi etiopi hanno iniziato a usare il porto eritreo di Massaua. I Paesi rivieraschi del Mar Rosso, la Turchia, la Cina, la Russia, gli Usa e alcuni attori europei talvolta in ordine sparso hanno intensificato le loro attività nell'area. L'Ue potrebbe avere grande influenza.

L'Italia intrattiene rapporti di amicizia storici con Etiopia ed Eritrea. Una continuità storica confermata ad esempio dalle due grandi scuole italiane statali ad Addis Abeba e ad Asmara in cui crescono i figli dei due paesi. Nel Corno l'Italia già esercita un ruolo di primo piano (spesso fuori dai riflettori mediatici) nella sicurezza marittima, in Somalia, nella partnership a tutto campo con l'Etiopia, con una base militare logistica a Gibuti. Molte le imprese commerciali italiane in Etiopia, e forte è il potenziale incremento, per il nuovo assetto che potrebbe portare più investimenti esteri nella regione e una loro progressiva integrazione economica con la Free Trade Area.

Potremmo investire di più in tanti settori, dall'agro-industria alla pesca, al turismo, alle energie alternative e altro. Importantissime sono le iniziative di cooperazione allo sviluppo: nel biennio 2017-2018 l'Italia ha donato oltre 81 milioni di euro per interventi di sviluppo e umanitari in Etiopia, Somalia ed Eritrea, e ha erogato crediti di aiuto all'Etiopia pari a 47 milioni di euro. Gli stanziamenti potrebbero aumentare, anche in funzione della stabilizzazione della regione.

Etiopia ed Eritrea manifestano il desiderio di maggiore presenza italiana, per le specificità e la qualità del modello italiano in tutti i campi.

Il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki hanno saputo cogliere il nuovo senso della storia, superando perfino la questione dei confini territoriali, per lasciar spazio ad un'Africa globalizzata, che per noi costituisce un partner strategico prioritario perché è un continente di risorse, nonostante le sfide. Celebrare la pace tra Etiopia ed Eritrea, sostenerla, annunciarla con gioia, non è solo un dovere, ma costituisce un impegno a lungo termine per la costruzione di uno sviluppo condiviso sostenibile nel lungo periodo, con sicuro beneficio per tutti.

Emanuela Del Re

lunedì 17 settembre 2018

Etiopia-Eritrea, oggi firma accordo pace che pone fine a 20 anni di guerra

Ansa
Riad - Il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afwerki sono arrivati a Jeddah, in Arabia Saudita, dove si apprestano a firmare oggi uno storico accordo di pace tra i due Paesi. 


Lo riporta Al Arabiya. I due leader sono stati accolti all'aeroporto internazionale Re Abdulaziz dalle massime autorità. L'Arabia Saudita ospiterà la firma dell'intesa che porrà fine a 20 anni di guerra. L'intesa prevede, fra l'altro, l'apertura di ambasciate nelle rispettive capitali, il ripristino dei collegamenti e l'uso dei porti eritrei da parte dell'Etiopia.