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lunedì 17 ottobre 2022

La Grecia denuncia all'ONU di aver accolto 92 migranti completamente nudi provenienti dalla frontiera con la Turchia

Ansa Med
Il ministro greco per l'Immigrazione, Notis Mitarakis, ha annunciato che incontrerà lunedì prossimo il Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per sottoporre alla sua attenzione il caso dei 92 migranti che sono stati recuperati dalle autorità greche, spogliati interamente dei loro vestiti, venerdì scorso lungo il fiume Evros, nella regione greca della Tracia al confine con la Turchia.

Mitarakis ha annunciato l'incontro durante un'intervista con la televisione greca Skai, e ha aggiunto di avere già informato la Commissione europea a proposito della vicenda. 
"La Turchia si è trovata in una posizione molto difficile, poiché le 92 persone sono state trovate da Frontex, che ha confermato l'incidente" ha dichiarato Mitarakis, aggiungendo: "Queste persone, purtroppo, sono state sottoposte a trattamenti degradanti in Turchia. Ora sono in territorio greco e saranno trasferiti al Centro di registrazione di Fylakio".

In base a quanto dichiarato dalle autorità greche, i 92 migranti, tutti uomini principalmente di origine afghana e siriana, hanno testimoniato di essere stati condotti al confine da tre camionette della Guardia di frontiera turca. Ankara, a sua volta, nega ogni coinvolgimento nella vicenda e accusa la Grecia di violare sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo con la collaborazione di Frontex.

Nella sua intervista, il ministro Mitarakis ha definito concreto il rischio che la Turchia strumentalizzi i flussi migratori per mettere in difficoltà la Grecia. "Nonostante la pressione a cui siamo sottoposti, quest'anno registriamo il secondo numero più basso di arrivi che si è verificato negli ultimi dieci anni" ha annunciato il ministro. 

"Per avere un'idea, nel 2015 è entrato nel nostro Paese circa 1 milione di persone, nel 2019 72.000, l'anno scorso 8.500 e quest'anno 11.000" ha spiegato Mitarachis, aggiungendo che delle 121 strutture di accoglienza operative in Grecia, ne sono rimaste solo 34.

giovedì 3 febbraio 2022

Orrore al confine Grecia-Turchia. 22 rifugiati respinti dalla Grecia privandoli di abiti pesanti e scarpe, in 12 muoiono di freddo

Avvenire
La denuncia del ministro dell’Interno Soylu: li hanno rimandati indietro senza scarpe né vestiti. Erdogan attacca l’Ue: «Insensibile di fronte a chi fugge per salvarsi»


Li hanno trovati nel villaggio turco di Pasakoy. Dodici corpi privi di scarpe e vestiti, stesi sul terreno a meno di dieci chilometri dalla frontiera greca, da sette anni porta principale della “fortezza Europa”. Là, giorno dopo giorno, sfilano, nascosti nella boscaglia, uomini, donne, bambini in fuga dal Medio Oriente o dall’Asia in fiamme. Obiettivo: attraversare il fiume Evros, in bilico tra Turchia e Grecia, e varcare la soglia del Vecchio Continente. La gran parte delle volte non ci riesce.

Come i dodici di Pasakoy, nel distretto di Ipsala, nell’Edirne. Secondo le autorità turche, le vittime facevano parte di un gruppo più ampio, di ventidue persone. 


Il ministro dell’Interno Suleyman Soylu ha denunciato sui social che i profughi sarebbero riusciti a raggiungere la Grecia ma sarebbero stati bloccati e ricacciati indietro della guardie di confine. Non prima, però, di essere privati dei pochi averi, inclusi gli indumenti indispensabili per proteggersi dal freddo che, dunque, li ha stroncati. Quando la polizia di Ankara li ha trovati, undici erano già morti congelati. Il dodicesimo si è spento poco dopo in ospedale. 
«Ancora una volta, l’Europa si è dimostrata priva di soluzioni, debole e insensibile», ha tuonato Soylu che non ha precisato la nazionalità, il genere o l’età dei profughi.

Dalle foto, diffuse dallo stesso ministro su Twitter, uno sembra un ragazzino. Gli ha fatto subito eco il capo della Comunicazione del governo turco, Fahrettin Altun, che ha definito l’Unione Europea «complice » di Atene. Bruxelles «non sa cosa significhi accogliere chi cerca di salvarsi la vita», ha affermato il presidente Recep Tayyp Erdogan. 

La Grecia, da parte sua, non ha risposto alle accuse, per altro non nuove. Da tempo Ankara, che ha chiesto più fondi all’Ue per i profughi, sostiene che Atene faccia respingimenti sistematici. Una pratica illegale perché impedisce loro di presentare richiesta di asilo, come garantito dal diritto internazionale. Affermazioni confermate da vari attivisti e associazioni.

Appena tre settimane fa, l’Aegean monitor reporter ha rivelato l’espulsione di oltre 26mila profughi in due anni dalla guardia costiera greca lungo la rotta dell’Egeo. È di poco tempo fa, inoltre, la vicenda dell’interprete di Frontex scambiato per migrante e ricacciato in Turchia. Quest’ultima, dalla guerra in Siria, si è ritrovata al centro dell’esodo: nel suo territorio ci sono circa 3,7 milioni di profughi. Il braccio di ferro con la Grecia è cominciato due anni fa quando Erdogan ha spinto questi ultimi a sconfinare.

Le immagini dei profughi nella morsa delle polizie dei due Stati che li rimpallavano come merce hanno fatto il giro del mondo. Poi di nuovo il silenzio. Eppure, intrappolati tra i conflitti fra Stati e l’indecisione europea, i migranti muoiono. Di malattie e di fame. Annegati o congelati. Corpi in genere senza nome, a volte perfino senza vestiti, abbandonati lungo le linee di faglia della geopolitica.

lunedì 9 agosto 2021

Grecia - Lesbo - 4.200 profughi bloccati in condizioni difficili a Kara Tele. L'Europa è ferma. La presenza di Sant'Egidio.

Avvenire
Oltre 4mila profughi bloccati nel campo di Kara Tepe, il più grande dell'Ue, in attesa di un pezzo di carta che non arriva mai. Vivono in tende e container, in condizioni igieniche difficili.
Foto: Stefano Pasta
L’Europa si è fermata a Lesbo. Lo spiega bene Ayaan, donna somala, scuotendo la testa davanti al pezzo di carta con il terzo rigetto della sua domanda di asilo. Da due anni e tre mesi vive sull’isola greca, ad una manciata di chilometri dalle sponde turche, e non sa cosa succederà di lei. 
Foto: www.santegidio.org
Dei 4.200 abitanti di Kara Tepe, tra le tende e i container del più grande campo dell’Unione, molti sono nella sua stessa situazione. Anche negli altri campi greci, 'strutture controllate chiuse' per il Governo ellenico, la disperazione è una sfida da sconfiggere ogni giorno: il 10 luglio, Hamid, un ventiduenne afghano, si è impiccato dentro al container in cui alloggiava a Schisto, vicino ad Atene. Lui ha retto solo fino al secondo diniego.

A Kara Tepe i tentativi di suicidi riguardano anche i minori. Qui, il 45% degli abitanti ha meno di 18 anni: i 'dimenticati' che fanno così paura all’Europa dell’inverno demografico sono soprattutto bambini. Alla scuola vera e propria non va nessuno (solo 3 bimbi), qualcuno riesce ad accedere ai corsi delle Ong. Tante anche le donne sole, il cui destino è minacciato dalle reti della tratta. Dal 1 gennaio gli arrivi via mare verso le isole greche sono stati solo 1.300 (e alcune decine di morti in mare). Erano stati oltre 50mila nel 2019, di cui 35mila a Lesbo. Sono diminuiti perché in questo periodo Erdogan sta collaborando: blocca le partenze, riprende sulle coste i gommoni che Frontex e la Guardia costiera greca intercettano, addirittura sono stati segnalati dei rinvii dopo pochi giorni di permanenza in Grecia, senza la possibilità di chiedere l’asilo. Insomma, la Turchia sta facendo il lavoro per cui l’Europa le ha promesso quest’anno tre miliardi di euro, che si aggiungono a quelli già versati dal 2016.

L’hotspot di Moria, distrutto dall’incendio del settembre 2020, era stato costruito nel 2015 per volere dell’Ue. L’Agenda europea sull’immigrazione prevedeva che nel centro le persone rimanessero solo pochi giorni, per essere identificate e trasferite in altri paesi dell’Unione attraverso i ricollocamenti, ma nel 2017 quel programma è stato sospeso e nel 2019 si è arrivati ai 22mila profughi del campo di Moria. Intanto, nel 2016, l’accordo tra Europa ed Erdogan (rinnovato lo scorso giugno) prometteva la diminuzione delle partenze e la possibilità di respingere in Anatolia i profughi siriani, somali, afghani, pachistani e bengalesi, tutte nazionalità per cui l’Ue considera sicura la permanenza in Turchia.

Nel 2020, mentre le autorità greche ricostruivano, dopo l’incendio, un nuovo insediamento, molti sono scappati - con o senza documenti - verso la terraferma, dirigendosi sulla rotta balcanica o in altri modi per lasciare la Grecia. I 'rimasti' sono 4.200, soprattutto afghani (il 45%), somali, siriani, congolesi; tra gli ultimi arrivati, in aumento i sierraleonesi e altre nazionalità subsahariane. Addirittura ci sono famiglie ferme sull’isola da tre anni.

Dal campo si può uscire solo alcuni giorni, a determinati orari. Un netturbino mi racconta che tra i rifiuti sono molto comuni le bottiglie piene di urina: soprattutto le donne hanno paura di andare nei pochi bagni chimici. «È una situazione insostenibile», mi conferma Khadija, una ventenne siriana di Deir el-Zor, da sedici mesi a Kara Tepe. 

Una landa desolata senza ombra, a 40 gradi d’estate, con tende o container sovraffollati come unico riparo per il freddo invernale. La incontro alla Tenda dell’Amicizia, dove la Comunità di Sant’Egidio distribuisce pacchi alimentari e offre 400 pasti al giorno, mentre i bambini, finalmente, hanno un posto per giocare. 

« Wait, wait, wait...», «aspettare», sospira. Anche lei non sa spiegare perché, dopo tre interviste, abbia avuto solo rigetti: «In Siria la mia casa è stata distrutta dalla guerra. Mio marito, ingegnere elettronico, è in carrozzina per le conseguenze di una bomba». Ora sono bloccati in una tenda, in condizioni igieniche debilitanti. «Lui di notte non riesce più a dormire per lo stress; io non ce la faccio più».

Accanto a Khadij c’è Noura, di Aleppo, vedova siriana con 4 figli e una madre anziana senza quasi più parole. Anche lei fatica a sperare, è arrivata al quarto rigetto. Appena può uscire dal campo, però, va alla Scuola della Pace dove porta i suoi figli a imparare a scrivere. «Ho solo voi e Dio», dice rivolta a Monica Attias di Sant’Egidio, che la conosce ormai da anni: «Più di 250 volontari della Comunità da tutta Europa – spiega Attias – si alternano a luglio e agosto. È la nostra scelta di non chiudere gli occhi di fronte ai 'dimenticati' di Lesbo». Se l’Europa volesse, la soluzione ci sarebbe: «Sono i corridoi umanitari che garantiscono il ricollocamento e un percorso di integrazione nel contesto locale». Negli ultimi mesi, ricorda la coordinatrice dei corridoi dalla Grecia, abbiamo spostato in Italia 101 richiedenti asilo, mentre 69 erano stati trasferiti in collaborazione con la Santa Sede. Tra di loro, i 12 imbarcati da papa Francesco nel volo di ritorno durante la sua visita a Lesbo del 2016, poi affidati proprio a Sant’Egidio.

Stefano Pasta, Lesbo (Grecia)

martedì 20 luglio 2021

Grecia - Migranti picchiati e respinti con forza in Turchia via mare e terra, in violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Notizia ignorata

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le guardie di frontiera turche hanno arrestato dozzine di migranti irregolari che sono stati perquisiti e picchiati da funzionari greci oltre il confine, comunica il ministero della Difesa. La notizia non ha avuto reazioni adeguate in Europa

I rifugiati che tentano di entrare in Grecia
vengono spogliati e costretti a tornare in Turchia
Il ministero ha osservato che circa 42 migranti irregolari, tra cui 12 individui nudi, sono stati detenuti nella provincia di Edirne, vicino al confine greco.
I migranti hanno detto alle unità di frontiera turche che la parte greca non ha dato loro cibo o acqua, li ha maltrattati, li ha spogliati e li ha costretti a entrare in Turchia.


Si registrano altre notizie e segnalazioni simili sul maltrattamento dei migranti da parte della Grecia.

La reazione greca ai rifugiati è dura. Diversi rifugiati sono stati uccisi e molti maltrattati, attaccati e lacrimogeni dalle forze greche. Le forze greche hanno persino tentato di affondare i gommoni dei profughi che cercavano di attraversare l'Egeo.

La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti siriani, più di qualsiasi altro Paese al mondo. I funzionari dicono che il paese non può gestire un'altra ondata di rifugiati.

Negli ultimi anni, Turchia e Grecia sono stati punti di transito chiave per i migranti che miravano a entrare in Europa, fuggendo da guerre e persecuzioni per iniziare una nuova vita.

Diversi gruppi per i diritti umani e la Turchia hanno accusato la Grecia di respingimenti su larga scala e deportazioni sommarie senza accesso alle procedure di asilo, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Accusano anche l'Unione Europea di chiudere un occhio su quello che dicono essere un palese abuso dei diritti umani.

I respingimenti sono considerati contrari agli accordi internazionali di protezione dei rifugiati che stabiliscono che le persone non dovrebbero essere espulse o rimandate in un paese in cui la loro vita o la loro sicurezza potrebbero essere in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Il 3 marzo, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che la pratica greca di respingere i migranti irregolari in Turchia costituisce una chiara violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea.

Inoltre, un'indagine congiunta di diverse testate giornalistiche internazionali ha riferito a ottobre che Frontex, l'Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, era stata complice in operazioni di respingimento marittimo per allontanare i migranti che tentavano di entrare nell'UE attraverso le acque greche.

ES

Fonte: HRW - Daily Sabah 

domenica 1 novembre 2020

Grecia - Rifugiati. Lesbo l'inferno degli sfollati dell'incendio di Moria nel "nuovo" campo di Kara Tepe in una condizione disumana

Avvenire
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. 
Lesbo - Il campo profughi di Kara Tepe dopo la pioggia

Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Lesbo - Il "nuovo" campo di Kara Tepe che accoglie 8.000 profughi

Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.

"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.

Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).

Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.

Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.

Francesca Ghirardelli

venerdì 18 settembre 2020

Grecia - Dopo l'incendio del campo profughi di Moria, pochi rifugiati vogliono andare nel nuovo campo visto come una prigione

Linkiesta
«Dentro un’altra prigione non ci vogliamo andare, siamo stati a Moria per un anno e ora vogliamo andare sulla terraferma», ha detto Shamsia, una donna afghana che ha improvvisato un piccolo fuoco vicino alla sua tenda per friggere del pane per la famiglia.

Le migliaia di sfollati del campo di Moria in strada da giorni

La strada che collega il vecchio campo di Moria dall’accampamento spontaneo degli sfollati è un via vai di persone che trascinano dietro di loro ogni cosa abbiano potuto trovare e che potrebbe essere utile. Chilometri e chilometri con una cassa di plastica attaccata ad una corda legata alla vita, il sudore che bagna completamente le maglie sotto il sole di Lesbo con i suoi 30°C.


«Abbiamo perso tutto e quindi ogni cosa ci può essere utile. Quella notte siamo stati svegliati dalle urla delle persone e siamo scappati solo con i vestiti, è un miracolo che siamo vivi» racconta un ragazzo che si aggira nella zona Ovest del vecchio campo di Moria, quella che in parte si è salvata. Prende un grande peluche a forma di orso e lo mette in un cassonetto. «Siamo stati fortunati, il cassonetto ha le ruote e contiene più cose di una cassetta di plastica» aggiunge mentre con un suo amico iniziano a spingerlo verso il nuovo insediamento fatto di canne di bambù e coperte. Oltre all’orso e a qualche altro oggetto che si è salvato, il campo di Moria è completamente distrutto: delle 12.000 persone che vivevano ammassate qui dentro è rimasta solo la cenere delle tende e dei container, oltre che una folta popolazione di gatti e cani che si aggirano affamati e disorientati per quello che è successo.

«La notte dell’incendio io ero lungo il perimetro del campo per fare primissimo intervento, mentre i miei colleghi erano all’interno della nostra clinica, pronti a intervenire in caso di necessità», racconta Giovanna Scaccabarozzi, dottoressa di Medici senza frontiere con alle spalle molta esperienza tra le navi delle Ong e la crisi d’Ebola in Africa. «È stato quasi irreale vedere quelle fiamme altissime mangiare il campo a poco a poco, ma per fortuna quasi tutte le persone sono riuscite a scappare», aggiunge mentre si prepara per andare nella “zona rossa”, ovvero dove sorge il grande accampamento spontaneo. «Abbiamo molti pazienti che hanno necessità giornaliere, donne in gravidanza che non sappiamo dove siano, così come quelle psichiatriche della nostra clinica di Mytilene. Ogni giorno andiamo nel campo per dare assistenza a chi ne ha bisogno e a cercare i vecchi pazienti», chiosa la dottoressa.

Le persone sfollate fino a questa mattina erano circa 11.000 visto che solamente mille avevano accettato spontaneamente di andare nel nuovo campo che l’esercito greco ha costruito in tempi record. «Dentro un’altra prigione non ci vogliamo andare, siamo stati a Moria per un anno e ora vogliamo andare sulla terraferma” diceva ieri Shamsia, una donna afghana che ha improvvisato un piccolo fuoco vicino alla sua tenda, così può friggere il pane per la famiglia. «Ci hanno detto che se non accettiamo di andare nel nuovo campo non saremo trasferiti sulla terraferma ma sappiamo anche che se decidiamo di entrare non possiamo più uscire», aggiungeva la figlia di 19 anni che sogna di studiare in Italia. Chi entra nel campo governativo non può uscire, ufficialmente per restrizioni dovute al Covid anche se al momento sono circa 30 i positivi e sono tutti isolati.

Nonostante gli iniziali proclami del governo greco, quindi, il nuovo campo è stato accolto con grande freddezza dai rifugiati e alla fine lo hanno accettato solo per sfinimento: «Se non entriamo non ci registrano e non ci danno i documenti per andarcene da qui», dicono tutti mentre si dirigono verso il campo. In realtà il governo ha usato la linea dura anche sul cibo e sull’acqua. Nell’accampamento lungo la litoranea la distribuzione la facevano solo le organizzazioni di attivisti e volontari e il cibo non bastava per tutti. La fila raggiungeva più di un chilometro di lunghezza e il cibo non bastava mai per tutti. «Ho tre figli piccoli, vogliono che muoiano di fame», urlava Aisha, una donna siriana che non era riuscita a prendere il suo pacco e doveva aspettare altre 24 ore prima di riprovare.

Nonostante questo primo risultato positivo per il governo greco la partita è ancora tutta da giocare, i rifugiati non si fidano delle promesse del Ministro della Protezione Civile, Michalis Chrysochoidis, secondo il quale «entro Natale verranno spostati i primi 6.000 sulla terraferma e gli altri 6.000 entro Pasqua».

Non è bastata nemmeno la visita di Charles Michel, il Presidente del Consiglio Europeo che in una conferenza stampa improvvisata nel nuovo campo ha detto che stanno lavorando perché “le cose migliorino”, nonostante questo nuovo insediamento sia fatto di tende di sola plastica, calde d’estate e fredde d’inverno, e installate su una spianata di terra, pronta a diventare di fango con le prime piogge. Michel ha parlato anche di collaborazione tra gli Stati europei ma al momento solamente la Germania ha proposto di accogliere 1.500 persone da Moria mentre un gruppo di 10 Stati si è fatto avanti per accogliere i 500 minori non accompagnati.

«Siamo in viaggio da 3 anni, io posso anche tornare in Afghanistan perché ormai la mia vita è segnata, però voglio che i miei figli abbiamo una possibilità di studiare ed essere liberi», chiosa Shamsia. Un appello che sembra un tentativo disperato di uscire da questo stallo.

Valerio Nicolosi

martedì 2 giugno 2020

Grecia: Il governo sfratta 11mila rifugiati ospitati con fondi europei, per strada donne, bambini, disabili persone vulnerabili

East Journal
Il ministero greco dell’immigrazione, guidato da Panagiotis Mitarachis, ha deciso che a partire da oggi, lunedì 1 giugno 2020, circa 11mila tra richiedenti asilo e rifugiati riconosciuti perderanno l’accesso allo schema di accoglienza ESTIA. Il programma, gestito dall’UNHCR e finanziato dalla Commissione europea, ha finora fornito alloggio temporaneo a migliaia di beneficiari di protezione internazionale sul territorio ellenico.

La controversa decisione del governo di accorciare l’accoglienza nelle strutture di ESTIA da sei a un mese dalla concessione dello status di rifugiato risponde all’obiettivo dichiarato di decongestionare le isole, in particolare Lesbo e Chios, i cui centri di accoglienza sono da mesi al collasso.
 

Gli appartamenti verranno dunque assegnati ai nuovi ospiti provenienti dai famigerati campi di Moria e Vial, che contano circa 35mila persone, un terzo dei quali minori.

La preoccupazione delle organizzazioni internazionali
Insieme alla privazione dell’alloggio, l’esclusione da ESTIA implica l’interruzione dell’erogazione di assistenza in denaro, unica fonte di reddito dei beneficiari del programma. 

Secondo quanto riportato da Euronews, la maggioranza delle persone interessate da questa misura sono soggetti vulnerabili, inclusi disabili e minori, che non parlano greco e che sono esclusi dal sistema produttivo del paese e dal sistema pubblico di welfare. 

Il rischio paventato dalle organizzazioni internazionali e non governative è che gli sfratti andranno ad alimentare il numero di indigenti ad Atene e nel resto del paese.

La misura rischia peraltro di avere effetti nefasti sulla condizione di centinaia di rifugiati beneficiari del programma ESTIA a Mitilini, sull’isola di Lesbo, dove le prospettive di indigenza e di esclusione sociale si sommano al travagliato rapporto di convivenza con le comunità locali e alle restrizioni alla mobilità imposte dall’emergenza sanitaria del Covid-19.

Sullo sfondo di questa vicenda si profila inoltre la gestione inefficiente del sistema di accoglienza da parte del ministero di Mitarachis, accusato, in un recente report confidenziale di un’organizzazione internazionale trapelato alla stampa greca, di aver sperperato fondi europei destinati alla gestione dell’accoglienza, di aver assegnato la gestione dei centri a funzionari pubblici non specializzati e di non aver preparato un piano credibile in previsione della nuova ondata migratoria prevista per quest’estate.

Giulio Gipsy Crespi

martedì 28 aprile 2020

Migranti - Incendio nel campo profughi di Samos. 200 persone perdono anche il loro rifugio precario. Campo sovraffollato, previsto per 650 rifugiati ne sono presenti più di 7.000

Blog Diritti umani - Human Rights
Decine di richiedenti asilo sono rimasti senza il loro rifugio dopo che un incendio ha devastato un campo sull'isola greca di Samos. 

Lo ha reso noto un funzionario del ministero delle migrazioni. "Circa 200 persone sono rimaste senza tetto", ha detto all'Afp il segretario del ministero della migrazione Manos Logothetis. 


Il rogo è scoppiato domenica sera dopo una "controversia interna" tra residenti del campo, ha aggiunto. Un secondo incendio è partito lunedì in una nuova serie di scontri tra "persone di lingua araba e africane", ha detto una fonte della polizia locale. 


Squadre antisommossa erano state inviate per reprimere i disordini e sette persone sono state arrestate. Il campo di Samos è enormemente sovraffollato, previsto per 650 persone attualmente ne ospita più di 7.000 in baracche, tende e rifugi precari.


La notizia confermata su Twitter da Medici Senza Frontiere

Fonte: AnsaMed

giovedì 16 aprile 2020

Grecia - Appello UNHCR: "Centinaia di bambini profughi non accompagnati detenuti in "custodia protettiva" a rischio COVID-19"

La Repubblica
Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis dovrebbe liberare centinaia di bambini migranti non accompagnati detenuti in celle di polizia antigieniche e centri di detenzione in Grecia. E' l'appello lanciato oggi da Human Rights Watch (HRW) dando così vita ad una campagna per liberare i bambini. Il loro rilascio da condizioni di detenzione offensive li proteggerebbe meglio dalle infezioni in caso di pandemia di coronavirus.


La campagna su #FreeTheKids. Che inizia oggi, il 14 aprile 2020, per sollecitare il Primo Ministro Mitsotakis a rilasciare immediatamente i minori migranti non accompagnati in condizioni di reclusione per trasferirli in strutture sicure e adatte ai bambini. Human Rights Watch sta avviando questa campagna dopo anni di ricerca e sostegno alla pratica della Grecia di rinchiudere i bambini che si trovano in Grecia senza un genitore o un parente in celle di polizia e centri di detenzione, sollecitando i governi successivi a porre fine a queste gravi violazioni dei diritti. 

"Mantenere i bambini rinchiusi in celle di polizia sporche era sempre sbagliato, ma ora li espone anche al rischio di infezione da COVID-19", ha affermato Eva Cossé, ricercatrice greca presso Human Rights Watch. "Il governo greco ha il dovere di porre fine a questa pratica offensiva e assicurarsi che questi bambini vulnerabili ricevano le cure e la protezione di cui hanno bisogno".

Sovraffollamento, bagni in comune, nessun igiene. Secondo il National Center for Social Solidarity, un ente governativo, al 31 marzo, 331 bambini erano in custodia di polizia in attesa di essere trasferiti in un rifugio, un forte aumento rispetto a gennaio, quando 180 bambini non accompagnati erano dietro le sbarre. Malattie infettive come COVID-19 rappresentano un grave rischio per le popolazioni di istituti chiusi come carceri e centri di detenzione per immigrazione. 

Si è scoperto che queste istituzioni forniscono cure sanitarie inadeguate anche in circostanze normali. In molti centri di detenzione, il sovraffollamento, i bagni in comune e la scarsa igiene rendono praticamente impossibile mettere in atto misure di base per prevenire un focolaio di COVID-19.

Detenzione o "regime di custodia protettiva"? Le autorità greche descrivono la detenzione di minori non accompagnati come un "regime di custodia protettiva" e affermano che si tratta di una misura di protezione temporanea nel migliore interesse del minore. 

In pratica, è tutt'altro che protettivo. Secondo la legge greca, i minori non accompagnati dovrebbero essere trasferiti in alloggi sicuri, ma la Grecia ha una carenza cronica di spazio in strutture adeguate come rifugi per bambini non accompagnati. 

La ricerca di Human Rights Watch ha documentato che, di conseguenza, i bambini affrontano detenzioni arbitrarie e prolungate e trattamenti abusivi in condizioni antigieniche e degradanti, tra cui la detenzione con gli adulti e i maltrattamenti da parte della polizia. 

Spesso non sono in grado di ottenere cure mediche, consulenza psicologica o assistenza legale e pochi conoscono persino i motivi della loro detenzione o per quanto tempo resteranno dietro le sbarre. La detenzione ha gravi ripercussioni a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute mentale dei bambini, compresi livelli più elevati di ansia, depressione e stress post-traumatico.

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venerdì 6 marzo 2020

Così scompare l'umanità dell'Europa al confine Grecia-Turchia. Giovane siriano ucciso, un bambino di 6 anni affogato mentre cercava di approdare a Lesbo

Vita
Un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. 

Attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività e violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio

Ancora una volta al confine Grecia-Turchia numerose persone rischiano la propria vita in fuga dalla morte generata dalla guerra. Sono siriani, afghani e iracheni che hanno cominciato ad avvicinarsi al confine europeo più vicino, la Grecia. 

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni, OIM, nei 120 chilometri di confine terrestre fra Grecia e Turchia si troverebbero circa 13.000 persone, molti dei quali bambini , che trascorrono le notti all’esterno, in cammino o davanti ai valichi di frontiera con temperature vicine allo zero. 

All’indomani dell’offensiva lanciata dalla Turchia alla Siria e dell’inasprimento del conflitto nella zona di Iblid, il Presidente turco Erdogan ha, infatti, annunciato l’apertura dei confini riaprendo quella rotta che era stata ipocritamente chiusa dal costoso accordo siglato con l’Unione Europea nel 2016.

A queste persone disperate si aggiungono coloro i quali, con imbarcazioni di fortuna, si spostano verso le isole greche di fronte alla Turchia. Paradigmatica è in questo caso la situazione dell’isola di Lesbo e, in particolar modo, del campo profughi di Moria dove già, a fronte di tre mila posti previsti, lo scorso mese di ottobre si trovavano, secondo dati Oxfam, quasi 20.000 persone in condizioni disumane e inaccettabili, in uno degli ultimi lembi d’Europa in attesa della valutazione della richiesta di asilo presentata.

Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi.

A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio.

Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.

Regina Catrambone

giovedì 5 marzo 2020

Grecia, al confine turco nessuno ferma i neofascisti di Alba Dorata, armati, danno la caccia ai profughi e operano in collaborazione con le forze di polizia greche.

TGCom24
Raid alla frontiera per fermare il flusso dei disperati. Gli estremisti catturano i profughi arrivati in territorio ellenico e li consegnano alla polizia che li rispedisce indietro
Sul fronte rovente della linea di confine tra Turchia e Grecia ci sono anche loro, gli uomini di Alba Dorata, il partito ellenico di estrema destra. 

Danno la caccia ai migranti che hanno varcato la frontiera, li catturano e li consegnano alla polizia che li rispedisce indietro. Gli agenti e i militanti di estrema destra fanno fronte comune in questo momento di tensione ai confini. E Dinos Theoharidis, leader di Alba Dorata, non ne fa mistero.

Pattuglie al confine - Il "colonnello" degli estremisti agisce nella regione di Evros ed è alla guida dei Cacciatori, racconta la "Repubblica". I suoi uomini, circa 500, pattugliano le zone di confine: sono tutti armati, "alcuni con fucili da caccia, altri, come me, con roba militare, visori notturni, pistole automatiche, cose così". Comunicano via chat e appena si segnalano presenze sospette uno dei gruppi attivi si mette in movimento. Dinos assicura che "non facciamo niente di male, li fermiamo e li consegniamo alla polizia che ci ringrazia".

I Cacciatori e i poliziotti - Quasi una collaborazione, quella tra l'estrema destra e le forze dell'ordine, che si vede anche a Lesbo, dove i gruppi si occupano dei respingimenti in mare insieme alla Guardia costiera. Dinos spiega che "abbiamo dovuto organizzarci dopo essere stati abbandonati dalla politica". E vorrebbe che i suoi uomini potessero agire anche sulla linea del filo spinato, insieme ai militare dell'esercito, dove sono ripresi gli scontri. Il colonnello spiega che la guerra è con "i professionisti turchi dei servizi segreti. Sono loro quelli in prima linea, gente preparata che sa fare la guerra. Per questo dovremmo andare anche noi cacciatori lì davanti, perché con la Turchia è una guerra".

martedì 3 marzo 2020

I profughi alle frontiere dell'Europa ... "fine della compassione"? Molte donne e bambini disperati respinti e attaccati come nemici. Il coronavirus non deve ammalarci di disumanità.

Avvenire
Siamo proprio alla «fine della compassione», per citare Alejandro Portes, uno dei massimi esperti di fenomeni migratori. Lui si riferisce però agli Stati Uniti d’America, mentre noi vediamo finire la compassione ai confini d’Europa. 
Distratte dal coronavirus, assuefatte dalle ripetute notizie degli arrivi di profughi, ma soprattutto fuorviate dalla propaganda sovranista e da un’informazione ansiogena, le opinioni pubbliche europee non appaiono più capaci di umanità nei confronti di chi fugge dall’ultima battaglia del tormentato teatro bellico siriano e di chi dalla Turchia cerca di raggiungere il territorio della Ue. 

Nella regione di Idlib una popolazione stimata dall’Onu in 950.000 persone, di cui 560.000 minori, ha lasciato le proprie case e cerca scampo varcando il confine con la Turchia.

Respinta con durezza, spesso dopo aver speso il poco che ancora aveva per pagare i passatori. Già diversi bambini sono morti di freddo perché rimasti senza riparo. A sua volta Ankara ha lanciato un sinistro avvertimento ai governi europei, consentendo il passaggio di alcune migliaia di profughi verso la Grecia e la Bulgaria: circa 13.000 secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, una cifra dieci volte superiore secondo il governo turco che ha interesse a drammatizzare la crisi.

Il governo greco sta reagendo con una durezza contro civili inermi mai vista negli ultimi decenni, almeno nella Ue: come se si trattasse di un’invasione armata di orde di nemici. Non hanno (ancora) sparato proiettili veri, ma non hanno lesinato tutte le altre armi a loro disposizione, dalle bombe lacrimogene ai cannoni ad acqua, dai proiettili di gomma, alle granate stordenti.

Quel che è peggio, gli abitanti dell’isola di Lesbo che in un passato non lontano avevano dato prova di umanità nei confronti dei rifugiati, si sono ora scagliati contro di loro (circa 600 arrivi negli ultimi giorni, non certo uno tsunami umano), respingendo in mare i gommoni, attaccando le Ong, minacciando gli operatori dell’accoglienza, malmenando i giornalisti. 

Certo, nei campi profughi di Lesbo e delle isole vicine sono stipati in condizioni deplorevoli circa 40mila richiedenti asilo, in strutture progettate per accoglierne 7.500. Ma si tratta di un tipico caso di emergenza prodotta dalla politica: le persone arrivate dalla Turchia sono state lasciate lì, pressoché prive di assistenza, invece di essere redistribuite in Grecia e in altri Paesi.

Maurizio Ambrosini

lunedì 2 marzo 2020

Grecia - Di fronte all'arrivo massiccio di migranti dalla Turchia, rafforza la "protezione" delle frontiere marittime e terrestri e sospende le richieste di asilo

TGCom24
La Grecia in stato di massima allerta di fronte al flusso di migliaia di migranti dalla Turchia. 

"Il consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere", ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo. Atene ha rafforzato le pattuglie alle frontiere marittime e terrestri e sospeso le richieste di asilo per coloro che entreranno illegalmente nel Paese.

domenica 1 marzo 2020

Mentre il mondo è concentrato sul "coronavirus" al confine Grecia-Turchia ormai più di 13.000 migranti, respinti dai greci, hanno passato la notte al gelo, 2.000 arrivati questa mattina, tra loro donne e bambini.

Ansa
Una nuova ondata di migranti, almeno 2 mila, tra cui donne e bambini, sono giunti stamani alla frontiera tra Turchia e Grecia per cercare di attraversare l'Europa dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato l'apertura delle frontiere. Lo hanno constatato i giornalisti sul posto. Provenienti da Istanbul, i migranti, tra cui siriani, afghani e iracheni, marciano in fila indiana attraverso i campi verso il valico di frontiera di Pazarkule.



Nei giorni scorsi, circa 13.000 migranti si sono radunati lungo il confine turco-greco dopo che il presidente turco Erdogan ha minacciato di consentire a molti dei rifugiati in Turchia di entrare in Europa, hanno reso noto le Nazioni Unite. 

"Migliaia di migranti, tra cui famiglie con bambini piccoli, stanno passando una fredda notte lungo il confine tra Turchia e Grecia", ha dichiarato l'Organizzazione internazionale per le migrazioni in una nota, aggiungendo che il suo staff ha osservato "almeno 13.000 persone riunite lungo i 212 chilometri di confine".

Scontri tra migranti e la polizia greca sono stati segnalati al confine turco dove gli agenti hanno usato i gas lacrimogeni per respingere migliaia di profughi siriani che a loro volta si sono difesi con il lancio di pietre. 

Ieri, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso di aprire il confine europeo ai siriani in fuga da Idlib dopo l'escalation della guerra in Siria.

venerdì 31 gennaio 2020

La Grecia vuole costruire un ‘muro galleggiante’ tra l'isola di Lesbo e la Turchia per fermare l'arrivo dei profughi e aumenterà il rischio di morti in mare

OnuItalia
Amnesty International ha denunciato con forza la proposta del governo greco di collocare un sistema di dighe galleggianti della lunghezza di 2,7 chilometri al largo delle coste dell’isola di Lesbo per scoraggiare nuovi arrivi di richiedenti asilo dalla Turchia.



Il sistema di dighe galleggianti è descritto come una delle misure adottate nel contesto di un piano più ampio teso a difendere la frontiera marittima greca ed evitare ulteriori arrivi

Nel 2019 quasi 60.000 persone hanno raggiunto il territorio greco via mare, poco meno del doppio rispetto al 2018. Tra gennaio e ottobre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha registrato 66 morti lungo la rotta del Mediterraneo orientale.

Secondo Massimo Moratti, direttore delle ricerche sull’Europa di Amnesty ”questa proposta evidenzia una preoccupante escalation dei tentativi in atto da parte del governo di Atene di rendere ancora più difficile per i richiedenti asilo e i rifugiati arrivare sul territorio greco e renderà ancora più pericoloso il viaggio di coloro che cercano la salvezza disperatamente”. 

Per Amnesty il progetto pone importanti interrogativi rispetto alla capacità delle organizzazioni di soccorso di continuare a prestare la propria assistenza per salvare la vita di chi intraprende il pericoloso viaggio in mare alla volta di Lesbo; e ”il governo deve urgentemente fornire dettagli operativi e chiarire quali indispensabili misure di sicurezza saranno adottate per garantire che questo sistema non costi altre vite umane”.

domenica 12 gennaio 2020

Migranti, tragedia nel Mar Egeo, naufragio nel braccio di mare tra Grecia e Turchia. 11 morti di cui 8 bambini. Decine di dispersi in un altro naufragio verso le coste italiane

Ansa
Undici migranti, tra cui otto bambini, sono morti quando la loro imbarcazione è affondata nelle acque del Mar Egeo al largo di Cesme, Turchia. 
Lo riferisce l'agenzia Anadolu. Secondo le autorità turche, otto persone sono state tratte in salvo. Non è nota la nazionalità delle vittime.

La località turistica turca di Cesme è divisa da uno stretto braccio di mare dall'isola greca di Chios, uno dei principali punti di approdo dei migranti che arrivano in Grecia dalle coste turche.

Questa nuova tragedia avviene poche ore dopo un altro naufragio, quello nei pressi dell'isola greca di Paxi, nel mar Ionio, dove sono morte almeno 12 persone - questo il numero di corpi recuperati - che tentavano probabilmente di raggiungere le coste italiane. 

Sull'imbarcazione affondata, secondo la guardia costiera ellenica, viaggiavano circa 50 persone. Venti migranti sono stati salvati, e nel pomeriggio continuavano le operazioni di ricerca di altri superstiti.

martedì 31 dicembre 2019

UNHCR: La mappa dei migranti del 2019: Grecia sotto pressione, Italia ormai rotta secondaria

Pickline
Lo rileva l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. In tutto il Mediterraneo le partenze sono in calo, ma il baricentro si è spostato dalla Spagna ai Balcani. Come accade ormai da due anni l’Italia è una rotta secondaria
Rifugiati nell'isola greca di Samos
È la Grecia lo stato del Mediterraneo che nel corso del 2019 si è visto sottoposto alla pressione migratoria più forte. La mappa dei flussi migratori è cambiata in maniera significativa rispetto al 2018 ridisegnando le rotte migratorie. In un anno in cui il numero degli sbarchi sulle coste europee ha conosciuto un leggero calo il baricentro si è spostato dalla Spagna alla Grecia, facendo registrare un cambiamento sensibile per quanto riguarda le rotte battute da barconi e barchini. 

L’Italia, come accade ormai da due anni, è invece una rotta secondaria nel quadro generale del Mediterraneo. Il dato emerge dalla mappa – aggiornata al 23 dicembre scorso – realizzata dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati.

Complessivamente tra gennaio e la seconda età di dicembre sono partite dalle coste nordafricane 123mila. Come detto, non si registra una differenza sostanziale rispetto ai 141mila del 2018. Il dato interessante è che dal 2015 in poi la tendenza è quella a una lenta ma costante diminuzione. 
Nel 2019 sulle coste della Grecia sono arrivati 73.377 stranieri, 31.400 in Spagna, 11.270 in Italia, 3.300 a Malta, 1.600 a Cipro. Circa 2.000 sono arrivati invece in territorio Ue varcando la frontiera terrestre tra Turchia e Bulgaria. 
Il quadro rispetto al 2018, come detto,è mutato radicalmente da ovest a est: un anno fa la pressione migratoria maggiore aveva riguardato la Spagna (65.600) seguita dalla Grecia (32.500) e dall’Italia (23.400). Afghanistan e Siria sono i due paesi principali di partenza dei migranti (rispettivamente 20.600 e 16.300).

Diversi fattori possono aver contribuito a mutare la prospettiva. Riguardo alla rotta tra Libia e Italia nel 2019 è stato rinnovato il memorandum sottoscritto a suo tempo dal ministro Minniti con le autorità di Tripoli, che dà sostegno alla guardia costiera libica ma di fatto trattiene i migranti in condizioni disumane nei campi libici, e dell’altro sono rimasti in vigore i decreti di Salvini (che se non si sono ripetute le crisi che avevano caratterizzato la presenza al Viminale del leader leghista). D’altro canto va registrato che, specie nella seconda parte del 2019 sono calate le partenze dalla Libia e sono invece cresciute quelle con i «barchini» dalla Tunisia.


martedì 24 dicembre 2019

Migranti: Grecia, incaricato Diritti Umani tedesco, Baerbel Kofler, chiede aiuto per la disastrosa situazione nei profughi in campi Egeo, UE deve realizzare una equa distribuzione nei paesi membri

Agenzia Nova
L'incaricato del governo tedesco per i Diritti umani, Baerbel Kofler, ha chiesto un aiuto rapido per i migranti nei centri di accoglienza allestiti dalla Grecia nelle proprie isole dell'Egeo, da tempo in condizioni critiche a causa del sovraffollamento. 

“Il governo greco sta lanciando l'allarme, il numero di rifugiati sulle isole dell'Egeo sta aumentando”, ha dichiarato Kolfer come riportato dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”. 

Secondo l'incaricato del governo tedesco per i Diritti umani, “ciò dimostra che condizioni catastrofiche nei campi non impediscono alle persone di fuggire”. Secondo Kofler, ciò che porta i profughi a lasciare i propri paesi “è peggio di quello che devono sopportare nei campi”. In tale situazione, ha evidenziato Kofler, “non dobbiamo lasciare la Grecia da sola”. 

A tal riguardo, l'incaricato del governo tedesco per i Diritti umani ha proposto l'avvio di un'iniziativa dell'Ue. In particolare, per Kofler “la nuova Commissione europea deve trovare rapidamente nuovo slancio un'equa distribuzione dei rifugiati tra gli Stati membri dell'Ue e sarebbe anche auspicabile un nuovo programma di protezione per i profughi minori non accompagnati”. 

giovedì 28 novembre 2019

Migranti - ONG a nuovi leader UE: "Fermare politica di punizione dei migranti intrappolati nelle isole greche condizioni disumane"

Ansa
L'Unione europea "deve fermare subito la politica deliberata di punizione collettiva inflitta a persone che cercano solo la salvezza in Europa" e vengono invece "intrappolate a migliaia sulle isole greche in condizioni disumane": questo l'appello del presidente di Medici senza Frontiere, Christos Christou, reduce da una visita ai campi profughi di Lesbo e Samos, in conferenza stampa a Bruxelles.


Campo profughi Lesbo - Grecia
Msf chiede di "evacuare i più vulnerabili dai campi e sistemarli in alloggi sicuri con accesso ai servizi sanitari di base".

"Quello che ho visto nei campi per rifugiati sulle isole greche è comparabile a quello che si vede in zone di guerra o colpite da catastrofi naturali", ed è una situazione che dura da 4 anni, ha affermato Christou. "E' scandaloso che cose di questo tipo succedano in Europa, per di più essendo il frutto di una decisione conscia", ha aggiunto.

Christou è tornato apertamente a criticare la "decisione dei leader europei nel 2016 di intrappolare delle persone sulle isole greche, che doveva essere il prezzo da pagare per ridurre gli arrivi. Doveva essere una misura temporanea. Ma dopo 4 anni l'emergenza è ancora la stessa. 

Noi quattro anni fa capimmo le gravissime conseguenze che questo avrebbe avuto", mettendo i rifugiati e i richiedenti asilo in fuga da zone di guerra in pericolo. Come Ong, "rifiutammo anche i finanziamenti Ue per questo". 

Il presidente di Msf ha parlato della mancanza di latrine nei campi delle isole greche - una ogni 200 rifugiati a Camp Moria e una ogni 300 a Samos - e di acqua potabile che ha obbligato Msf a installare impianti per l'approvvigionamento idrico, "come nelle situazioni estreme dei Paesi in via di sviluppo". 

"Ogni giorno - ha continuato - i nostri servizi per la salute mentale assistono bambini, donne e uomini che sono stati portati al limite". Christou ha denunciato il dilagare fra i rifugiati siriani di atti di autolesionismo, di tentati suicidi fra i bambini, molti dei quali "non giocano, non parlano. Vengono da zone di guerra dove hanno perduto la loro infanzia".



lunedì 4 novembre 2019

Migranti. Stipati in un tir in Grecia. 41 afghani rischiavano di morire

Avvenire
Erano 41, e non 80 come precedentemente riportato da diversi media greci, le persone migranti privi di documenti ritrovati stipati in un camion frigorifero in un'autostrada nel nord della Grecia.

Quarantuno persone migranti erano stipate in un camion container in condizioni al limite del soffocamento: il tir è stato fermato dalla polizia greca nella città di Xanthi. Molti degli uomini, dai 20 ai 30 anni, hanno accusato problemi respiratori e sono stati portati in ospedale.


Il conducente del camion è stato arrestato. Secondo le prime ricostruzioni le persone erano tutte originarie dell'Afghanistan anche se la polizia sta ancora eseguendo controlli di identità per confermarlo. L'impianto di refrigerazione non era in funzione al momento del fermo.