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mercoledì 21 settembre 2022

Rifugiati - Dal 2015 richieste di asilo in Europa in calo: dimezzate in Italia

Truenumbers
Gli ultimi dati sulle richieste d’asilo mostrano come dal 2014 le domande per la concessione dello status di rifugiato siano in calo in tutta Europa. Per la precisione, rispetto al 2016, l’Italia ha visto dimezzarsi le domande per la richieste d’asilo che sono calate di 50,7 punti percentuali. 
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Lo mostra bene in grafico in apertura attraverso il quale si può seguire l’andamento delle richieste d’asilo in Europa. Il calo, che non riguarda tutti i Paesi, ci fornisce una mappa dello stato della migrazione nel Vecchio Continente. Per quanto riguarda la comunità europea il tasso di richiesta d’asilo è pari a 1,7 domande ogni 1000 abitanti, in Italia si registra invece un flusso pari a 0,9 domande d’asilo ogni 1000 abitanti
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Il Paese che riceve più richieste di asilo in Europa è la Germania
La Germania è il Paese europeo che gestisce più richieste d’asilo. Per la precisione nel corso del 2021 le persone che hanno chiesto lo status di rifugiato a Berlino sono state 190.545, di queste 148.175 lo hanno fatto per la prima volta. In Italia, a titolo di confronto, nel 2021 sono state 45.200 le richieste (a fronte di 67.040 sbarchi). Questo vuol dire che la Germania, rispetto al nostro Paese, gestisce circa il triplo di richieste d’asilo. Per il Paese guidato dal Cancelliere Olaf Scholz, il più popoloso d’Europa (80 milioni di abitanti contro i 60 dell’Italia), il flusso di immigrazione rappresenta un pilastro dell’economia: l’unica soluzione per fare fronte alla carenza di manodopera specializzata; la Germania si prepara infatti a dover gestire un “buco” di circa 240mila lavoratori specializzati che potrebbe rappresentare un reale pericolo per l’economia tedesca.
Il piano tedesco per aumentare il flusso di lavoratori extracomunitari

Per questo Berlino è già corsa ai ripari promuovendo, per la prima volta in Europa, la possibilità per i cittadini extracomunitari di ottenere la doppia cittadinanza. [...]

Dopo la Germania, nella classifica dei Paesi Ue per richieste d’asilo, troviamo Francia, Spagna e Italia. La Francia è l’unico Paese Ue dove le richieste superano le 100mila, come è possibile vedere nel grafico qui in alto che mostra come Italia e Spagna ricevano circa lo stesso numero di richieste di asilo, una quota ampiamente sotto i numeri di Germania e Francia. Dopo l’Italia il dato delle richieste diminuisce progressivamente, con l’Austria che gestisce (rispetto al nostro Paese) il 34,36% di richieste di protezione internazionale in meno e il Belgio con più del 100% di domande per lo status di rifugiato in meno. Scendendo nella classifica dei paesi Ue per richieste d’asilo arriviamo infine all’Ungheria; qui le richieste scendono verticalmente: nel 2021 il Paese guidato da Viktor Orban ha gestito in tutto solo 40 richieste d’asilo. D’altronde l’Ungheria è il Paese europeo dove è presente il più lungo muro anti migranti.
[...]
In Europa i richiedenti asilo provengono in totale da 138 Paesi differenti, non mancano gli apolidi, ovvero quello persone che non possiedono la cittadinanza di nessuno stato. Il primo Paese di provenienza dei richiedenti asilo nel 2021 in Ue è la Siria, seguito dall’Afghanistan e dall’Iraq come mostra il grafico qui in alto. Naturalmente oggi nel 2022 il Paese da cui provengono la maggior parte dei richiedenti asilo in Ue è l’Ucraina come spieghiamo qui sotto nel focus Ucraina.

Accoglienza migranti, focus Ucraina: in Italia accolti 159mila sfollati
I dati fin qui delineati e relativi al 2021 non tengono conto della crisi Ucraina la quale cambia radicalmente il volto dell’immigrazione e delle richieste d’asilo in Europa. Secondo l’Unhcr l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha provocato il più grave flusso migratorio in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Dal 24 febbraio, data d’inizio del conflitto, sono più di 5 milioni le donne, i bambini e gli uomini ucraini in fuga dalla guerra. Gli stati confinanti con l’Ucraina sono quelli che hanno accolto più profughi: la Polonia è il Paese dell’Ue che ha concesso il maggior numero di protezioni temporanee agli ucraini fuggiti dopo il 24 febbraio, le prime cifre parlano di 675.085 richiedenti asilo, di questi il 54% sono minori di 18 anni il 66% donne. In Italia gli ultimi aggiornamenti parlano di 159mila persone provenienti dall’Ucraina che hanno chiesto al nostro Paese lo status di rifugiati per essere accolte principalmente a Roma, Milano, Napoli e Bologna.

I dati si riferiscono al: 2021-2022 - Fonte: Commissione europea

giovedì 2 dicembre 2021

Foto del Giorno - "Rifugiati alle frontiere dell'Europa"

Blog Diritti Umani - Human Rights

Foto del giorno
"Rifugiati alle frontiere dell'Europa" 


Di questa foto potremmo ricercarne la provenienza, ma non è rilevante! Situazioni simili dove i rifugiati e i migranti sono "accolti" da arresti, violenze e violazioni dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo sono presenti in differenti luoghi sulle frontiere europee e avvengono ogni giorno: sulla rotta balcanica, in Grecia, in Ungheria, Turchia, Polonia, ...
Non si vede lo sguardo della bambina, solo immaginarlo da la misura delle tragedie che ogni giorno si verificano alle porte dei nostri paesi ...

ES


domenica 12 settembre 2021

Emergenza migranti. La "fortezza Europa" non risponde con l'accoglienza ma con nuovi muri in Lituania, Grecia, Polonia che si aggiungono ai muri già costruiti in Bulgaria, Turchia, Croazia e Slovenia e altri.

Wired
La Lituania costruirà una barriera lunga 508 chilometri, la Grecia ne ha già completati 40 e la Polonia ne innalzerà altri 130. Oltre mille chilometri di recinzioni percorrono i confini europei.


Si stagliano invalicabili per oltre mille chilometri i muri anti-migranti eretti dai paesi europei negli ultimi anni. I confini orientali dell’Unione sono ormai delineati da schermi di ferro, filo spinato e muri che fanno sfigurare quello messicano voluto dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Da quando la crisi migratoria del 2015 ha messo in mostra le carenze strutturali dell’Unione in tema di accoglienza, gli stati membri hanno eretto sempre più ostacoli, per impedire l’arrivo dei migranti dall’Africa, dal Medio Oriente o da altri paesi limitrofi, creando quella che viene chiamata la “fortezza” europea.

Ora, anche a causa della nuova crisi in Afghanistan, si stanno innalzando sempre più velocemente nuovi muri, equipaggiati con le ultime tecnologie di sorveglianza. Negli ultimi giorni la Grecia ha completato 40 chilometri di muro al confine con la Turchia, mentre i governi di Polonia e Lituania hanno approvato la costruzione di nuove barriere lungo tutto il confine con la Bielorussia.

Il muro greco
La presa di Kabul da parte dei talebani ha scatenato in tutta Europa il timore di dover affrontare una nuova ondata migratoria come nel 2015, quando più di un milione di persone ha tentato di attraversare le frontiere passando per la penisola ellenica. 

In Grecia si trovano già più di 400 agenti di Frontex(l’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera), diverse decine di veicoli, equipaggiati con videocamere termiche e cannoni sonori, otto motovedette e due palloni aerostatici dotati di telecamere di sorveglianza ibride con sistemi di identificazione automatica. 

Un apparato high tech di sorveglianza al quale vanno aggiunti 40 chilometri di muro, anch’esso provvisto di sistemi di riconoscimento e radar per individuare i migranti, terminato da pochi giorni lungo il confine con la Turchia e progettato da tempo.

Il blocco lituano
A inizio agosto, il parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il paese dalla sua ex compagna sovietica: la Bielorussia. 

Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che, non a torto, ricordano come lo stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. 

Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà e approvazione verso la costruzione della nuova barriera.

La frontiera polacca
La Polonia è l’ultimo paese europeo ad aver iniziato la costruzione di un muro anti-migranti, sempre al confine della Bielorussia. La recinzione sarà alta circa 2 metri e mezzo e lunga circa 130 chilometri. Secondo le dichiarazioni del ministro della difesa polacco, Mariusz Błaszczak verrà anche aumentata la presenza militare lungo il confine, raggiungendo le 2000 unità militari impiegate.

Le altre barriere
Tra Bulgaria e Turchia esistono già circa 200 chilometri di filo spinato, torrette presidiate da militari e videocamere a infrarossi e sensibili al calore. L’Ungheria ha già eretto più di 500 chilometri di recinzione lungo il confine con Croazia e Serbia, mentre l’Austria ne ha costruita una di 3 chilometri con la Slovenia, che ne ha eretta un’altra di 200 con la Croazia. Inoltre altre recinzioni separano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in Marocco, e il porto di Calais, in Francia.

Kevin Carboni

mercoledì 17 febbraio 2021

Bielorussia - Nel cuore dell'Europa dopo aver arrestato gli oppositori, rappresaglie contro gli attivisti, difensori dei diritti umani

Amnesty International
Dopo aver arrestato o costretto all’esilio praticamente chiunque fosse associato all’opposizione politica del paese, le autorità della Bielorussia hanno iniziato a prendere di mira i difensori dei diritti umani e i giornalisti, il cui unico “reato” è documentare la repressione in corso dal contestato esito delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020.


Nelle prime ore del 16 febbraio la polizia ha effettuato incursioni nelle sedi del Centro per i diritti umani “Viasna”, dell’Associazione dei giornalisti, del sindacato indipendente REP e nelle abitazioni di appartenenti a questi organismi e di altre decine di attivisti della società civile.

Queste operazioni repressive, che hanno avuto luogo a Minsk, Homel, Mahilyou, Vitsebsk e Brest, sono state svolte nell’ambito di indagini del tutto pretestuose per la presunta violazione dell’art. 342 del codice penale bielorusso (“organizzazione e preparazione di azioni per turbare gravemente l’ordine pubblico”) allo scopo, secondo le autorità inquirenti, di “chiarire le circostanze del finanziamento delle azioni di protesta”.

lunedì 1 febbraio 2021

Bielorussia, nel cuore dell'Europa, violazioni dei diritti umani nelle carceri e l'impunità per i torturatori

La Repubblica
Il nuovo dossier di Amnesty International fa luce sulle violenze commesse dalle autorità bielorusse contro i manifestanti che hanno protestato contro i risultati elettorali dell'agosto 2020. 

Le autorità della Bielorussia hanno usato il sistema giudiziario nazionale come un'arma per punire il dissenso e le vittime della tortura, anziché i responsabili di quelle violenze. 

È quanto afferma il report di Amnesty International "Bielorussia: voi non siete esseri umani", pubblicato ieri. La ricerca della giustizia in Bielorussia è "senza speranza", si legge nel report, ed è per questo che Amnesty International richiede l'attenzione della comunità internazionale.

Nessuna denuncia contro le autorità - Le autorità bielorusse hanno ricevuto oltre 900 denunce di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia ai danni di civili, a seguito della repressione brutale e di massa scatenata contro il dissenso dopo le elezioni dell'agosto 2020. Eppure, non è stata avviata neppure un'indagine in merito. Le uniche indagini sono quelle contro i manifestanti pacifici: a fine ottobre erano oltre 600 i fascicoli aperti e oltre 200 le persone incriminate per rivolta di massa e violenza contro la polizia.

Torture in carcere. Durante e dopo le proteste, le autorità hanno trattenuto centinaia di civili e manifestanti pacifici. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto all'interno della struttura "Akrestsina" a Minsk le famiglie delle persone fermate hanno registrato chiari rumori di pestaggi e grida agonizzanti, che non lasciano alcun dubbio su quanto si stesse svolgendo. Un testimone riporta: "Chiunque piangeva e pregava di cessare i pestaggi, veniva picchiato ancora di più".

Numeri sconosciuti. Amnesty denuncia l'assenza di dati ufficiali circa il numero di arrestati nel corso delle proteste. Secondo l'Alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet, il numero superava quota 27.000 lo scorso dicembre, e gli arresti non sono fermati. Un altro detenuto racconta di come i detenuti fossero obbligati a camminare lungo un corridoio dove cinquanta agenti di polizia scatenavano su di loro i manganelli

Scoraggiare le denunce. Chi è arrivato a sporgere denuncia si è esposto al rischio di gravi rappresaglie e si è trovato davanti ad un muro di burocrazia e tattiche per scoraggiare, intimidire e respingere le denunce. Una testimone racconta che, dopo essere riuscita a far registrare la sua denuncia e a ottenere che un medico la visitasse, il magistrato le ha detto che non avrebbe aperto un'indagine "senza un ordine dall'alto". Le denunce contro i manifestanti invece sono arrivate. Le organizzazioni della società civile hanno documentato decine e decine di procedimenti aperti contro manifestanti pacifici sulla base di accuse false e politicamente motivate.

La richiesta di giustizia internazionale. Amnesty International ricorda che la Bielorussia è obbligata dal diritto internazionale a rispettare i diritti umani di tutte le persone che si trovano sul suo territorio, garantendo tra l'altro il divieto assoluto di tortura e indagando e punendo i responsabili. "Il livello senza precedenti di violazioni dei diritti umani e la totale impunità garantita ai responsabili rendono necessaria l'attuazione o l'istituzione di meccanismi di giustizia internazionale", ha commentato Maria Struthers, direttrice per l'Europa orientale e l'Asia centrale di Amnesty International. "La comunità internazionale non può restare a guardare".

Flavia Carlorecchio

venerdì 22 gennaio 2021

Rotta Balcanica - Da 5 anni l'Europa rinnega se stessa - “Pestati a morte dai croati”. Nella foresta degli orrori dove spariscono i migranti.

La Stampa
Le guardie di Zagabria presidiano il bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi. «Difendiamo la nostra frontiera». Ma nel 2020 il 90% dei respingimenti è avvenuto con la forza


Dall’inviato a Veliki Obljaj (croazia). Nessuno deve vedere quello che succede nel bosco. La neve attutisce le grida, il disgelo restituirà i cadaveri. Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. «Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là». Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato. Questo è il bosco dove da cinque anni l’Europa rinnega se stessa.

Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l’altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. «I poliziotti croati sono dei fascisti», ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante «Addem» di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. «Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme», ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all’amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l’autorizzazione per l’operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.

Se siamo qui, allora, è per Alì morto per le torture dei poliziotti croati. È per chi in questa notte ghiacciata sarà costretto a tornare indietro un’altra volta a piedi nudi. È per la donna che ha abortito per lo spavento in mezzo al bosco. Per gli annegati nel torrente Glina, di cui nessuno conoscerà mai il nome. Per chi è venuto a pregare e per la signora che ieri mattina è partita da Karlovac, perché voleva portare un po’ di cibo ai migranti. Ma i poliziotti hanno fermato anche lei, il pane è stato sequestrato e le hanno intimato di non farsi mai più vedere da queste parti.

Veliki Obljaj è un valico secondario. Non ci sono barriere doganali. Ma querce, abeti, larici, odore di resina di pino. Per arrivare servono tre ore di auto da Trieste. All’altezza di Tuposkò, in mezzo al nulla, c’è un carro armato con un cartello scritto in quattro lingue: «Grazie ai guerrieri». È un monumento che ricorda la «guerra per la patria», come la chiamano da queste parti, combattuta dal 1991 al 1995. In quel tratto la strada è una sequenza di piccole case senza intonaco e campi ghiacciati. Dopo Glina, che prende il nome dal torrente, un cartello indica verso destra il passaggio per la Bosnia. La salita è stretta, la zona scollegata per chilometri dalla rete telefonica. In cima c’è un pianoro, dalla cui sommità si può osservare l’orizzonte. Ecco quello che si scopre: tutto si rassomiglia. La frontiera è invisibile. Il confine è il bosco. Ma qui è ancora Europa, mentre quella al fondo della vallata è la Bosnia. L’altro mondo.

Veliki Obljaj è un villaggio costituito di poche case disabitate e in rovina. Solo da quattro comignoli esce un po’ di fumo. Sono cortili circondati da cani randagi che hanno paura di tutto. Il primo cittadino europeo si chiama Stanko Lončar, ha sempre vissuto facendo il contadino. Viene a salutare con il bastone. «I migranti? Li vedo passare nelle tempeste e nel gelo, arrivano sotto la pioggia con i loro bambini. Non hanno mai fatto del male, la porta del mio cancello è sempre aperta».

Oltre al bosco, dall’altra parte della frontiera invisibile, ci sono i centri di raccolta della Bosnia. Le case abbandonate di Bihac piene di persone abbrutite, la tendopoli di Lipa che stanno ricostruendo dopo l’incendio, il centro Miral e il «campo palude» di Velika Kladusa, dove uomini e cani dividono i giacigli nel fango e dove i pullman del servizio pubblico sono vietati ai migranti. La rotta balcanica si concentra davanti a questo ingresso per evitarne un altro peggiore. E cioè il passaggio in Serbia, che finisce dritto in faccia al muro alzato da Vickor Orban in Ungheria, dove milizie speciali usano i cani addestrati per la caccia agli stranieri.

Sono qui, dunque, questi ragazzi e queste famiglie, perché non hanno scelta. Meno di ventimila persone, adesso. Un piccolo flusso continuo che si origina principalmente in Pakistan, Afganistan e Iraq. Stanno iniziando ad arrivare gli aiuti spediti dall’Italia, la Croce Rossa ha portato vestiti e cibo. Ma quelli che vivono in condizioni penose in Bosnia sono gli stessi che proveranno ad attraversare il bosco in Croazia. Sono i ragazzi e le donne che il signor Stanko Lokar vede passare davanti a casa in Europa, quando non sono stati ricacciati indietro.

Oggi i poliziotti croati sono ventiquattro, tutti vestiti di nero. Divisi in due squadre, vanno giù da due versanti. Ragazzi giovani. Hanno un bavero elasticizzato che gli copre il viso fino alla bocca, ma niente mascherina. Hanno guanti, bastoni e pistole. Vanno avanti e indietro per i sentieri innevati da cui potrebbero arrivare quelli che non sono i benvenuti.

«Noi difendiamo la nostra frontiera, non siamo qui per i migranti ma per il confine della Croazia, siamo qui per la nostra patria», dice il poliziotto più alto in grado. Eppure «The Border Violence Monitoring Network» ha raccolto le testimonianze di almeno 4.340 respingimenti illegali negli ultimi due anni, mentre per il «Danish Refugee Council» sono stati 14.500 solo fra gennaio e la fine di ottobre del 2020. Sono dati sempre sottostimati. Molte storie si perdono letteralmente nel bosco. Ogni primavera svela i resti di altri cadaveri.

C’è un marchio di fabbrica dell’operato dei poliziotti croati: sono i telefoni presi a mazzate per impedire ai migranti di usare la mappa. Esiste una letteratura vastissima al riguardo, centinaia di foto tutte molto simili. Schermi frantumati, tastiere sfracellate. Ma i medici oltre la linea della frontiera vedono tornare sempre più spesso anche uomini a pezzi, ragazzi mangiati nelle gambe dai morsi dei cani da guardia della polizia, vedono crani tumefatti, schiene contuse, piedi piagati, geloni, frustate, lividi. Il dottor Mustafa Hodzic ha testimoniato anche un caso di stupro: «Un ragazzo è stato violentato da un poliziotto con un ramo». Questo succede nel bosco.

Li chiamano «pushback». Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d’asilo. Anche l’Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo «Rete RiVolti», fra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto. Da cinque anni accade nell’indifferenza dell’Unione Europea. Nonostante le notizie precise raccolte dai volontari di «Sos Balkanroute» e «No Name Kitchen», nonostante le foto dei crani rasati e marchiati con vernice spray, testimoniati dal giornalista Lorenzo Tondo sul Guardian.

La Croazia è un Paese in cui i fantasmi della guerra sono ancora molto presenti. Restano 18 mila mine antiuomo disseminate nei boschi della zona, i cartelli mettono in guardia e segnano la strada. Nel novembre del 2019 un poliziotto ha ferito gravemente un migrante con la pistola d’ordinanza nella zona di Gorski Kotar, ma non è mai stata resa pubblica la dinamica dell’accaduto. Così come il ministro dell’Interno non ha mai aperto un’inchiesta su un caso specifico di violenza perpetuata da un suo poliziotto. «Secondo alcune testimonianze disponibili, riteniamo che in Croazia vi siano strutture utilizzate per detenzioni arbitrarie e illegali in cui sono stati segnalati atti di tortura», dice Lovorka Šošić. È la portavoce del «Centro studi per la pace» di Zagabria. Da quell’ufficio stanno cercando di denunciare ogni violenza. Gridano ma nessuno li ascolta. «Nel 2020, il 90% dei respingimenti fatti dalla polizia croata comprendeva una o più forme di abusi e torture. Abbiamo notizie di molte persone morte o scomparse lungo la rotta. I respingimenti continuano a avvenire ogni giorno. Tutto questo dovrebbe imbarazzare non solo il governo croato, ma anche i governi di tutti gli altri Stati membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni dell’Unione Europea che incoraggiano silenziosamente queste pratiche illegali. L’Unione Europea da tempo chiude un occhio».

Ciò che succede nel bosco non si deve vedere. Ma si sa. Gli europei sono quelli che mandano le coperte in Bosnia, e sono anche quelli che bastonano in Croazia.

È sera. I poliziotti fanno il cambio turno. Ha ricominciato a nevicare e tutti i sentieri al confine sono di un bianco perfetto, immacolato.

Nicolò Zancan

giovedì 24 settembre 2020

Le fiamme di Lesbo risveglino le coscienze - Serve un'intesa fra Ue, singole nazioni, Chiese e Ong per risolvere un dramma alle porte del continente - di Andrea Riccardi

Famiglia Cristiana 

Il campo di Moria nell'isola di Lesbo è bruciato. Ci sono solo rovine. Ben 13.000 profughi sono sulla strada. Girano laceri, senza ricovero e affamati. Conosco Moria, un campo incredibile: tra l'altro era circondato da una selva di tende "provvisorie", destinate a durare a lungo, sotto il grande caldo estivo e il vento sferzante d'inverno. 


Il primo lembo d'Europa, toccato da migliaia e migliaia di persone, dopo viaggi incredibili dall'Afghanistan, dalla Siria, dai Paesi africani e altrove. L'Europa sfugge però dalle loro mani, proprio mentre vi pongono i piedi. Lesbo, con i suoi campi, è un muro: l'Europa sta lì, ma non possono entrarci. In questa posizione passano mesi e talvolta anni, un tempo senza fine, mentre cresce la disperazione.

Quest'estate - anche a causa del Covid-19 - le misure sono state più severe. Il clima è divenuto più teso con una parte degli abitanti dell'isola (di cui non va dimenticata l'accoglienza all'inizio e anche una bonarietà diffusa).

La pandemia ha peggiorato la situazione. Il campo di 13.000 profughi è non lontano dalla città di Mitilene, con 37.000 abitanti. Si capiscono le tensioni. Sono cresciuti i gruppi sovranisti ostili ai migranti. Qualche volta ci sono state manifestazioni dure, come proibire loro di fare il bagno in mare o altro. Anche qualche piccolo incendio non lontano dal campo.

Quando nel 2018, dopo un mio viaggio a Lesbo, parlai della desolazione umana dei campi a papa Francesco, richiamando la sua visita del 2016, il suo volto si segnò di dolore: «Non basta una visita, bisogna far di più!» disse. Nel 2016 era tornato a Roma con una ventina di rifugiati. La sua presenza mise in luce che c'era una frontiera europea del dolore.

La Comunità di Sant'Egidio ha passato l'estate a Mitilene con i profughi: scuola, studio dell'inglese, cibo, feste, incontri, colloqui per identificare le prospettive del futuro... Questo è avvenuto a fianco dell'apertura di due corridoi umanitari che hanno portato in Italia alcuni di loro: una sessantina di persone. Il presidente Macron ne ha disposto un altro per una trentina. La Germania andrà a prendere una trentina di rifugiati e, dopo l'incendio, ne accoglierà altri. L'arcivescovo del Lussemburgo ha accolto due famiglie e, come presidente della COMECE, che riunisce le Chiese cattoliche nell'UE, ha sollecitato le conferenze episcopali a farsi carico del dramma di Lesbo.

Le fiamme, però, risvegliano le istituzioni di ogni tipo, addormentate o distratte di fronte al dramma alle porte dell'Europa. Quello di Lesbo sembra un incendio appiccato volontariamente. Da chi? Per ora non si sa. Potrebbero essere alcuni ospiti del campo. Forse ci sono interessi oscuri. O solo rabbia. Ma è l'esito scontato di una situazione impossibile. La questione è scoppiata.
Ci vuole un'alleanza di "volenterosi" per rimediare a una situazione incancrenita: Unione Europea, singoli Stati, Chiese, organizzazioni umanitarie e tant'altro. Non si può scaricare il problema sulla Grecia né attendere un altro incendio. 
Ma già si delineano alcuni no da parte dei Paesi dell'Est e dell'Austria.

Come possiamo continuare a chiamarci europei, quando tanto dolore si accalca alle nostre frontiere e ci voltiamo dall'altra parte?

Andrea Riccardi

lunedì 25 maggio 2020

Bielorussia - Unico paese in Europa ad avere la pena capitale - Confermata la condanna a morte per Stanislau e Illia Kostseu di 19 e 20 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Corte Suprema della Bielorussia ha confermato oggi la doppia condanna a morte pronunciata a Stanislau e Illia Kostseu accusati di aver ucciso il loro ex insegnante nell'aprile 2019. I verdetti di morte sono diventati definitivi.
Durante l'udienza di appello di oggi, gli avvocati dei condannati a morte hanno sostenuto che la sentenza estrema era eccessiva, poiché non teneva conto della loro giovane età (19 e 21 anni), dell'infanzia privata (entrambi i giovani sono stati cresciuti in famiglie affidatarie e orfanotrofi dopo la morte del padre e la carcerazione della madre) e una sincera dichiarazione di colpa.

Contrariamente agli argomenti dell'accusa, il consulente legale del fratello minore, Stanislau, ha sottolineato che l'imputato non è stato spinto dal desiderio di vendetta e, pertanto, la sentenza non è stata appropriata.

Dopo che il verdetto è stato emesso, la famiglia dei detenuti è stata ostracizzata nella loro città natale di Čerykaŭ, compresi i loro nipoti minori.

I detenuti dovrebbero anche pagare 250.000 rubli in danni alla famiglia della vittima. Tuttavia, a causa della loro estrema povertà e della scelta della pena capitale da parte della corte, la richiesta non verrà applicata.

ES

Fonte: dp.spring96.org

venerdì 6 marzo 2020

Così scompare l'umanità dell'Europa al confine Grecia-Turchia. Giovane siriano ucciso, un bambino di 6 anni affogato mentre cercava di approdare a Lesbo

Vita
Un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. 

Attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività e violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio

Ancora una volta al confine Grecia-Turchia numerose persone rischiano la propria vita in fuga dalla morte generata dalla guerra. Sono siriani, afghani e iracheni che hanno cominciato ad avvicinarsi al confine europeo più vicino, la Grecia. 

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni, OIM, nei 120 chilometri di confine terrestre fra Grecia e Turchia si troverebbero circa 13.000 persone, molti dei quali bambini , che trascorrono le notti all’esterno, in cammino o davanti ai valichi di frontiera con temperature vicine allo zero. 

All’indomani dell’offensiva lanciata dalla Turchia alla Siria e dell’inasprimento del conflitto nella zona di Iblid, il Presidente turco Erdogan ha, infatti, annunciato l’apertura dei confini riaprendo quella rotta che era stata ipocritamente chiusa dal costoso accordo siglato con l’Unione Europea nel 2016.

A queste persone disperate si aggiungono coloro i quali, con imbarcazioni di fortuna, si spostano verso le isole greche di fronte alla Turchia. Paradigmatica è in questo caso la situazione dell’isola di Lesbo e, in particolar modo, del campo profughi di Moria dove già, a fronte di tre mila posti previsti, lo scorso mese di ottobre si trovavano, secondo dati Oxfam, quasi 20.000 persone in condizioni disumane e inaccettabili, in uno degli ultimi lembi d’Europa in attesa della valutazione della richiesta di asilo presentata.

Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi.

A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio.

Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.

Regina Catrambone

martedì 3 marzo 2020

I profughi alle frontiere dell'Europa ... "fine della compassione"? Molte donne e bambini disperati respinti e attaccati come nemici. Il coronavirus non deve ammalarci di disumanità.

Avvenire
Siamo proprio alla «fine della compassione», per citare Alejandro Portes, uno dei massimi esperti di fenomeni migratori. Lui si riferisce però agli Stati Uniti d’America, mentre noi vediamo finire la compassione ai confini d’Europa. 
Distratte dal coronavirus, assuefatte dalle ripetute notizie degli arrivi di profughi, ma soprattutto fuorviate dalla propaganda sovranista e da un’informazione ansiogena, le opinioni pubbliche europee non appaiono più capaci di umanità nei confronti di chi fugge dall’ultima battaglia del tormentato teatro bellico siriano e di chi dalla Turchia cerca di raggiungere il territorio della Ue. 

Nella regione di Idlib una popolazione stimata dall’Onu in 950.000 persone, di cui 560.000 minori, ha lasciato le proprie case e cerca scampo varcando il confine con la Turchia.

Respinta con durezza, spesso dopo aver speso il poco che ancora aveva per pagare i passatori. Già diversi bambini sono morti di freddo perché rimasti senza riparo. A sua volta Ankara ha lanciato un sinistro avvertimento ai governi europei, consentendo il passaggio di alcune migliaia di profughi verso la Grecia e la Bulgaria: circa 13.000 secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, una cifra dieci volte superiore secondo il governo turco che ha interesse a drammatizzare la crisi.

Il governo greco sta reagendo con una durezza contro civili inermi mai vista negli ultimi decenni, almeno nella Ue: come se si trattasse di un’invasione armata di orde di nemici. Non hanno (ancora) sparato proiettili veri, ma non hanno lesinato tutte le altre armi a loro disposizione, dalle bombe lacrimogene ai cannoni ad acqua, dai proiettili di gomma, alle granate stordenti.

Quel che è peggio, gli abitanti dell’isola di Lesbo che in un passato non lontano avevano dato prova di umanità nei confronti dei rifugiati, si sono ora scagliati contro di loro (circa 600 arrivi negli ultimi giorni, non certo uno tsunami umano), respingendo in mare i gommoni, attaccando le Ong, minacciando gli operatori dell’accoglienza, malmenando i giornalisti. 

Certo, nei campi profughi di Lesbo e delle isole vicine sono stipati in condizioni deplorevoli circa 40mila richiedenti asilo, in strutture progettate per accoglierne 7.500. Ma si tratta di un tipico caso di emergenza prodotta dalla politica: le persone arrivate dalla Turchia sono state lasciate lì, pressoché prive di assistenza, invece di essere redistribuite in Grecia e in altri Paesi.

Maurizio Ambrosini

giovedì 30 gennaio 2020

Immigrazione: in Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta - Appello di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

pierfrancescomajorino.eu
In Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta radicale in materia di politiche di immigrazione.
Per questo rivolgiamo al governo un appello preciso: ci si faccia carico di scelte più nette rispetto a quelle operate fin qui.

Serve una nuova legge quadro su di una materia che fin qui è stata affrontata attraverso le lenti dell’insicurezza, della paura, della fragilità dei progetti di inclusione e integrazione.
E serve una nuova legge sulla cittadinanza che cancelli l’odiosa differenza tra bambini che nascono e crescono in questo Paese e che devono essere sempre riconosciuti come italiani.
La cancellazione dei decreti Salvini, il superamento della Bossi-Fini, il potenziamento dell’accoglienza diffusa, il rilancio di SPRAR, un grande piano nazionale per la piena integrazione, il sostegno al soccorso in mare, la nuova gestione dei flussi contro qualsiasi illegalità, l’annullamento del memorandum con la Libia in cui la situazione non garantisce il rispetto diritti fondamentali e la cancellazione di quella autentica vergogna costituita dai campi di detenzione: tutto ciò deve e può essere il cuore di una nuova pagina da scrivere immediatamente attraverso il nostro Paese.
Un Paese che, ovviamente, non va lasciato solo.
Anche per questo è sempre più necessario che in sede europea si approvi davvero la riforma di “Dublino” e vinca la logica della comune responsabilità nella gestione dei processi di accoglienza e non quella della continua deresponsabilizzazione che aiuta i trafficanti e tratta i migranti come un nemico da respingere.

Di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

martedì 17 dicembre 2019

Produttori di armi e governi (USA ed europei) complici dei crimini di guerra in Yemen

Il Manifesto
La denuncia. Comunicazione alla Corte penale internazionale, che valuterà se aprire un’indagine. Un innovativo passo nella ricerca della giustizia in un conflitto che ha causato quasi 100 mila vittime civili

Un incontro con l’Ufficio del procuratore che vaglia preliminarmente le possibili indagini della Corte penale internazionale (Cpi), con il deposito di una corposa Comunicazione (oltre 350 pagine) per segnalare l’ipotesi che dirigenti delle aziende armiere e funzionari pubblici responsabili delle licenze di esportazione siano complici nei presunti crimini di guerra commessi dalla Coalizione militare guidata da Arabia saudita e Emirati arabi uniti in Yemen.
[...]
«Gli attacchi aerei della Coalizione hanno causato una terribile distruzione nello Yemen. Le armi prodotte ed esportate dagli Stati uniti e dall’Europa hanno permesso questa distruzione. Le innumerevoli vittime yemenite meritano inchieste credibili su tutti gli autori di crimini contro di loro, comprese tutte le potenziali complicità» sottolinea Radhya Almutawakel presidente di Mwatana.
[...]
IL CONFLITTO IN CORSO ha portato a quella che l’Onu definisce la più grande crisi umanitaria dei nostri tempi con quasi 100 mila morti civili e con tutte le parti in conflitto che hanno ripetutamente violato i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Grazie al lavoro dei media e delle organizzazioni della società civile è ormai noto da tempo anche il flusso di armamenti che finisce in Yemen, oggetto di azioni legali a livello nazionale (in particolare in Gran Bretagna, Belgio e Italia).

Francesco Vignarca

venerdì 6 dicembre 2019

Migranti - Emergenza umanitaria lungo la rotta balcanica. Sono migliaia al freddo e al gelo. Condizioni disumane dentro il campo profughi di Vucjak in Bosnia.

Rai News 24
Nonostante le richieste di trasferimento prima dell'arrivo dell'inverno, centinaia di migranti sono ancora bloccati in una tendopoli improvvisata vicino a Bihac nella Bosnia nordoccidentale mentre un'ondata di gelo e neve imperversa sulla regione.

Con le tende che si piegano sotto il peso della neve, i migranti nel campo di Vucjak vicino alla città bosniaca di Bihac accendono fuochi e si avvolgono i coperte per cercare di rimanere asciutti e al caldo. 

Dall'interno delle tende dove il fumo dei fuochi accesi appesantisce l'aria si sentono i colpi di tosse. Fuori dalle tende, l'accampamento è un pantano e i migranti, alcuni con le ciabatte, camminano nel fango. "Questo posto non va bene", dice Tisham Hadi, 21 anni del Pakistan. 

"Nella mia tenda non ho nemmeno lo spazio per dormire." Le istituzioni internazionali e le organizzazioni umanitarie hanno ripetutamente chiesto che il campo di Vucjak fosse chiuso. 

Non ha strutture e si trova in una ex discarica presso un ex campo minato della guerra in Bosnia del 1992-95. Le autorità di Bihac hanno allestito il campo in emergenza per accogliere migliaia di persone rimaste bloccate nel Paese balcanico mentre cercavano di raggiungere Europa occidentale. 

La maggior parte dei migranti si accalca nell'angolo nord-occidentale della Bosnia perché confina con la Croazia, Stato membro dell'Unione Europea. Arrivano lì dopo aver viaggiato attraverso la cosiddetta rotta dei Balcani dalla Grecia, attraverso la Macedonia del Nord, la Bulgaria, la Serbia e il Montenegro. 

Gli operatori umanitari avvertono che i migranti saranno in pericolo di vita se rimangono nel campo di Vucjak durante l'inverno. Dragan Mektic, ministro dell'Interno bosniaco, ha annunciato che la nuova struttura per i migranti vicino a Sarajevo non sarà pronta prima di 20 giorni. Hadi racconta che ha cercato di andare in altri due campi di migranti a Bihac, messi meglio di Vucjak, ma che non c'era posto.

Photo gallery Rai News 24

domenica 10 novembre 2019

Antisemitismo in Europa - Danimarca, profanate 80 lapidi in un cimitero ebraico Dipinte con vernice verde e rovesciate.

Ansa
Oltre 80 lapidi sono state vandalizzate in un cimitero ebraico risalente al 1807 a Randers, una cittadina danese dello Jutland. 


Lo riporta il giornale locale Randers Amtsavis. Le lapidi sono state dipinte con graffiti verdi e alcune sono state rovesciate. Sono in corso le indagini della polizia. "Abbiamo uno dei più antichi siti di sepoltura ebraici e lo custodiremo sempre", ha denunciato il sindaco della cittadina Torben Hansen.

Su una delle lapidi è stato anche incollato un adesivo giallo con la stella di David e la scritta 'Jude'. Non è chiaro quando sia avvenuto l'atto di vandalismo antisemita ma, sottolinea il quotidiano danese, non sembra del tutto casuale la coincidenza con l'81/o anniversario della Notte dei cristalli in Germania, quando tra il 9 e il 10 novembre del 1938 centinaia di cittadini ebrei furono uccisi dai nazisti e furono distrutte sinagoghe, cimiteri, negozi e case.

giovedì 24 ottobre 2019

I migranti muoiono anche nei camion. Trovati 39 cadaveri in un tir in Gran Bretagna. L'appello di Sant'Egidio

HuffPost
Trentanove cadaveri in un camion, nell’Essex. L’autista - originiario dell’Irlanda del Nord - è stato arrestato. Il tir proveniva dalla Bulgaria ed era entrato nel Regno Unito sabato attraverso il porto di Holyhead, dopo un passaggio in Irlanda. Il ritrovamento è avvenuto però solo nelle ultime ore, durante un controllo eseguito dalla Essex Police in un’area industriale di Grays, a est di Londra. Tra le vittime ci sarebbe anche un adolescente. 


L’autista, che ha 25 anni, è attualmente sottoposto a interrogatorio, ha detto Andrew Mariner, chief superintendent della polizia. Il sospetto di omicidio nei suoi confronti ha a che fare per ora genericamente col coinvolgimento nel trasporto di persone morte verosimilmente durante il viaggio. 

“Si tratta di un tragico incidente in cui un grande numero di persone ha perso la vita, stiamo indagando per stabilire cosa esattamente sia successo”, ha proseguito Mariner, sottolineando che sono in corso accertamenti per “identificare le vittime”, ma che “il processo si profila lungo”.

L'appello di Sant'Egidio

martedì 22 ottobre 2019

I «bambini dell’Isis» in Siria. Possono finire reclutati da Jadisti alleati della Turchia. L’Europa è distratta

Corriere della Sera
Alcuni sono orfani, altri si trovano ancora in condizione di prigionia con le madri. Il rischio è che possano essere vittime di ulteriori ondate di radicalizzazione o possano finire reclutati dalle milizie jihadiste schierate al fianco delle truppe turche


Alcune vedove o spose dei foreign fighters sono già fuggite dai campi nel nord della Siria. Altre si stanno organizzando per tentare di tornare a casa. Ora che le forze curde perdono il controllo dei prigionieri dell’Isis, si ripropone un tema che fin qui l’Europa ha tentato di ignorare. 

A preoccupare le organizzazioni per i diritti umani come Save the Children, è il destino dei bambini nati da queste donne e dai miliziani dell’Isis. Alcuni sono orfani, altri si trovano ancora in condizione di prigionia con le madri. Il rischio è che, qualora dovessero rimanere in Siria, possano essere vittime di ulteriori ondate di radicalizzazione o possano finire reclutati dalle milizie jihadiste schierate al fianco delle truppe turche

Secondo il Guardian, la Gran Bretagna, dopo aver negato a questi cittadini il rientro, sta muovendo per rimpatriare i minori, almeno quelli rimasti senza genitori.

Qualche segnale in queste ore arriva anche da Parigi e da Bruxelles. Settimana scorsa il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian è volato a Bagdad a trattare la creazione di un tribunale congiunto con gli iracheni per giudicare le donne francesi che si sono unite all’Isis (il governo francese ha fin qui preferito pagare gli iracheni per la custodia dei foreign fighters). Da Berlino e da Bruxelles hanno invece tentato di sfruttare le 120 ore concesse ai curdi da Ankara per evacuare i loro «prigionieri». Insomma, come al solito, sul tema dei foreign fighters, nonostante gli appelli statunitensi e curdi, l’Europa procede in ordine sparso, cercando di mettere una toppa senza una linea comune.

Ora però lo scenario è decisamente mutato. I curdi hanno problemi ben più gravi da gestire mentre per i turchi la fuga di qualche centinaia di donne e bambini non rappresenta una priorità. Tuttavia non va dimenticato un dato: questi prigionieri potrebbero un giorno tornare in Europa. Che lo facciano al di fuori del controllo europeo non solo è lesivo dei loro diritti. È anche un pericolo per tutti noi.

Marta Serafini

martedì 1 ottobre 2019

Incendio a Lesbo: Comunità di Sant’Egidio, “l’Europa si faccia carico di questa situazione inaccettabile nelle isole greche”

SIR
“Dopo l’incendio in cui hanno perso la vita una donna e un bambino sarebbe colpevole per l’Unione europea restare indifferente: dai poco più di 3.000 previsti sopravvivono, in condizioni precarie, fra tende e container, oltre 12mila persone”. 


Lo afferma oggi la Comunità di Sant’Egidio, a proposito dell’incendio di ieri nel campo di Moira nell’isola di Lesbo, probabilmente a causa di un corto circuito. La Comunità di Sant’Egidio esprime il suo dolore e lancia un appello all’Europa “perché si affronti con urgenza la situazione dei profughi residenti a Lesbos, Samos e altre isole greche. 

A Lesbos, dai poco più di 3.000 profughi previsti nel campo ufficiale di Moria si è ormai arrivati a oltre 12mila persone, sistemate in condizioni precarie (per lo più sotto tende o dentro container)”. 

La Comunità, che quest’estate è stata presente nell’isola portando avanti attività di sostegno (con corsi di lingua, mense e attività varie, in particolare per i giovani), chiede a tutti di “non dimenticare questo popolo di profughi, composto per lo più da bambini e giovani, fuggiti con le loro famiglie da guerre o situazioni insostenibili (molti sono gli afghani e i siriani)”. Sant’Egidio chiede che “l’Unione europea si faccia carico di questa situazione inaccettabile e proceda a un rapido ricollocamento delle persone, finora costrette a lunghissime attese per ottenere lo status di rifugiato”

domenica 15 settembre 2019

Libia - Rapporto ONU. I porti chiusi? Un orrendo affare per i trafficanti! La Guardia Costiera libica "vende" i migranti "salvati" ai trafficanti. Ma l'Europa è indifferente.

Avvenire
Un meccanismo diabolico che produce guadagni illeciti, torture, stupri e sparizioni di massa senza che nessuno si senta in dovere di intervenire




L'Onu ha le prove: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti». Non prima di avere torturato, schiavizzato, stuprato. L’ultimo rapporto del segretario generale sulla Libia è già sul tavolo del procuratore del Tribunale internazionale dell’Aja. E non piacerà ai leader europei.

I crimini sono stati documentati e riassunti nelle 17 pagine che costituiscono un pesante atto d’accusa che Antonio Guterres ha messo nero su bianco, dopo avere raccolto le informazioni di tutte le agenzie Onu sul campo, coordinate dall’Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli. 


La sequenza di violazioni chiama in causa la responsabilità di quei Paesi, come l’Italia, che finanziano ed equipaggiano a fondo perduto le autorità libiche, senza mai riuscire a ottenere neanche il minimo impegno per il rispetto dei diritti fondamentali. Il 7 giugno l’Alto commissario per i diritti umani «ha invitato il governo di accordo nazionale - rivela Guterres - a lanciare immediatamente un’indagine indipendente per individuare le persone scomparse». Centinaia di migranti intercettati in mare, infatti, vengono regolarmente fatti sparire. Ma dell’inchiesta, nessuno sa nulla.

Alle donne, specialmente le più giovani, tocca il trattamento più infame. «Continuano a essere particolarmente esposte a stupri e altre forme di violenza sessuale». E stavolta le fonti non sono le organizzazioni umanitarie, ma gli osservatori delle Nazioni Unite a cui si sono aggiunti nell’ultimo anno gli investigatori della Corte penale dell’Aja. «L’Unsmil ha continuato a raccogliere resoconti da donne e ragazze migranti – si legge nel dossier – che erano state vittime di abusi sessuali da parte di trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari». Nel periodo osservato sia le donne libiche che le straniere «hanno continuato a rischiare di subire abusi sessuali da parte delle guardie carcerarie».

Entro novembre il procuratore internazionale Fatou Bensouda depositerà un aggiornamento sulle investigazioni, ma dalla relazione di Guterres è facile prevedere alcuni dei capi d’accusa: «Perdita della libertà e detenzione arbitraria in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali. I migranti hanno continuato a essere detenuti in sovraffollamento, in condizioni disumane e degradanti, con cibo, acqua e cure mediche insufficienti e servizi igienico-sanitari molto scarsi».

I colpevoli, secondo il segretario generale, sono indistintamente «funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali». Un cartello criminale che può contare sul ruolo decisivo dei guardacoste. I “soccorsi” in mare, infatti, riforniscono di migranti i boss del traffico internazionale, moltiplicando gli introiti. Le operazioni della cosiddetta Guardia costiera, fieramente sostenuta da Bruxelles e da Roma, sono una delle principali cause delle violazioni. Non è un caso che Guterres si guardi bene dal parlare di «soccorsi». «Il numero di prigionieri - si legge - è cresciuto a seguito dell’aumento delle intercettazioni in mare e della chiusura delle rotte marittime». Una manna per i contrabbandieri di vite umane.

Tutto alla luce del sole. «L’Unsmil ha continuato a ricevere segnalazioni credibili di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà». Al momento si contano 4.900 rifugiati e migranti detenuti nelle prigioni del governo, «ma un ulteriore numero sconosciuto di persone è detenuto in altre strutture» clandestine.

Il 29 luglio, vista «l’assenza di misure per far fronte a queste condizioni», l’Onu aveva chiesto «la chiusura di tutti i centri di detenzione». Invano.


Nello Scavo

sabato 14 settembre 2019

Migranti - Porto sicuro per l'Ocean Viking. E' finita la propaganda sulla pelle dei naufraghi. L'Europa collabora.

Ansa
L'Italia ha assegnato il 'place of safety, il porto sicuro, alla Ocean Viking, la nave di Sos Mediterranea e Medici senza frontiere con 82 migranti a bordo.


E' Lampedusa il porto sicuro assegnato dalle autorità italiane alla nave umanitaria che ora si sta dirigendo verso l'isola.

Gli 82 migranti, che sono a bordo da 6 giorni della nave Ocean Viking, sono attesi nel pomeriggio a Lampedusa (Ag). Il gruppo verrà trasferito all'hotspot di contrada Imbriacola dove ci sono soltanto 2 persone, non trasferite nei giorni scorsi per un problema sanitario: hanno un principio di scabbia e vengono tenute sotto cure mediche. Tutti gli altri immigrati presenti nella struttura, nel corso della settimana sono stati trasferiti con il traghetto di linea per Porto Empedocle.

La Ocean Viking non entrerà nel porto di Lampedusa: gli 82 migranti a bordo verranno trasferiti sull'isola a bordo delle motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. Secondo quanto si apprende la decisione sarebbe stata presa per non limitare l'operatività sia del porto che dell'aeroporto di Lampedusa.

"Il Governo assegna un porto sicuro a Ocean Viking e i migranti saranno accolti in molti Paesi europei. Fine della propaganda di Salvini sulla pelle di disperati in mare. Tornano la politica e le buone relazioni internazionali per affrontare e risolvere il problema delle migrazioni". Lo scrive su Twitter il capo delegazione del Pd Dario Franceschini.

"Questi sono matti": il segretario della Lega Matteo Salvini è partito da questo per commentare l'arrivo a Lampedusa della Ocean Viking. "Questa è la resa. Fra le promesse di Conte all'Europa c'era anche questa", ha aggiunto convinto che si voglia fare dell'Italia "un campo profughi".

"Credo ci sia un grande equivoco sul porto sicuro alla Ocean Viking: le è stato assegnato un porto perché l'Ue ha aderito alla nostra richiesta di prendere gran parte dei migranti". Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a margine di un'iniziativa di Rousseau. "Detto questo mi impegnerò a lavorare sulla cooperazione internazionale per migliorare le condizioni economiche dei paesi di provenienza e sugli accordi sui rimpatri che sanciscono il principio che chi non può stare qui deve tornare indietro e chi può stare qui sta in Europa e non in Italia".

giovedì 12 settembre 2019

Il piccolo Rwanda da una lezione all’Europa: accoglie i profughi detenuti nei lager libici

Dossier Libia
Una apertura importante quella del Rwanda, che punta a spostare la centralità europea nella questione del business migratorio (perché i migranti oramai sono una “merce” che vale quanto il petrolio) ed accreditare la piccola repubblica africana come uno degli interlocutori principali per la comunità internazionale. 

Uno dei luoghi di detenzione il Libia
La dichiarazione del presidente ruandese Paul Kagame che si è detto disposto ad accogliere in patria almeno 30 mila immigrati africani respinti dalle muraglie europee, ha già aperto al Paese le porte del ristretto “club” dei G7. Kagame, infatti è stato il solo capo di Stato dell’Africa nera ad aver partecipato al vertice svoltosi a fine agosto a Biarritz, nei Pirenei francesi.

L’impegno verbale del presidente Kagame è stato tradotto in un accordo internazionale che sarà ufficialmente sottoscritto nei prossimi giorni ad Addis Abeba davanti ai rappresentati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e dell’Unione Africana, l’organizzazione internazionale che unisce tutti gli Stati africani e che ha sede proprio nella capitale etiope.

Secondo questa intesa, il piccolo Paese africano, che è già dato una patria a centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi, si impegna a fornire un “porto sicuro” ai migranti attualmente rinchiusi in condizioni inumane nei lager libici. L’accordo prevede sia una ospitalità di transito, sia una possibile sistemazione definitiva nel Paese. Spetterà all’Unhcr individuare i migranti più a rischio nelle carceri libiche da spostare in Rwanda.

Il primo gruppo di circa 500 rifugiati arriverà, secondo fonti dell’Unhcr, già nelle prossime settimane e saranno sistemati nel centro di accoglienza di Gashora nel distretto di Bugesera, nel sud del Paese. Le dichiarazioni rilasciate dal Governo ruandese, che in questo modo potrà accedere ai fondi messi a disposizione dall’Europa per il controllo dei flussi migratori, lasciano intendere che l’accoglienza non riguarderà solo i profughi attualmente imprigionati in Libia ma anche a quelli detenuti nelle prigioni del Niger e della Nigeria, che versano in condizioni non meno terribili.