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martedì 29 settembre 2020

Segnali positivi nella guerra in Yemen - Scambio di 1081 prigionieri tra il governo yemenita a guida saudita e gli Houthi

Blog Diritti Umani - Human Rights

Il governo yemenita, sostenuto da una coalizione militare a guida saudita, e il movimento Houthi hanno firmato un accordo per scambiare circa 15.000 detenuti.


Le due parti ora libereranno 1.081 detenuti e prigionieri, ha detto Griffiths in un briefing congiunto con il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) dopo gli inceri che si sono protratti per 10 giorni del comitato per lo scambio di prigionieri tenutasi nel villaggio svizzero di Glion presso il Lago di Ginevra.

Fonti Houthi hanno affermato che i ribelli avrebbero rilasciato 400 persone, tra cui 15 sauditi e quattro sudanesi, mentre la coalizione avrebbe liberato 681 combattenti Houthi nel più grande scambio dai colloqui di pace a Stoccolma nel dicembre 2018

Fonte: Aljazeera.com - Yemen gov’t, Houthis agree to exchange over 1,000 prisoners

ES

domenica 27 settembre 2020

"Giornata mondiale del migrante" e in questa settimana, cinque naufragi: 200 migranti morti in un mare di indifferenza

Avvenire
Nel più tragico solo in 9 su 120 si sono salvati. Distrutta anche un'intera famiglia con quattro figli. E la Libia è sempre più inaffidabile


Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti lungo la rotta dalla Libia all’Europa. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile, e da un’Europa che promette solidarietà, ma continua a cooperare con le autorità di Tripoli, niente affatto estranee alla continua mattanza.

Dei cinque naufragi segnalati negli ultimi giorni, il più grave è avvenuto il 21 settembre e si è saputo solo oggi, sabato: 111 morti. «Solo 9 delle 120 persone sono vive, soccorse da un pescatore dopo giorni in mare. Con i sopravvissuti stiamo ricostruendo gli eventi. Serve assistenza medica urgente», scrive su Twitter Alarm Phone.

«Tra le vittime ci sono Oumar, Fatima e i loro 4 figli» aggiunge l’organizzazione che raccoglie le chiamate d’emergenza in tutto il Mediterraneo. Segnalazioni di altri naufragi sono arrivati anche da Cipro e dall’Algeria.

Nella notte tra venerdì e sabato «120 migranti riportati in Libia hanno riferito allo staff dell’Oim che 15 persone sono annegate quando il loro gommone ha iniziato a sgonfiarsi», conferma Safa Msehli, portavoce dell’agenzia Onu per le migrazioni.

Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr-Acnur) al 23 settembre 8.247 persone sono state registrate come intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica.

La gran parte viene portata nei campi di prigionia ufficiali, dove poi molti vengono fatti sparire. Il 15 settembre, votando il rinnovo della missione Onu in Libia, il Consiglio di sicurezza ha espresso «grave preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria» e per la situazione «affrontata da migranti, rifugiati e sfollati interni, inclusa la loro esposizione alla violenza sessuale e di genere».

Nello Scavo

sabato 26 settembre 2020

Migranti, "Tra la vita e la morte": nuove prove delle violenze contro rifugiati nelle prigioni della Libia nel "Report" di Amnesty

La Repubblica
Nuovo rapporto di Amnesty international sulle violazioni dei diritti umani nelle carceri libiche. La pubblicazione il giorno successivo all’annuncio dell'UE di nuovo “patto sull’immigrazione”


Un nuovo rapporto di Amnesty international ribadisce le violazioni dei diritti umani che proseguono nelle carceri libiche. Il rapporto si chiama “Tra la vita e la morte” e viene pubblicato da Amnesty International il giorno dopo l’annuncio della Commissione Europea del suo nuovo “patto sull’immigrazione”, che non porta novità positive.

Il documento della Commissione, infatti, baserà il controllo dei flussi migratori su una cooperazione ancora più stretta con gli stati esterni all’Unione Europea ed è criticato da molte associazioni, operatori e operatrici umanitari.

Cosa succede in Libia. Nel rapporto di Amnesty si leggono resoconti agghiaccianti di migranti e rifugiati vittime o spettatori di torture, sparizioni, uccisioni, sfruttamento di altri esseri umani da parte di attori statali e non statali, come milizie, gruppi armati e trafficanti. “Nonostante le evidenze, anche quest’anno l’Unione Europea sta portando avanti politiche che intrappolano decine di migliaia di uomini, donne e bambini in un circolo vizioso di crudeltà, dimostrando disprezzo per le loro vite e la loro dignità” afferma amareggiata Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty per il Medio oriente e nord Africa.

Bloccare la collaborazione con le autorità libiche. Dal 2016, gli stati membri dell’UE tra cui l’Italia collaborano con la Libia attraverso fornitura di imbarcazioni veloci, formazione e assistenza nel coordinamento delle operazioni in mare, per far sì che chi intraprende il viaggio verso l’Europa sia intercettato e riportato indietro, aggirando così il divieto internazionale di respingimento. Si stima che dal 2016 siano state riportate in Libia 60.000 persone, più di 8.000 solo nel 2020.

Comandante della guardia costiera con mandato di arresto. Nel rapporto si legge di persone ricercate per crimini umanitari. Tra queste, Abdelrahman Milad, detto “al-Bija”, comandante della guardia costiera presso la città portuale di Al-Zawiya. Il suo nome figura nella lista di persone sottoposte a sanzioni da parte dell’ONU per il suo coinvolgimento nel traffico di esseri umani. Non ci sono alternative legali alla traversata in mare. 
Al momento, i programmi di evacuazione e reinsediamento non bastano ad assicurare un’uscita legale e sicura dalla Libia. Poco più di 5700 rifugiati in condizione di vulnerabilità ha beneficiato di questi programmi all’11 settembre 2020.

Il sistema attuale non funziona: ce ne vuole uno diverso. “Siamo pronti ad attraversare il mare. Non c’è alcuna evacuazione, alcun reinsediamento. I rifugiati in Libia sono in pericolo. 

Siamo tra la vita e la morte”, ha dichiarato ad agosto un rifugiato ad Amnesty International. Pandemia, razzismo e discriminazione. La pandemia ha esacerbato il razzismo e sempre di più i migranti sono accusati di aver diffuso il virus nel Paese, e si chiede la loro espulsione. 

Le ricerche di Amnesty hanno rivelato che nel 2020 le autorità che controllano la Libia orientale hanno espulso oltre 5000 rifugiati e migranti senza un giusto processo e senza che potessero contestare il provvedimento. L’accusa per tutti era quella di essere “veicoli di malattie contagiose”. 

In un caso evidente di discriminazione, un gruppo armato ha impedito a un pullman di entrare nella città sudorientale di Kufra, fino a quando non ne fossero scesi tre cittadini del Ciad. 

Questi sono stati costretti a fare il tampone e sono stati poi lasciati nel deserto fuori dalla città. I restanti passeggeri, tutti di nazionalità libica, hanno potuto procedere senza essere sottoposti ad alcun test.

Flavia Carlorecchio

Usa, Indiana - Pena di morte - Ucciso Christopher Vialva, 40 anni per un delitto commesso a 19 anni.

TGCom24
Christopher Vialva, 40 anni, era stato condannato per un duplice omicidio commesso nel 1999, quando aveva 19 anni.

Christopher Vialva, 40 anni

Il detenuto Christopher Vialva, 40 anni, è stato ucciso con una iniezione letale in una prigione governativa americana a Terre Haute, in Indiana. E' la settima volta che la pena di morte federale viene eseguita negli Stati Uniti da luglio e la prima volta su un detenuto afroamericano da quando è stata ripristinata dall'amministrazione Trump. 

Uccise da adolescente - Dopo 70 anni negli Stati Uniti un detenuto viene condannato a morte per crimini commessi da adolescente, a più di vent'anni di distanza. 

E ora l'America si interroga: Christopher Valva era ancora lo stesso criminale capace di uccidere una giovane coppia a sangue freddo oppure era un uomo cambiato e pentito dopo la prigionia? 

Lisa Brown, la madre di Valva, è convinta che suo figlio fosse una persona nuova: "Mio figlio vuole che sappiate che è profondamente pentito per il dolore che ha causato", ha detto rivolgendosi alla famiglia delle vittime. Ma le suppliche della donna non sono servite ad evitare la pena capitale.

giovedì 24 settembre 2020

Le fiamme di Lesbo risveglino le coscienze - Serve un'intesa fra Ue, singole nazioni, Chiese e Ong per risolvere un dramma alle porte del continente - di Andrea Riccardi

Famiglia Cristiana 

Il campo di Moria nell'isola di Lesbo è bruciato. Ci sono solo rovine. Ben 13.000 profughi sono sulla strada. Girano laceri, senza ricovero e affamati. Conosco Moria, un campo incredibile: tra l'altro era circondato da una selva di tende "provvisorie", destinate a durare a lungo, sotto il grande caldo estivo e il vento sferzante d'inverno. 


Il primo lembo d'Europa, toccato da migliaia e migliaia di persone, dopo viaggi incredibili dall'Afghanistan, dalla Siria, dai Paesi africani e altrove. L'Europa sfugge però dalle loro mani, proprio mentre vi pongono i piedi. Lesbo, con i suoi campi, è un muro: l'Europa sta lì, ma non possono entrarci. In questa posizione passano mesi e talvolta anni, un tempo senza fine, mentre cresce la disperazione.

Quest'estate - anche a causa del Covid-19 - le misure sono state più severe. Il clima è divenuto più teso con una parte degli abitanti dell'isola (di cui non va dimenticata l'accoglienza all'inizio e anche una bonarietà diffusa).

La pandemia ha peggiorato la situazione. Il campo di 13.000 profughi è non lontano dalla città di Mitilene, con 37.000 abitanti. Si capiscono le tensioni. Sono cresciuti i gruppi sovranisti ostili ai migranti. Qualche volta ci sono state manifestazioni dure, come proibire loro di fare il bagno in mare o altro. Anche qualche piccolo incendio non lontano dal campo.

Quando nel 2018, dopo un mio viaggio a Lesbo, parlai della desolazione umana dei campi a papa Francesco, richiamando la sua visita del 2016, il suo volto si segnò di dolore: «Non basta una visita, bisogna far di più!» disse. Nel 2016 era tornato a Roma con una ventina di rifugiati. La sua presenza mise in luce che c'era una frontiera europea del dolore.

La Comunità di Sant'Egidio ha passato l'estate a Mitilene con i profughi: scuola, studio dell'inglese, cibo, feste, incontri, colloqui per identificare le prospettive del futuro... Questo è avvenuto a fianco dell'apertura di due corridoi umanitari che hanno portato in Italia alcuni di loro: una sessantina di persone. Il presidente Macron ne ha disposto un altro per una trentina. La Germania andrà a prendere una trentina di rifugiati e, dopo l'incendio, ne accoglierà altri. L'arcivescovo del Lussemburgo ha accolto due famiglie e, come presidente della COMECE, che riunisce le Chiese cattoliche nell'UE, ha sollecitato le conferenze episcopali a farsi carico del dramma di Lesbo.

Le fiamme, però, risvegliano le istituzioni di ogni tipo, addormentate o distratte di fronte al dramma alle porte dell'Europa. Quello di Lesbo sembra un incendio appiccato volontariamente. Da chi? Per ora non si sa. Potrebbero essere alcuni ospiti del campo. Forse ci sono interessi oscuri. O solo rabbia. Ma è l'esito scontato di una situazione impossibile. La questione è scoppiata.
Ci vuole un'alleanza di "volenterosi" per rimediare a una situazione incancrenita: Unione Europea, singoli Stati, Chiese, organizzazioni umanitarie e tant'altro. Non si può scaricare il problema sulla Grecia né attendere un altro incendio. 
Ma già si delineano alcuni no da parte dei Paesi dell'Est e dell'Austria.

Come possiamo continuare a chiamarci europei, quando tanto dolore si accalca alle nostre frontiere e ci voltiamo dall'altra parte?

Andrea Riccardi

martedì 22 settembre 2020

Somalia - Spose bambine - Disegno di legge che consente matrimoni precoci e le unioni forzate dopo violenza sessuale

GreenMe
Non si arrestano le proteste in Somalia dopo che il Parlamento sta valutando un disegno di legge che consentirebbe il matrimonio precoce una volta che gli organi sessuali di una bambina saranno sviluppati e consentirebbe, post violenza sessuale, l’unione forzata se la famiglia darà il proprio consenso.


Anni di battaglie per garantire maggiori diritti alle donne e poi una proposta che annullerebbe tutto. La Somalia rimane uno dei paesi più conservatori al mondo e il nuovo progetto di legge sui crimini legati ai rapporti sessuali “rappresenterebbe una grave battuta d’arresto nella lotta contro la violenza sessuale in Somalia e in tutto il mondo” e dovrebbe essere ritirato immediatamente, ha detto in una dichiarazione il rappresentante speciale delle Nazioni Unite Pramila Patten.

Secondo un’analisi delle Nazioni Unite tra il 2014 e il 2015, più del 45% delle bambine in Somalia si sono sposate prima dei 18 anni.
Nel 2013, il paese aveva promesso di migliorare la condizione delle donne, ma in tema di reati sessuali nessun disegno di legge è mai stato approvato.Il nuovo disegno di legge “rischia di legittimare i matrimoni precoci tra le altre pratiche allarmanti, e questo deve essere impedito”, ha detto Michelle Bachelet, capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, avvertendo che la sua approvazione “manderebbe un segnale preoccupante agli altri stati della regione”.

Per questo, migliaia di persone protestano e hanno lanciato anche una petizione locale. Il nuovo controverso disegno di legge arriva mentre i gruppi per i diritti delle donne si preoccupano apertamente che la pandemia di coronavirus e le relative restrizioni ai viaggi in Somalia abbiano peggiorato la violenza contro le donne e le mutilazioni genitali femminili. Quasi tutte le donne e le ragazze somale sono state sottoposte a tale pratica.

Circa il 68% delle oltre 300 organizzazioni che opera nel paese, ha segnalato un aumento della violenza di genere, compreso lo stupro, dall’inizio della pandemia. Quasi un terzo degli intervistati ha affermato di ritenere che i matrimoni precoci siano aumentati in parte a causa delle pressioni economiche e in parte perché le scuole sono state chiuse, senza dimenticare che con l’accesso limitato alle strutture sanitarie, i rischi per la salute delle donne sono altissimi.

Fonte: AP

domenica 20 settembre 2020

Bielorussia - L'associazione per i diritti umani VESNA riferisce che sabato a Minsk, sono stati arrestati 316 manifestanti in maggior parte donne.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il centro bielorusso per i diritti umani Vesna ha riferito che sabato le forze dell'ordine hanno arrestato almeno 316 partecipanti alla manifestazione dell'opposizione, la maggior parte di loro sono donne.

Il centro ha pubblicato un elenco di nomi sul suo sito aggiungendo che le informazioni sono in fase di aggiornamento.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, una delle detenute, Inna Romashevskaya, è un'impiegata presso l'ambasciata britannica a Minsk, ma non ci sono informazioni sul suo status di immunità.

Vesna ha detto che la polizia ha già rilasciato Nina Baginskaya, un'anziana attivista dell'opposizione.

Fonte: TASS