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domenica 19 gennaio 2020

USA - Georgia - Commutata pena di morte in ergastolo a Jimmy Fletcher Meders, poche ore prima dell'esecuzione.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il "Parole Board Grants Clemency" concede clemenza a Jimmy Fletcher Meders Board commutando la condanna a morte in ergastolo dopo 32 anni nel braccio della morte 

La vita del prigioniero è stata risparmiata poche ore prima della sua esecuzione programmata, avrebbe dovuto ricevere l'iniezione letale alle 19:00 di giovedì, ma la commutazione della sua pena, dallo stato della Georgia, è arrivata intorno alle 13:00.

Il Consiglio ha commutato in vita la condanna a morte senza possibilità di libertà condizionale. 

La decisione di concedere clemenza è nata da una riunione in cui sono stati esaminati e  considerati la domanda di clemenza, tutti i fatti e le circostanze del colpevole e il suo reato, nonché argomenti, testimonianze e opinioni a sostegno o contro la clemenza. 
Il Consiglio ha citato la mancanza di precedenti penali di Meders prima di commettere il reato, la commissione di una sola infrazione minore in oltre 30 anni nel braccio della morte.

Meders è stato condannato per l'omicidio nel 1987 della contea di Glynn di Don Anderson. 

ES 

Yemen, nel paese la guerra porta al collasso il sistema sanitario si teme una epidemia di dengue che ha ucciso già 78 bambini

Vatican News
Il sistema sanitario dello Yemen, Paese scosso dalla guerra iniziata nel 2015 e da una gravissima crisi umanitaria, è al collasso. Dopo quasi 5 anni di guerra civile, le città sono distrutte. 
Più di 3 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case. Le condizioni di vita nel Paese del Golfo sono sempre più drammatiche. Ricevendo lo scorso 9 gennaio i membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Papa Francesco ha ricordato che lo Yemen "vive una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della Comunità internazionale". Almeno 18 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile. 

Sono più di 24 milioni gli yemeniti, l’80% della popolazione, che necessitano di assistenza umanitaria.
Si teme un’epidemia di dengue


Nello Yemen continuano a diffondersi malattie prevenibili. Nel 2019 sono stati registrati 860 mila casi di colera. A causa di questa malattia, sono morte almeno 1000 persone. In questo drammatico contesto si aggiunge un'altra piaga: almeno 78 bambini sotto i 16 anni sono morti a causa della dengue. 

Lo rende noto l’organizzazione internazionale "Save the Children" sottolineando che, “davanti a numeri così drammatici”, il timore è quello di “una vera e propria epidemia”. In questo periodo, in particolare, le forti precipitazioni, associate al conflitto in corso, ostacolano la fornitura di acqua pulita.
Situazione critica negli ospedali

Le aree più colpite dalla dengue siano quelle di Hodeidah e Aden. Mariam Aldogani, direttrice di Save the Children a Hodeidah, riferisce che “i genitori non possono permettersi di portare i propri figli in ospedale o di acquistare medicine." "Gli ospedali - aggiunge - sono pieni e alcuni pazienti sono costretti a sdraiarsi a terra per la mancanza di letti. È davvero una situazione terribile, anche bambini di otto mesi sono stati colpiti dalla febbre dengue. In alcuni ospedali tutto ciò che puoi sentire sono i bambini che piangono per il dolore”.
Cosa è la dengue

La dengue è una malattia, con sintomatologia simil-influenzale, che colpisce i bambini, i giovani e gli adulti. È trasmessa dalla puntura di una zanzara infetta. È una complicazione potenzialmente letale. Si stima che 500.000 persone colpite da dengue, in prevalenza bambini, vengano ospedalizzate ogni anno.

Amedeo Lomonaco

Turchia. Prigioniera politica Nurcan Bakir si toglie la vita nel carcere di Burhaniye nei pressi di Mardin. Gesto per protestare contro la repressione nelle carceri.

Il Popolo Veneto
La prigioniera politica Nurcan Bakir (47 anni di età, in carcere da 28 anni e gravemente ammalata) si è tolta la vita in cella per protestare contro la repressione nelle carceri turche e denunciare le condizioni indegne in cui versano i detenuti.
 

Contro la sua volontà Nurcan era stata trasferita dal carcere femminile di Gezbe a quello speciale di Burhaniye, prigione chiusa di tipo T che sorge nei pressi di Mardin (provincia Balikesir, nella regione di Marmara). 

Una ritorsione – tale trasferimento – per la sua partecipazione allo sciopero della fame di massa indetto l’anno scorso per protestare contro l’isolamento totale imposto al leader curdo Ocalan. 

Al suo rilascio definitivo mancavano ancora due anni e lei si era quindi rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani affinché, date le sue condizioni di salute, potesse essere rilasciata prima. 

Nel suo ultimo contatto con familiari (una telefonata del giorno precedente) aveva detto di non voler “tacere di fronte alla repressione”, ma soprattutto di ricordare “ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati dal regime”.

Inizialmente il suo corpo era stato portato all’Istituto di Medicina Forense di Bursa e qui trattenuto in quanto pare mancassero alcuni documenti. 

Altri problemi dalla direzione del cimitero di Bursa che ha reso problematica (rifiuto di un mezzo di trasporto, proibizione di trasportarlo in aereo) la restituzione della salma alla famiglia. 

Nurkan Bakir verrà sepolta nel villaggio di Kayakdere (nel distretto Omerli di Mardin) dove nel pomeriggio di questo 16 gennaio i suoi parenti si stanno dirigendo trasportandone i resti con i propri mezzi. 

Seguiti e controllati da uno spiegamento di polizia. Sicuramente le forze dell’ordine cercheranno di impedire che la cerimonia funebre si svolga pubblicamente diventando un momento di lotta e protesta contro Erdogan.

venerdì 17 gennaio 2020

Nel caos in Libia i migranti detenuti nei lager ricattati per combattere nelle milizie come "carne da cannone". Si preferiscono sudanesi che parlano arabo.

GlobalistLa denuncia dell''Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati: si cercano soprattutto sudanesi che parlano arabo.

Non bastavano i tagliagole e i mercenari reclutati dalle due parti in guerra e dai loro sponsor esterni. Nel caos libico, s’inserisce ora un’altra pagina inquietante, vergognosa: o combatti, o ti ammazziamo. Il ricatto ai migranti. Le parti impegnate nel conflitto in Libia stanno usando i migranti come combattenti. 

Lo denuncia l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati. ''Abbiamo le prove, da parte di persone che si trovano nei centri di detenzione, che è stata offerta loro la proposta di restare lì per un periodo indefinito oppure di combattere al fronte'', ha detto alla Dpa il rappresentante speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel.


Ricatto mortale

Al momento, Cochetel dice di non essere in grado di dire quanti migranti abbiamo accettato l'offerta. ''Se decidono di farlo, viene data loro una uniforme, un fucile e vengono immediatamente portati nel mezzo della guerriglia urbana'', ha aggiunto.''Abbiamo visto che questi tentativi di reclutamento'' dei migranti ''riguardano prevalentemente i sudanesi - ha proseguito Cochetel - Riteniamo questa scelta motivata dal fatto che parlano arabo. Entrambe le parti'' in conflitto in Libia ''sono coinvolte'', ovvero le milizie fedeli al governo del premier libico Fayez al-Sarraj e l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.

Umberto De Giovannangeli

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Carola Rackete: "Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta persone in difficoltà". La Cassazione dà ragione alla ong che salva vite.

La Repubblica
Il tweet della comandante della Sea Watch 3 arrestata a giugno dello scorso anno per aver forzato il blocco agli sbarchi di Lampedusa. Respinto il ricorso dei pm di Agrigento. Il legale: "Avevamo ragione noi"

Anche la Corte di Cassazione dà ragione a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3 arrestata a giugno dello scorso anno dopo aver forzato il blocco delle motovedette della Guardia di finanza portando fino al molo di Lampedusa la nave umanitaria con il suo carico di migranti ormai in condizione di emergenza dopo i tanti giorni trascorsi in mare in attesa di quell'autorizzazione all'approdo che il Viminale si rifiutava di dare.
"La suprema Corte italiana ha confermato oggi che non avrei dovuto essere arrestata a giugno per aver salvato delle vite. Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui 'crimini di solidarietà' necessita di essere riformata", ha commentato Rackete su Twitter.
"La Rackete non andava arrestata", il verdetto della Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Agrigento che si era vista annullare l'ordine di arresto dalla gip Alessandra Vella secondo la quale la capitana aveva solo fatto il suo dovere, salvando vite umane e portandole nel porto sicuro più vicino. Motivazioni che, evidentemente, i supremi giudici hanno ritenuto fondate avendo respinto il ricorso dei pm. 

Le motivazioni del verdetto della Cassazione saranno depositate entro 30 giorni ma vale ricordare quelle dell'ordinanza di scarcerazione della gip Alessandra Vella che al reato contestato di resistenza a pubblico ufficiale fece prevalere la discriminante legata all'aver agito "adempiendo al dovere di salvare vite umane".

giovedì 16 gennaio 2020

Migranti. La Svizzera blocca l'espulsione di una donna nigeriana in Italia: "Con il Decreto Sicurezza non sono garantite assistenza e cure mediche di cui ha bisogno."

Corriere della Sera
"Col decreto Salvini assistenza non garantita". "L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.
Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti. 

Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.

Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.

Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".

Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.

Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.

"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".

1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.

Claudio Del Frate

martedì 14 gennaio 2020

Migranti "Decreto Sicurezza"- Rapporto Action Aid e Openpolis: "Nel 2019 40.000 senza protezione, e con le nuove regole le gare di appalto per gestione dei Centri andate deserte.

Il Dubbio
Rapporto "La sicurezza dell'esclusione", realizzato da Action Aid e Openpolis. Esplosione dell'emergenza degli irregolari e difficoltà del nuovo schema di capitolato di gara per i centri di accoglienza, con bandi andati deserti e ricorsi presentati da alcuni candidati. 
È ciò che emerge dal rapporto "La sicurezza dell'esclusione - Centri d'Italia 2019", realizzato da Action Aid e Openpolis che offre una prima valutazione dell'impatto delle politiche migratorie del primo governo Conte. Gran parte del lavoro di analisi, suddiviso in due parti, si sofferma sulle conseguenze che la legge sicurezza immigrazione sta producendo sul sistema d'accoglienza nel suo complesso, denunciando nel contempo quanto sia difficile raccogliere le informazioni necessarie per monitorare il sistema dell'accoglienza e le sue evoluzioni per un'assenza quasi totale di trasparenza

Indicazioni sul disfacimento complessivo di un sistema e delle tutele dei richiedenti asilo che già molti attivisti, enti del terzo settore e operatori coinvolti nel sistema d'accoglienza avevano ampiamente previsto e che i movimenti avevano cercato di contrastare con mobilitazioni territoriali e di carattere nazionale. Ma nonostante un ampio fermento sociale, la legge Salvini è ancora lì, e, a oggi, la sua abrogazione pare che non sia tra le priorità del governo 5stelle-Pd.
Secondo le stime del rapporto sono 40.000 le persone che si sono ritrovate irregolari nel 2019 a causa della soppressione della protezione umanitaria. E queste cifre sono inevitabilmente destinate ad aumentare nel 2020 poiché la legge ha generato una stretta anche nelle procedure e nei responsi delle Commissioni territoriali, sempre più restìe a concedere una forma di protezione. 
Del resto i rimpatri, che sembrerebbe un altro strumento di propaganda politica, sono stati nel 2018 circa 5.615. A questo ritmo si stima che per rimpatriare i 680mila cittadini stranieri irregolari servirebbero oltre 100 anni, senza contare il costo economico di una tale opinabile operazione.

Il rapporto si sofferma ampiamente anche sulle conseguenze delle nuove regole delle gare di appalto per la gestione dei centri. Regole "volute per razionalizzare il sistema e tagliare i costi e i servizi di inclusione, si scontrano con la difficoltà, anche di natura politica, dei gestori di farvi fronte e delle prefetture di applicarle. Diversi i bandi deserti, quelli ripetuti o che non riescono a coprire il fabbisogno dei posti nei centri".

Sempre secondo il rapporto è "un affare che attrae i gestori a carattere industriale, grandi soggetti privati anche esteri in grado di realizzare economie di scala, e allontana i piccoli con vocazione sociale e personale qualificato".

La seconda parte del rapporto, invece, approfondisce l'impatto del nuovo capitolato di gara (collegato al Decreto sicurezza) sul funzionamento della macchina dell'accoglienza. "Un provvedimento - si legge nel rapporto - che snatura il senso e il ruolo del sistema trasformando i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) in luoghi di desolata attesa e sospensione esistenziale piuttosto che di avvio all'integrazione".

Damiano Aliprandi