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domenica 17 ottobre 2021

Calais: i migranti sono soggetti a “trattamenti inumani” ed è vietata l'assistenza umanitaria, per i volontari proibito dare cibo e acqua

Metropolitan Magazine
Gli accampamenti dei migranti presenti nella città francese di Calais, a circa 30 km dal confine con il Regno Unito sono soggetti a trattamenti definiti inumani da parte dei poliziotti e dalle leggi locali. Di seguito, il rapporto di Human Rights Watch.


Accampamenti vicino alla città francese di Calais, i migranti sono perseguiti dalla polizia

“La giungla”, soprannome dato alla zona vicino alla città di Calais, sita nel nord della Francia, è un luogo precario, che tuttavia ha rappresentato fino al 2016, anno in cui è stata demolita una sorta di stabilità per oltre 10.000 persone.

Cinque anni dopo, le politiche migratorie europee non si sono fatte più umane o ragionevoli, anzi. I migranti sono ancora a Calais, maltrattati e calpestati.

HRW ha condotto oltre 60 interviste a migranti adulti e minori non accompagnati che si trovano a Calais e nella comune di Grande-Synthe, da ottobre a dicembre 2020 e da giugno a luglio 2021.

Il report di Human Rights Watch (HRW) afferma che gli ufficiali della polizia francese sottopongono regolarmente queste persone a trattamenti inumani e degradanti. Evidenzia anche le ripetute operazioni di sfratto, le molestie praticamente giornaliere, il mancato accesso all’assistenza umanitaria subiti.

Ecco i “trattamenti inumani” a cui sono sottoposti i migranti

Innanzitutto, sono attive operazioni di sgombero, tende, sacchi a pelo e coperte vengono distrutti. Si tratta di pratiche comuni, che spesso vengono fatte passare come “operazione di salvataggio”, portandoli in rifugi più stabili.

Tuttavia, il riparo viene garantito solo per pochi giorni. Queste tattiche costringono adulti e minori, che non sono tutelati a stare sempre in guardia, portandoli ad un stato di esaurimento mentale oltre che fisico. E’ anche vietata l’assistenza umanitaria, ordinanze locali proibiscono la distribuzione di cibo e acqua da parte di gruppi umanitari nel centro di Calais.

Charlotte Kwantes, la coordinatrice nazionale del gruppo Utopia 56, ha affermato che: “Queste persone non viaggiano fino al nord della Francia perché muoiono dalla voglia di soggiornare in una tenda in mezzo al bosco, esposti al freddo e alle molestie. Non vengono qui nemmeno per farsi dare un po’ di acqua e cibo dai volontari, come un’elemosina. Arrivano qui perché c’è il confine”.

Il confine con il Regno Unito dista solo 30 chilometri e con la sua uscita dall’Unione Europea, il Paese non può più riconsegnare i migranti richiedenti asilo provenienti dalla Francia senza prima considerare la loro richiesta di asilo. Inoltre, non è più tenuto ad accettare il ricongiungimento familiare da parte di minori non accompagnati.

Veronica Tassiello

sabato 16 ottobre 2021

16 Ottobre - Memoria della deportazione degli ebrei da Roma. Pietre di inciampo sulla soglia di casa mia.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Le pietre di inciampo sulla soglia di casa mia di 7 persone che vivevano nel mio condominio e che sono stati deportati e assassinati ad Auschwitz, 5 di loro il 16 ottobre del 1943,  3 di loro sono bambini piccoli.

Mi ricordano ogni giorno l'orrore della guerra, del nazismo, del fascismo e dell'antisemitismo.


Celeste Viviani, nata nel 1906, arrestata il 16/10/1943, deportata ad Auschwitz assassinata il 23/10/1943

Cesare Di Consiglio - nato nel 1912, arrestato il 21/3/1944, assassinato il 23/3/1943 alle Fosse Ardeatine

Ada Di Consiglio - nata nel 1937 (6 anni), arrestata il 16/10/1943, deportata ad Auschwitz assassinata il 23/10/1943

Marco Di Consiglio - nato nel 1939 (4 anni), arrestato il 16/10/1943, deportato ad Auschwitz assassinato il 23/10/1943

Mirella Di Consiglio - nato nel 1942 (1 anno), arrestato il 16/10/1943, deportato ad Auschwitz ssassinato il 23/10/1943

Lazzaro Spizzichino, nato nel 1899, arrestato il 27/3/1944, deportato ad Auschwitz assassinato

Eleonora Anav, nata nel 1908, arrestata il 27/3/1944, deportata ad Auschwitz assassinata

Afghanistan. Il dramma delle spose bambine vendute o barattate con armi e bestiame. Nella povertà estrema usate come una moneta.

La Stampa
Il numero delle ragazze scambiate come moneta è in netto aumento nelle zone di povertà estrema. I taleban minacciano l'Europa con "un'ondata di rifugiati" se non verranno subito tolte le sanzioni economiche, mentre l'Afghanistan precipita nella miseria ed esplode il fenomeno della spose-bambine, minorenni cedute a uomini di mezza età per denaro. 

Era una piaga già sotto il precedente governo, frenata però dagli aiuti umanitari e dall'azione delle Ong internazionali, a cominciare dall'Unicef. Adesso le province rurali sono tagliate fuori dal mondo e la fame colpisce con durezza sempre maggiore, soprattutto nelle aree centrali del Paese.

Lontano da Kabul i matrimoni combinati tra famiglie sono una tradizione ancestrale ma la povertà estrema ha stravolto tutto e genitori disperati sono arrivati a vendere le figlie ancora in fasce, a volte di un solo anno, come ha denunciato l'agenzia locale Raha. 

Mancano i soldi e molte famiglie non riescono a comprare cibo a sufficiente. Allora cedono le figlie a famiglie più abbienti, a un prezzo che varia dai 100 mila ai 205 mila afghani, pari adesso a 1000-2500 dollari.

Se il pretendente non ha contanti, paga in natura, cibo, bestiame oppure armi. Il rapporto ha analizzato in particolare la situazione nella remota provincia di Ghor, dove la situazione umanitaria è oltre il livello di guardia. La siccità eccezionale ha dimezzato i raccolti. Il flusso di denaro dagli uffici pubblici si è prosciugato, perché il governo del nuovo Emirato islamico non ha neppure i soldi per pagare gli stipendi agli impiegati. L'altra risorsa, gli aiuti internazionali distribuiti dalle Ong, è a zero. In un mese e mezzo la provincia, come le altre confinanti, ha fatto un balzo indietro di vent'anni, se non di più.
[...]
La miseria spinge l'età delle spose sempre più in basso. Un rapporto dell'Unicef del luglio 2018 ha calcolato che il 34 per cento delle donne fra i 20 e i 24 anni, e il 7 per cento degli uomini, si è sposato prima di compiere 18 anni, l'età minima consigliata dall'Onu. Il precedente governo aveva stabilito all'articolo 70 del codice civile un'età minima di sedici anni per le ragazze e di 18 per gli uomini e considerava "forzato" ogni matrimonio sotto quel limite.

Ma il nuovo governo taleban ha spazzato via tutto. Per le bambine di Ghor e delle altre province rurali non si pone neanche il problema. I matrimoni precoci sono la principale causa dell'abbandono scolastico. L'Afghanistan si chiude in un cupo Medioevo. Ma anche i taleban hanno bisogno del mondo. Hanno accettato nuovi colloqui con gli Stati Uniti. Chiedono lo sblocco dei 9 miliardi di dollari della Banca centrale, bloccati negli Usa. E aiuti umanitari.

Dietro il volto "moderato" però rispuntano sempre i loro metodi. Dopo i negoziati a Doha il viceministro degli Esteri Emirhan Muttaki ha avvertito che si corre il rischio di "migrazioni economiche" verso l'Europa se la comunità internazionale non permetterà "il normale funzionamento delle banche, in modo che Ong e agenzie governative possano pagare di nuovo i salari". Un ricatto in stile Erdogan. Soldi in cambio dello stop ai flussi di rifugiati.

Giordano Stabile

Afghanistan, il dramma delle spose bambine vendute o barattate con armi e bestiame

Afghanistan, il dramma delle spose bambine vendute o barattate con armi e bestiame

mercoledì 13 ottobre 2021

Migranti: Amnesty, in Libia arresti di massa senza precedenti. 5.000 uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni di tortura e di abusi sessuali

Keystone-ATS
Le forze di sicurezza e le milizie libiche a Tripoli hanno usato armi e violenza in una retata di oltre 5 mila tra uomini, donne e bambini, ora trattenuti in condizioni dove dilagano la tortura e gli abusi sessuali. Lo afferma una nota di Amnesty International.

Donne in un centro di detenzione a Tripoli, Libia. KEYSTONE/AP/MOHAME BEN KHALIFA sda-ats

Amnesty International afferma di avere avuto accesso a numerose prove dei fatti denunciati, tra cui alcuni filmati e fotografie condivisi in rete da testimoni oculari.

Nel comunicato, l'organizzazione umanitaria sostiene che "il primo ottobre, uomini armati delle milizie e delle forze di sicurezza affiliate al ministero dell'Interno libico hanno fatto irruzione con la violenza nelle abitazioni e nei rifugi temporanei nell'area di Gargaresh a Tripoli, dove risiede una folta popolazione di rifugiati e migranti, sparando proiettili veri, danneggiando effetti personali e rubando oggetti di valore.

Migranti e rifugiati terrorizzati, alcuni dei quali negli elenchi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono stati poi trasferiti in centri di detenzione a Tripoli, dove viene negato l'accesso all'UNHCR e ad altre agenzie umanitarie, e sottoposti a torture e maltrattamenti.

Amnesty International esorta quindi le autorità libiche a rilasciare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente esclusivamente sulla base del loro status di migrante e ad avviare indagini su tutti gli episodi di uso illegale della forza, tortura e violenza sessuale. 

Nel frattempo, le autorità dovrebbero garantire che le persone detenute siano trattate umanamente, trattenute in condizioni che soddisfino gli standard internazionali e garantire l'accesso immediato e senza ostacoli all'UNHCR e ad altre organizzazioni umanitarie.

domenica 10 ottobre 2021

10 ottobre - Giornata mondiale contro la Pena di morte - Appello urgente per la vita di Kosoul Chanthakoummane

santegidio.org


Kosoul Chanthakoummane è nato in Illinois il 1/10/1980. E’ stato arrestato e in seguito condannato a morte nel 2006. Nella sua vita aveva sempre lavorato come autista di camion e magazziniere, non era mai stato in carcere prima. E’ stata fissata la sua data di esecuzione per il prossimo 10 novembre 2021.

sabato 9 ottobre 2021

Sierra Leone: Il presidente Julius Maada Bio firma l'abolizione della pena di morte

ANSA-AFP
Dopo voto parlamentare luglio che la sostituisce con ergastolo, il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha firmato oggi il disegno di legge che abolisce la pena di morte nel Paese. La firma arriva dopo il voto parlamentare di luglio, che aveva stabilito di sostituire la condanna capitale con l'ergastolo o un minimo di 30 anni di carcere.


"Come nazione, oggi abbiamo esorcizzato gli orrori di un passato crudele", ha detto Bio in un comunicato, aggiungendo che la pena di morte è "disumana". "Oggi affermiamo la nostra fede nella sacralità della vita", ha aggiunto. 

La Sierra Leone si sta riprendendo dopo decenni di guerra civile ed è stata frequentemente accusata dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani per il mantenimento della pena capitale. L'ultima esecuzione nel Paese si è verificata nel 1998, quando 24 ufficiali militari furono condannati a morte a causa di un tentato golpe l'anno prima.

lunedì 4 ottobre 2021

Incontro Internazionale “Popoli fratelli, terra futura. religioni e culture in dialogo” - Roma 6-7 ottobre 2021

Blog Diritti Umani - Human Rights

L'Incontro internazionale “Popoli Fratelli, Terra Futura. Religioni e Culture in Dialogo”, è il trentacinquesimo promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, dopo la storica giornata voluta da Giovanni Paolo II nel 1986.




L’evento si svolge il 6 e 7 ottobre a Roma. Vede riunite le grandi religioni mondiali dopo un anno dominato dalla crisi sanitaria per la pandemia da Covid-19, ma anche dai troppi conflitti ancora in corso in tante parti del mondo, la crisi ambientale e quella umanitaria con migliaia di profughi costretti ad abbandonare le loro terre, come è accaduto recentemente in Afghanistan.

martedì 28 settembre 2021

Siria - Continue e gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni, scomparse, torture, violenze di genere nei centri di detenzione.

AnsaMed
L'Italia rimane profondamente preoccupata per il gran numero di esecuzioni extragiudiziali e di persone scomparse o detenute illegalmente, nonché per le torture e la violenza di genere perpetrata nei centri di detenzione. 


Lo ha affermato la Vice Rappresentante Permanente d'Italia presso le Nazioni Unite, Marie Sol Fulci, intervenuta in occasione del dialogo interattivo con la Commissione d'Inchiesta sulla Siria, presieduta da Paulo Sergio Pinheiro, durante la 48ma Sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Fulci ha ricordato come il popolo siriano continui a subire gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e ha condannato gli attacchi ai civili e alle infrastrutture civili, condotti in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. 

La Vice Rappresentante Permanente ha poi esortato tutti gli attori sul terreno a rivelare la sorte di coloro che sono scomparsi o che sono ancora dispersi, invitandoli ad impegnarsi in modo significativo con i meccanismi internazionali competenti in materia. 

Fulci - riferisce una nota della Rappresentanza - ha inoltre condannato la violenza e le atrocità commesse da tutte le parti in conflitto, sottolineando l'importanza di acclarare le responsabilità di chi ha commesso gravi violazioni dei diritti umani. Infine, ella ha espresso il pieno supporto dell'Italia al lavoro della Commissione d'Inchiesta e il Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente sulla Siria e ha ribadito come il contrasto all'impunità sia un prerequisito per una soluzione pacifica del conflitto nel Paese.

lunedì 27 settembre 2021

Yemen - Gli Houthi eseguono la pena di morte di 9 uomini coinvolti nella morte del leader Samad

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il movimento yemenita Houthi, appoggiato dall'Iran, ha dichiarato sabato che le autorità hanno messo a morte nove uomini condannati per il coinvolgimento nell'uccisione del 2018 di Salehal-Samad, allora principale leader civile del gruppo armato.

Foto: AFP

Samad, che ricopriva la carica di presidente nell'amministrazione controllata dagli Houthi che governa la maggior parte dello Yemen settentrionale, è stato ucciso nell'aprile 2018 da un attacco aereo della coalizione a guida saudita nella città portuale di Hodeidah, sulla costa occidentale dello Yemen.

È stato il funzionario più anziano ad essere ucciso dalla coalizione nella guerra lunga anni in cui gli Houthi stanno combattendo le forze fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale con sede nella città portuale meridionale di Aden.


ES

Fonter: Reuters

giovedì 23 settembre 2021

India - A 3 mesi dalla scomparsa, ricordo di padre Stan Swamy, difensore dei diritti degli indigeni, morto in carcere a 84 anni.

Osservatorio Diritti
Padre Stan Swamy è morto in India a 84 anni dopo nove mesi di carcere. Aveva dedicato la sua vita a popoli indigeni ed emarginati. Incastrato sulla base di accuse mai provate, era accusato di essere un fiancheggiatore dei terroristi. Lo ricordiamo a 2 mesi dalla morte


Padre Stan Swamy si è spento lo scorso 5 luglio, in un ospedale di Mumbai, in India, dove era stato trasferito dal carcere in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Il prete gesuita, che ha combattuto tutta la vita per i diritti degli Adivasi (i popoli indgeniautoctoni del Subcontinente) nelle foreste più remote del Paese, era in cella da 9 mesi, nella prigione di Taloja a Mumbai, nonostante avesse 84 anni e fosse gravemente malato di Parkinson. Ma, soprattutto, come altri attivisti e voci critiche, era in carcere sulla base di accuse mai provate.

La sua morte è arriva dopo accese proteste e accorati appelli internazionali per la scarcerazione dei prigionieri politici in India, soprattutto in tempo di Covid-19.

È proprio nella cella in cui era rinchiuso da mesi, in condizioni deplorevoli, che l’anziano gesuita-attivista aveva contratto il coronavirus durante la violenza della seconda ondata pandemica, che ha messo in ginocchio il Paese.

Nei giorni precedenti la sua morte, l’Alta Corte di Mumbai stava valutando una petizione avanzata dallo stesso Swamy per il suo rilascio su cauzione per motivi medici. Come in altri casi, la giustizia non ha fatto in tempo a mostrare un volto umano: padre Stan è morto da arrestato, in un caso costruito ad arte per incastrare attivisti e pensatori liberi che il governo guidato dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party bolla come elementi “anti-nazionali”.

Il gesuita-attivista vicino agli indigeni dell’India
Father Stan, come il gesuita era chiamato da quanti erano vicini a lui e alle sue battaglie, aveva combattuto contro le brutali uccisioni, gli stupri, le torture, le morti in custodia e i casi di false accuse mosse dalla National Investigation Agency (Nia) – l’agenzia federale che si occupa di terrorismo – contro migliaia di Adivasi innocenti.

Maria Tavernini

martedì 21 settembre 2021

ONU - Migliaia di persone accusate ogni anno di stregoneria. Sono sopratutto donne ma anche bambini, individui disabili o albini.

Il Post
In diversi posti del mondo è un problema che interessa donne, bambini, individui disabili o albini, spiega una recente risoluzione dell'ONU


A metà luglio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha approvato una risoluzione che chiede la fine delle violenze commesse ogni anno contro migliaia di persone accusate di stregoneria: espulsioni dalle comunità, torture, mutilazioni o uccisioni che ancora oggi si verificano in varie parti del mondo.

Definire che cosa sia la “stregoneria” non è semplice, dato che ci sono declinazioni, credenze e pratiche che cambiano da paese a paese e anche all’interno di uno stesso contesto. Le Nazioni Unite hanno però individuato alcuni elementi comuni: la stregoneria è intesa come un sistema di credenze che funziona come spiegazione di una serie di eventi negativi. Tale sistema è basato sulla convinzione che alcune persone abbiano dei poteri soprannaturali che rivolgono contro altre. Ma si dice anche che la stregoneria appartiene a un fenomeno più ampio, che ha a che fare con l’oppressione e il controllo sociale che si vuole esercitare nei confronti di alcune specifiche categorie.

La reale portata delle violenze legate alla stregoneria e il numero delle vittime di tali abusi non è chiaro, perché molto spesso questi crimini non vengono denunciati per timore di ritorsioni e ulteriori stigmatizzazioni, o perché avvengono in contesti remoti, o di omertà e accettazione. 

Il comitato che ha lavorato alla preparazione della risoluzione delle Nazioni Unite ha comunque documentato 22 mila persone che negli ultimi dieci anni, nel mondo, sono state accusate di stregoneria: si stima però che i numeri reali siano molti più alti.

Nella sola Tanzania, ad esempio, si dice che più di mille persone vengano uccise ogni anno per questo motivo. In India, tra il 2000 e il 2016, la polizia ha registrato più di 2.500 morti dovute a credenze sulla stregoneria. Le Nazioni Unite parlano anche di altri paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, l’Angola, la Nigeria, il Ghana, il Kenya, il Nepal o la Papua Nuova Guinea dove negli ultimi vent’anni è stata registrata una media annuale di 72 casi di violenza. 

Sono almeno 50 i paesi in cui si sono verificate violenze di questo tipo, e ce ne sono alcuni dove sono regolamentate. In Arabia Saudita, ad esempio, la stregoneria è perseguita e punita con la pena di morte.

Secondo gli storici, tra il 1400 e il 1750 furono processate per stregoneria tra le 80 mila e le 100 mila persone: di queste, circa l’80 per cento erano donne, e donne spesso sapienti, che sapevano distinguere e usare le piante, che conoscevano metodi per distillare rimedi curativi, produrre veleni o che praticavano aborti. Erano donne, infine, che trasgredivano la norma sociale.

Ancora oggi il fenomeno delle violenze legate alla stregoneria si presenta con una marcata componente di genere. Gli altri gruppi considerati più vulnerabili sono quelli dei bambini, spesso accusati di essere posseduti dal diavolo o da altri spiriti maligni, le persone con disturbi mentali o altre disabilità, e le persone affette da albinismo, una malattia che provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi.

Per secoli gli albini sono stati identificati come persone “maledette” e oggetto dunque di emarginazione, esclusione sociale o violenza. Le donne che partoriscono bambini con albinismo sono spesso ripudiate dai mariti e dalla loro famiglia e quei bambini o abbandonati o uccisi, nella convinzione che possano essere una fonte di sventura. Altri pensano invece che le ossa delle persone albine contengano oro o abbiano poteri magici, motivo per cui vengono uccise o mutilate e per il quale sulle parti del corpo degli albini esiste una forma di commercio: l’arto di una persona albina può essere venduto a circa 600 dollari, mentre un corpo intero arriva anche a 75mila dollari.

Le condizioni di vita degli albini in certi contesti, dove corrono il rischio di essere uccisi o mutilati per rivendere parti del loro corpo e subiscono discriminazioni, sono state raccontate nel documentario In the Shadow of the Sun uscito nel 2012 e diretto da Harry Freeland. Un altro lavoro è stato pubblicato nell’ottobre del 2015: è un reportage di Carlo Allegri, fotografo dell’agenzia Reuters, che mostra alcuni ragazzini albini della Tanzania ricoverati in un centro specializzato a New York dopo avere subìto violenze nel loro paese.

Nonostante la gravità delle violazioni dei diritti umani legate all’accusa di stregoneria, spesso non c’è una risposta coordinata da parte dei paesi coinvolti, né l’intenzione di prevenire, indagare o perseguire casi di questo tipo, dice la risoluzione. 

Ikponwosa Ero, esperta indipendente dell’ONU per i diritti delle persone affette da albinismo, ha spiegato che la risoluzione non fermerà le violenze, ma rappresenta uno storico passo avanti per far emergere un problema spesso trascurato.

lunedì 20 settembre 2021

Migliaia di etiopi in trappola nello Yemen - Vivono in condizioni disastrose e decine sono morti in mare nel tentativo di tornare in Etiopia

Africa Rivista
Quasi 5.000 migranti etiopi sono bloccati in Yemen e stanno cercando di tornare a casa in sicurezza. L’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) ha annunciato in un comunicato che 300 di essi dovrebbero partire da Aden per Addis Abeba questa settimana. 

L’Oim spera di continuare a questo ritmo, operando due voli a settimana fino alla fine dell’anno e prevede di espandere questo tipo di voli in altri luoghi come Ma’rib, dove il conflitto persiste.

“Dall’inizio della pandemia, il problema dei migranti in Yemen è stato trascurato”, ha affermato John McCue, vice capo missione dell’Oim Yemen. Finora, 597 migranti sono tornati volontariamente su cinque voli da Aden e altri 79 su un volo da Sana’a. 

Per sostenere questo programma, l’Oim ha urgente bisogno di tre milioni di dollari dalla comunità internazionale, oltre al continuo sostegno delle autorità yemenite ed etiopi per facilitare i movimenti. “Chiediamo ai donatori di dare un contributo più significativo a questa cruciale ancora di salvezza che fornisce a migliaia di migranti bloccati la loro unica possibilità di sfuggire a una situazione pericolosa e tornare a casa”, ha detto McCue.

La maggior parte dei migranti vive in condizioni disastrose nel Paese, principalmente negli hub di transito urbano, a causa delle restrizioni alla mobilità covid-19 che hanno ostacolato i loro viaggi verso l’Arabia Saudita. 

Molti migranti sono hanno effettuato il pericoloso viaggio di ritorno via mare verso Gibuti o la Somalia, utilizzando la stessa rete di contrabbandieri che usavano per dirigersi verso la penisola arabica. Decine di essi sono annegati quest’anno dopo il capovolgimento di barche sovraffollate.

domenica 19 settembre 2021

Migranti: Grecia - Msf, il nuovo centro per rifugiati a Samos situato in una località remota è "simile a una prigione"

AnsaMed
Il nuovo centro per richiedenti asilo che sarà aperto dall'Ue e dal governo greco questo fine settimana sull'isola di Samos è "simile a una prigione". E' quanto denuncia Medici Senza frontiere alla vigilia dell'apertura della nuova struttura situata nella località remota di Zervou. 


Il centro ospiterà dal 20 settembre i circa 500 abitanti del campo di Vathy. "Definito un passo in avanti dai leader europei e greci, in realtà questo nuovo centro serve solo a disumanizzare e marginalizzare ulteriormente i richiedenti asilo in Europa", osserva Msf in una nota.

"Mentre tutto il mondo assiste a ciò che accade in Afghanistan, l'Ue e la Grecia inaugurano un nuovo centro per richiedenti asilo simile a una prigione", ha dichiarato Patrick Wieland, capo progetto di Msf a Samos. 

"Siamo di fronte alla perfetta dimostrazione di quanto la politica migratoria dell'Ue, che intrappola persone fuggite da guerre e violenze, sia cinica e pericolosa". 

L'ong sottolinea che sono stati spesi milioni di euro per realizzare questa struttura, dotata di avanzati sistemi di sorveglianza, "che detiene persone il cui unico crimine è quello di cercare sicurezza e stabilità". Da mesi, i pazienti assistiti nella clinica di salute mentale di Msf a Samos si sentono abbandonati e senza speranza. 

Per chi è sopravvissuto alla tortura, un nuovo centro così altamente controllato rappresenta non soltanto la perdita di ogni libertà, ma anche la possibilità di rivivere vecchi traumi.

"L'apertura di questo nuovo campo rappresenta per queste persone un cambiamento nella loro identità, nella loro autostima e nella loro dignità. 

L'Europa li sta distruggendo", ha denunciato Eva Papaioannou, psicologa di Msf a Samos. L'organizzazione chiede all'Ue e alla Grecia di "avere come unico obiettivo quello di fornire assistenza e facilitare la ricollocazione dei richiedenti asilo appena arrivati verso strutture sicure in tutta Europa".

lunedì 13 settembre 2021

Nel 2020 tragico bilancio: 227 attivisti ambientali uccisi in tutto il mondo.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Un numero record di attivisti impegnati per proteggere l'ambiente e i diritti alla terra è stato assassinato l'anno scorso, 227 persone sono state uccise in tutto il mondo nel 2020, il numero più alto registrato per il secondo anno consecutivo, secondo il rapporto di Global Witness.


Secondo quanto riferito, quasi un terzo degli omicidi è stato collegato allo sfruttamento delle risorse: disboscamento, estrazione mineraria, agroindustria su larga scala, dighe idroelettriche e altre infrastrutture.

Da quando è stato firmato l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici nel 2015, l'organizzazione rileva una 
"cifra scioccante": in media sono stati uccisi ogni settimana quattro attivisti e potrebbe essere una cifra sottostimata a causa delle restrizioni che vengono operate ai giornalisti.

Il maggior numero di omicidi con 23 casi si registrano in Brasile, Nicaragua, Perù e Filippine.

I popoli indigeni rappresentato un ulteriore terzo dei casi. La Colombia ha registrato il numero più alto di attacchi con 65 persone uccise lo scorso anno.

Global Witness ha affermato che gli attivisti ancora minacciati includono comunità a Guapinol in Honduras, dove decine di persone hanno protestato contro una concessione mineraria di ossido di ferro concessa dal governo centrale in un'area protetta. Gli attivisti ritengono che il fiume Guapinol, una fonte d'acqua vitale, sia minacciato. L'organizzazione afferma che "molti membri della comunità sono tutt'ora in carcere".

ES

Fonte: BBC

domenica 12 settembre 2021

Emergenza migranti. La "fortezza Europa" non risponde con l'accoglienza ma con nuovi muri in Lituania, Grecia, Polonia che si aggiungono ai muri già costruiti in Bulgaria, Turchia, Croazia e Slovenia e altri.

Wired
La Lituania costruirà una barriera lunga 508 chilometri, la Grecia ne ha già completati 40 e la Polonia ne innalzerà altri 130. Oltre mille chilometri di recinzioni percorrono i confini europei.


Si stagliano invalicabili per oltre mille chilometri i muri anti-migranti eretti dai paesi europei negli ultimi anni. I confini orientali dell’Unione sono ormai delineati da schermi di ferro, filo spinato e muri che fanno sfigurare quello messicano voluto dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Da quando la crisi migratoria del 2015 ha messo in mostra le carenze strutturali dell’Unione in tema di accoglienza, gli stati membri hanno eretto sempre più ostacoli, per impedire l’arrivo dei migranti dall’Africa, dal Medio Oriente o da altri paesi limitrofi, creando quella che viene chiamata la “fortezza” europea.

Ora, anche a causa della nuova crisi in Afghanistan, si stanno innalzando sempre più velocemente nuovi muri, equipaggiati con le ultime tecnologie di sorveglianza. Negli ultimi giorni la Grecia ha completato 40 chilometri di muro al confine con la Turchia, mentre i governi di Polonia e Lituania hanno approvato la costruzione di nuove barriere lungo tutto il confine con la Bielorussia.

Il muro greco
La presa di Kabul da parte dei talebani ha scatenato in tutta Europa il timore di dover affrontare una nuova ondata migratoria come nel 2015, quando più di un milione di persone ha tentato di attraversare le frontiere passando per la penisola ellenica. 

In Grecia si trovano già più di 400 agenti di Frontex(l’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera), diverse decine di veicoli, equipaggiati con videocamere termiche e cannoni sonori, otto motovedette e due palloni aerostatici dotati di telecamere di sorveglianza ibride con sistemi di identificazione automatica. 

Un apparato high tech di sorveglianza al quale vanno aggiunti 40 chilometri di muro, anch’esso provvisto di sistemi di riconoscimento e radar per individuare i migranti, terminato da pochi giorni lungo il confine con la Turchia e progettato da tempo.

Il blocco lituano
A inizio agosto, il parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il paese dalla sua ex compagna sovietica: la Bielorussia. 

Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che, non a torto, ricordano come lo stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. 

Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà e approvazione verso la costruzione della nuova barriera.

La frontiera polacca
La Polonia è l’ultimo paese europeo ad aver iniziato la costruzione di un muro anti-migranti, sempre al confine della Bielorussia. La recinzione sarà alta circa 2 metri e mezzo e lunga circa 130 chilometri. Secondo le dichiarazioni del ministro della difesa polacco, Mariusz Błaszczak verrà anche aumentata la presenza militare lungo il confine, raggiungendo le 2000 unità militari impiegate.

Le altre barriere
Tra Bulgaria e Turchia esistono già circa 200 chilometri di filo spinato, torrette presidiate da militari e videocamere a infrarossi e sensibili al calore. L’Ungheria ha già eretto più di 500 chilometri di recinzione lungo il confine con Croazia e Serbia, mentre l’Austria ne ha costruita una di 3 chilometri con la Slovenia, che ne ha eretta un’altra di 200 con la Croazia. Inoltre altre recinzioni separano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in Marocco, e il porto di Calais, in Francia.

Kevin Carboni

sabato 11 settembre 2021

Cechia - "Mea culpa" di Praga che risarcisce centinaia di donne rom sterilizzate a loro insaputa fino al 2012. La Slovacchia ancora non si pronuncia.

Europa Today
La Cechia ha ammesso le sue responsabilità per il programma di eugenetica condotto a partire dagli anni '70 e sopravvissuto anche alla fine del blocco sovietico.


Quando Elena Gorolova diede alla luce il suo secondo figlio aveva appena 21 anni. "Il dottore mi disse che avrei dovuto partorire tramite un taglio cesareo altrimenti avrei rischiato la salute mia e del bambino". Le carte che le diedero da firmare prima dell'intervento, però, contenevano un'altra realtà: la giovane donna, sconvolta dai dolori del parto, non le lesse e le siglò. Autorizzando, senza volerlo, un'operazione che la rese sterile a vita. Quella di Gorolova è solo una delle centinaia di donne, soprattutto di etnia rom, che finirono a loro insaputa nel programma di eugenetica guidato dal governo dell'allora Cecoslovacchia, agli inizi degli anni '70. 

A distanza di quasi mezzo secolo d'allora, Praga ha deciso di risarcire le vittime con un assegno pari a 300mila corone, circa 12mila euro.

Il presidente Milos Zeman ha infatti riconosciuto le responsabilità dello Stato ceco nel programma di eugenetica, condotto non solo fino al 1993, ossia quando Praga, ormai uscita dal blocco sovietico, si separò dalla Slovacchia e mise fine ufficialmente alla campagna di sterlizzazione, ma anche negli anni successivi. 

Solo nel 2012 i legislatori cechi introdussero una norma per bloccare quella che era diventata ormai una prassi consolidata. Nessuno sa quante donne siano state sottoposte a questa campagna di sterilizzazione,  scrive il Guardian. Il Centro europeo per i diritti dei rom afferma che siano centinaia, ma mancano stime affidabili. 

L'ultima denuncia risale al 2007, a conferma che la prassi di sterilizzare le donne rom era andata avanti anche dopo lo stop ufficiale al programma. Con l'obiettivo non dichiarato di fermare la proliferazione di rom nel Paese.

In Cechia vivono tra i 250mila e i 300mila rom su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti. E da tempo Praga è sotto accusa da parte delle organizzazioni internazionali, Onu e Consiglio d'Europa compresi, per le discriminazioni nei confronti di questa minoranza da parte delle autorità pubbliche. 

Discriminazioni che iniziano già da piccoli, con i bambini esclusi dal sistema scolastico o inseriti in classi ad hoc con alunni che provengono da contesti svantaggiati o che soffrono di ritardi mentali. Nel 2017, il governo avviò un censimento dei rom accusato di essere “disumano, contrario all’etica, se non addirittura razzista”: Praga inviò alle amministrazioni locali la richiesta di indicare quanti fra gli abitanti “sono considerati rom da una parte significativa del loro ambiente, sulla base di indicatori reali o presunti di carattere antropologico, culturale e sociale”.


In questo contesto si inserisce la battaglia di Gorolova, oggi 51enne e assistente sociale, che aiutata da alcune ong per i diritti umani ha raccolto le testimonianze di chi, come lei, è stata sterilizzata senza consenso. E ha portato il caso all'Onu. 

Le autorità ceche hanno a lungo cercato di nascondere lo scandalo, ma la mobilitazione internazionale ha avuto alla fine la meglio. 

Per Barbora Cernusakova, attivista di Amnesty International, si tratta di una prima vittoria per il risarcimento di tutte le donne vittime di questo programma. 

Il riferimento è alla Slovacchia, che ha partecipato al programma almeno fino al 1993 e che non ha ancora riconosciuto le sue responsabilità. Ma Cernusakova ricorda anche la più generale discriminazione di cui soffrono i rom in Cechia, dalle scuole al mercato del lavoro. "Affrontare queste forme di violazione dei diritti umani richiedere un forte impegno da parte del governo centrale e delle autorità locali e il riconoscimento che i rom sono cittadini come gli altri, i cui diritti devono essere protetti", ha detto al Guardian.

sabato 14 agosto 2021

Gino Strada

Blog Diritti Umani - Human Rights

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola "utopia"; preferisco parlare di "progetto non ancora realizzato".
Gino Strada

Migranti: espulsi in Marocco minori non accompagnati giunti a maggio nell'enclave spagnola di Ceuta

Ansa
Sono stati rimpatriati il 12 agosto dall'enclave spagnola di Ceuta, situata sulla costa del Nordafrica, decine di migranti minorenni arrivati lo scorso maggio nel corso di due giorni caotici in cui circa 10.000 persone entrarono in massa in territorio spagnolo. 

Lo riportano diversi media iberici, che citano fonti in loco. Autorità spagnole affermano che si tratta dell'applicazione di un accordo bilaterale firmato anni fa da Madrid e Rabat in materia di "emigrazione irregolare di minori non accompagnati". 

Le consegne dei minori al Paese nordafricano sono avvenute a piccoli gruppi, di circa 15 persone, secondo le informazioni arrivate da Ceuta.

Secondo la radio Cadena Ser, che ha anticipato la notizia, l'ordine di riconsegnare i giovani migranti a Rabat è partita dal ministro dell'Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, lo scorso 10 agosto. Il Ministero dell'Interno ha affermato all'ANSA che "non conferma né smentisce" quest'informazione. I media iberici sostengono che Madrid e Rabat hanno lavorato per giorni su un accordo di riconsegna dei giovanissimi migranti giunti a Ceuta a maggio senza accompagnatori adulti.

L'emergenza migratoria di tre mesi fa si aprì nelle prime ore del 17 maggio scorso, quando decine di migranti iniziarono a superare il confine tra Spagna e Marocco irregolarmente senza che le guardie di frontiera marocchine intervenissero per fermarli, in contemporanea con notizie di forti tensioni diplomatiche tra i due Paesi sul nodo del Sahara Occidentale (ex colonia spagnola rivendicata da Rabat). 

In poco più di 48 ore arrivarono circa 10.000 persone, tra cui numerose donne e bambini. Nei giorni successivi, vennero respinti o tornarono in Marocco spontaneamente circa 8.000 persone, mentre centinaia di minori rimasero a Ceuta. Alcuni vennero accolti in altre regioni della Spagna, mentre almeno 700, secondo i calcoli de El País, sono rimasti nell'enclave. Le autorità spagnole sostengono che l'accordo con Rabat prevede che il Marocco si faccia carico dei minori nel rispetto dei loro diritti, o consegnandoli ai genitori o attraverso i propri servizi sociali rivolti all'infanzia.

Save the Children e altre ong protestano per quanto sta avvenendo, sostenendo che "qualsiasi espulsione collettiva è illegale", in particolare se gli allontanamenti sono effettuati "contro la volontà dei minori".

giovedì 12 agosto 2021

Bielorussia - Non si ferma la repressione, violenze contro i giornalisti per cercare di nascondere le proteste iniziate dopo le elezioni di un anno fa.

Il Domani
Nell'ultimo
anno sono aumentate le violenze nei confronti dei giornalisti. L'obiettivo è bloccare l'informazione indipendente. A un anno dall'ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni del 9 agosto 2020, la repressione delle opposizioni e della libertà di stampa in Bielorussia non si è mai fermata. 


Le manifestazioni di un anno fa contro l'autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano richiamato l'attenzione dei paesi europei e delle organizzazioni internazionali. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, che coinvolge anche le testate straniere, rende difficile mantenere quel livello di attenzione.

"Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall'indipendenza della Bielorussia nel 1991", si legge in un rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf). La battaglia contro la libertà di stampa è parte integrante della politica del governo che mira a eliminare qualsiasi spazio di informazione al fine di monopolizzare tutti i contenuti. L'obiettivo è quello di impedire un'informazione libera, plurale e indipendente che racconti la reale situazione del paese, mettendo in atto una repressione che Rsf definisce "massiva, sistemica e duratura".
Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall'Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Un totale di 856 casi di arresto, detenzione, cause amministrative e penali, contro una media di 104,8. Nello specifico l'associazione parla di 447 detenzioni nel 2020: 97 i giornalisti in carcere nell'ambito di un processo amministrativo, almeno 62 hanno subito violenze da parte delle forze di sicurezza e 15 rappresentanti della stampa sono stati incriminati nell'ambito di un procedimento penale. 
Nel 2021 la situazione non è cambiata, anzi si può dire peggiorata poiché le autorità hanno iniziato a perseguire i giornalisti con accuse formali e procedimenti penali.

Le modalità di repressione - La repressione della libertà di stampa ha assunto diverse forme, dalle più manifeste alle più subdole. Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, censura, licenziamenti, sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà dei giornalisti. Già nei giorni successivi alle elezioni il governo aveva impedito la circolazione di notizie, attraverso il blocco della rete dati dei cellulari. È stato poi bloccato l'accesso ai siti web di molti media indipendenti (almeno 50 siti di informazione). Sono numerosi i quotidiani indipendenti che hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dei divieti di stampa e distribuzione e le limitazioni hanno colpito anche i giornalisti stranieri, che si sono visti negare l'accredito.

Uno degli strumenti più comuni, con cui sono state esercitate pressioni, è il procedimento penale. Secondo Rsf, è un meccanismo messo in atto dal regime bielorusso da almeno trent'anni. Le detenzioni per accuse infondate sono prolungate e le garanzie dell'equo processo vengono violate. "Nel 2020-2021 i giornalisti sono stati perseguiti penalmente per il solo fatto di svolgere la propria attività professionale", dice Rsf. Dal 15 luglio 2021 infatti i gli operatori dell'informazione detenuti sono 29: tra questi, 12 sono in carcere nell'ambito del caso tut.by, un sito web indipendente che nel 2019 veniva letto dal 62,58 per cento di tutti gli utenti bielorussi e che si è visto revocare le credenziali giornalistiche.

Sono molti i giornalisti, bielorussi e stranieri, che hanno denunciato violenze fisiche, torture e trattamenti inumani durante le manifestazioni. Secondo il rapporto le responsabilità ricadono sul ministero degli Interni e, nello specifico, sulle unità speciali e su cellule non identificate che, con l'ordine di perseguire i giornalisti, hanno commesso violenze nelle strade, nei dipartimenti di polizia e nelle carceri. La repressione non è solo individuale, il regime ha un piano di soffocamento di tutti gli organi di stampa, attraverso la chiusura obbligata dei media, il blocco dei siti, le sanzioni, o il divieto di stampa o di diffusione.

Le testimonianze - Iryna Arakhouskaya, una giornalista freelance che collaborava con il canale televisivo The Belsat, è stata ferita alla gamba da una pallottola di gomma. Stava seguendo le manifestazioni del 10 agosto a Minsk ed è stata inseguita da un agente della sicurezza "Quando alcune persone con il volto coperto e uniformi nere si sono avvicinate a un gruppo di giornalisti, ho smesso di filmare e ho iniziato a correre. Due persone con uniformi nere e volto coperto e lunghi fucili ci hanno inseguito. In quel momento, uno dei due mi ha sparato e io ho continuato a correre", racconta. "Qualcuno mi ha dato un calcio in faccia. Quando sono caduto, due persone hanno iniziato a calciarmi e colpirmi con dei bastoni. Mi hanno dato circa 10 colpi. Gli stessi agenti mi hanno portato su un autobus, continuando a colpirmi nello stesso modo", dice Yan Roman, un giornalista di Televizija Polska che stava raccontando le manifestazioni a Hrodna l'11 agosto 2020 ed è stato arrestato e portato nel dipartimento di polizia. A causa dei pestaggi ha perso quattro denti, ha avuto un ematoma all'occhio, una frattura al braccio sinistro e numerosi lividi e abrasioni.

Marika Ikonomu

lunedì 9 agosto 2021

Grecia - Lesbo - 4.200 profughi bloccati in condizioni difficili a Kara Tele. L'Europa è ferma. La presenza di Sant'Egidio.

Avvenire
Oltre 4mila profughi bloccati nel campo di Kara Tepe, il più grande dell'Ue, in attesa di un pezzo di carta che non arriva mai. Vivono in tende e container, in condizioni igieniche difficili.
Foto: Stefano Pasta
L’Europa si è fermata a Lesbo. Lo spiega bene Ayaan, donna somala, scuotendo la testa davanti al pezzo di carta con il terzo rigetto della sua domanda di asilo. Da due anni e tre mesi vive sull’isola greca, ad una manciata di chilometri dalle sponde turche, e non sa cosa succederà di lei. 
Foto: www.santegidio.org
Dei 4.200 abitanti di Kara Tepe, tra le tende e i container del più grande campo dell’Unione, molti sono nella sua stessa situazione. Anche negli altri campi greci, 'strutture controllate chiuse' per il Governo ellenico, la disperazione è una sfida da sconfiggere ogni giorno: il 10 luglio, Hamid, un ventiduenne afghano, si è impiccato dentro al container in cui alloggiava a Schisto, vicino ad Atene. Lui ha retto solo fino al secondo diniego.

A Kara Tepe i tentativi di suicidi riguardano anche i minori. Qui, il 45% degli abitanti ha meno di 18 anni: i 'dimenticati' che fanno così paura all’Europa dell’inverno demografico sono soprattutto bambini. Alla scuola vera e propria non va nessuno (solo 3 bimbi), qualcuno riesce ad accedere ai corsi delle Ong. Tante anche le donne sole, il cui destino è minacciato dalle reti della tratta. Dal 1 gennaio gli arrivi via mare verso le isole greche sono stati solo 1.300 (e alcune decine di morti in mare). Erano stati oltre 50mila nel 2019, di cui 35mila a Lesbo. Sono diminuiti perché in questo periodo Erdogan sta collaborando: blocca le partenze, riprende sulle coste i gommoni che Frontex e la Guardia costiera greca intercettano, addirittura sono stati segnalati dei rinvii dopo pochi giorni di permanenza in Grecia, senza la possibilità di chiedere l’asilo. Insomma, la Turchia sta facendo il lavoro per cui l’Europa le ha promesso quest’anno tre miliardi di euro, che si aggiungono a quelli già versati dal 2016.

L’hotspot di Moria, distrutto dall’incendio del settembre 2020, era stato costruito nel 2015 per volere dell’Ue. L’Agenda europea sull’immigrazione prevedeva che nel centro le persone rimanessero solo pochi giorni, per essere identificate e trasferite in altri paesi dell’Unione attraverso i ricollocamenti, ma nel 2017 quel programma è stato sospeso e nel 2019 si è arrivati ai 22mila profughi del campo di Moria. Intanto, nel 2016, l’accordo tra Europa ed Erdogan (rinnovato lo scorso giugno) prometteva la diminuzione delle partenze e la possibilità di respingere in Anatolia i profughi siriani, somali, afghani, pachistani e bengalesi, tutte nazionalità per cui l’Ue considera sicura la permanenza in Turchia.

Nel 2020, mentre le autorità greche ricostruivano, dopo l’incendio, un nuovo insediamento, molti sono scappati - con o senza documenti - verso la terraferma, dirigendosi sulla rotta balcanica o in altri modi per lasciare la Grecia. I 'rimasti' sono 4.200, soprattutto afghani (il 45%), somali, siriani, congolesi; tra gli ultimi arrivati, in aumento i sierraleonesi e altre nazionalità subsahariane. Addirittura ci sono famiglie ferme sull’isola da tre anni.

Dal campo si può uscire solo alcuni giorni, a determinati orari. Un netturbino mi racconta che tra i rifiuti sono molto comuni le bottiglie piene di urina: soprattutto le donne hanno paura di andare nei pochi bagni chimici. «È una situazione insostenibile», mi conferma Khadija, una ventenne siriana di Deir el-Zor, da sedici mesi a Kara Tepe. 

Una landa desolata senza ombra, a 40 gradi d’estate, con tende o container sovraffollati come unico riparo per il freddo invernale. La incontro alla Tenda dell’Amicizia, dove la Comunità di Sant’Egidio distribuisce pacchi alimentari e offre 400 pasti al giorno, mentre i bambini, finalmente, hanno un posto per giocare. 

« Wait, wait, wait...», «aspettare», sospira. Anche lei non sa spiegare perché, dopo tre interviste, abbia avuto solo rigetti: «In Siria la mia casa è stata distrutta dalla guerra. Mio marito, ingegnere elettronico, è in carrozzina per le conseguenze di una bomba». Ora sono bloccati in una tenda, in condizioni igieniche debilitanti. «Lui di notte non riesce più a dormire per lo stress; io non ce la faccio più».

Accanto a Khadij c’è Noura, di Aleppo, vedova siriana con 4 figli e una madre anziana senza quasi più parole. Anche lei fatica a sperare, è arrivata al quarto rigetto. Appena può uscire dal campo, però, va alla Scuola della Pace dove porta i suoi figli a imparare a scrivere. «Ho solo voi e Dio», dice rivolta a Monica Attias di Sant’Egidio, che la conosce ormai da anni: «Più di 250 volontari della Comunità da tutta Europa – spiega Attias – si alternano a luglio e agosto. È la nostra scelta di non chiudere gli occhi di fronte ai 'dimenticati' di Lesbo». Se l’Europa volesse, la soluzione ci sarebbe: «Sono i corridoi umanitari che garantiscono il ricollocamento e un percorso di integrazione nel contesto locale». Negli ultimi mesi, ricorda la coordinatrice dei corridoi dalla Grecia, abbiamo spostato in Italia 101 richiedenti asilo, mentre 69 erano stati trasferiti in collaborazione con la Santa Sede. Tra di loro, i 12 imbarcati da papa Francesco nel volo di ritorno durante la sua visita a Lesbo del 2016, poi affidati proprio a Sant’Egidio.

Stefano Pasta, Lesbo (Grecia)

domenica 1 agosto 2021

Afghanistan - Offensiva dei Talebani, rappresaglie contro i "collaborazionisti" del governo di Kabul e delle forze di sicurezza

Il Manifesto 
Per i residenti di Herat, Lashkargah e Kandahar, tre delle principali città afghane, sono ore di drammatica incertezza. 


Negli ultimi due-tre giorni i Talebani hanno infatti sferrato una triplice offensiva, riuscendo a entrare nei distretti periferici di queste importanti città e combattendo duramente contro le forze governative, che per ora sono riuscite a impedire la conquista dei nuclei centrali delle città, ma non a evitare il progressivo accerchiamento da parte del gruppo guidato da mullah Haibatullah Akhundzada.

A KANDAHAR, storica roccaforte del gruppo nel momento della sua nascita e ascesa, in particolare nella metà degli anni Novanta e ancora negli anni successivi, quando ospitava lo storico leader mullah Omar, i Talebani hanno condotto operazioni di rappresaglia, secondo un recente rapporto curato da Human Rights Watch.

Sarebbero infatti andati a cercare i parenti più stretti dei «collaborazionisti», accusati di aver lavorato per il governo di Kabul o per le forze di sicurezza. E li avrebbero uccisi.

Secondo l’Afghanistan Independent Human Rights Commission, i Talebani avrebbero condotto rappresaglie anche contro i civili che nelle settimane scorse avevano plaudito alla provvisoria riconquista da parte delle forze governative del distretto di Spin Boldak, al confine con il Pakistan.

Mentre proprio ieri il New York Times ha confermato una notizia che già circolava da giorni: il corpo del fotografo indiano Danish Siqqiqui, ucciso mente era embedded con le forze speciali afghane a Spin Boldak, sarebbe stato oltraggiato dai Talebani, una volta che il e premio Pulitzer era già morto.

A LASHKARGAH, nelle scorse ore si è combattuto anche all’interno della città. Eravamo lì esattamente un mese fa: allora i combattimenti erano nella periferia della città, oltre il fiume. Ma tutti i residenti già aspettavano l’arrivo dei Talebani. Che ora sono arrivati.

Sono invece arrivati in ritardo – soltanto ieri pomeriggio – gli aiuti militari chiesti dal governatore della provincia per fronteggiare la nuova offensiva dei Talebani, che già lo scorso maggio avevano provato a sferrare un attacco alla città, in quel caso per verificare la prontezza degli americani nell’accorrere in aiuto dell’alleato di Kabul.

Giuliano Battiston

domenica 25 luglio 2021

Voghera - Una società armata e impaurita arriva a tollerare le uccisioni e si diminuisce così la sicurezza collettiva - di Mario Giro

Il Domani
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare


Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. 
Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.

Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.

Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. 
Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.

Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.

Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. 

L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.

Mario Giro

venerdì 23 luglio 2021

Riflettori spenti sul Myanmar - A cinque mesi dal golpe si muore per la repressione e per il Covid. 5281 persone in arresto e migliaia di morti

Il Manifesto
A cinque mesi e mezzo dal golpe. Contagi e cimiteri fuori controllo, le previsioni sono catastrofiche. E la giunta militare uccide ancora


«La mattina del 16 luglio, Tin Ohn del villaggio di Ayekayit, regione di Magwe, è stato colpito da più di 15 colpi di arma da fuoco dalla giunta terroristica che non cercava suo figlio Yan Myo Aung, parlamentare. È morto mentre lavorava in un campo di sesamo». È uno dei tanti resoconti che sabato Assistance Association for Political Prisoners ha scritto nel briefing online quotidiano sulla situazione in Myanmar: ieri 914 morti e 5.281 ancora in stato di arresto.

A 5 mesi e mezzo dal golpe del 1 febbraio, anche se i riflettori della cronaca si sono spostati altrove, in Myanmar si continua a morire. «E i prezzi al mercato sono schizzati in alto», ci dice una madre di due figli che ha anche la nonna a carico e vive nella regione centrale del Paese: «Non so come sfamarli». Ma oltre alla fame e alla violenza quotidiana c’è il Covid-19, una nebulosa che poggia su dati inattendibili e che guadagna terreno.

Secondo la stampa locale, i cimiteri di Yangon hanno avuto una delle settimane più impegnative, cremando oltre 700 corpi solo giovedì e altre centinaia i giorni precedenti. Da allora, circa 1.000 persone sarebbero morte in città e i cimiteri non sarebbero più in grado di gestire il volume di corpi che arrivano. Stando a Mary Callahan, docente all’americana Henry Jackson School of International Studies che ha lavorato in Myanmar per 30 anni, «una stima fornita dagli esperti in Myanmar prevede – ha scritto ieri su AsiaTimes – che il 50% dei 55 milioni di abitanti sarà infettato entro tre settimane dalla variante Alpha o Delta», con una previsione che potrebbe vedere la popolazione «decimata di almeno 10-15 milioni quando il Covid sarà finito».

Se in Myanmar intanto resta accesa la fiamma della protesta, la diaspora ha acceso ieri la sua in decine di città del pianeta (in Italia, a Venezia) per chiedere che venga riconosciuto il governo clandestino di Aung San Suu Kyi. La mossa politica che nessuno vuole fare ma che forse potrebbe cambiare le carte in tavola. 
(a.d.p./e.g.)

martedì 20 luglio 2021

Grecia - Migranti picchiati e respinti con forza in Turchia via mare e terra, in violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Notizia ignorata

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le guardie di frontiera turche hanno arrestato dozzine di migranti irregolari che sono stati perquisiti e picchiati da funzionari greci oltre il confine, comunica il ministero della Difesa. La notizia non ha avuto reazioni adeguate in Europa

I rifugiati che tentano di entrare in Grecia
vengono spogliati e costretti a tornare in Turchia
Il ministero ha osservato che circa 42 migranti irregolari, tra cui 12 individui nudi, sono stati detenuti nella provincia di Edirne, vicino al confine greco.
I migranti hanno detto alle unità di frontiera turche che la parte greca non ha dato loro cibo o acqua, li ha maltrattati, li ha spogliati e li ha costretti a entrare in Turchia.


Si registrano altre notizie e segnalazioni simili sul maltrattamento dei migranti da parte della Grecia.

La reazione greca ai rifugiati è dura. Diversi rifugiati sono stati uccisi e molti maltrattati, attaccati e lacrimogeni dalle forze greche. Le forze greche hanno persino tentato di affondare i gommoni dei profughi che cercavano di attraversare l'Egeo.

La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti siriani, più di qualsiasi altro Paese al mondo. I funzionari dicono che il paese non può gestire un'altra ondata di rifugiati.

Negli ultimi anni, Turchia e Grecia sono stati punti di transito chiave per i migranti che miravano a entrare in Europa, fuggendo da guerre e persecuzioni per iniziare una nuova vita.

Diversi gruppi per i diritti umani e la Turchia hanno accusato la Grecia di respingimenti su larga scala e deportazioni sommarie senza accesso alle procedure di asilo, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Accusano anche l'Unione Europea di chiudere un occhio su quello che dicono essere un palese abuso dei diritti umani.

I respingimenti sono considerati contrari agli accordi internazionali di protezione dei rifugiati che stabiliscono che le persone non dovrebbero essere espulse o rimandate in un paese in cui la loro vita o la loro sicurezza potrebbero essere in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Il 3 marzo, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che la pratica greca di respingere i migranti irregolari in Turchia costituisce una chiara violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea.

Inoltre, un'indagine congiunta di diverse testate giornalistiche internazionali ha riferito a ottobre che Frontex, l'Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, era stata complice in operazioni di respingimento marittimo per allontanare i migranti che tentavano di entrare nell'UE attraverso le acque greche.

ES

Fonte: HRW - Daily Sabah 

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

venerdì 9 luglio 2021

India il rispetto dei diritti umani in grave crisi! Stan Swamy, gesuita anziano e malato, difensore degli aborigeni arrestato senza prove da 8 mesi e morto di Covid in carcere.

La Repubblica
Swamy, 84anni, lottava per le cause di aborigeni e Dalit Arrestato in ottobre senza prove con la legge antiterrorismo

Padre Stan Swamy  - morto a 84 anni in carcere

Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. 

Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. 

Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.

Quando a ottobre 2020 un’agguerrita task force antiterrorismo dell’Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell’India dell’est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. 

L’accusa è aver fomentato violenze intercasta nel 2018, nel caso “Bhima Koregaon”, e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell’assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. 

Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d’aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.

In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l’arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell’età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così. 

In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribuna- le di poter avere una tazza con can- nuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accani- mento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.

«Questa non è stata una semplice morte», ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, «è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici». «Non è morto, è stato ucciso», le fa eco l’autrice Sonia Faleiro. 

Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di «omicidio giudiziario». E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: «Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte».

Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: «Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia».

Carlo Pizzati