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martedì 7 marzo 2023

Bangladesh - Enorme incendio nel campo profughi Rohingya, Cox’s Bazar. 12mila restano senza rifugio

Huffpost
Enorme incendio nel campo profughi Rohingya in Bangladesh, 12mila restano senza rifugio
Selim Ullah: “Quando eravamo in Myanmar abbiamo dovuto affrontare numerosi problemi. Le nostre case sono state bruciate. Ora è successo di nuovo"


Un enorme incendio ha colpito il campo profughi per persone di etnia rohingya di Balukhali, vicino alla città di Cox’s Bazar, nel sudest del Bangladesh. Nessun ferito è stato segnalato, ma le fiamme che sono divampate nel Campo 11 di Cox's Bazar hanno rapidamente inghiottito i rifugi di bambù e tela cerata, lasciando 12mila persone senza la loro abitazione.

"Circa 2.000 rifugi sono stati bruciati e 12.000 cittadini birmani sfollati con la forza sono rimasti senza riparo", ha dichiarato all'AFPil Commissario per i rifugiati del Bangladesh, Mijanur Rahman.

Secondo un portavoce della Croce Rossa Internazionale i danni sono “enormi”. L’incendio, oltre ad aver distrutto 35 moschee e 21 aree destinate all’insegnamento, ha danneggiato gli impianti idrici del campo.

Il rifugiato Selim Ullah, padre di sei figli, ha riferito di non aver "potuto salvare nulla”. “Tutto è andato in cenere. Molti sono senza casa. Non so cosa ci succederà", ha detto il quarantenne, aggiungendo: “Quando eravamo in Myanmar abbiamo dovuto affrontare numerosi problemi. Le nostre case sono state bruciate. Ora è successo di nuovo."

I rohingya sono un grande gruppo etnico di religione musulmana, le cui comunità si trovano per lo più in Bangladesh e in Myanmar. La maggior parte dei profughi che vivono nel campo di Balukhali è scappata dal Myanmar a partire dal 2017, quando l’esercito birmano aveva compiuto una serie di brutali operazioni militari, con stupri sistematici e uccisioni indiscriminate. 

Tutt'oggi tantissimi rohingya decidono di attraversare il confine per rifugiarsi in Bangladesh, dal momento che nel Myanmar, paese a maggioranza buddista, il gruppo etnico musulamano è vittima di forti discriminazioni. Così molti cercano protezione nei vicini campi profughi che sono per lo più improvvisati, sovraffolati e con pessime condizioni sanitarie. Proprio in questi campi è piuttosto frequente che si verifichino incendi anche di natura dolosa: nel marzo del 2021, 15 profughi morirono e circa 50mila rimasero senza casa a causa di un enorme incendio che colpì sempre il campo di Balukhali. Ora le autorità del Bangladesh stanno indagando sull'origine di quest'ultimo disastro e non escludono un atto di sabotaggio alla sua base. Un uomo è stato infatti arrestato. Tuttavia, come dichara Faruque Ahmed, un funzionario della polizia locale, "le ragioni dell'incendio non sono ancora note".

lunedì 10 gennaio 2022

Bangladesh - Campo profughi dei Rohingya a Ukhiya devastato dalle fiamme, distrutti oltre 1.000 alloggi. Incenerite strutture sanitarie e luoghi adibiti all'istruzione.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Domenica 9 gennaio è scoppiato un enorme incendio in un campo Rohingya a Ukhiya di Cox's Bazar, distruggendo oltre 1.000 baracche.
Non è stato possibile accertare immediatamente il motivo dietro l'incendio.


Le fiamme nel campo dei Rohingya a Ukhiya si sono spente, oltre 1.000 abitazioni sono state distrutte.
L'incendio è iniziato nel campo n. 16 di Shafiullah Kata Rohingya intorno alle 17:00, ha confermato il commissario aggiuntivo Shamsu-Doja della Commissione per i rifugiati, il soccorso e il rimpatrio (RRRC).

L'incendio ha distrutto oltre 1.000 strutture tra cui case, centri per l'istruzione e presidi sanitari nel campo.
Tuttavia, l'entità completa dei danni è ancora sconosciuta.

Diversi incendi sono stati segnalati nei campi che ospitano i Rohingya rifugiati dal 2017.

Nel marzo dello scorso anno, un enorme incendio scoppiato nel campo profughi di Balukhali ha causato almeno 15 vittime, centinaia di feriti e migliaia di Rohingya senza un rifugio.

ES

Fonte: Dhaka Tribune

martedì 26 ottobre 2021

Bangladesh, i profughi Rohingya deportati nell'isola-lager di Bhasan Char. Senza lavoro e scuola cercano la fuga dall'isola

La Repubblica
Bhasan Char è il luogo in cui il governo ha trasferito decine di migliaia di migranti musulmani birmani per dare respiro al famigerato campo di Cox’s Bazar. Ma la vita è un inferno: si rischiano inondazioni, il cibo è scadente, e così in tanti cercano di scappare via barca con l'aiuto dei trafficanti. "Vogliono lavorare e raggiungere la loro famiglia"


Il suo nome in bangladese significa “l’isola galleggiante", ma potremmo anche chiamarla l’isola che non c’è. Anzi, che non c’era. E che a forza di dragare i sedimenti del fiume Meghna e costruire argini ora c’è. Anche se rischia d’essere spazzata via dalle tempeste tropicali e dalle alluvioni dei cambiamenti climatici sempre più virulenti nel Golfo del Bengala. Ma il governo del Bangladesh vuol riempirla di 100mila profughi rohingya per alleviare il sovrappopolamento a Cox’s Bazar, il mostruoso campo dove vivono ammassati altri 890mila birmani musulmani, fuggiti dalle pulizie etniche del Tatmadaw, l’esercito buddhista di Myanmar.


Il problema di quest’isola che non c’era, Bhasan Char, 40 chilometri quadrati con 1.440 palazzine e 120 rifugi anti-ciclone, sotto un manto di tetti rossi retti da mattoni forati, è che i 20mila disperati che sono già venuti a viverci non vedono l’ora di scappar via. Sognano di tornare dalle famiglie a Cox’s Bazar, di raggiungere i mariti in Malesia, in Thailandia o in Medio Oriente, per poi aprirsi una strada verso l’Europa. 

Vogliono, soprattutto, non vivere di cibo regalato dagli aiuti umanitari, ma guadagnare qualche soldo, avere la dignità di un lavoro che li illuda di un futuro diverso. Così sono pronti a morire affogati, o a farsi riacciuffare e riportare qui. Ma devono superare la polizia che controlla i loro movimenti e che a volte impedisce ai residenti d’interagire con i vicini. “Sono confinati nell’isola, senza permesso di andarsene”, denuncia Zaw Win di Fortify Rights.

In questi mesi, più di 700 profughi hanno pagato ai trafficanti dai 130 ai 500 euro a testa per salire su una barchetta e traversare i 6 chilometri di mare che dividono l'isola dalla costa. Duecento di loro sono stati arrestati e ritrascinati a Bhasan Char, nelle loro unità ben allineate e organizzate che ricordano tanto un lager. Ad agosto, sono affondate due barche di fuggiaschi. Dodici dispersi nella prima, 14 morti e 13 dispersi nella seconda. Le storie sono tante, ma raccontano la disperazione di non sentirsi a casa, di provare un vuoto senza speranza che fa sembrare la morte come un’alternativa migliore di una vita alienante, lontano dalle persone amate, senza nulla in cui sperare. “E in un’isola dove tempeste e alluvioni mettono a rischio chi ci abita”, come denuncia Human Rights Watch.

“Ci danno da mangiare sempre la stessa sbobba, ogni giorno pesce e riso, pesce e riso”, si lamenta un ragazzo. “È cibo che possono mangiare i bangladesi, ma noi rohingya non possiamo ingoiarci quella roba per il resto della vita”. Un anziano, cieco da un occhio, approfondisce il tema: “Quando la gente non ha soldi, e non ha modo di guadagnarne, anche se ha cibo sul piatto, non può essere felice. Per questo vogliono scappar via tutti”. “Sì, è vero, la responsabilità del Bangladesh è servir loro cibo ogni giorno, non trovargli un lavoro”, analizza così il problema il commissario responsabile dei profughi e del rimpatrio per il Bangladesh, Shah Rezwan Hayat. “Dobbiamo ancora sviluppare una comunità, qui. E ciò richiede che arrivi più gente, non che se ne vadano. Quando arriveranno tutti i parenti di chi vive qui, meno gente vorrà andarsene”.

È proprio la mancanza di un’attività lavorativa e la scompaginazione dei nuclei familiari a spingere alla fuga dall’isola che non c’era. Lo ammette anche il poliziotto di Chattogram, una città lungo la costa, incaricato di intercettare i fuggiaschi. “Sono irritati dal fatto di non avere un lavoro. Vogliono lavorare e guadagnare. Per questo fuggono”. Il direttore del Progetto Bhasan Char, Rahed Satter, conferma: “Sono soprattutto i giovani e gli adolescenti a voler fuggire, via fiume, strada o via mare. Vanno a cercare un futuro”.
Chi resta organizza scioperi della fame e proteste, soprattutto quando arrivano gli osservatori Onu, i giornalisti o le organizzazioni a tutela dei diritti umani. E vedono le finestre spaccate, gli atti di vandalismo che rispecchiano rabbia e non senso d’appartenenza. “Siamo circondati dal mare e viviamo terrorizzati dalle alluvioni”, dice Dil Mohammed. “E poi mancano le scuole. Mio figlio sta dimenticando tutto quello che aveva imparato nelle aule di Cox’s Bazar”.

Chi è riuscito a scappare è felice. “Morivo ogni giorno in quell’isola”, confessa Munazar Islam. Nel 2017 era sopravvissuto alla pulizia etnica buddhista nella regione di Rakhine. Il Tatmadaw gli ha ucciso tre cugini. A Cox’s Bazar si era rifatto una vita, anche se in una baracca sovraffollata in un malsano campo profughi. Era venuto volontariamente fino a Bhasan Char, pensando che avrebbe avuto condizioni di vita migliore. Si è pentito, ha pagato 350 euro a un trafficante ed ora è di nuovo con la famiglia a Cox’s Bazar, dove si trova anche Jannat Ara. Mentre fuggiva su una barca per raggiungere il marito in Malesia, Ara fu intercettata dalla marina bangladese e portata a Bhasan Char a vivere con altre tre donne. “Telefonavo piangendo ogni giorno a mamma e papà, rimasti a Cox’s Bazar”. Poi ha pagato 500 euro a un trafficante che l’ha riportata dalla famiglia. “Solo Allah sa come ho fatto a vivere lì un anno intero. Era una prigione con i tetti rossi circondata dal mare”.

Carlo Pizzati

sabato 5 dicembre 2020

Bangladesh iniziato lo spostamento, in molti casi forzato, di migliaia di Rohingya da Cox's Bazar in un'isola spesso travolta da inondazioni

Ansa
Il Bangladesh ha iniziato a spostare centinaia di Rohingya dalla zona di Cox's Bazar all'isola di Bhashan Char, 52 km quadrati praticamente al livello del mare nella baia del Bengala, spesso travolta da cicloni e inondazioni. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch in molti casi il trasferimento è stato imposto.


Poco meno di un milione di appartenenti alla minoranza etnica dei Rohingya - molti fuggiti da un offensiva governativa nel vicino Myanmar nel 2017 - vivono in condizioni estremamente degradate in campi del Bangladesh sudorientale. Il governo ha più volte affermato di voler sgomberare la zona.

La mattina del 3 dicembre 20 pullman sono giunti a Cox's Bazar, e circa mille persone sono partite alla volta del porto di Chittagong, da dove verranno imbarcate per Bhashan Char, ha detto il capo della polizia regionale Anwar Hossein.

Nella prima fase, le autorità prevedono di spostarne circa 2500: sull'isola la Marina militare del Bangladesh ha costruito ricoveri per circa 100.000 persone.

L'ufficio locale dell'Onu ha chiarito di non essere stato coinvolto nel trasferimento e di avere "informazioni limitate" sull'operazione.

lunedì 12 ottobre 2020

Bangladesh - Degenerano le condizioni nei campi profughi dei Rohingya. 7 morti e centinaia costretti a fuggire per scontri tra gruppi rivali.

AGI
La violenza di gang rivali sta seminando morte e terrore nei campi rifugiati Rohingya vicino a Cox's Bazar, città del Sud-Est del Bangladesh, dove almeno 7 persone sono morte e alcune centinaia sono state costrette a fuggire. 

Il Campo profughi di Cox's Bazar nel Sud-Est del Bangladesh

"Le sette vittime, tra cui una donna, sono state registrate nei giorni scorsi", ha riferito al Guardian Shamsud Douza, ufficiale di polizia incaricato del controllo dei campi profughi.

Per gli occupanti dei campi, le ore più pericolose sono quelle notturne, quando operatori umanitari e forze di sicurezza si ritirano, lasciandoli in mano alle gang in lotta per il controllo del traffico di droga, ma non solo. A scontrarsi sono, in particolare, il gruppo di Munna - nome dato dal suo leader, sospettato di gestire il narcotraffico dal Myanmar - e una fazione legata al gruppo ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). I contendenti, tutti Rohingya, appiccano il fuoco alle casupole dei rifugiati, costringendoli a ripararsi altrove, portando con se' i pochi beni che riescono a salvare dalle fiamme.

I vertici del movimento ribelle Arsa - responsabile di attacchi ai militari in Myanmar tra il 2016 e il 2017, facendo scatenare la 'pulizia etnica' ai danni dei Rohingya, costretti a rifugiarsi in Bangladesh - hanno preso le distanze degli ultimi episodi di violenza nei campi profughi di Cox's Bazar. "Siamo incastrati da queste gang", hanno scritto in un comunicato ufficiale. "La situazione si sta deteriorando e nei campi i Rohingya sono impauriti, hanno bisogno di protezione", ha riferito Matthew Smith, responsabile del gruppo di difesa dei diritti Fortify Rights.

Le crescenti violenze hanno costretto gli operatori umanitari a sospendere momentaneamente le proprie attività, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei rifugiati. L'Unhcr (Agenzia Onu per i Rifugiati) sta provvedendo a fornire aiuti umanitari ai nuovi sfollati e, dopo alcuni giorni di sospensione e' tornata a riprendere le proprie attivita' nei campi, che in tutto ospitano 1 milione di persone.

Al centro delle violenze dei giorni scorsi c'è il controllo del mercato della metamfetamina 'yaba' prodotta in Myanmar e sempre più consumata in Bangladesh. Il gruppo di Munna ha reclutato giovani disoccupati offrendo loro alte retribuzioni per portare avanti le sue attivita' illegali, facendo perdere influenza al movimento Arsa, che si sta ribellando all'indebolimento delle sue posizioni.

In Bangladesh i rifugiati Rohingya sono accusati di aver introdotto quella droga, che ha già creato milioni di dipendenti, con gravi conseguenze in termini di sicurezza e sociale. "La mancanza di progressi per arrivare a soluzioni durevoli, in particolare il rimpatrio volontario sicuro e dignitoso dei rifugiati nelle loro case in Myanmar, ha aumentato l'incertezza e la disperazione nei campi, contribuendo alla situazione attuale", ha avvertito Louise Donovan, portavoce Unhcr a Cox's Bazar.

Amnesty International per l'Asia meridionale ha avvertito che le crescenti violenze e le difficili condizioni in quei campi e intorno non dovrebbero essere utilizzate dal governo del Bangladesh per giustificare il suo controverso piano di ricollocazione dei rifugiati a Bhasan Char, isola nel Golfo del Bengala. Gia' in 300 sono stati trasferiti sull'isola e alcune donne hanno accusato le guardie di aver commesso abusi sessuali.

Veronique Viriglio

domenica 17 maggio 2020

Bangladesh - Il Covid-19 è arrivato nel campo profughi di Cox Bazar dove sono rifugiati un milione di profughi Rohingya

Il Manifesto
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.


Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. 

Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.

Giuliano Battiston

venerdì 8 maggio 2020

Bangladesh - Rifugiati Rohingya dopo giorni alla deriva confinati in un'isola invivibile

Notizie Geopolitiche
Lo scorso sabato il governo del Bangladesh ha trasferito sull’isola di Bhasan Char più di 2 dozzine di rifugiati Rohingya che erano stati bloccati in mare da diversi giorni.

I funzionari delle Nazioni Unite dicono che i rifugiati, tra cui 15 donne e 6 bambini, sono stati portati per diversi giorni in un’isola soggetta alle alluvioni nel Golfo del Bengala.
I Rohingya sbarcati fanno parte fanno parte del gruppo delle 500 persone che sono stati bloccati su 2 pescherecci, che sono stati allontanati dalla Malesia a causa di severi controlli alle frontiere imposti dalla pandemia di coronavirus.

Negli ultimi anni sono stati ospitati nei campi di Cox’s Bazar nel sud del Bangladesh circa un milione di Rohingya che sono di fede musulmana.
Il governo del Bangladesh per alleviare la pressione degli accampati ha costruito strutture per 100 mila persone a Bhasan Char.
I Rohingya fanno parte degli strati più poveri della popolazione, da quando sono fuggiti da una brutale repressione militare in Myanmar vivono in Bangladesh dal 2017.
I Rohingya risiedono principalmente in Myanmar nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Negli ultimi mesi in Myanmar la situazione è peggiorata drammaticamente, a causa di alcuni scontri con le forze armate.
Questo paese asiatico è a maggioranza buddista e non considera i Rohingya cittadini, nonostante abbiano vissuto nel paese per generazioni. [...]

Anche i paesi dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) sembrano riluttanti ad accoglierli come rifugiati, poiché le restrizioni alle frontiere si inaspriscono per controllare la diffusione del COVID-19.

La Malesia, che è spesso la destinazione delle barche Rohingya, ha impedito a una nave di sbarcare il 17 aprile scorso dopo che il governo ha chiuso i confini con gli stranieri a causa del COVID-19.

L’emergenza della pandemia diventa così una ottima scusa per il governo malese per impedire ai profughi Rohingya di entrare nel paese.

Alberto Galvi

sabato 25 aprile 2020

Bangladesh, incombe la stagione dei monsoni che rischia di aggravare la difficile situazione dei rifugiati Rohingya e dove si sta diffondendo il Covid-19

La RepubblicaL'allerta dell’UNHCR in merito alle gravi implicazioni legate alla possibile diffusione del Covid 19 e per le risposte che sarebbero necessarie

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato l’allerta in merito alle conseguenze potenzialmente letali derivanti dall’eventualità che i preparativi di risposta all’imminente stagione dei monsoni in Bangladesh non siano completati per tempo, in una fase in cui il COVID-19 continua a diffondersi. 

In un momento storico in cui i Paesi di tutto il mondo combattono la pandemia, l’arrivo delle piogge monsoniche rischia di aggravare la già difficile situazione in cui vivono i rifugiati in Bangladesh.

A Cox's Bazar una densità 1 volta e mezza quella di New York. Nel Paese asiatico, ad oggi, non sono stati rilevati casi confermati di contagio da COVID-19 tra la popolazione di rifugiati Rohingya. Ciononostante, si ritiene che sia le comunità di accoglienza sia i rifugiati di Cox’s Bazar, in cui vi è una densità di popolazione una volta e mezza maggiore di quella della città di New York, durante questa pandemia siano tra i soggetti maggiormente a rischio su scala mondiale. Durante la stagione, l’area è inoltre soggetta a frane e inondazioni improvvise.

Quattromila famiglie sfollate. A settembre 2019, in occasione delle precipitazioni monsoniche più forti, oltre 4.000 famiglie sono rimaste temporaneamente sfollate nei campi di Cox’s Bazar, e oltre 16.000 persone ne hanno subito gli effetti. Grazie alle misure di mitigazione adottate, i danni sono stati molto minori rispetto all’anno precedente. I rifugiati restano al centro dei piani di preparazione e risposta, mediante unità di circa 3.000 volontari formati per il pronto intervento, che coordinano le attività nelle proprie comunità e l’implementazione delle misure salvavita.

Difficili i rifornimenti. I preparativi per la stagione annuale dei monsoni, tuttavia, hanno risentito della sospensione delle operazioni di riduzione del rischio da catastrofi (Disaster Risk Reduction/DRR), compresi i miglioramenti alle reti fognarie e i lavori di stabilizzazione delle pendenze. Analogamente, anche il trasferimento di rifugiati che vivono in aree a rischio elevato di inondazioni e frane ha subito ritardi. Anche la consegna di forniture è stata problematica, dal momento che il “confinamento” imposto a causa della pandemia COVID-19 ha condizionato i trasporti su strada.

La distribuzione dei "kit di fissaggio". A fronte di una riduzione alle attività essenziali delle operazioni umanitarie assicurate nei campi di accoglienza, la distribuzione di “kit di fissaggio” per rinforzare e proteggere gli alloggi dei rifugiati dai forti venti continua. In caso di emergenza, sono stati predisposti kit post-catastrofe e articoli di soccorso. Unità di preparazione e risposta nelle emergenze (EPRT) sono state allertate per essere mobilitate e dispiegate secondo necessità ed equipaggiate per intervenire in caso di condizioni meteo estreme.

I Rohingya inseriti nel piano di risposta. Per rispondere ai rischi di una potenziale diffusione del coronavirus nei campi rifugiati, il Governo del Bangladesh, insieme all’UNHCR e ai partner, ha incluso i rifugiati Rohingya nel piano di risposta nazionale. UNHCR e partner hanno dato il via alla costruzione di strutture per l’isolamento e di unità di terapia, con l’obiettivo di mettere a disposizione 1.900 letti a beneficio tanto dei rifugiati quanto delle comunità di accoglienza nelle prossime settimane. Le attività di condivisione delle informazioni sono state estese mediante una rete di oltre 2.000 volontari comunitari, leader religiosi e operatori umanitari.

Urgenti le misure di protezione. Se de un lato, in questa fase, è di vitale importanza dare priorità ai preparativi nei campi nell’ambito della sanità pubblica, dall’altro anche le attività di preparazione alle stagioni dei cicloni e dei monsoni devono continuare. Entrambe le operazioni assicureranno ai rifugiati condizioni sicure e igieniche in cui vivere nell’eventualità di una potenziale ulteriore emergenza di salute pubblica. Affinché le misure di preparazione possano essere implementate celermente, è necessario mettere a disposizione con urgenza dispositivi di protezione individuale (DPI), dato l’imponente aumento delle richieste.

Servono 877 milioni di dollari. L’approvvigionamento e la distribuzione su larga scala di dispositivi DPI sono di vitale importanza per assicurare che il COVID-19 non si diffonda rapidamente. Prima che scoppiasse la pandemia da COVID-19, nel complesso, il Piano di risposta congiunta (JRP) 2020 per la crisi umanitaria dei rohingya chiedeva 877 milioni dollari per soddisfare le esigenze più urgenti della popolazione. Ad oggi, solo il 16 per cento del Piano JRP 2020 è stato finanziato.

domenica 19 aprile 2020

Morti di fame 60 rifugiati Rohingya su una nave con 500 persone a bordo respinti più volte a causa del coronavirus da Thailandia e Malesia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 60 Rohingya sono morti di fame su una nave con circa 500 persone a bordo.
La nave salpò dal Bangladesh, attraverso il Golfo del Bengala, per più di due mesi, alla ricerca di un porto di scalo, ma quando raggiunse le acque della Thailandia e della Malesia fu respinta.

Due giorni fa, è finalmente tornato in Bangladesh dove è stato intercettato dalla guardia costiera locale.

Circa un milione di rohingya vive in campi profughi vicino al confine con il Myanmar, da dove sono fuggiti dopo un'ondata di violenza nel 2017. Da allora, migliaia di loro cercano di raggiungere altri paesi ogni anno su barche traballanti.

Dopo aver ascoltato il racconto dei sopravvissuti, la guardia costiera nota che i rifugiati, principalmente donne e bambini, hanno tentato più volte di attraccare in Malesia e Tailandia, ma sono stati allontanati a causa dell'epidemia di coronavirus.

La nave navigò nel mare per più di due mesi senza cibo, acqua dolce e medicine.

Almeno 60 morirono e furono sepolti in mare. Anche il capitano della nave morì, ucciso in uno scontro con i Rohingya. Secondo alcuni di loro aveva tentato di violentare una donna.

L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che si è occupata dei rifugiati nel Bazar di Cox, ha affermato che i sopravvissuti sono "estremamente malnutriti e disidratati".

ES

Fonte: Asia News

domenica 5 aprile 2020

India - Abbandonati nei campi profughi rohingya la fame fa più paura del coronavirus e le norme igieniche sono scarse o inesistenti

Internazionale
Din Mohammad sta facendo tutto il possibile per mantenere in salute la sua famiglia e gli altri rifugiati rohingya nelle tre settimane di isolamento e blocco delle attività imposti dal governo indiano per contrastare il coronavirus. 

Nell’ultima settimana Mohammad, che ha 59 anni e vive con la moglie e i cinque figli nel campo profughi di Madanpur Khadar, a New Delhi, ha fatto il giro delle baracche per assicurarsi che le persone rispettino il distanziamento sociale e tengano pulite le loro misere abitazioni fatte di assi di legno e teli cerati.

Tuttavia sa che queste misure sono difficili da mettere in atto in campi profughi affollati come il loro, dove le persone vivono in condizioni soffocanti, senza accesso a servizi essenziali come i bagni e l’acqua pulita. “Siamo seduti su una polveriera”, dice. “Non ci metterà molto a esplodere”. 

Circa 40mila musulmani rohingya vivono in diversi campi profughi in India. Si trovano soli a combattere la pandemia da coronavirus, che temono diventi per loro una catastrofe umanitaria.

Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato un rigido lockdown, che riguarda 1,3 miliardi di indiani, per impedire la diffusione del virus. Ma la sua decisione ha subito avuto conseguenze tragiche perché ha costretto decine di migliaia di lavoratori irregolari a scappare a piedi dalle città. Alcuni sono morti.

Il timore di un’epidemia nei campi
Circa cento chilometri a sud della capitale, quattrocento famiglie rohingya vivono in un campo profughi della provincia di Nuh, nello stato di Haryana. Per loro il sapone è un lusso, figurarsi l’acquisto di mascherine e prodotti igienizzanti.

Sono tutti preoccupati per il virus ma possono fare poco per proteggersi. Le loro baracche sono addossate le une alle altre, cosa che rende impossibile mantenere le distanze. In generale l’igiene è scarsa, i bagni sono sporchi e l’accesso ai servizi sanitari è limitato. Jaffar Ullah, un insegnante d’informatica di 29 anni, vive in una delle baracche. Alcuni giorni fa ha finito la sua ultima saponetta. Non gli è rimasto niente per lavarsi le mani.

“In questa baraccopoli poche famiglie hanno il sapone, ma la maggior parte non può permettersi di comprarlo”, spiega. Le autorità hanno inviato degli addetti a irrorare di disinfettante i quartieri residenziali, ma non le baraccopoli. Negli ultimi giorni secondo Jaffar Ullah sono aumentati i casi di febbre tra gli abitanti dello slum. “Non so se si tratti di coronavirus o no”, osserva, “ma le persone sono terrorizzate. Non possono andare in ospedale perché gli ambulatori sono chiusi. Nessuno dall’amministrazione locale è venuto a controllare”.
I prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali

Molti ospedali hanno sospeso le attività ambulatoriali il 25 marzo. La Rohingya human rights initiative (Rohringya), un’organizzazione non profit con sede a New Delhi, ha intervistato 334 persone che vivono nel campo di Madanpur Khadar, e ha riscontrato che 37 mostravano sintomi simili a quelli del nuovo coronavirus, tra cui febbre, tosse e secrezioni nasali.

“Esiste un rischio serio che il nuovo coronavirus si diffonda nelle baraccopoli dei profughi rohingya”, ha dichiarato Sabber Kyaw Min, di Rohringya. “Il governo indiano sta proteggendo i suoi cittadini, mentre le organizzazioni internazionali come l’Unhcr si sono voltate dall’altra parte. Siamo stati lasciati soli a combattere la pandemia”.

Ridotti alla fame
L’ufficio dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a New Delhi nega di aver tardato a rispondere e dichiara di monitorare la situazione coordinandosi con le associazioni locali. “Ci stiamo lavorando molto. Nelle ultime settimane abbiamo organizzato diversi progetti di sensibilizzazione sul Covid-19 nelle baraccopoli”, ha detto Kiri Atri, responsabile delle relazioni esterne dell’Unhcr. “Da oggi cominceremo a distribuire kit per l’igiene personale contenenti delle saponette, mentre le mascherine saranno fornite sulla base di una valutazione caso per caso”.

Badar Alam, del campo profughi di Nuh, lavorava a giornata in un cantiere, ma a causa delle nuove misure per contrastare l’epidemia ha dovuto smettere. L’uomo, 31 anni, sostiene che la sua famiglia, composta da sua moglie e tre bambini, non mangia un pasto come si deve da una settimana. Ad Alam restano due chili di riso, 250 grammi di lenticchie e 250 rupie in tasca (l’equivalente di 3 dollari), e nessuna prospettiva di lavorare per almeno altre due settimane. “Cosa darò da mangiare ai miei figli? Pietre?”, chiede.

Raqib Hameed Naik, Al Jazeera, Qatar

giovedì 13 febbraio 2020

Bangladesh, almeno 15 morti e 50 dispersi in naufragio rifugiati Rohingya.

TGCOM24
E' di almeno 15 morti e una cinquantina di dispersi il bilancio delle vittime del naufragio al largo delle coste del Bangladesh di un'imbarcazione carico di rifugiati Rohingya. 

A bordo del peschereccio, lungo 13 metri, si trovavano 138 persone. L'incidente è avvenuto nelle vicinanze dell'isola di Saint-Martin, nei pressi della costa del distretto di Cox's Bazar in cui circa un milione di rifugiati vivono in campi profughi.

domenica 2 febbraio 2020

Il Bangladesh s’impegna a garantire l’istruzione dei bambini rifugiati rohingya

Amnesty International
“Il nostro governo sente la necessità di tenere accesa la speranza dei bambini rohingya nel futuro fornendo loro istruzione e corsi di formazione“.
Con queste parole, il 28 gennaio il ministro degli esteri del Bangladesh Masud bin Momen ha annunciato alla stampa che i bambini rifugiati rohingya andranno a scuola fino a 14 anni e che i maggiori di quell’età prenderanno parte a corsi di formazione.

Le classi seguiranno i programmi scolastici di Myanmar e gli insegnanti saranno di lingua birmana.
Un progetto pilota congiunto dell’Unicef e del governo del Bangladesh coinvolgerà inizialmente 10.000 bambini e sarà successivamente estero agli altri.


Amnesty International aveva lanciato una campagna per chiedere alla prima ministra Sheilh Hasina di garantire il diritto all’istruzione ai bambini rohingya, rifugiati da due anni e mezzo in Bangladesh.

domenica 29 dicembre 2019

Myanmar, Onu condanna abusi diritti umani ai danni dei Rohingya: arresti arbitrari, torture, violenze

Adnkronos
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione di condanna per abusi dei diritti umani - arresti arbitrari, torture, violenze - ai danni dei Rohingya e di altre minoranze in Myanmar. 
Come riporta la Bbc, la risoluzione è stata adottata con 134 voti a favore su 193 Paesi rappresentati, nove contrari e 28 astenuti. Al governo del Myanmar si chiedono misure urgenti per contrastare qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze.

Nel 2017 migliaia di persone della minoranza musulmana dei Rohingya sono morte e più di 700mila sono fuggite nel vicino Bangladesh per sfuggire alla violenta operazione di sgombero nello Stato di Rakhine per mano dell'esercito del Myanmar. 

L'ambasciatore all'Onu del Myanmar, Hau Do Suan, ha definito la risoluzione "un altro classico esempio di doppio standard e applicazione selettiva e discriminatoria delle norme sui diritti umani".

martedì 17 settembre 2019

Birmania. L'allarme dell'Onu: "A rischio genocidio 600 mila Rohingya"

La Repubblica
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. 


L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.

Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". 

Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.

sabato 31 agosto 2019

Rifugiati Rohingya: 61 Ong lanciano un appello sul peggioramento della crisi in Myanmar

Vita
In un appello congiunto, 61 Ong che operano in Bangladesh e in Birmania segnalano che, in caso i Rohingya fossero rimpatriati forzatamente in Myanmar, le loro condizioni non sarebbero sicure. Le Ong chiedono che i rifugiati possano decidere liberamente del loro futuro. Il racconto di Danish Refugee Council (Drc), la più grande organizzazione internazionale non governativa in Danimarca



Cox’s Bazar, Bangladesh, 21 agosto 2019. Circa 1 milione di Rohingya stanno ancora aspettando giustizia e di potere decidere del loro futuro, due anni dopo essere scappati dalle loro case a causa delle atrocità di massa perpetrate in Birmania, e stanno lottando per avere sicurezza e dignità in Bangladesh come rifugiati. In un appello congiunto, 61 Ong a livello locale, nazionale e internazionale, che operano nei due Paesi, hanno chiesto che siano riconosciuti diritti umani per tutti nello Stato Rakhine, in Birmania, e hanno chiesto che i rifugiati Rohingya abbiano un ruolo nel prendere decisioni che riguardano le loro vite, comprese le condizioni per il loro ritorno in Birmania, spiega il Danish Refugee Council.

Le Ong hanno espresso molta preoccupazione per la sicurezza di tutte le famiglie colpite dall’emergenza nello Stato Rakhine, inclusi i Rohingya, dal momento che il conflitto si intensifica e l’intervento umanitario rimane limitato. Hanno insistito che i governi del Bangladesh e della Birmania assicurino che ogni processo di rimpatrio sia sicuro, volontario e dignitoso, dal momento che la notizia di un possibile rimpatrio accelerato di 3.450 rifugiati ha iniziato a circolare questa settimana.

Negli ultimi due anni, le ong hanno aiutato il governo del Bangladesh e le agenzie Onu a fornire un supporto che ha consentito la sopravvivenza delle persone all’interno del più grande campo profughi del mondo. I loro sforzi collettivi hanno permesso di rendere più stabili le condizioni nei campi, e hanno aiutato a impedire epidemie di malattie. Ma i rifugiati hanno bisogno di dignità- non solo di sopravvivenza. Le agenzie hanno chiesto alla comunità internazionale di aumentare i finanziamenti per la risposta umanitaria in Bangladesh e Birmania per migliorare la vita dei rifugiati e delle comunità ospitanti, così come le vite degli rifugiati all’interno del Paese.

«I rifugiati Rohingya in Bangladesh vivono in un ambiente sicuramente non protetto, né sostenibile, ed è fondamentale che vengano consultati in tutte le decisioni che li riguardano- inclusi i rimpatri. E che non ritornino prematuramente a una situazione dove i loro diritti e la loro sicurezza non possano essere garantiti», afferma Mikkel Trolle, direttore regionale delDanish Refugee Council: «Attraverso il nostro lavoro nei campi profughi e nelle comunità ospitanti a Cox’s Bazar, abbiamo riscontrato come gli sforzi congiunti del governo del Bangladesh, delle agenzie Onu e delle Ong abbiano salvato delle vite, ma ora è tempo di assicurare che queste persone vivano una vita dignitosa e che siano autosufficienti. Soluzioni di medio e lungo termine sono necessarie urgentemente per proteggere i rifugiati e le comunità ospitanti. Educazione, skills building e mezzi di sussistenza sono essenziali per qualunque soluzione durevole di successo, incluso il reinserimento».

Alcuni dati:
- In Myanmar circa 128.000 rifugiati Rohingya e altre comunità musulmane sono stati confinati nello Stato Rakhine dal 2012, senza possibilità di tornare a casa
- In Bangladesh i bambini rifugiati hanno bisogno di accedere a servizi educativi più efficaci. Sono più di 25.000 i bambini che non vanno a scuola. Inoltre il 97 per cento degli adolescenti di età tra i 15 e i 18 anni non frequenta nessuna struttura educativa
- In Bangladesh la percentuale di famiglie delle comunità ospitanti che viveva con meno di 60 dollari al mese ha avuto un picco dal 10 al 22 per cento in seguito all’afflusso di migranti nel mese di agosto 2017.

martedì 18 giugno 2019

Onu minaccia di lasciare il Myanmar dove ci sono 500 mila sfollati interni rohingya. "Non saremo complici dell'Apartheid contro i rohingya

Globalist
Nonostante l'esodo verso il Bangladesh, attualmente si stima che siano circa mezzo milione i rohingya rimasti in Myanmay.


Ancora razzismo e discriminazione: la missione delle Nazioni Unite in Myanmar ha avvertito che potrebbe ritirare il sostegno allo Stato del Rakhine per evitare di rendersi complice di "politiche di apartheid" nei confronti dei musulmani di etnia rohingya.

La notizia è pubblicata in esclusiva dal quotidiano britannico 'The Guardian', che riporta il contenuto di una lettera attribuita a Knut Otsby, coordinatore locale della missione umanitaria dell'Onu. 

Nel messaggio, Otsby avrebbe prospettato al governo birmano il ritiro di ogni tipo di supporto ai campi di sfollati interni, a eccezione delle operazioni di "assistenza salvavita".
Al quotidiano britannico un portavoce dell'Onu avrebbe confermato l'invio di una lettera, datata 7 giugno, da parte del team umanitario alle autorità birmane, senza tuttavia specificare quale fosse il suo contenuto.

"Voglio ribadire l'impegno delle Nazioni Unite nell'attuazione di soluzioni durature per gli sfollati interni nel Rakhine centrale, in collaborazione con il governo del Myanmar e in accordo con i principi internazionali" ha scritto stamane Otsby su un social network. 

Se confermato, il gesto rappresenterebbe il primo tentativo da parte delle Nazioni Unite di adottare una politica più decisa sulla chiusura dei campi. Attualmente si stima che siano circa mezzo milione i rohingya rimasti in Myanmar. Circa 800mila hanno scelto di rifugiarsi nel vicino Bangladesh, in seguito alle violente operazioni delle forze di sicurezza birmane nell'ottobre 2016 e nell'agosto 2017.

giovedì 2 maggio 2019

Il Bangladesh non vuole più accogliere altri profughi Rohingya dal Myanmar, e fa pressione per il rimpatrio dei 740 mila che sono nei campi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Bangladesh ha comunicato al Consiglio di sicurezza dell'ONU che smetterà di accettare altri musulmani Rohingya che fuggono dal Myanmar.



Il segretario agli Esteri Shahidul Haque ha accusato il Myanmar di "promesse vuote" durante i negoziati sui ritorni.
Più di 740.000 Rohingya sono nei campi in Bangladesh dopo essere stati cacciati dallo stato di Rakhine in Myanmar durante le repressioni militari nel 2016 e 2017.


L'ONU descrive la crisi come una pulizia etnica. Il Myanmar nega di perseguitare i Rohingya, una minoranza senza stato.

Il Myanmar aveva concordato di accettare 1.500 Rohingya ogni settimana, ha detto il Bangladesh, aggiungendo che intendeva restituirli tutti in Myanmar entro due anni.

Parlando alla riunione di giovedì del Consiglio di sicurezza dell'ONU, il sig. Haque ha dichiarato che il suo paese non è vuole accettare altri rifugiati.

"Nessun singolo Rohingya si è offerto volontario per tornare a Rakhine a causa dell'assenza di un ambiente favorevole", ha detto.

"Il Bangladesh sta pagando il prezzo per essere reattivo e responsabile nel mostrare empatia nei confronti di una minoranza perseguitata di un paese vicino?"

L'ambasciatore del Myanmar all'ONU, Hau Do Suan, ha fatto appello alla pazienza, parlando di "enormi barriere fisiche e psicologiche" nel rimpatrio dei Rohingya.


ES

Fonte: BBC News

lunedì 8 aprile 2019

Rapporto sulla fuga dei Rohingya: spuntano gli orrori dei trafficanti di esseri umani

Avvenire
Convinti a imbarcarsi dal Myanmar a centinaia su pescherecci verso Thailandia, Malaysia e Indonesia, in realtà finivano in schiavitù o morivano. Indagine delle Ong sulla tratta di 170mila disperati

Un nuovo rapporto, frutto dell'impegno congiunto della Ong Fortify Rights e della Commissione per i Diritti umani della Malaysia fornisce dati che per la prima volta confermano il ruolo dei trafficanti di esseri umani nella fuga via mare tra il 2012 e il 2015 di 170mila Rohingya, con caratteristiche di crimini contro l'umanità. 

Il dramma dei Rohingya, coinvolti in vicende terribili in alcuni casi durate anni e in molti altri finite con un'uccisione brutale e una sepoltura sommaria nella foresta o in fondo al Mare delle Andamane era stato scoperto nella primavera 2015 per il ritrovamento di centri di detenzione in Thailandia a ridosso del confine malese. Il rapporto di 121 pagine, intitolato "Sold Like Fish"(Venduto come pesce,) è il risultato di laboriose ricerche e di 270 interviste a testimoni oculari, sopravvissuti, trafficanti, funzionari governativi e altri tra il 2013 e il 2019. Ne emerge che nel periodo considerato, criminali di nazionalità birmana, thailandese e malese, guadagnarono sulla pelle dei Rohingya tra 50 e 100 milioni di dollari l'anno.
Le complicità

Nelle pagine si sottolineano le responsabilità della autorità locali, non solo al corrente dei drammi che si svolgevano al largo o a terra, ma che vi avrebbero lucrato e, una volta emersi i primi casi di uccisioni, avrebbero cercato di insabbiare le inchieste, distruggendo in alcuni casi i campi di detenzione individuati oppure impiegando mesi a riesumare i cadaveri e procedere con i rilievi autoptici. 

Nel rapporto si evidenzia come i trafficanti, in rapporto con la criminalità locale, convinsero i musulmani Rohingya a imbarcarsi dal Myanmar (o dalla zona dei campi profughi in Bangladesh) a centinaia su natanti da pesca verso mete (Thailandia meridionale, Malaysia e Indonesia) considerate sicure perché abitante da correligionari, per poi privarli di cibo e acqua, torturandoli, violentando le donne e spingendone un numero ancora incerto al suicidio in mare. Una volta sbarcati venivano detenuti in condizioni di schiavitù, chiedendo per molti un riscatto alle famiglie lontane, cedendone altri a trafficanti o imprenditori locali. Per chi non era in grado di pagare, cibo, acqua, cure erano negati anche fino alla morte.

Stefano Vecchia, Bangkok

domenica 20 gennaio 2019

Bangladesh - Sant'Egidio: il lavoro nei campi per rifugiati Rohingya al confine con il Myanmar

Blog Diritti Umani - Human Rights
Sud Bangladesh, zona di Cox's Bazar, confine con il Myamar. 
Missione di Sant'Egidio nei campi dei rifugiati Rohingya realizzata in collaborazione con dei volontari bengalesi del gruppo: "We The Dreamers".


Attualmente si contano 1.100.000 rifugiati in 34 campi profughi 
Tra loro sono presenti circa 550.000 bambini, sono dai 0 ai 12 anni.

Sant'Egidio con "We The Dreamers" hanno realizzato la "School of Hope and Peace" e un centro nutrizionale nel Campo Jamtoli.
Se si reperissero nuove risorse e volontari ci potrebbero aprire altri servizi in altri campi.

Reportage con foto inviate da Alberto Quattrucci della Comunità di Sant'Egidio attualmente presente nei luoghi della missione.








martedì 15 gennaio 2019

Arabia Saudita. Il dramma dei Rohingya espulsi: "prima ci hanno sfruttati e poi cacciati"

Avvenire
Non c'è pace per i Rohingya, la cui condizione apolide li espone a rischi altissimi, dalla tratta all'espulsione, anche quando cercano di trovare sicurezza e ospitalità in Paesi di fede islamica.


Dei Rohingya, per decenni appena tollerati in Myanmar dove non hanno mai avuto diritto di cittadinanza e dove sono stati sottoposti a ondate persecutorie fino a quella forse definitiva, con caratteristiche di genocidio, iniziata a fine agosto 2017, pochi ormai restano nel Paese.

Altri due milioni vivono in altri Paesi. Un milione in Bangladesh, confinante con lo Stato birmano settentrionale del Rakhine, il resto in una ventina di Paesi tra cui India, Indonesia, Malaysia, Nepal, Pakistan, Tailandia.

Mezzo milione in Arabia Saudita, in maggioranza accolti durante la persecuzione dell'inizio degli anni Novanta, perlopiù integrati, in molti casi con la concessione della cittadinanza. Diversa è la sorte di quanti hanno tentato di raggiungere illegalmente dal 2012 il Regno saudita e che vivono nella clandestinità o rinchiusi in centri di detenzione per essere poi espulsi verso i Paesi di ultima provenienza o quelli di cui hanno un passaporto falso.

Sono 32mila quelli rinchiusi nel centro di Shumaisi, a Gedda, non solo Rohingya. Tra essi anche donne e bambini. La loro sorte - un "volto" dell'immensa tragedia dei Rohingya finora ignorata - è emersa in un servizio pubblicato il 6 gennaio dal sito d'informazione Middle East Eye, che ha anche reso disponibile il video girato da un Rohingya mentre era in corso la sua espulsione attraverso l'aeroporto di Gedda (il video è visionabile dal sito web di Avvenire).

Nella ripresa, mentre le immagini mostrano decine di Rohingya in fila, in attesa di imbarcarsi su un volo per il Bangladesh, una voce maschile dichiara che "l'Arabia Saudita è un Paese musulmano, ma non ha nessuna pietà". "Quando sei qui ti vogliono solo sfruttare per riempirsi le tasche - racconto l'uomo. Sono qui per farvi sapere che, dopo essere stato in un centro di detenzione saudita per cinque anni in condizioni terribili, ora mi vogliono rispedire in Bangladesh".

"Le nostre autorità e rappresentanti in Arabia Saudita non hanno fatto nulla per impedirlo", aggiunge un altro profugo, ripreso con le manette ai polsi. Gli espulsi sono stati rastrellati nella notte, senza preavviso. "Sto girando questo video in aeroporto", si sente ancora. "Dopo che nel 2012 siamo scampati ad un genocidio (...) oggi l'Arabia Saudita, un Paese musulmano, ci dice di tornarcene da dove siamo venuti".

Purtroppo, i Rohingya non hanno alcun luogo che possano definire come "casa", se non le aree del Myanmar da cui sono stati costretti a fuggire dalle operazioni dei militari e paramilitari sostenuti dalla popolazione buddhista locale. 

Il Bangladesh ha fornito un sostengo umanitario essenziale ma trova crescenti difficoltà nel garantire ai profughi il necessario in termini materiali e si sicurezza. Un accordo per il rimpatrio negoziato con il governo birmano resta al momento sospeso e le porte dell'accoglienza altrove sono praticamente chiuse. 

Non meraviglia quindi che all'arrivo nella capitale bengalese Dacca, tredici profughi siano stati arrestati con l'accusa di aver utilizzato documenti falsi per entrare in Arabia Saudita. Un modo forse per disincentivare altri a tentare la stessa strada.

Stefano Vecchia