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lunedì 25 marzo 2019

Ramy, il bambino eroe e il "rischio" della cittadinanza come premio

Redattore Sociale
Il quattordicenne ha chiamato i soccorsi evitando la strage a San Donato Milanese. Ora per il ragazzo, nato in Italia ma per la legge egiziano, potrebbe arrivare la cittadinanza per meriti. Manconi: “L’idea che i diritti si conquistino con l’eroismo è profondamente sbagliata”. Ambrosini: “Visione antica, non rispecchia il paese”. Italiani senza cittadinanza: “Non è un vestito che si mette e toglie”.


“Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice. Per essere schietti, è il mio sogno. Ma allora dovrebbero darla anche a mio fratello e ai miei compagni di classe di origini straniere che vivono in Italia da tanto tempo e magari sono pure nati qui”. Lo dice dalle pagine del Corriere della sera Ramy Shehata, il quattordicenne che due giorni fa ha chiamato i soccorsi, evitando la strage a San Donato Milanese. Ribattezzato subito il “bambino eroe”, a lui sono arrivati i complimenti anche delle istituzioni. E ora per il ragazzo, nato in Italia ma per la legge egiziano, potrebbe arrivare la cittadinanza per meriti. La prefettura di Cremona ha richiesto, infatti, al Comune di Crema il suo certificato di nascita per avviare le procedure burocratiche. Un riconoscimento importante per aver salvato la vita ai compagni che ha, però, anche riaperto il dibattito sul tema della cittadinanza nel nostro paese. E’ giusto considerarla un premio o un riconoscimento da guadagnare? Si possono legare i diritti ai meriti civili?

“Beata la terra che non ha bisogno di eroi - sottolinea Luigi Manconi, presidente dell’Unar -. L’idea che i diritti si conquistino con l’eroismo o con imprese eccezionali è profondamente sbagliata. I diritti si conquistano con la normalità dei comportamenti, con la vita sociale quotidianamente vissuta, meritare che significa attenersi alle leggi e far parte di una collettività”. Durante il governo Gentiloni, Manconi da senatore Pd è stato tra i più convinti sostenitori della riforma della cittadinanza, che avrebbe introdotto anche in Italia uno ius soli moderato e uno ius culturae. “Nel caso specifico, assegnare la cittadinanza in base a comportamenti, seppur non necessariamenti eroici, ma comunque meritevoli, mi sembra una scelta opportuna - spiega -. Allo stesso tempo tempo, proprio l’episodio di San Donato conferma quanto fosse giusta l’iniziativa di riforma della cittadinanza e quanto sia stato grave contrastarla, perché quei bambini sono parte di quella enorme realtà costituita da 900mila minori stranieri che frequentano la scuola pubblica italiana. Quei bambini dimostrano come il percorso più agevole e più sicuro per l’integrazione degli stranieri passa attraverso l’educazione, la formazione, la partecipazione comune alle stesse realtà”.


Migranti - Il Decreto Sicurezza in pochi mesi ha già creato 44.000 irregolari e poche espulsioni. Il volontariato si mobilita per evitare una situazione di emergenza nel paese.

Corriere della Sera
Sono quelli espulsi dai circuiti di accoglienza e integrazione in seguito al decreto Salvini ma che non sono stati allontanati dall’Italia: I dati Eurostat 2018: in Germania e Francia il maggior numero di richieste di asilo.
Dal giorno dell’entrata in vigore del decreto sicurezza in Italia ci sono oltre 40.000 stranieri irregolari in più. La stima è stata diffusa dall’Ispi, istituto di ricerca su temi internazionali che già prima del varo della nuova legge aveva avvertito sui rischi connessi alla stretta sui permessi umanitari
Secondo gli esperti, infatti, il boom degli stranieri «fantasma» è dovuto al fatto che migliaia di immigrati hanno perso le tutele di legge ma non sono stati espulsi dal territorio italiano. 

L’Ispi non è l’unica «antenna» ad aver captato questa novità. la Caritas, ad esempio ha deciso di incrementare l’accoglienza riservata proprio ai nuovi irregolari che non hanno nessun mezzo per mantenersi se non l’illegalità. 

Il saldo negativo
La stima formulata dall’Ispi si basa su dati del ministero dell’interno e prende in considerazione il periodo giugno 2018-febbraio 2019 (quindi anche alcuni mesi precedenti al cosiddetto decreto Salvini): è stato calcolato che 49.460 migranti hanno ricevuto il diniego a qualsiasi richiesta di asilo. 

Nello stesso periodo appena 4.806 stranieri sono stati fisicamente messi su un’aereo o su una nave e allontanati dall’Italia. Ne esce un saldo negativo di 44.654 casi, tutte persone privati di ogni «ombrello» di legge ma che devono in qualche maniera campare. L’aumento degli irregolari, secondo Ispi è il frutto di due misure adottate dal governo: l’iniziale circolare distribuita alle prefettura con le quali si sollecitava maggiore severità nella concessione della protezione umanitaria e poi il decreto sicurezza che ha ulteriormente ristretto le possibilità per i richiedenti asilo.

La risposta del volontariato
Chi è impegnato sul fronte dell’assistenza agli stranieri ha già avvertito tali effetti e sta cercando di correre ai ripari. La Caritas Ambrosiana, emanazione della diocesi di Milano, ha istituito un «fondo di solidarietà per gli esclusi dall’accoglienza» destinato proprio agli stranieri che si sono visti interrompere il percorso di integrazione a causa delle nuove norme e sono stati allontanati dai centri di accoglienza che fanno capo alle prefetture. Caritas stima che nella sola Milano già 200 persone si sono ritrovate in questa situazione. «Il Decreto Sicurezza, al contrario di quanto promesso, produrrà una situazione di emergenza nel nostro Paese. Abbiamo deciso di farvi fronte, come si fa in questi casi, mettendo a disposizione strutture e risorse e chiedendo a tutti coloro che lo desiderano di darci una mano» ha dichiarato il direttore della Caritas Luciano Gualzetti in un comunicato dell’organizzazione stessa.

I dati Ue: Italia quinta per accoglienza
La nuova emergenza si fa strada in Italia in un momento in cui i volumi dell’immigrazione calano: non solo gli sbarchi - scesi a poche centinaia - ma anche le richieste di asilo, come ha sottolineato un report di Eurostat (l’istituto di statistica della Ue) datato 14 marzo. Le domande applicate in tutto il 2018 sono state 580.000 con un calo dell’11% rispetto all’anno precedente, ma la metà in meno rispetto alla grande crisi migratoria del 2015. Siria, Iraq e Afghanistan restano le principali zone di provenienza. Nonostante non abbiano sbarchi, i due stati europei che hanno dato assistenza al maggior numero di asilanti sono la Germania (28% del totale) e la Francia (19%). A seguire in graduatoria la Grecia e la Spagna (rispettivamente 11 e 9%). L’Italia è la quinta avendo accolto 49.000 richiedenti asilo pari all’8% del totale europeo.

domenica 24 marzo 2019

24 marzo 1944 - 75esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine

Askanews
Custodire la memoria, trasmettere ai giovani il senso di quanto avvenuto. Nel 75esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine le truppe di occupazione tedesche uccisero a Roma 335 civili e militari italiani, il Presidente della Camera dei deputati Roberto Fico ha dichiarato in una nota: “L’eccidio delle Fosse Ardeatine è stata una delle pagine più tragiche della storia del nostro Paese, un orrendo massacro che ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva. Il 24 marzo 1944 il comando tedesco, per rappresaglia contro un attentato partigiano in via Rasella, ordinò la fucilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.


Trecentotrentacinque persone inermi, trasportate alle Fosse Ardeatine dai tedeschi anche avvalendosi dell’assistenza delle forze di polizia fasciste, furono trucidate con un colpo di pistola alla nuca: un piano atroce che si fa persino fatica a immaginare. Tra le vittime vi erano detenuti politici, civili e militari, ebrei, semplici cittadini, appartenenti a tutti i ceti sociali, di ogni livello d’istruzione e di ogni fascia d’età”.

“Custodire memoria, trasmettere ai giovani il senso di quanto avvenuto – sottolinea Fico – rappresenta un doveroso omaggio a quanti hanno sacrificato la propria vita per la libertà e la democrazia di cui oggi beneficiamo. Ma rappresenta anche un monito nei confronti di coloro che non comprendono come l’errore più grande sia quello di considerare quanto accaduto settantacinque anni fa come una pagina dolorosa che riguardi soltanto il passato”.

“Ci si appropria del senso del presente – prosegue il presidente della Camera – solo attraverso la coscienza della propria storia.

Quanto avvenne alle Fosse Ardeatine non fu soltanto conseguenza della guerra, ma fu, soprattutto, il frutto avvelenato dell’odio razziale e della negazione dell’altro”.

“È accaduto, può accadere di nuovo? Si chiedeva Primo Levi.

Domandiamocelo anche noi per contribuire a definire i punti fermi ideali e comportamentali della comunità umana che deve saper reagire con fermezza – conclude Fico – ad ogni segnale di intolleranza e di discriminazione, coltivando sempre e ad ogni costo le ragioni della solidarietà, della giustizia e della democrazia”.

Costa Rica. Ucciso il leader della comunità indigena e difensore dei diritti umani Bribri Sergio Rojas Ortiz

Notizie Geopolitiche
In Costa Rica è stato ucciso nei giorni scorsi il leader della comunità indigena Bribri, Sergio Rojas Ortiz. 

Nel paese centroamericano, come nel resto dell’America Latina, ci sono dei conflitti tra popolazioni indigene e proprietari terrieri. Le popolazioni autoctone nel mondo sono costituite da circa 370 milioni di persone, vale a dire più del 5% della popolazione mondiale e purtroppo sono inserite tra le popolazioni più svantaggiate e povere del mondo.

In America Latina ci sono 42 milioni di indigeni, che rappresentano l’8% della popolazione totale della regione. I paesi come Messico, Brasile, Colombia, Venezuela, Ecuador, Cile e Bolivia hanno già incorporato nei loro parlamenti rappresentanti delle comunità autoctone. In Costa Rica, nonostante siano state fatte diverse proposte di legge in tal senso, le popolazioni native sono sempre di più lasciate sole e senza diritti. 

Per l’assassinio di Sergio Rojas, più di 200 organizzazioni indigene, appartenenti una ventina di paesi imputano le istituzioni costaricane responsabili dell’assassinio del leader autoctono. 

Le autorità stanno indagando se le cause della morte d Sergio Rojas Ortiz sono legate alla lotta che il gruppo Bribri sta compiendo per mantenere propri quei territori. Gli indigeni affermano che queste terre appartengono a loro per tradizione, mentre gli agricoltori sostengono di essere i proprietari per legge e che gli indigeni cercano di occupare illegalmente la loro terra.


Alberto Galvi

San Ferdinando - La nuova tendopoli brucia come le baracche. Muore migrante senegalese. Occorrono abitazioni sicure per i lavoratori immigrati

La Repubblica
Il sindaco: "Speravamo non dover assistere più a drammi del genere". In un anno tre vittime. Salvini: "Addolorato, se c'era la vecchia baraccopoli conseguenze più gravi". Il sospetto di un'azione dolosa. Il prefetto: in arrivo moduli abitativi in dieci comuni al posto delle tende.


San Ferdinando (Reggio Calabria) - Doveva essere la soluzione contro gli incendi, il degrado, la paura, la morte, ma ha ucciso ancora la tendopoli di San Ferdinando. Un nuovo rogo, divampato questa notte, è costato la vita ad uno degli ospiti della struttura messa in piedi circa un anno e mezzo fa dalla prefettura di Reggio Calabria a pochi passi dalla baraccopoli, quindi saturata di tende il 6 marzo scorso, quando il ghetto è stato buttato giù.

La vittima è un giovane senegalese di 32 anni, Sylla Naumè. Era uno dei migranti insediati nella baraccopoli demolita recentemente e trasferiti nella tendopoli. Il corpo carbonizzato del giovane e' stato trasportato in un obitorio, salutato da decine di migranti che in silenzio hanno assistito al recupero della salma.

La dinamica del rogo rimane tutta da chiarire. Per adesso si sa solo che l’incendio si sarebbe sviluppato in un angolo di una tenda da sei posti dove erano presenti diversi cavi elettrici. Ma – quanto meno in teoria – l’intera struttura avrebbe dovuto essere ignifuga e per questo più sicura. "Abbiamo aperto un'indagine per comprendere cosa sia successo e come mai un incendio sia divampato all'interno della tendopoli. Sono in corso le verifiche dei vigili del fuoco e abbiamo acquisito anche le immagini delle telecamere interne" spiega il procuratore capo di Palmi, Ottavio Sferlazza appena arrivato alla tendopoli di San Ferdinando per procedere personalmente ad un sopralluogo. "E' vero che le tende sono ignifughe - dice Sferlazza, dopo aver parlato con i tecnici - ma questo significa che la combustione è molto più lenta". Un dato che tuttavia non contribuisce a chiarire la dinamica e i tempi in cui si è sviluppato l'incendio e soprattutto perchè da quella tenda Sylla non sia riuscito ad uscire. L’unico di cinque occupanti. Ufficialmente, ipotesi non ce ne sono, tuttavia i vigili del fuoco che procedono ai rilievi sembrano credere poco al corto circuito.
“Voi non volete capire quello che è successo, non lo volete sapere davvero, non volete far sapere davvero cosa succeda qui” gridano i braccianti della tendopoli, cercando di avvicinare il magistrato e il prefetto. In lacrime, un parente di Sylla è stato accompagnato all’obitorio per il riconoscimento formale del corpo.

L’uomo è il terzo ucciso dal fuoco da quando i braccianti della Piana sono stati confinati nella seconda zona industriale di San Ferdinando. Il 16 febbraio scorso un incendio era costato la vita al 29enne senegalese, Moussa Ba. In precedenza, il 2 dicembre 2018 Surawa Jaith era morto pochi giorni prima del suo diciottesimo compleanno e prima di lui, il 27 gennaio dello stesso anno, era morta Becky Moses, 26enne nigeriana.




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Alessia Candito

sabato 23 marzo 2019

Romania. Il Consiglio d'Europa denuncia "abusi" e "condizioni precarie" nelle carceri

Nova
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti disumani e degradanti del Consiglio d'Europa si è dichiarato "preoccupato" per quelli che definisce "abusi" e "condizioni precarie" esistenti nei carceri della Romania.

In un rapporto citato dall'agenzia di stampa romena "Agerpres", in seguito alla visita effettuata a febbraio 2018 in dieci centri di reclusione del paese, i membri del Comitato lmentano gli abusi commessi dal personale nei confronti dei detenuti, le violenze tra gli stessi detenuti, nonché i trattamenti degradanti applicati dalla polizia.
Il Comitato del Consiglio d'Europa raccomanda al ministero dell'Interno di Bucarest e all'Ispettorato generale della polizia romena di trasmettere un messaggio chiaro sul fatto che i trattamenti degradanti nei confronti dei detenuti sono illegali, e dimostrano mancanza di professionalità e saranno puniti su misura. 

Il Comitato approva le azioni avviate nel 2014 per una riforma del sistema penitenziario di Romania, soprattutto lo sviluppo del servizio di liberazione condizionale, la diminuzione del numero dei detenuti di circa il 30 per cento, nonché l'introduzione di misure compensatorie per i detenuti reclusi in condizioni di sovrappopolazione.

venerdì 22 marzo 2019

22 marzo - Giornata dell'acqua, nei paesi in guerra le malattie legate all'acqua uccidono più delle le armi

Globalist
Secondo un nuovo rapporto dell'Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell'acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita' 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. 


Il rapporto "Acqua sotto attacco" (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita' in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita' 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

"Le probabilita' gia' sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati - molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura," ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. "La realta' e' che ci sono piu' bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili". Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri. Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita' mentre si lavano e curano l'igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte.

Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l'energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l'accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro - che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.




"Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili," ha dichiarato Fore. "L'acqua e' un diritto di base. È una necessita' per la vita". L'Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L'Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita' dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita' durante le emergenze.




Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita' in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu' giovani hanno piu' probabilita' di morire per malattie legate all'acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita' 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive.