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domenica 29 dicembre 2019

Migranti - Conseguenze del Decreto sicurezza: fuori dalle strutture di accoglienza dal 1° gennaio i possessori di soggiorno umanitario, tante donne e bambini.

Avvenire
In Sicilia, famiglie con bambini temono di finire per strada. Una preoccupazione condivisa da migliaia di richiedenti asilo. Il Viminale annuncia una proroga.
In Sicilia, in una struttura ex Sprar in provincia di Caltanissetta, due giovani genitori nigeriani attendono di conoscere cosa sarà di loro e dei loro bimbi, dove vivrà la loro famiglia e come si sfamerà dal giorno di Capodanno. Al momento, papà N. e mamma F. (li chiameremo così) vivono in un’unica struttura, insieme a una bimba di 3 anni e a un frugoletto di 2, nato in Italia. N. è richiedente asilo (in attesa di pronuncia sul suo ricorso) e F. invece ha la protezione umanitaria ed è bisognosa di cure per patologie contratte in seguito a violenze subite in un campo libico.

In base alle recenti circolari del Viminale della scorsa settimana, N. potrebbe essere trasferito in un Centro di accoglienza straordinaria (i cosiddetti Cas), mentre F. teme di dover uscire dal circuito dell’accoglienza, insieme ai due bambini, uno dei quali è malato. In una struttura vicina, un’altra famiglia ha gli stessi timori: mamma e papà del Ghana, entrambi con permesso 'umanitario' e con tre bimbi, temono di dover lasciare quella realtà, dove hanno iniziato un percorso d’integrazione, e finire chissà dove. 

Le loro storie sono solo uno spaccato del coacervo di timori e ansie che agita – in questi giorni di Natale – migliaia di uomini, donne e bambini, accolti in Italia e titolari di forme di protezione umanitaria, ma ora collocati in un angoscioso 'limbo', a causa dell’applicazione di norme generate dai contestati decreti sicurezza varati dal precedente governo e targati Matteo Salvini, che l’attuale esecutivo Conte – nonostante i rilievi del Quirinale e l’impegno a ritoccarli – non ha ancora modificato.

Migliaia nel «limbo». La settimana scorsa, una circolare del ministero dell’Interno ha disposto, a partire dal 1° gennaio, il trasferimento nei Cas dei richiedenti asilo attualmente ospiti nei centri ex Sprar (con termine 31 dicembre). «Una prescrizione illegittima e sbagliata », dice ad Avvenire Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, che nei giorni scorsi ha fatto suonare un campanello d’allarme. In molte province italiane, spiega Miraglia, «i bandi per la gestione dei Cas sono andati deserti» e pertanto molti richiedenti asilo, anziché in zone vicine, «rischiano di essere trasferite anche a centinaia di chilometri di distanza. E chi si dovesse rifiutarsi, potrebbe finire per strada, d’inverno, anche se si tratta di famiglie con bambini».

La proroga in extremis. Anche le preoccupazioni sollevate da enti e associazioni impegnati sul fronte dell’accoglienza hanno indotto, ieri, i tecnici del Viminale a trovare una soluzionetampone, attraverso una 'proroga', i cui contorni sono ancora vaghi: al termine di un incontro con l’Anci, che rappresenta gli 8mila comuni italiani, si è stabilito che «i titolari di protezione umanitaria presenti nei progetti Siproimi potranno rimanere nelle strutture anche oltre il 31 dicembre» grazie a fondi dell’Unione Europea. Con quali modalità e tutele? Non è ancora chiaro, si sa solo che il Servizio centrale del ministero «fornirà le opportune indicazioni ai Comuni». 

Già sabato, sempre l’Interno aveva fatto diramare una nota 'rassicurante', affermando che «nessuno dei 1.428 titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari finirà per strada», precisando che la continuità all’assistenza potrà essere garantita, lasciando aperta la possibilità di mantenere la sede d’accoglienza attuale. A gennaio, potrebbero arrivare dal governo le proposte di modifica ai decreti sicurezza, ma nell’attesa il Viminale ribadisce attenzione «alle condizioni di vita» degli immigrati accolti e alle esigenze di comuni e associazioni.

Le associazioni in piazza. La proroga di ieri viene salutata come «un parziale risultato positivo » dal Tavolo Asilo nazionale (a cui aderiscono una ventina di organizzazioni, fra cui Caritas, Acli, Arci, Cir, Fondazione Migrantes, Asgi, Comunità di Sant’Egidio, Centro Astalli e Papa Giovanni XXIII), che tuttavia conserva «forte preoccupazione ». La via maestra, dice la nota, è «il ritiro delle due circolari, basate su un’interpretazione erronea e illegittima del primo decreto sicurezza», di cui da tempo il terzo settore chiede l’abolizione. Venerdì, le associazioni manifesteranno davanti alle prefetture di tutt’Italia, per chiedere di ripristinare lo Sprar e garantire a richiedenti asilo e rifugiati «un’accoglienza dignitosa, nel rispetto della Costituzione».


Vincenzo R. Spagnolo

sabato 1 dicembre 2018

Migranti, la grande espulsione. Quarantamila fuori dai Centri, tra loro molte donne e bambini e 15mila operatori, sopratutto italiani, perderanno il lavoro.

La Repubblica
I prefetti scrivono ai gestori delle strutture: resta soltanto chi ha ottenuto l'asilo. Mattarella: "La sfida riguarda l'Europa e il mondo, serve una responsabilità comune".


Leggi anche: Blog Diritti Umani - 2 dicembre
Non si era capito che il "Decreto Sicurezza" avrebbe mandato per strada anche un gran numero di donne vulnerabili con bambini e malati psichici?



Fuori dagli Sprar, come prevede la legge Salvini, ma anche fuori dai Cas e dai Cara, secondo una "conseguenziale" interpretazione data dai prefetti di tutta Italia che, da qualche giorno, hanno cominciato a riunire i gestori dei centri comunicando loro che i titolari di protezione umanitaria dovranno lasciare anche le strutture di prima accoglienza.

Tutti, comprese donne e famiglie con bambini. Già ieri 26 persone sono state invitate a lasciare immediatamente il Cara di Isola Capo Rizzuto in Calabria: tra loro una donna incinta e un bambino di cinque mesi, subito presi in carico dalla Croce Rossa.

Tutti migranti regolari, tutti con documenti di identità e permesso di protezione umanitaria, tutti destinati alla strada come altri 40mila, questa la stima fatta dalle associazioni di settore, interessati dai provvedimenti dei prefetti che, chi con data perentoria chi con maggiore elasticità a difesa delle situazioni più vulnerabili, hanno così allargato a dismisura la portata della legge Salvini, di fatto privando di qualsiasi tipo di accoglienza i titolari di protezione umanitaria.

E proprio nel giorno in cui da Verona il presidente della Repubblica richiamava ad un senso di comune responsabilità nell'affrontare il problema dell'immigrazione "un fenomeno che non è più di carattere emergenziale ma strutturale e quindi costituisce una delle grandi sfide che si presentano all'Unione europea e a tutto il mondo ed è un'esigenza che richiama alla responsabilità comune".

Mattarella, facendo appello all'Unione europea ad "assumere questo fenomeno che non va ignorato ma affrontato" ha implicitamente invitato il governo italiano (che non intende sottoscriverlo) a leggere il Global Compact delle Nazioni Unite "prima di formulare un giudizio perché non si esprimono opinioni e giudizi per sentito dire".

Alessandra Ziniti

mercoledì 21 febbraio 2018

Aumenta del 800% in 6 anni la disponibilità dei Comuni italiani ad accogliere rifugiati

Il Manifesto
Aumentano i comuni italiani che hanno aderito al Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), tanto che in sei anni il numero dei posti letto disponibili è passato dai 4 mila del 2011 ai 36 mila del 2017, pari a un aumento dell’800%. A comunicarlo è stato ieri il sindaco di bari e presidente dell’Anci, l’Associazione dei comuni italiani, Antonio Decaro intervenendo alla prima conferenza nazionale degli operatori Sprar.



Il sistema Sprar rappresenta un importante passo in avanti nel processo di integrazione dei migranti che arrivano in Italia. Per Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione, si tratta anzi «dell’unico strumento utile a superare i Cas (Centri di accoglienza straordinaria, ndr) e tutta l’emergenza che ruota intorno alla vicenda migranti, nella consapevolezza che dove ci sono progetti di qualità ci sono anche risposte di qualità».

Il piano messo a punto ormai da mesi dal Viminale in accordo con l’Anci prevede una distribuzione di 2,5 migranti ogni mille abitanti, con correttivi particolari per quanto riguarda i piccoli comuni e le città metropolitane, con in più incentivi per i comuni che decidono di aderire al sistema. «Noi non faremo venire meno il nostro impegno – ha detto ieri Decaro – ma i sindaci non possono essere lasciati soli, è impensabile che il flusso migratorio sia sulle spalle di alcuni sindaci di frontiera».

Presente alla conferenza anche il sottosegretario agli Interni Domenico Manzione che ha ricordato come «un migrante integrato è una ricchezza, e lo è anche il sistema di accoglienza attivo nel nostro Paese, che non è un business sulla pelle dei migranti e non è neanche una parte dello scenario di Mafia Capitale».

Da Bruxelles intanto arrivano gli ultimi dati di Frontex sul numero degli arrivi in Italia. E l’agenzia europea per il controllo delle frontiere conferma la tendenza al calo (-34% rispetto ai primi 50 giorni del 2017) cominciata a luglio dello scorso anno, anche se a questa non corrisponde «un declino del numero di migranti in attesa di partire» dalla Libia.