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martedì 7 aprile 2020

Mentre il mondo è travolto dal coronavirus, i migranti continuano a partire dall’Africa. 600 respinti in Libia violando le norme internazionali

La Stampa
La Alan Kurdi salva 68 persone su un barcone. Secondo Alarm Phone: 600 persone riportate in Libia a marzo 


Dal corrispondente da catania. Mentre l’attenzione di tutto il mondo era, ed è, rivolta verso l’emergenza coronavirus, nel mese di marzo almeno 600 persone avrebbero tentato la traversata del Mediterraneo centrale dalla Libia per poi essere riportati indietro. Lo sostiene Alarm Phone, l’organizzazione che gestisce le chiamate di soccorso dei migranti: «C’è chi ha ancora necessità di fuggire nonostante Covid-19 - ha twittato - e lo farà anche senza soccorso in mare. Temiamo che più vite siano a rischio nel Mediterraneo con il miglioramento del meteo». 

Alarm Phone scrive «intercettati e respinti» ma non dice chi abbia riportato in Libia i migranti, se la Guardia costiera libica oppure navi mercantili di passaggio che, senza l’attenzione dei mesi scorsi sul fenomeno migrazioni nel Mediterraneo centrale, possono aver eseguito nel silenzio l’ordine di riportarli indietro anche se questo non è consentito dai trattati internazionali.

D’altronde appena questa mattina la Alan Kurdi, arrivata solo ieri in quel tratto di mare, ha compiuto il salvataggio di 68 migranti che erano su un barcone in legno «inadatto», come ha scritto la Ong tedesca Sea-eye che gestisce la nave, partita a inizio della scorsa settimana dalla base in Spagna. Secondo Sea-eye, «le forze libiche hanno interrotto il salvataggio e sparato colpi e molti dei migranti sono saltati in acqua», anche se poi ha specificato che «tutte le persone sono ora al sicuro a bordo». 

Nei giorni scorsi il governo italiano avrebbe avvertito quello tedesco che, in caso di soccorsi da parte della Ong, l’Italia non si sarebbe fatto carico dei migranti. La Alan Kurdi è l’unica nave umanitaria presente nella zona Sar (di ricerca e soccorso) davanti alla Libia. Tutte le altre Ong hanno infatti sospeso le operazioni in mare, per questioni di sicurezza ma anche per poter rischierare medici e volontari sul «fronte» del coronavirus in diversi paesi europei, soprattutto in Italia e Spagna.

In serata, 36 migranti sono arrivati autonomamente a Lampedusa. Erano su una barca proveniente dalla Tunisia. Il sindaco dell'isola, Totò Martello, ha subito firmato un'ordinanza per metterli tutti in quarantena nell'hotspot di contrada Imbriacola. Tra le persone arrivate ci sono anche 11 donne di cui due in gravidanza. L'ultimo sbarco a Lampedusa risale alla metà di marzo.

La pandemia non sta risparmiando nemmeno i Paesi della sponda sud del Mediterraneo: in Libia finora sono stati accertati 18 casi con un decesso, 574 i casi in Tunisia con 22 decessi, 1320 in Algeria con 152 decessi, 1113 in Marocco con 71 decessi. 

Proprio in Marocco si registra oggi il tentativo di fuga verso l’enclave spagnola di Melilla di circa 260 migranti. Una cinquantina è riuscita a scavalcare le barriere e ad entrare in territorio spagnolo, quindi europeo, nella speranza di poter così più facilmente raggiungere il vecchio Continente, per nulla intimoriti dalla grave crisi sanitaria in corso.

lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus, OMS: “Imminente aumento contagi in Africa, 54 paesi africani chiudono le frontiere ma occorre aprire corridoi umanitari per far entrare aiuti"

MeteoWeb
Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo coronavirus.



Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.
Ghebreyesus ha chiesto ai capi di Stato africani di aprire corridoi umanitari per consegnare forniture mediche indispensabili.

Oltre la metà dei 54 Paesi africani ha chiuso confini di terra, aria e mare per arginare la diffusione del nuovo Coronavirus, ma ciò ostacola le spedizioni. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito di un “imminente aumento” dei casi di contagio del nuovo Coronavirus in Africa.

Nei Paesi del continente sono 313 i decessi, 29 in più rispetto ai dati di ieri, e 7.741 i casi di contagio in 50 Stati, secondo il Centro di controllo delle malattie dell’Unione Africana.
Aumenta il numero dei guariti: sono 640 rispetto ai 561 di ieri.

Primo Paese per numero di vittime resta l’Algeria, con gli 83 decessi già confermati dai dati di ieri. Il più colpito, il Sudafrica: qui si contano nove morti e 1.505 casi. Oltre ad Algeria e Sudafrica ci sono altri 27 i Paesi del continente in cui si registrano vittime: Egitto (66), Marocco (48), Burkina Faso (16), Tunisia (18), Repubblica democratica del Congo (16), Camerun (8), Mauritius (7), Ghana (5), Niger (5), Nigeria (4), Kenya (4), Congo (3), Mali (3), Togo (3), Angola (2), Sudan (2), Gabon (1), Libia (1), Botswana (1), Gambia (1), Zimbabwe (1), Zambia (1), Costa d’Avorio (1), Capo Verde (1), Senegal (1), Tanzania (1) e Mauritania (1).

Apocalisse in Yemen - Guerra, carestia, colera e ora anche l'incubo Covid-19.

Globalist
Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa).


Guerra, carestia, colera. Ed ora, Coronavirus. In una parola: Yemen. Una catastrofe che dura da oltre cinque anni, con la complicità di potenze regionali (Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) e le armi vendute dagli Usa e dall’Europa (Italia compresa). Nella Giornata internazionale delle coscienze indetta dall’Onu, ricordare l’apocalisse yemenita è un dovere per quanti, anche nel modo della comunicazione, una coscienza l’hanno ancora. A guidarci nell’inferno yemenita è una delle Ong internazionali più attente e attive nel monitorare la situazione in Yemen: Oxfam, il cui ultimo rapporto traccia un quadro dettagliato dell’apocalisse yemenita



Apocalisse Yemen
La guerra. Il conflitto in Yemen dura ormai da cinque anni, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 12.366 vittime civili, tra il 26 marzo 2015 e il 7 marzo di quest’anno e oltre 100 mila vittime totali. Oltre 4 milioni di sfollati interni sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo.

Il Coronavirus. L’Oms ha da poco attivato un numero verde per informare la popolazione yemenita sull’emergenza, predisponendosi a mandare aiuti immediati. In un contesto umanitario non dissimile da quello siriano, dove si è registrato il primo caso ufficiale di Covid1-9.

Il colera. Da inizio anno sono più di 56 mila le persone contagiate e oltre 2,2 milioni dal 2017: si tratta della più grave epidemia del mondo, aggravata dal collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture idriche. Inoltre il numero di contagi potrebbe aumentare con l’arrivo della stagione delle piogge in aprile.

La carestia. Più di 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. 2 milioni di bambini e 1,4 milioni di donne in gravidanza soffrono di malnutrizione acuta. 24,1 milioni di persone su 30,5 dipendono dagli aiuti umanitari. I prezzi dei beni alimentari sono saliti in media del 47%.

L’isolamento. Le vite di 22 milioni di persone saranno in pericolo se non aumentano le importazioni di cibo, carburante, medicine: il blocco delle importazioni deve essere permanentemente eliminato. Anche il prezzo del petrolio è aumentato enormemente: il prezzo medio al litro è salito del 280% da quando il conflitto è iniziato.

L’infanzia negata. I bambini subiscono l’impatto peggiore del conflitto e, con il proseguire dei combattimenti, il loro futuro appare sempre più tetro. Più di 1.600 scuole sono state distrutte, e fame e debiti spingono molte bambine – anche sotto i 10 anni – verso i matrimoni precoci: nel Governatorato di Amran nel nord del Paese, ad esempio, tante famiglie stremate, rimaste senza cibo e senza una casa, arrivano al punto di dare in matrimonio figlie anche piccolissime, in un caso anche di tre anni, per poter comprare cibo e salvare il resto della famiglia.

Emergenza idrica e sanitaria. Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Le scorte di medicine e materiali sanitari si stanno esaurendo.

La situazione a Hodeidah. Oltre 80.000 persone sono state già costrette ad abbandonare la più grande città portuale dello Yemen, in completo assetto da guerra con truppe schierate, trincee e barricate. Le vittime tra i civili rimasti intrappolati in città continuano ad aumentare, e la popolazione non ha la minima possibilità di fuggire o ottenere assistenza medica.
“Se in Italia il Coronavirus sta provocando la più grave emergenza sanitaria ed economica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non riusciamo davvero ad immaginare le conseguenze del contagio in un Paese distrutto e poverissimo come lo Yemen 
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Nel caso in cui il Covid-19 dovesse diffondersi in Yemen assisteremmo alla peggiore catastrofe umanitaria del secolo”: a lanciare l’allarme è Abdulrahman Jaloud, direttore di “Yemeni Archive”, associazione umanitaria che riunisce attivisti per i diritti umani, giornalisti, tecnici impegnati a documentare le violazioni e i crimini compiuti da tutte le parti in lotta nel Paese dove infuria una guerra da oltre sei anni.
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Yemen, per non dimenticare. E per dimostrare che siamo capaci ri “restare umani”.

Umberto De Giovannangeli

domenica 5 aprile 2020

Coronavirus - Anziani - Marco Impagliazzo: "Tsumani nei luoghi di cura e assistenza spazza via una generazione. Più reti familiari e solidali, meno istituti."

Avvenire
È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo...».
Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di 'naturale' in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
[...]
È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità. Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di 'scarto' (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. 


Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi! Per il futuro se ne dovrà tenere conto.
[...]
Marco Impagliazzo
 

India - Abbandonati nei campi profughi rohingya la fame fa più paura del coronavirus e le norme igieniche sono scarse o inesistenti

Internazionale
Din Mohammad sta facendo tutto il possibile per mantenere in salute la sua famiglia e gli altri rifugiati rohingya nelle tre settimane di isolamento e blocco delle attività imposti dal governo indiano per contrastare il coronavirus. 

Nell’ultima settimana Mohammad, che ha 59 anni e vive con la moglie e i cinque figli nel campo profughi di Madanpur Khadar, a New Delhi, ha fatto il giro delle baracche per assicurarsi che le persone rispettino il distanziamento sociale e tengano pulite le loro misere abitazioni fatte di assi di legno e teli cerati.

Tuttavia sa che queste misure sono difficili da mettere in atto in campi profughi affollati come il loro, dove le persone vivono in condizioni soffocanti, senza accesso a servizi essenziali come i bagni e l’acqua pulita. “Siamo seduti su una polveriera”, dice. “Non ci metterà molto a esplodere”. 

Circa 40mila musulmani rohingya vivono in diversi campi profughi in India. Si trovano soli a combattere la pandemia da coronavirus, che temono diventi per loro una catastrofe umanitaria.

Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato un rigido lockdown, che riguarda 1,3 miliardi di indiani, per impedire la diffusione del virus. Ma la sua decisione ha subito avuto conseguenze tragiche perché ha costretto decine di migliaia di lavoratori irregolari a scappare a piedi dalle città. Alcuni sono morti.

Il timore di un’epidemia nei campi
Circa cento chilometri a sud della capitale, quattrocento famiglie rohingya vivono in un campo profughi della provincia di Nuh, nello stato di Haryana. Per loro il sapone è un lusso, figurarsi l’acquisto di mascherine e prodotti igienizzanti.

Sono tutti preoccupati per il virus ma possono fare poco per proteggersi. Le loro baracche sono addossate le une alle altre, cosa che rende impossibile mantenere le distanze. In generale l’igiene è scarsa, i bagni sono sporchi e l’accesso ai servizi sanitari è limitato. Jaffar Ullah, un insegnante d’informatica di 29 anni, vive in una delle baracche. Alcuni giorni fa ha finito la sua ultima saponetta. Non gli è rimasto niente per lavarsi le mani.

“In questa baraccopoli poche famiglie hanno il sapone, ma la maggior parte non può permettersi di comprarlo”, spiega. Le autorità hanno inviato degli addetti a irrorare di disinfettante i quartieri residenziali, ma non le baraccopoli. Negli ultimi giorni secondo Jaffar Ullah sono aumentati i casi di febbre tra gli abitanti dello slum. “Non so se si tratti di coronavirus o no”, osserva, “ma le persone sono terrorizzate. Non possono andare in ospedale perché gli ambulatori sono chiusi. Nessuno dall’amministrazione locale è venuto a controllare”.
I prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali

Molti ospedali hanno sospeso le attività ambulatoriali il 25 marzo. La Rohingya human rights initiative (Rohringya), un’organizzazione non profit con sede a New Delhi, ha intervistato 334 persone che vivono nel campo di Madanpur Khadar, e ha riscontrato che 37 mostravano sintomi simili a quelli del nuovo coronavirus, tra cui febbre, tosse e secrezioni nasali.

“Esiste un rischio serio che il nuovo coronavirus si diffonda nelle baraccopoli dei profughi rohingya”, ha dichiarato Sabber Kyaw Min, di Rohringya. “Il governo indiano sta proteggendo i suoi cittadini, mentre le organizzazioni internazionali come l’Unhcr si sono voltate dall’altra parte. Siamo stati lasciati soli a combattere la pandemia”.

Ridotti alla fame
L’ufficio dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a New Delhi nega di aver tardato a rispondere e dichiara di monitorare la situazione coordinandosi con le associazioni locali. “Ci stiamo lavorando molto. Nelle ultime settimane abbiamo organizzato diversi progetti di sensibilizzazione sul Covid-19 nelle baraccopoli”, ha detto Kiri Atri, responsabile delle relazioni esterne dell’Unhcr. “Da oggi cominceremo a distribuire kit per l’igiene personale contenenti delle saponette, mentre le mascherine saranno fornite sulla base di una valutazione caso per caso”.

Badar Alam, del campo profughi di Nuh, lavorava a giornata in un cantiere, ma a causa delle nuove misure per contrastare l’epidemia ha dovuto smettere. L’uomo, 31 anni, sostiene che la sua famiglia, composta da sua moglie e tre bambini, non mangia un pasto come si deve da una settimana. Ad Alam restano due chili di riso, 250 grammi di lenticchie e 250 rupie in tasca (l’equivalente di 3 dollari), e nessuna prospettiva di lavorare per almeno altre due settimane. “Cosa darò da mangiare ai miei figli? Pietre?”, chiede.

Raqib Hameed Naik, Al Jazeera, Qatar

giovedì 2 aprile 2020

Coronavirus - Bologna, prima vittima tra i detenuti. Dal 26 marzo agli arresti domiciliari in ospedale

Il Resto del Carlino
È morto all'ospedale Sant'Orsola di Bologna un detenuto positivo al Coronavirus, Vincenzo Sucato, 76 anni. E' la prima vittima tra i reclusi. A quanto si apprende da fonti penitenziarie l'uomo era agli arresti domiciliari nel nosocomio. 


È stato ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie e aveva anche difficoltà respiratorie. Entrato in ospedale, dunque, non come paziente Covid-19, è stato comunque sottoposto a tampone, risultando positivo.

La notizia era stata anticipata dal sindacato Uilpa, poi la conferma è arrivata anche dal Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), spiegando che l'uomo, di origini siciliane, non era più in carico al carcere bolognese dove era stato recluso.

Sucato era stato ricoverato nell'unità di medicina d'urgenza del policlinico Sant'Orsola, e poi, sottoposto al tampone, era risultato positivo. L'autorità giudiziaria competente gli aveva concesso gli arresti domiciliari all'ospedale.

"Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui", spiega all'Ansa
Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna.

mercoledì 1 aprile 2020

Coronavirus - Regno Unito - Estesi automaticamente di un anno i visti in scadenza per la Brexit per medici, infermieri stranieri e paramedici che stanno combattendo il Covid-19. Provvedimento valido anche per le loro famiglie

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Regno Unito estende a medici, infermieri e paramedici stranieri i loro visti che sarebbero scaduti nel 2020 in modo che possano "concentrarsi sulla lotta contro il coronavirus".



L'estensione si applicherà a circa 2.800 migranti lavoratori nella sanità dei migranti che lavorano per il SSN e che hanno visti di lavoro nel Regno Unito che dovrebbero scadere prima del 1° ottobre.

Saranno rinnovati automaticamente per un anno gratuitamente in modo da poter continuare a lavorare nel paese, ha affermato il Ministero degli Interni.
Le modifiche si applicheranno anche ai loro familiari.

Sono state inoltre revocate le restrizioni sul numero di ore settimanali che gli studenti medici e infermieri stranieri possono lavorare per il SSN.

Verranno inoltre prorogate le scadenze per gli infermieri stranieri registrati per superare i test di abilitazione in modo che abbiano più tempo per sostenere gli esami mentre lavorano in prima linea.

L'"Home Secretary" Priti Patel ha dichiarato: "Medici, infermieri e paramedici originari da paesi stranieri da tutto il mondo stanno svolgendo un ruolo di primo piano negli sforzi del SSN per combattere il coronavirus e salvare vite umane".
Ha aggiunto: "Dobbiamo loro molta gratitudine per tutto ciò che fanno e non voglio distrarli dalle procedure di rinnovo del visto. Ecco perché ho esteso automaticamente i loro visti - gratuitamente - per un ulteriore anno."

ES

Fonte: ITV