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domenica 25 luglio 2021

Voghera - Una società armata e impaurita arriva a tollerare le uccisioni e si diminuisce così la sicurezza collettiva - di Mario Giro

Il Domani
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare


Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. 
Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.

Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.

Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. 
Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.

Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.

Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. 

L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.

Mario Giro

venerdì 23 luglio 2021

Riflettori spenti sul Myanmar - A cinque mesi dal golpe si muore per la repressione e per il Covid. 5281 persone in arresto e migliaia di morti

Il Manifesto
A cinque mesi e mezzo dal golpe. Contagi e cimiteri fuori controllo, le previsioni sono catastrofiche. E la giunta militare uccide ancora


«La mattina del 16 luglio, Tin Ohn del villaggio di Ayekayit, regione di Magwe, è stato colpito da più di 15 colpi di arma da fuoco dalla giunta terroristica che non cercava suo figlio Yan Myo Aung, parlamentare. È morto mentre lavorava in un campo di sesamo». È uno dei tanti resoconti che sabato Assistance Association for Political Prisoners ha scritto nel briefing online quotidiano sulla situazione in Myanmar: ieri 914 morti e 5.281 ancora in stato di arresto.

A 5 mesi e mezzo dal golpe del 1 febbraio, anche se i riflettori della cronaca si sono spostati altrove, in Myanmar si continua a morire. «E i prezzi al mercato sono schizzati in alto», ci dice una madre di due figli che ha anche la nonna a carico e vive nella regione centrale del Paese: «Non so come sfamarli». Ma oltre alla fame e alla violenza quotidiana c’è il Covid-19, una nebulosa che poggia su dati inattendibili e che guadagna terreno.

Secondo la stampa locale, i cimiteri di Yangon hanno avuto una delle settimane più impegnative, cremando oltre 700 corpi solo giovedì e altre centinaia i giorni precedenti. Da allora, circa 1.000 persone sarebbero morte in città e i cimiteri non sarebbero più in grado di gestire il volume di corpi che arrivano. Stando a Mary Callahan, docente all’americana Henry Jackson School of International Studies che ha lavorato in Myanmar per 30 anni, «una stima fornita dagli esperti in Myanmar prevede – ha scritto ieri su AsiaTimes – che il 50% dei 55 milioni di abitanti sarà infettato entro tre settimane dalla variante Alpha o Delta», con una previsione che potrebbe vedere la popolazione «decimata di almeno 10-15 milioni quando il Covid sarà finito».

Se in Myanmar intanto resta accesa la fiamma della protesta, la diaspora ha acceso ieri la sua in decine di città del pianeta (in Italia, a Venezia) per chiedere che venga riconosciuto il governo clandestino di Aung San Suu Kyi. La mossa politica che nessuno vuole fare ma che forse potrebbe cambiare le carte in tavola. 
(a.d.p./e.g.)

martedì 20 luglio 2021

Grecia - Migranti picchiati e respinti con forza in Turchia via mare e terra, in violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Notizia ignorata

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le guardie di frontiera turche hanno arrestato dozzine di migranti irregolari che sono stati perquisiti e picchiati da funzionari greci oltre il confine, comunica il ministero della Difesa. La notizia non ha avuto reazioni adeguate in Europa

I rifugiati che tentano di entrare in Grecia
vengono spogliati e costretti a tornare in Turchia
Il ministero ha osservato che circa 42 migranti irregolari, tra cui 12 individui nudi, sono stati detenuti nella provincia di Edirne, vicino al confine greco.
I migranti hanno detto alle unità di frontiera turche che la parte greca non ha dato loro cibo o acqua, li ha maltrattati, li ha spogliati e li ha costretti a entrare in Turchia.


Si registrano altre notizie e segnalazioni simili sul maltrattamento dei migranti da parte della Grecia.

La reazione greca ai rifugiati è dura. Diversi rifugiati sono stati uccisi e molti maltrattati, attaccati e lacrimogeni dalle forze greche. Le forze greche hanno persino tentato di affondare i gommoni dei profughi che cercavano di attraversare l'Egeo.

La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti siriani, più di qualsiasi altro Paese al mondo. I funzionari dicono che il paese non può gestire un'altra ondata di rifugiati.

Negli ultimi anni, Turchia e Grecia sono stati punti di transito chiave per i migranti che miravano a entrare in Europa, fuggendo da guerre e persecuzioni per iniziare una nuova vita.

Diversi gruppi per i diritti umani e la Turchia hanno accusato la Grecia di respingimenti su larga scala e deportazioni sommarie senza accesso alle procedure di asilo, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Accusano anche l'Unione Europea di chiudere un occhio su quello che dicono essere un palese abuso dei diritti umani.

I respingimenti sono considerati contrari agli accordi internazionali di protezione dei rifugiati che stabiliscono che le persone non dovrebbero essere espulse o rimandate in un paese in cui la loro vita o la loro sicurezza potrebbero essere in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Il 3 marzo, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che la pratica greca di respingere i migranti irregolari in Turchia costituisce una chiara violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea.

Inoltre, un'indagine congiunta di diverse testate giornalistiche internazionali ha riferito a ottobre che Frontex, l'Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, era stata complice in operazioni di respingimento marittimo per allontanare i migranti che tentavano di entrare nell'UE attraverso le acque greche.

ES

Fonte: HRW - Daily Sabah 

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

venerdì 9 luglio 2021

India il rispetto dei diritti umani in grave crisi! Stan Swamy, gesuita anziano e malato, difensore degli aborigeni arrestato senza prove da 8 mesi e morto di Covid in carcere.

La Repubblica
Swamy, 84anni, lottava per le cause di aborigeni e Dalit Arrestato in ottobre senza prove con la legge antiterrorismo

Padre Stan Swamy  - morto a 84 anni in carcere

Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. 

Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. 

Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.

Quando a ottobre 2020 un’agguerrita task force antiterrorismo dell’Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell’India dell’est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. 

L’accusa è aver fomentato violenze intercasta nel 2018, nel caso “Bhima Koregaon”, e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell’assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. 

Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d’aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.

In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l’arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell’età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così. 

In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribuna- le di poter avere una tazza con can- nuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accani- mento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.

«Questa non è stata una semplice morte», ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, «è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici». «Non è morto, è stato ucciso», le fa eco l’autrice Sonia Faleiro. 

Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di «omicidio giudiziario». E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: «Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte».

Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: «Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia».

Carlo Pizzati

lunedì 5 luglio 2021

Usa - Biden: moratoria delle esecuzioni federali - Un passo verso l'abolizione della pena di morte - Trump aveva ordinato 3 esecuzioni a fine mandato

Avvenire
Mario Marazziti
Vita e morte. La si può girare quanto si vuole, ma l’unica guarigione dalla morte e dalla violenza è meno violenza e più vita. E negli Usa c’è ora un passo avanti verso la guarigione della vita. Un antidoto alla malattia della polarizzazione violenta e del culto, mortale, delle armi. È una decisione dell’amministrazione Biden. 

Evento "Cities For Life" - Città contro la pena di morte
Organizzato da Sant'Egidio il 30 novembre al Colosseo

Il ministro della Giustizia, l’Attorney general Merrick Garland, ha proclamato una moratoria ufficiale delle esecuzioni a livello federale, che è il campo della pena di morte che ricade sotto la giurisdizione del Presidente degli Stati Uniti, mentre tutte le altre esecuzioni dipendono dai singoli Stati. 

Il Dipartimento di Giustizia avvia di nuovo uno studio sull’uso della pena capitale per valutare che non solo corrisponda alle leggi degli Stati Uniti, ma che sia anche amministrata senza discriminazioni: «fairly», e in maniera umana, «and humanely», cioè senza un’aggiunta di sofferenza o tortura. Da decenni il sistema giudiziario prova a dire che si può uccidere in maniera "umana", con molti corti circuiti. La discriminazione. è scritta nella storia e nella cronaca, negli Usa e nel resto del mondo.
Non è uno stop definitivo, ma conferma quanto promesso in campagna elettorale da Joe Biden, quando si è dichiarato contrario all’uso della pena capitale e ha annunciato il suo impegno per fermarla durante il suo mandato. È un piccolo grande passo, atteso da tempo, e l’inizio di una svolta che può diventare storica, anche se non blocca ancora per sempre le esecuzioni federali. 
Fissa uno standard. Obama aveva avviato una revisione sulle modalità di esecuzione, che aveva portato a una pausa della morte di Stato. Poi era venuto Trump, e la pausa era finita. Le ultime tre esecuzioni, nel 2021, per paradosso, sono avvenute quando l’ex presidente era già un privato cittadino e il procuratore Barr si era dimesso. Colpo di coda letale della banalità burocratica. Ma Anche in quegli ultimi casi, non c’era rapporto con la promessa di "legge e ordine", e le elezioni erano già state perse.

Il 7 luglio 2020 a Terre Haute, in Indiana, l’esecuzione di Daniel Lewis Lee aveva avviato la più intensa e sanguinaria striscia di morte della storia dei presidenti americani. 13 esecuzioni last minute negli ultimi sei mesi di Trump , l’unico anno della storia americana in cui le sole esecuzioni federali hanno superato quelle di tutti gli Stati messi insieme. 

In quello che normalmente chiamiamo il "semestre bianco", in quel 2020 in cui sono morti più di 300mila americani per Covid-19, quando il mondo intero mondo, da un ago, aspettava la speranza di vita del vaccino. Tra quelli che sono stati uccisi, una donna vittima di incesto e sfruttata fin dall’infanzia dalla propria famiglia, un disabile mentale, un teen-ager che non ha neppure premuto il grilletto, ma era accusato dagli autori materiali, che hanno ottenuto uno sconto di pena.

E ora Biden e il suo ministro della Giustizia hanno fermato le esecuzioni federali. È una svolta coraggiosa, anche se non definitiva, su uno dei terreni – l’altro è l’aborto – che in passato per l’attuale capo della Casa Bianca si sono dimostrati scivolosi. 

Il democratico Biden aveva infatti appoggiato l’ampliamento dei casi in cui la pena capitale poteva essere comminata. Per questo il passo è ancora più significativo, ed è parte di un percorso anche personale. 

Fa eco all’invito di papa Francesco al Congresso americano e ai governanti, riaffermato in più occasioni, espresso in maniera inequivocabile nel nuovo testo del Catechismo della Chiesa cattolica e in Fratelli tutti. La pena di morte è «inaccettabile» in ogni circostanza e «va contro la dignità di ogni persona umana», senza eccezioni.

Gli Stati Uniti d’America sono al minimo storico da venti anni delle sentenze capitali e delle sentenze eseguite. Nel 1979 solo 16 Paesi avevano abolito la pena capitale, oggi 152 l’hanno abolita per tutti i crimini o non la usano da più di 10 anni. L’81% di tutte le esecuzioni dello scorso anno – non considerando la Cina su cui i dati risultano incerti – sono avvenuti in tre Paesi: Iraq, Arabia Saudita, Iran. 

E in tutto il mondo ci sono state esecuzioni in altri 17 Paesi. Gli Usa, al loro vertice, scelgono adesso la parte dove stare, senza pena di morte. E questo contribuisce all’accelerazione di una storia in cui la pena capitale può entrare nell’armamentario del passato, come la schiavitù e la tortura. La vita è un po’ più forte.

domenica 4 luglio 2021

Ugur Sahim, immigrato turco - Ha scoperto il vaccino anticovid Pfizer - Quale patrimonio può essere presente sui barconi che arrivano in Europa?

Blog Diritti Umani - Human Rights

Ugur Sahim cha ha scoperto il vaccino anticovid della Pfizer e fondatore della Biontech e un emigrato dalla Turchia.

Il suo vaccino sta salvando milioni di vite.

Questo ci può aiutare capire quale patrimonio umano e quali potenzialità sono presenti sui barconi che arrivano in Europa. 


Nella foto la famiglia turca di Ugur Sahim, lui è il bambino sulla destra.


sabato 3 luglio 2021

Tigray - Guerra dimenticata - Nella regione del conflitto la fame uccide centinaia di persone, si teme una catastrofe umanitaria

Il Bo Live
Dopo quasi otto mesi di conflitto, le armi in Tigray hanno smesso di sparare. Il premier etiope Abiy Ahmed (primo ministro dell'Etiopia dal 2018 e premio Nobel per la pace nel 2019) ha annunciato lo scorso 28 giugno un cessate il fuoco «unilaterale e incondizionato» di circa tre mesi.
Getty Images

Una decisione presa, secondo quanto dichiarato dal premier, per ragioni umanitarie. Centinaia di migliaia di tigrini stanno infatti affrontando, la peggior carestia degli ultimi dieci anni da quando cioè, tra il 2010 e il 2012, una pesantissima carestia ha colpito la Somalia uccidendo più di un quarto di milione di somali, più della metà dei quali, bambini. L'Etiopia non è nuova alle carestie. Quella che ha colpito il Paese negli anni '80 è considerata come uno delle peggiori catastrofi umanitarie del XX secolo che tra il 1983 al 1985 ha portato a circa un milione di morti per fame e milioni di persone sfollate.

La guerra nel Tigray ha avuto inizio a novembre 2020, dopo mesi di tensioni tra governo federale e governo regionale del Tigray controllato dal Fronte di liberazione del Tigray (TPLF), un partito che per molto tempo aveva dominato la scena politica nazionale dell’Etiopia e che aveva iniziato a perdere importanza dopo l’insediamento del governo di Abiy. 
Nonostante lo stesso premier a novembre avesse dichiarato che la guerra civile era finita e che il TPLF era stato sconfitto, i conflitti non sono mai cessati. È stata definita la ‘guerra oscurata’, questa, perché quanto è stato raccontato (quando se ne è parlato) spesso è stato reso in maniera parziale. Anche per questo Onu, Usa e Ue hanno più volte chiesto commissioni di inchiesta indipendenti nel tentativo di fare chiarezza. 

È stata una guerra dura quella nel Tigray che ha portato due milioni di sfollati interni, migliaia di morti, violenze, massacri, la distruzione di paesi, interi villaggi e di quasi tutti degli ospedali. Una guerra subdola che ha usato anche come armi di guerra lo stupro di massa e la fame.

Secondo quanto riferito dall’Unicef, a causa del conflitto, circa 350.000 persone nella provincia del Tigray ad oggi sono gravemente minacciate dalla fame, mentre in tutta l’Etiopia, il Paese più popoloso del Corno d'Africa,quasi due milioni di persone si trovano in situazione di emergenza alimentare e oltre il 60 per cento della popolazione, più di 5,5 milioni di persone, è a rischio. Una classificazione, questa, stilata sulla base dell’Integrated Food Security Phase Classification, un sistema usato dalle agenzie umanitarie per determinare i livelli di crisi alimentare di un Paese.

A causa della guerra, sono tante le persone, specialmente nelle aree rurali, che non hanno potuto ricevere aiuti a causa dei blocchi imposti agli accessi dai gruppi armati. Tantissime sono state anche quelle in fuga verso altri territori e quelle che hanno perso il raccolto e mezzi di sussistenza.

Le armi dovranno tacere fino a settembre, per tutta la durata della stagione agricola. "Un’opportunità per i contadini di coltivare la loro terra – ha esplicitato il comunicato con il quale il governo ha annunciato il cessate il fuoco - per i gruppi umanitari di operare e per le forze ribelli del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray di riprendere il cammino della pace".

Francesca Forzan

Link Correlati: La Repubblica: Etiopia, l'appello di un villaggio del Tigray: "Aiutateci, almeno 125 persone già morte di fame" - 30 giugno 2021

venerdì 2 luglio 2021

Texas- Pena di morte - Migliaia di appelli non sono riusciti a fermare l'uccisione di John Hummel. Le ultime parole: "Mi pento davvero di aver ucciso"

santegidio.org
John Hummel, uomo di 45 anni, è stato ucciso mercoledì 30 giugno con iniezione letale nel penitenziario di Huntsville in Texas. Una mobilitazione internazionale, anche attraverso la campagna "No Death Penalty" della Comunità di Sant'Egidio, aveva chiesto misure alternative alla pena capitale.

“Mi pento davvero di aver ucciso" ha detto Hummel sul lettino dell’esecuzione nella sua dichiarazione finale. “Sono grato per tutti i pensieri e le preghiere per la mia famiglia negli ultimi giorni. Amo ognuno di voi”. La sua storia

Migliaia di sottoscrittori dell’appello sul sito nodeathpenalty.santegidio.org avevano sostenuto le ragioni della misericordia, nella vicinanza al dolore delle vittime, affermando che non c’è giustizia senza vita.

Nonostante questa straordinaria mobilitazione internazionale, la condanna a morte è stata portata a termine. La sua esecuzione era stata fissata il 17 marzo 2020, ma una corte d’appello la rinviò a causa della crisi sanitaria: si sottolineava che avrebbe richiesto un enorme dispiego di persone, tra guardie carcerarie, avvocati, testimoni… il cui affollamento avrebbe favorito il contagio di Covid-19.

È la seconda esecuzione negli Stati Uniti nel 2021 - entrambe in Texas - oltre alle tre esecuzioni federali avvenute nella precedente amministrazione.


lunedì 28 giugno 2021

domenica 27 giugno 2021

Yemen - La guerra dimenticata - 111 morti in 3 giorni e 22 mila sfollati per attacco Houthi su Marib

Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 111 tra ribelli e forze filogovernative hanno perso la vita negli ultimi giorni nella città yemenita di Marib nel corso di scontri seguiti ad una rinnovata offensiva dei ribelli Huthi: lo hanno reso noto fonti vicine al governo. Da giovedì scorso a oggi, sono morti negli scontri 29 combattenti filogovernativi e almeno 82 ribelli.


Il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha annunciato che più della metà della popolazione dello Yemen affronta l'insicurezza alimentare e 5 milioni di persone sono a un passo dalla fame.

Il conflitto continua senza sosta nello Yemen, compresa la città di Marib, dove la violenza ha provocato lo sfollamento di oltre 22.000 persone dall'inizio di febbraio, ha spiegato Dujarric durante una conferenza stampa tenutasi presso la sede delle Nazioni Unite a New York il 26 giugno.

Il funzionario dell'ONU ha anche osservato:
L'economia dello Yemen è crollata, poiché il valore della sua valuta è sceso a livelli record all'inizio di questo mese, il che significa che più persone non potranno permettersi cibo e beni di prima necessità. Senza finanziamenti aggiuntivi e flessibili per il nostro piano di risposta umanitaria in Yemen, affronteremo una perdita dei finanziamenti e milioni di persone vedranno una riduzione dell'assistenza salvavita di cui hanno disperatamente bisogno.

Marib ha assistito dallo scorso febbraio agli attacchi degli Houthi che puntano a conquistare la città ad ogni costo, in quanto è considerata la più importante roccaforte del Governo yemenita, oltre al fatto che è ricca di petrolio e gas. Ciò avviene nonostante tutti gli appelli internazionali per fermare l'escalation Houthi per il timore delle conseguenza che avrà per quasi un milione di sfollati nel Governatorato.

Settimane fa, è stata lanciata una mediazione dell'Oman sotto gli auspici delle Nazioni Unite per arrivare ad un cessate il fuoco nel Paese, ma la milizia continua ancora i suoi attacchi, minando gli sforzi internazionali per raggiungere questo obiettivo.

Fonte: expartibus.it - Ansa

giovedì 24 giugno 2021

South Carolina - Due esecuzioni bloccate perché i condannati devono poter scegliere se essere uccisi sulla sedia elettrica o fucilati da un plotone di esecuzione

Blog Diritti Umani - Human Rights

Un tribunale della South Carolina ha bloccato due esecuzioni che erano state pianificate perchè i due condannati non avevano ancora esercitato il diritto di poter scegliere se essere uccisi con la sedia elettrica o fucilati da un plotone di esecuzione.

La sentenza è stata emessa in base alla nuova legge statale sulla pena capitale, che dice che il condannato deve scegliere tra l'elettrocuzione o il plotone di esecuzione dato che non sono più disponibili i "farmaci" per eseguire condanne a morte con l'iniezione letale.

Brad Sigmon sarebbe dovuto essere ucciso venerdì sulla sedia elettrica che ha109 anni chiamata "Old Sparky", secondo quanto riportato dal Times.

La prevista esecuzione su sedia elettrica di un altro uomo nel braccio della morte, Freddie Owens, è stata fissata per il 25 giugno.

La Carolina del Sud ha recentemente ripreso le esecuzioni dopo una pausa di 10 anni che lo stato ha attribuito all'impossibilità di ottenere i "farmaci" letali necessari.

Ora costringe le persone nel braccio della morte a scegliere tra l'elettrocuzione o il plotone di esecuzione se i farmaci non sono disponibili.

"Il dipartimento sta andando avanti con la creazione di procedure per creare un plotone di esecuzione", ha detto in una nota Chrysti Shain, rappresentante del Dipartimento di correzione della Carolina del Sud, secondo The Guardian.

Gli avvocati di entrambi gli uomini hanno detto che la morte per elettrocuzione è crudele e che i loro clienti avrebbero dovuto avere il diritto di morire per iniezione letale. Ma gli avvocati dello stato affermano che i funzionari della prigione stanno semplicemente applicando la legge.

Gli attivisti affermano che Sigmon è terrorizzato dalla prospettiva di essere fulminato. 

La Carolina del Sud è tra gli otto stati, tra cui Mississippi e Oklahoma, che usano ancora la sedia elettrica nelle esecuzioni, secondo il Death Penalty Information Center. Altri tre stati consentono la morte per fucilazione.

Trentasette persone sono in attesa della pena di morte nella South Carolina, che ha visto la sua ultima esecuzione nel 2011.

ES

Fonte: insider.com

venerdì 18 giugno 2021

Arabia Saudita - Pena di morte - Ucciso Mustafa Hashem al-Darwish a 26 anni per un "reato" (una foto sul cellulare) compiuto quando aveva 17 anni

AsiaNews
Oggi 26enne, il giovane era accusato di aver fomentato disordini e di aver seminato discordia. Fra le prove a suo carico una foto nel telefonino. La famiglia ha saputo solo in secondo momento dell’esecuzione. Lo scorso anno Riyadh aveva annunciato la moratoria sulla pena di morte per i minori di 18 anni.
Mustafa Hashem al-Darwish

Riyadh ha giustiziato un ragazzo condannato a morte per crimini commessi quando aveva solo 17 anni all’epoca dei fatti, smentendo una volta di più i ripetuti annunci dello scorso anno sulla moratoria alla pena capitale per i minorenni. La vittima è Mustafa Hashem al-Darwish (nella foto), arrestato nel 2015 per reati legati a proteste di piazza contro i vertici del regno wahhabita.

Il giovane è stato incriminato per aver formato una cellula terrorista e fomentato una rivolta armata. Attivisti e ong pro diritti umani hanno invocato in più occasioni la sospensione dell’esecuzione, sottolineando che la sua condanna si inserisce nel quadro di un processo ingiusto e caratterizzato da vizi di forma. Amnesty International e Reprive hanno ricordato che il 26enne aveva ritrattato la confessione estorta a forza dietro torture.

Le autorità saudite non hanno mai voluto commentare o smentire le accuse. Per la Reuters esse includevano il “cercare di disturbare la sicurezza con disordini” e “seminare discordia”. Fra le prove vi sarebbe anche una foto “offensiva verso le forze di sicurezza” e la sua partecipazione in oltre 10 “manifestazioni” di protesta fra il 2011 e il 2012.

La famiglia di Hashem al-Darwish non ha ricevuto alcuna comunicazione dell’imminente esecuzione e lo ha saputo solo per aver letto la notizia in internet. La condanna è stata eseguita a Damman, cittadina ricca di petrolio della Provincia orientale. “Come si può - affermano i parenti - giustiziare un ragazzo a causa di una fotografia sul suo telefono?”. “Dal suo arresto - prosegue la nota - non abbiamo conosciuto altro che dolore”.

Nell’aprile dello scorso anno re Salman aveva emanato un decreto, che metteva fine alle condanne a morte per i crimini commessi da minori e commutando la pena a un massimo di 10 anni di prigione in un carcere minorile. Tuttavia, al momento della pubblicazione dell’atto non veniva indicata la data di entrata in vigore della riforma mentre gruppi attivisti hanno avvertito che la pena capitale resta sempre valida.

Peraltro la convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, che Riyadh ha sottoscritto, afferma che la pena capitale non va applicata per reati commessi da minorenni. Una prassi comune nel regno wahhabita, fra le nazioni al mondo con il maggior numero di repressioni ai diritti umani, perpetrati anche e soprattutto da apparati dello Stato.

Il gruppo attivista Reprive riferisce che l’Arabia Saudita ha già giustiziato nei primi sei mesi del 2021 lo stesso numero di persone uccise dal boia in tutto il 2020.

lunedì 14 giugno 2021

Migranti - In Europa per i minori non accompagnati compiere 18 anni non è una festa ma l'ansia per la fine di ogni rete di protezione

Globalist
Per la gran parte dei ragazzi in ogni parte del mondo diventare maggiorenni significa festa. Non è così per i minori arrivati in Europa per i quali il compimento del diciottesimo anno è solo fonte di ansia.

Per la gran parte dei ragazzi in ogni parte del mondo diventare maggiorenni significa festa, indipendenza, cambiamento. Non è così per i minori non accompagnati arrivati in Europa per i quali il compimento del diciottesimo anno è solo fonte di ansia

Per dirla con A., 20 anni, fuggito dall’Eritrea e oggi residente in Olanda: “Entrare nell’età adulta non è per noi una transizione ma la fine di tutto il sistema di supporto e protezione su cui possiamo fare affidamento”. Una situazione fatta di perenne incertezza e ostacoli da affrontare, con cui, presto o tardi, devono confrontarsi migliaia di minori migranti non accompagnati arrivati in Europa. 

Anche se i flussi si sono ridotti negli ultimi anni, ad oggi sono 6.633 quelli accolti in Italia, e paesi come la Francia, ne contano più di 30.000. Si tratta di ragazzi che spesso hanno alle spalle esperienze terribili. Basti pensare a quanto successo negli ultimi mesi nei Balcani e al confine orientale italiano, dove molti minorenni soli sono stati respinti dalle polizie di frontiera e costretti a un viaggio a ritroso verso la Bosnia. A quanto avviene sulle isole greche, dove centinaia di minori senza famiglia sono bloccati da mesi in campi profughi senza accesso a servizi e istruzione. E non ultima, alla situazione delle nostre coste, dove, negli ultimi 5 mesi sono sbarcati oltre 2.600 ragazzi soli.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam, Greek Council for Refugees, Dutch Council for Refugees, Acli Francia in nuovo rapporto che denuncia i rischi che comporta compiere 18 anni per i minori arrivati soli in Europa, nella fase in cui dovrebbero invece progettare il loro futuro nei paesi di accoglienza.

Per tanti neo-maggiorenni sparisce ogni rete di protezione

Dal report emerge chiaramente che nessuno dei 5 paesi presi in esame - Francia, Grecia, Paesi Bassi, Irlanda e Italia - ha adottato politiche sistemiche in grado sostenere i giovani migranti nel loro percorso di integrazione.

“Uno dei capisaldi della legislazione europea è la protezione dei minori a prescindere dal loro status legale, grazie al quale si garantisce una difesa dal rischio di sfruttamento, abusi, abbandono. – rimarca Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia su migrazione e asilo – Diventare maggiorenni non vuol dire che questi rischi scompaiano dall’oggi al domani. A sparire improvvisamente è ogni forma di protezione, con ragazzi che rischiano in molti casi di ritrovarsi per strada senza nessuno a cui rivolgersi.”

La norma prevede che i minori rifugiati arrivati in Europa siano ospitati in strutture adeguate e affidati a tutori per tutte le questioni amministrative e legali. L’accesso a strutture di accoglienza per i neo-maggiorenni varia però da Paese a Paese: in Irlanda vengono trasferiti in alloggi per adulti caratterizzati da standard molto bassi, in Grecia possono finire in uno dei campi profughi o per strada, in Italia ci sono diverse opzioni ma anche il rischio, più che concreto, di essere messi semplicemente alla porta. “A 18 anni non diventi improvvisamente adulto – racconta L. 25 anni – in Irlanda dove vivo, molti ragazzi a quell’età vivono ancora in famiglia.”

La sfida di mantenere il permesso di soggiorno nei meandri della burocrazia italiana ed europea
Altro muro da affrontare è la burocrazia labirintica in cui questi ragazzi sono costretti a muoversi. Questo sembra valere un po’ ovunque nei paesi considerati, ma è l’Italia a meritare un’analisi a sé stante, proprio a partire a dalla sfida che un diciottenne migrante deve affrontare per ottenere il permesso di soggiorno.

Una delle difficoltà più serie per i ragazzi neomaggiorenni in Italia, riguarda l’ottenimento di un permesso di soggiorno: a 18 anni il diritto di non essere espulsi decade ed è necessario ottenere un documento che garantisca il diritto a restare. Chi ha fatto richiesta di asilo e diventa maggiorenne mentre è ancora in attesa dell’esito può trovarsi in enorme difficoltà, qualora la sua domanda venga rigettata. A quel punto è infatti preclusa la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno di altro tipo, ad esempio per studio o lavoro, e il rischio di cadere nell’irregolarità è altissimo. Anche per chi ha ottenuto un permesso di soggiorno per minore età, la strada è tutt’altro che in discesa. Diventati maggiorenni, i titolari di questo permesso di soggiorno devono dimostrare il possesso di specifici requisiti per ottenerne la modifica, cioè la conversione in permesso per studio, lavoro o attesa occupazione, e poter quindi restare in Italia regolarmente.

“I ragazzi si ritrovano di fronte a procedure farraginose, che non sono in grado di affrontare da soli e che non tengono conto delle loro reali esigenze o delle effettive possibilità che i territori offrono. Esponendoli al rischio di perdere il diritto a restare regolarmente in Italia”, aggiunge Capitani.

Umberto De Giovannangeli

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giovedì 10 giugno 2021

Myanmar sull'orlo della guerra civile, 100.000 sfollati vicino al confine con la Thailandia. L'ONU chiede misure per proteggere i civili

sicurezzainternazionale.luiss.it
Le Nazioni Unite hanno affermato, l’8 giugno, che circa 100.000 persone che vivevano nello Stato birmano di Kayah, situato al confine tra Myanmar e Thailandia, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti tra l’Esercito e le forze del governo di unità nazionale (GUN), nato il 16 aprile scorso per opporsi alla giunta militare.

Sfollati del Myanmar al confine con la Thailandia

Lo Stato di Kayah è stato teatro di scontri tra l’Esercito, che ha preso il potere nel Paese il primo febbraio scorso, e la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del GNU. L’Esercito ha risposto agli attacchi delle Forze di difesa del popolo con armi pesanti e attacchi aerei, spingendo la popolazione locale ad abbandonare l’area. La Thailandia, che teme un esodo verso i propri confini, ha espresso preoccupazione per tali avvenimenti e ha esortato i militari ad adottare le misure concordate con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ASEAN, il 24 aprile scorso.

Le Nazioni Unite in Myanmar hanno affermato che la crisi in Myanmar potrebbe spingere gli abitanti del Paese a oltrepassare i confini internazionali in cerca di sicurezza come già successo in altre aree del Paese. L’Onu ha quindi chiesto alle parti coinvolte di adottare le misure necessarie a proteggere i civili e le infrastrutture non militari e di consentire l’accesso di aiuti per gli sfollati.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo.

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

A livello internazionale, l’ASEAN, di cui fa parte anche il Myanmar, aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile.

Prima dell’8 giugno, l’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, aveva affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’ASEAN ad agire, il 24 maggio. Al 21 aprile, invece, l’Onu aveva stimato che gli sfollati nel Paese fossero circa 250.000.

lunedì 7 giugno 2021

Italia - Abusi e contenzione - Pazienti legati al letto e lasciati morire - Misura sempre più utilizzata in strutture psichiatriche, per anziani e disabili.

Domani
Due storie tragiche, 
Antonia Bernardini nel 1978, Elena Casetto nel 2019,  lontane 47 anni l’una dall’altra, ma incredibilmente simili. In mezzo le storie di altre morti terribili, di altri abusi, ma anche la più grande riforma della psichiatria con la legge Basaglia che ha abolito i manicomi. Rainews24 parte da queste storie per cercare di fare il punto sulla contenzione, pratica controversa che nessuno considera terapeutica che divide il mondo psichiatrico tra chi la definizione necessaria quando il paziente può essere pericoloso e chi definisce una vera e propria tortura e ne invoca il superamento.


Quella di Antonia Bernardini è una storia del secolo scorso, quando ancora esistevano i manicomi. Antonia, romana, 40 anni, era internata nel manicomio criminale di Pozzuoli. C'era finita per un litigio banale, con quella formula paradossale di “proscioglimento per infermità mentale” che esclude il processo ma apre le porte dell'internamento, spesso senza alcuna scadenza. Dopo 43 giorni consecutivi legati al letto di contenzione, per protesta dà fuoco al materasso. Muore quattro giorni dopo, ma fa in tempo a dire al magistrato: «Ero sempre legata... L'ho fatto perché chiamavo, chiamavo e non mi davano l'acqua… per la disperazione». Quella morte suscita un dibattito che porta alla chiusura del manicomio di Pozzuoli. Un evento che non cambia il destino delle internate, ma dalla forte portata simbolica, ancora prima della legge 180.

Elena Casetto, invece, è una storia di questo secolo, anche se somiglia terribilmente a quella di Antonia. Milanese, brasiliana di origine, 19 anni. Era appena tornata da Bahia per vivere con sua madre nel bergamasco. Il 31 luglio 2019 la trovano su un ponte che minaccia di buttarsi. Viene ricoverata prima al reparto di psichiatria di Gavardo, nel bresciano, poi viene trasferita all'ospedale di Bergamo. Il 13 agosto 2019, Elena dà fuoco al lenzuolo del letto dove era appena stata legata: mani, piedi e spalle. Nessuno riesce a spegnere l'incendio che si sviluppa incontrollabile, nonostante la struttura fosse nuova, inaugurata pochi anni prima. I vigili del fuoco troveranno la terra, accanto al suo letto: è riuscito a liberare i polsi e una caviglia, ma per farlo si è spezzata un braccio.

Agli atti dell'inchiesta ci sono due perizie chieste dalla Procura di Bergamo: la prima “assolve” l'ospedale da tutte le responsabilità ed è redatta da uno psichiatra, già primario del reparto di psichiatria dello stesso ospedale; la seconda invece considera l'Azienda Sanitaria responsabile, il consulente scrive che «si ritiene che l'incendio deve essere ricondotto ad un'inadeguata valutazione del rischio incendio per il reparto di Psichiatria».

L'azienda ospedaliera, secondo il perito, non ha valutato i rischi, non ha individuato misure per la sicurezza, non ha informato e formato i lavoratori. Per la morte di Elena la Procura di Bergamo ha indagato per omicidio colposo i due addetti dell'antincendio di una ditta esterna all'ospedale Papa Giovanni XXIII, a giorni ci sarà l'udienza preliminare. Nessuna responsabilità è stata ipotizzata a carico dell'ospedale.

Già nel 1909 il Regio decreto 615 ammetteva la coercizione “degli infermi” soltanto in casi eccezionali. Ma centodieci anni dopo la tragica storia di Elena Casetto dimostra che è ancora emergenza. Lo sottolinea anche il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 2015, quando «ribadisce la necessità del superamento della contenzione e condanna l'attuale applicazione estensiva della contenzione» che definisce una «violazione dei diritti fondamentali della persona».

PRATICA DIFFUSA
«Applicazione estensiva» significa che invece di diminuire, la contenzione dai reparti psichiatrici è entrata anche nelle strutture per anziani e nei luoghi di cura per disabili. Un infermiere ci ha raccontato che si legano i pazienti anche nei reparti Covid, potrebbe togliersi l'ossigeno e non c'è personale sufficiente.
[...]
I giudici hanno condannato medici ed infermieri per sequestro di persona, i medici anche per falso ideologico. Un palese caso di abuso, purtroppo non un caso isolato.

Esistono reparti psichiatrici in cui si adotta una politica che esclude la contenzione. Un'intera regione, il Friuli, ha fatto del non legare un metodo di lavoro. Qui a dare risposte diverse è l'intero sistema dei servizi psichiatrici. Come anche centri di eccellenza: nell'Spdc di Ravenna, ad esempio, nessuno viene legato dal 2016. Ma nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici è una pratica ammessa in casi eccezionali. Molti ospedali si sono dotati di linee guida per regolamentarne e limitarne l'uso. Ma gli abusi ci sono: si lega il paziente quando il personale è poco. O perché lo si vuole punire. Casi in cui la contenzione non viene registrata. E' la contenzione sommessa, che non deve lasciare traccia.

'Chi non ha non è': così Franco Basaglia, intervistato da Sergio Zavoli negli anni sessanta. Citava un proverbio calabrese, per sottolineare come il malato mentale non avesse diritti, non avesse voce. Maria Grazia Giannichedda, che lavorò al fianco di Basaglia, ha detto a Rai News: «È stata tagliata la chioma, il manicomio, ma non le radici, quell'idea alla base che il malato mentale abbia meno diritti degli altri».

sabato 5 giugno 2021

5 giugno - Giornata Mondiale dell'Ambiente 2021 - "L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera"

Blog Diritti Umani - Human Rights
L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera»*

(*) Enciclica "Lardato si'" Papa Francesco
Citazione Conferenza Episcopale Boliviana, Lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia El universo, don de Dios para la vida (2012)











venerdì 4 giugno 2021

Allarme nella Ue - La Danimarca vuole deportare i suoi rifugiati in paesi africani, violando il diritto di asilo e trattati fondanti della UE

La Repubblica
Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici, e verranno trasportati in strutture realizzate in Paesi africani, per le quali si prevede la stipula di accordi bilaterali. Protesta l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati

La linea dura "migranti zero" del governo a guida socialdemocratica danese causa un duro scontro tra Copenaghen e l'Unione europea, appoggiata nelle sue proteste dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ma la premier danese Mette Frederiksen non dà segni di volontà di cedere o di cercare un compromesso.

Origine dello scontro è la legge approvata con 70 voti a favore e 24 contrari dal Folketing, il Parlamento unicamerale danese, che decide la costruzione di centri d'accoglienza per profughi e migranti in Paesi esterni all'Unione europea. 

Concordata in accordi bilaterali, possibilmente con Stati lontani, quindi Paesi africani come Rwanda, Tunisia, Etiopia ed Egitto. Profughi e migranti in arrivo nel regno si vedranno rifiutata ogni richiesta di asilo, anche se perseguitati politici a rischio della vita, e verranno trasportati in quei centri lontani. E anche se in casi eccezionali la ottenessero, non avrebbero la garanzia del permesso di soggiorno.

L'obiettivo dichiarato del governo danese è di arrivare a lungo termine a una situazione di "migranti zero". Allo stesso scopo, il mese scorso Copenaghen aveva deciso di revocare il diritto allo status di esuli politici ai cittadini siriani, preparandosi a radunarne a forza centinaia in centri di raccolta per poi farli riportare in Siria. Nonostante moltissimi di loro dichiarino di rischiare dura repressione, tortura e in alcuni casi anche la pena di morte per renitenza alla leva o contatti con le opposizioni. Dopo la vittoria di Assad alle elezioni-farsa tali rischi sono semplicemente aumentati.

"Condividiamo le preoccupazioni dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati per questa legge danese, i rischi che apre per i profughi e la sua compatibilità con gli impegni internazionali, e condividiamo anche le preoccupazioni che la legge danese mini le basi del sistema di protezione internazionale per i rifugiati", afferma un portavoce della Commissione europea. Aggiungendo: "La legge suscita interrogativi sia sull'accesso alle procedure del diritto d'asilo sia sull'effettivo accesso alla protezione. Non è possibile (la legge, ndr) né secondo le procedure esistenti dell'Unione europea né in base alle proposte per il Nuovo patto per la protezione e l'asilo, patto basato su leggi e trattati fondamentali della Ue e sulla concezione del diritto d'asilo come valore costitutivo dell´Unione". La Commissione europea esaminerà ulteriormente la legge danese prima di reagire con decisioni operative.

Secondo l'Alto commissariato Onu (Unhcr), con la legge danese si rischia l'effetto domino. Applicando una revisione così drastica della sua legislazione in materia di rifugiati, la Danimarca apre il rischio che altri Stati seguano il suo esempio, e la sua nuova legge è contraria allo spirito del valore del dovere della protezione internazionale dei rifugiati.

La legge danese non è ancora passata alla fase operativa, cioè a negoziati con i Paesi dove Copenaghen vorrebbe inviare gli esuli col dichiarato effetto di avere il minor numero possibile di "non europei" sul suo territorio. Il partito liberale di sinistra ha chiesto che ogni accordo bilaterale sul trasferimento forzato di esuli con Paesi extraeuropei venga esaminato dal Parlamento. Tuttavia è già in vigore appunto la disposizione contraddittoria in sé secondo cui anche le persone cui in casi eccezionali la Danimarca concederà diritto d'asilo non avranno la garanzia del permesso di soggiorno. In altre parole, la legge apre per molte persone il rischio, anche se riconosciuti come esuli perseguitati, di non potersi salvare da governanti come Assad o Lukashenko. Per far passare la legge anti-esuli Mette Frederiksen non ha esitato a chiedere e ottenere i voti dei legislatori di destra e di estrema destra, nonostante appartenga al Partito socialista europeo.

Andrea Tarquini

giovedì 3 giugno 2021

Etiopia - Dopo sette mesi di guerra nel Tigrai continuano violenze e stupri e la fame uccide. Distrutti 80% raccolti e 90% bestiame. 2 milioni di sfollati

Avvenire
L’Onu fa i conti della crisi: «L’80% dei raccolti nell’area è andato distrutto mentre il 90% del bestiame è stato abbattuto o requisito» Ancora violenze e stupri.

Lapresse

Lo spettro della fame incombe sul Tigrai e il mondo si gira dall’altra parte. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto al Consiglio di sicurezza Onu di varare urgenti misure per evitare la carestia. 

Il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock ha scritto in una nota, che il «20% dei sei milioni di abitanti della regione settentrionale etiope dopo sette mesi di conflitto sta affrontando una seria penuria di cibo». L’80% del raccolto nell’area, che vive di agricoltura, è stato distrutto o saccheggiato mentre il 90% del bestiame è stato ucciso o requisito. 

Secondo Lowcock gli sfollati sono 2 milioni. Per l’Onu l’accesso degli aiuti è peggiorato ancora con attacchi, ostruzioni e ritardi al- le operazioni umanitarie. Inoltre gli stupri – commessi da truppe eritree ed etiopi secondo le testimonianze raccolte da operatori, Ong e e media internazionali – rimangono «diffusi e sistematici e le infrastrutture pubbliche continuano ad essere distrutte».
1,2 milioni
i tigrini che secondo l’Onu stanno affrontando una seria penuria di cibo nella regione 2 milioni sono gli sfollati interni della regione che affollano le città e che hanno bisogno urgente di aiuti
150 mila
gli sfollati interni ospitati soltanto a Macallè dove sopravvivono in condizioni spesso drammatiche

1,4 milioni
i bambini che non possono frequentare le scuole nella regione dilaniata dal conflitto
Siamo distratti dalla pandemia, ma questa guerra deve finire. Lo dico a chi crede: serve la nostra preghiera per la pace perché questa gente non si senta abbandonata», conclude Magnus MacFarlane-Barrow. Intanto dopo la denuncia dell’Onu e i servizi della Cnnle forze armate etiopi ed eritree hanno rilasciato quasi tutti i 500 giovani rapiti dai campi per sfollati di Sciré, nel nord-ovest. 
L’accusa ai i militari è di aver torturato e abusato i prigioneri per estorcere loro la confessione di essere membri del partito nemico del Tplf, che ha guidato l’Etiopia fino al 2018, è stato messo fuorilegge per “terrorismo” dal Parlamento di Addis Abeba e continua la guerriglia.

Paolo Lambruschi



mercoledì 2 giugno 2021

Zambia - Approvata legge: Ergastolani con "buona condotta" e che mostrano pentimento liberi per 14 giorni e possibile sospensione della pena

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Presidente Edgar Lungu ha firmato una legge che consentirà di concedere ai detenuti un permesso di due settimane per visitare le loro famiglie.
Il Presidente dello Zambia Edgar Lungu
Potranno usufruire della misura anche i condannati all'ergastolo e per coloro che manterranno un buon comportamento, avranno la possibilità di non tornare più in carcere.

La legge sul servizio di correzione attraverso il commissario generale con la consulenza del ministro degli interni consentirà ora a qualsiasi detenuto di interrompere la detenzione per due settimane per visitare la famiglia.

Secondo il commissario generale del servizio correttivo dello Zambia, Chisela Chileshe, la disposizione era contenuta nella legge precedente, ma il presidente Lungu l'ha rafforzata attraverso una disposizione costituzionale.

Il servizio correttivo dello Zambia indica al presidente Lungu la sospensione della pena per i detenuti condannati all'ergastolo che abbiano mostrato sincero pentimento e un buon comportamento ritenendo che non siano più un pericolo per la società.

Il commissario generale ha dichiarato che i detenuti che confermassero il loro comportamento corretto non sarebbero più tornati negli istituti penitenziari.

Il dottor Chileshe, tuttavia, ha affermato che coloro che avessero continuato una condotta scorretta sarebbero tornati a scontare l'ergastolo.

Questa disposizione ha provocato reazioni contrastati sui social. Alcuni evidenziano il rischio di evasioni ma altri affermano che: "è necessario di favorire il reinserimento sociale dei detenuti e di non pensare al carcere come a un sistema punitivo".

ES

Fonte: Mwebantu - Inmates to be granted a two week leave to visit their families.

martedì 1 giugno 2021

Migranti - Il suicidio di Moussa Balde svela le gravi criticità e violazioni dei diritti umani nei Cpr, dove vengono reclusi gli immigrati nell'attesa di espulsione

La Difesa del popolo
La morte del ragazzo nei cosiddetti “ospedaletti” di Torino, riapre il dibattito sui Cpr. Il 4 giugno manifestazione dei giuristi davanti la prefettura. Chiesto un incontro urgente con Lamorgese e Cartabia per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi


Link correlato: Moussa Balde, Guinea, 23 anni - Vittima di grave aggressione da parte 3 uomini a Ventimiglia il 9 maggio, non ha documenti, recluso in isolamento nel Cpr di Torino, si suicida.

Una serie di violazioni, sia dal punto di vista del diritto che da quello sanitario. Un trattamento sbagliato che avrebbe potuto evitare “una tragedia annunciata”. 

Le associazioni di giuristi scenderanno in piazza, davanti alla prefettura di Torino il prossimo 4 giugno per chiedere giustizia sul caso Moussa Balde e riportare l’attenzione sulla situazione dei Cpr in Italia. 
Dopo la morte del ragazzo di 23 anni, originario della Guinea, suicidatosi nel centro per i rimpatri di Torino si è riaperto il dibattito sulla legittimità al trattenimento dei migranti in queste strutture.
Non solo, ma il caso di Balde è ancora tutto da chiarire. Dopo una violenta aggressione in strada da parte di tre italiani era stato condotto negli uffici di polizia di Ventimiglia, perché cittadino straniero irregolare, il 9 maggio scorso. 

Secondo le associazioni promotrici della manifestazione, tra cui Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) “la sua condizione di persona offesa è stata immediatamente dimenticata, a causa dell'irregolarità del suo soggiorno”. 

A Balde, dunque, non sono state fornite informazioni come la facoltà di presentare denunce o querele, il diritto di chiedere di essere informato sullo stato del procedimento, la possibilità di avvalersi dell'assistenza linguistica. 

“Gli è stato di fatto negato il diritto di partecipare al procedimento penale - spiegano -. Moussa Balde aveva anzi riferito di non avere neppure compreso che l'aggressione avesse generato delle indagini, che i suoi aggressori fossero stati identificati, né tantomeno sapeva che c'era un video che aveva ripreso quella aggressione”. Secondo i giuristi, dunque, questo conferma per l'ennesima volta che per lo Stato italiano “la persecuzione degli stranieri privi di un permesso di soggiorno è considerata una priorità assoluta, da esercitare a qualunque costo, anche a scapito di diritti fondamentali”.

L'altra grande questione che la tragedia di Moussa Balde solleva riguarda ciò che accade dentro i Cpr italiani, e dentro il Cpr di Torino in particolare. Secondo quanto ricostruito da Asgi Moussa Balde è stato rinchiuso senza alcuna valutazione preliminare sulla sua idoneità psichica al trattenimento e ciò nonostante le presumibili conseguenze di un'aggressione tanto violenta. 

Appena entrato al Cpr, è stato privato del telefono cellulare ed è stato collocato nei cosiddetti “ospedaletti”, vere e proprie celle di isolamento non previste dalla normativa, separate dalle altre aree, lontane dagli uffici e dall'infermeria, dove è impossibile effettuare un controllo o un’osservazione di chi vi è rinchiuso. 

Luoghi in cui una patologia psichiatrica o una semplice depressione sono destinati ad aggravarsi e dove è purtroppo molto facile, in solitudine, compiere gesti anticonservativi. “Lo stesso Cpr, le medesime camere di isolamento dove, nel luglio del 2019, era morta un’altra persona, Faisal Hussein, affetto probabilmente da problemi psichici e abbandonato per cinque mesi nella segregazione del centro di Torino - spiega l’associazione - 
La vicenda di Moussa Balde ci deve ricordare quali sono le effettive priorità, che i diritti fondamentali non possono essere sacrificati e che non possono esistere luoghi di detenzione privi di regole, dove la vita delle persone è consegnata all'arbitrio”. 
Secondo i giuristi, i Cpr oggi sono strutture in cui le persone trattenute vengono private della loro umanità, parcheggiate e abbandonate, in condizioni peggiori rispetto a quelle esistenti in carcere, proprio per la carenza di regole e di garanzie. “Anche i pochi diritti riconosciuti vengono sistematicamente calpestati da quella stessa pubblica amministrazione che le regole è chiamata a far osservare”. 

Tra le violazioni più diffuse il fatto che la verifica dell'idoneità sanitaria al trattenimento venga fatta da medici interni del Cpr, e non, come previsto dall'articolo 3 del Regolamento Cie emanato dal Ministero dell'Interno il 2.10.2014, da medici esterni della Asl o delle strutture ospedaliere, prima dell'ingresso. Inoltre, il sostegno psichiatrico non è stato garantito dal marzo 2020 al febbraio 2021 e rimane comunque insufficiente e discontinuo. 

Vengono trattenute persone presunte minorenni, in aperto contrasto con la normativa vigente. Sebbene la legge non consenta l’isolamento dei trattenuti, poi, la misura viene abitualmente e arbitrariamente utilizzata, senza obbligo di motivazione né possibilità di impugnazione o riesame. Durante l’isolamento, “i trattenuti vengono ristretti in celle pollaio, che ricevono luce solare per poche ore al giorno solo nel cortile (con visuale oltretutto limitata da una tettoia), senza diritto di uscire né di usare un telefono - spiegano i giuristi -. Vengono utilizzati luoghi di trattenimento non ufficiali (le celle di sicurezza nel seminterrato), nemmeno dichiarati al Garante nazionale e scoperti casualmente da quest’ultimo in occasione della visita del 2.3.2018”.

Nel documento firmato dagli esperti di diritto dell’immigrazione si ricorda che, in spregio al diritto alla libertà di comunicazione con l'esterno sancita dall'articolo 14, comma 2 del Testo Unico sull'Immigrazione e dall'articolo 20, comma 3, del Regolamento di attuazione, “i trattenuti vengono privati del telefono cellulare, così perdendo anche l'accesso ad internet, principale strumento di comunicazione e di informazione; le telefonate possono essere effettuate solo verso l'esterno, a pagamento e con linea fissa, con la conseguenza che, in considerazione dei costi, è estremamente difficile mantenere contatti con i parenti all'estero; i trattenuti non possono ricevere, privati del proprio apparecchio cellulare, chiamate dall'esterno, avendo sempre l'amministrazione rifiutato di fornire le utenze dei telefoni installati nel centro”. 
I colloqui con i familiari e i conoscenti sono sospesi da oltre un anno e non è stato attivato alcun sistema di colloqui in videoconferenza, pur a fronte di trattenimenti che possono protrarsi per diversi mesi; i trattenuti vengono costretti in moduli abitativi sovraffollati, con servizi igienici non separati dai luoghi di pernottamento e privi di porte; infine non sono presenti mediatori culturali di lingue e Paesi rappresentati nel Cpr.
A ciò si aggiunge il tema della competenza a decidere in materia di libertà personale ai giudici di pace, che tale competenza non hanno in alcun altro ambito. Nel report si ricorda in merito il risultato delle ricerche dell’Osservatorio sulla giurisprudenza del giudice di pace in materia di immigrazione (Lexilium), che ha rilevato che il tasso di convalida dei decreti di trattenimento da parte dell’ufficio dei giudici di pace di Torino, nel 2015, è stato del 98% e quello di proroga del 97%, all’esito di udienze che, nella maggioranza dei casi, non hanno superato i 5 minuti di durata.

Il documento si chiude con una serie di richieste: innanzitutto si chiede che siano immediatamente chiuse le strutture illegali di detenzione, come i cosiddetti Ospedaletti e le camere di sicurezza nei sotterranei; che vengano ripristinate le condizioni di legalità del trattenimento e, in particolare, il diritto di comunicazione anche telefonica con il proprio telefono cellulare e la ripresa dei colloqui con i familiari; che particolare attenzione venga posta alla salute dei trattenuti, anche attraverso il previo esame da parte di medici dell'ASL sulla idoneità al trattenimento, e che venga garantita la presenza di psichiatri e psicologi, sia al momento dell'ingresso, sia nel corso del trattenimento; in caso di incapacità a rispettare gli standard minimi sopra illustrati, venga disposta la chiusura della struttura.

Si ribadisce, infine, la necessità di rispettare i principi del processo penale e i diritti delle persone offese, siano essi cittadini italiani o stranieri, indipendentemente dal possesso di un permesso di soggiorno.
Le associazioni chiedono un incontro urgente con il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e con il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi all’interno della struttura, culminati nel suicidio di Moussa Balde. 

Oltre ad Asgi la manifestazione e il documento sono promossi da Legal tema Italia, Giuristi democratici, Osservatorio carcere Piemonte e Valle d’Aosta Antigone, ADIF Associazione Diritti e Frontiere A.P.I. onlus e StraLi.

Eleonora Camilli

Fonte: Redattore Sociale 

lunedì 31 maggio 2021

Israele - Il consiglio dei diritti umani dell'ONU apre inchiesta su bombardamento di Gaza - Bachelet ipotizza ‘crimini di guerra’

Notizie Geopolitiche
Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, presieduto da Nazhat Shameem Khan
(Isole Fiji), aprirà un’inchiesta per indagare sulle “violazioni dei diritti umani commesse nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile scorso” come pure “sulle cause profonde” delle tensioni.

L’iniziativa è arrivata dal Pakistan, è stata approvata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni, e ha suscitato la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha denunciato “l’aperta ossessione anti-israeliana dell’Onu”.

Nei dieci giorni di scontri la reazione israeliana è stata forte, con continui raid sulla Striscia che hanno provocato la morte di 232 persone soprattutto civili (Hamas ha sparato 4.400 razzi uccidendo 13 israeliani), per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha ipotizzato addirittura “crimini di guerra”.

Va detto che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu è in passato stato criticato poiché raccoglie 47 stati tra i quali paesi dove i diritti umani sono una chimera. 

Israele non ne fa parte, e Netanyahu ha detto che “Ancora una volta un’immorale maggioranza automatica sbianca un’organizzazione terroristica e genocidaria che deliberatamente colpisce civili israeliani mentre trasforma quelli di Gaza in scudi umani”, mentre “raffigura come colpevole una democrazia che agisce legittimamente per proteggere i suoi cittadini da migliaia di attacchi missilistici indiscriminati”. “Questa farsa – ha insistito – si fa beffe del diritto internazionale e incoraggia i terroristi in tutto il mondo”.