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venerdì 18 giugno 2021

Arabia Saudita - Pena di morte - Ucciso Mustafa Hashem al-Darwish a 26 anni per un "reato" (una foto sul cellulare) compiuto quando aveva 17 anni

AsiaNews
Oggi 26enne, il giovane era accusato di aver fomentato disordini e di aver seminato discordia. Fra le prove a suo carico una foto nel telefonino. La famiglia ha saputo solo in secondo momento dell’esecuzione. Lo scorso anno Riyadh aveva annunciato la moratoria sulla pena di morte per i minori di 18 anni.
Mustafa Hashem al-Darwish

Riyadh ha giustiziato un ragazzo condannato a morte per crimini commessi quando aveva solo 17 anni all’epoca dei fatti, smentendo una volta di più i ripetuti annunci dello scorso anno sulla moratoria alla pena capitale per i minorenni. La vittima è Mustafa Hashem al-Darwish (nella foto), arrestato nel 2015 per reati legati a proteste di piazza contro i vertici del regno wahhabita.

Il giovane è stato incriminato per aver formato una cellula terrorista e fomentato una rivolta armata. Attivisti e ong pro diritti umani hanno invocato in più occasioni la sospensione dell’esecuzione, sottolineando che la sua condanna si inserisce nel quadro di un processo ingiusto e caratterizzato da vizi di forma. Amnesty International e Reprive hanno ricordato che il 26enne aveva ritrattato la confessione estorta a forza dietro torture.

Le autorità saudite non hanno mai voluto commentare o smentire le accuse. Per la Reuters esse includevano il “cercare di disturbare la sicurezza con disordini” e “seminare discordia”. Fra le prove vi sarebbe anche una foto “offensiva verso le forze di sicurezza” e la sua partecipazione in oltre 10 “manifestazioni” di protesta fra il 2011 e il 2012.

La famiglia di Hashem al-Darwish non ha ricevuto alcuna comunicazione dell’imminente esecuzione e lo ha saputo solo per aver letto la notizia in internet. La condanna è stata eseguita a Damman, cittadina ricca di petrolio della Provincia orientale. “Come si può - affermano i parenti - giustiziare un ragazzo a causa di una fotografia sul suo telefono?”. “Dal suo arresto - prosegue la nota - non abbiamo conosciuto altro che dolore”.

Nell’aprile dello scorso anno re Salman aveva emanato un decreto, che metteva fine alle condanne a morte per i crimini commessi da minori e commutando la pena a un massimo di 10 anni di prigione in un carcere minorile. Tuttavia, al momento della pubblicazione dell’atto non veniva indicata la data di entrata in vigore della riforma mentre gruppi attivisti hanno avvertito che la pena capitale resta sempre valida.

Peraltro la convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, che Riyadh ha sottoscritto, afferma che la pena capitale non va applicata per reati commessi da minorenni. Una prassi comune nel regno wahhabita, fra le nazioni al mondo con il maggior numero di repressioni ai diritti umani, perpetrati anche e soprattutto da apparati dello Stato.

Il gruppo attivista Reprive riferisce che l’Arabia Saudita ha già giustiziato nei primi sei mesi del 2021 lo stesso numero di persone uccise dal boia in tutto il 2020.

lunedì 14 giugno 2021

Migranti - In Europa per i minori non accompagnati compiere 18 anni non è una festa ma l'ansia per la fine di ogni rete di protezione

Globalist
Per la gran parte dei ragazzi in ogni parte del mondo diventare maggiorenni significa festa. Non è così per i minori arrivati in Europa per i quali il compimento del diciottesimo anno è solo fonte di ansia.

Per la gran parte dei ragazzi in ogni parte del mondo diventare maggiorenni significa festa, indipendenza, cambiamento. Non è così per i minori non accompagnati arrivati in Europa per i quali il compimento del diciottesimo anno è solo fonte di ansia

Per dirla con A., 20 anni, fuggito dall’Eritrea e oggi residente in Olanda: “Entrare nell’età adulta non è per noi una transizione ma la fine di tutto il sistema di supporto e protezione su cui possiamo fare affidamento”. Una situazione fatta di perenne incertezza e ostacoli da affrontare, con cui, presto o tardi, devono confrontarsi migliaia di minori migranti non accompagnati arrivati in Europa. 

Anche se i flussi si sono ridotti negli ultimi anni, ad oggi sono 6.633 quelli accolti in Italia, e paesi come la Francia, ne contano più di 30.000. Si tratta di ragazzi che spesso hanno alle spalle esperienze terribili. Basti pensare a quanto successo negli ultimi mesi nei Balcani e al confine orientale italiano, dove molti minorenni soli sono stati respinti dalle polizie di frontiera e costretti a un viaggio a ritroso verso la Bosnia. A quanto avviene sulle isole greche, dove centinaia di minori senza famiglia sono bloccati da mesi in campi profughi senza accesso a servizi e istruzione. E non ultima, alla situazione delle nostre coste, dove, negli ultimi 5 mesi sono sbarcati oltre 2.600 ragazzi soli.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam, Greek Council for Refugees, Dutch Council for Refugees, Acli Francia in nuovo rapporto che denuncia i rischi che comporta compiere 18 anni per i minori arrivati soli in Europa, nella fase in cui dovrebbero invece progettare il loro futuro nei paesi di accoglienza.

Per tanti neo-maggiorenni sparisce ogni rete di protezione

Dal report emerge chiaramente che nessuno dei 5 paesi presi in esame - Francia, Grecia, Paesi Bassi, Irlanda e Italia - ha adottato politiche sistemiche in grado sostenere i giovani migranti nel loro percorso di integrazione.

“Uno dei capisaldi della legislazione europea è la protezione dei minori a prescindere dal loro status legale, grazie al quale si garantisce una difesa dal rischio di sfruttamento, abusi, abbandono. – rimarca Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia su migrazione e asilo – Diventare maggiorenni non vuol dire che questi rischi scompaiano dall’oggi al domani. A sparire improvvisamente è ogni forma di protezione, con ragazzi che rischiano in molti casi di ritrovarsi per strada senza nessuno a cui rivolgersi.”

La norma prevede che i minori rifugiati arrivati in Europa siano ospitati in strutture adeguate e affidati a tutori per tutte le questioni amministrative e legali. L’accesso a strutture di accoglienza per i neo-maggiorenni varia però da Paese a Paese: in Irlanda vengono trasferiti in alloggi per adulti caratterizzati da standard molto bassi, in Grecia possono finire in uno dei campi profughi o per strada, in Italia ci sono diverse opzioni ma anche il rischio, più che concreto, di essere messi semplicemente alla porta. “A 18 anni non diventi improvvisamente adulto – racconta L. 25 anni – in Irlanda dove vivo, molti ragazzi a quell’età vivono ancora in famiglia.”

La sfida di mantenere il permesso di soggiorno nei meandri della burocrazia italiana ed europea
Altro muro da affrontare è la burocrazia labirintica in cui questi ragazzi sono costretti a muoversi. Questo sembra valere un po’ ovunque nei paesi considerati, ma è l’Italia a meritare un’analisi a sé stante, proprio a partire a dalla sfida che un diciottenne migrante deve affrontare per ottenere il permesso di soggiorno.

Una delle difficoltà più serie per i ragazzi neomaggiorenni in Italia, riguarda l’ottenimento di un permesso di soggiorno: a 18 anni il diritto di non essere espulsi decade ed è necessario ottenere un documento che garantisca il diritto a restare. Chi ha fatto richiesta di asilo e diventa maggiorenne mentre è ancora in attesa dell’esito può trovarsi in enorme difficoltà, qualora la sua domanda venga rigettata. A quel punto è infatti preclusa la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno di altro tipo, ad esempio per studio o lavoro, e il rischio di cadere nell’irregolarità è altissimo. Anche per chi ha ottenuto un permesso di soggiorno per minore età, la strada è tutt’altro che in discesa. Diventati maggiorenni, i titolari di questo permesso di soggiorno devono dimostrare il possesso di specifici requisiti per ottenerne la modifica, cioè la conversione in permesso per studio, lavoro o attesa occupazione, e poter quindi restare in Italia regolarmente.

“I ragazzi si ritrovano di fronte a procedure farraginose, che non sono in grado di affrontare da soli e che non tengono conto delle loro reali esigenze o delle effettive possibilità che i territori offrono. Esponendoli al rischio di perdere il diritto a restare regolarmente in Italia”, aggiunge Capitani.

Umberto De Giovannangeli

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giovedì 10 giugno 2021

Myanmar sull'orlo della guerra civile, 100.000 sfollati vicino al confine con la Thailandia. L'ONU chiede misure per proteggere i civili

sicurezzainternazionale.luiss.it
Le Nazioni Unite hanno affermato, l’8 giugno, che circa 100.000 persone che vivevano nello Stato birmano di Kayah, situato al confine tra Myanmar e Thailandia, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti tra l’Esercito e le forze del governo di unità nazionale (GUN), nato il 16 aprile scorso per opporsi alla giunta militare.

Sfollati del Myanmar al confine con la Thailandia

Lo Stato di Kayah è stato teatro di scontri tra l’Esercito, che ha preso il potere nel Paese il primo febbraio scorso, e la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del GNU. L’Esercito ha risposto agli attacchi delle Forze di difesa del popolo con armi pesanti e attacchi aerei, spingendo la popolazione locale ad abbandonare l’area. La Thailandia, che teme un esodo verso i propri confini, ha espresso preoccupazione per tali avvenimenti e ha esortato i militari ad adottare le misure concordate con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ASEAN, il 24 aprile scorso.

Le Nazioni Unite in Myanmar hanno affermato che la crisi in Myanmar potrebbe spingere gli abitanti del Paese a oltrepassare i confini internazionali in cerca di sicurezza come già successo in altre aree del Paese. L’Onu ha quindi chiesto alle parti coinvolte di adottare le misure necessarie a proteggere i civili e le infrastrutture non militari e di consentire l’accesso di aiuti per gli sfollati.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo.

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

A livello internazionale, l’ASEAN, di cui fa parte anche il Myanmar, aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile.

Prima dell’8 giugno, l’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, aveva affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’ASEAN ad agire, il 24 maggio. Al 21 aprile, invece, l’Onu aveva stimato che gli sfollati nel Paese fossero circa 250.000.

lunedì 7 giugno 2021

Italia - Abusi e contenzione - Pazienti legati al letto e lasciati morire - Misura sempre più utilizzata in strutture psichiatriche, per anziani e disabili.

Domani
Due storie tragiche, 
Antonia Bernardini nel 1978, Elena Casetto nel 2019,  lontane 47 anni l’una dall’altra, ma incredibilmente simili. In mezzo le storie di altre morti terribili, di altri abusi, ma anche la più grande riforma della psichiatria con la legge Basaglia che ha abolito i manicomi. Rainews24 parte da queste storie per cercare di fare il punto sulla contenzione, pratica controversa che nessuno considera terapeutica che divide il mondo psichiatrico tra chi la definizione necessaria quando il paziente può essere pericoloso e chi definisce una vera e propria tortura e ne invoca il superamento.


Quella di Antonia Bernardini è una storia del secolo scorso, quando ancora esistevano i manicomi. Antonia, romana, 40 anni, era internata nel manicomio criminale di Pozzuoli. C'era finita per un litigio banale, con quella formula paradossale di “proscioglimento per infermità mentale” che esclude il processo ma apre le porte dell'internamento, spesso senza alcuna scadenza. Dopo 43 giorni consecutivi legati al letto di contenzione, per protesta dà fuoco al materasso. Muore quattro giorni dopo, ma fa in tempo a dire al magistrato: «Ero sempre legata... L'ho fatto perché chiamavo, chiamavo e non mi davano l'acqua… per la disperazione». Quella morte suscita un dibattito che porta alla chiusura del manicomio di Pozzuoli. Un evento che non cambia il destino delle internate, ma dalla forte portata simbolica, ancora prima della legge 180.

Elena Casetto, invece, è una storia di questo secolo, anche se somiglia terribilmente a quella di Antonia. Milanese, brasiliana di origine, 19 anni. Era appena tornata da Bahia per vivere con sua madre nel bergamasco. Il 31 luglio 2019 la trovano su un ponte che minaccia di buttarsi. Viene ricoverata prima al reparto di psichiatria di Gavardo, nel bresciano, poi viene trasferita all'ospedale di Bergamo. Il 13 agosto 2019, Elena dà fuoco al lenzuolo del letto dove era appena stata legata: mani, piedi e spalle. Nessuno riesce a spegnere l'incendio che si sviluppa incontrollabile, nonostante la struttura fosse nuova, inaugurata pochi anni prima. I vigili del fuoco troveranno la terra, accanto al suo letto: è riuscito a liberare i polsi e una caviglia, ma per farlo si è spezzata un braccio.

Agli atti dell'inchiesta ci sono due perizie chieste dalla Procura di Bergamo: la prima “assolve” l'ospedale da tutte le responsabilità ed è redatta da uno psichiatra, già primario del reparto di psichiatria dello stesso ospedale; la seconda invece considera l'Azienda Sanitaria responsabile, il consulente scrive che «si ritiene che l'incendio deve essere ricondotto ad un'inadeguata valutazione del rischio incendio per il reparto di Psichiatria».

L'azienda ospedaliera, secondo il perito, non ha valutato i rischi, non ha individuato misure per la sicurezza, non ha informato e formato i lavoratori. Per la morte di Elena la Procura di Bergamo ha indagato per omicidio colposo i due addetti dell'antincendio di una ditta esterna all'ospedale Papa Giovanni XXIII, a giorni ci sarà l'udienza preliminare. Nessuna responsabilità è stata ipotizzata a carico dell'ospedale.

Già nel 1909 il Regio decreto 615 ammetteva la coercizione “degli infermi” soltanto in casi eccezionali. Ma centodieci anni dopo la tragica storia di Elena Casetto dimostra che è ancora emergenza. Lo sottolinea anche il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 2015, quando «ribadisce la necessità del superamento della contenzione e condanna l'attuale applicazione estensiva della contenzione» che definisce una «violazione dei diritti fondamentali della persona».

PRATICA DIFFUSA
«Applicazione estensiva» significa che invece di diminuire, la contenzione dai reparti psichiatrici è entrata anche nelle strutture per anziani e nei luoghi di cura per disabili. Un infermiere ci ha raccontato che si legano i pazienti anche nei reparti Covid, potrebbe togliersi l'ossigeno e non c'è personale sufficiente.
[...]
I giudici hanno condannato medici ed infermieri per sequestro di persona, i medici anche per falso ideologico. Un palese caso di abuso, purtroppo non un caso isolato.

Esistono reparti psichiatrici in cui si adotta una politica che esclude la contenzione. Un'intera regione, il Friuli, ha fatto del non legare un metodo di lavoro. Qui a dare risposte diverse è l'intero sistema dei servizi psichiatrici. Come anche centri di eccellenza: nell'Spdc di Ravenna, ad esempio, nessuno viene legato dal 2016. Ma nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici è una pratica ammessa in casi eccezionali. Molti ospedali si sono dotati di linee guida per regolamentarne e limitarne l'uso. Ma gli abusi ci sono: si lega il paziente quando il personale è poco. O perché lo si vuole punire. Casi in cui la contenzione non viene registrata. E' la contenzione sommessa, che non deve lasciare traccia.

'Chi non ha non è': così Franco Basaglia, intervistato da Sergio Zavoli negli anni sessanta. Citava un proverbio calabrese, per sottolineare come il malato mentale non avesse diritti, non avesse voce. Maria Grazia Giannichedda, che lavorò al fianco di Basaglia, ha detto a Rai News: «È stata tagliata la chioma, il manicomio, ma non le radici, quell'idea alla base che il malato mentale abbia meno diritti degli altri».

sabato 5 giugno 2021

5 giugno - Giornata Mondiale dell'Ambiente 2021 - "L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera"

Blog Diritti Umani - Human Rights
L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera»*

(*) Enciclica "Lardato si'" Papa Francesco
Citazione Conferenza Episcopale Boliviana, Lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia El universo, don de Dios para la vida (2012)











venerdì 4 giugno 2021

Allarme nella Ue - La Danimarca vuole deportare i suoi rifugiati in paesi africani, violando il diritto di asilo e trattati fondanti della UE

La Repubblica
Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici, e verranno trasportati in strutture realizzate in Paesi africani, per le quali si prevede la stipula di accordi bilaterali. Protesta l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati

La linea dura "migranti zero" del governo a guida socialdemocratica danese causa un duro scontro tra Copenaghen e l'Unione europea, appoggiata nelle sue proteste dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ma la premier danese Mette Frederiksen non dà segni di volontà di cedere o di cercare un compromesso.

Origine dello scontro è la legge approvata con 70 voti a favore e 24 contrari dal Folketing, il Parlamento unicamerale danese, che decide la costruzione di centri d'accoglienza per profughi e migranti in Paesi esterni all'Unione europea. 

Concordata in accordi bilaterali, possibilmente con Stati lontani, quindi Paesi africani come Rwanda, Tunisia, Etiopia ed Egitto. Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici a rischio della vita, e verranno trasportati in quei centri lontani. E anche se in casi eccezionali la ottenessero, non avrebbero la garanzia del permesso di soggiorno.

L'obiettivo dichiarato del governo danese è di arrivare a lungo termine a una situazione di "migranti zero". Allo stesso scopo, il mese scorso Copenaghen aveva deciso di revocare il diritto allo status di esuli politici ai cittadini siriani, preparandosi a radunarne a forza centinaia in centri di raccolta per poi farli riportare in Siria. Nonostante moltissimi di loro dichiarino di rischiare dura repressione, tortura e in alcuni casi anche la pena di morte per renitenza alla leva o contatti con le opposizioni. Dopo la vittoria di Assad alle elezioni-farsa tali rischi sono semplicemente aumentati.

"Condividiamo le preoccupazioni dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati per questa legge danese, i rischi che apre per i profughi e la sua compatibilità con gli impegni internazionali, e condividiamo anche le preoccupazioni che la legge danese mini le basi del sistema di protezione internazionale per i rifugiati", afferma un portavoce della Commissione europea. Aggiungendo: "La legge suscita interrogativi sia sull'accesso alle procedure del diritto d'asilo sia sull'effettivo accesso alla protezione. Non è possibile (la legge, ndr) né secondo le procedure esistenti dell'Unione europea né in base alle proposte per il Nuovo patto per la protezione e l'asilo, patto basato su leggi e trattati fondamentali della Ue e sulla concezione del diritto d'asilo come valore costitutivo dell´Unione". La Commissione europea esaminerà ulteriormente la legge danese prima di reagire con decisioni operative.

Secondo l'Alto commissariato Onu (Unhcr), con la legge danese si rischia l'effetto domino. Applicando una revisione così drastica della sua legislazione in materia di rifugiati, la Danimarca apre il rischio che altri Stati seguano il suo esempio, e la sua nuova legge è contraria allo spirito del valore del dovere della protezione internazionale dei rifugiati.

La legge danese non è ancora passata alla fase operativa, cioè a negoziati con i Paesi dove Copenaghen vorrebbe inviare gli esuli col dichiarato effetto di avere il minor numero possibile di "non europei" sul suo territorio. Il partito liberale di sinistra ha chiesto che ogni accordo bilaterale sul trasferimento forzato di esuli con Paesi extraeuropei venga esaminato dal Parlamento. Tuttavia è già in vigore appunto la disposizione contraddittoria in sé secondo cui anche le persone cui in casi eccezionali la Danimarca concederà diritto d'asilo non avranno la garanzia del permesso di soggiorno. In altre parole, la legge apre per molte persone il rischio, anche se riconosciuti come esuli perseguitati, di non potersi salvare da governanti come Assad o Lukashenko. Per far passare la legge anti-esuli Mette Frederiksen non ha esitato a chiedere e ottenere i voti dei legislatori di destra e di estrema destra, nonostante appartenga al Partito socialista europeo.

Andrea Tarquini

giovedì 3 giugno 2021

Etiopia - Dopo sette mesi di guerra nel Tigrai continuano violenze e stupri e la fame uccide. Distrutti 80% raccolti e 90% bestiame. 2 milioni di sfollati

Avvenire
L’Onu fa i conti della crisi: «L’80% dei raccolti nell’area è andato distrutto mentre il 90% del bestiame è stato abbattuto o requisito» Ancora violenze e stupri.

Lapresse

Lo spettro della fame incombe sul Tigrai e il mondo si gira dall’altra parte. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto al Consiglio di sicurezza Onu di varare urgenti misure per evitare la carestia. 

Il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock ha scritto in una nota, che il «20% dei sei milioni di abitanti della regione settentrionale etiope dopo sette mesi di conflitto sta affrontando una seria penuria di cibo». L’80% del raccolto nell’area, che vive di agricoltura, è stato distrutto o saccheggiato mentre il 90% del bestiame è stato ucciso o requisito. 

Secondo Lowcock gli sfollati sono 2 milioni. Per l’Onu l’accesso degli aiuti è peggiorato ancora con attacchi, ostruzioni e ritardi al- le operazioni umanitarie. Inoltre gli stupri – commessi da truppe eritree ed etiopi secondo le testimonianze raccolte da operatori, Ong e e media internazionali – rimangono «diffusi e sistematici e le infrastrutture pubbliche continuano ad essere distrutte».
1,2 milioni
i tigrini che secondo l’Onu stanno affrontando una seria penuria di cibo nella regione 2 milioni sono gli sfollati interni della regione che affollano le città e che hanno bisogno urgente di aiuti
150 mila
gli sfollati interni ospitati soltanto a Macallè dove sopravvivono in condizioni spesso drammatiche

1,4 milioni
i bambini che non possono frequentare le scuole nella regione dilaniata dal conflitto
Siamo distratti dalla pandemia, ma questa guerra deve finire. Lo dico a chi crede: serve la nostra preghiera per la pace perché questa gente non si senta abbandonata», conclude Magnus MacFarlane-Barrow. Intanto dopo la denuncia dell’Onu e i servizi della Cnnle forze armate etiopi ed eritree hanno rilasciato quasi tutti i 500 giovani rapiti dai campi per sfollati di Sciré, nel nord-ovest. 
L’accusa ai i militari è di aver torturato e abusato i prigioneri per estorcere loro la confessione di essere membri del partito nemico del Tplf, che ha guidato l’Etiopia fino al 2018, è stato messo fuorilegge per “terrorismo” dal Parlamento di Addis Abeba e continua la guerriglia.

Paolo Lambruschi