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venerdì 30 settembre 2022

Iran - L’indignazione che non c’è. Perché le opinioni pubbliche e le femministe si disinteressano della lotta delle donne iraniane?

Linkiesta
Migliaia di persone contestano da giorni il regime di Ali Khamenei per condannare l’omicidio della ventiduenne Masha Amini, uccisa dalla polizia di Teheran perché i suoi capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Le cose purtroppo non cambieranno perché il resto del mondo non se ne occupa.

Ha un suo grande peso l’assoluta indifferenza nei confronti della repressione, in particolare nei confronti delle donne iraniane, delle opinioni pubbliche internazionali, in particolare, lo ripetiamo, da parte dei movimenti femministi e progressisti che sanno vedere oppressione e ingiustizie solo in Occidente.
Le donne iraniane che protestano coraggiosamente in piazza sono sole.
Nel disinteresse totale del movimento femminista e progressista internazionale da quattro giorni molte piazze iraniane si sono riempite di manifestanti che protestano contro l’uccisione in carcere a Teheran da parte della “polizia morale” della ventiduenne Masha Amini. La sua colpa? I capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Tutto qui.

La polizia iraniana ha reagito alle manifestazioni sparando, usando gli idranti e ha lasciato sul selciato almeno cinque morti. Il 13 settembre scorso Masha, una giovane curda in vacanza a Teheran, era stata duramente malmenata e gettata violentemente su un furgone della polizia del costume con l’accusa di violare le norme sullo Hijab emanate dalla Commissione per la Promozione della Virtù e la repressione del Vizio.

Gli agenti hanno detto ai parenti della ragazza che protestavano che Masha sarebbe stata sottoposta a una «sessione di rieducazione». Gli esiti della “rieducazione” sono stati fatali: dopo tre giorni, Masha è stata dichiarata morta in ospedale. Immediate le manifestazioni di protesta davanti all’università di Teheran, a Sanandaj e in tutto il Kurdistan, regione nella quale le aspirazioni autonomiste e indipendentiste non si sono mai sopite, nonostante una repressione che dal 1979 in poi, dalla instaurazione della Repubblica Islamica di Khomeini, ha fatto decine di migliaia di morti.

Nei cortei, moltissime donne si sono levate il velo dalla testa e molti, come già durante le grandi manifestazioni del 2020, hanno gridato lo slogan: «Morte al dittatore!» indirizzato alla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Fortissima anche la mobilitazione in rete, con non meno di 1.600.000 visualizzazioni dello hashtag #MashaAmini.

È questa l’ennesima protesta di massa che vede le piazze iraniane riempirsi con una grande mobilitazione, soprattutto giovanile. Enorme fu l’Onda Verde del 2009 e altrettanto grandi le manifestazioni del 2020. Ambedue con centinaia di morti falciati dalle forze dell’ordine. Ma oggi la mobilitazione si presenta con una novità precisa: la protesta contro l’umiliazione della donna imposta dal regime con una stretta decisa dall’ultra conservatore presidente Ibrahim Raisi, eletto un anno fa.

Stretta di cui si fa interprete appunto la “polizia morale”, composta soprattutto da donne, che ha imposto strumenti di verifica come il riconoscimento facciale e che setaccia autobus, treni e strade alla ricerca di “ribelli” non abbigliate secondo rigidissimi canoni islamici.

Purtroppo, queste ripetute e massicce proteste popolari in Iran non hanno mai uno sbocco politico e non preoccupano eccessivamente il regime che reagisce sempre con enorme violenza repressiva. Non esiste infatti né dentro il paese né all’estero una forza politica di opposizione che riesca a capitalizzare sul piano politico la grande forza espressa. Men che meno esiste dentro il regime – se non nella fantasia di certi media e analisti occidentali – una componente riformista in grado di contrastare o quantomeno condizionare la retriva forza conservatrice della dirigenza islamica degli ayatollah e ancor più il potentissimo blocco ultra nazionalista e ancora più retrivo dei Pasdaran.

Carlo Panella

domenica 25 settembre 2022

Migranti - La frontiera europea si è spostata in Niger generando un nuovo inferno dopo quello libico. OIM: "Per ogni migrante morto in mare 2 vittime nel deserto"

Il Manifesto
Esternalizzazione dei confini. Impugnata la legge anti-migranti. Due associazioni ricorrono alla Corte Ecowas: la misura approvata su pressioni Ue, ma viola i diritti umani e ostacola l’integrazione dei Paesi dell’Africa occidentale.

Le pressioni europee per contrastare i flussi di migranti sub-sahariani non hanno trasformato in un inferno soltanto la Libia. Lo stesso è avvenuto in Niger. Torture, violenze, stupri, detenzioni arbitrarie contro le persone in transito si sono moltiplicate nel paese crocevia delle rotte che dall’Africa occidentale puntano verso le rive del Mediterraneo. Tra le misure adottate per arrestare il fenomeno la più significativa è la «Legge sul contrabbando illegale di migranti», la numero 36 del 2015.

Adesso l’associazione Jeunesse Nigérienne au Service du Développement Durable, parte del network Alarm Phone Sahara, e l’Association Malienne des Expulsé l’hanno impugnata davanti alla Corte di giustizia della Comunità degli stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) chiedendo di dichiararla illegittima. Secondo i ricorrenti viola diverse disposizioni della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati e del protocollo Ecowas relativo alla libertà di circolazione, residenza e stabilimento in un altro paese.

Le crescenti tensioni a nord di Bamako hanno dirottato molte rotte migratorie verso il Niger, incastonato tra Mali, Burkina Faso, Benin, Nigeria e Ciad e più su confinante con Algeria e Libia. E in particolare verso Agadez e la regione circostante

Il Niger occupa il terzultimo posto nella classifica sullo sviluppo umano delle Nazioni unite, ma nel corso degli anni ha acquisito crescente importanza strategica nel processo di esternalizzazione della frontiera europea. 

Che contro le migrazioni subsahariane conta su due elementi principali: il Mediterraneo, presidiato dai paesi nordafricani e in particolare dalla Libia, e il deserto del Sahara, su cui il Niger gioca un ruolo decisivo. «Abbiamo l’impressione che la frontiera europea inizi ad Agadez», ha detto un informatore qualificato ai ricercatori dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) che per il rapportoTorture roads hanno studiato sul campo gli effetti della criminalizzazione delle migrazioni causata da pressioni e fondi europee.

La legge nigerina contro il traffico non ha fermato i movimenti di persone, ma li ha resi ancora più pericolosi. Le rotte tentano di girare intorno ad Agadez allungandosi, moltiplicando il rischio di perdere la vita e il potere dei trafficanti
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che per ogni morto in mare ci siano due vittime nel deserto, lontanissime da qualsiasi riflettore. All’interno del Paese nigerino i migranti, e persino alcuni cittadini diretti a nord, sono sottoposti a detenzioni arbitrarie, senza aver commesso alcun reato. Ricattati da soggetti statali e non. 
La stessa idea di integrazione regionale attraverso la libera circolazione delle persone, obiettivo dei 15 stati che aderiscono all’Ecowas, è indebolita e ostacolata dalla legge 36.

Le associazioni che la contestano chiedono alla Corte di ordinare al Niger una sua parziale abrogazione e l’adozione di misure che tutelino i diritti dei migranti. La procedura ha diversi limiti giuridici, il principale è che la Corte Ecowas non ha un potere diretto sui Paesi membri ma in caso di mancata applicazione di una sua decisione deve passare attraverso un giudice nazionale. Si tratta comunque di un’azione importante che fa luce su un altro pezzo delle criminali politiche europee e tenta di aprire una breccia contro i muri invisibili che stanno crescendo lungo tutte le rotte migratori.

Degli effetti dell’esternalizzazione dei confini Ue si parlerà approfonditamente il 29 settembre in un convegno organizzato a Roma dall’Asgi. Titolo: «La libertà di circolazione in Africa occidentale e dalla sub-regione verso l’Europa».

Giansandro Merli

sabato 24 settembre 2022

Mozambico, la guerra dimenticata di Cabo Delgado nel Nord. Imperversa da 5 anni, 4 mila morti e un milione hanno abbandonato i villaggi

Vita
Cabo Delgado è una provincia dell’estremo nord mozambicano, scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene


I primi attacchi si sono scagliati contro i simboli dell’autorità statale e del governo. Uffici, sedi amministrative, stazioni della polizia. Poi hanno appiccato il fuoco a scuole e ospedali, poi il loro obiettivo sono diventati le donne e gli uomini, aggrediti, uccisi barbaramente nelle loro incursioni notturne, senza badare a distinzioni etniche e religiose.
[...]
La guerriglia è scoppiata nelle remote aree del nord del Mozambico dal 2017, seminando una violenza che a oggi è costata la vita a oltre 4mila persone, secondo i dati raccolti dall’osservatorio Cabo Ligado. E che negli ultimi due mesi si è spinta sempre più a sud, nei distretti di Ancuabe, Chiure e Mecufi. Le strade che si diramano da Metoro sono diventate scenari di potenziali imboscate per le jeep in transito. Fino a superare lo scorso giugno, per la prima volta, il confine del fiume Lurio che divide le province di Cabo Delgado e Nampula e oltre cui si trova la missione di suor Maria, a Chipene.

La situazione è fluida ma sono circa venti i campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie, molti di questi agglutinati intorno a Metuge, a due ore dalla capitale provinciale Pemba. Sono cresciuti a dismisura in distese di tende o capanne di fascine e fango confusamente allineate sui dorsi delle colline, attorno ai piccoli villaggi preesistenti, e dove qualche rifugiato ha iniziato a praticare agricoltura di sussistenza o microscopici commerci fra i sentieri polverosi, lontani dall’ombra degli alberi. E dove si va avanti con le razioni del World Food Program, che arrivano una volta al mese.
[...]
I rifugiati arrivano dalle zone di Mocímboa da Praia, Palma, Macomia e Quissanga, Muidumbi e Nangade dalla parte più settentrionale di Cabo Delgado che ora è avvolta nel buio. Qualcuno dei profughi va e viene anche per badare a quel che resta dei propri villaggi, si entra con pass speciali ma è difficile valutare lo stato attuale delle infrastrutture per chi vi è rimasto a vivere, circa un milione di persone, mentre le autorità stanno spingendo le persone a ritornare a Mocímboa da Praia, considerata relativamente normalizzata.
[...]
Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie da parte di persone arrivate da fuori, dalle multinazionali, da funzionari corrotti, sono una formidabile arma di propaganda per i jihadisti tra i giovani delle piccole comunità disseminate nel mato, la foresta, che non vedono futuro davanti a loro. S’intuisce dalle parole di Bernardo, agricoltore e capo villaggio del campo profughi di Ngalane, dove Cuamm gestisce un progetto di supporto antiviolenza per le donne e persone con disagio psichico. Dietro agli attacchi non ci sono problemi etnici, né religiosi. È tutta una questione d’interessi, di affari privati”, racconta. Bernardo delle imprese estrattive di gas nella sua provincia dice di sapere poco, spiega però che i suoi compaesani conoscono molto bene la gigantesca miniera di rubini nel distretto di Montepuez, nel cuore di Cabo Delgado, Ruby Mining, di proprietà d’una holding inglese: “È in mano a persone che vengono da fuori. Noi dei villaggi siamo sempre stati a guardare, nelle miniere non ci lavoriamo, non ci resta mai nulla”. E spalanca le mani in un gesto di frustrazione comune a tanti, che da generazioni si vedono deturpati delle loro risorse e incamerano una rabbia muta.

Marco Benedettelli


venerdì 23 settembre 2022

Nuova tragedia - Naufragio migranti, 71 i corpi recuperati al largo Siria. Imbarcazione partita dal Libano con 100 migranti siriani, libanesi e palestinesi. Tra loro donne e bambini.

TRT
Sale a 71 morti il bilancio del naufragio di una barca di migranti provenienti dal Libano, a largo delle coste siriane. Lo ha confermato il ministro dei trasporti del Libano Ali Khamiye, dicendo che le operazioni di soccorso, durate tutta la notte, proseguono in queste ore.

Fin’ora sono state salvate 20 persone mentre si tratta del ritrovamento di 71 corpi.

Secondo quanto riportato dai media libanesi una barca che trasportava migranti dal Libano si e’ capolta al largo dell’isola Ervad, vicino al distretto di Tarsus. La maggior parte dei migranti morti sono libanesi, siriani, e palestinesi.

giovedì 22 settembre 2022

Guerre dimenticate - Etiopia: rapporto Onu denuncia nuove violazioni dei diritti umani nel Tigrè. Crimini di guerra, esecuzioni extragiudiziali e stupri.

Nova News
La commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l'umanità”

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite accusa le parti in conflitto di essere responsabili dei numerosi crimini contro l’umanità commessi nella regione settentrionale del Tigrè, in guerra dal novembre 2020.

Nel suo primo rapporto pubblicato dopo la sua costituzione, nel dicembre scorso, la Commissione di esperti in materia di diritti umani sull’Etiopia ha affermato di aver riscontrato violazioni, come esecuzioni extragiudiziali e stupri, e ha evidenziato quelle che ha definito “informazioni credibili” circa omicidi su larga scala commessi dalle Forze di difesa nazionale etiopi (Endf), accusate di aver preso di mira uomini e ragazzi di etnia tigrina in età da combattimento.

La commissione, creata lo scorso anno dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e composta da tre esperti indipendenti di diritti umani, ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Gli investigatori affermano inoltre che ci sono anche prove che la fame sia usata come arma di guerra, e che tutte le parti hanno commesso violazioni dei diritti umani da quando sono scoppiati i combattimenti, descrivendo la crisi umanitaria nel Tigrè come “scioccante”, ulteriormente aggravata dal fatto che il governo e i suoi alleati continuano a negare alle persone l’accesso ai servizi di base, tra cui Internet, le banche e l’elettricità.

Questo, combinato con la scarsità di cibo, medicine e carburante, nonché con le severe restrizioni all’accesso umanitario, ha lasciato circa 20 milioni di persone bisognose di assistenza e protezione, quasi tre quarti delle quali donne e bambini. “L’effetto combinato di queste misure, che rimangono in vigore più di un anno dopo, ha costretto gran parte della popolazione del Tigrè a mangiare di meno e vendere il raccolto e il bestiame riproduttivo. Fonti hanno anche riportato un aumento dei mezzi disperati per sopravvivere, come i matrimoni precoci e il lavoro minorile, la tratta di esseri umani e il sesso transazionale”, afferma il rapporto.

In una dichiarazione, il presidente della Commissione Kaari Betty Murungi ha descritto la crisi umanitaria causata dal conflitto nel Tigrè come “scioccante, sia in termini di portata che di durata”. “La diffusa negazione e ostruzione dell’accesso ai servizi di base, al cibo, all’assistenza sanitaria e all’assistenza umanitaria sta avendo un impatto devastante sulla popolazione civile e abbiamo ragionevoli motivi per ritenere che rappresenti un crimine contro l’umanità”, ha affermato. “Abbiamo anche ragionevoli motivi per ritenere che il governo federale stia usando la fame come metodo di guerra”, ha aggiunto, invitando il governo a “ripristinare immediatamente i servizi di base e garantire un accesso umanitario pieno e illimitato”.

Murungi ha anche chiesto alle forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) di “assicurarsi che le agenzie umanitarie siano in grado di operare senza impedimenti”, dopo che la commissione ha ricevuto informazioni secondo cui le forze tigrine avrebbero saccheggiato o sottratto indebitamente aiuti umanitari.

In risposta al rapporto le autorità del Tigrè hanno affermato di “aver sempre sostenuto” che il governo etiope fosse responsabile di crimini contro l’umanità, mentre nessun commento è ancora giunto da parte del governo etiope.

mercoledì 21 settembre 2022

Rifugiati - Dal 2015 richieste di asilo in Europa in calo: dimezzate in Italia

Truenumbers
Gli ultimi dati sulle richieste d’asilo mostrano come dal 2014 le domande per la concessione dello status di rifugiato siano in calo in tutta Europa. Per la precisione, rispetto al 2016, l’Italia ha visto dimezzarsi le domande per la richieste d’asilo che sono calate di 50,7 punti percentuali. 
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Lo mostra bene in grafico in apertura attraverso il quale si può seguire l’andamento delle richieste d’asilo in Europa. Il calo, che non riguarda tutti i Paesi, ci fornisce una mappa dello stato della migrazione nel Vecchio Continente. Per quanto riguarda la comunità europea il tasso di richiesta d’asilo è pari a 1,7 domande ogni 1000 abitanti, in Italia si registra invece un flusso pari a 0,9 domande d’asilo ogni 1000 abitanti
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Il Paese che riceve più richieste di asilo in Europa è la Germania
La Germania è il Paese europeo che gestisce più richieste d’asilo. Per la precisione nel corso del 2021 le persone che hanno chiesto lo status di rifugiato a Berlino sono state 190.545, di queste 148.175 lo hanno fatto per la prima volta. In Italia, a titolo di confronto, nel 2021 sono state 45.200 le richieste (a fronte di 67.040 sbarchi). Questo vuol dire che la Germania, rispetto al nostro Paese, gestisce circa il triplo di richieste d’asilo. Per il Paese guidato dal Cancelliere Olaf Scholz, il più popoloso d’Europa (80 milioni di abitanti contro i 60 dell’Italia), il flusso di immigrazione rappresenta un pilastro dell’economia: l’unica soluzione per fare fronte alla carenza di manodopera specializzata; la Germania si prepara infatti a dover gestire un “buco” di circa 240mila lavoratori specializzati che potrebbe rappresentare un reale pericolo per l’economia tedesca.
Il piano tedesco per aumentare il flusso di lavoratori extracomunitari

Per questo Berlino è già corsa ai ripari promuovendo, per la prima volta in Europa, la possibilità per i cittadini extracomunitari di ottenere la doppia cittadinanza. [...]

Dopo la Germania, nella classifica dei Paesi Ue per richieste d’asilo, troviamo Francia, Spagna e Italia. La Francia è l’unico Paese Ue dove le richieste superano le 100mila, come è possibile vedere nel grafico qui in alto che mostra come Italia e Spagna ricevano circa lo stesso numero di richieste di asilo, una quota ampiamente sotto i numeri di Germania e Francia. Dopo l’Italia il dato delle richieste diminuisce progressivamente, con l’Austria che gestisce (rispetto al nostro Paese) il 34,36% di richieste di protezione internazionale in meno e il Belgio con più del 100% di domande per lo status di rifugiato in meno. Scendendo nella classifica dei paesi Ue per richieste d’asilo arriviamo infine all’Ungheria; qui le richieste scendono verticalmente: nel 2021 il Paese guidato da Viktor Orban ha gestito in tutto solo 40 richieste d’asilo. D’altronde l’Ungheria è il Paese europeo dove è presente il più lungo muro anti migranti.
[...]
In Europa i richiedenti asilo provengono in totale da 138 Paesi differenti, non mancano gli apolidi, ovvero quello persone che non possiedono la cittadinanza di nessuno stato. Il primo Paese di provenienza dei richiedenti asilo nel 2021 in Ue è la Siria, seguito dall’Afghanistan e dall’Iraq come mostra il grafico qui in alto. Naturalmente oggi nel 2022 il Paese da cui provengono la maggior parte dei richiedenti asilo in Ue è l’Ucraina come spieghiamo qui sotto nel focus Ucraina.

Accoglienza migranti, focus Ucraina: in Italia accolti 159mila sfollati
I dati fin qui delineati e relativi al 2021 non tengono conto della crisi Ucraina la quale cambia radicalmente il volto dell’immigrazione e delle richieste d’asilo in Europa. Secondo l’Unhcr l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha provocato il più grave flusso migratorio in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Dal 24 febbraio, data d’inizio del conflitto, sono più di 5 milioni le donne, i bambini e gli uomini ucraini in fuga dalla guerra. Gli stati confinanti con l’Ucraina sono quelli che hanno accolto più profughi: la Polonia è il Paese dell’Ue che ha concesso il maggior numero di protezioni temporanee agli ucraini fuggiti dopo il 24 febbraio, le prime cifre parlano di 675.085 richiedenti asilo, di questi il 54% sono minori di 18 anni il 66% donne. In Italia gli ultimi aggiornamenti parlano di 159mila persone provenienti dall’Ucraina che hanno chiesto al nostro Paese lo status di rifugiati per essere accolte principalmente a Roma, Milano, Napoli e Bologna.

I dati si riferiscono al: 2021-2022 - Fonte: Commissione europea

domenica 18 settembre 2022

Siria, il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi. La guerra non e finita e il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà

Globalist
In Siria, circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.
Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Afez al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.


La testimonianza di Grandi
Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri (15 settembre 2022), l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. [...]

La piaga del colera
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. [...]
L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.
L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto. 


I numeri dell’emergenza umanitaria
La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace
Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.


In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano
Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. [...]
Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

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mercoledì 14 settembre 2022

Schiavitù moderna - Sono 50 milioni le vittime di schiavitù nel mondo. Lavoro e matrimonio forzato per i bambini

IOL
Il lavoro forzato e il matrimonio forzato sono aumentati significativamente negli ultimi cinque anni, riportano le stime aggiornate dell’Organizzazione internazionale del lavoro, Walk Free e Organizzazione internazionale per le migrazioni.


Secondo il rapporto Global estimates of modern slavery: Forced labour and forced marriage (“Stime globali della schiavitù moderna: Lavoro forzato e matrimonio forzato”), nel 2021 erano 50 milioni le persone che vivevano in condizioni di schiavitù moderna. Di queste persone, 28 milioni erano costrette al lavoro forzato e 22 milioni erano costrette in matrimonio forzato.

Il numero di persone in forme di schiavitù moderna è aumentato significativamente negli ultimi cinque anni. Nel 2021 le persone in schiavitù moderna erano 10 milioni in più rispetto a quanto registrato dalle stime globali del 2016. Donne e bambini sono maggiormente vulnerabili.

La schiavitù moderna è presente in quasi tutti i paesi del mondo e non conosce frontiere etniche, culturali o religiose. Più della metà (52 per cento) del lavoro forzato e un quarto di tutti i matrimoni forzati si concentrano nei paesi a reddito medio-alto o alto.

Lavoro forzatoLa maggior parte dei casi di lavoro forzato (86 per cento) si registra nel settore privato. Il lavoro forzato in settori diversi dallo sfruttamento sessuale commerciale rappresenta il 63 per cento di tutto il lavoro forzato, mentre lo sfruttamento sessuale ai fini commerciali rappresenta il 23 per cento di tutto il lavoro forzato. Quasi quattro su cinque delle persone vittime di sfruttamento sessuale ai fini commerciali sono donne o ragazze.

Il lavoro forzato imposto dallo Stato rappresenta il 14 per cento che lavoro contro la loro volontà.

Quasi uno su otto di tutti i lavoratori forzati sono bambini (3,3 milioni) e più della metà di essi sono vittime di sfruttamento sessuale a fini commerciali.

Matrimonio forzato - Si stima che, in qualsiasi giorno del 2021, circa 22 milioni di persone si trovino in una situazione di matrimonio forzato, un aumento di 6,6 milioni rispetto alle stime globali del 2016.

L’incidenza reale dei matrimoni forzati, in particolare quelli che coinvolgono minori di 16 anni o meno, è probabilmente molto più alta di quanto registrato dalle stime attuali, che si basano su una definizione maggiormente ristretta e non includono tutte le tipologie di matrimoni infantili. I matrimoni infantili sono considerati forzati perché un bambino non può dare legalmente il proprio consenso al matrimonio.

Il matrimonio forzato è strettamente legato a consuetudini e pratiche patriarcali consolidati nel tempo e assume delle caratteristiche specifiche in base ai contesti. [...]

I migranti sono particolarmente vulnerabili al lavoro forzatoI lavoratori migranti hanno una probabilità più che tripla di essere sottoposti a lavoro forzato rispetto ai lavoratori adulti non migranti. Sebbene la migrazione per lavoro abbia un effetto ampiamente positivo su individui, famiglie, comunità e società, questo dato dimostra la maggiore vulnerabilità dei migranti al lavoro forzato e alla tratta, sia a causa di una migrazione irregolare o mal governata, sia a causa di pratiche di reclutamento illecite e non etiche.

“È sconvolgente che la schiavitù moderna continui ad esistere. Nulla può giustificare la persistenza di questo abuso fondamentale dei diritti umani”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder. “Sappiamo cosa bisogna fare e sappiamo che si può fare. Politiche e normative nazionali efficaci sono fondamentali ma i governi non possono farlo da soli. Le norme internazionali forniscono una base solida ed è necessario un approccio che coinvolga tutti. I sindacati, le organizzazioni dei datori di lavoro, la società civile e la gente comune hanno tutti un ruolo fondamentale da svolgere”.

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lunedì 12 settembre 2022

Migranti - 6 rifugiati siriani alla deriva per giorni morti di fame e sete, tra loro 2 bambini e 3 donne. Urgente ripristinare ricerca e soccorso in mare

Ansa
Sei rifugiati siriani, fra cui due bambini di uno e due anni, un adolescente di 12 e tre donne, sono morti su un barcone rimasto per giorni alla deriva nel Mediterraneo centrale presumibilmente "di fame e di sete".

Lo afferma l'Unhcr sottolineando che l'Agenzia sta assistendo i 26 sopravvissuti sbarcati a Pozzallo, molti dei quali "presentano condizioni estremamente gravi, tra cui ustioni".

"Questa inaccettabile perdita di vite umane e il fatto che il gruppo abbia trascorso diversi giorni alla deriva prima di essere soccorso evidenziano ancora una volta l'urgente necessità di ripristinare un meccanismo di ricerca e soccorso tempestivo ed efficiente, guidato dagli stati nel Mediterraneo - dice la rappresentante dell'Unhcr in Italia Claudia Cardoletti - Il soccorso in mare è un imperativo umanitario saldamente radicato nel diritto internazionale"

giovedì 14 luglio 2022

La Russia vuole revocare della moratoria della pena di morte e riprendere le esecuzioni dopo 30 anni - Contrario Consiglio presidenziale dei diritti umani

Blog Diritti Umani - Human Rights

La maggioranza assoluta dei membri del Consiglio presidenziale russo per i diritti umani e lo sviluppo della società civile (HRC) è contraria alla revoca della moratoria esistente sulla pena di morte in Russia, ha affermato martedì il capo del consiglio Valery Fadeyev.

"Per quanto riguarda l'HRC, abbiamo discusso di questo argomento, non di recente, qualche tempo fa, e la maggioranza [era] contraria alla pena di morte. Questo non era formale, non abbiamo votato, ma durante la discussione è emerso chiaramente che la maggioranza è contraria", ha detto Fadeyev ai giornalisti
Ha proseguito dicendo che lui stesso ha più volte affermato che è impossibile ripristinare questo tipo di pena, "prima per considerazioni religiose che fondate su diritti e libertà".

"Non credo sia facile prendere la decisione di revocare la moratoria sulla pena di morte in Russia in questo momento, poiché anche il FSIN [Servizio penitenziario federale russo] è contrario. Hanno detto: "Dove troveremo gli esecutori testamentari". "Questo è un problema pratico, e non ci sono state esecuzioni in Russia per trent'anni", ha detto Fadeyev.

Fonte: Interfax

domenica 10 luglio 2022

Rotte dei migranti - Marocco nuova Libia ma i migranti vengono respinti prima, nel deserto, con milizie pagate con fondi UE

L'Espresso
Il Marocco sta diventando la nuova Libia, ponte verso il continente: e quanto successo a Melilla lo dimostra. Ma i flussi vengono già bloccati prima, nel Sahel, con la solita spietatezza. Mentre la crisi del grano mette in ginocchio tutto il Continente.


“Ho provato a scalarlo varie volte quel muro di ferro alto 9 metri, ma venerdì ho rinunciato e forse mi sono salvato la vita”. A Nador, città portuale sulla costa del Marocco, a due passi dall’enclave spagnola di Melilla, ha piovuto per qualche minuto.

Per questo, l’incontro con Makan, 22 anni e originario della Nigeria, si svolge in un bar al chiuso. È scosso per la morte di 37 migranti che venerdì 24 giugno hanno provato a scavalcare il muro. Sono precipitati, sono stati picchiati, alcuni sono morti soffocati. E ora la sezione di Nador dell’Association marocaine des droits humains chiede che si apra un’indagine seria per l’accaduto. È la prima volta da anni che accade una tragedia simile e forse non è un caso. Il vicepresidente, Omar Naji ci aveva accompagnato in macchina lungo la barriera di metallo, solo poche ore prima che si scatenasse l’inferno. Ed è proprio da Nador, dalle coste del Mediterraneo, che abbiamo imboccato la rotta dei migranti per arrivare fino al deserto algerino. E vedere cosa succede, quali sono gli effetti della crisi del grano bloccato in Russia e se ci sono davvero indizi di un incremento dei flussi verso l’Europa.

Lungo la strada da Nador verso Oujda, nonostante il caldo, ci sono gruppi di uomini e donne che camminano per arrivare al mare. E ci sono bimbi che giocano a calcio. “Sono tutti minori non accompagnati, ma non ci sono abbastanza fondi per gestirli tutti, sono aumentati negli ultimi mesi”, spiega il volontario che ci accompagna. Il Marocco, infatti, di recente è diventato meta di un gran flusso di migranti sub-sahariani, molti più di prima, perché le rotte desertiche verso Tripoli sono diventate troppo rischiose.

Il Marocco potrebbe diventare la nuova Libia. A confermarlo è Jamila Berkau, responsabile del progetto Afrag. A Oujda si occupa della prima assistenza ai migranti che arrivano. La cittadina è solo a pochi km dal confine algerino ed è diventata molto povera da quando la frontiera tra i due Paesi è stata sbarrata. Mentre prima viveva di commercio e turismo, oggi vive di mercato nero e traffici illeciti, anche di esseri umani. I migranti arrivano a piedi lungo il deserto, dopo un viaggio di mesi e mesi, come Aminata, arrivata con i figli dalla Guinea Bissau. “Mi hanno stuprato due volte e tutte e due le volte sono rimasta incinta”, sussurra. Il frutto della sua violenza ha il volto di un bimbo di nove mesi che tiene in braccio con amore. “Hanno abusato di me la prima volta a casa mia, perché c’è una guerra etnica e la mia tribù dicono sia malvagia, l’ultima volta è stata in Niger”. Hanno ucciso gran parte della sua famiglia e non sapeva cosa fare.

Insieme a lei, nella stanza dell”associazione Afrag c’è anche Zalika, arriva dal Mali. Durante il suo viaggio verso il Marocco è stata torturata e picchiata così tanto che all’arrivo i volontari hanno dovuto portarla in ospedale. È ancora sotto shock. Nonostante il caldo, si avvolge e si nasconde dentro un pile rosa. Quando era a poche miglia dal Marocco, un gruppo che si è spacciato per attivisti si è fatto pagare per portarla in un centro. Peccato però, che il centro fosse finto e che arrivata lì le abbiano chiesto altri soldi prima di rispedirla, come un pacco, indietro nel deserto. Non parla molto ma racconta di aver pianto tanto. Ora fa ancora fatica a sentirsi al sicuro. Ha solo 17 anni.

Mentre parla, arrivano quattro uomini, anche loro giunti da poco. Jamila li fa accomodare nella stanzetta. “Ormai la rotta più battuta verso l’Europa è quella che attraversa Ciad, Niger, Algeria e Marocco”, spiegano i ragazzi. Arrivano rispettivamente da Sud Sudan, Camerun e Nigeria. Durante il cammino, hanno incontrato trafficanti di uomini e milizie che li hanno derubati e picchiati. “Alcuni dei ragazzi che erano con noi sono stati uccisi, altri sono morti di sete. Altri ancora, invece, sono stati feriti e abbandonati nel deserto a dissanguarsi ed essiccarsi”, racconta David.

I loro volti dicono più delle parole. Sono stati dissetati e nutriti dall’associazione che ha dato loro anche vestiti nuovi e puliti. Ma i segni delle sofferenze li portano addosso, come una patina trasparente ma percettibile. Dai discorsi si intuisce che c’è qualcosa che non rivelano con chiarezza. Chi vi ha respinto in Ciad e Niger?, proviamo a chiedere. “Gruppi paramilitari pagati dal governo, ma con i soldi dell’Unione europea”, spiega David. Interviene Jamila Berkau a chiarire, mentre i ragazzi temono di essersi esposti troppo e Aminata si agita. “Il Niger e il Ciad ricevono soldi dall’Italia provenienti dal Fondo Africa. E i governi locali impiegano quei fondi per pagare milizie che respingono i migranti”, dice Jamila: “Ma lo fanno con ogni mezzo, cioè quasi sempre con brutalità”.

Si chiamano accordi soft, cioè accordi che non seguono il classico iter normativo, vengono siglati da diversi organismi e agenzie e soprattutto non vengono pubblicizzati. In questo modo, l’Unione Europea esternalizza le sue frontiere, allarga sempre di più i suoi confini, affinché meno persone possibile riescano ad accostarsi alle coste del Mediterraneo. Ma a che prezzo?

“La verità è che noi non vogliamo andare via dalle nostre case, ma se c’è la guerra, c’è il terrorismo, veniamo massacrati, viviamo nel terrore, cosa possiamo fare?”. Oluwa, 24 anni, ha studiato lingue e letterature europee: “È un istinto scappare, mettersi al sicuro, salvaguardare la propria specie, la stirpe o semplicemente la propria famiglia. Non fareste lo stesso?”. La domanda resta nell’aria, come una freccia prima di colpire il punto dolente.

L’Europa respinge, non accoglie i profughi che arrivano da una certa parte di mondo e spende milioni e milioni in armamenti, mentre una parte dell’Africa non ha più cibo. Qualche giorno fa il Programma alimentare mondiale dell’Onu ha annunciato che sospenderà gli aiuti alimentari in Sud Sudan, perché non ci sono più fondi. Proprio ora che, tra grano bloccato e cambiamenti climatici, l’Africa rischia la più grande crisi alimentare di tutti i tempi.

“La maggior parte dei Paesi africani dipende dal grano russo”, racconta Fatima, volontaria di un’associazione per lo sviluppo dell’Africa: “Il Senegal dipende per il 66 per cento, la Somalia per il 70, la Tanzania per il 64, il Sudan per il 75, la Repubblica Democratica del Congo per il 69. E poi c’è chi dipende al 100 per cento dal grano russo, come per esempio il Benin. L’Africa dimostra tutta la sua grande fragilità con questa forte dipendenza dalle produzioni del nord del mondo”.

Gli effetti della crisi alimentare non si vedono ancora, eppure i ragazzi che ho incontrato hanno raccontato che nelle ultime settimane c’è un fermento insolito nelle chat Telegram dei rispettivi Paesi. “Ci sono tantissime richieste di persone che vogliono partire e chiedono aiuto e suggerimenti”, raccontano i ragazzi. Aminata conferma. Ormai in molte aree non c’è più cibo, non c’è acqua e i prezzi sono diventanti insostenibili per chiunque. “Arriveranno molte persone”, ammette Fatima. Mentre si sventola con un quadernetto, guarda in alto a sinistra e riflette: “Vedremo i primi segni di un flusso intenso tra settembre e ottobre e ci saranno molti più arrivi verso l’Europa. Non solo verso la Spagna. Ci saranno più partenze anche via mare”. Sarà una manna per i trafficanti di uomini, per i contrabbandieri e per chi fa affari con l’Ue.

Dopo che l’ultimo dei ragazzi è andato via, ci rimettiamo in cammino per arrivare nel deserto. Da Oujda verso Ain Sefra, al di là del confine algerino, lungo rotta che conduce nel Sahel, attraverso la valle del Saoura e del Tuat. La strada è impervia, desolata com’è ovvio che sia una strada nel mezzo del deserto e in alcuni tratti non c’è che la linea dell’orizzonte, tremolante per il caldo. A circa una trentina di km da Oujda, la guida si ferma e mostra un angolo di sabbia. “Questo lo chiamano il punto zero, perché è ormai la fine del viaggio e i migranti sanno che la città è vicina. Di solito si fermano qui, piangono e pregano per esser arrivati ormai a pochi km dalla meta. Vivi”.

Ma lo chiamano il punto zero anche per un altro motivo. È proprio qui che Marocco e Algeria, abbandonano i migranti che vengono respinti, invitandoli a imboccare la strada nel verso opposto. Andando verso sud, c’è un gruppo in cammino. Alcuni sono scalzi ma hanno maglie a maniche lunghe e foulard o cappucci in testa, per ripararsi dal sole. Con loro c’è anche una ragazzina, è ferita in volto, l’hanno colpita dei trafficanti che volevano tenersela come schiava. È stato solo un caso che non ci siano riusciti. Mentre erano fermi al checkpoint improvvisato, tra due Toyota bianche a sbarrare il cammino, è arrivato un furgone a tutta velocità, per forzare il blocco. Gli uomini lo hanno rincorso e hanno lasciato libero il gruppetto. Il destino ha voluto che Nyamey arrivasse fino al confine con il Marocco. Giunti a una sessantina di chilometri da Oujda lungo il deserto, andare oltre diventa rischioso. È tempo di tornare indietro, al punto di partenza. A Nador si scavano le buche per seppellire i cadaveri dei migranti morti nel tentativo di superare la barriera di Melilla. Senza identificarli, senza nessuna pietà.

Bianca Senatore
Ripubblicato da Ristretti Orizzonti)

lunedì 4 luglio 2022

Texas - Sconcertante tentativo di sostituire nei libri di testo il termine "schiavitù" con 'ricollocazione involontaria'

Ansa
In Texas un gruppo di educatori, nell'ambito dell'aggiornamento nello Stato dei programmi per le scuole elementari e nello specifico per le classi di alunni fra i 7 e gli 8 anni, ha proposto che venisse sostituito il termine schiavitù, proprio nell'ambito della descrizione del fenomeno storico negli Usa, con l'espressione 'ricollocazione involontaria'.

Schiavi al "lavoro" nelle piantagioni americane
L'intervento rientra nel dibattito in corso nelle istituzioni americane sul modo di affrontare e analizzare il tema razziale nella scuola.

La proposta però è stata bocciata dalla commissione texana competente, con la motivazione che "il nostro impegno è per la verità e ciò comprende una descrizione accurata degli eventi storici". In particolare, un membro democratico della commissione, Aicha Davis, ha spiegato al Wawshington Post i motivi della sua immediata reazione contraria alla proposta: 
"Non posso dare il mio sostegno a nulla che descriva il traffico di schiavi come una 'ricollocazione involontaria'. Non posso dare il mio sostegno a nulla che sminuisca quel percorso". 

venerdì 24 giugno 2022

Etiopia, 200 i civili di etnia ahmara uccisi a Gimbi nella regione dell'Oromia.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Testimoni in Etiopia hanno riferito che domenica 19 giugno più di 200 persone, per lo più di etnia Amhara, sono state uccise in un attacco nella regione dell'Oromia del paese e stanno incolpando un gruppo ribelle, che lo nega.


È uno degli attacchi più gravi avvenuti di recente su base etnica nel paese vittima di gravi tensioni.

“Ho contato 230 corpi. Temo che questo sia l'attacco più mortale contro i civili che abbiamo visto nella nostra vita", ha detto all'Associated Press Abdul-Seid Tahir, residente nella contea di Gimbi, dopo essere sfuggito a malapena all'attacco di sabato. “Li stiamo seppellendo in fosse comuni e stiamo ancora raccogliendo corpi. Ora sono arrivate unità dell'esercito federale, ma temiamo che gli attacchi possano continuare se se ne vanno".

Un altro testimone, che ha fornito solo il suo nome, Shambel per i timori per la sua incolumità, ha affermato che la comunità locale di Amhara sta ora cercando disperatamente di essere trasferita da qualche altra parte "prima che avvengano altre uccisioni di massa". Ha detto che l'etnia Amhara che si stabilì nell'area circa 30 anni fa in programmi di reinsediamento è vittima di queste uccisioni.

Sulle responsabilità ci sono scambi di accuse sulle responsabilità delle uccisori di massa.

L'Etiopia sta vivendo diffuse tensioni etniche in diverse regioni, la maggior parte delle quali a causa di rimostranze storiche e tensioni politiche. Il popolo Amhara, il secondo gruppo etnico più numeroso tra gli oltre 110 milioni di abitanti dell'Etiopia, è stato preso di mira frequentemente in regioni come Oromia.

La Commissione etiope per i diritti umani nominata dal governo domenica ha invitato nella zona il governo federale a trovare una "soluzione duratura" per evitare l'uccisione di civili e proteggerli da tali attacchi.

ES

mercoledì 15 giugno 2022

Inghilterra - Corte europea dei diritti dell’uomo blocca in extremis il volo che stava deportando i primi 7 rifugiati in Rwanda

Corriere dalla Sera
Sette richiedenti asilo erano già a bordo del Boeing che stava per trasferirli in Africa quando Strasburgo ha comunicato la decisione. Il piano di Boris Johnson per «delocalizzare» i migranti e le proteste.


La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha bloccato questa sera in extremis un aereo che doveva trasferire dal Regno Unito al Ruanda un gruppo di richiedenti asilo, in base a un piano da tempo annunciato dal governo di Boris Johnson

Quest’ultimo intende «delocalizzare» nel Paese africano la gestione dei rifugiati che approdano al di là della Manica; ma le organizzazioni umanitarie si sono sempre opposte a questo piano. Strappando all’ultimo istante una vittoria legale che ora potrebbe avere forti conseguenze. Il volo, al momento sarebbe comunque solo «sospeso».

Lo stop da parte dei giudici di Strasburgo è arrivata quando già il gruppo di migranti (sette in tutto, di varie nazionalità) era già a bordo del Boeing che stava per decollare da una base militare di Boscombe nei pressi di Salisbury. La partenza era prevista perle 22.30 (ora locale) e le speranze di chi stava per subire il trasferimento forzato in Africa sembravano ormai evaporate: la Corte poche ore prima aveva respinto il ricorso di alcuni richiedenti asilo. Inutili anche le proteste del movimento «Stop Deportations» che avevano bloccato alcune uscite all’aeroporto londinese di Heathrow per impedire ad altri migranti di essere imbarcati. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia britannica. Il ministro degli Esteri Liz Truss ha insistito sul fatto che lo schema è legale e ha un «ottimo rapporto qualità-prezzo».

Poi all’improvviso la situazione si è capovolta. La Cedu ha accolto il ricorso di un cittadino iracheno di 54 anni che aveva chiesto asilo politico a Londra e destinato a essere trasferito in Ruanda: una commissione medica, dopo averlo visitato, aveva confermato che l’uomo aveva subito torture in patria. L’iracheno era arrivato in Gran Bretagna il 17 maggio scorso. La Cedu ha rilevato che è trascorso troppo poco tempo per l’esame della domanda di protezione internazionale .

«Il nostro team legale sta esaminando ogni decisione presa su questo volo e la preparazione per il prossimo volo inizia ora», ha detto il ministro dell’Interno britannico, Priti Patel, Secondo quanto riporta la Bbc, ha definito «sorprendente» che la Corte europea sia intervenuta «nonostante i ripetuti successi ottenuti in precedenza nei tribunali nazionali». «Ho sempre detto che questa politica non sarà facile da attuare e sono delusa dal fatto che i ricorsi legali e le richieste dell’ultimo minuto abbiano impedito al volo di oggi di partire», ha aggiunto il ministro.

Tutti i passeggeri che erano sul volo sono subito stati fatti scendere dopo che la Corte ha notificato la sua decisione. Tra i sette dovrebbero esserci anche persone fuggite da Iran e Vietnam. Il governo di Boris Johnson non sembra però intenzionato ad arrendersi. Lo ha affermato la ministra dell’Interno, Priti Patel, sottolineando che Londra va avanti «imperterrita» sul proprio piano. A questo punto è prevedibile una lunga battaglia legale tra Londra e Strasburgo.

Boris Johnson aveva annunciato il 14 aprile scorso l’accordo sottoscritto con il Ruanda per spedire lì tutti gli immigrati entrati illegalmente nel Regno Unito. «Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri e dinamici dell’Africa» aveva dichiarato il premier nell’occasione, proprio mentre il suo governo sottoscriveva con quello di Kigali un piano di cooperazione da 120 milioni di sterline. Quella che attraversa la Manica è diventata d’altra parte una delle rotte più trafficate da parte dei migranti: secondo i dati di Frontex nei primi quattro mesi del 2022 oltre 12.700 sono state le persone sbarcate fuori dalle vie legali, numero di gran lunga superiore a quello registrato su tutte le altre «direttrici» del Mediterraneo.

Claudio Del Frate

martedì 14 giugno 2022

Inghilterra - Iniziano i primi voli che "deportano" in Rwanda i rifugiati richiedenti asilo

TIO
Iniziano i primi voli per il progetto del Governo di Londra di «spostare» in Africa i richiedenti l'asiloUna strategia che non piace affatto a numerose associazioni di tutela dei diritti umani, e nemmeno all'ONU


Niente stop ai primi voli del contestato piano concordato dal governo di Boris Johnson con quello del Ruanda per il trasferimento nel Paese africano di una parte d'immigrati illegali sbarcati nel Regno Unito in attesa delle decisioni britanniche sull'iter delle loro richieste di asilo.

Lo ha confermato la corte d'appello, ribadendo oggi l'ok alle partenze in calendario a partire da domani già dato in primo grado e rigettando l'ultimo ricorso presentato in extremis da organizzazioni di tutela dei diritti umani col sostegno dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr).

«Rischiano danni irreparabili»
I legali dei ricorrenti, fra cui l'associazione pro migranti Care4Calais, avevano chiesto alla giustizia britannica di sospendere cautelativamente le operazioni di partenza, fino al giudizio di merito previsto per fine luglio sulla presunta illegalità del progetto governativo: evocando in caso contrari il rischio di danni «irreparabili» ai diritti delle persone «deportate» frattanto nel Paese africano. Ma i tre giudici d'appello Rabinder Singh, Ingrid Simler e Jeremy Stuart-Smith hanno avallato il dispositivo con cui venerdì un loro collega di primo grado, Jonathan Swift, aveva rigettato la sospensiva, definendone «ragionevoli» le argomentazioni giuridiche e osservando quindi di non poter «interferire sulle sue decisioni».

Il verdetto ha suscitato delusione fra gli attivisti, ma non cancella l'iter dell'azione legale intentata contro il contenuto del piano Ruanda in sé; né le critiche pesanti rivolte al governo Johnson per questa iniziativa non solo da parte delle opposizioni politiche o da varie ong, ma anche dai vertici Onu dell'Unhcr e persino dal principe Carlo, erede al trono britannico, stando a quanto egli avrebbe detto in conversazioni private attribuitegli giorni fa dal Times.

Johnson: «La via giusta»
Il progetto - la cui esecuzione è affidata alla ministra dell'Interno, Priti Patel, super falco della compagine Tory - è stato in ogni caso difeso oggi sia alla Camera dei Comuni dai banchi del governo, sia dal premier in persona in un'intervista radiofonica. Anche se il primo volo di domani è stato ridotto a un contingente iniziale di 11 "clandestini" richiedenti asilo, tutti uomini, alcuni dei quali provenienti da Paesi considerati a rischio come Iran o Siria.

Johnson ha evitato qualunque polemica con il principe Carlo - verso le cui prese di posizione a tutela dell'ambiente o dei diritti umani ha anzi rinnovato per bocca di un portavoce di Downing Street tutta la sua «ammirazione» - ma ha insistito nel giustificare la scelta d'inviare parte dei migranti in attesa di risposta in Ruanda come «la via giusta» per cercare di scoraggiare il traffico dei clandestini via Francia attraverso la Manica nell'ambito della promessa stretta dei controlli post Brexit ai confini dell'isola; non senza ribadire di considerarla alla stregua di un'iniziativa legale, temporanea e garantita in termini di rispetto dei diritti fondamentali di coloro che verranno trasferiti in Africa (a migliaia di chilometri di distanza) in attesa che Londra decida fra concessione dell'asilo e rimpatrio.

La denuncia dell'ONU


L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi ha condannato fermamente il piano del governo britannico di inviare in Ruanda i migranti arrivati illegalmente nel Regno Unito. «Questo accordo non funziona affatto per tanti motivi diversi», ha denunciato Grandi nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

Fonte ats ans elaborata da Robert Krcmar

lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

lunedì 6 giugno 2022

Cina, nuove prove di violenze e torture contro la minoranza musulmana degli Uiguri

Blitz
Nello Xinjiang, Cina, sono emersi documenti e migliaia di fotografie di uiguri e altre minoranze turche nelle carceri dove sono segregati, dati hackerati dai server dei computer della polizia.


I dossier della polizia dello Xinjiang, come vengono chiamati, sono stati trasmessi alla BBC all’inizio del 2022. Dopo un impegno durato mesi per indagare e autenticare le persone, le foto offrono significative informazioni sull’internamento degli uiguri della regione e di altre minoranze turche.

La cache rivela, con dettagli senza precedenti, l’uso da parte della Cina dei campi di “rieducazione” e delle prigioni come due sistemi separati ma correlati di detenzione di massa per gli uiguri e mette seriamente in discussione la versione pubblica cinese su entrambi.


L’affermazione del governo secondo cui i campi di rieducazione costruiti in tutto lo Xinjiang dal 2017 non sono altro che “scuole” è contraddetta dalle istruzioni interne della polizia, dai turni di guardia e dalle immagini inedite dei detenuti.

L’uso diffuso di accuse di terrorismo, in base alle quali molte altre migliaia di persone sono state rinchiuse nei penitenziari, viene mascherato come pretesto per un metodo parallelo di internamento, con prospetti scritti della polizia pieni di sentenze arbitrarie e drastiche.

I documenti forniscono alcune delle prove fino a oggi più evidenti di una politica che prende di mira qualsiasi espressione di identità, cultura o fede islamica uigura e di una catena di comando che arriva fino al leader cinese, Xi Jinping.
[...]
Le immagini mostrano una politica progettata per prendere di mira deliberatamente le famiglie uigure per la loro identità e cultura e – come ha detto la Cina – per “spezzare le loro radici, il loro lignaggio, le loro connessioni, le loro origini”

Caterina Galloni

lunedì 30 maggio 2022

Repubblica Centrafricana - I diritti umani fanno un passo avanti. Abolita la pena di morte.

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'Assemblea nazionale centrafricana ha votato venerdì per acclamazione l'abolizione della pena di morte, ha annunciato il presidente dell'Assemblea, in un Paese in guerra civile dove l'ultima esecuzione capitale risale al 1981.

"L'Assemblea nazionale ha adottato per acclamazione la legge che abolisce la pena di morte nella Repubblica Centrafricana", ha affermato davanti ai deputati Simplice Mathieu Sarandji, tra gli applausi. La legge deve ancora essere promulgata dal Presidente della Repubblica, Faustin Archange Touadéra.

La Repubblica Centrafricana, secondo Paese più povero del mondo secondo l'ONU, è stata devastata dal 2013 da una guerra civile che, tuttavia, è notevolmente diminuita di intensità dal 2018.

"L'ultima esecuzione capitale nella Repubblica Centrafricana risale al 1981", ha detto all'AFP Ghislain Junior Mordjim, segretario generale dell'Assemblea nazionale.

La Comunità di Sant'Egidio esprimendo soddisfazione per la notizia ricorda che in occasione dell’incontro internazionale di Preghiera per la Pace, tenutosi a Madrid nel settembre 2019, Il Presidente Centrafricano, Faustin-Archange Touadéra, parlò del processo abolizionista come “segno di pacificazione” e, al tempo stesso, “segno di un paese che entra in una nuova fase storica”


Paese di circa 5,5 milioni di abitanti con uno stato di diritto quasi fallito, la Repubblica Centrafricana è insanguinata da decenni di guerre civili, l'ultima delle quali iniziata 9 anni fa, con questa decisione fa un importante passo avanti nella difesa dei diritti umani e 
si unisce all'elenco dei Paesi africani che negli ultimi anni hanno abolito la pena di morte nel continente, dopo il Ciad nel 2020 e la Sierra Leone nel 2021.

ES

lunedì 23 maggio 2022

Etiopia - "Il Tigray è un inferno, innumerevoli atrocità, migliaia di morti per fame" - Sta avvenendo un genocidio nell'indifferenza della comunità internazionale.

Blog Diritti Umani - Human Rights
“Il Tigray è davvero un inferno”, la testimonianza di sacerdote cattolico nella zona settentrionale dell'Etiopia devastata dalla guerra. "Mai prima d'ora un governo ha negato le medicine a milioni di persone, chiuso le loro infrastrutture, tagliato il loro sistema bancario e privato completamente tutti i mezzi di sopravvivenza".


Il sacerdote ha parlato rigorosamente in condizione di anonimato a causa dei timori di rappresaglie del governo etiope. Ha raccontato nel dettaglio la cruda realtà che il popolo tigrino deve sopportare.

Dal giugno 2021, afferma che i tigrini sono stati separati dal mondo esterno, spinti alla fame e alla morte, e continuano ad affrontare "innumerevoli" atrocità. “Conosco molte persone uccise ingiustamente e brutalmente: persone innocenti, bambini, madri con bambini”, ha detto il sacerdote. “Considero questi crimini di guerra”.

In un appello del 6 aprile alla comunità internazionale, il vescovo Tesfasellassie Medhin dell'Eparchia cattolica di Adigrat, nel Tigray orientale, ha affermato che la "crisi devastante" sta infliggendo "ogni tipo di male alla popolazione del Tigray su una scala oltre ogni immaginazione".
Ha fatto riferimento a “i massacri genocidi di civili, stupri dilaganti e violenze di genere, saccheggi e incendi di proprietà, case, distruzione di luoghi di culto (chiese, moschee), installazioni economiche, istituzioni sanitarie, scuole, musei”.

Più di 1,7 milioni di bambini in tutto il Tigray sono stati "privati dell'istruzione in questi due anni!" ha aggiunto, e ha descritto un incidente particolarmente inquietante il 3 marzo che ha coinvolto 11 persone, nove delle quali erano tigrini, che sono state bruciate su una pira, di cui almeno una ancora viva.
Secondo le Nazioni Unite, il conflitto del Tigrino, appena pubblicizzato, scoppiato nel novembre 2020, ha finora causato decine di migliaia di vittime a causa di combattimenti o privazioni e ha costretto 2,5 milioni di tigrini a fuggire nel vicino Sudan o sfollati internamente.

Le Nazioni Unite hanno affermato che le atrocità durante la guerra - combattuta principalmente tra le forze di difesa locali del Tigray (TDF) e la Forza di difesa nazionale etiope (ENDF) aiutate dall'Eritrea e da altre forze - sono state commesse da tutte le parti, ma con la maggior parte dei crimini commessi dalle forze etiopi ed eritree.

In un rapporto congiunto del 4 aprile intitolato "Ti cancelleremo da questa terra", Amnesty International e Human Rights Watch hanno evidenziato quelli che hanno descritto come "attacchi diffusi e sistematici" al Tigray che "equivalgono a crimini contro l'umanità, oltre che a crimini di guerra. " La violenza, hanno detto, è stata "un'implacabile pulizia etnica" e qualcosa che le autorità etiopi avevano "fermamente negato" e "egregiamente non hanno affrontato".

"È difficile descrivere a parole cosa sta succedendo nel Tigray 'fuori dalla vista' del mondo, poiché il totale blackout e blocco deliberato delle comunicazioni ha fatto sì che anche le grida di agonia e morte non fossero ascoltate al di fuori del Tigray", ha affermato Gebrekirstos Gebremeskel, fondatore di Tghat, un portale di notizie da lui creato per monitorare gli eventi e contrastare il blackout mediatico del Tigray.

Un ricercatore tigrino con sede nei Paesi Bassi, Gebremeskel, ha affermato che l'80% delle strutture sanitarie è stato eliminato, "le infrastrutture di irrigazione distrutte, gli attrezzi agricoli distrutti e le fabbriche distrutte. Ora immagina la vita in queste condizioni”.

Una delle testimonianze più potenti dall'Etiopia è arrivata di recente dal vescovo Mathias, il patriarca della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo, che in un videomessaggio del 19 marzo citava i tigriani bruciati vivi e altre presunte atrocità, comprese notizie di ragazzi lanciati da una scogliera. Tali crimini, ha detto, "fanno disprezzo di essere vivi".

"Nulla è stato lasciato nel Tigray", ha detto il patriarca Mathias. "E ora, oltre a tutto questo, i bambini piangono tra le braccia delle loro madri e muoiono di fame, come foglie secche". Ha aggiunto che la guerra "è iniziata per annientare i tigrini, per distruggere i tigrini, per sradicarli dalla faccia del mondo [e] ora si è diffusa in tutta l'Etiopia e sta portando instabilità, disordini, carestia".

Sebbene la guerra sia combattuta principalmente su basi etniche, i cristiani sono presi di mira in modo specifico nella regione. I monasteri, il clero e i fedeli del Tigray, la cui eredità cristiana risale al IV secolo, sono stati attaccati, a volte da truppe musulmane della Somalia e dell'Eritrea incaricate di uccidere i sacerdoti, ha detto Gebremeskel.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, ogni giorno sono necessari almeno 100 camion di cibo e forniture per coprire i bisogni di 6-7 milioni di persone nella regione del conflitto.

La comunità internazionale sembra ignorare la situazione e non mette in campo nessun intervento.

ES

Fonte: NCRegister


venerdì 6 maggio 2022

La guerra in Yemen, periferia dimenticata dal mondo - 30 milioni di persone in grave sofferenza - A rischio la vita di 2,2 milioni di bambini

Vatican News
La guerra in Ucraina può aggravare la grave crisi umanitaria e la fame nello Yemen: lo spiega il vicario apostolico emerito dell'Arabia meridionale, ricordando che 30 milioni di persone soffrono gravemente nel Paese della penisola in guerra da tempo, nel silenzio dei media. In un'ampia intervista con Vatican News, il vescovo mette anche in guardia dal trarre profitto dalla produzione di armi.


L'emergenza umanitaria nello Yemen che affama milioni di persone, ricordata dal Papa in tante occasioni ma dimenticata dal mondo e da quanti si sono stancati di sentir parlare di conflitto. La considerazione è al centro della lunga intervista a Vatican News del vescovo Paul Hinder, che ha ricoperto per più di un decennio l'incarico di vicario apostolico della penisola arabica, e le cui dimissioni per raggiunti limiti di età, sono state accettate domenica primo maggio dal Papa. 
Tragici i dati del Paese: su una popolazione di 31,9 milioni di persone, 23,4 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, secondo l'ONU. 17,4 milioni, cioè più della metà del totale, sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta, e 2,2 milioni di bambini rischiano la vita.
Deborah Castellano Lubov 

Leggi l'intervista >>>

lunedì 25 aprile 2022

Il Texas sospende, a 24 ore dall'esecuzione, la condanna a morte di Melissa Lucio accusata dell'omicidio della figlia

La Repubblica
La donna ha sempre sostenuto di essere innocente. Madre di 14 figli, i suoi avvocati hanno ottenuto la sospensione della pena dalla Corte d'Appello

Melissa Lucio

E' stata sospesa la condanna a morte in Texas di Melissa Lucio, madre di 14 figli, accusata della morte di una di loro. Lo ha deciso la Corte d'appello secondo quanto riferiscono i suoi avvocati. La donna si è sempre detta innocente e negli ultimi giorni la sua famiglia e gli attivisti hanno moltiplicato gli appelli per fermare la sua esecuzione. 

Lucio è stata condannata con l'accusa di aver ucciso nel 2007 la figlia Mariah, 2 anni, nella contea di Cameron. La bimba, secondo la difesa, è deceduta per le ferite interne riportate due giorni dopo una caduta accidentale, mentre l'accusa sostiene che sarebbe stata picchiata.