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mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


martedì 23 febbraio 2021

Paraguay - Rivolta di centinaia di detenuti nel carcere di Tacumbú, il più grande del paese, almeno 7 morti

sicurezzainternazionale.luiss.it 
Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L’intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l’ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l’uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate. 

“Non si tratta di uno scontro tra clan”, ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un’intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all’interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.

Mentre il caos dilagava all’interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all’entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l’edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.

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lunedì 22 febbraio 2021

Povera Ucraina, una guerra civile dimenticata nel cuore dell'Europa

Corriere della Sera
Il destino di uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, grande quanto la Francia, che parla russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali. 
Povera Ucraina, tornata nel dimenticatoio dopo una fugace notorietà nel 2019, quando Trump cercò di colpire il rivale Biden mettendo nel mirino gli affari del figlio Hunter con gli oligarchi di Kiev. Povera Ucraina, di nuovo in soffitta benché la sua guerra civile tra filo-russi e occidentalisti abbia fatto in sette anni, 14.500 morti e decine di migliaia di feriti.


Ma chi ne parla? Dopotutto l'Ucraina è uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, anche se è grande quanto la Francia. Povera Ucraina, condannata dalla Storia a parlare russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali (a questi si richiamavano i dimostranti di Piazza Maidan).

Povera Ucraina che nel 1954 ricevette da Krusciov il regalo avvelenato della Crimea, oggi annessa dalla Russia di Putin e da allora diventata il secondo Muro dopo quello del Donbass, per la disperazione di chi lamenta la mancanza di una unità nazionale che il crollo dell'URSS pareva aver promesso. Povera Ucraina, che oggi teme di perdere i proventi del transito del gas russo diretto in Occidente se Berlino e Mosca riusciranno a completare il NorthStream-2 a dispetto delle sanzioni americane.

Che nel suo esercizio di democrazia dell'aprile 2019 ha eletto Presidente Volodymyr Zelenski, un attore comico noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di presidente in uno sceneggiato tv. Ma uomo nuovo che prometteva guerra alla corruzione e un accordo con la Russia. 

Due anni dopo purtroppo la corruzione è come sempre dilagante (e blocca gli aiuti FMI e UE), e con Putin i sorrisi si alternano a colpi bassi micidiali (chiuse le TV filo-russe in Ucraina, sanzioni contro novanta imprese ucraine in Russia). Gli accordi di Minsk, il "formato Normandia"? Interessano solo un piccolo gruppo di diplomatici. E Biden, se entrasse in scena, non aiuterebbe. Del resto Ucraina, e Libia, vengono considerate affari degli europei. La Libia è già persa, ora povera Ucraina.

Franco Venturini

sabato 20 febbraio 2021

Bielorussia: due giornaliste, Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, condannate a due anni carcere, con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente

ANSA
Con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente. La leader dell'opposizione Tikhanoskaya: 'Lukashenko non ci spezzerà'.

Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova Copyright ANSA/EPA

Un tribunale della Bielorussia ha condannato due giornaliste a due anni di carcere ciascuno con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko.

L'emittente televisiva di opposizione con sede in Polonia, Belsat, ha reso noto che Katerina Bakhvalova, 27 anni, e Daria Chultsova, 23, sono state condannate per aver condotto "azioni di gruppo che violano gravemente l'ordine pubblico" durante le riprese di una protesta a novembre.

"Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre.
Lukashenko non può spezzarci", ha scritto su Twitter Svetlana Tikhanovskaya, leader dell'opposizione bielorussa commentando la sentenza.

venerdì 19 febbraio 2021

Etiopia - Orrore in Tigrai. Uccisi preti, donne e bambini, stupri di massa da parte dell'esercito etiopico e degli alleati eritrei

Avvenire
Le conferme dei testimoni dei massacri: trenta sacerdoti uccisi dai soldati in chiesa a Irob a gennaio. Quasi duecento persone, tra loro donne e bimbi, morte nei bombardamenti

I racconti dell’orrore della guerra-ombra del Tigrai squarciano il buio che li ha avvolti in questi 100 giorni esatti di blackout informativo e di isolamento. Molti testimoni confermano quanto da tempo scriviamo sui crimini di guerra e le atrocità commesse e quanto ripetuto sui social o sussurrato al telefono da giornalisti, attivisti e operatori umanitari. Confermati i massacri di civili – anziani, donne e bambini compresi – e di religiosi copti.

E gli stupri di massa, uccisioni e deportazioni forzate in Eritrea dei rifugiati eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, che immagini satellitari hanno mostrato distrutti e che nei giorni scorsi il governo di Addis Abeba ha dichiarato di non voler più riaprire mentre l’Onu non ha più potuto accedervi. Inequivocabili le notizie forniteci da fonti cattoliche, che non citiamo per ragioni di sicurezza. Ad Irob, piana semidesertica confinante con la regione Afar e l’Eritrea, sono stati uccisi solo a gennaio 30 preti copti ortodossi che pregavano in chiesa. A Wukro, Adigrat e Kobo mancano cibo e medicinali.

Agghiaccianti i racconti sulle uccisioni di giovanissimi sotto gli occhi dei genitori, cento solo a Irob, e delle frequenti violenze sessuali su donne e ragazze anche davanti ai mariti, spesso seguite dalla spietata uccisione delle vittime. «Meglio uccidere le donne del Tigrai perché domani partoriranno i woyane (i membri del Tplf, ndr) » avrebbero detto i militari eritrei a chi chiedeva il perché di tanto odio. Alla fine di gennaio, sempre a Irob, etiopi ed eritrei hanno ucciso 50 «mogli dei Woyane». Venerdì per la prima volta il governo etiope, con un tweet della ministra delle donne Filsan Abdullahi Ahmed, ha ammesso che una task force governativa «purtroppo ha stabilito che le violenze sessuali hanno avuto luogo con certezza e senza alcun dubbio».

Filsan non ha specificato chi siano i responsabili, ma molte donne sostengono di essere state violentate dalle forze eritree, gli shabia, soldati in sandali di plastica che avrebbe ricevuto l’ordine di eliminare anche i maschi tigrini sopra i sei anni proibendone la sepoltura. Circostanziata l’accusa dell’Ong Human Rights Watch alle truppe federali e a quelle eritree: a novembre avrebbero bombardato scuole, ospedali, chiese e mercati di Humera, Macallè e Scire uccidendo 187 civili tra cui donne e bambini e ferendone oltre 300.

Non sono stati risparmiati i simboli religiosi. K. ha assistito al bombardamento della chiesa ortodossa di Sant’Amanuel nel villaggio di Negash, in cima a una montagna, il 23 e 24 novembre da parte di tank e artiglieria pesante di Isaias Afewerki. Sono stati inoltre saccheggiati missioni e conventi cattolici, spesso religiosi e religiose sono stati rapinati persino dei crocifissi portati al collo. Sul banco degli imputati l’esercito federale e soprattutto gli alleati eritrei – acerrimi nemici del Tplf, partito egemone del Tigrai – tuttora in territorio tigrino. Presenza negata dal regime di Asmara e dal governo etiope (ma ammessa da autorità locali e da comandanti federali) anche nei giorni scorsi, quando Usa e Ue hanno chiesto all’Eritrea il ritiro immediato dei soldati, colpevoli di violenze indicibili, e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. Che dovrà affrontare anche il dramma dei rifugiati eritrei deportati, probabilmente 10 mila. Per la prima volta il governo di Addis Abeba riconosce le violenze sessuali avvenute nella zona dei combattimenti Caritas italiana: dopo cento giorni di guerra stiamo sempre a fianco della popolazione

L’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha invece denunciato la scomparsa di 20 mila rifugiati eritrei sui 96 mila sotto protezione etiope in quattro campi nel Tigrai. Siamo riusciti a contattare telefonicamente alcuni fuggiaschi a Macallè per ricostruire i fatti. «Il 20 novembre verso le otto di sera sono arrivati gli shabia – racconta Kidane, 28 anni, ad Hitsats da due – li abbiamo riconosciuti dalla divisa. Sparavano su chi non poteva scappare come anziani, donne e bambini rifugiati uccidendoli e catturando molte persone. Ho visto distruggere Hitsats e sono fuggito. Lungo la via ho visto molti cadaveri». Shimelba, campo di 8.500 eritrei di etnia Cunama, è stato distrutto ai primi di gennaio. «Ma la sera del 26 novembre gli shabia hanno circondato il campo e fatto irruzione – ricorda Haddar. 30 anni – intimandoci di non scappare.

Hanno distribuito 5 chili di farina a persona, poi hanno chiama- to i 5 leader del campo per incontrarli e gli hanno chiesto quanti eravamo. Li hanno portati via e prima di andarsene hanno fucilato 5 guardiani del Tplf impedendoci di seppellirli. Chi voleva poteva andarsene, in Tigrai o in Eritrea, ma non restare. Il giorno dopo sono tornate le milizie tigrine dicendoci di rimanere e garantendoci protezione. Ma quando il 5 gennaio sono tornati gli eritrei, sono fuggiti. L’esercito di Isaias ha iniziato a incendiare tutto e a uccidere anche donne e bambini. Chi non è riuscito a fuggire, la maggioranza, è stato deportato a piedi fino a Shiraro e da lì in camion in Eritrea, a Shambuko».

Che sorte è toccata in Eritrea ai deportati? Diverse fonti completano il racconto di Haddar provando che un ennesimo crimine è stato commesso. I rifugiati Cunama sono prigionieri in campi di accoglienza in attesa che passi il Covid. Sono in uno stato pietoso perché denutriti da settimane. Il regime vuole spedire i giovani nei campi di addestramento per il servizio di leva a vita dal quale erano fuggiti. Gli altri, finita la pandemia, torneranno nei villaggi. Davanti a questa tragedia dimenticata, Caritas italiana ha invitato alla solidarietà lanciando una raccolta fondi a sostegno del programma di aiuti di Caritas Etiopia per garantire cibo ai bambini malnutriti, la distribuzione di kit di sopravvivenza e la consegna di semi e animali alle famiglie sfollate che hanno perso tutto.

Paolo Lambruschi

giovedì 18 febbraio 2021

Report "Front Line Defender" - 331 difensori dei diritti umani e dell'ambiente assassinati nel 2020 in 25 paesi, 177 in Colombia.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Due terzi delle persone uccise hanno lavorato per proteggere i diritti dell'ambiente, della terra e delle popolazioni indigene, mentre anche coloro che hanno prestato soccorso a Covid hanno dovuto affrontare rappresaglie.
Almeno 331 difensori dei diritti umani che promuovono la giustizia sociale, ambientale, razziale e di genere in 25 paesi sono stati assassinati nel 2020, con decine di persone picchiate, detenute e criminalizzate a causa del loro lavoro, secondo le analisi. 

L'America Latina, il continente più pericoloso al mondo in cui proteggere l'ambiente, la terra e i diritti umani, ha rappresentato più di tre quarti di tutti gli omicidi di difensori dei diritti umani nel 2020. 

In Colombia, dove gli attivisti sono abitualmente presi di mira dai gruppi armati nonostante un accordo di pace del 2016, sono state registrate 177 morti di questo tipo, più della metà del totale globale. 

Le Filippine sono state il secondo paese più mortale con 25 omicidi, seguite da Honduras, Messico, Afghanistan, Brasile e Guatemala. Mentre la maggior parte (69%) delle persone uccise lavorava per i diritti dell'ambiente, della terra o delle popolazioni indigene, gli attivisti si sono trovati anche nel mirino semplicemente per fornire aiuti Covid-19 alle loro comunità, secondo un rapporto pubblicato giovedì dal gruppo di difesa. 

ES


mercoledì 17 febbraio 2021

Bielorussia - Nel cuore dell'Europa dopo aver arrestato gli oppositori, rappresaglie contro gli attivisti, difensori dei diritti umani

Amnesty International
Dopo aver arrestato o costretto all’esilio praticamente chiunque fosse associato all’opposizione politica del paese, le autorità della Bielorussia hanno iniziato a prendere di mira i difensori dei diritti umani e i giornalisti, il cui unico “reato” è documentare la repressione in corso dal contestato esito delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020.


Nelle prime ore del 16 febbraio la polizia ha effettuato incursioni nelle sedi del Centro per i diritti umani “Viasna”, dell’Associazione dei giornalisti, del sindacato indipendente REP e nelle abitazioni di appartenenti a questi organismi e di altre decine di attivisti della società civile.

Queste operazioni repressive, che hanno avuto luogo a Minsk, Homel, Mahilyou, Vitsebsk e Brest, sono state svolte nell’ambito di indagini del tutto pretestuose per la presunta violazione dell’art. 342 del codice penale bielorusso (“organizzazione e preparazione di azioni per turbare gravemente l’ordine pubblico”) allo scopo, secondo le autorità inquirenti, di “chiarire le circostanze del finanziamento delle azioni di protesta”.

martedì 16 febbraio 2021

Guerra in Yemen - ONU: Il dramma malnutrizione minaccia metà bambini sotto 5 anni, sono 2,3 milioni più 16% in un anno

AnsaMed
La malnutrizione acuta minaccia la metà dei bambini sotto i cinque anni nello Yemen e si prevede che quasi 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni nel Paese arabo in guerra soffriranno di malnutrizione acuta nel 2021, hanno ammonito oggi quattro agenzie delle Nazioni Unite.


Di questi, 400.000 dovrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave e potrebbero morire se non ricevono cure urgenti.

Secondo Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia), Pam/Wfp (Programma alimentare mondiale) e Oms (Organizzazione mondiale della sanità), i dati sono tra i più alti livelli di malnutrizione acuta grave registrati in Yemen dall'escalation del conflitto nel 2015.

Le nuove cifre segnano infatti un aumento della malnutrizione acuta e della malnutrizione acuta grave rispettivamente del 16% e del 22% tra i bambini sotto i cinque anni dal 2020.

La drammatica situazione yemenita deriva da anni di conflitto armato e declino economico ed è aggravata dalla pandemia di Covid-19 e da una grave carenza di fondi per la risposta umanitaria. Questi fattori "stanno spingendo le comunità esauste sull'orlo del baratro, con livelli crescenti di insicurezza alimentare", deplorano le agenzie Onu in un comunicato congiunto pubblicato a Ginevra.

"Il numero crescente di bambini che soffrono la fame nello Yemen dovrebbe indurci tutti all'azione", dichiara Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell'Unicef. "Più bambini moriranno ogni giorno che passa senza che si agisca. Le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di risorse prevedibili urgenti e di accesso senza ostacoli alle comunità sul campo per poter salvare vite umane".

La risposta umanitaria rimane tuttavia gravemente a corto di finanziamenti. Nel 2020, il piano di risposta umanitaria ha ricevuto 1,9 miliardi di dollari dei 3,4 miliardi di dollari richiesti.

lunedì 15 febbraio 2021

Biden punta a chiudere Guatanamo (macchia nel rispetto dei diritti umani in USA) entro la fine del suo mandato

Blog Diritti Umani - Human Rights
Biden avvia la revisione del carcere di Guantanamo, punta a chiuderlo prima della fine del suo mandato.


Istituita per ospitare sospetti stranieri in seguito agli attacchi dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, la prigione è diventata il simbolo degli eccessi della "guerra al terrore" statunitense a causa dei duri metodi di interrogatorio che, secondo i critici, equivalgono a torture

Gli assistenti del presidente Joe Biden hanno avviato una revisione formale della prigione militare statunitense a Guantanamo Bay a Cuba, rilanciando l'obiettivo dell'era Obama di chiudere la controversa struttura con l'obiettivo di farlo prima che lasci l'incarico, ha detto la Casa Bianca venerdì (12 febbraio). Segnalando un nuovo sforzo per rimuovere quella che i sostenitori dei diritti umani hanno definito una macchia sull'immagine globale dell'America. 

Alla domanda se Biden chiuderà la prigione di massima sicurezza situata presso la stazione navale di Guantanamo entro la fine della sua presidenza, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha detto ai giornalisti: "Questo è certamente il nostro obiettivo e la nostra intenzione". 

Ma è improbabile che un'iniziativa del genere faccia cadere presto il sipario sulla struttura offshore, in gran parte a causa dei seri ostacoli politici e legali che hanno anche frustrato gli sforzi del suo ex capo, l'ex presidente Barack Obama, per chiuderla. 

"Stiamo intraprendendo un processo NSC per valutare lo stato di avanzamento dei lavori che l'amministrazione Biden ha ereditato dalla precedente amministrazione, in linea con il nostro obiettivo più ampio di chiudere Guantanamo", ha detto a Reuters la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Emily Horne, che è stata la prima a segnalare che la revisione era in corso.

Attualmente sono presenti a Guantanamo  40 prigionieri, la maggior parte detenuti da quasi due decenni senza essere accusati o processati. 

ES

Fonte: CNA - Biden launches review of Guantanamo prison, aims to close it before leaving office

sabato 13 febbraio 2021

Appello urgente - Pena di morte - Firma per salvare Ramiro Ibarra, condannato a morte in Texas - Esecuzione fissata il 4 marzo

santegidio.org
Nelle parole di Ramiro, messicano, condannato a morte, un appello alla misericordia. Le nostre firme per salvare la sua vita e fermare una pena disumana
 
L’esecuzione della condanna alla pena di morte di Ramiro Ibarra è prevista il 4 marzo 2021. Ramiro Ibarra è in carcere da 25 anni per l’omicidio efferato di una teenager. I suoi difensori sostengono che non abbia avuto un processo né una difesa adeguati alla gravità del caso: Ibarra soffre di un deficit mentale e, in quanto cittadino messicano, non ha mai ricevuto assistenza consolare.

Sul sito nodeathpenalty.santegidio.org è aperta a tutti la sottoscrizione dell’appello al Governatore del Texas per fermare la sua esecuzione e per riaffermare un senso di giustizia che non annienti la vita. Nella pagina è pubblicata una struggente lettera di Ramiro di qualche giorno fa: è amico di penna della Comunità di Sant’Egidio da venti anni. Scrive: “Vivo in un piccolo mondo di 2 metri e 70 per 1.20, circondato da pareti, senza vedere nessuno. Gesù è diventato per me amico e forza. Solo il Signore sa il perché ancora mi tiene in vita e per questo benedico il suo Santo e prezioso nome”.

venerdì 12 febbraio 2021

L'Ungheria chiude Klubradio, l'ultima radio libera. Continua la soppressione delle voci indipendenti

TgCom24
Klubradio, l'ultima radio libera dell'Ungheria, si spegne definitivamente dalla mezzanotte di domenica 14 febbraio, da quando non avrà più la licenza per andare in onda. La Corte di giustizia di Budapest ha infatti respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità sui media (Nmhh) di toglierle l'autorizzazione a trasmettere. La sua voce, l'unica critica nei confronti del governo di Viktor Orban nel panorama radiofonico, era già stata silenziata qualche mese fa, con motivi subito apparsi pretestuosi.


Il pretesto? - Klubradio non aveva, infatti, notificato in tempo alle autorità governative quanta musica ungherese fosse stata messa in onda nei suoi programmi. Notifica che è obbligatoria per tutte le stazioni. L'infrazione è stata però commessa anche da altri, che non sono stati sanzionati perché, generalmente, del tutto allineati con l'esecutivo di Fidesz.

L'Autorità, per legge, regola l'uso delle frequenze e controlla i contenuti dei media. Klubradio, emittente privata tanto critica quanto ascoltata, aveva già perso le sue frequenze in provincia, e negli ultimi anni poteva trasmettere solo a Budapest.

"Me l'aspettavo ma si tratta comunque di una decisione vergognosa e codarda", ha commentato il direttore e proprietario Andras Arato, secondo il quale non è altro che "un'esecuzione", attraverso la quale "Orban fa tacere l'ultima radio libera del Paese".

"Un altro colpo contro il pluralismo dei media: in Ungheria e' in corso la soppressione sistematica delle voci indipendenti", e' stato poi il commento di Katalin Cseh europarlamentare liberale. Il ricorso alla Corte era l'ultima speranza, nella lotta per la sopravvivenza di Klubradio. E la sentenza è stata motivata con una sola frase: "La radio aveva infranto l'obbligo di notifica".

Il ruolo dell'Europa - Arato, comunque, vuole continuare la battaglia giuridica, facendo appello e poi ricorso anche alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, e alla Corte europea di Lussemburgo, riferendosi al recente regolamento sullo stato di diritto.

Nel Consiglio Ue, dal 2018, è in atto nei confronti dell'Ungheria una procedura per violazioni gravi dei valori dichiarati nel trattato sull'Ue, la procedura dell'articolo 7: fra le contestazioni che si muovono a Budapest c'è anche la soppressione della liberta' di stampa.

USA. Basta ai muri Trump, il "piano Marshall" di Biden per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras e contrastare in modo efficace l'immigrazione

La Stampa
La Casa Bianca pronta a stanziare 4 miliardi per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras. La strategia dovrebbe diminuire gli arrivi dall'America latina e stroncare gli affari dei trafficanti.


Un piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale contrastare alla fonte il problema dei migranti economici. E questa la strategia con la quale l'amministrazione di Joe Biden punta a fermare i flussi in entrata dal confine meridionale smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Donald Trump.

Già con i primi tre decreti esecutivi il 46° presidente degli Stati Uniti ha dato seguito alle promesse fatte in campagna elettorale modulando politiche più morbide sul tema. Biden ha fatto ammenda per la politica di separazione delle famiglie adottata da Trump istituendo una task force dedicata a riunire 545 bambini ai loro genitori. Ha inoltre ordinato una revisione della regola che limitava le opportunità di entrata nel Paese a coloro che avrebbero dovuto fare affidamento sull'assistenza del governo.

"Non stiamo solo cancellando le politiche di Trump, ma stiamo andando oltre a ciò che già aveva realizzato l'amministrazione Obama", spiega Thomas Saenz, presidente del Fondo per la difesa legale e l'educazione messicana in America. La nuova strategia Biden pone infatti un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerate il serbatoio dei flussi in arrivo dal Sud.

È stata pertanto ribattezzata strategia delle "radici profonde" ad intendere come il nodo immigrazione debba essere risolto andando ad agire laddove sorgono i problemi. Una versione della tanto contestata formula "aiutiamoli a casa loro" declinata in maniera meno ruvida. I quattro miliardi di dollari che l'amministrazione Biden è pronta a stanziare saranno impiegati su tre direttrici rafforzare la democrazia, combattere la violenza delle gang che rappresenta una drammatica piaga con appendici negli stessi Usa. Infine, rilanciare le economie locali attraverso alleanze strategiche tra le piccole e medie imprese e le aziende grandi dimensioni.

Un modello che ha evocato il precedente dell'Alliance for Progress, il programma di assistenza per l'America Latina, lanciato nel 1961 dal presidente John F. Kennedy. Il progetto ambisce ad avere un approccio di lungo termine più realistico e più conveniente rispetto alle recenti misure di sicurezza dei confini.

"Avviare un piano Marshall per l'America centrale è più economico che costruire un muro o assumere funzionari dell'immigrazione. Può fornire posti di lavoro e sicurezza in America centrale chiudendo i rubinetti per i rifugiati che arrivano negli Stati Uniti", sostiene Domingo Garcia, presidente della League of United Latin American Citizens. Il tema è stato oggetto di conversazione nella prima telefonata da presidente di Biden col collega messicano, Andrés Manuel López Obrador, il quale è stato rassicurato sui migranti in transito rimasti bloccati al di là del confine per l'inasprimento delle politiche trumpiane.

Biden, assieme al congelamento del muro, ha sospeso infatti il contestato programma per il quale più di 60 mila richiedenti asilo sono stati rispediti in Messico in attesa del loro processo. Nella speranza di raccogliere i frutti del suo piano Marshall già dal prossimo anno, Biden deve però fare i conti con alcuni problemi di brevissimo termine. Il primo dei quali è rappresentato dalle masse che si stanno avvicinando agli Usa incentivati dall'allentamento dei controlli, fenomeno strettamente connesso al rischio pandemia.

A questi si aggiungono le nuove rotte marittime, barchini e barconi che tentato lo sbarco in California per aggirare gli impedimenti di confine col rischio di ecatombi nel Pacifico. C'è infine il problema dei proprietari di confine, i quali hanno visto i propri terreni confiscati da Trump per realizzarvi il muro, ed ora col suo congelamento non solo non ne sono tornati in possesso ma non vedono nemmeno gli indennizzi promessi per gli espropri, formando così una sorta di girone di frontiera di coloro che sono sospesi.

Francesco Semprini

giovedì 11 febbraio 2021

La nuova variante Covid sta devastando l’Africa meridionale in Mozambico, Swaziland e Malawi e i vaccini, destinati solo ai paesi ricchi, non arrivano

Insalutenews
Mentre Mozambico, Swaziland e Malawi non hanno vaccini, i paesi ricchi li accumulano per vaccinare non solo le categorie prioritarie. Dott.ssa Stella Egidi: “Sarebbe iniquo se alcuni paesi iniziassero a vaccinare la popolazione a basso rischio mentre molti paesi in Africa non hanno ancora vaccinato gli operatori sanitari in prima linea”.


La nuova e più contagiosa variante di Covid-19 si sta diffondendo nei paesi dell’Africa meridionale. In Mozambico, Swaziland e Malawi gli operatori sanitari stanno lottando per curare un sempre maggior numero di pazienti con scarse prospettive di poter ricevere una dose di vaccino. Medici Senza Frontiere (MSF) chiede che i vaccini Covid-19 siano distribuiti equamente, proteggendo prima di tutto gli operatori sanitari in prima linea e le persone più a rischio in tutti i paesi, inclusi quelli dell’Africa.

“Siamo indignati per l’ingiusta distribuzione dei vaccini contro il Covid-19 nel mondo – afferma la dott.ssa Stella Egidi, responsabile medico di MSF – Mentre in molti paesi ricchi le vaccinazioni sono iniziate circa due mesi fa, paesi come Eswatini, Malawi e Mozambico, in estrema difficoltà, non hanno ricevuto una singola dose per proteggere le persone più a rischio, nemmeno per il personale sanitario in prima linea”.

In Swaziland  paese con 1,1 milione di abitanti, si registrano 200 nuovi casi ogni giorno, i decessi sono quasi quadruplicati rispetto alla prima ondata e gli operatori sanitari affermano che oggi i pazienti sono in condizioni più gravi. Con strutture sanitarie sature, le équipe di MSF hanno allestito reparti in dei tendoni presso il centro sanitario di Nhlangano e coinvolto altri medici e infermieri per trattare i pazienti positivi al Covid-19 in condizioni critiche.

In Mozambico, attualmente, il numero di casi è sette volte superiore rispetto al picco dei casi della prima ondata. “Gli operatori sanitari si stanno ammalando e chi ancora lavora è esausto” afferma Natalia Tamayo Antabak, capomissione di MSF. A Maputo, nei centri di trattamento Covid-19 del governo, i team di MSF sono in azione per implementare misure di prevenzione e controllo volte a ridurre i contagi tra il personale sanitario.

In Malawi, i casi sono aumentati esponenzialmente a gennaio, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni. Il Queen Elizabeth Central Hospital, la struttura principale che offre cure Covid-19 a Blantyre, è quasi al completo per i pazienti che necessitano di ossigeno. MSF ha inviato personale ed è pronta ad aprire un altro reparto con 40 posti letto per i pazienti positivi.

“La priorità, in questo momento, è proteggere gli operatori sanitari in prima linea – afferma Marion Pechayre, capomissione MSF in Malawi – Se il Malawi avesse 40.000 dosi di vaccino, potremmo almeno iniziare a vaccinare il personale sanitario nelle aree critiche del paese. Se ciò non avverrà, la situazione sarà presto insostenibile”. Finora 1.298 operatori sanitari in prima linea sono risultati positivi e nove sono morti nel paese.

“La popolazione dei paesi più poveri è l’ultima ad avere accesso a questo vaccino fondamentale – continua la dott.ssa Egidi di MSF – C’è un urgente bisogno di vaccini nei paesi dell’Africa meridionale, che sono in seria difficoltà per la rapida diffusione della nuova variante e hanno sistemi sanitari al collasso”.
Mentre Mozambico, Swaziland e Malawi non hanno vaccini, i paesi ricchi li accumulano per vaccinare non solo le categorie prioritarie.

“Sarebbe iniquo se alcuni paesi iniziassero a vaccinare la popolazione a basso rischio mentre molti paesi in Africa non hanno ancora vaccinato gli operatori sanitari in prima linea – conclude la dott.ssa Egidi di MSF – La stessa OMS ci ricorda come senza un accesso equo al vaccino la pandemia non solo si prolungherà, ma metterà a rischio ancora più vite. Esortiamo i governi che si sono assicurati più dosi del necessario a metterle a disposizione affinché altri paesi possano iniziare le vaccinazioni. Questa è un’emergenza globale che, se davvero vogliamo controllare, richiede uno spirito di solidarietà globale”.

“MSF chiede ai produttori di vaccini di garantire la priorità ai paesi con urgente bisogno di proteggere il proprio personale sanitario. MSF è pronta a fornire supporto logistico ai paesi ad alta priorità a cui è stato negato l’accesso al vaccino Pfizer/BioNTech tramite COVAX a causa della loro limitata capacità di gestione della catena del freddo” afferma Isabelle Defourny, direttore delle operazioni di MSF.

mercoledì 10 febbraio 2021

Roma - Dopo Vicenza e Torino anche nella Capitale lo scandalo delle coperte gettate dai vigili a chi dorme per strada.

Avvenire
Il caso. Roma, vigili gettano coperte di senzatetto: costretti a dormire all'addiaccio
La denuncia di Barbara Funari (Demos) testimone della scena: «Cacciarli senza alternative a che serve? Almeno 7 i morti di freddo nella Capitale». Il Comando: «Nessuno sgombero, offerto un alloggio»


Agenti della Polizia locale di Roma Capitale a Trastevere hanno allontanato alcuni senza dimora, poi hanno chiamato gli operatori dell'Ama che hanno buttato coperte e effetti personali delle persone allontanate. La sera i senza tetto sono tornati a dormire nello stesso posto, ma stavolta senza nulla con cui coprirsi. 


A denunciare il caso è Barbara Funari, coordinatrice romana di Democrazia Solidale (Demos), testimone oculare della scena. Netta la smentita del Comando della Polizia locale: «Nessuno sgombero, la Polizia locale lavora in supporto degli operatori della Sala operativa sociale che da una settimana stava seguendo il caso di queste persone, offrendo loro un percorso e un alloggio alternativo. Ama interviene per rimuovere rifiuti, non coperte o materassi»

«A Trastevere, in via Cesare Pascarella, abbiamo assistito in diretta all'arrivo di una pattuglia della municipale - racconta Barbara Funari - che ha allontanato dei senza dimora gettando via le loro cose. E dove dormiranno stanotte quelle persone? I marciapiedi e la strada non sono una soluzione ma cacciarli senza alternativa a cosa serve? Forse prima del decoro urbano c'è una questione sociale da risolvere e ora che si prevede anche un drastico calo delle temperature siamo preoccupati perché non ci risulta siano state messe in campo nuove modalità di ospitalità da parte del Comune». 

Funari spiega che «quelle persone dormono lì da diverso tempo - spiega la coordinatrice romana di Demos - e dato che la nostra sede è lì vicino abbiamo presente la situazione. Lunedì, andando via verso le 12.30, ho visto un gruppo di vigili urbani e le poche cose dei senzatetto allontanate e accatastate. Dopo poco è venuta l'Ama e le ha portate via. La sera stessa, come immaginavamo, sono tornati esattamente nella stessa posizione, ma a quel punto senza più niente. Capiamo il problema, ma così si perde qualsiasi aspetto umano».

Barbara Funari ha scattato una fotografia che mostra le coperte e le borse dei senza dimora. Dopo l'intervento della Polizia locale una seconda foto, scattata dal consigliere regionale di Demos, Paolo Ciani, conferma l'eliminazione dei pochi averi delle due persone. 

«Non possiamo credere che per le istituzioni il decoro significhi gettare le coperte che riparano dal freddo chi vive per strada – dichiara la comunità di Sant'Egidio – ed è dunque sconvolgente quanto accaduto ieri in una via centrale di Roma. È un gesto di cieca ostilità, che dimentica le tante morti per freddo già avvenute nella Capitale, e che si oppone anche alla generosità dei molti cittadini che insieme a Sant’Egidio hanno donato coperte e indumenti invernali in questi ultimi mesi, convinti che la vita e la dignità dei più poveri sia inviolabile».

Il Comando della Polizia locale di Roma Capitale nega la ricostruzione della testimone: «Non è questa la tipologia di intervento della Polizia locale, che lavora come supporto alle operazioni del personale della Sala operativa sociale del Comune, con l'impiego di agenti del Nucleo.
assistenza emarginati della Polizia locale. Gli operatori della Sala operativa da una settimana stavano seguendo il caso di queste persone, cui hanno offerto un percorso e un alloggio alternativo. Ama interviene per eliminare rifiuti, non coperte o materassi usati da senza dimora. E non possiamo escludere che in quel posto siano tornate a dormire altre persone».

Luca Liverani

Link collegati: 
5/02/2021 - Vicenza - Gravi violenze contro i "clochard": coperte gettate, bagnati con gli idranti, multe per violazione del "coprifuoco" per chi dorme per strada. 5 sono morti di freddo

8/02/2021 - Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada




lunedì 8 febbraio 2021

Torino, morto un "clochard" di 59 anni nella città che butta le coperte alle persone che dormono per strada

La Repubblica
Cinquantanove anni, la sua morte riaccende le polemiche a Torino. L'arcivescovo Nosiglia: "Pronti a fornire minialloggi"

Fonte: Corriere della Sera

Dormiva nel dehors di un bar in corso Re Umberto. È stato trovato morto questa mattina intorno alle 7.30 dal gestore della caffetteria del Re. che ha visto il corpo riverso nel dehors esterno. 

L'uomo è un marocchino di 59 anni, Mostafa Hait Bella, che viveva per strada cercando riparo dove poteva. Sull'accaduto sono in corso le indagini della polizia. Un mese fa era l'uomo, seguito dal Servizio adulti in difficoltà del Comune, stato ricoverato all'ospedale torinese Mauriziano per crisi epilettiche e poi dimesso. 

domenica 7 febbraio 2021

La Virginia abolisce la pena di morte, aveva il triste primato di esecuzioni. Ora sono 23 gli stati USA liberi dalla pena capitale

santegidio.org
Si apre una grande speranza per le sorti dei condannati a morte negli Stati Uniti: se la Virginia ha abolito possono farlo anche gli altri Stati!


La Virginia, che possiede il triste primato di esecuzioni, è divenuto il primo Stato del Sud segregazionista ad abolire la pena di morte. Prima al Senato poi anche alla Camera dei deputati la legge è passata con 57 voti a favore e 41 contrari. 
E’ una legge che pone fine alla pena capitale. 

 Si tratta di un voto storico, la Virginia diventa il ventitreesimo Stato negli Usa a cancellare la pena capitale. L’ultimo passaggio la firma da parte del governatore, il democratico Ralph Northam. Una formalità visto che Northam è da sempre a favore dell’abolizione della pena di morte.

Erano 25 gli Stati americani (Virginia compresa) che prevedono ancora la pena capitale, mentre 23 l’hanno abolita. Altri tre – California, Oregon e Pennsylvania – hanno imposto delle moratorie. Il District of Columbia, con la capitale Washington, ha abolito la pena di morte nel 1981.

La Virginia è lo stato che ha eseguito la condanna a morte di Sacco e Vanzetti e, successivamente ha giustiziato nel 2000 l’italoamericano Derek Rocco Barnabei. Il suo caso suscitò molte polemiche a causa della sua dubbia colpevolezza. Un altro caso che provocò una vasta mobilitazione nel 1997 fu quello di Joseph Roger O’Dell, per lui si mobilitarono anche Papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta. Il suo corpo è sepolto nel cimitero di Palermo.

sabato 6 febbraio 2021

Il problema dimenticato degli orfani dell’Isis - 27.000 bambini sotto gli 8 anni nel campo di Al Hol, per l'ONU «uno dei problemi più urgenti al mondo»

Osservatore Romano
Ventisettemila bambini, la gran parte sotto gli otto anni. Alcuni arrivati in braccio alle madri, altri nati lì, in una città di tende e fango, un campo prigione nel nord est della Siria per le vedove ed i figli del cosiddetto Stato islamico (Is) collassato nel 2016 dopo nove anni di guerra. Per le Nazioni Unite «uno dei problemi più urgenti al mondo». Anche uno dei più dimenticati, in un mondo dalla memoria già corta.


Ventisettemila piccoli fantasmi rimasti a galleggiare come detriti dopo l’implosione della follia terrorista che voleva farsi Stato ed aveva mosso guerra di conquista nel Medio Oriente. Negli anni in cui l’Is chiamò a raccolta da mezzo mondo aspiranti combattenti per far rinascere il Califfato, in tanti furono portati dai genitori — piccolissimi o appena concepiti — in queste terre, per essere allevati in un nuovo ordine. 

Sono stati indottrinati, hanno visto morire padre e madre, non conoscono altro che guerra, radicalismo, scontri, fazioni, punizioni. Il campo di Al Hol — fornace di polvere l’estate, pozza di melma d’inverno, ora assediato anche dal covid come avverte Medici senza frontiere — è la loro finestra sul futuro. Il recinto blindato, guardato dai soldati e le soldatesse dell’Sfd, è l’unico orizzonte che chiude lo sguardo e l’idea di come sia fatto il mondo.

Le Nazioni Unite, venerdì scorso, hanno lanciato un appello per la salvezza di quei 27.000 bambini. Lo spazio li tiene prigionieri ma il tempo è un nemico peggiore, perché plasma anime incapaci di libertà ed amore. Quando il responsabile per l’antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov dice in una riunione informale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che quei piccoli sono «incagliati, abbandonati al loro destino» parla di vite umane prigioniere di un meccanismo ad orologeria. «Devono essere considerati innanzitutto come vittime, ed i minori di 14 anni hanno diritto di non essere detenuti e puniti» è stato l’appello rivolto al Consiglio da Voronkov.
[...]
Eppure i Paesi di origine non sanno, o non vogliono, gestire il ritorno alla società civile di minori traumatizzati e costretti a vivere in un microcosmo che riproduce, anche nelle gerarchie fra prigionieri, la follia fondamentalista. Se molte donne subiscono ce ne sono altre che hanno tenacemente ricostruito una catena di comando basata sulla paura e sul fanatismo. Per 27.000 bambini, malnutriti, malati, senza speranza, l’Is non ha mai perso la guerra.

Chiara Graziani

venerdì 5 febbraio 2021

Vicenza - Gravi violenze contro i "clochard": coperte gettate, bagnati con gli idranti, multe per violazione del "coprifuoco" per chi dorme per strada. 5 sono morti di freddo

Fanpage
A Vicenza gli addetti alla pulizia urbana sparano acqua gelida sui clochard e prendono le coperte per gettarle via. I vigili urbani fanno fioccare multe per violazione di coprifuoco contro i senza tetto. Immediata la polemica in città.


La linea dura dell'amministrazione comunale di Vicenza contro i senza tetto fa discutere. A denunciare i fatti sono stati i volontari dell'associazione Welcome Refugees di Vicenza: "è da diverso tempo che cerchiamo di porre fine agli episodi di violenza fisica e psicologica rivolta a chi dorme per strada" spiegano le attiviste Elena Guerra e Giorgia Zilio. 

"Tra i vari tentativi una lettera mandata al sindaco in persona e l'esposizione delle problematiche durante i vari incontri con l'assessore al sociale Matteo Tosetto e i servizi sociali del comune. La denuncia sollevata in queste settimane non si basava, così come vorrebbero le accuse, su un vociare tra volontari ma su testimonianze concrete sia di volontari sia di senzatetto".


Le video inchieste che i volontari di Welcome Refugees hanno condotto in queste settimane per raccogliere le testimonianze dei senza tetto, mostrano il grado di violenza psicologica e fisica a cui i clochard sono sottoposti. Ad un clochard sono state prese le coperte e gettate nell'immondizia per due notti di seguito, poi gli idranti sparati sui senza tetto dai dipendenti comunali della pulizia urbana mentre ancora stavano dormendo, infine le multe per violazione di coprifuoco a chi una casa nemmeno ce l'ha. 

Tutti questi fatti hanno avuto luogo negli ultimi mesi, ma i volontari di Welcome Refugees non escludono che anche a gennaio sia continuata la vessazione contro questa categoria di svantaggiati.

Elena Guerra e Giorgia Zilio di Welcome Refugees hanno mosso un appello alla città di Vicenza e all'amministrazione comunale affinché tutto questo finisca: "ribadendo il preziosissimo lavoro dei servizi sociali e dell'assessorato che hanno ampliato notevolmente i servizi per le persone senza dimora, non possiamo tuttavia far finta di niente di fronte ad azioni che ledono la dignità umana e peggiorano le condizioni di salute fisica e psicologica di persone già fragili".

Ci sono stati anche dei morti tra le persone che vivevano in strada. Nell'indifferenza di molti, sono stati in totale cinque i clochard a perdere la vita nell'ultimo periodo: "la scorsa settimana è venuto a mancare A., appena cinque giorni e ci viene comunicato il decesso di E., la quinta persona senza fissa dimora a perdere la vita nel vicentino da dicembre ad oggi", denunciano da Welcome Refugees Vicenza.

Elia Cavarzan

Fonte: Fanpage

giovedì 4 febbraio 2021

Stati Uniti. Biden rottama Trump sui migranti. Task force per riunire le famiglie ispaniche - 5.000 bambini nei centri di accoglienza al confine con il Messico

La Stampa
Il presidente crea una task force per riunire le famiglie ispaniche separate dal predecessore. Ci sono ancora 5000 bambini nei centri di accoglienza nella zona di confine con il Messico. 


La tattica dei narcos era sempre la stessa, durante la peggiore invasione degli illegali minorenni. Quando calava il buio, i coyotes messicani portavano i bambini migranti non accompagnati dai genitori sull'altra sponda del Rio Bravo (o Rio Grande, a seconda del paese), costringendo gli agenti americani della Customs and Border Protection (Cbp) a soccorrerli. 

Nello stesso tempo, poco più a valle oppure a monte, i trafficanti si approfittavano di aver distratto i doganieri, e attraversavano il fiume in barca per scaricare la droga ai loro complici in territorio Usa. Certe volte gli agenti non facevano in tempo a trovare i bambini, che quindi si perdevano nel deserto, morendo spesso di fame. Quando invece li prendevano, li portavano nei centri di accoglienza.

Biden adesso vuole rivoluzionare la politica sull'immigrazione, a partire dai tre ordini esecutivi che ha firmato ieri, e lo fa con le migliori intenzioni. La realtà al confine però è ancora questa, con circa 5.000 bambini attualmente sotto la custodia della Cbp, così come resta uguale l'emergenza delle carovane, che ancora si formano in America centrale per puntare verso il confine. Il presidente dovrà farci i conti, e perciò tenterà un difficile equilibrismo. 

Da una parte cambierà tutto, almeno in linea di principio, ma dall'altra lascerà in vigore alcuni provvedimenti di Trump, perché non ha ancora un'alternativa più umanitaria pronta, e non vuole lanciare il segnale di debolezza che le porte sono state riaperte all'immigrazione illegale.

Ieri Biden ha firmato tre decreti. Il primo crea una task force per riunificare le famiglie degli immigrati illegali separate dal predecessore, che ha lasciato 545 bambini ancora senza genitori. Il secondo riguarda il sistema per l'asilo, puntando ad affrontare le cause economiche e sociali alla radice delle migrazioni, nei paesi di provenienza, e rivedendo le regole per l'accoglienza negli Usa. Ad esempio rivedrà il programma che obbliga i richiedenti a restare in Messico, con l'idea di cancellarlo, senza però lasciar entrare subito quelli in attesa di risposta. 

Resterà invece in vigore la misura "Title 42" legata al Covid, per espellere subito i nuovi illegali. Il terzo decreto vuole "ristabilire la fiducia nel nostro sistema di immigrazione legale e integrazione", ad esempio eliminando alcuni limiti imposti da Trump alle domande per le carte verdi.

Il muro da 16 milioni di dollari e la tolleranza zero di Donald non hanno funzionato, se non altro perché gli arresti al confine sono stati più di 70.000 al mese negli ultimi quattro mesi, tornando quindi ai massimi livelli del decennio. Solo domenica scorsa, 260 bambini sono stati assegnati ai centri di accoglienza, quasi quanto i 294 di media nel picco della crisi del giugno 2019. Biden quindi deve cambiare linea, senza però provocare un'emergenza già pronta a scoppiargli in mano.

Paolo Mastrolilli

martedì 2 febbraio 2021

Guerre dimenticate. Etiopia, in Tigray uccisioni di civili e rimpatrio a rifugiati eritrei imposto da Asmara

Avvenire
A 3 mesi dall'inizio delle operazioni dell'esercito, i leader della regione ribelle non si arrendono. Testimonianze sulle uccisioni di civili e sul rimpatrio imposto dall'Asmara ai rifugiati eritrei.
© UNHCR/Olivier Jobard

Guerra a oltranza nel Tigrai contro gli invasori, promette il leader del Tplf, Fronte di liberazione del popolo tigrino. E dopo tre mesi di guerra nella martoriata regione settentrionale dell’Etiopia si moltiplicano le testimonianze di massacri di civili, saccheggi e deportazioni di rifugiati eritrei che sarebbero stati commessi dalle truppe eritree alleate dei soldati etiopi. 

Da Addis Abeba smentiscono ogni addebito, ma cresce la pressione internazionale sul governo di Abiy Ahmed per far entrare gli aiuti umanitari distribuendoli a tutta la popolazione dopo gli allarmi delle agenzie dell’Onu e delle poche Ong sul campo per l’avanzare della malnutrizione e la mancanza di farmaci e acqua potabile.

«La situazione alimentare nel Tigrai era già estremamente grave prima che iniziassero i combattimenti a causa di un’epidemia di locuste e della pandemia di Covid-19», ha dichiarato all’Associated Press il direttore di Oxfam in Etiopia, Gezahegn Kebede Gebrehana. 

«Quando hanno avuto luogo i combattimenti, molte persone sono fuggite nella boscaglia. Ma quando sono tornati, la maggior parte ha trovato le proprie case distrutte o tutti gli averi saccheggiati», ha aggiunto.

Dopo un silenzio di due mesi è intanto tornato a farsi sentire Debretsion Gebremichael, l’ex presidente della regione settentrionale del Tigrai e leader del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), deposto assieme al suo governo in seguito all’operazione militare lanciata dal governo di Addis Abeba lo scorso 4 novembre. 

In un audio diffuso su Facebook e rilanciato dall’emittente radiotelevisiva tigrina Dimitsi Weyanee dai principali media internazionali – che tuttavia chiariscono che non è possibile verificarne l’attendibilità – il leader tigrino ha ringraziato il popolo per la sua resistenza e ha assicurato che la guerra continua, sebbene il governo federale il 27 novembre abbia dichiarato concluse le operazioni nel Tigrai con la presa del capoluogo Macallé.

[...]

Paolo Lambruschi

lunedì 1 febbraio 2021

Bielorussia, nel cuore dell'Europa, violazioni dei diritti umani nelle carceri e l'impunità per i torturatori

La Repubblica
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. 

Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. 

È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.

Nessuna denuncia contro le autorità - Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.

Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".

Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli

Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.

La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".

Flavia Carlorecchio

domenica 31 gennaio 2021

Dopo 100 mila morti nella guerra in Yemen finalmente l'Italia blocca la vendita di 12.700 ordigni in Arabia Saudita ed Emirati Arabi

Il Manifesto
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.

La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.

Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
[...]
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.

"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".

venerdì 29 gennaio 2021

Migranti. Respingimenti nei Balcani e nel Mediterraneo. Onu: «Pratiche illegali». Deplorevole che il diritto di asilo sia una questione politicizzata

Avvenire
La violenza ai confini dell’Europa non è un’invenzione di giornalisti e attivisti. Le accuse si basano «su testimonianze credibili e corroborate». È quello che sostengono le Nazioni Unite che attraverso l’Alto commissariato per i rifugiati chiedono agli Stati, con un documento che sarà reso pubblico oggi, «di indagare e fermare queste pratiche». Un appello che segue l’altra denuncia piombata sempre da Ginevra: l’Italia è responsabile di non aver saputo proteggere la vita di 200 migranti annegati nel Mediterraneo nell’ottobre 2013.
Alcuni profughi scappano dopo essere stati picchiati al confine tra Croazia e Bosnia 
Border Violence Monitoring

Lo ha stabilito il Comitato per i diritti umani Onu con un lungo rapporto su richiesta di tre siriani e un palestinese, sopravvissuti al naufragio, nel quale hanno perso le loro famiglie. «L’Italia ha mancato nel rispondere prontamente alle varie richieste di aiuto dalla nave che stava affondando, con a bordo 400 adulti e bambini», nota il Comitato affermando che le autorità della Penisola «hanno mancato di spiegare il ritardo nell’invio della nave Its Libra (della Marina militare,ndr), che si trovava soltanto ad un’ora di distanza». 
[...]
Il medesimo scaricabarile va in scena anche nei Balcani. «Unhcr–Acnur ha ricevuto un flusso continuo di segnalazioni su Stati europei che limitano l’accesso all’asilo, respingendo le persone dopo che hanno raggiunto il proprio territorio o le proprie acque territoriali, e usando la violenza contro di loro alle frontiere», ha detto Gillian Triggs, assistente Alto Commissario dell’Agenzia Onu. 

«Le persone che arrivano via terra sono detenute informalmente e respinte con la forza nei Paesi vicini senza alcuna considerazione delle loro esigenze di protezione internazionale», 
denuncia l’alto commissariato. 
[...]
«Chiediamo l’istituzione di meccanismi di monitoraggio nazionali indipendenti – ha aggunto Triggs – per garantire l’accesso all’asilo, per prevenire le violazioni dei diritti alle frontiere e per assicurare che vengano accertate le responsabilità. Il monitoraggio indipendente è proposto anche dal Patto dell’Ue ed esortiamo gli Stati membri a sostenerlo».

Il numero di arrivi nell’Unione Europea continua a diminuire ogni anno. Nel 2020 sono arrivate via mare e via terra 95.000 persone, con un calo del 23 per cento rispetto al 2019 (123.700) e del 33 per cento rispetto al 2018 (141.500). «Con così pochi arrivi in Europa, questa situazione dovrebbe essere gestibile. È deplorevole – rimarca Unhcr – che l’asilo rimanga una questione politicizzata e divisiva nonostante i numeri in calo».

Nello Scavo


lunedì 25 gennaio 2021

Approdo sicuro ad Augusta per la nave Ocean Viking, con 374 migranti a bordo (21 neonati, 35 bambini, 131 minori non accompagnati) salvati in 4 interventi.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Grande sollievo sull' Ocean Viking: è stato assegnato un Porto sicuro ad Augusta. Arriveremo domani mattina.

A bordo, riporta SOS Mediterranee ci sono 374 persone messe in salvo nell'arco di 48 ore in 4 interventi san, tra cui 21 neonati, 35 bambini, 131 minori non accompagnati e due donne incinte.



venerdì 22 gennaio 2021

Rotta Balcanica - Da 5 anni l'Europa rinnega se stessa - “Pestati a morte dai croati”. Nella foresta degli orrori dove spariscono i migranti.

La Stampa
Le guardie di Zagabria presidiano il bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi. «Difendiamo la nostra frontiera». Ma nel 2020 il 90% dei respingimenti è avvenuto con la forza


Dall’inviato a Veliki Obljaj (croazia). Nessuno deve vedere quello che succede nel bosco. La neve attutisce le grida, il disgelo restituirà i cadaveri. Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. «Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là». Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato. Questo è il bosco dove da cinque anni l’Europa rinnega se stessa.

Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l’altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. «I poliziotti croati sono dei fascisti», ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante «Addem» di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. «Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme», ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all’amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l’autorizzazione per l’operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.

Se siamo qui, allora, è per Alì morto per le torture dei poliziotti croati. È per chi in questa notte ghiacciata sarà costretto a tornare indietro un’altra volta a piedi nudi. È per la donna che ha abortito per lo spavento in mezzo al bosco. Per gli annegati nel torrente Glina, di cui nessuno conoscerà mai il nome. Per chi è venuto a pregare e per la signora che ieri mattina è partita da Karlovac, perché voleva portare un po’ di cibo ai migranti. Ma i poliziotti hanno fermato anche lei, il pane è stato sequestrato e le hanno intimato di non farsi mai più vedere da queste parti.

Veliki Obljaj è un valico secondario. Non ci sono barriere doganali. Ma querce, abeti, larici, odore di resina di pino. Per arrivare servono tre ore di auto da Trieste. All’altezza di Tuposkò, in mezzo al nulla, c’è un carro armato con un cartello scritto in quattro lingue: «Grazie ai guerrieri». È un monumento che ricorda la «guerra per la patria», come la chiamano da queste parti, combattuta dal 1991 al 1995. In quel tratto la strada è una sequenza di piccole case senza intonaco e campi ghiacciati. Dopo Glina, che prende il nome dal torrente, un cartello indica verso destra il passaggio per la Bosnia. La salita è stretta, la zona scollegata per chilometri dalla rete telefonica. In cima c’è un pianoro, dalla cui sommità si può osservare l’orizzonte. Ecco quello che si scopre: tutto si rassomiglia. La frontiera è invisibile. Il confine è il bosco. Ma qui è ancora Europa, mentre quella al fondo della vallata è la Bosnia. L’altro mondo.

Veliki Obljaj è un villaggio costituito di poche case disabitate e in rovina. Solo da quattro comignoli esce un po’ di fumo. Sono cortili circondati da cani randagi che hanno paura di tutto. Il primo cittadino europeo si chiama Stanko Lončar, ha sempre vissuto facendo il contadino. Viene a salutare con il bastone. «I migranti? Li vedo passare nelle tempeste e nel gelo, arrivano sotto la pioggia con i loro bambini. Non hanno mai fatto del male, la porta del mio cancello è sempre aperta».

Oltre al bosco, dall’altra parte della frontiera invisibile, ci sono i centri di raccolta della Bosnia. Le case abbandonate di Bihac piene di persone abbrutite, la tendopoli di Lipa che stanno ricostruendo dopo l’incendio, il centro Miral e il «campo palude» di Velika Kladusa, dove uomini e cani dividono i giacigli nel fango e dove i pullman del servizio pubblico sono vietati ai migranti. La rotta balcanica si concentra davanti a questo ingresso per evitarne un altro peggiore. E cioè il passaggio in Serbia, che finisce dritto in faccia al muro alzato da Vickor Orban in Ungheria, dove milizie speciali usano i cani addestrati per la caccia agli stranieri.

Sono qui, dunque, questi ragazzi e queste famiglie, perché non hanno scelta. Meno di ventimila persone, adesso. Un piccolo flusso continuo che si origina principalmente in Pakistan, Afganistan e Iraq. Stanno iniziando ad arrivare gli aiuti spediti dall’Italia, la Croce Rossa ha portato vestiti e cibo. Ma quelli che vivono in condizioni penose in Bosnia sono gli stessi che proveranno ad attraversare il bosco in Croazia. Sono i ragazzi e le donne che il signor Stanko Lokar vede passare davanti a casa in Europa, quando non sono stati ricacciati indietro.

Oggi i poliziotti croati sono ventiquattro, tutti vestiti di nero. Divisi in due squadre, vanno giù da due versanti. Ragazzi giovani. Hanno un bavero elasticizzato che gli copre il viso fino alla bocca, ma niente mascherina. Hanno guanti, bastoni e pistole. Vanno avanti e indietro per i sentieri innevati da cui potrebbero arrivare quelli che non sono i benvenuti.

«Noi difendiamo la nostra frontiera, non siamo qui per i migranti ma per il confine della Croazia, siamo qui per la nostra patria», dice il poliziotto più alto in grado. Eppure «The Border Violence Monitoring Network» ha raccolto le testimonianze di almeno 4.340 respingimenti illegali negli ultimi due anni, mentre per il «Danish Refugee Council» sono stati 14.500 solo fra gennaio e la fine di ottobre del 2020. Sono dati sempre sottostimati. Molte storie si perdono letteralmente nel bosco. Ogni primavera svela i resti di altri cadaveri.

C’è un marchio di fabbrica dell’operato dei poliziotti croati: sono i telefoni presi a mazzate per impedire ai migranti di usare la mappa. Esiste una letteratura vastissima al riguardo, centinaia di foto tutte molto simili. Schermi frantumati, tastiere sfracellate. Ma i medici oltre la linea della frontiera vedono tornare sempre più spesso anche uomini a pezzi, ragazzi mangiati nelle gambe dai morsi dei cani da guardia della polizia, vedono crani tumefatti, schiene contuse, piedi piagati, geloni, frustate, lividi. Il dottor Mustafa Hodzic ha testimoniato anche un caso di stupro: «Un ragazzo è stato violentato da un poliziotto con un ramo». Questo succede nel bosco.

Li chiamano «pushback». Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d’asilo. Anche l’Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo «Rete RiVolti», fra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto. Da cinque anni accade nell’indifferenza dell’Unione Europea. Nonostante le notizie precise raccolte dai volontari di «Sos Balkanroute» e «No Name Kitchen», nonostante le foto dei crani rasati e marchiati con vernice spray, testimoniati dal giornalista Lorenzo Tondo sul Guardian.

La Croazia è un Paese in cui i fantasmi della guerra sono ancora molto presenti. Restano 18 mila mine antiuomo disseminate nei boschi della zona, i cartelli mettono in guardia e segnano la strada. Nel novembre del 2019 un poliziotto ha ferito gravemente un migrante con la pistola d’ordinanza nella zona di Gorski Kotar, ma non è mai stata resa pubblica la dinamica dell’accaduto. Così come il ministro dell’Interno non ha mai aperto un’inchiesta su un caso specifico di violenza perpetuata da un suo poliziotto. «Secondo alcune testimonianze disponibili, riteniamo che in Croazia vi siano strutture utilizzate per detenzioni arbitrarie e illegali in cui sono stati segnalati atti di tortura», dice Lovorka Šošić. È la portavoce del «Centro studi per la pace» di Zagabria. Da quell’ufficio stanno cercando di denunciare ogni violenza. Gridano ma nessuno li ascolta. «Nel 2020, il 90% dei respingimenti fatti dalla polizia croata comprendeva una o più forme di abusi e torture. Abbiamo notizie di molte persone morte o scomparse lungo la rotta. I respingimenti continuano a avvenire ogni giorno. Tutto questo dovrebbe imbarazzare non solo il governo croato, ma anche i governi di tutti gli altri Stati membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni dell’Unione Europea che incoraggiano silenziosamente queste pratiche illegali. L’Unione Europea da tempo chiude un occhio».

Ciò che succede nel bosco non si deve vedere. Ma si sa. Gli europei sono quelli che mandano le coperte in Bosnia, e sono anche quelli che bastonano in Croazia.

È sera. I poliziotti fanno il cambio turno. Ha ricominciato a nevicare e tutti i sentieri al confine sono di un bianco perfetto, immacolato.

Nicolò Zancan