Pagine

Visualizzazione post con etichetta povertà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta povertà. Mostra tutti i post

domenica 12 febbraio 2023

Jihadismo in Africa, emarginazione e povertà cause decisive che spingono i giovani a unirsi a gruppi terroristici

La Repubblica
Uno studio dell’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, riportato da Nigrizia, individua difficoltà economiche e impossibilità di inserimento in contesti lavorativi come cause che spingono i giovani ad unirsi ai gruppi jihadisti armati.


Che hanno contato su un aumento del 92% di nuove reclute nel 2021. Insomma, nel caso ancora persistesse la convinzione che il fattore principale dell’adesione a gruppi terroristici sia la religione e il fondamentalismo religioso, questa analisi delle Nazioni Unite mostra invece come siano soprattutto altri fattori a determinare il coinvolgimento, soprattutto dei giovani, in gruppi armati. Parliamo di Viaggio nell’estremismo in Africa, un lavoro cominciato nel 2017 e che nella nuova e aggiornata edizione appena pubblicata mostra le reali motivazioni che spingono i giovani subsahariani a scegliere la strada della violenza.

L’emarginazione produce radicalismo islamico. L’estremismo violento nell’Africa subsahariana ha raggiunto punte record, tanto che l’area è ormai considerata l’epicentro del radicalismo islamista violento con quasi la metà delle morti per terrorismo a livello mondiale (48%) registrate nel 2021. Ma il fattore trainante non è, come dicevamo, la convinzione religiosa. Solo il 17% ha infatti identificato la religione come fattore chiave - una diminuzione del 57% rispetto ai risultati del 2017 -, e solo il 6% ha indicato l’influenza degli capi religiosi. Il pull factor è piuttosto l’emarginazione sociale e la difficoltà (se non l’impossibilità) di inserirsi in un contesto lavorativo. Difficoltà economiche (personali e del paese in cui si vive), marginalità sociale, situazioni familiari di degrado e mancanza di attenzione, sono i motivi che non lascerebbero a molti giovani alcuna speranza.

Mancanza di reddito e opportunità di lavoro. E sono tutti motivi che li rendono possibili vittime di reclutamento dei gruppi armati. E se dal rapporto risulta che ci sia stata una diminuzione del 57% nel numero di persone che si uniscono a gruppi estremisti per motivi religiosi, nel contempo si è registrato un aumento del 92% delle nuove reclute attirate dalla garanzia di un guadagno e migliori mezzi di sussistenza. Tutto questo sarebbe peggiorato nel periodo della pandemia e delle misure di isolamento, dal picco dell’inflazione che ha colpito praticamente in tutti i paesi subsahariani, ma anche dagli effetti e dalle crisi provocate dal cambiamento climatico. La mancanza di reddito, di opportunità di lavoro e mezzi di sussistenza, portano alla disperazione ed è questa - ha affermato Achim Steiner dell’Undp, “che sta essenzialmente spingendo le persone a cogliere qualsiasi opportunità, chiunque sia ad offrirle”.

L’indagine in otto Paesi africani. Secondo il rapporto - che si basa su interviste a 2.200 persone in Burkina Faso, Camerun, Ciad, Mali, Niger, Nigeria, Somalia e Sudan - circa il 25% dei giovani che hanno risposto alla chiamata di gruppi jihadisti ha citato la mancanza di opportunità di lavoro come motivo principale, mentre circa il 40% ha affermato di avere “urgente bisogno di mezzi di sussistenza”. Insomma un mix tossico di povertà, indigenza, mancanza di lavoro e di prospettive future. Gli intervistati provengono da vari gruppi armati che operano in tutto il continente. Tra questi Boko Haram in Nigeria, al-Shabaab in Somalia e, ancora in Africa occidentale, Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), alleato del gruppo Stato islamico.

Le campagne militari sono state un fallimento. Nelle pagine del report si legge che dal 2017 sono stati documentati almeno 4.155 attacchi in tutta l’Africa. Attacchi che hanno provocato 18.417 morti. In Somalia il maggior numero delle vittime. Pochi, infatti, i progressi in questo paese nonostante le campagne militari e quella che il governo somalo sta attualmente portando avanti contro al-Shabaab che domina la regione da più di un decennio. Il fatto è che le campagne antiterrorismo, spesso con l’aiuto e la partecipazione di militari stranieri o di operazioni di paesi europei e supportati dall’Onu, non hanno sortito grandi effetti, ma anzi hanno esasperato la situazione e aumentato i sentimenti anti-occidentali.

Gli effetti dannosi dei militari stranieri. Ci sono da considerare, ad esempio, le operazioni a guida francese Barkhane e Takuba, in Mali. Dopo anni le truppe sono state costrette al ritiro lasciando la situazione sul campo più critica di quanto fosse al loro arrivo. L’ondata di estremismo in Africa ovviamente non ha solo un impatto negativo sulla vita, sulla sicurezza e sulla pace, ma minaccia anche di invertire e vanificare i successi e lo sviluppo conquistati a fatica in questi anni. Continuare ad impegnare le forze militari non si è dimostrata, dunque, la risposta migliore. Anzi, tale approccio finisce per esacerbare le situazioni e a farne le spese sono soprattutto i civili. Le operazioni antiterrorismo - si sottolinea - oltre ad essere costose risultano poco efficaci e, nella maggior parte dei casi, controproducenti.

L’ovvio sarebbe ricreare relazioni di fiducia Stato-cittadini. Azioni ovvie sarebbero quelle di ricreare una relazione di fiducia tra lo Stato e i cittadini e, soprattutto, creare condizioni sociali che diano ai giovani opportunità di esprimersi e di emergere. Oltretutto, dal rapporto emerge anche che circa il 71% di coloro che si sono uniti a gruppi estremisti - a volte convincendo anche le loro donne a farlo - sono stati influenzati e hanno personalmente vissuto violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza statali, come l’uccisione o l’arresto di membri della famiglia.

Come emerge la brutalità dei gruppi. Violazioni e violenze a cui hanno assistito e che poi hanno a loro volta messo in pratica. Emerge così, che la brutalità dei gruppi estremisti non è altro che l’altra immagine di un sistema che alla giustizia antepone la forza e che vuole combattere la rabbia e la frustrazione di questi giovani con il pungo di ferro, ma senza venire a capo delle ragioni che stanno seminando tanta insicurezza nei paesi subsahariani. Infine, un aspetto su cui si concentra il report è la necessità di mettere in atto ogni tipo di azione - soprattutto intervenendo attraverso le comunità locali - per portare fuori questi ragazzi dai gruppi a cui hanno aderito dando loro fiducia, opportunità, percorsi sostenibili di crescita e di lavoro. Pare, infatti, che la maggior parte dei ragazzi che rinnega la partecipazione a questi gruppi non vi faccia più ritorno.

Antonella Sinopoli - Nigrizia

martedì 31 marzo 2020

Mario Giro: "La gente inizia ad avere fame, serve un reddito di emergenza in tempi rapidi. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli"

Globalist

L'ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale: "Misure rapide altrimenti si rischia l'assalto ai forni magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.

Alla crisi sanitaria si è affiancata quella economica, sempre più grave. Secondo Mario Giro, ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale, le misure del governo a sostegno del reddito sono giuste ma rischiano di arrivare troppo tardi. C’è bisogno di mettere in campo mezzi straordinari per accelerare i tempi.

Perché?
Il reddito di emergenza - che noi di Demos sosteniamo decisamente, sia detto per inciso - ha bisogno di alcune procedure di verifica e controllo. La nostra amministrazione pubblica è, già in tempi ordinari, notoriamente un po’ lenta, figurarsi in un momento straordinario come quello attuale. Per questo Demos propone misure quasi automatiche e facili da realizzare in poche ore. Servono nei prossimi 15-20 giorni, ovvero nella forchetta temporale di massima sofferenza prima che sia pagata la cassa integrazione e le altre misure previste. Occorre dare un segnale forte alla gente e raggiungere la platea di chi non viene mai raggiunto: i lavoratori discontinui, i piccolissimi artigiani, baristi, barbieri, banchisti, quelli del sommerso e del lavoro nero. Anche loro devono mangiare. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.


Come dare un aiuto immediato ai cittadini in grave difficoltà economica?
Proponiamo una ricarica straordinaria di 500 euro come accredito immediato sui conti di chi percepisce reddito di cittadinanza, assegni e pensioni sociali o di invalidità, Naspi, cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Può essere un anticipo in alcuni casi, in altri, come le pensioni più basse, anche a fondo perduto.
Una misura una tantum per superare questo mese. Proponiamo anche un accordo con la grande distribuzione per fare la spesa a credito con autodichiarazione semplice e garanzia del rimborso statale. Invece di rendere i grandi magazzini l’obiettivo dei disperati che li assaltano, facciamone il luogo dove si allevia la sofferenza. 

Non possiamo militarizzare l’Italia: tendiamo la mano a chi ha fame. Se qualcuno ne approfitterà, pazienza. Ma va fatto entro 48 ore, subito. Infine proponiamo il buono acquisto per chi non ha un lavoro regolare e per i più poveri, da compilare online o mediante le associazioni. Una proposta per fare in modo che i 400 milioni messi ieri a disposizione dal governo aumentino e siano facilmente distribuiti.

Lei ha proposto di attivare il cosiddetto Helicopter Money. Cosa vuol dire?
In gergo economico, Helicopter Money sono i soldi che distribuisci a pioggia in un momento di crisi acuta. Chi oggi sostiene che non si vive di sussidi, non sa di cosa parla: la gente inizia ad avere fame. 

Se non si fa qualcosa di rapidissimo, la protesta non si ferma. Se agli occhi di qualcuno 10.000 morti e un lockdown totale di un mese non sono ragioni sufficienti per una forma di sussidio urgente, significa che vive tra le nuvole e non ha mai toccato la povertà umana. 

Inoltre ho proposto l’Helicopter Money anche per le imprese: tra Banca Europea degli Investimenti, Cassa Depositi e Prestiti e Sace, dobbiamo sbloccare almeno 500 miliardi per far ripartire produzione ed economia. Questi soldi possono venire dal mercato, usando le leve della Bei e quelle nazionali della Cdp e della Sace. Se anche la spunteremo sugli EuroBond, sarà già troppo tardi: anche qui bisogna fare in fretta, essere più veloci del riluttante Consiglio europeo.

martedì 31 dicembre 2019

Carcere, bilancio 2019: diminuiscono i reati, aumentano i detenuti che sono sopratutto persone povere e vulnerabili.

gruppoabele.org
Cresce ancora il numero delle persone detenute nelle carceri italiane. I dati di fine anno del Ministero della Giustizia fanno registrare dietro le sbarre quasi 11 mila persone in più rispetto alla capienza regolamentare (50.476 posti) nei 190 istituti penitenziari presenti sul territorio italiano. Vivono recluse (dati al 30 novembre 2019) 61.174 persone, per un terzo stranieri, 2.713 donne, 56 bambini detenuti con le proprie madri.

Il sovraffollamento pesa sulle spalle dei carcerati (un detenuto su quattro assume psicofarmaci) e su quello dei 37.411 agenti penitenziari, fino a portare a situazioni estreme. [...]

Quali soluzioni? Secondo le associazioni che si occupano della tutela dei diritti della popolazione carceraria, un primo obiettivo per diminuire la densità carceraria è l'applicazione delle misure alternative per tutti i detenuti che ne abbiano diritto (oltre il 10 percento dei detenuti, circa 5 mila persone, si trova in carcere per reati minori, ha una pena inferiore ai 2 anni, potrebbe usufruire delle misure alternative al carcere e resta comunque in cella). Ma la diminuzione delle disparità sociali, culturali ed economiche resta la vera chimera per evitare di "imprigionare la povertà".

Nel suo report di giugno 2019, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale Antigone denunciava: "Se sommiamo gli stranieri reclusi e i detenuti provenienti dalle quattro regioni meridionali più popolose siamo al 77% del totale della popolazione carceraria. Aggregando il dato con i detenuti provenienti da Sardegna, Basilicata, Abruzzo e Molise siamo oltre l'80%". Tutto il resto del Paese, tendenzialmente più ricco, produce un quinto della popolazione detenuta, pur costituendo circa i due terzi dell'Italia libera".

Una posizione ribadita oggi sulle pagine di Avvenire dal Garante nazionale privati della libertà Mauro Palma: "Tra le persone trattenute in carcere ce ne sono 1.700 che devono scontare una pena inferiore a un anno, e circa 2.000 condannate definitivamente a una reclusione che va da uno a due anni. Si tratta per la maggior parte di gente senza dimora, di poveri che non hanno una casa e un lavoro e non possono permettersi una difesa adeguata, sono soggetti, cioè, che non hanno legami con la società: non si può relegare la povertà esistenziale alla struttura restrittiva, bisogna creare una rete di fiducia fuori dal carcere, perché il sistema sociale oggi non è capace di sanare queste ferite: servono quindi più servizi sul territorio".

Educare, non punire - Inoltre, già nel giugno scorso, con l'uscita del suo annuale report sulle condizioni delle carceri italiani, l'associazione Antigone sottolineava un paradosso, tutto Italiano, spiegabile solo con l'inasprimento delle pene inflitte: sebbene diminuiscano tutti i reati, omicidi compresi, gli ingressi in carcere seguono il trend opposto, continuando a salire. A scapito del significato rieducativo della pena detentiva.


Manuela Battista

lunedì 14 ottobre 2019

Yemen diventato il paese più povero del mondo, 2 persone su 3 necessitano di aiuto umanitario. ONU: più grave focolaio di colera con 2 milioni di casi

Huffpost
Nello Yemen su 30 milioni di persone, 24 milioni hanno bisogno di aiuto umanitario. Di queste 18 milioni non hanno accesso ad acqua pulita e soffrono di malnutrizione. Potrebbero bastare questi dati, in continuo aumento da quando, quasi 5 anni fa è scoppiata la guerra a dare il quadro, tragico della situazione nel Paese.


Ma lo Yemen, oltre a essere la più grave crisi umanitaria al mondo secondo le Nazioni Unite, detiene un altro triste record, quello del più grave focolaio di colera da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne registra i casi. A fine agosto in Yemen, i casi sospetti di colera hanno superato i 2 milioni in meno di tre anni, in media quasi 80 ogni ora; 18 milioni di persone esposte al rischio di contagio, con 1 caso su 4 che, dall’inizio dell’anno, ha riguardato bambini sotto i 5 anni.

Nel Paese non cessano i bombardamenti dal cielo e gli scontri via terra, esplosi nel corso dell’estate anche nel sud del Paese, causando tra giugno e agosto il 54% di vittime civili (morti e feriti) con il 79% di abitazioni civili colpite. Solo dall’inizio dell’anno il bilancio è di oltre 700 civili uccisi e 1.600 feriti, che vanno ad aggiungersi alle oltre 17 mila registrate ufficialmente tra il 2015 e il 2018. Anche se alcune autorevoli stime parlano di decine di migliaia di vittime civili dall’inizio della crisi.

A causa del conflitto in Yemen oggi 2 persone su 3 non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base e solo la metà delle strutture sanitarie sono funzionanti. Il resto è stato distrutto o danneggiato gravemente dalla guerra. Una situazione disperata di cui i primi a farne le spese sono proprio donne e bambini, che oltre ad essere esposti a malattie come colera e difterite, rappresentano oltre il 76% degli sfollati interni arrivati al oltre 3,6 milioni dal marzo 2015

Dal luglio 2015 Oxfam, insieme a partner locali, ha aiutato più di 3 milioni di persone in nove governatorati garantendo acqua, servizi igienico-sanitari, cibo. In particolare ripariamo le reti idriche, realizziamo la disinfezione delle fonti idriche con cloro, forniamo alle famiglie attrezzature per la depurazione dell’acqua e distribuiamo materiali per l’igiene. Ma ci confrontiamo quotidianamente con bisogni crescenti.

Di fronte a tutto questo purtroppo, l’impegno italiano e quello della comunità internazionale è del tutto insufficiente: l’Italia ha stanziato nel 2018 e nel 2019 appena 5 milioni di euro in aiuti, l’equivalente di quanto necessario a una singola organizzazione umanitaria come Oxfam per due mesi di lavoro nel Paese. Allo stesso tempo, il piano di risposta delle Nazioni Unite per quest’anno è fermo al 52% di quanto necessario, ossia mancano ancora all’appello 2 miliardi di dollari. 

giovedì 5 settembre 2019

Contea di Los Angeles - 666 senzatetto morti nel 2019. 3 al giorno. Per la fine dell'anno si potrà raggiungere in numero di 1000 decessi.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Los Angeles Times riferisce oggi che 666 senzatetto sono stati trovati morti nella contea di Los Angeles fino alla fine di agosto. Ciò significa che nella contea si registrano 3 morti al giorno ed può superare 1.000 morti nel 2019. 


Le morti si verificano praticamente in ogni angolo della contea che vede un rapido aumento dei senzatetto. Nel 2012 erano 407 si  senzatetto deceduti nella contea. Il numero è aumentato drasticamente ogni anno, raggiungendo il massimo record dell'anno scorso di 921.


I primi 666 decessi del 2019 includono 42 omicidi e 27 suicidi. I maschi hanno ampiamente superato le femmine, dall'83% al 17%, e le vittime includevano 253 bianchi, 220 latini e 168 afroamericani.

L'abuso di sostanze e le patologie cardiache sono tra le principali cause di morte, ma nessuna causa è stata determinata in circa 100 dei casi.


Fonte: Los Angeles Times

martedì 3 settembre 2019

Chi ha pietà per un clochard che muore cadendo da un ponte al centro di Roma?

Faro di Roma
Un uomo, probabilmente originario dell’est europeo, è morto ieri sera poco dopo le 23 dopo essere precipitato all’altezza di ponte Principe Amedeo Savoia Aosta, al centro della capitale.
 

A chiamare i soccorsi alcuni testimoni, tra cui diversi senza fissa dimora, che hanno visto l’uomo cadere sulla banchina e morire sul colpo. Alcuni hanno riferito che potrebbe trattarsi di un senzatetto bulgaro. Sul posto i poliziotti del commissariato Trevi. Aperte tutte le piste: dal gesto volontario al tragico incidente.

lunedì 6 maggio 2019

Mattarella cancella l'ordinanza sul divieto di chiedere l'elemosina. "Occorre combattere la povertà non fare la guerra ai poveri"

La Stampa - Torino
Ora la questione può dirsi definitivamente chiusa: l’ordinanza sul divieto di accattonaggio generico non si può fare. E i sindaci che la propongono, devono fare marcia indietro. 
Com’è successo a Carmagnola. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha infatti accolto il ricorso straordinario proposto dalle associazioni «Avvocato di strada» e «Karmadonne», contro il documento firmato dal primo cittadino Ivana Gaveglio, nel novembre 2016. 

Oltre ai divieti che venivano elencati, era prevista anche una multa verso chi, in silenzio e senza disturbare nessuno, chiedeva aiuto solo per alleviare la propria condizione di povertà. L’ordinanza infatti non era contro l’accattonaggio molesto, già oggi perseguibile, ma contro chiunque chiedesse la carità.

Si tratta del passo conclusivo di una vicenda che già nel mese di maggio aveva visto un passaggio fondamentale: il parere contrario del Consiglio di Stato. L’ultima parola spettava al Capo dello Stato, che ha voluto recepire le stesse indicazioni. Nella decisione notificata mercoledì, Mattarella ha ritenuto che il sindaco non può in nessun caso colpire con provvedimenti punitivi chi si limita a chiedere l’elemosina, senza molestare o infastidire nessuno. Inoltre, il primo cittadino non può utilizzare per altri scopi lo strumento dell’ordinanza contingibile e urgente, usato solitamente per situazioni di emergenza. Chi chiede la semplice carità, non provoca alcun pericolo.

L’avvocato Alessandra Ballerini, legale dei ricorrenti, spiega: «Siamo soddisfatti che venga stigmatizzato l’atteggiamento di quei sindaci che, anziché preoccuparsi di combattere la povertà nei loro Comuni, puniscono i poveri. Per di più attraverso ordinanze, da utilizzare solo per emergenze e non certo per colpire gli indigenti. Va ricordato che la solidarietà è uno dei principi fondamentali della nostra democrazia, sancito anche dalla Costituzione. Come associazioni nate per difendere gli ultimi era nostro dovere proporre il ricorso straordinario al Capo dello Stato, perché venisse dichiarata l’illegittimità di una simile ordinanza».

Angela Inglese, di Karmadonne, aggiunge: «Forse sarebbe bastato un maggiore confronto con la cittadinanza e le associazioni. Noi comunque non abbiamo nulla di personale contro questa giunta: avremmo fatto ricorso anche se ci fosse stato un altro sindaco. Quello che non ci piaceva era il principio».

Il sindaco, Ivana Gaveglio, già a maggio aveva spiegato che con la cancellazione dell’ordinanza, a rimetterci sarebbero stati i cittadini di Carmagnola. «Penso alle tante segnalazioni che ci arrivano per le insistenti richieste di elemosine nelle aree a parcheggio – il suo pensiero -, o sotto i portici durante i mercati settimanali, oltre alla zona ospedale».

Il presidente di «Avvocato di strada Onlus», Antonio Mumolo aggiunge: «Se si fa una multa a chi chiede l’elemosina, non lo si toglie dalla strada, ma si aggrava ancora di più la sua situazione. Spesso sono persone che hanno semplicemente perso il lavoro e che sono finite in strada perché prive di qualsiasi reddito. Dovremmo lottare contro la povertà, non fare la guerra ai poveri».

Massimiliano Rambaldi

sabato 30 marzo 2019

I senza dimora crescono del 75% in Europa

Vita
Viene presentata il 22 marzo - a Bruxelles, il 3 aprile a Parigi la quarta panoramica sull’esclusione abitativa realizzata da Feantsa (la federazione europea degli organismi che lavorano con gli homeless) e dalla Fondation Abbé Pierre. Le stime parlano di 700mila senza tetto che dormono in strada o in alloggi di emergenza. In crescita negli ultimi dieci anni.
L’esclusione abitativa colpisce tutta Europa e causa un aumento spettacolare dei prezzi, la grave carenza di alloggi a costi accessibili. I senza tetto stanno raggiungendo numeri record. 

Non sono che alcune delle emergenze che stanno colpendo i diversi Paesi dell’Unione che si mostrano con tutta la potenza dei numeri nella quarta panoramica sull’esclusione abitativa in Europa di Feantsa (European Federation of National Organisations Working with the Homeless) e Fondazione Abbé Pierre (in allegato il report in inglese). Le due organizzazioni, del resto, mettono anche in evidenza la diminuzione dell’efficacia della lotta dell’Ue contro la povertà.
Feantsa e la Fondazione Abbé Pierre si chiedono, infatti, come si possa parlare di “coesione europea” quando un’altra Europa - quella dei senzatetto e delle persone non adeguatamente alloggiate, i cui numeri sono cresciuti a livelli senza precedenti negli ultimi anni - viene esclusa? 

E i dati segnalati nella relazione parlano di un aumento del 150% dei senzatetto in Germania, nel Regno Unito sia a un +71% e in Irlanda si arriva a un +160%. In una nota stampa si osserva anche che: “in Francia almeno una persona senza dimora muore ogni giorno, a un’età che è di 30 anni inferiore a quella del resto della popolazione, e quando nel Regno Unito la quantità di tali casi è aumentata del 24% tra il 2013 e il 2017?”.
Guardando alle cifre il rapporto segnala che:23.017.924 famiglie – circa il 10,4% della popolazione totale dell’Ue – spende eccessivamente per il costo della casa (almeno il 40% del reddito familiare).8 853.048 famiglie – circa il 4% della popolazione totale - vive in alloggi inadeguati.17.263.444 famiglie - circa il 7,8% della popolazione totale dell’Ue - non è in grado di mantenere una temperatura adeguata nelle proprie case.
E infine, ogni notte, almeno 700mila senzatetto dormono in Europa. Questo, secondo le stime di Feantsa, equivale ad un aumento del 70% dal 2009. Per quanto riguarda l’Italia le statistiche ufficiali Istat parlano di oltre 50mila le persone che hano richiesto assistenza base (docce, cibo, un letto). Un aumento del 6% tra il 2011 e il 2014.

Antonietta Nembri

Continua a leggere l'articolo >>>

giovedì 14 marzo 2019

Il presidente della Comunità Sant’Egidio Marco Impagliazzo: “Reddito di cittadinanza esclude i più poveri e i più fragili”

TPI
"La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l'ultimo anello della catena". Intervista a Marco Impagliazzo su migranti, povertà e razzismo in Italia


Marco Impagliazzo
Il reddito di cittadinanza “esclude le persone più povere e più fragili”, mentre i rimpatri sono “uno spot elettorale” che può “accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione”, non un vero cambiamento. Sono alcune delle riflessioni aperte da Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, associazione, in prima linea per la solidarietà a poveri e migranti, nata in Italia 50 anni fa. In un’intervista a TPI, Impagliazzo parla del decreto sicurezza e del disastro dell’Ethiopian Airlines, ma anche di razzismo e integrazione, in un momento in cui questi temi nel nostro paese sono più caldi che mai.

Presidente, a bordo del volo Ethiopian Airlines precipitato c’erano anche italiani che credevano in un futuro migliore per l’Africa.

La comunità di Sant’Egidio è molto addolorata per questa scomparsa, si tratta di persone che generosamente spendevano la loro vita per l’Africa e per gli africani, mostrando che c’è ancora da parte di noi europei il bisogno di stare dalla loro parte e fare qualcosa per lo sviluppo di questo continente.

Erano persone un po’ in controtendenza rispetto alla cultura prevalente oggi in Europa, di chiusura, ripiegamento su sé. Loro invece hanno continuato a tenere alta la bandiera della solidarietà e della collaborazione con il popolo africano, che sono la vera soluzione a uno dei più grandi problemi che il mondo occidentale sta affrontando: l’immigrazione internazionale.

È un dolore in più per noi la perdita di Carlo Spini e della moglie Gabriella Vigiani, e di Paolo Dieci, con cui abbiamo collaborato per anni per un progetto in Malawi, dove abbiamo lavorato per una cura dei malati di Aids, una cura gratuita che ha permesso a migliaia di bambini di nascere sani da madri sieropositive.
Erano persone care alla nostra comunità, eravamo amici: un’amicizia non nata in un bar, ma sorta intorno all’aiuto allo sviluppo e alla cura dei malati.

La loro attività verrà portata avanti dai loro collaboratori?


Sì, naturalmente c’è una grande collaborazione, soprattutto dalla onlus di Bergamo da cui vengono Carlo Spini e la moglie, ma anche da tutto il mondo della cooperazione, che conosce benissimo Paolo Dieci, che ne è stato portavoce per anni. È un mondo che sembra sommerso, ma è molto più vasto di quello che crediamo e avrebbe bisogno di essere meglio conosciuto nel nostro paese. Spesso sostituisce il lavoro che dovrebbero fare le nostre politiche internazionali, che invece talvolta si fermano ai confini dei nostri paesi.

Vorrei cogliere quest’occasione per ricordare anche le persone che appartengono a questo mondo e sono state rapite, come Silvia Romano in Kenya e il padre missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger a settembre 2018. Purtroppo su di loro non si hanno notizie da mesi.


Una delle attività della comunità di Sant’Egidio è quella dei corridoi umanitari, che hanno consentito finora l’arrivo in Italia di 1.432 rifugiati, in gran parte siriani provenienti dai campi profughi libanesi, più quasi 500 persone del Corno d’Africa. È questo il modo giusto per affrontare la questione dell’immigrazione?

È uno dei modi, finora l’unico esistente, per venire incontro alle necessità di persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Al di là di coloro che sono riconosciuti rifugiati in loco dall’UNHCR, tutte le persone che necessitano di protezione umanitaria non hanno un modo per salvarsi da guerra, violenza, fame e problemi climatici.

Non hanno un modo legale per venire nel continente europeo. Non c’è una politica di visti per loro. Il corridoio umanitario è stato pensato proprio per loro, ma ci sarebbe bisogno di altri sistemi legali che possano affiancarlo, per venire incontro alle vittime di queste sofferenze.

Se da una parte siamo molto contenti di aver avuto quest’idea e che sia stata approvata dal governo italiano, francese e da quello belga, dall’altra siamo preoccupati per le migliaia di persone ancora in attesa di essere accolte.


Per il fondatore della vostra comunità, Andrea Riccardi, questi numeri mostrano che c’è “un’Italia disponibile a integrare i migranti con le proprie energie e a costo zero per lo Stato”. Questo dimostra che il clima è diverso da quello di ostilità e indifferenza che viene descritto nel nostro paese?

Sì, perché in Italia ci sono forze e energie di solidarietà e accoglienza che si sono volute esprimere con i corridoi umanitari. Quando dai alle persone la possibilità di fare del bene, molte rispondono di sì. Hanno capito che tante volte la vita di una persona vulnerabile dipende da un nostro “sì” o da un nostro “no”. Tutti i “no” che stiamo dicendo sono porte in faccia che chiudiamo violentemente davanti a persone soffrono, in primo luogo per la guerra. Papa Francesco parla di “terza guerra mondiale a pezzi”.

Anche i “no” dei governi?

Certo, assolutamente, mi riferisco proprio a loro, che spesso influenzano anche le persone con campagnie sbagliate dal punto di vista della propaganda politica, a mezzo stampa o dei social media. Anzi, mi rallegro che il vostro lavoro sia veramente controcorrente, di vera informazione. Dobbiamo dare alla gente la possibilità di dire “sì”. I corridoi umanitari sono stati questo: tante persone che si ribellano pacificamente a questo clima di chiusura. Ci sono famiglie, persone, associazioni, parrocchie, che attraverso l’accoglienza hanno risposto a un altro grande problema, quello dell’integrazione.
Può dirci qualcosa in più sui nuovi corridoi umanitari col Corno d’Africa?

Analogamente a quelli con il Libano, è stato proposto al governo italiano da parte della comunità di Sant’Egidio insieme alla Conferenza episcopale italiana (Cei) un corridoio dall’Etiopia per persone provenienti dai paesi del Corno d’Africa che vivono particolari sofferenza. Questo primo corridoio, previsto per 500 persone, è stato esaurito e ora abbiamo discusso un secondo protocollo per altre 500 persone.

Il criterio è sempre lo stesso: vengono privilegiate le persone più vulnerabili, mamme sole con bambini, anziani, persone malate o con disabilità. Questo evita che finiscano nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Anche il governo ha disposto dei corridoi umanitari, definiti un flop perché gran parte dei rifugiati giunti in Italia sono fuggiti all’estero.

Questi non sono veri e propri corridoi umanitari, perché non garantiscono integrazione come fanno quelli organizzati dalla comunità di Sant’Egidio insieme alla Chiesa Valdese e alla Cei. Queste persone sono collocate in centri di accoglienza dello Stato, non c’è un progetto dietro che ne garantisca l’integrazione.


Se da una parte ci sono misure come i corridoi umanitari, che favoriscono l’immigrazione regolare, dall’altra c’è il decreto sicurezza che farà aumentare il numero di irregolari in Italia. Voi cosa ne pensate?

Noi abbiamo già espresso sia in sede istituzionale al parlamento nelle audizioni, sia a Palazzo Chigi sia al ministero dell’Interno le nostre perplessità su alcuni punti del decreto sicurezza, dando anche dei suggerimenti su cosa si sarebbe potuto migliorare.

Quello che ci colpisce è soprattutto l’idea di una penalizzazione di queste persone, perché uscire dalla protezione umanitaria comporta un indebolimento del percorso di integrazione nel nostro paese, che spesso è molto lento perché non ci sono buone pratiche o leggi che lo favoriscano. Molte persone finiscono nell’irregolarità per i motivi più diversi, anche indipendenti dalla loro volontà. Per noi il tema è lavorare meglio sull’integrazione, e questo decreto non lo fa.

Un’altra misura del governo che avete in parte criticato è il reddito di cittadinanza, che esclude secondo voi i poveri assoluti perché richiede 10 anni di residenza in Italia, di cui almeno due continuativi, lasciando fuori le persone senza fissa dimora.

Non siamo contrari al reddito di cittadinanza, ma siamo favorevoli che raggiunga anche le parti più povere della nostra società. Il reddito di cittadinanza infatti non raggiunge le persone che non hanno una residenza – pensi a tutte le persone senza fissa dimora che ci sono in Italia, sono migliaia. Il problema non è solo non avere un lavoro, ma anche non avere una casa, una residenza. La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l’ultimo anello della catena. Per questo abbiamo proposto delle modifiche parlamentari al disegno di legge. I requisiti andrebbero allargati: chi non ha il lavoro ma ha la casa è già più fortunato di chi non ha il lavoro ma vive per strada.

Di recente sono stati pubblicati dati che evidenziano episodi di razzismo in crescita in Italia. La vostra comunità ha percepito questo aumento?

Possiamo confermare che in Italia c’è un indurimento del clima verso le persone più povere in generale, ma particolarmente verso le persone straniere, coloro che vengono dall’Africa ma anche dall’Asia. Questo non è solo un portato di certe politiche o messaggi che vengono dati – certamente questi aggravano la situazione – ma è un portato del mondo globalizzato.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento d’epoca, che se affrontato con la chiusura e il sospetto verso gli altri alla fine non favorisce la fiducia della gente nel futuro. Il rischio è quello di chiudersi dietro dei muri o un discorso identitario che secondo noi ha poco senso. Cosa significa oggi essere italiani? Bisognerebbe capirlo meglio, se ne sta discutendo dall’unità d’Italia. E oggi cosa significa chiudersi in un’identità mentre siamo al centro di venti gelidi che vengono da nord, sud, est e ovest?

Viviamo in un mondo molto più grande di quello in cui siamo nati. Il problema è anche capire cosa significa vivere nella globalizzazione, convivere con persone che vengono da altre culture, religioni e storie. Bisogna guardare l’incontro con l’altro in maniera positiva, se lo guardi in modo negativo o con paura avrai delle reazioni scomposte e quindi l’aumento di episodi di razzismo o mancanza di civiltà.

È un tema che ci accomuna, le politiche sovraniste stanno crescendo in tutta Europa perché fanno leva su queste paure, che vanno anche capite, ma non giustificate, e a cui bisogna dare secondo noi un altro tipo di risposta.


Possiamo dire che alle prossime elezioni europee una vittoria dei sovranisti sarebbe una sconfitta di civiltà?

Sono fiducioso che non sarà un’elezione a cambiare il nostro continente, che ha un fondamento nei grandi temi della pace, della solidarietà, dei diritti. Queste basi, sperimentate da più di 70 anni, credo potranno resistere ai venti del sovranismo.

Andando invece al tema dei rimpatri, da dati recenti risulta che il ministro Salvini nei primi sei mesi di governo ne ha eseguiti meno di Minniti, e si tratta comunque di una cifra molto più bassa di quanto promesso. Possiamo dire che è stato un fallimento?

Più che un fallimento i rimpatri non sono una misura adeguata a rispondere al grande tema migratorio. Possono accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione, ma è uno spot elettorale più che una vera realtà di cambiamento.

I rimpatri sono solo un piccolissimo aspetto, il tema della migrazione va affrontato con politiche di integrazione e politiche condivise tra tutti i paesi europei.
Voi quindi siete a favore della regolarizzazione dei migranti irregolari?

Per noi la proposta più valida sarebbe creare dei visti europei di lavoro, aprendo un dialogo con i paesi africani da cui più emigrano queste persone. Si potrebbero creare dei flussi a livello europeo, che soddisfino il bisogno di manodopera dei nostri paesi, ma chiedendo anche l’impegno di fissare delle quote, per impedire immigrazioni troppo massicce.
Anna Ditta

venerdì 16 novembre 2018

I paesi poveri? Ecco perché ci fa comodo che restino tali. Nel libro ”The Divide” di Jason Hickel

Linkiesta
C’è una frattura che sta crescendo attorno a noi. L’abbiamo ignorata, creduta lontana, eppure da più di cinquant’anni allarga i suoi confini, spalancando voragini invisibili tra continenti, nazioni e cittadini. 


È «the Divide», il divario economico tra ricchi e poveri del mondo: 4,3 miliardi di persone vivono con meno di 5 dollari al giorno mentre gli otto uomini più ricchi del pianeta possiedono lo stesso patrimonio della metà più indigente della popolazione globale.
Per decenni economisti, politici, agenzie per lo sviluppo ci hanno raccontato che l’origine del problema sarebbe «tecnica», legata a difficoltà interne dei paesi più poveri, e che tutto potrebbe essere risolto se questi adottassero istituzioni politiche e piani di intervento adeguati. 

Che, anzi, con l’aiuto dell’Occidente la povertà sarà sconfitta nel 2030. Solo che non è così. Jason Hickel ripercorre la storia dello squilibrio economico globale, smontando una dopo l’altra le bugie che ne hanno accompagnato la narrazione e mettendo in luce le responsabilità dai paesi più ricchi, ricostruendo, attraverso una scrittura chiara e documentata, il complesso quadro storico dei problemi economici del cosiddetto «terzo Mondo» ipotizzando soluzioni possibili.

Jason Hickel è un antropologo e scrittore, originario dello Swaziland. Ha insegnato presso la London School of Economics, la University of Virginia e la Goldsmiths, University Of London, ed è membro della Royal Society of Art. Oltre agli studi etnografici si è occupato di sviluppo, diseguaglianza e politica economica mondiale. Collabora con il Guardian, Al Jazeera e numerose testate online. The Divide è il suo primo libro tradotto in Italia.

venerdì 19 ottobre 2018

Il Quirinale: "L'ordinanza anti-mendicanti è illegittima". Sindaci non combattono la povertà ma fanno la guerra a i poveri

La Stampa
"Un sindaco non può in nessun caso colpire con provvedimenti punitivi chi si limita a chiedere l'elemosina, senza molestare o infastidire nessuno". È la motivazione espressa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accogliendo il ricorso straordinario proposto al Capo dello Stato da due associazioni, "Avvocato di strada" e "Karmadonne", contro l'ordinanza del sindaco di Carmagnola, comune in provincia di Torino che aveva introdotto nel territorio comunale un divieto generico di accattonaggio.


Così il Quirinale, pronunciandosi su questo caso specifico, ha voluto inviare un segnale ai sindaci italiani. Chi ha firmato ordinanze simili dovrà fare marcia indietro. 


Il provvedimento del sindaco Ivana Gaveglio, a capo di una coalizione di centrodestra, risale al novembre 2016. Oltre a introdurre un elenco di divieti, aveva previsto anche una multa per sanzionare "chi in silenzio e senza disturbare nessuno chiede l'elemosina".

L'ordinanza non era contro l'accattonaggio molesto, già oggi perseguibile, ma contro chiunque chiedesse la carità. Il ricorso al Presidente Mattarella è l'ultimo passo di una battaglia legale contro le disposizioni del Comune. Già nel mese di maggio il Consiglio di Stato aveva dato ragione agli oppositori dell'ordinanza. L'ultima parola spettava al Capo dello Stato, che ha recepito le stesse indicazioni. Aggiungendo che il "primo cittadino non può utilizzare per altri scopi lo strumento dell'ordinanza contingibile e urgente, usato solitamente per situazioni di emergenza".

L'avvocato Alessandra Ballerini, legale dei ricorrenti, spiega: "Siamo soddisfatti che venga stigmatizzato l'atteggiamento di quei sindaci che, anziché preoccuparsi di combattere la povertà nei loro Comuni, puniscono i poveri".

Angela Inglese, di Karmadonne, aggiunge: "Forse sarebbe bastato un maggiore confronto con la cittadinanza e le associazioni. Noi comunque non abbiamo nulla di personale contro questa giunta: avremmo fatto ricorso anche se ci fosse stato un altro sindaco.

Quello che non ci piaceva era il principio". Il sindaco Gaveglio, già in precedenti occasioni, difendendo la sua scelta, aveva spiegato che "con la cancellazione dell'ordinanza, a rimetterci sarebbero stati solo i cittadini".

Massimiliano Rambaldi

Il Quirinale: "L'ordinanza anti-mendicanti è illegittima". Sindaci non combattono la povertà ma fanno al guerra a i poveri

La Stampa
"Un sindaco non può in nessun caso colpire con provvedimenti punitivi chi si limita a chiedere l'elemosina, senza molestare o infastidire nessuno". È la motivazione espressa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accogliendo il ricorso straordinario proposto al Capo dello Stato da due associazioni, "Avvocato di strada" e "Karmadonne", contro l'ordinanza del sindaco di Carmagnola, comune in provincia di Torino che aveva introdotto nel territorio comunale un divieto generico di accattonaggio.



Così il Quirinale, pronunciandosi su questo caso specifico, ha voluto inviare un segnale ai sindaci italiani. Chi ha firmato ordinanze simili dovrà fare marcia indietro. 


Il provvedimento del sindaco Ivana Gaveglio, a capo di una coalizione di centrodestra, risale al novembre 2016. Oltre a introdurre un elenco di divieti, aveva previsto anche una multa per sanzionare "chi in silenzio e senza disturbare nessuno chiede l'elemosina".

L'ordinanza non era contro l'accattonaggio molesto, già oggi perseguibile, ma contro chiunque chiedesse la carità. Il ricorso al Presidente Mattarella è l'ultimo passo di una battaglia legale contro le disposizioni del Comune. Già nel mese di maggio il Consiglio di Stato aveva dato ragione agli oppositori dell'ordinanza. L'ultima parola spettava al Capo dello Stato, che ha recepito le stesse indicazioni. Aggiungendo che il "primo cittadino non può utilizzare per altri scopi lo strumento dell'ordinanza contingibile e urgente, usato solitamente per situazioni di emergenza".

L'avvocato Alessandra Ballerini, legale dei ricorrenti, spiega: "Siamo soddisfatti che venga stigmatizzato l'atteggiamento di quei sindaci che, anziché preoccuparsi di combattere la povertà nei loro Comuni, puniscono i poveri".

Angela Inglese, di Karmadonne, aggiunge: "Forse sarebbe bastato un maggiore confronto con la cittadinanza e le associazioni. Noi comunque non abbiamo nulla di personale contro questa giunta: avremmo fatto ricorso anche se ci fosse stato un altro sindaco.

Quello che non ci piaceva era il principio". Il sindaco Gaveglio, già in precedenti occasioni, difendendo la sua scelta, aveva spiegato che "con la cancellazione dell'ordinanza, a rimetterci sarebbero stati solo i cittadini".

Massimiliano Rambaldi

giovedì 17 maggio 2018

Italia - Istat: 5 milioni di persone in povertà assoluta, il dato è in aumento.

Ansa
Oltre 1 milione di famiglie senza lavoro, raddoppio in 10 anni.
Aumentano gli italiani in povertà assoluta. Secondo i dati forniti dal presidente dell'Istat, Giorgio Alleva, nell'audizione sul Def, nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di individui, l'8,3% della popolazione residente, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008.
 



Le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni, con un'incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008).

Sempre nel 2017 in 1,1 milioni di famiglie italiane "tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione", pari a 4 famiglie su 100, in cui non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro, contro circa la metà (535mila) nel 2008, ha inoltre sottolineato il presidente dell'Istat. "Di queste, - ha proseguito - più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. 

Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)".

giovedì 7 dicembre 2017

"La povertà non è reato" assolti 7 rom che vivevano in una baraccopoli di Milano

Avvenire
Il fatto"non costituiva reato". Lo ha detto una sentenza del Tribunale di Milano a proposito dell'occupazione abusiva contestata ai rom che abitavano nella piccola baraccopoli di via Cima. In Occasione dello sgombero del 15 marzo, sette di loro erano stati indagati per "invasione di terreni", colpevoli di vivere "all'interno di baracche fatiscenti utilizzate come dimora abituale". 


Ma ieri il giudice alla quarta sezione pennelli ha assolti. Il legale della Comunità di Sant'Egidio, che li ha difesi al processo, ha infatti invocato lo stato di necessità per salvaguardare il diritto fondamentale all'abitazione, senza causare danni a nessuno. 

Il terreno su sui sorgevano era - ed è tuttora - inutilizzato. "Dovevano riparare i bambini, non avevano alternative possibili" dice Genesa, tra gli imputati ascoltati al processo. Suo marito, invece non era indagato: la mattina dello sgombero aveva accompagnato i figli a scuola e la polizia non lo aveva trovato.

Quella di Genesa è una delle otto famiglie che abitavano nella baraccopoli, due volontari della Comunità di Sant'Egidio avevano avviato dei percorsi sociali. Tutto i minori presenti erano iscritti regolarmente dall'asilo nido alle superiori, frequentavano il doposcuola della Comunità presso la biblioteca di zona e le docce nella vicina parrocchia. Per gli adulti erano stati avviati dei percorsi di inserimento lavorativo.
Spiega Sant'Egidio:
"La sentenza  è importante perché è uno stop alla criminalizzazione della porta. Quei rom vivevano nelle baracche non per scelta ma perché poveri". 
Oggi grazie alla Comunità, le otto famiglie vivono in casa, continuano la scolarizzazione dei figli e in ciascuna almeno un componente lavora.
"La povertà non si sconfigge con le ruspe o denunce che intasano i tribunali, ma con seri progetti di accompagnamento sociale"
 ha concluso il comunicato.

Stefano Pasta

sabato 2 dicembre 2017

ONU allarme povertà: oltre 90milioni di persone in emergenza umanitaria. Servono 22,5 miliardi nel 2018 per assisterli.

In Terris
L'emergenza umanitaria nel mondo non cessa affatto. Le Nazioni Unite hanno lanciato a Ginevra una raccolta fondi per finanziare operazioni di assistenza per il prossimo anno: servono 22,5miliardi di dollari per fornire cibo, alloggio, assistenza sanitaria, istruzione, protezione e altre forme di aiuti a 91milioni di persone nel mondo.

Sono uomini, donne e bambini identificati tra i più vulnerabili tra le circa 136milioni di personecoinvolte in conflitti, disastri naturali, epidemie o costrette ad abbandonare le loro case, secondo le previsioni dell'Onu. Dove si trovano queste persone? In Siria ed altri Paesi della regione, ma soprattutto nello Yemen, considerato dalle Nazioni Unite il Paese con la peggiore crisi umanitaria.

"Le agenzie umanitarie possono solo rispondere alle crescenti esigenze con il generoso sostegno dei nostri donatori. Investire in piani di intervento coordinati è una scelta sana", ha commentato il responsabile delle Nazioni Unite per le questioni umanitarie, Mark Lowcock. Oltre agli interventi in Siria e Yemen, l'Onu prevede un aumento degli aiuti in Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Libia e Somalia. 

Riflettori puntati anche su Nigeria e Sud Sudan, dove le esigenze di assistenza resteranno a "livelli eccezionalmente alti". Aiuti significativi saranno previsti anche in Afghanistan, Etiopia, Iraq, Mali, e Ucraina.

L'Onu sottolinea che nel 2017, le agenzie umanitarie hanno raggiunto decine di milioni di persone e salvato milioni di vite umane. I donatori hanno fornito livelli record di finanziamento con quasi 13miliardi di dollari a fine novembre 2017, un dato tuttavia inferiore all'appello dell'Onu. 

Grazie a questi fondi sono stati limitati i danni delle carestie in Sud Sudan, Somalia, nord-est della Nigeria e Yemen. Inoltre, è stata assicurata una rapida assistenza ai rifugiati rohingya in fuga dalla violenza in Myanmar.

lunedì 27 novembre 2017

Honduras - Discarica come supermarket per sopravvivere e si scoprono anche dei cadaveri

Globalist
A San Pedro Sula, nell'Honduras, molte persone cercano di sopravvivere cercando qualcosa nelle discariche. E ogni tanto spunta una persona assassinata.



La globalizzazione è un processo inevitabile. Internet collega il mondo con un click. Aerei, treni, autostrade velocizzano sempre più i trasporti e quindi lo spostamento delle persone e delle merci.


Non tra poco, ma tra non molto sulla luna si potrà arrivare in meno tempo rispetto al quale i nostri padri si spostavano da Roma a Milano in macchina.

Peccato solo che, al momento, la globalizzazione ha reso ricchissimo chi già era ricco e poverissimo chi già era povero.

Così in una discarica alla periferia di San Pedro Sula, in Honduras, le persone che per vivere raccolgono la spazzatura hanno trovato il corpo di una donna che è stata rapita e torturata a morte e il corpo gettato come fosse immondizia. 

Quella discarica è il loro supermarket: molte visono nelle periferie delle città violente dopo essere fuggiti dalle condizioni di vita impossibili nella campagna, dove non c'è acqua e poco da mangiare. 

La fame alimenta la violenza, perché sempre più persone in preda alla disperazione scelgono la strada criminale. 

I livelli estremi di violenza in Honduras stanno spingendo semore più persone fuori dal paese. Molti tentano un viaggio rischioso verso gli Stati Uniti.

Lì ora c'è il muro di Trump, ossia uno di miliardari che sono parte integrante del sistema di sfruttamento e di diseguaglianze che sta condannando gran parte del mondo a vivere e a morire nell'immondizia.

domenica 29 ottobre 2017

Sabato sera di violenza: Torino clochard dato alle fiamme, Roma grave aggressione ad un immigrato.

ANSA
Un clochard è stato aggredito e dato alle fiamme ieri sera a Torino in un giardino pubblico. 
Il clochard dato alle fiamme questa notte in una foto di qualche giorno fa
L'uomo, un romeno di 60 anni, è stato portato all'ospedale San Giovanni Bosco dagli operatori del servizio 118. La polizia sta svolgendo indagini. Il fatto si è verificato ai giardini intitolati a Madre Teresa di Calcutta, nel quartiere Aurora, una delle zone del capoluogo piemontese a più forte presenza di immigrati stranieri..

L'uomo è in rianimazione, presenta ustioni di secondo e terzo grado al volto. La prognosi non è stata sciolta. Data la presenza di un edema alla gola, è stato sedato e intubato. Il centro 'grandi ustionati' dell'ospedale Cto non ha dato indicazione al trasferimento.

"Sono stati degli sconosciuti", ha detto ai soccorritori il clochard. Secondo una prima ricostruzione, qualcuno gli avrebbe gettato addosso del liquido a cui avrebbe poi dato fuoco.

Un uomo è stato bloccato dalla polizia e portato in questura nell'ambito delle indagini sul caso del clochard aggredito e bruciato ieri sera in un giardino pubblico a Torino. Per ora non si hanno ulteriori dettagli. Un uomo è stato bloccato dalla polizia e portato in questura nell'ambito delle indagini sul caso del clochard aggredito e bruciato ieri sera in un giardino pubblico a Torino. Per ora non si hanno ulteriori dettagli.

Un amico, è una persona tranquilla - "Lui viene qui spesso. Si mette a dormire sulla panchina e c'era anche ieri. Abbiamo bevuto del vino tra le 16 e le 17, poi sono andato via". E' il racconto di Mihai Sogea, un senzatetto amico dell'uomo che ieri sera è stato aggredito e dato alle fiamme a Torino. "Lui - spiega - è un tipo tranquillo. Le persone gli danno da mangiare, gli portano del pane e dell'acqua. Mai avuto problemi. Nessuno ci ha mai infastiditi".

ANSA
Branco pesta migrante in pieno centro a Roma, insulti razzisti

Prima gli insulti, come "sporco negro", poi le botte. Aggressione a sfondo razziale nella notte nel centro di Roma. Le vittime, un cittadino del Bangladesh e un egiziano, sono stati circondati da cinque ragazzi in piazza Cairoli e aggrediti, dopo essere stati insultati. Ad avere la peggio il ventisettenne del Bangladesh, trasportato in ospedale con traumi al volto giudicati guaribili in 30 giorni. La polizia ha bloccato cinque ragazzi tra i 17 e i 19 anni. Uno è stato arrestato, gli altri sono stati denunciati.

L'allarme è scattato intorno alle tre della notte scorsa, quando la polizia è intervenuta per soccorrere un uomo sanguinante a terra in Piazza Cairoli, nel centro storico della città. Accanto a lui, un cittadino egiziano che avrebbe raccontato che erano stati vittime di un'aggressione da parte di alcuni ragazzi, che avrebbero rivolto loro insulti a sfondo razziale, passando poi alle vie di fatto.
Dalle descrizioni fornite dalle vittime gli agenti del commissariato Trevi hanno fermato poco dopo cinque giovani in Via delle Botteghe Oscure. Si tratta di un 17enne, tre 18enni e un 19enne. Uno di loro è stato arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Per gli investigatori si sarebbe accanito sulla vittima quando era già a terra, colpendola ripetutamente con calci al volto. Gli altri ragazzi invece sono stati denunciati per lesioni aggravate e percosse.
Clochard aggredito e dato alle fiamme a Torino, un fermo
L'uomo, un romeno di 60 anni, è stato portato all'ospedale San Giovanni Bosco

domenica 22 ottobre 2017

Malawi - Povertà, superstizione, stregoneria. Uccisioni per la caccia ai "vampiri"

Globalist
Una delle vittime era un ragazzo affetto da epilessia, bruciato vivo all'uscita da un ospedale. L'altro è stato lapidato in strada.


Tra superstizione e stregoneria, in Malawi, uno dei Paesi più poveri del mondo, si è scatenata una insensata caccia al vampiro che, da settembre ad oggi, secondo quanto riferiscono alcuni media, che riportano notizie di giornali locali, avrebbe fatto già sei incolpevoli vittime. 

Persone che, in un crescendo di violenze, hanno pagato con la vità il dilagare della paura contro i ''succhiatori di sangue'', come vengono chiamati. Non si tratta di creature demoniache nel senso di quelle tramandate dalle leggende europee o dalla penna di uno scrittore (come il Dracula di Bram Stoker), ma di uomini sospettati di nutrirsi del sangue altrui. E non si tratta di una caccia per modo di dire, perchè, nelle scorse ore, a Blantyre, secondo centro per dimensioni del Paese, due persone sono state linciate da un gruppo di autonominatisi vigilantes che le hanno sorprese per strada e uccise.

Una delle due vittime, ha riferito un portavoce della polizia, era un ragazzo di 22 anni, affetto da epilessia e che è stato sorpreso dai 'cacciatori di vampiri' non appena uscito dall'ospedale. E' stato circondato picchiato e dato alle fiamme. Stessa sorte, a distanza di poche ore, per la seconda vittima, un uomo che è stato lapidato per strada. 

A fare le spese dell'ondata di violenza, in un Paese in cui la stregoneria è molto seguita, è stata anche una coppia di belgi che il 15 settembre, a bordo di un 4x4 dopo un viaggio in Sud Africa, sono stati aggrediti e feriti gravemente, mentre il loro automezzo è stato fatto a pezzi. 

Questa follia ha costretto il presidente del Malawi, Peter Mutharika, a recarsi nei distretti meridionali del Paese, teatro delle uccisioni, per cercare di fermare la violenza. Che non è solo comunque di un pugno di folli che pensano che esistono i vampiri e che uccidono chiunque per loro passi la sua vita a succhiare il sangue.
Il dilagare della violenza, legata alla criminalità comune, ha indotto l'ambasciata degli Stati Uniti e le Nazioni Unite a sconsigliare di visitare i distretti interessati dal fenomeno ed a diminuire la presenza di loro rappresentanti. la visita.

martedì 10 ottobre 2017

10 Ottobre - "Giornata Mondiale contro la Pena di Morte" dedicata alla povertà


Città per la vita - Comunità di Sant'Egidio
La Comunità di Sant'Egidio si unisce alla WCADP in occasione della XV^ Giornata Mondiale contro la Pena di Morte
Quest'anno la Giornata del 10 ottobre è dedicata al tema Pena di Morte e Povertà.

L'uso della pena di morte è inevitabilmente legato alla povertà. Le disuguaglianze sociali ed economiche ostacolano l'accesso alla giustizia per coloro che sono condannati a morte per diversi motivi: gli imputati in una tale situazione di diseguaglianza spesso non dispongono di risorse (sociali, economiche, culturali e di relazione) per difendersi e finiscono col subire pene più severe a causa del loro status sociale.
Il 10 ottobre 2017 le Comunità di Sant'Egidio africane presenti negli stati che conservano ancora la pena capitale, visiteranno i condannati nei bracci della morte in Uganda, Kenya, Cameroun, DRC, Tanzania, Malawi, Nigeria.
Sarà un periodo intenso in attesa della Giornata Internazionale delle "Città per la vita, contro la pena di morte" che si celebrerà il 30 novembre prossimo insieme a oltre 2000 città del pianeta.

venerdì 6 ottobre 2017

Lotta alla povertà: appello di Acli, Ac, Caritas Italiana, Com. Sant’Egidio e Società di San Vincenzo de’ Paoli. “Incrementare le risorse per il Fondo”

SIR
“La povertà è ancora un dramma che sottrae diritti e futuro a una quota rilevante della popolazione nel nostro Paese. I segnali di ripresa economica, pure importanti, non devono fare dimenticare che in Italia vivono in povertà assoluta 4,75 milioni di persone, pari al 7,9% della popolazione”. È quanto scrivono Acli, Azione Cattolica italiana, Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio e la Federazione nazionale Società di San Vincenzo de’ Paoli nell’appello “Per uscire davvero e tutti dalla crisi” in cui definiscono la lotta alla povertà una “priorità per il Paese”.
 


Secondo le associazioni, “l’introduzione – a partire dal prossimo dicembre – del Reddito d’inclusione (Rei) è una straordinaria innovazione strutturale”. “Va dato atto a Governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante”, commentano, aggiungendo che “la prossima Legge di bilancio può rappresentare un altro passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese, in quanto lo stanziamento attuale rende possibile includere solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. 

In particolare il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura”. Le associazioni firmatarie chiedono a Governo e Parlamento, “a nome di quanti vivono condizioni di vulnerabilità e di coloro che sperimentano sul piano personale e comunitario forme di solidarietà e di impegno sociale, un impegno a incrementare, nel modo più ampio possibile, le risorse per il Fondo per la lotta alla povertà nella prossima Legge di bilancio”. 

Questo per “includere una quota più rilevante di famiglie, rispetto all’attuale previsione”, “avviare una politica per la famiglia nel nostro Paese, a partire da chi sta peggio” e per “sostenere la crescita, anche nei contesti territoriali ove la ripresa è meno incisiva”.