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martedì 17 settembre 2019

Migranti - Affonda barcone al largo della Tunisia, almeno 8 morti e 14 dispersi

Ansa
A largo Malta Guardia Costiera salva 90, ma La Valletta chiude.
Tunisi - Un peschereccio con a bordo un gruppo di migranti è affondato al largo delle coste tunisine di El Aouabed, nel governatorato di Sfax. 


Lo ha reso noto alla radio locale Mosaique fm il portavoce della Guardia nazionale, Housseddine Jebabli, precisando che la marina militare ha tratto in salvo 9 migranti mentre altri 14 risultano dispersi. 

Le autorità tunisine hanno quindi recuperato almeno 8 cadaveri in mare, scrive su Twitter Alarm Phone citando 'fonti tunisine' e senza precisare se si tratti di persone che erano a bordo del peschereccio affondato. "Si temono altri morti - scrive ancora Alarm Phone - Guardia costiera e pescatori locali sono ancora alla ricerca".

La scorsa notte, su richiesta delle autorità maltesi, unità della Guardia costiera italiana hanno soccorso un barchino con a bordo 90 migranti in acque di responsabilità di Malta.

Successivamente, la Guardia Costiera ha chiesto a La Valletta di inviare un pattugliatore per il trasbordo delle persone recuperate, ma Malta per ora ha risposto negativamente. Le navi italiane stanno comunque dirigendosi verso l'isola.

Sudan e Sud Sudan alla ricerca della pace. Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, per 2 giorni in visita in Sud Sudan

Africa - Missione e cultura
ll nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, è volato in Sud Sudan per una visita di due giorni.
Il tour servirà per consolidare il processo di pace tra i Paesi cercando di mettere fine alle tensioni che si sono registrate negli ultimi anni. Hamdok, un ex diplomatico delle Nazioni Unite, è entrato in carica tre settimane fa in virtù di un accordo tra i partiti militari e civili in Sudan dopo mesi di manifestazioni contro i generali che hanno preso il potere dopo aver rovesciato il presidente Omar al-Bashir.

Il governo sudanese si è posto subito l’obiettivo di porre fine ai conflitti che per anni hanno coinvolto direttamente o indirettamente il Sudan e messo il Paese ai margini della comunità internazionale (va ricordato che la Corte penale internazionale ha perseguito Bashir per genocidio nella regione del Darfur).

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile. Da allora i due Paesi si sono spesso accusati di ospitare o aiutare i ribelli a combattere contro i loro governi.

«È giunto il momento di fermare la guerra nel Sudan e nel Sud Sudan», ha dichiarato Awut Deng Acuil, ministro degli Esteri del Sud Sudan. Mercoledì, i rappresentanti del Sudan hanno firmato un accordo con diverse fazioni di ribelli (tra cui quelli del Darfur nonché quello di Abdelaziz Al-Hilu, leader di un’ala della SPLM -N) che delinea una road map. Partendo da questo accordo, si dovrebbe poi riuscire a comporre le dispute anche in Sud Sudan

Buone relazioni tra le due nazioni sono fondamentali anche per garantire il flusso di petrolio dai campi nel Sud Sudan al Mar Rosso attraverso le condotte che passano per il Sudan. Per questo motivo, Hamdok avrà colloqui anche con funzionari del Sud Sudan per dirimere le controversie sui confini e la libera circolazione delle persone tra i due Paesi. «Sto cercando di raggiungere un rapporto molto strategico tra le nostre due nazioni», ha detto.

Migranti - In tasca una pagella: la storia del bambino del Mali che abbiamo lasciato morire in mare

Globalist
Era un piccolo migrante del Mali: si era cucito nella giacchetta una pagella con il massimo dei voti come curriculum per farsi accettare dalla "grande" Europa. Non gli abbiamo dato modo.


Lo scrittore Paul Auster diceva che la verità è nei dettagli e che i dettagli fanno la storia.
Lo scrittore Giulio Cavalli che con "Carnaio" ha narrato una mostruosa miscela di cadaveri, potere, egoismo e denaro, spiega che quando i pescatori del Mediterraneo tirano su i corpi dei migranti ciò che resta nelle reti è "lesso". La carne si sfalda. E' l'acqua. E' per colpa dell'acqua e del sale. E' colpa di tutti quei giorni alla deriva, tra le onde
Cristiana Cattaneo fa il medico legale, ma ha scritto un libro. Si intitola "Naufraghi senza volto" (Cortina Editore). 

Come riporta Il Foglio: "In collaborazione con l’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le Persone Scomparse, Cattaneo ha creato il primo protocollo al mondo per identificare le vittime di uno stillicidio che, dal 2001 a oggi, ha visto scomparire in mare oltre trentamila persone, cospargendo l’Italia di lapidi senza nome". 

Tra le mille, disperanti vicende riportate nelle pagine del suo libro tra pietas e e grande sgomento, grande rispetto per le vittime ce n'è una che è il dettaglio di cui parla Paul Auster.
Il cadavere del naufrago ha età apparente 14 anni, provenienza Mali. Indossa una giacchetta. All'interno della tasca una pagella cucita con cura. Ha ottimi voti. Questo ragazzino di cui non sappiamo, non sapremo il nome, aveva sperato in un lasciapassare per un mondo più libero e più giusto, un mondo più accogliente, con la sua pagella da "perla rara". L'illustratore Makkox gli ha dedicato una struggente vignetta. Dolorosa. Di sale, come le lacrime. Di sale, che brucia. 

C'è sempre un prima e un dopo nelle storie dei migranti, così simili a quelle dei terremotati, di chi a un certo punto si trova costretto a lasciare, a fuggire, ad andare via di corsa dalla sua casa e porta con sé, un particolare che fa la storia. Una foto, una ciocca di capelli, un documento, uno scritto, un biberon, una maglietta. Sono le ferite loro e le cicatrici nostre. Sono storie negate che galleggiano. Una pagella per dire al mondo: prendetemi con voi, studio e sono bravo.

Non è arrivato in tempo per dircelo. Chissà che ingegnere abbiamo perso, che meccanico, che fisico, che matematico o che poeta.
Età apparente 14 anni. Com'è profondo il mare. Come sono buie, buie come un pozzo, le coscienze di chi non alza un dito davanti a questa strage.

Daniela Amenta

Birmania. L'allarme dell'Onu: "A rischio genocidio 600 mila Rohingya"

La Repubblica
Circa 600 mila membri della minoranza Rohingya vivono in Birmania "sotto grave rischio di genocidio" e i responsabili all'interno dello Stato devono essere portati davanti alla Corte penale internazionale. 


L'allarme arriva dalla missione di verifica delle Nazioni unite, che ha rilevato "motivi ragionevoli per concludere che gli elementi di prova che consentono di dedurre l'intenzione genocida dello Stato" si "sono rafforzati" dall'anno scorso.

Per gli esperti, "esiste un rischio grave che atti di genocidio possano prodursi o riprodursi". 

Un anno fa un precedente rapporto aveva constatato "atti di genocidio" nelle "operazioni di pulizia" della Birmania del 2017 che avevano causato la morte di migliaia di persone e provocato la fuga in Bangladesh di oltre 740.000 membri della minoranza musulmana.

lunedì 16 settembre 2019

Continuano a emergere testimonianze dai lager libici: "Ho visto morire tanta gente torturata e donne stuprate"

Blobalist
Il racconto delle vittime di tre persone arrestate in Italia con l'accusa di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Gestivano campo di prigionia a Zawyia, Libia.

La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l’Italia. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia.


I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l’Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. Al momento del fermo si trovavano nell’hot-spot di Messina. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni.

“Ho visto che un carceriere, tale Mohammed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto.
Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato. Io, per essere liberato, ho pagato 4500 dinari libici”: lo racconta uno dei migranti, giunto a Lampedusa ad inizio luglio scorso, dopo essere stato salvato da nave ‘Alex’ di Mediterranea Saving Humans.

La ricostruzione delle torture sono inserite nel fermo disposto dalla Dda di Palermo ed eseguito dalla Squadra mobile di Agrigento a carico di tre persone.Le vittime, arrivate a Lampedusa il 7 luglio scorso dopo essere state soccorse dalla nave Mediterranea, hanno riconosciuto i tre carcerieri dalle foto segnaletiche mostrate loro dalla polizia, che, dopo ogni sbarco, fa visionare ai profughi le immagini di migranti giunti in Italia in viaggi precedenti proprio alla ricerca di carcerieri o scafisti.

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. 

E’ il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawyia, in Libia, fermati dalla Dda di Palermo a Messina.
“Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare - racconta - e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento”.
“Durante la mia prigionia - continua - ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.
“Tutti noi migranti eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso. - racconta un’altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi. Le condizioni di vita del carcere erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l’acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l’acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri”.
“I carcerieri erano spietati. - spiega - Il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé”. “Ho visto morire tanta gente, - racconta - in particolare due fratelli della Guinea che sono deceduti a causa delle ferite subite nel campo. Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci”.
I fermati erano arrivati in Italia qualche mese prima delle vittime. Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.

L’indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Il fermo è stato eseguito dalla Squadra mobile di Messina.

La vendetta è anti-giustizia. Per questo Papa Francesco chiede di abolire l'ergastolo

farodiroma.it
Nella settimana in cui l'intero Paese esulta per l'ergastolo comminato a Vincenzo Paduano, Papa Francesco, nell'incontro del 14 settembre in Piazza San Pietro con tutti coloro che operano all'interno delle carceri ripete: "L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi - ma un problema da risolvere. 
Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare."

Papa Francesco trai detenuti del carcere di Rebibbia
Avevo queste parole nel cuore quando, nel pomeriggio di ieri, ho incontrato Paduano nella Messa che stavo per celebrare nel braccio di Rebibbia dove è rinchiuso. C'è stato solo un abbraccio. Le parole, quelle necessarie, gli erano già state dette il giorno prima da suor Lucia delle Figlie della Santa Croce, una consorella di suor Maria Laura Mainetti, la suora che nel giugno del 2000 venne uccisa a coltellate in Valchiavenna da dei satanisti, e della quale si è aperto il processo di beatificazione nel 2008.

"Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla disperazione" aveva detto rivolgendosi alle persone detenute, e questo invito è coerente alla richiesta di togliere l'ergastolo dalle nostre galere, perché, come puoi coltivare la speranza se sai che non uscirai di cella solo in una bara?

Chi applaude superficialmente il Papa, chi superficialmente si interroga sui motivi per cui alcuni non lo comprendano, si interroghino sul profonda differenza di sentire che alberga nel cuore di Bergoglio, e quello che c'è nel nostro.

La differenza sta tutta nel capire la differenza tra giustizia e vendetta. La vendetta non è una "giustizia eccessiva": la vendetta è l'anti-giustizia, la vendetta è il combustibile che fa diventare il carcere una polveriera. "È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero".

Nel mio anno a Rebibbia come prete volontario ex art. 17 ho visto, tra tutti coloro che operano all'interno delle carceri, tante brave persone. Sarà stato fortunato ma ho avuto solo incontri con persone che, come dice il Papa, vivono il loro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma anche come un sostegno a chi è debole.

E la forza dell'abbraccio che ho dato nasce dalle parole del Papa. Che non dice di parlare ma fa riferimento solo a dei gesti. "Non dimenticatevi, per favore, del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità".

Mauro Leonardi - Sacerdote e volontario in carcere

Andrea Riccardi: "Basta dividere l'opinione pubblica con gli slogan. Ora favoriamo corridoi europei per il lavoro legale"

La Stampa
"Non solo il nuovo governo è finalmente nella giusta posizione per il soccorso ai migranti, ma ha anche stimolato l'Unione Europea ad assumersi nuove responsabilità, come dimostrato dalla recente disponibilità di Francia e Germania ad accogliere una quota".


Dopo l'assegnazione del porto di Lampedusa all'Ocean Viking, per la prima volta negli ultimi quattordici mesi, Andrea Riccardi, ex ministro della Cooperazione e fondatore della Comunità di Sant`Egidio, è convinto dell`importanza di una nuova strategia politica.


Quale, più in dettaglio?
«Ritengo ci sino due punti prioritari. È innanzitutto necessario considerare le frontiere del Sud come europee. Un`Unione europea che non tiene conto delle frontiere mediterranee non è una vera Unione. Il trattato di Dublino va rivisto perché è figlio di altri tempi. E stato un errore firmarlo all`epoca, e sarebbe un grave errore non cambiarlo».

E l`altro punto?

«L`atteggiamento di apertura del governo nei confronti dell`emergenza immigrazione contribuisce a ridurre la passività europea e funge da stimolo affinché tutti siano attori protagonisti nella gestione del problema».

In che modo ritiene sia possibile affrontare l`emergenza immigrazione?
«Tenendo conto di due elementi chiave: la creazione di corridoi europei del lavoro, per favorire l`immigrazione legale, per consentire agli africani di trovare lavoro laddove c`è molta richiesta. Penso alla sempre maggiore esigenza di badanti e alla manodopera, sopratutto nelle imprese del Nord. E poi attraverso una reale politica europea in Africa».

In che modo?
«Bisogna smettere di parlare alla pancia della gente con slogan d`effetto».

Si riferisce a Salvini?
«Non è mia intenzione commentare i suoi appelli per la chiusura dei porti o la sua preoccupazione per la recente apertura di quello di Lampedusa. Ma registro le sue posizioni e sinceramente il problema mi pare più complesso. Non si può dividere l`opinione pubblica con slogan contrapposti, con pura propaganda, su un tema così delicato. I muri, le chiusure, non servono a nulla: abbiamo bisogno di far entrare extracomunitari nei nostri Paesi».

Attraverso i corridoi umanitari europei?
«Proprio così. La Comunità di Sant`Egidio da anni pratica i corridoi dei siriani in Africa, ora l`Europa deve farsi carico di far arrivare gli africani sani e salvi. Dobbiamo svuotare i lager libici e bloccare il traffico di esseri umani. È inoltre necessario rendere i presidenti africani responsabili di ciò che avviene nei loro Paesi. Devono convincere uomini e donne a non mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Non ho mai visto un presidente africano venire a Lampedusa e piangere le centinaia di suoi connazionali morti in mezzo al mare».

Non tutta l`Europa però è disposta a nuove politiche per l`immigrazione e a rivedere il trattato di Dublino, che impone di inoltrare la richiesta di asilo al Paese di prima accoglienza.
«Purtroppo l`Europa del Nord fa resistenza, ma occorre un`inversione di rotta. Non ne guadagneranno solo i migranti, ma l`Europa stessa. Perché se si negano le frontiere mediterranee, si procederà verso la provincializzazione dell`Europa. E così, invece che agli Stati Uniti d`Europa assisteremo alla formazione di un agglomerato di provincie solidali nel loro egoismo».

Grazia Longo