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domenica 26 gennaio 2020

Iraq. Oltre 600 i manifestanti uccisi, 12 solo nell'ultima settimana

Corriere della Sera
Amnesty International ha aggiornato a oltre 600 il numero dei manifestanti uccisi in Iraq dall'ottobre 2019 e ha denunciato un forte aumento della repressione, con 12 manifestanti uccisi solo nell'ultima settimana a Baghdad, Bassora, Kerbala e Diyala.

La campagna di morte delle autorità irachene è dunque ripresa, con l'impiego di proiettili veri e delle micidiali granate a uso militare di produzione serba e iraniana. Uno degli episodi più gravi è accaduto il 21 gennaio a Baghdad sul cavalcavia della strada a scorrimento veloce Mohammed al-Qasim, presidiata da veicoli blindati con le insegne di un'unità speciale d'élite che risponde direttamente al primo ministro.

I militari che stavano sul cavalcavia hanno preso alcuni manifestanti e li hanno scaraventati giù, da sette metri di altezza. Un fotografo ha ripreso un uomo che improvvisa una danza della vittoria dopo aver sparato una granata dal cavalcavia contro i manifestanti che si trovavano sulla strada sottostante. La sera del 21 gennaio, sempre a Baghdad, la Guardia presidenziale ha invaso le strade di al-Dora, un quartiere residenziale e commerciale situato nella zona meridionale della città.

Questa è la testimonianza di un ragazzo che ha preso parte alle manifestazioni sin da ottobre: "Le forze presidenziali erano presenti in massa al posto di blocco. A un certo punto hanno iniziato a sparare in aria e a catturare persone, giovani soprattutto. Siamo scappati in direzione di via al-Tuma, riparandoci nelle caffetterie, nei negozi e in una palestra. Ci hanno inseguiti sin lì portando via alcuni di noi e le persone che cercavano di fermarli. Poi hanno strappato i telefonini dalle mani di coloro che stavano riprendendo la scena e hanno arrestato chi opponeva resistenza". A Bassora, le notti del 21 e del 22 gennaio le forze di sicurezza hanno disperso le manifestazioni con brutali pestaggi e usando proiettili veri.

Ecco una testimonianza raccolta dalla città: "Le forze di sicurezza arrivavano verso le 23 o intorno alla mezzanotte, quando i manifestanti erano di meno, e iniziavano a sparare. Come se fossero venute lì per ucciderci. Ho visto molte persone venire immobilizzate a terra e picchiate, alcuni avevano 14-15 anni. Quando tornavano nella zona dove era concentrato il grosso delle proteste, ci mostravano i segni delle bastonate e delle manganellate sulla schiena".

Riccardo Noury

lunedì 30 dicembre 2019

Nel "nuovo" Iraq la repressione uccide, sparizioni, milizie spadroneggiano. 450 morti e 10.00 feriti nelle ultime manifestazioni.

L'Espresso
Esecuzioni, sparizioni, milizie che spadroneggiano. Però le manifestazioni contro la corruzione, dopo 450 morti e diecimila feriti, non si placano. "Resteremo in piazza, sempre", dicono i militanti dal quartier generale nel garage Sinak. 


L'entrata del garage Sinak è un cancello chiuso da un lucchetto. Di fronte, seduti su sedie di plastica due ragazzini: cappellini con visiera in testa, ai piedi scarpe da ginnastica lise. Sono il servizio d'ordine dell'autorimessa, uno dei due edifici occupati dai manifestanti iracheni che dall'inizio di ottobre stanno animando proteste di massa nella capitale e nel resto del paese. Sorvegliano chi entra e chi esce, controllano borse e giacche, documenti e identità per evitare che si infiltrino sconosciuti in combutta con le milizie. Per evitare un altro massacro al garage Sinak.

Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre scorso gruppi di uomini armati non identificati hanno assaltato l'edificio uccidendo venti manifestanti e ferendone più di cento. Un attacco sanguinoso, coordinato, parte della campagna di violenza e intimidazione contro i manifestanti che hanno riempito le strade.

Il dottor Muslim Ben Aqeel Ismael al garage Sinak conosce uno per uno i sopravvissuti, era qui anche la mattina dopo il massacro, tra le stanze date alle fiamme sul tetto e gli angoli delle pareti ancora sporchi del sangue delle vittime. Stringe la mano a Hussein, che quella notte era lì. È stato pugnalato alla mano e al braccio destro. Alza la manica della tuta per mostrare i segni delle ferite.

I pochi che restano a Sinak, oggi, sono quelli che hanno visto. Erano lì quando i corpi senza vita dei compagni venivano lanciati dal sesto piano del garage, e una dottoressa trascinata via, uccisa, il suo corpo abbandonato sul ponte antistante. Chi resta oggi a Sinak aspetta il ritorno dei manifestanti picchiati e catturati. Ammesso che ritornino. Mohammed ha il braccio fasciato da una benda, un panno blu lo sostiene intorno al collo. 

È stato colpito da un proiettile, un pezzo è ancora all'interno del braccio. Ma in ospedale Mohammed non va. Perché ha paura di essere schedato. "Chi veniva trasportato negli ospedali pubblici all'inizio delle proteste", dicono, "non è mai tornato indietro".

di Francesca Mannocchi

domenica 1 dicembre 2019

Iraq, le rivolte di piazza come una guerra civile: 400 morti in due mesi

Il Dubbio
Il 28 novembre l’assalto al consolato iraniano di Najaf. Le proteste, nate contro il caro vita e la corruzione, ora si spostano contro Teheran e la sua influenza politica e militare sul paese arabo.


Dopo quasi due mesi di proteste anche violente che hanno causato quasi 400 morti, nuovi scontri e nuove vittime si sono registrate in Iraq, dove un ulteriore salto di qualità si è determinato con l’assalto al consolato iraniano di Najaf. 


Gli scontri più violenti si sono accesi a Najaf e Nassiriya, oltre che a Baghdad. Siamo nell’area sciita, eppure da un po’ di tempo nel mirino degli iracheni c’è l’Iran con la sua influenza crescente sul paese mesopotamico. Najaf è uno dei centri più sacri e importanti dell’islam sciita iracheno, e qui si è sempre vissuto un rapporto altalenante col primo paese sciita al mondo, l’Iran.

Accanto alle affinità e al sostegno anche politico del recente passato, infatti, c’è anche una rivalità etnica tra arabi e persiani e religiosa per la guida del mondo sciita. Così dal 1 ottobre le proteste contro il carovita e la corruzione hanno preso di mira l’attuale governo iracheno. Questo è stato sul punto di dimettersi, ma poi in suo sostegno è intervenuto l’Iran che blindato il premier Adel Abdul Mahdi, e a quel punto la rabbia dei manifestanti si è diretta anche contro Teheran. Anche perché nel frattempo milizie sciite filo iraniane hanno a più riprese avuto responsabilità nella morte di diversi manifestanti iracheni.

Un bilancio che ormai ha quasi raggiunto i 400 morti ufficiali, fra cui le 14 vittime di ieri a Nassiriya, dove si sono registrati almeno 70 feriti quando prima dell’alba le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti. A Najaf, invece, è stato assaltato il consolato iraniano, e le forze armate hanno annunciato la creazione di un’unità di crisi per ripristinare l’ordine.

Una folla di manifestanti ha dato alle fiamme il consolato di Teheran, urlando «l’Iran fuori dall’Iraq». Le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni e pallottole vere per disperdere i dimostranti, due dei quali sarebbero rimasti uccisi. Il personale diplomatico iraniano era stato evacuato prima dell’attacco. Da Teheran è arrivata la condanna per l’assalto, e la richiesta di punire i responsabili. Il ministero degli Esteri dell’Iraq ha subito condannato l’attacco affermando che esso mira a danneggiare ‘ i rapporti storici dell’Iraq con l’Iran’.

Valerio Sofia

lunedì 7 ottobre 2019

Iraq, cresce la protesta in un paese stremato da povertà e corruzione, 100 morti

La Repubblica
Anche l’ayatollah Sistani critica il governo: “Risponda alle esigenze del popolo”
Moqtada Sadr, il potente leader politico e clerico sciita, ha chiesto le dimissioni del governo iracheno del primo ministro Adel Abdel Mahdi. Dopo una settimana di violente proteste di piazza, in cui sono morti almeno 100 cittadini, Moqtada prima ha congelato la partecipazione dei suoi deputati ai lavori del parlamento e poche ore più tardi ha chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate. 


"Per evitare ulteriori spargimenti di sangue iracheno, il governo deve dimettersi e le elezioni anticipate devono essere tenute sotto la supervisione delle Nazioni Unite", ha scritto Moqtada Sadr in un messaggio che il suo ufficio ha fatto avere ai media.

L'annuncio di Sadr arriva poche ore dopo l'intervento dell'ayatollah Alì Sistani. La massima autorità sciita dell'Iraq (che ha un profondo seguito anche fra gli sciiti dell'Iran) ha riconosciuto le ragioni dei manifestanti, e ha invitato il governo a scegliere la strada delle riforme politiche ed economiche invece di quella della repressione violenta. "Agite con la politica prima che sia troppo tardi", ha fatto dire Sistani da un suo assistente al sermone del venerdì nella città santa sciita di Karbala.

L'intervento di Sistani in qualche modo ha spinto Moqtada alla dichiarazione che di fatto mette in crisi il governo, che senza i voti del partito sadrista non ha la fiducia dell'Assemblea nazionale. Anche ieri Bagdad e le principali città dell'Iraq sono state infiammate da proteste a cui la polizia ha risposta sparando pesantemente sui civili. Testimoni hanno raccontato ai giornalisti della Reuters di aver visto manifestanti uccisi con colpi alla testa sparati dai cecchini dell'esercito appostati sui palazzi. A Diwaniya la polizia ha confermato di aver sparato e ucciso 3 dimostranti che stavano provando a dare l'assalto alla sede provinciale del governo,
Ma perché l'Iraq è in rivolta? Perché a 2 anni dalla sconfitta dell'Isis, a 16 anni dalla disastrosa invasione americana del 2003, il paese è in condizioni politiche ed economiche miserevoli. Le proteste di piazza che hanno quasi 70 morti (fra cui una decina di poliziotti) sono innescate da questo: dalla povertà e dall'indignazione per la corruzione della leadership politica, sciita o sunnita che sia.

Il primo ministro sciita Adel Abdul Mahdi, originario di Nassirya, ha detto in tv "non ho la bacchetta magica"; i suoi avversari politici ne approfittano per metterlo in difficoltà di fronte alla popolazione. Oggi sabato il parlamento avrebbe dovuto riunirsi in seduta d'emergenza per discutere il taglio del 5% degli stipendi dei funzionari delle istituzioni dello Stato a favore dei "disoccupati" e delle categorie più deboli.

Vincenzo Nigro

martedì 24 settembre 2019

Iraq - Negata, per motivi "burocratici" la scuola ai figli dei miliziani dell'Isis. Rischio di nuove ondate di radicalizzazione

Corriere della Sera
La denuncia delle ong: espulsi dalle scuole con il pretesto dei documenti mancanti. Il pericolo di nuove ondate di radicalizzazione e dell’aumento del tasso di analfabetismo.



«Tutti gli altri bambini possono studiare. Perché ai miei non è permesso?». Secondo quanto riporta la tv curda Rudaw, Umm Khattab è disperata. Suo marito si è unito all’Isis e poi scomparso. Ora lei è sfollata nel campo di Hamam al Alil, trenta chilometri a sud di Mosul. E non solo non può tornare a casa a causa del disprezzo degli abitanti del suo villaggio e dell’ostracismo della sua tribù. Ma Umm Khattab ogni giorno i suoi figli respinti da scuola.


Ufficialmente il motivo dell’esclusione è di tipo burocratico. I bambini IDP, sfollati, possono frequentare le lezioni nelle scuole gestite da organizzazioni umanitarie, ma non sono ammessi nelle scuole irachene a meno che non abbiano documenti in regola. Molti minori però sono sprovvisti di regolari carte di identità. Durante l’occupazione i miliziani dell’Isis hanno sequestrato ai civili i documenti e hanno impedito alle donne i cui mariti non fossero fedeli alla loro causa di registrare i figli alla nascita. Inoltre nella fuga e nella devastazione registri e anagrafi sono andate distrutte. 


Con il risultato che, secondo l’ong Norwegian Refugee Council (NRC), sono almeno 80 mila le famiglie della piana di Ninive costrette a tenere i figli a casa, nonostante le lezioni siano iniziate già da una settimana.

In realtà un documento del settembre scorso firmato da alti funzionari del Ministero dell’Istruzione di Bagdad accordava il permesso ai bambini privi di documenti di frequentare le lezioni. Tuttavia, secondo l’ong Human Rights Watch, molti presidi agendo in autonomia hanno espulso gli studenti privi di documenti dopo aver concesso solo 30 giorni di tempo per mettersi in regola. Inoltre in alcune scuole sono stati richiesti certificati anche ai genitori, complicando le cose soprattutto a quelle madri rimaste sole dopo l’uccisione dei mariti in battaglia. Così, anche nel caso in cui i bambini abbiano documenti in regola perché nati prima dell’occupazione dell’Isis nel 2014, molti studenti vengono esclusi dall’istruzione solo perché il padre non è più presente o perché la madre non dispone di un certificato di morte del marito o di divorzio.

Secondo Human Rights Watch più che a cavilli burocratici, la negazione del loro diritto allo studio è da imputarsi a motivazioni politiche e a vendette tribali. E va in assoluta controtendenza con i proclami di riconciliazione fatti dai politici all’indomani della sconfitta dello Stato islamico. A molte donne e madri i documenti sono stati negati apertamente perché i loro mariti erano affiliati dell’Isis. Tuttavia — come fa notare Lama Fakih , direttore del Medio Oriente di Human Rights Watch — «negare ai bambini il diritto all’istruzione a causa di qualcosa che i loro genitori potrebbero aver fatto è una forma di punizione collettiva fuorviante». E mette a repentaglio il futuro dell’Iraq minando «l’opera di prevenzione e contrasto dell’ideologia estremista spingendo questi bambini ai margini della società».

L’articolo 18 della Costituzione irachena prevede che a tutti i bambini nati da padre o madre iracheni sia concessa la cittadinanza. Sempre la costituzione garantisce poi a tutti i minori il diritto all’istruzione, senza discriminazioni. E se un governo deve adottare misure per garantire che l’istruzione non venga interrotta durante le crisi umanitarie, tanto più se si considera che il tasso di analfabetismo in Iraq è tra i più alti del mondo con il 47%, non si capisce allora perché i funzionari iracheni stiano attuando una politica del genere. Tanto più se si considera che l’Iraq ha ricevuto aiuti dalla comunità internazionale che ammontano a 250 milioni di dollari solo dagli Stati Uniti. «Alcuni bambini iracheni hanno perso tre anni di istruzione sotto l’ISIS» — ha aggiunto Fakih — «Il governo dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per garantire che i bambini non perdano più anni di istruzione cruciale».

A maggior ragione se si vuole evitare una nuova ondata di radicalizzazione religiosa e che un’altra generazione di ragazzi finisca nelle mani delle milizie jihadiste.


Marta Serafini

lunedì 8 luglio 2019

Iraq - Human Rights Watch: “Detenuti in condizioni degradanti”

Nema News
L’ong statunitense ha ieri accusato il sistema carcerario iracheno di non rispettare gli standard internazionali basilari. Tra i principali problemi il sovraffollamento senza poi dimenticare che in non pochi casi le confessioni sono state estorte tramite tortura. Protesta a Bassora (sud Iraq) per mancanza di lavoro, acqua e le ripetute interruzioni di corrente


Le autorità irachene stanno detenendo migliaia di persone in condizioni “degradanti” e in luoghi sovraffollati. A lanciare la pesante accusa al governo di Baghdad è stata ieri la ong per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw).
L’organizzazione non governativa statunitense ha mostrato alcune fotografie della prigione di Tal Keif nella provincia di Nineve (nord est del Paese) affermando come in questo carcere, insieme a quello vicino di Tasfirat, non vengano rispettati gli standard internazionali basilari.

In una delle fotografie (ad esempio quella che abbiamo utilizzato per questo articolo, ndr), si vedono infatti decine di ragazzi ammassati in un centro di detenzione per giovani. Alcuni sono in posizione fetale. Si può notare, inoltre, come non si veda il pavimento perché interamente ricoperto dai corpi dei detenuti. Un’altra foto mostra una stanza piena di donne e bambini molto magri con vestiti e prodotti per la casa appesi alle pareti. “Due anni fa abbiamo documentato le morti in carcere a causa del sovraffollamento – ha detto all’Associated Press la ricercatrice irachena di Hrw Belkis Wille – vedere che le condizioni [di detenzione] restino così, vuol dire che la popolazione carceraria è ancora minacciata. Tutto ciò è davvero frustrante”.

Secondo infatti Human Rights Watch, nelle prigioni di Tal Keif, Tasfirat e Faisaliyah sono rinchiuse circa 4.500 persone, quasi il doppio della capienza prevista. I detenuti sono per lo più accusati di terrorismo e circa un terzo di loro è già stato condannato e attende di essere trasferito a Baghdad. Ai carcerati, inoltre, non viene accordato il permesso d’incontrare i loro avvocati perché le prigioni non prevedono spazi per incontri.

Le autorità irachene, che hanno dichiarato la vittoria sull’autoproclamato “Califfato islamico” (Isis) nel dicembre del 2017, non forniscono dati ufficiali sui detenuti presenti nelle loro carceri. Secondo alcuni studi indipendenti, il numero dovrebbe aggirarsi intorno alle 20.000 unità e la maggior parte di loro è dietro le sbarre per legami con l’Is. Ma a preoccupare non è solo il sovraffollamento: il sistema carcerario locale è stato accusato dalle ong internazionali e locali di estorcere le confessioni degli imputati con la tortura. Oltre ad essere moralmente inaccettabile, il ricorso alla violenza, sottolineano gli esperti, porterà alla radicalizzazione dei detenuti più vulnerabili. “Le autorità irachene dovrebbero assicurare condizioni all’’interno delle carceri che non alimentino nuovi torti in futuro” ha dichiarato Lama Fakih, responsabile di Hrw per il Medio Oriente. Da qui l’invito della ong statunitense per migliorare le condizioni carcerarie secondo gli standard internazionali e garantire agli imputati processi giusti.

martedì 28 maggio 2019

Sull’Iraq ritorna lo spettro di Camp Bucca. Migliaia di foreign fighters nelle carceri che sono centri di radicalizzazione

Il Manifesto
Stato islamico e foreign fighters. Migliaia di miliziani iracheni e stranieri nelle prigioni di Stato e dei servizi segreti. Che ora rischiano di diventare i nuovi centri della radicalizzazione. 20mila i foreign fighters, 8mila già condannati a morte o all’ergastolo.L’allarme delle ong: processi farsa e torture


Sono trascorsi cinque anni da quando lo Stato islamico prese Mosul, in Iraq, e Abu Bakr al Baghdadi annunciò la nascita del “califfato”. Cinque anni in cui milioni di iracheni sono finiti a vivere sotto il controllo amministrativo e militare di Daesh, intere città sono state rase al suolo e le istituzioni irachene hanno mostrato una volta di più di non essere in grado di garantire sicurezza e stabilità a un paese già collassato.

Nel dicembre 2017 l’allora premier iracheno Al-Abadi annunciava con malcelata soddisfazione la sconfitta dello Stato islamico, ma da allora con cadenza regolare cellule di Daesh fanno saltare in aria kamikaze imbottiti di esplosivo nel paese, a cominciare dalla capitale Baghdad.

Presente con il sangue, l’Isis lo è anche nelle insufficienti e già stracolme prigioni di Stato con decine di migliaia di miliziani già condannati a morte o in attesa di giudizio. Tra loro almeno 20mila foreign fighters che i paesi di origine non vogliono indietro.

Ma i rischi sono consistenti: processi farsa, pena di morte, evasioni e il pericolo concreto di ricreare un nuovo Camp Bucca, il famigerato centro di detenzione statunitense che durante l’invasione dell’Iraq divenne la culla di Daesh, il centro di organizzazione, reclutamento e radicalizzazione del futuro Stato islamico.

Qui era detenuto al Baghdadi, insieme ad altri otto futuri leader del “califfato”, tra cui colui che poi sarà chiamato alla gestione dei foreign fighters, Abu Qasim. Secondo le stime affidate nel decennio scorso al Washington Post dal capo di polizia Saad Abbas Mahmoud, il 90% dei detenuti rilasciati sarebbero tornati a combattere sotto la bandiera del jihad qaedista.

Eppure il rischio non sembra preoccupare i paesi di origine dei foreign fighters. Per una Gran Bretagna che ha revocato la cittadinanza a oltre 100 miliziani per non doversene prendere carico, c’è una Francia che sotto banco tenterebbe accordi con Baghdad, i miliziani francesi dietro le sbarre in cambio di sostegno economico e militare.


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giovedì 7 marzo 2019

#Iraq - 1.500 #bambini torturati e imprigionati per sospetti legami con jihadisti

Il Dubbio
Sono accusati di legami con il jihadismo. La denuncia di "Human Right Watch": molti di loro sono in carcere in base a semplici sospetti, senza lo straccio di una prova, mentre le "confessioni" vengono estorte con la forza.


Li chiamano "baby-jihadisti", alcuni sono poco più che dei bambini, molti sono finiti dentro sulla base di semplici sospetti, senza lo straccio di una prova, anche se la prova che ora stanno affrontando è tra più dura che si possano immaginare. 

"Le autorità irachene e del governo regionale del Kurdistan iracheno hanno incriminato migliaia di minori per terrorismo per presunti legami con il sedicente Stato islamico (Is)". 

È la denuncia che arriva da Human Rights Watch. Secondo l'organizzazione, alla fine dello scorso anno le autorità irachene e curde trattenevano circa 1.500 minori per presunti legami con il gruppo del sedicente Califfo Abu Bakr al- Baghdadi.

La ong statunitense cita dati del governo iracheno e afferma che dall'inizio dell'anno "almeno 185 bambini stranieri" sono stati incriminati per terrorismo e condannati a pene detentive. I minori, afferma l'organizzazione che ha diffuso un nuovo rapporto, sono spesso vittima di arresti arbitrari e costretti a confessioni estorte sotto tortura.

Hrw chiede al governo di Baghdad e al governo regionale del Kurdistan "modifiche immediate alle leggi anti-terrorismo" per porre fine a questi arresti, che costituiscono una violazione del diritto internazionale. Sinora non ci sono commenti da Baghdad ed Erbil. 

L'organizzazione accusa le autorità locali di "arrestare spesso bambini per qualsiasi percepito legame con l'Isis, di usare la tortura per estorcere confessioni e condannare" i sospetti "in processi sommari e del tutto iniqui".

"Questo approccio indiscriminato e punitivo non è giustizia e avrà per tutta la vita conseguenze negative per molti di questi bambini", ha denunciato Joe Becker di Hrw. L'organizzazione afferma di aver parlato lo scorso novembre con 29 minori trattenuti dalle autorità curde per presunti legami con le milizie dello Stato islamico. In 19, riferisce, hanno denunciato di essere stati torturati.

Sempre secondo il rapporto di Hrw, molti dei minori intervistati hanno riferito di essere uniti all'Isis per necessità economiche, per pressioni ricevute dalla famiglia, per fuggire da situazioni di difficoltà, molti perché costretti con la forza. "Per i bambini coinvolti nei conflitti armati ci sono la riabilitazione e il reintegro - ha concluso Becker - non torture e carcere".

Sara Volandri

lunedì 14 gennaio 2019

Iraq. Processi sommari e pena di morte: così ci si sbarazza delle "donne dell'Isis"

Il Manifesto
Il duro prezzo pagato dalle mogli dei miliziani islamisti nei tribunali di Iraq e Siria del nord. Almeno 4.500 le donne arrivate da tutto il mondo. I Paesi di origine accolgono solo i figli. Solo una minima parte di queste donne si è unita allo Stato Islamico per ragioni ideologiche. 

Tutte le altre hanno seguito i mariti divenuti mujaheddin o sono state costrette a sposarli. Oggi che, almeno territorialmente, non esiste più lo Stato Islamico proclamato nel 2014 nel Nord della Siria e dell'Iraq da Abu Bakr al Baghdadi, le donne dell'Isis, così come sono comunemente chiamate, pagano a caro prezzo, anche con la vita, scelte che molto spesso altri hanno fatto al loro posto.

Sono almeno 4.500 le donne giunte dopo il 2014 in Siria e Iraq da tutto il mondo islamico e da diversi Paesi occidentali, con l'intenzione di risiedere con il resto della famiglia nei territori controllati dagli uomini del "califfato". 

Molte di loro sono vedove e hanno figli piccoli. Una presenza "ingombrante" di cui i governi vogliono sbarazzarsi, in ogni modo. Le "occidentali", giunte dall'Europa, rischiano relativamente di meno. Talvolta tornano nei Paesi d'origine dove, dopo aver affrontato un procedimento penale, riescono a cavarsela con qualche anno di carcere.

Invece le "arabe" in Iraq e nei tribunali nel nord della Siria, fuori dal controllo di Damasco, subiscono un processo sommario, che in media dura una decina di minuti raccontano i giornali online mediorientali. In Iraq dai campi di detenzione le donne vengono portate davanti a tre giudici. La corte pronuncia il nome della imputata per il reato di terrorismo e indica il suo paese d'origine.

Dopo un rapido esame dei documenti, i giudici si rivolgono alla donna, chiusa in una gabbia sorvegliata da poliziotti, chiedendole se si dichiara colpevole o innocente. Non viene letto nessun atto di accusa e non c'è dibattimento o interventi degli avvocati della difesa. Nell'aula non c'è il pubblico, assenti i rappresentanti del Paese di cittadinanza dell'imputata. Neanche l'ombra di membri di organizzazioni per i diritti umani.

Se è fortunata la donna sarà condannata all'ergastolo, ma di solito la punizione è la morte per impiccagione, sentenza che viene eseguita immediatamente. I figli in un attimo diventano orfani di entrambi i genitori: il padre morto quasi sempre in combattimento o in un bombardamento, la madre impiccata per aver vissuto nello Stato Islamico. 

Quindi sono mandati nei Paesi di origine dei genitori che si dichiarano pronti ad accoglierli. Secondo il Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione e della violenza politica del King's College di Londra, oltre il 10% degli stranieri che si sono uniti all'Isis erano donne. Alcune erano "schiave del sesso" a disposizione dei combattenti. Altre erano solo mogli che accudivano i figli.

Lo scorso agosto, 1.700 donne dell'Isis, con i loro bambini, sono state catturate nella regione di Tal Afar, in Iraq, dalle forze curde peshmerga e portate a Baghdad. I bambini non accompagnati dalla madre sono stati mandati agli orfanotrofi. Gran parte delle donne sono ancora detenute, in attesa di identificazione o del processo. Tra queste c'è Nuh Suwaidi, uno dei casi più noti. La donna 24enne lasciò Colonia, in Germania, per seguire il marito jihadista Mahmoud, prima in Iraq e poi in Siria. Ha raccontato che giunta in Turchia fu fatta entrare in Iraq.

"Non sapevo nemmeno dove fossi - ha raccontato. Mio marito è partito due giorni dopo il nostro arrivo e si è unito a un gruppo di militanti. Non sapevo dove stesse andando o per quanto tempo. È tornato dopo una settimana per un giorno, e questo si è ripetuto per un anno. Nel frattempo quelli dell'Isis mi hanno insegnato a sparare e hanno anche pubblicato una mia foto ma io non mai partecipato ad azioni armate". Suwaidi adesso teme di essere condannata a morte nonostante sia cittadina tedesca.

I giornali online arabi spiegano che la sorte di molte di queste donne dipende dall'atteggiamento dei loro Paesi d'origine. In molti casi accettano di far rientrare solo i minori, lasciando le madri al loro destino di fronte ai giudici in Iraq e nel nord della Siria. La Russia, il Ciad e l'Indonesia sono gli Stati più clementi e oltre ai bambini spesso sono pronti ad accogliere anche le madri che poi saranno processate. Sono almeno 1.200 i bambini nati nel territorio controllato dal "califfo" al Baghdadi in territorio siriano.
 Michele Giorgio

mercoledì 2 gennaio 2019

Iraq, rientrati in Russia 30 bambini figli di jihadisti Isis. Ancora sono molti i bambini in carcere con le loro mamme appartenenti all'Isis

AskaNews
Trenta bambini russi, le cue mamme sono in prigione in Iraq perchè appartenenti allo Stato islamico (Isis), hanno lasciato il 30 dicembre Baghdad per tornare in Russia. Lo ha riferito una fonte diplomatica russa, aggiungendo che i padri dei bambini, di età compresa tra i tre e i 10 anni, sarebbero rimasti uccisi nei tre anni di guerra combattuta dall’Iraq contro l’Isis. 



Nei giorni scorsi, il presidente ceceno Ramzan Kadyrov aveva annunciato il rientro dei bambini, precisando che 24 di loro sono originari del Daghestan e altri tre della Cecenia.

Sono circa 100 i bambini e le donne rientrati finora in Russia a partire dallo scorso anno, nell’ambito di un programma sostenuto da Kadyrov.

martedì 23 ottobre 2018

Iraq, pena di morte. Il Governo: uccisi per impiccagione 6 condannati

Ansa
Baghdad - Anche con l'esecuzione della pena di morte l'Iraq tenta di combattere il terrorismo nel paese: solo ieri sei persone, riconosciute colpevoli di "terrorismo" dai tribunali militari iracheni, sono state uccise per mezzo dell'impiccagione. 

Lo riferisce il ministero della giustizia di Baghdad, che però non ha precisato la nazionalità dei condannati. 

Solo l'anno scorso, lo Stato iracheno ha ordinato l'uccisione di 111 "terroristi", mentre nei primi nove mesi di quest'anno sono 19 le persone giustiziate dopo aver subito processi per "terrorismo".

martedì 17 aprile 2018

Iraq, pena di morte: 11 persone giustiziate per "terrorismo" e 2 per reati comuni.

Europe1
L'Iraq ha giustiziato 13 persone, tra cui 11 condannate per "terrorismo", ha dichiarato il ministero della Giustizia.

Queste sono le prime esecuzioni dall'inizio dell'anno in Iraq, secondo l'organizzazione per i diritti umani Amnesty International.

Nel 2017, almeno 111 persone sono state impiccate nel paese, secondo la stessa fonte.

Il 15 dicembre, 38 jihadisti condannati a morte per "terrorismo" sono stati impiccati nella prigione di Nasiriya (sud). Tre mesi prima, 42 jihadisti erano stati giustiziati allo stesso modo.

L'Iraq è regolarmente oggetto di critiche da parte diplomatici, esperti e organizzazioni di diritti umani denunciano le numerose condanne a morte emesse quasi quotidianamente dai tribunali anti-terrorismo.

Circa 20.000 persone sono state arrestate durante la contro-offensiva delle truppe irachene per respingere i jihadisti del gruppo Stato Islamico (EI), che aveva preso il controllo della parte del paese nel 2014.

Molti di questi processi hanno già portato alla condanne a morte.

giovedì 22 febbraio 2018

Iraq - HRW: donne, prima schiave dall'Is, poi condannate a morte da Baghdad

Aki
Iraq: Hrw, Eccessiva Condanna a morte Donna Turca Dell'IS.
Contestati anche gli ergastoli ad altre 11 vedove di jihadisti.

E' eccessiva la condanna a morte decisa da un tribunale iracheno nei confronti di una donna turca condannata a morte per appartenenza al sedicente Stato Islamico (IS), mentre altre undici vedove di jihadisti sono state condannate all'ergastolo. 

A contestare le sentenze è Human Rights Watch (Hrw), che afferma che ''sei mesi dopo che circa 1.400 donne straniere e i loro figli si sono arrese insieme ai combattenti all'Is alle forze di sicurezza, i tribunali iracheni hanno condannato le donne all'ergastolo e anche alla pena di morte, pur non avendo commesso crimini violenti''.
Secondo l'organizzazione le sentenze ''sono solo un indicatore di come le persone colluse con l'Is subiscano processi non equi''. Le dodici donne, undici turche e un'azera di età compresa tra i 20 e i 55 anni, sono state arrestate a Mosul o Tal Afar. I loro mariti sono stati uccisi dalle forze irachene che hanno riconquistato le città dell'Iraq settentrionale dall'Is.

lunedì 22 gennaio 2018

Iraq - Pena di morte per terrorismo per la prima cittadina europea

Corriere della Sera
Una cittadina tedesca è stata condannata a morte in Iraq per adesione al gruppo terrorista dello Stato islamico. È la prima volta che la giustizia irachena decide la pena di morte per una donna europea. A pronunciare la sentenza la Corte penale centrale di Bagdad.
La 30enne, di origine marocchina, è stata ritenuta colpevole di "sostegno logistico e aiuto a un'organizzazione terrorista per commettere crimini", ha riferito una portavoce del tribunale. 

La donna ha 30 giorni per presentare ricorso, dopo questo periodo potrà essere giustiziata. 

"L'accusata ha ammesso negli interrogatori di aver lasciato la Germania per la Siria e poi l'Iraq per unirsi all'Isis, con le due figlie che hanno sposato membri dell'organizzazione terrorista", ha aggiunto la portavoce del tribunale. 

I servizi tedeschi stimano che 910 persone abbiano lasciato la Germania per unirsi all'Isis in Iraq o Siria, circa un terzo dei quali è rientrato in Germania, fra cui 70 persone considerate combattenti. Altri 145 sono stati uccisi, 190 tedeschi erano partiti con i figli.

domenica 7 gennaio 2018

Iraq. I patiboli (invisibili) e il silenzio dell'Occidente.

Corriere della Sera
Il regime di Bagdad ha festeggiato la sconfitta dell'Isis, dopo una guerra sfibrante, riapplicandosi alle esecuzioni capitali di "terroristi", soprattutto sunniti. Noi occidentali dovremmo imparare ad analizzare meglio le conseguenze della fine di un conflitto. 

Soprattutto a sorvegliare che non vengano commesse ingiustizie: in particolare laddove ci consideriamo vincitori, o, quantomeno, nei posti in cui le cose, sotto il profilo militare, sono andate come era nei nostri auspici. E invece...

Il 2017 è stato l'anno del tracollo dell'Isis, per fronteggiare il quale ci eravamo alleati con entità abbastanza virtuose (i curdi) ed altre meno raccomandabili, come il regime di Bagdad. Regime del quale, adesso che "abbiamo vinto", non dovremmo mai perdere d'occhio la gestione del dopoguerra, quantomeno in tema di amministrazione della giustizia. O, per essere più precisi, della somministrazione di sentenze capitali.

Non è questa la sede per riproporre la totale ripulsa, ovunque in ogni parte del mondo, di quel genere di pena. Qui ci limitiamo ad alcune considerazioni su come essa viene applicata in Iraq. Con una premessa: nel 2013, l'anno che precedette la nascita di Daesh, gli iracheni mandati al patibolo furono 169, tra i record dell'orbe terracqueo. Con l'aggravante che quella pena era utilizzata soprattutto su presunti rei d'osservanza sunnita. Nel marzo di quell'anno, il viceministro della Giustizia Busho Ibrahim annunciò di aver mandato alla forca venti "oppositori" e la ministra degli Esteri europea, Catherine Ashton, levò il suo grido di dolore contro quella rivelazione dicendosene "profondamente rammaricata".

A fine 2013 Amnesty International certificò che l'incremento di sentenze capitali in Iraq, rispetto all'anno precedente, era stato del 30%. Molti di quegli impiccati - dopo processi che lasciavano a desiderare - erano, ripetiamo, sunniti. E nella popolazione sunnita fu questo un argomento fra i più persuasivi che agevolò il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche. Il 24 giugno 2014 Abu Omar al-Baghdadi proclamò nella moschea di al-Nuri a Mosul la nascita dell'Isis e il califfato si distinse immediatamente con la vendicativa messa a morte di molti "prigionieri" orribilmente decapitati davanti alle telecamere: David Haines, Alan Henning, James Foley, Steven Sotloff, Peter Kassig, Hervé Gourdel, il giapponese Haruna Yukawa, in un crescendo che lasciò senza fiato il mondo intero. Venne, poco dopo, il ritrovamento di una fossa comune, ad Hamam al-Alil, con cento cadaveri decollati. Poi fu la volta delle immagini di un bambino - d' una decina d'anni, vestito di nero - che "giustiziava" con una calibro 9 due supposte "spie russe". E successivamente di un altro piccolo - avrà avuto quattro o cinque anni - che pigiando un pulsante faceva saltare in aria un'auto con a bordo tre "condannati".

Gridammo tutti all'orrore: in quei giorni giurammo pubblicamente che, nel caso l'Isis fosse stata sconfitta, avremmo fatto sì che quelle mostruosità non si ripetessero. E facemmo valere la circostanza che nel 2015, anno in cui finalmente ci eravamo impegnati in una lotta senza quartiere contro Daesh, nella retrovia irakena, anche per merito nostro, erano stati punite con la pena di morte "appena" ventisei persone. Sempre troppe, ma decisamente meno numerose di quelle che avevamo dovuto conteggiare tre anni prima. E in numero minore anche di quelle uccise tra il 2014 e il 2015 dagli uomini del califfo.

Nel 2017 infine, a prezzo di una guerra sfibrante, l'Isis è stata sconfitta, quantomeno nel suo insediamento territoriale. Sicché il regime di Baghdad è tornato pienamente in possesso della sua sovranità. E come ha festeggiato? Riapplicandosi alle esecuzioni capitali di "terroristi", prevalentemente sunniti. A fine anno le autorità irachene hanno rivelato che nel corso dell'autunno in soli due giorni (25 settembre e 14 dicembre) ne sono stati fatti fuori un'ottantina, al cospetto del ministro di giustizia Haidar Al-Zamili. Il quale Al-Zamili ha spiegato che le condanne a morte erano state, a novembre, 459 a fronte di 1.490 assoluzioni e in ciò, a suo dire, sarebbe la prova di una giustizia amministrata con equità. Ma l'organizzazione Human Rights Watch ha fatto presente che in alcuni casi i processi sono durati poco più di un'oretta, Amnesty International ha eccepito circa la loro regolarità e il pur contestato Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite guidato dal principe giordano Zeid Raad Zeid al-Hussein ha chiesto l'immediata sospensione delle esecuzioni irachene.
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Paolo Mieli

lunedì 25 dicembre 2017

Yazidi dimenticati nei campi profughi in Iraq. La storia di Aziz di 23 anni.

The Submarine
La testimonianza di Aziz, un ragazzo yazida di ventitré anni che vive nel campo profughi di Bersive, nel Kurdistan iracheno, insieme alla moglie e al figlio di un anno.


Aziz fa parte della minoranza religiosa yazida, perseguitata da decenni. È stato costretto ad abbandonare la sua casa sul monte Sinjar quando Daesh ha occupato la regione, il 3 agosto 2014. 

Oltre tremila yazidi, anche bambini, sono stati uccisi, mentre donne e ragazze sono state rapite e violentate. I pochi sopravvissuti hanno cercato riparo sul Monte Sinjar, senza cibo, acqua né vestiti. Aziz racconta che ha vissuto per una settimana dormendo all’aria aperta, senza mangiare né dormire. I kurdi, insieme all’aiuto degli uomini yazidi superstiti, sono riusciti ad aprire un corridoio fra il monte Sinjar e la Siria, per mettere in salvo i civili bloccati sulle pendici del monte per l’assedio di Daesh.

Una volta arrivati in Siria, gli yazidi sopravvissuti sono stati trasferiti in Kurdistan iracheno, in alcuni campi profughi. Aziz vive nel campo di Bersive da tre, vicino alla città di Zacho. L’assistenza umanitaria nel campo, però, è insufficiente e le condizioni di vita sono precarie.

Aziz ci racconta la situazione del campo, spiegando che mancano i servizi di base. Le famiglie yazide vivono in tende, sia d’estate sia in inverno, soffrendo ogni temperatura. I servizi igienici sono condivisi e non sono adeguati. Specialmente in estate i rifugiati di Bersive sono abbandonati a se stessi. D’inverno, per scaldarsi, le famiglie accendono fuochi bruciando quello che trovano e molte volte nascono incendi.
La mattina del 23 dicembre, per esempio, diverse tende sono andate a fuoco nel campo e questa volta, per fortuna, non è morto nessuno.

Le condizioni del campo erano già state denunciate da un rapporto di Amnesty International a febbraio 2015, in cui si diceva che il campo di Bersive ospitava circa 10.000 persone in tende non isolate e che, quando pioveva, l’acqua le allagava. Inoltre, Amnesty evidenziava la mancanza di acqua calda e il numero di bagni proporzionalmente non adeguato agli standard delle crisi umanitarie.

Bersive non è l’unico campo profughi in Kurdistan iracheno. Per esempio, il campo di Baharka, nella periferia di Erbil, è il più conosciuto e ospita rifugiati iracheni e palestinesi in condizioni difficili.

I campi profughi non riescono a ospitare tutti gli sfollati iracheni e i profughi provenienti dalla Siria e per questo motivo nascono molti campi informali. Chiaramente, senza avere i servizi adeguati. Molte persone vivono in edifici abbandonati, in costruzione oppure in campi non ufficiali, senza acqua né elettricità e in condizioni igienico-sanitarie davvero scarse. 

In inverno le temperature nella regione sono molto basse e non avendo coperte e vestiti a sufficienza per scaldarsi, i profughi sono costretti ad accendere fuochi con quello che trovano, non avendo neanche il carburante adatto. Bruciano carta, plastica, rischiando di ammalarsi per i fumi inalati. La maggior parte dei bambini non va a scuola. Pochi seguono le lezioni fornite dalle ONG presenti nei campi, mentre molti sono costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie.
Le uniche speranze vengono date dai civili che portano aiuti.

Aziz racconta che gli yazidi che vivono a Bersive hanno paura e non si sentono al sicuro, perché la loro minoranza è stata perseguitata più volte, per motivi religiosi, e questo potrebbe accadere di nuovo. Per cercare di andare avanti e sopravvivere alla condizione in cui si trova, il ragazzo lancia continui appelli sui social network per chiedere aiuto alle grandi organizzazioni e per dar voce a una minoranza troppo spesso dimenticata. Infatti, le organizzazioni che si occupano di fornire assistenza agli yazidi sono poche. 

Ricordiamo Yazda, l’organizzazione no-profit che attua opere di sensibilizzazione per dar voce al genocidio yazida e sostenere la minoranza.

giovedì 21 dicembre 2017

Iraq. Hrw: si teme sparizione forzata per oltre 350 detenuti nel Kurdistan

Nova
Oltre 350 detenuti nella zona di Kirkuk, nella regione del Kurdistan iracheno, potrebbero essere stati vittime di sparizione forzata. Lo riporta oggi l'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw). Le presunte vittime sono prevalentemente arabi sunniti sgomberate a Kirkuk o residenti nella città, detenuti dalle forze di sicurezza del governo regionale, Asayish, per sospetta di affiliazione allo Stato islamico. 
Prigionieri condotti nel carcere di Kirkuk
Quando le forze irachene centrali hanno ripreso controllo della zona di Kirkuk nello scorso ottobre, secondo dati di Hrw, i prigionieri non si trovavano più nelle strutture di detenzione locali.

Lo scorso novembre si sono quindi svolte dimostrazioni a Kirkuk, in seguito alle quali il primo ministro iracheno, Haider al Abadi, ha ordinato un'inchiesta sui detenuti, inviando una delegazione a Kirkuk. L'ex responsabile del comitato di sicurezza del Consiglio provinciale di Kirkuk, Azad Jabari, ha tuttavia negato che le Asayish siano responsabile delle sparizioni, accusandone invece le forze statunitensi precedentemente presenti nella zona; Jabari ha sottolineato che gran parte delle sparizioni sarebbe avvenuta infatti dal 2003 al 2011.

Le forze di sicurezza del governo curdo Asayish avrebbero tuttavia consegnato alle forze irachene locali, in seguito a tali dichiarazioni, 105 detenuti che da Kirkuk erano stati trasferiti a Sulaymaniyya, come comunicato a Hrw dal governatore di Kirkuk, Rakkan Said. 

26 persone intervistate da Hrw tra novembre e dicembre sarebbero inoltre testimoni di 27 arresti di arabi sunniti, avvenuti a Kirkuk ad opera di Asayish dal 2015 in avanti; gli intervistati hanno affermato di non essere più riusciti a comunicare con gli arrestati e di non aver ricevuto alcuna informazione ufficiale su di loro né da Asayish né da altre forze. 

Lo scorso 18 dicembre Hrw ha contattato Dindar Zebari, presidente dell'Alto comitato del governo regionale curdo per la Valutazione sui rapporti sulle organizzazioni internazionali, con l'intento di ottenere notizie circa i detenuti nella zona di Kirkuk. Zebari non avrebbe fornito risposte.

sabato 16 dicembre 2017

All'indomani delle 38 condanne eseguite nel carcere di Nassiriya in Iraq, l'ONU chiede moratoria esecuzioni pena di morte

Aki
Ginevra - L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto al governo iracheno di "stabilire una moratoria immediata sull'uso della pena di morte", dicendosi "profondamente scioccato" per le 38 sentenze capitali per terrorismo eseguite ieri nel Paese.
"Siamo profondamente scioccati e basiti per l'esecuzione di massa di 38 uomini avvenuta giovedì nella prigione della città di Nassiriya, nel sud dell'Iraq", ha dichiarato la portavoce dell'Alto Commissariato, Liz Throssell, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

"Questi 38 prigionieri sono stati condannati per reati legati al terrorismo", ha detto, ma "sembra estremamente dubbio che in questi 38 casi siano state rispettate le garanzie per un processo giusto ed equo", ha aggiunto.

"Ancora una volta, esortiamo le autorità irachene a sospendere tutte le esecuzioni, a stabilire una moratoria immediata sull'uso della pena di morte e a procedere con una revisione completa del loro sistema di giustizia penale", ha proseguito la Throssell.

L'Alto Commissario per i diritti umani finora ha registrato 106 esecuzioni in Iraq quest'anno. Lo scorso 24 settembre, nel carcere di Nassiriya, sono stati giustiziati altri 42 detenuti sempre per il reato di terrorismo.

venerdì 15 dicembre 2017

Iraq - Esecuzione di massa a Nassiriya di 38 detenuti jihadisti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nassirya (Iraq) - Trentotto jihadisti condannati a morte per "terrorismo" sono stati giustiziati giovedì scorso nel carcere di Nassiriya, nel sud dell'Iraq.


Questo è il più grande numero di esecuzioni in Iraq dopo i 42 condanne a morte eseguite il​25 settembre nella stessa prigione.

"L'amministrazione carceraria ha giustiziato giovedì alla presenza del ministro della Giustizia Haidar al-Zameli, nel carcere di Nassiriya, 38 prigionieri del braccio della morte appartenenti ad Al Qaeda e Da'esh accusati di svolgere attività terroristiche", ha detto. Dakhel Kazem, vice direttore della Commissione di sicurezza del consiglio provinciale di Zi Qar.

Queste esecuzioni hanno avuto luogo dopo la conferma del verdetto del Consiglio Presidenziale, come prevede il Ministero della Giustizia.

Tutti i detenuti giustiziati giovedì erano iracheni. Una fonte del carcere afferma che uno di loro era di nazionalità svedese.

Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty International 
del Medio Oriente ha dichiarato: "Praticando le esecuzioni di massa, la seconda in tre mesi, le autorità irachene hanno ancora una volta mostrato un flagrante disinteresse per la vita e la dignità umana" .

"Le vittime dell'Isis meritano giustizia e non esecuzioni di massa dopo processi frettolosi e imperfetti", ha detto. "Le persone che hanno commesso attacchi mortali contro la popolazione civile devono essere processate, ma le esecuzioni non sono una risposta".


ES

Fonte: AFP

domenica 5 novembre 2017

La storia dei cristiani in Siria e Iraq appare alla vigilia della fine. di Andrea Riccardi

Corriere della Sera - Opinioni
di Andrea Riccardi
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal «califfato» un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano.


Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate.Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani. Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent’anni fa tra Siria e Iraq l’accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell’antica Chiesa d’Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio. Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all’islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d’Israele.

Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c’è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov’erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la «N» in arabo, per indicare «nazareni», i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l’islamismo?