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domenica 26 marzo 2023

Afghanistan. Chiudono le poche scuole ancora aperte alle donne, niente scuola per le ragazze adolescenti

Il Manifesto
Dopo la pausa invernale, il diktat talebano è diventato assoluto. Le pressioni internazionali cadono nel vuoto. Ma l’Emirato resta spaccato in due. In Afghanistan ieri sono state riaperte le scuole dopo la pausa invernale. Per gli studenti, di ogni ordine e grado, porte aperte. Per le studentesse, solo fino alla scuola primaria. Per le ragazze più grandi infatti vige ancora il bando informale del marzo 2022.


Quando, con un testacoda indicativo delle divisioni all’interno dei Talebani, il ministero prima ha annunciato la riapertura delle scuole, per poi lasciare a casa le studentesse adolescenti. Da allora, sempre a casa, tranne rari casi. L’Afghanistan rimane dunque l’unico Paese al mondo in cui il diritto all’istruzione è negato alle adolescenti. “Con l’inizio del nuovo anno scolastico in Afghanistan, ci rallegriamo per il ritorno di milioni di bambini e bambine nelle aule della scuola primaria. Tuttavia, siamo profondamente delusi di non vedere anche le ragazze adolescenti tornare nelle loro aule”, ha dichiarato Fran Equiza, rappresentante dell’Unicef in Afghanistan, l’agenzia dell’Onu che, come molte altre organizzazioni, fatica a trovare i modi per convincere i Talebani a cambiare rotta.

La decisione, parte di un più ampio pacchetto normativo che consolida l’apartheid di genere, non è stata presa a Kabul, sede dei ministeri, ma a Kandahar, sede dell’Amir al-muminin, la guida dei fedeli Haibatullah Akhundzada. Che con il suo entourage detta la rotta, diversa da quella di altri Talebani più pragmatici. Consapevoli che, intorno ai diritti delle donne, si gioca non solo una partita interna, con una società insofferente alle discriminazioni, ma anche internazionale, con quella comunità diplomatica da cui dipendono aiuti umanitari, aiuto allo sviluppo, la tenuta del sistema-Paese. A Kandahar sono convinti, sbagliando, che “l’autarchia è la via maestra, il popolo è con noi”. A Kabul l’ala più pragmatica cerca di rassicurare gli stranieri. Ormai senza pazienza. Come le studentesse afghane.

Le uniche novità sono negative: ora le scuole sono chiuse anche nelle poche aree in cui, grazie alla capacità di negoziazione delle comunità locali, erano rimaste aperte prima della pausa invernale, come nelle province settentrionali di Kunduz e Balkh. “Quest’anno le scuole sono aperte alle ragazze fino alla sesta classe, stiamo aspettando altre notifiche sulle classi superiori”, ha dichiarato all’agenzia Reuters Mohammed Ismail Abu Ahmad, a capo del dipartimento dell’educazione di Kunduz.

Che le scuole sarebbero rimaste chiuse era chiaro già nei giorni scorsi, a dispetto delle pressioni crescenti per rivedere le norme discriminatorie, inclusa quella del dicembre 2022 con cui si nega alle studentesse anche l’accesso all’università. Le pressioni provengono anche dai governi islamici, oltre che dall’Organizzazione della cooperazione islamica, il cui segretario Hissein Brahim Taha di recente ha ribadito che la questione non è chiusa. Pochi giorni fa, a margine di un incontro con una delegazione di religiosi provenienti dagli Emirati arabi, il ministro di fatto degli Esteri dell’Emirato, Amir Khan Muttaqi ha dichiarato: “La scuola per le ragazze non è haram, non è proibita dall’Islam, bloccarne l’accesso non è una questione religiosa, ma nazionale. Il governo ci lavorerà, ma ci vuole tempo”.

Il tempo trascorso è già troppo, secondo i membri dello Special Procedures, il più significativo gruppo di esperti del Consiglio per i Diritti umani Onu. In un comunicato scrivono che “le autorità di fatto Talebane non hanno alcuna giustificazione per negare il diritto all’educazione, né in termini religiosi, né tradizionali”. Da qui l’appello a “riaprire immediatamente tutte le scuole superiori e gli istituti educativi per le ragazze e le giovani donne”.

Per Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef, “questa decisione ingiustificata e miope ha stroncato le speranze e i sogni di oltre un milione di ragazze e rappresenta un’altra triste pietra miliare nella costante erosione dei diritti delle ragazze e delle donne a livello nazionale”. Dall’Italia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, chiede che “il divieto di accesso all’istruzione per le ragazze venga revocato immediatamente, per il loro futuro e quello di tutto il Paese”.

Giuliano Battiston

lunedì 1 novembre 2021

Guerre dimenticate - Yemen: 460 scuola colpite, 400 mila dei bambini (60%) senza istruzione, il 20% rischia la vita

RaiNews
Yemen: Il 60% dei bambini lascia le scuole attaccate. 1 su 5 rischia violenze e la vita Sono 460 le scuole colpite dal fuoco incrociato, nella guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 400mila il numero della dispersione scolastica.

'Quando siamo a scuola, sentiamo delle esplosioni. Corriamo dentro la scuola e quando finiscono, usciamo di nuovo a giocare. Uno dei miei amici è rimasto ferito in una delle esplosioni". 

In tre righe un bambino di 8 anni racconta un ordinario giorno di scuola nello Yemen. Ma non c’è nulla di ordinario in un paese dove si combatte, da anni, una guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 


Non c’è nulla di ordinario se le scuole sono diventate dei rifugi, dei bersagli e il 60% dei bambini non è tornato tra i banchi. 

 È il quadro del nuovo rapporto di Save the Children, 'Will I see my children again?' pubblicato per la quarta Conferenza Internazionale sulla Dichiarazione delle Scuole Sicure, che si terrà da oggi al 27 ottobre per proteggere l'istruzione durante i conflitti armati. 

I numeri. I pericoli Scorrendo le pagine del rapporto non è solo la scuola il “pericolo” ma anche la strada per arrivarci. 

Un bambino su 5 ha raccontato del rischio di perdere la vita, di violenze e rapimenti. Il 90% va a scuola, ogni giorno a piedi. Negli ultimi cinque anni, più di 460 scuole sono state attaccate, comprese quelle colpite da fuoco incrociato. Più di 2.500 istituti sono stati danneggiati, utilizzati come rifugi per le famiglie sfollate o occupate da gruppi armati. La dispersione scolastica è di 400mila bambini.

 ''La situazione qui è allarmante – racconta Lamia, 30 anni, insegnante a Taiz una delle città al centro dei combattimenti- I gruppi armati si muovono in sicurezza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e gli studenti li vedono ogni giorno. 

In qualsiasi momento, ci aspettiamo che sparino, e spesso accade intorno al cancello in quanto gli uomini armati hanno reso questa scuola un bersaglio militare. Questo mette bambini e ragazzi in grave pericolo. Hanno persino rubato materiali da costruzione. Si studia nella paura studiando nella paura''. La paura Non c’è nulla di ordinario in tetti colpiti dall'artiglieria, in muri e classi ridotte in macerie. 

Non c’è nulla di ordinario in bambini che fanno lezione con il rombo degli aerei da guerra in sottofondo, o in tende improvvisate in campi profughi. Chi non torna a scuola, si legge nel rapporto, è per la paura ma anche perché a scuola, il luogo sicuro, hanno visto morire compagni, amici e insegnanti. Hanno visto volare via pagine di libri e quaderni.

domenica 2 febbraio 2020

Il Bangladesh s’impegna a garantire l’istruzione dei bambini rifugiati rohingya

Amnesty International
“Il nostro governo sente la necessità di tenere accesa la speranza dei bambini rohingya nel futuro fornendo loro istruzione e corsi di formazione“.
Con queste parole, il 28 gennaio il ministro degli esteri del Bangladesh Masud bin Momen ha annunciato alla stampa che i bambini rifugiati rohingya andranno a scuola fino a 14 anni e che i maggiori di quell’età prenderanno parte a corsi di formazione.

Le classi seguiranno i programmi scolastici di Myanmar e gli insegnanti saranno di lingua birmana.
Un progetto pilota congiunto dell’Unicef e del governo del Bangladesh coinvolgerà inizialmente 10.000 bambini e sarà successivamente estero agli altri.


Amnesty International aveva lanciato una campagna per chiedere alla prima ministra Sheilh Hasina di garantire il diritto all’istruzione ai bambini rohingya, rifugiati da due anni e mezzo in Bangladesh.

mercoledì 8 gennaio 2020

Libia - L'appello dell'Unicef:115mila bambini senza istruzione, 5 scuole distrutte, 210 chiuse. I genitori hanno paura a mandare i propri figli a scuola, temono per la loro vita.

La Repubblica
L’escalation di violenza intorno a Tripoli sta impedendo la scuola a più di 115mila bambini che vivono nelle aree di Ain-Zara, Abu Salim e Soug al Juma’aa. Cinque scuole sono state distrutte e ben 210 sono chiuse. La situazione è molto delicata: i bambini che non vanno a scuola sono esposti a maggiore rischio di violenza e reclutamento nei combattimenti.

Scuole luoghi di paura. I genitori hanno paura a mandare i propri figli a scuola. Temono che non ritornino a casa vivi. Il rischio è concreto: il 3 gennaio, denuncia l’UNICEF, quattro scuole sono state attaccate nella località di Soug al Jum’aa, a est di Tripoli, con danni considerevoli su circa tremila studenti. Più che luoghi sicuri per apprendere e crescere, le scuole a Tripoli sono diventate luoghi di paura.

Una violazione dei diritti dei bambini. "Nessun genitore dovrebbe mai scegliere fra l’istruzione dei suoi figli e la loro sicurezza” - si legge in una nota delll’UNICEF - l'istruzione è un diritto di base per ogni singolo bambino anche se vive in aree colpite da conflitto. Gli attacchi sulle strutture scolastiche sono una gravissima violazione contro i diritti dei bambini, il diritto internazionale umanitario e i diritti umani". 

Privare i bambini dell’opportunità di apprendere ha un impatto devastante sul loro benessere e futuro. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'infanzia chiede alle parti in conflitto in Libia di proteggere i bambini sempre, fermare gli attacchi contro le scuole e astenersi dalle violenze, inclusi gli attacchi indiscriminati sui civili e sulle scuole

Anna Maria De Luca

venerdì 20 dicembre 2019

Migranti - Una pietra d'inciampo per il ragazzo affogato con la pagella sul cuore posta davanti alla scuola che avrebbe voluto frequentare.

Globalist
La scuola "Pisacane" è a Torpignattara, Roma, quartiere simbolo di quella integrazione che avvoltoi del nostro tempo vorrebbero impossibile. Una targa per ricordare un bimbo migrante morto.

"Questa scuola avrebbe accolto lui e le altre persone che annegano cercando di attraversare il mare". Non poteva essere scelta una frase più bella da incidere sulla pietra di inciampo. 

Ed è emozionante l'idea della pietra di inciampo, fino ad oggi pensata per le vittime della deportazione nazifascista e dell'Olocausto, ed ora voluta per rendere omaggio ad uno di loro, uno dei tanti, dei troppi annegati nel Mediterraneo nel tentativo, umano e disperato, di trovare un posto nel mondo che non fosse la piaga quotidiana della fame, della violenza o della guerra.
Pietre d'inciampo da un Olocausto all'altro. 
E bambini e insegnanti della scuola elementare romana "Carlo Pisacane" dei tanti morti in mare hanno scelto un ragazzo, quel ragazzo del Mali che morì annegato un giorno di metà aprile di quattro anni fa con la pagella cucita sul cuore.

Una scelta che ti regala salutari brividi alla schiena. Quel ragazzo, quella pagella cucita addosso per presentarsi bravo e volenteroso a questo nostro mondo qualora ce l'avesse fatto, è diventato un pensiero fisso nella vita di molti di noi, un monito, un codice, un testo sacro da "rileggere" quando pensiamo che le nostre difficoltà sono gravi ed invece suonano solo un'offesa a quel piccolo grande sogno inghiottito dalle onde.


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venerdì 6 settembre 2019

Primo giorno di scuola in Yemen, la foto simbolo di un Paese devastato da una guerra che è ignorata

Rai News 24
Primo giorno di scuola in Yemen, la foto simbolo di un Paese devastato dalla guerra Un rapporto Onu presentato oggi a Ginevra denuncia i crimini di guerra perpetrati da tutte le parti in conflitto e punta il dito contro le potenze occidentali che forniscono armi e sostegno logistico. 


Save The Children denuncia: "I responsabili dell'uccisione, del ferimento e di altre gravi violazioni contro migliaia di bambini dello Yemen continuano a non pagare per i crimini commessi"

Lo scatto di Ahmad Al-Basha, fotografo per AFP, che mostra una classe di bambini che ascolta attentamente il maestro durante il primo giorno del nuovo anno scolastico a Taez, la terza città del Paese, in una scuola sventrata lo scorso anno da un attacco aereo durante i combattimenti tra le forze governative sostenute dai sauditi e il ribelli Houti, racconta più di mille parole il dramma che ormai da anni vive lo Yemen. 

Il rapporto Onu sui crimini di guerra in Yemen presentato oggi a Ginevra proprio oggi in un rapporto presentato a Ginevra, gli esperti per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno denunciato una serie di crimini di guerra con accuse di stupro, violenza sessuale e violenza di genere commesse da tutte le parti coinvolte nella guerra civile dello Yemen. 

Secondo gli esperti dell'Onu, il governo yemenita e la coalizione a guida saudita che lo sostiene, i ribelli Houti ed i comitati popolari a loro affiliati hanno finora beneficiato di una sostanziale impunità che ha consentito loro di non rispondere di queste violazioni. 

"Cinque anni dopo l'inizio del conflitto, le violazioni contro i civili yemeniti continuano senza sosta, con totale disprezzo per la difficile situazione della popolazioni", ha affermato Kamel Jendoubi, alla guida del gruppo di esperti sullo Yemen che chiedono alle parti in conflitto di porre immediatamente fine agli atti di violenza contro i civili e agli altri Stati di astenersi dal fornire armi che potrebbero essere utilizzate nel conflitto. 

La relazione sollecita il Consiglio per i diritti umani a rinnovare il mandato del gruppo di esperti e suggerisce di estenderlo per includere la raccolta di prove delle possibili violazioni. Il rapporto inoltre denuncia l'inerzia della comunità internazionale per porre fine a tali violazioni ed annuncia di aver compilato un elenco riservato di possibili sospetti di crimini di guerra, consegnato all'alto commissario Onu per i diritti umani. 

Il rapporto riferisce di raid aerei, bombardamenti indiscriminati, atti di tortura, violenza sessuale, ostacoli agli aiuti umanitari e ricorso alla fame come metodo di guerra, nel contesto della più grave crisi umanitaria nel mondo. Il documento punta anche il dico contro alcune potenze occidentali per il rifornimento di armi alle parti in conflitto. 

Stati Uniti, Regno Unito e Francia potrebbero essere considerati complici dei crimini di guerra commessi in Yemen, dato che hanno fornito armi, sostegno logistico e d'intelligence alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita, che ha ucciso migliaia di civili e affamato la popolazione come tattica di guerra. Gli esperti, che hanno trovato dei potenziali crimini commessi da entrambi i fronti, hanno sottolineato il ruolo dei Paesi occidentali a sostegno degli Stati arabi e dell'Iran ai ribelli Houthi. 

giovedì 5 settembre 2019

Siria - A Idlib per 300mila bambini la scuola non inizia. Scuole distrutte o utilizzate come rifugi.

Ansa
Più di 300mila bambini siriani, che dovrebbero a giorni iniziare l'anno scolastico, rischiano di rimanere senza scuola nella regione nord-occidentale di Idlib a causa del conflitto in corso tra milizie locali, appoggiate in parte dalla Turchia, e forze governative sostenute dalla Russia.


E' l'allarme lanciato oggi da Save The Children, organizzazione internazionale che opera in Siria tramite numerosi partner locali. 

Con la ripresa del nuovo anno scolastico - afferma Save The Children - solo 300.000 dei 650.000 bambini in età scolare potranno trovare posto nelle scuole ancora funzionanti. Delle 1.193 scuole della zona, infatti, 635 continuano a essere operative, mentre 353 sono state abbandonate o danneggiate e 205 sono utilizzate come rifugi collettivi.

martedì 21 maggio 2019

Quella sospensione uno spropositato avvertimento. Il caso di Palermo, questione cruciale per scuola e democrazia

Avvenire
La sospensione della professoressa di Palermo con la motivazione di non aver vigilato sul lavoro degli studenti intorno alle leggi razziali, accostate ai decreti “anti-immigrati” di oggi, presenta molti aspetti paradossali. Uno fra questi è il rischio che migliaia di insegnanti possano in futuro ricevere le stesse sanzioni. 


Il provvedimento – inaudito e sproporzionato, senza la gradualità prevista – sembra infatti un avvertimento a tutta la scuola. L’accostamento tra le leggi razziali e il decreto sicurezza, che ha provocato la sospensione della docente da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale, è stato infatti proposto dai ragazzi stessi, che hanno liberamente espresso la loro opinione. 

Se il dovere degli insegnanti è quello di far pensare criticamente gli studenti, in che cosa avrebbe sbagliato la professoressa che ha dichiarato di non aver nessun intento politico? La ricerca degli studenti per il Giorno della memoria era stata preceduta dalla lettura dei libri di Lia Levi e di Liliana Segre, oltre che dei giornali dell’epoca. Riflettere sulle leggi razziali porta a capire che toccare i diritti fondamentali delle persone significa incrinare la dignità umana, la convivenza sociale e la stessa vita democratica. 

Non si tratta di paragonare in modo improprio eventi incomparabili, ma di discutere sulla morale che deve orientare le norme, la legge della coscienza come base del diritto positivo e delle scelte dei governi.

Il tema del respingimento di chi bussa alle frontiere si presta al dibattito, non perché la storia si possa ripetere automatica-mente, e tanto meno perché i giovani africani di oggi possano essere paragonati in blocco agli ebrei in fuga dalla persecuzione di allora, ma per riflettere sul rapporto tra “noi” e gli altri, tra lo straniero come nemico oppure come fratello in umanità e soprattutto sul nostro coinvolgimento nelle vicende degli altri: indifferenza o impegno? 
Accogliere o respingere? Ci sono analogie o differenze col passato? Le leggi di oggi sono veramente giuste o no? 

Il miglior modo di preservare la memoria, come insegna Primo Levi, è proprio individuare i meccanismi – di discriminazione, indifferenza, esclusione – che possono ripetersi e colpire singoli e gruppi togliendo loro diritti.
La professoressa di Palermo ha fatto leggere, riflettere e discutere gli studenti, che hanno espresso il loro pensiero con la semplificazione dei quattordicenni. A questo serve la Storia, e a questo dovrebbe servire l’Educazione civica di cui proprio in questi giorni il Parlamento sta approvando la riforma: formare il pensiero critico che fa di noi veri cittadini di una democrazia; a meno che non si voglia, invece, formare dei sudditi che non possono criticare il sovrano. 

L’effetto paradossale di questa punizione “esemplare” è di aver dato l’esempio di come la scuola debba continuare a far pensare gli studenti e lasciarli liberi di andare al nocciolo della difesa dei diritti umani senza cedere alle ipocrisie della politica.

Milena Santerini
Pedagogista, Università Cattolica del S.Cuore

giovedì 31 gennaio 2019

Afghanistan - Con il ritiro di Usa e Italia a rischio e senza futuro le 500 bambine della scuola Cutuli

Corriere della Sera
A Kush Rod, vicino a Herat. dove si trova l’istituto intitolato all’inviata del Corriere, si preparano a una nuova guerra civile con i talebani: «Ora la loro vita è a rischio».


E ora? Ora che le truppe italiane sono pronte ad andarsene dall’Afghanistan, ora che l’America di Trump sembra aver raggiunto un accordo per permettere ai talebani di tornare al governo del Paese, ora cosa succederà alle 500 bambine che studiano nella bella scuole blu di Kush Rod intitolata alla giornalista del Corriere Maria Grazia Cutuli? Cosa succederà a loro? E cosa succederà a tutte le altre (e gli altri) che in 18 anni si sono opposti al terrorismo talebano, li hanno sfidati e hanno studiato altro oltre al Corano, hanno insegnato altro oltre ad alcuni precetti religiosi e hanno mandato a scuola le figlie oltre ai figli?
A Kush Rod, distretto di Injil, a 15 chilometri da Herat, si preparano a una nuova guerra civile. «Nessuno combatterà solo perché le figlie vadano in classe, ma temo che saremo costretti a farlo per difendere la loro vita e quella di tutta la famiglia» sostiene uno degli «anziani» del villaggio, Haji Khan Badrawi raggiunto al telefono dal Corriere. 

«Se i talebani potranno tornare in città con il permesso degli americani e non del governo afghano o dei comandanti locali, scatteranno le vendette, le ruberie, le violenze. Non si combatte per 23 anni per poi dividersi sorridenti i posti in municipio, alla dogana, nell’esercito, nella compagnia dei telefonini, ovunque si facciano affari».

sabato 1 dicembre 2018

Gallarate, sinti sgomberati. Le lacrime di una bambina: "Salvate i miei libri di scuola"

Il Giorno
Gallarate (Varese) - La volontaria si allontana dal campo di via Lazzaretto con le lacrime agli occhi. In mano ha una scatola, dentro c’è un contenuto prezioso per chi gliel’ha consegnato. Sono libri di scuola. Una ragazzina, che frequenta la scuola media, ha vissuto questi giorni con il terrore che le ruspe arrivassero nel campo all’improvviso distruggendo anche i suoi libri, il suo tesoro.
I bambini del campo di Gallarate
Ieri mattina ha raccolto quei volumi, li ha sistemati con ordine in una scatola di cartone e appena ha visto le volontarie del doposcuola, ha consegnato loro i testi. «Salvate i miei libri per favore, non voglio vengano distrutti dalle ruspe», ha detto. Una delle volontarie che la conosce racconta: «frequenta la scuola con profitto, e vuole continuare a studiare». 

Poco distante dalla casetta della ragazzina una mamma, Josita, dà sfogo al suo dolore: «Ma come può il sindaco fare questo? - dice con rabbia - Abbiamo figli piccoli, anche lui è un papà, non pensa che ci sta mettendo per strada? La tendopoli non è la soluzione». Si ferma un attimo, vorrebbe piangere, ma frena le lacrime: «Noi mamme ci appelliamo a Papa Francesco. Gli chiediamo di aiutarci. Sotto questo cielo siamo tutti figli di Dio, invece qui ci stanno trattando come cani».

Un'altra donna chiede la solidarietà della moglie del sindaco Andrea Cassani: «È una mamma, ci sostenga, come può rimanere indifferente di fronte a quanto sta accadendo a noi, mamme come lei?». Nel campo ci sono le volontarie del doposcuola.«Era un progetto che funzionava - dice Anna Balzarini - adesso non so che cosa accadrà». 

Intanto una ragazzina ha affidato a loro i suoi libri di scuola: sono la speranza per il futuro che le ruspe non possono frantumare.

giovedì 27 settembre 2018

Halime, bimba rifugiata dalla Siria che sogna la scuola e studia in mezzo all'immondizia ad Istanbul

Globalist
La bambina è fuggita dalla Siria e vive a Istanbul con la famiglia. Il video che la ritrae mentre "studia" tra i cassonetti è diventato subito virale in Turchia.


Hanno suscitato rabbia e compassione le immagini di una bambina siriana seduta tra l'immondizia della periferia di Istanbul, mentre stringe tra le mani un quaderno di scuola, così simile a quello che miliardi di bambini in tutto il mondo proprio in queti giorni hanno ripreso in mano, dopo la fine delle vacanze estive. 

Solo che Halime, questo il suo nome, a scuola non può andarci, o meglio non poteva: perché le autorità turche, mosse a pietà, sono riuscite a identificarla dal video che è stato diffuso sui social e l'hanno iscritta a una scuola che potrà frequentare grazie all'aiuto economico del Comune.

Halime è scappata dalla Siria quasi un anno fa e fino a questo momento aiutava il padre nella raccolta di carta nei cassonetti dell'immondizia del quartiere di Arnavutkoy, dove abitava con i suoi sei fratellini. 


martedì 11 settembre 2018

Summer School di Sant'Egidio: i bambini Rom con giovani volontari hanno studiato tutta l'estate, per prepararsi ad andare a scuola.

www.santegidio.org
L'estate di studio con Sant'Egidio e il benvenuto al nuovo anno scolastico insieme alle maestre.

La recita di inizio anno è l’insolita iniziativa che ha coinvolto i bambini della Scuola della pace estiva nota come Summer school per i bambini rom della zona Sud di Roma. Hanno portato in scena uno spettacolo sul rispetto dell’ambiente, ma non è solo questo a commuovere i presenti, tra giovani, maestre e abitanti del quartiere Laurentino a Roma.

«Sono bambini che sono tornati ad essere bambini» afferma Federica Mancinelli di Sant’Egidio. «Hanno imparato a stare insieme, sono molto più sereni e questo è di fondamentale aiuto per affrontare il nuovo anno scolastico, al pari del recupero delle materie che si è fatto. Sono tornati bambini anche agli occhi della gente, anche a partire dai volontari che alla fine hanno voluto trascorrerci intere settimane, andando oltre i turni o l’alternanza scuola lavoro. Alcuni realizzavano la Scuola della Pace da più tempo, altri meno. I bambini hanno espresso un chiaro desiderio di imparare e quindi i tanti giovani delle superiori che hanno aiutato se li sono presi a cuore».

La festa e lo spettacolo chiudono un’estate passata sui libri per i settanta bambini iscritti all’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio per la scolarizzazione e l’alfabetizzazione dei bambini rom del campo di Castel Romano, uno dei più grandi in Europa.

La Summer school e il suo spettacolo conclusivo sono la storia di pregiudizi che svaniscono di fronte a una realtà diversa vissuta insieme.

I pregiudizi e la povertà sono tra i fattori che incidono sulla riuscita scolastica dei bambini e la Scuola della pace, anche in questa versione estiva, è l’ambiente in cui le esigenze dei più piccoli non sono affrontate come problemi educativi insormontabili, ma come parte della propria vita. L’iniziativa presta attenzione, ad esempio, ai passaggi da un ciclo scolastico all’altro: in molti quest’anno andranno in prima elementare senza aver frequentato la scuola materna. Sicuramente una situazione di svantaggio, ma in estate i bambini hanno cominciato a imparare le regole della scuola e dello stare insieme, attraverso le attività e l’affetto. 

La risposta è stata del tutto positiva. L’aiuto di volontari di gruppi scout e parrocchie venuti da diverse parti d’Italia ha permesso ai bambini di essere accompagnati individualmente nelle attività, evitando per loro la frustrazione di essere posti di fronte a compiti non adatti per il grado di alfabetizzazione. L’estate di solidarietà ha permesso di continuare questo importante lavoro.
Ogni momento, dallo studio alla recita conclusiva, ha permesso ai bambini di apprendere nuove abilità e di acquisire più fiducia in se stessi, in un ambiente in cui si cresce con l’amicizia. I progressi sono a tutto campo: dalla grafia più ordinata a una migliore predisposizione all’ascolto.

Tanto è ancora da fare per proteggere i bambini e promuoverne l’istruzione. I volontari hanno spesso ascoltato dai bambini parole di paura per il clima ostile e razzista di cui sono anche loro vittime: la sfida parte anche da questo.

Un posto che ha alcuni di loro come alunni è l’Istituto comprensivo “Domenico Bernardini”, che ha ospitato la festa nel suo teatro. La Dirigente scolastica, Daniela Marziali, ha espresso parole di apprezzamento per questo impegno gratuito a favore dei bambini. Insieme a lei hanno preso parte diversi insegnanti del 9° municipio di Roma, nelle cui scuole sono distribuiti gli alunni: alcuni li vedranno a breve sui banchi al loro primissimo giorno di scuola; altri sono loro studenti degli anni successivi; altri ancora andranno alle scuole di grado successivo.

In questo percorso lungo anni, prendersi cura dei bambini più svantaggiati ha significato anche prestare aiuto nell’inserimento scolastico, a partire dalle iscrizioni, prevenendo la dispersione scolastica. La felicità dei bambini nell’essere protagonisti e promotori di messaggi positivi accompagna questo paziente lavoro degli adulti.

Alfabetizzazione e scolarizzazione si confermano con queste storie degli obiettivi concretamente perseguibili, perché in quella percentuale di esclusi che sembra piccola (0,8%) si trova una sfida sociale e culturale che già molti giovani hanno fatto propria. Questo coinvolgimento personale per il bene dei più piccoli ha donato a tutti una nuova prospettiva.

martedì 24 aprile 2018

Siria: Unicef, 2,8 milioni di bambini sono senza istruzione

SIR
Nonostante gli oltre 7 anni di guerra in Siria quasi 5 milioni di bambini siriani vanno a scuola, ma altri 2,8 sono senza istruzione. 


L’allarme è dell’Unicef che, in vista della conferenza a Bruxelles sulla Siria (24-25 aprile), invita a un maggiore supporto per l’istruzione dei bambini. 

Drammatiche le cifre aggiornate dell’Unicef: dall’inizio del conflitto nel 2011, sono state attaccate 309 strutture scolastiche e una scuola su tre non può più essere utilizzata; circa il 40% dei bambini che non vanno a scuola hanno fra i 15 e i 17 anni, rendendoli vulnerabili allo sfruttamento fra cui i matrimoni precoci, reclutamento nei conflitti e lavoro infantile. 

Queste problematiche, afferma l’Unicef, si stanno diffondendo visto che le famiglie stanno facendo sempre più affidamento su misure di sopravvivenza estreme. Per quanto riguarda i bambini che vanno a scuola, il rischio di abbandono incombe mentre affrontano gli impatti del trauma. 

Tuttavia, “contro ogni aspettativa”, 4,9 milioni di bambini siriani continuano ad avere accesso all’istruzione. Circa il 90% dei bambini che hanno accesso all’istruzione frequentano le scuole pubbliche, sia in Siria, che nei paesi vicini. 

In Libano e Giordania, i bambini siriani hanno potuto unirsi ai loro coetanei locali nelle scuole pubbliche. Tuttavia, rimangono sfide enormi. A causa del conflitto che va avanti da sette anni 2,8 milioni di bambini hanno perso la scuola; alcuni di questi bambini non sono mai andati a scuola, mentre altri hanno perso fino a sette anni di istruzione, rendendo loro estremamente difficile recuperare gli anni perduti. 

“I consistenti finanziamenti da parte dei donatori, la generosità senza precedenti da parte dei governi ospitanti e le comunità, il lavoro senza sosta di insegnanti eroici e la determinazione dei bambini siriani e delle loro famiglie hanno aiutato milioni di bambini siriani a ricevere un’istruzione”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa. 

“I leader mondiali questa settimana si incontreranno a Bruxelles per la conferenza per supportare il futuro della Siria e della regione: chiediamo loro di non arrendersi con i bambini e i giovani che ne hanno già passate così tante. Finanziamenti costanti, flessibili, senza condizioni e a lungo termine per il settore dell’istruzione sono necessari per migliorare il sistema esistente e aumentare il numero di opzioni alternative per i bambini e i giovani di partecipare a un apprendimento di qualità. La protezione e i bisogni dei bambini devono essere la priorità per i decisori politici e per coloro che combattono sul campo”.

martedì 30 gennaio 2018

Bangladesh - Una scuola per i bambini profughi Rohingya

Agenzia Fides
Dacca - “Nei campi profughi i Rohingya vivono in piccoli ripari realizzati con canne di bambù e pezzi di plastica; scarseggiano ancora l’acqua potabile e il cibo. Sono più di 500.000 i bambini, che bramano un futuro che non c’è. 


Ho appena visitato i campi dei rifugiati Rohingya in Bangladesh: quasi un milione di persone sono fuggite dal Myanmar per salvarsi la vita. Per rispondere al grande bisogno dei bambini, che ormai costituiscono più della metà della popolazione Rohingya nei campi, la Comunità di Sant’Egidio ha aperto una Scuola per 300 bambini, nel campo profughi di Jamtholi”: lo annuncia all’Agenzia Fides Alberto Quattrucci, inviato della comunità di Sant’Egidio in Bangladesh, dove ha visitatao i campi profughi che accolgono i Rohingya fuggiti dal Myanmar.

Quattrucci racconta: 
“Gli uomini dell’esercito birmano hanno distrutto i villaggi dei Rohingya, bruciato le loro case, torturato gli uomini e violentato le donne, ucciso solo nell’ultimo anno più di 7000 persone. Così, chi ci è riuscito è fuggito, portando con sé la propria famiglia o quello che ne restava. E' un popolo senza cittadinanza, il più numeroso popolo di apolidi nel mondo. Un popolo che non esiste e quindi senza alcun diritto. Si tratta della pulizia etnica del nostro secolo”.
Un piccolo seme di speranza, in tale situazione drammatica, è la nuova scuola avviata nel campo profughi di Jamtholi: funziona per sei giorni la settimana, dal sabato al giovedì, dalle 9.00 alle 15.00, in tre turni di 100 bambini. 

Gli insegnanti – spiega Quattrucci – sono quattro rifugiati Rohingya, che erano maestri nello stato birmano Rakhine prima di fuggire in Bangladesh. Le lezioni si tengono per ora in una baracca provvisoria, in attesa di avviare una costruzione più ampia e stabile su un terreno individuato per il quale si ha già l’autorizzazione. E’ realizzata in partnership con i volontari dei Dreamers e della Muhammadiyah, l’organizzazione islamica indonesiana che gestisce anche un piccolo centro nutrizionale.

“Fare scuola è un gesto di speranza per il futuro dei rohingya, in un momento in cui la situazione è ancora bloccata: infatti la prospettiva di un possibile rimpatrio annunciata dal governo del Bangladesh dopo l’incontro con il governo del Myanmar a Naypyidaw, il 16 gennaio scorso, si scontra con notevoli difficoltà”, rileva il delegato della Comunità di Sant’Egidio.

L'eventuale rimpatrio, infatti, è subordinato alla concessione ai rohingya della cittadinanza del Myanmar, e verrà concesso (secondo gli accordi sottoscritti) a non più di 300 persone al giorno. “Questo significa che i campi profughi saranno smantellati nell’arco di dieci anni”, nota.

La scuola, spiega, rappresenta “il primo passo per provare a trasformare questa lunghissima fase di emergenza in un tempo utile, che prepari le nuove generazioni ad un futuro che ci auguriamo veda un processo di integrazione in un una società multietnica, che tutela la convivenza e il pluralismo”.

giovedì 25 gennaio 2018

Bangladesh - Apre la scuola con i primi 300 bambini rohingya nel campo rifugiati di Jamtholi.

www.santegidio.org
Per rispondere al grande bisogno dei bambini, che ormai costituiscono più della metà della popolazione Rohingya nei campi - si parla oggi di 520.000 bambini – Sant’Egidio ha aperto una Scuola per 300 bambini, nel campo rifugiati di Jamtholi.


La scuola funziona da oggi per sei giorni la settimana, dal sabato al giovedì, dalle 9.00 alle 15.00, in tre turni di 100 bambini.

Gli insegnanti sono quattro rifugiati Rohingya, che erano maestri nel Rakhine prima di fuggire. Si tiene per ora in una baracca provvisoria, in attesa di avviare una costruzione più ampia e stabile su un terreno individuato per il quale si ha già l’autorizzazione. E’ realizzata in partnership con i volontari dei Dreamers e della Muhammadiyah, che gestiscono anche un piccolo centro nutrizionale.

giovedì 18 gennaio 2018

Rifugiati. UNHCR: 3,5 milioni di bambini non vanno a scuola.

Vita
Per continuare a garantire l’accesso all’istruzione dei minori, metterli al riparo dalla violenza e aiutarli a costruire un futuro migliore, l’Unhcr lancia la seconda edizione della campagna “Mettiamocelo in testa. Solo l’istruzione può salvare la vita e il futuro di un bambino rifugiato” che sostiene il progetto “Educate a Child” attivo dal 2012 che ha permesso di istruire un milione di piccoli.

Sono oltre 3,5 milioni i bambini rifugiati in tutto il mondo che non hanno avuto la possibilità di andare a scuola. Eppure, la scuola non è meno importante di una tenda dove dormire, del cibo o delle cure mediche.

Come emerge dal rapporto dell’Agenzia Onu per i Rifugiati Left Behind, dei 3,5 milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione, 1,5 milioni non hanno frequentato la scuola primaria, mentre i restanti 2 milioni la scuola secondaria. 

E se nel mondo oltre il 90% dei bambini frequenta la scuola primaria, per i bambini rifugiati la percentuale si abbassa a quota 61%, mentre nei Paesi a basso reddito si riduce ulteriormente fino ad arrivare al 50%. Un divario che diventa ancora più ampio quando i bambini crescono. Infatti, se in tutto il mondo l’istruzione superiore si attesta al 36%, per i ragazzi rifugiati la percentuale rimane drammaticamente ferma all'uno per cento.

«Ogni bambino rifugiato ha diritto a un’istruzione di qualità», commenta Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa. «L’Unhcr si impegna a difendere e promuovere questo diritto fondamentale in tutte le sedi possibili: presso i governi e la comunità internazionale ma anche con le imprese e le fondazioni e con i cittadini. Un bambino rifugiato ha già dovuto subire il trauma della violenza e della fuga forzata per sopravvivere, spesso ha perso anche i suoi genitori. 

Non possiamo e non dobbiamo permettere che debba rinunciare anche all’istruzione, perché la scuola è la principale, e in molti casi l’unica, risorsa che ciascun bambino ha per costruire per sé e per la sua comunità di appartenenza un futuro dignitoso e di pace. 

Per queste ragioni – conclude Sami - chiediamo a tutti di sostenere la campagna: un sms o una chiamata da fisso al 45516 puo’ avere un impatto determinante nella vita di un bambino rifugiato». 

Con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza decisiva dell’istruzione per il futuro di milioni di bambini rifugiati e di garantire loro accesso ad un’istruzione di qualità, dal 14 al 28 gennaio l’Unhcr lancia la seconda edizione della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “Mettiamocelo in Testa. 

Solo l’istruzione può salvare la vita e il futuro di un bambino rifugiato” che si potrà sostenere con un sms o chiamata da rete fissa al numero solidale 45516(il valore della donazione è di 2 euro per gli sms cellulari Wind Tre, Tim, Vodafone, Coop Voce e Tiscali; 5 euro per le chiamate da rete fissa TWT e Convergenze, di 10 euro per Vodafone, di 5 e 10 euro per ciascuna chiamata da rete fissa Tim, Wind Tre, Fastweb e Tiscali).



I fondi raccolti con la campagna andranno a sostenere il progetto dell’Unhcr “Educate a Child”. Avviato nel 2012 in 12 Paesi – Siria, Iran, Ciad, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Kenia, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, Ciad, Sudan – questo progetto ha garantito, nei primi 5 anni, accesso all’istruzione a 1 milione di bambini rifugiati. Inoltre, dall’inizio del programma sono state costruite e ristrutturate 210 scuole in 12 paesi e sono state realizzate e ristrutturate 3.133 classi che hanno permesso a tanti bambini di andare a scuola senza dover affrontare il problema ricorrente del sovraffollamento.

In cinque anni, è stato garantito sostegno economico diretto a 76mila bambini provenienti da famiglie vulnerabili. Solo nel corso del 2017, grazie al progetto Educate a Child, l’Unhcr ha reclutato 6.158 insegnanti e ne ha formati oltre 19 mila dall’inizio del programma. A tutti i bambini, dal 2012 l’UNHCR ha distribuito circa 2,4 milioni tra libri di testo e altri materiali didattici.

Parte dei fondi raccolti, inoltre, saranno utilizzati per attività di sensibilizzazione nelle scuole italiane sui temi dell’asilo e delle condizioni di vita dei rifugiati.

Anche quest’anno, per promuovere la campagna, sarà organizzato un evento che mira ad accendere i riflettori sull’impatto decisivo dell’istruzione nella vita di un bambino rifugiato. Protagonista dell’evento, l’attore Lino Guanciale, testimonial dell’Unhcr. Inoltre, grazie al sostegno di Lega Serie A, anche il mondo del calcio scenderà in campo per sostenere la campagna “Mettiamocelo in Testa” cui dedicherà la XXI giornata di campionato del 21 e 22 gennaio.

domenica 26 novembre 2017

"Matrimoni tra minori, fenomeno in aumento nei campi rom. Quei giovani vivono ghettizzati. Soltanto la scuola può salvarli" Intervista a Paolo Ciani

La Stampa
Dobbiamo farli uscire dai campiIl fenomeno dei matrimoni tra minori nei campi rom dell'estrema periferia di Roma «è molto peggiorato negli ultimi anni. Siamo tornati ai livelli di trent'anni fa». A denunciarlo è Paolo Ciani, responsabile dei servizi con i Rom e Sinti della Comunità di Sant'Egidio. E «sono impressionanti» i dati emersi dal report dell'Associazione 21 Luglio sugli sposi bambini.

Ciani, i dati dicono che abbiamo superato la percentuale di matrimoni tra minori del Niger. Questo passo indietro da cosa dipende?
«Si è abbandonato il percorso di scolarizzazione e di inserimento nella società delle comunità rom della Capitale, preferendo ghettizzarle. Alcune famiglie rom con cui lavoriamo ci hanno chiesto di farle uscire dai campi o le loro figlie finiranno per sposarsi troppo presto. I livelli di istruzione e integrazione incidono molto sulla consapevolezza di certe scelte».
Colpa delle vecchie generazioni o è un desiderio dei giovani?
«È un fenomeno che viene generalmente accettato dalla cultura rom. Certe volte sono proprio i minori a volersi sposare. In altri casi, questi matrimoni - che non hanno alcun valore legale ma sono solo autorizzazioni alla convivenza date dai genitori - vengono combinati tra le famiglie. Capita anche che i parenti dello sposo paghino una dote in beni o in denaro alla famiglia della ragazza. Pratiche, queste, che ricordano tempi antichi, ma che ormai si sono anche adattate alla modernità».
Cosa intende?
«I ragazzi rom ormai si conoscono anche sui social network, chattano e si frequentano online. Quando le famiglie lo scoprono, cercano spesso di sanare la situazione. Ma il motivo principale del matrimonio precoce è un altro: la mancanza totale di un'età della spensieratezza. L'adolescenza quasi non esiste. Così, anche il rapporto con l'altro sesso viene vissuto come un problema».
La soluzione qual è?
«Farli uscire dai campi, che sono luoghi disumani dove spesso non faremmo vivere nemmeno delle bestie. Molti ragazzi rom che lavorano con noi e vivono una realtà normale, ad esempio, arrivano a 24 o 25 anni senza sentire l'obbligo di sposarsi».
Che giudizio dà al nuovo piano per il superamento dei campi rom di Virginia Raggi?
«Le intenzioni sono positive, ma gli strumenti utilizzati finora non funzionano. Le famiglie devono trovarsi da sole un appartamento da affittare. Un metodo che ha dimostrato di essere inefficace». 

Nel resto del Paese la situazione è la stessa di Roma?
«Roma è la città con il più grande numero di campi. Non c'è una statistica documentata a livello nazionale, ma la percentuale nelle altre città è certamente legata all'obbligo scolastico. Dove non si tollera l'abbandono dell'istruzione dei minori, il fenomeno è residuale».


sabato 4 novembre 2017

Turchia - A Gaziantep i bambini rifugiati siriani iniziano ad andare a scuola

TPI
Nella provincia sudorientale turca di Gaziantep, alcuni bambini siriani rifugiatisi in Turchia hanno cominciato a seguire le lezioni a scuola insieme ai loro coetanei turchi, secondo un programma di integrazione voluto dal ministero dell’Istruzione di Ankara.


Il progetto, sviluppato negli ultimi due anni, intende facilitare l’inclusione scolastica dei bambini fuggiti dalle violenze della guerra civile. Almeno 976.200 degli oltre 3 milioni di rifugiati siriani che vivono in Turchia sono bambini in età scolare.
Il maggiore ostacolo alla loro integrazione è rappresentato dalla lingua, per questo il ministero dell’Istruzione di Ankara ha provveduto a creare un progetto finanziato in parte dall’Unione europea.

Il maggior numero di bambini siriani che siedono nelle aule turche si trova nella provincia di Gaziantep, dove, nella sola scuola elementare Şehit Karayılan, si contano 625 rifugiati su 1.638 studenti

“Questi bambini diventeranno parte della nostra società”, ha detto al quotidiano Hurriyet, Buşra Erkan, un’insegnante di lingua turca della scuola elementare.

“I bambini parlano arabo a casa, perciò ci vorrà un po’ di tempo perché imparino il turco. Ma i bambini sono bambini, non importano le differenze culturali”.

Secondo il direttore provinciale dell’Istruzione, Cengiz Mete, sono almeno 38.850 i bambini siriani che stanno frequentando le scuole pubbliche della provincia di Gaziantep. Gli insegnanti impiegati in questo progetto sono 720, insieme a 61 consulenti scolastici.

Questi numeri non sono però sufficienti all’integrazione scolastica dei bambini siriani rifugiati nel sud della Turchia. “Abbiamo bisogno di altre 3.200 classi perché il numero di siriani a Gaziantep è in aumento”, ha concluso Mete.

lunedì 30 ottobre 2017

Diffida legale contro il sussidiario "razzista" che equipara profughi e clandestini

Repubblica
L'Asgi, associazione studi giuridici sull'immigrazione chiede l'immediato ritiro del testo di studio e annuncia iniziative legali. Nel mirino il capitolo del sussidiario in cui si sostiene che “molti (stranieri) vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge”

Offensiva legale contro il sussidiario razzista destinato ai bambini di quinta elementare edito da Il Capitello. L'Asgi, associazione studi giuridici sull'immigrazione, autrice di tanti ricorsi contro provvedimeti discriminatori, chiede l'immediato ritiro del testo di studio e annuncia iniziative legali. L'associazione, rappresentata a Milano dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, prende di mira il capitolo in cui si sostiene che “molti (stranieri) vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge” e chiosa: "Non è nostra intenzione muovere censure alla peraltro discutibilissima impostazione educativa da Voi prescelta (che omette qualsiasi espressione di carattere solidaristico), né sulla evidente erroneità di mettere in connessione “l’aumento di stranieri” con i “profughi”, laddove è invece noto che titolari di protezione e richiedenti asilo costituiscono una percentuale minima della popolazione straniera presente in Italia".

Nella lettera di diffida inviata alla casa editrice torinese, Asgi aggiunge: "Intendiamo invece segnalarVi che l’affermazione sopra riportata è gravemente errata sotto il profilo giuridico e il suo utilizzo può – a nostro avviso - dar luogo alle sanzioni previste per atti e comportamenti discriminatori. E infatti nei “centri di assistenza per i profughi” non vengono affatto accolti “clandestini, cioè persone la cui permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge”, ma soggetti autorizzati a restare in Italia al fine di veder esaminata la propria richiesta di protezione. Ad essi viene rilasciato un regolare permesso di soggiorno e, decorsi 60 giorni dalla domanda di protezione, essi possono anche inserirsi a pieno titolo nel mercato del lavoro".

Il libro sostiene che i profughi sono clandestini, ma l'Asgi replica: "L’equiparazione tra il richiedente protezione (o addirittura il “profugo”) e il “clandestino-che-se-ne-deve-andare” costituisce gravissima violazione dei diritti sanciti dalla Convezione di Ginevra e dalla direttiva dell’Unione 2013/33, nonché comportamento molesto e discriminatorio. Vi segnaliamo che proprio l’utilizzo di analoghe espressioni è già stato censurato dal Tribunale di Milano con ordinanza 22.2.2017, che ne ha affermato il carattere discriminatorio, condannando gli utilizzatori al risarcimento del danno".

La sentenza a cui si fa riferimento è quella contro la Lega di Saronno che tappezzò la città di manifesti in cui si equiparavano i profughi ai clandestini. La richiesta è dunque quella di "sospendere immediatamente la diffusione della pubblicazione e a provvedere al ritiro e alla correzione della stessa nella parte sopra evidenziata" e in assenza di "tempestivo riscontro" l'associazione annuncia una causa legale.

Zita Dazi

venerdì 22 settembre 2017

I figli dei migranti, "piccoli mediatori culturali tra famiglia e società"

Redattore Sociale
Siracusa - Quali sono i benefici per i bambini che, già in primissima età, riescono ad apprendere in maniera significativa una seconda lingua, allo stesso livello della prima? 


"L'apprendimento proficuo della seconda lingua da parte del bambino - conclude Provenzano - in molti casi fa avere al bambino anche il ruolo di una sorte di ponte tale da favorire il miglioramento dei processi di integrazione della stessa famiglia con il resto della società. I bambini diventano in questo modo dei 'mediatori culturali' tra la famiglia e la società che li ospita". 

A spiegarlo è Antonella Provenzano, nel suo intervento di questa mattina a Canicattini Bagni (Sr) nel corso del festival Fin da piccoli organizzato dal Centro per la Salute del Bambino onlus insieme all'associazione "Leggimi una storia" e Passwork con il patrocinio del comune e di Nati per leggere Sicilia.