Pagine

Visualizzazione post con etichetta Eritrea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eritrea. Mostra tutti i post

domenica 19 marzo 2023

Eritrea - Rapporto ONU - Situazione dei diritti umani disastrosa: torture, detenzioni inumane, sparizioni. Nessuna collaborazione dei governanti.

Nigrizia
«La situazione dei diritti umani in Eritrea rimane disastrosa e non mostra nessun segno di miglioramento». Lo dice un rapporto presentato ieri dall’Alta commissaria aggiunta al Consiglio dei diritti umani dell’Onu, Nada Al-Nashif.


La commissaria ha spiegato che l’Onu ha raccolto «informazioni credibili» che danno conto di «torture, condizioni di detenzione inumane e sparizioni forzate». Il rapporto rileva che «è allarmante che tutte queste violazioni dei diritti umani siano compiute nella totale impunità». E sottolinea che le autorità di Asmara non hanno offerto nessuna collaborazione.

Il paese del Corno d’Africa, governato da Isaias Afwerki fin dall’indipendenza dall’Etiopia (1993), non da oggi si segnala per l’autoritarismo e il disprezzo di ogni forma di democrazia.

Una dittatura che ha stabilito la leva universale obbligatoria e di durata illimitata, provvedimento che è diventato ancora più stringente con il sostegno dell’esercito eritreo alla truppe etiopiche nella guerra del Tigray scoppiata nel novembre del 2020. Il coinvolgimento nella guerra civile etiopica è stato fortemente criticato dalla Chiesa cattolica.

E in territorio etiopico l’esercito di Asmara si è macchiato – sostengono numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani – di atrocità, in particolare del massacro di centinaia di civili nella città di Aksum e nel villaggio di Dengolat.

Isaias Afwerki (che in sede Onu si è schierato con la Russia che ha aggredito l’Ucraìna) ha respinto le accuse a carico del suo esercito definendole «fantasie, frutto di disinformazione». Questo del resto è sempre stato l’atteggiamento del regime eritreo: chiudersi a riccio, negare tutto e farsi beffa della comunità internazionale.

giovedì 11 marzo 2021

Etiopia: si combatte, si muore e si fugge ancora per la guerra nel Tigray, ormai è piena catastrofe umanitaria

La Repubblica
La lotta per il potere tra TPLF tigrino e governo federale vede coinvolta anche l’Eritrea; nella regione si susseguono eccidi e stupri. L'indagine di Amnesty International

Foto: AFP
Migliaia di morti, decine di migliaia di profughi, quattro milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di acqua, cibo, medicine. E’ il bilancio di quattro mesi di combattimenti tra forze armate etiopiche e partito al potere nel Tigray, che rischiano di destabilizzare l’intero Corno d’Africa e che hanno già coinvolto l’Eritrea (implicata nel conflitto con i suoi uomini) e il Sudan (paese verso il quale fuggono i rifugiati).

Caterina Castaldi

Continua a leggere l'articolo >>>

venerdì 19 febbraio 2021

Etiopia - Orrore in Tigrai. Uccisi preti, donne e bambini, stupri di massa da parte dell'esercito etiopico e degli alleati eritrei

Avvenire
Le conferme dei testimoni dei massacri: trenta sacerdoti uccisi dai soldati in chiesa a Irob a gennaio. Quasi duecento persone, tra loro donne e bimbi, morte nei bombardamenti

I racconti dell’orrore della guerra-ombra del Tigrai squarciano il buio che li ha avvolti in questi 100 giorni esatti di blackout informativo e di isolamento. Molti testimoni confermano quanto da tempo scriviamo sui crimini di guerra e le atrocità commesse e quanto ripetuto sui social o sussurrato al telefono da giornalisti, attivisti e operatori umanitari. Confermati i massacri di civili – anziani, donne e bambini compresi – e di religiosi copti.

E gli stupri di massa, uccisioni e deportazioni forzate in Eritrea dei rifugiati eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, che immagini satellitari hanno mostrato distrutti e che nei giorni scorsi il governo di Addis Abeba ha dichiarato di non voler più riaprire mentre l’Onu non ha più potuto accedervi. Inequivocabili le notizie forniteci da fonti cattoliche, che non citiamo per ragioni di sicurezza. Ad Irob, piana semidesertica confinante con la regione Afar e l’Eritrea, sono stati uccisi solo a gennaio 30 preti copti ortodossi che pregavano in chiesa. A Wukro, Adigrat e Kobo mancano cibo e medicinali.

Agghiaccianti i racconti sulle uccisioni di giovanissimi sotto gli occhi dei genitori, cento solo a Irob, e delle frequenti violenze sessuali su donne e ragazze anche davanti ai mariti, spesso seguite dalla spietata uccisione delle vittime. «Meglio uccidere le donne del Tigrai perché domani partoriranno i woyane (i membri del Tplf, ndr) » avrebbero detto i militari eritrei a chi chiedeva il perché di tanto odio. Alla fine di gennaio, sempre a Irob, etiopi ed eritrei hanno ucciso 50 «mogli dei Woyane». Venerdì per la prima volta il governo etiope, con un tweet della ministra delle donne Filsan Abdullahi Ahmed, ha ammesso che una task force governativa «purtroppo ha stabilito che le violenze sessuali hanno avuto luogo con certezza e senza alcun dubbio».

Filsan non ha specificato chi siano i responsabili, ma molte donne sostengono di essere state violentate dalle forze eritree, gli shabia, soldati in sandali di plastica che avrebbe ricevuto l’ordine di eliminare anche i maschi tigrini sopra i sei anni proibendone la sepoltura. Circostanziata l’accusa dell’Ong Human Rights Watch alle truppe federali e a quelle eritree: a novembre avrebbero bombardato scuole, ospedali, chiese e mercati di Humera, Macallè e Scire uccidendo 187 civili tra cui donne e bambini e ferendone oltre 300.

Non sono stati risparmiati i simboli religiosi. K. ha assistito al bombardamento della chiesa ortodossa di Sant’Amanuel nel villaggio di Negash, in cima a una montagna, il 23 e 24 novembre da parte di tank e artiglieria pesante di Isaias Afewerki. Sono stati inoltre saccheggiati missioni e conventi cattolici, spesso religiosi e religiose sono stati rapinati persino dei crocifissi portati al collo. Sul banco degli imputati l’esercito federale e soprattutto gli alleati eritrei – acerrimi nemici del Tplf, partito egemone del Tigrai – tuttora in territorio tigrino. Presenza negata dal regime di Asmara e dal governo etiope (ma ammessa da autorità locali e da comandanti federali) anche nei giorni scorsi, quando Usa e Ue hanno chiesto all’Eritrea il ritiro immediato dei soldati, colpevoli di violenze indicibili, e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. Che dovrà affrontare anche il dramma dei rifugiati eritrei deportati, probabilmente 10 mila. Per la prima volta il governo di Addis Abeba riconosce le violenze sessuali avvenute nella zona dei combattimenti Caritas italiana: dopo cento giorni di guerra stiamo sempre a fianco della popolazione

L’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha invece denunciato la scomparsa di 20 mila rifugiati eritrei sui 96 mila sotto protezione etiope in quattro campi nel Tigrai. Siamo riusciti a contattare telefonicamente alcuni fuggiaschi a Macallè per ricostruire i fatti. «Il 20 novembre verso le otto di sera sono arrivati gli shabia – racconta Kidane, 28 anni, ad Hitsats da due – li abbiamo riconosciuti dalla divisa. Sparavano su chi non poteva scappare come anziani, donne e bambini rifugiati uccidendoli e catturando molte persone. Ho visto distruggere Hitsats e sono fuggito. Lungo la via ho visto molti cadaveri». Shimelba, campo di 8.500 eritrei di etnia Cunama, è stato distrutto ai primi di gennaio. «Ma la sera del 26 novembre gli shabia hanno circondato il campo e fatto irruzione – ricorda Haddar. 30 anni – intimandoci di non scappare.

Hanno distribuito 5 chili di farina a persona, poi hanno chiama- to i 5 leader del campo per incontrarli e gli hanno chiesto quanti eravamo. Li hanno portati via e prima di andarsene hanno fucilato 5 guardiani del Tplf impedendoci di seppellirli. Chi voleva poteva andarsene, in Tigrai o in Eritrea, ma non restare. Il giorno dopo sono tornate le milizie tigrine dicendoci di rimanere e garantendoci protezione. Ma quando il 5 gennaio sono tornati gli eritrei, sono fuggiti. L’esercito di Isaias ha iniziato a incendiare tutto e a uccidere anche donne e bambini. Chi non è riuscito a fuggire, la maggioranza, è stato deportato a piedi fino a Shiraro e da lì in camion in Eritrea, a Shambuko».

Che sorte è toccata in Eritrea ai deportati? Diverse fonti completano il racconto di Haddar provando che un ennesimo crimine è stato commesso. I rifugiati Cunama sono prigionieri in campi di accoglienza in attesa che passi il Covid. Sono in uno stato pietoso perché denutriti da settimane. Il regime vuole spedire i giovani nei campi di addestramento per il servizio di leva a vita dal quale erano fuggiti. Gli altri, finita la pandemia, torneranno nei villaggi. Davanti a questa tragedia dimenticata, Caritas italiana ha invitato alla solidarietà lanciando una raccolta fondi a sostegno del programma di aiuti di Caritas Etiopia per garantire cibo ai bambini malnutriti, la distribuzione di kit di sopravvivenza e la consegna di semi e animali alle famiglie sfollate che hanno perso tutto.

Paolo Lambruschi

lunedì 16 novembre 2020

Si aggravano gli scontri nel nord dell'Etiopia - Missili su Asmara, la guerra in Tigray supera i confini etiopi. Migliaia di tigrigni fuggono in Sudan

Africa Rivista
La crisi nel Tigray supera i confini dell’Etiopia e coinvolge l’Eritrea. Nella serata di ieri almeno tre missili hanno colpito la capitale Asmara. Non è chiaro al momento quali siano gli obiettivi colpiti. Secondo l’emittente web Myviewonnews e l’agenzia Morad News, gli ordigni hanno centrato l’edificio del Ministero dell’Informazione, l’aeroporto e un complesso residenziale ad Asmara. 


Stamattina il leader della regione settentrionale etiope dissidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha rivendicato il lancio di razzi avvenuto “contro l’aeroporto della capitale eritrea, Asmara”. Gebremichael ha spiegato che “anche le forze etiopi stanno utilizzando l’aeroporto di Asmara” per far decollare i mezzi usati nei raid contro la regione del Tigray, e quindi lo scalo è un “obiettivo legittimo”.


Impossibile al momento stabilire il bilancio e la portata dell’attacco, ma è evidente che il blitz missilistico partito da territorio etiope rischia di infiammare ulteriormente la guerra nella regione, da giorni divenuta campo di battaglia tra le forze armate di Addis Abeba e reparti dell’esercito fedeli al comando politico militare del Tigray.



La guerra è iniziata il 4 novembre, con un’operazione militare lanciata da Addis Abeba al culmine di un periodo di forti tensioni tra il governo etiope, guidato dal premier Abiy Ahmed, Nobel per la Pace 2019, e il Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), il partito che domina la regione settentrionale dell’Etiopia, popolata dalla minoranza tigrina. I belligeranti si accusano a vicenda di aver innescato la violenza, quel che è certo è che la dura contrapposizione politica dei mesi scorsi ha lasciato il posto alle armi, con risvolti imprevedibili.

Pochissime notizie e immagini filtrano dalla regione. I collegamenti telefonici e internet sono interrotti. Nella giornata di ieri Amnesty International ha diramato un rapporto secondo cui le operazioni militari condotte dai soldati di Addis Abeba avrebbero già causato “centinaia di civili uccisi”. Notizie, al momento, non confermate.


Articolo correlato: AfricaExPressLa guerra tra Etiopia e Tigray incendia tutto il Corno d’Africa: massacri e profughi
 

sabato 23 maggio 2020

Eritrea - Il Covid peggiora le gravi condizioni di migliaia di prigionieri: sovraffollamento, senza sapone e servizi igienici, sospesi colloqui con le famiglie e gli aiuti alimentari

Corriere della Sera
Non possono fare la doccia né lavare i vestiti regolarmente, non hanno accesso ai gabinetti e devono fare i loro bisogni all'aperto: secondo informazioni ricevute da Amnesty International, questa è la situazione di migliaia di prigionieri nei sovraffollati centri di detenzione dell'Eritrea. 

La denuncia riguarda in particolare quattro prigioni: Adi Abeyito, Mai Serwa Maximum Security, Mai Serwa Asmera Flowers e Ala. La direzione delle carceri non fornisce prodotti per l'igiene personale come il sapone. Dal 2 aprile le visite dei familiari sono vietate e dunque la situazione è ulteriormente peggiorata, anche dal punto di vista della consegna di prodotti alimentari.

Ad Adi Abeyito, che ospita 2500 detenuti in uno spazio previsto per 800, la doccia e il lavaggio dei vestiti sono previsti due volte alla settimana. Nelle altre tre strutture la situazione è persino peggiore. Non è consentito portare scarpe o pantofole per evitare il rischio che i detenuti si arrampichino sul fino spinato per evadere. I gabinetti sono situati fuori dalla struttura e ci si può andare due volte al giorno. Quelli interni sono utilizzabili solo nella stagione delle piogge.

A Mai Serwa Asmera Flowers, in realtà un campo di lavoro forzato dove i Testimoni di Geova e altri detenuti sono costretti a lavorare nei campi per un'azienda agricola, non esistono gabinetti. I 700 detenuti devono fare i loro bisogni all'aperto. A Mai Serwa Maximum Security prison ci sono solo 20 gabinetti per 500 detenuti e comunque la capienza massima dovrebbe essere di 230 persone.

La prigione di Ala ha una capienza di 1.200 detenuti ma ve ne sono circa il triplo. La distanza fisica è impossibile. Gli spazi variano da celle d'isolamento di due metri per due a container (come nella foto) dove sono stipate fino a 20 persone. Letti e materassi non sono ammessi.

La maggior parte dei prigionieri non è mai stata incriminata né tanto meno processata e non ha la minima idea di quando la detenzione terminerà. In questa situazione, tantissimi detenuti hanno sviluppato malattie fisiche e mentali ma all'interno delle quattro strutture detentive sono disponibili solo medici formati al primo soccorso.

Nella prigione di Ala i detenuti hanno dovuto comprare a loro spese un termometro e un apparecchio per misurare la pressione che sono stati messi a disposizione di un medico a sua volta prigioniero. L'ospedale più vicino si trova a 26 chilometri di distanza. In queste condizioni, il rischio di diffusione del Covid-19 è altissimo. Amnesty International ha sollecitato il governo eritreo a decongestionare i centri di detenzione, dando priorità ai prigionieri di coscienza, a minorenni, ai detenuti in attesa di giudizio, agli ammalati e agli anziani.

Riccardo Noury

domenica 29 dicembre 2019

L'esodo infinito degli eritrei. Nel limbo dei campi al confine: “Per noi non c’è pace”

Redattore Sociale
REPORTAGE dal Tigray, zona di confine. Al primo ministro Abiy Ahmed Ali il premio Nobel per la pace, ma per chi vive sotto il regime di Afewerki la situazione non è cambiata. Si continua a scappare: in Etiopia il numero di rifugiati sfiora il milione. Da qui partito anche il primo corridoio dall’Africa di Caritas e Cei

SHIRE - La strada di terra arsa che si perde all’orizzonte è intervallata solo da qualche curva, alcune costruzioni di mattoni e una collina: a destra c’è Mereb il fiume che segna il confine, a sinistra Badamè, la zona contesa per oltre vent’anni. “Lì dopo quella curva c’è l’Eritrea: le persone passano da lì, attraversano la frontiera a piedi, ogni giorno. Camminano fino a Dabaguna, dove c’è il primo centro e lì vengono registrati. Ci sono quindi ingressi circa, si stimano fino a circa 300 passaggi al giorno”, dice Alganesh Feassaha, presidente della Fondazione Gandhi, che ci accompagna nel viaggio insieme agli operatori di Caritas Italiana.


Continua a leggere l'articolo >>>


venerdì 22 novembre 2019

Libia. Il massacro dei migranti schiavi, uccisi altri 4 eritrei in fuga dal lager. Tra loro un ragazzo e una ragazza di 18 anni.

Avvenire
I profughi muoiono ancora nei lager libici delle milizie. E i loro diritti vengono calpestati anche nei lager di Stato. Mentre continuano a fare affari i mercanti di uomini.
I profughi muoiono ancora nei lager libici delle milizie. E i loro diritti vengono sistematicamente calpestati anche nei lager di Stato. Soprattutto in quelli che sfuggono al (ristretto) controllo dell’Onu. Dove si praticano impunemente violenze di ogni tipo e il mercato degli schiavi.

Buca la coltre di silenzio grazie ai social la notizia dell’ennesimo massacro compiuto a Bani Walid, distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli, uno dei principali snodi del traffico di migranti in arrivo dal sud della Libia e diretti verso la costa. 

Domenica sera sono stati uccisi senza pietà a colpi di mitra quattro giovani eritrei mentre cercavano di fuggire da uno dei lager delle milizie dove si compiono efferate atrocità ai danni dei prigionieri per estorcere riscatti ai parenti. Torture già documentate con fotografie lo scorso gennaio.

Conosciamo il nome di una sola delle vittime. Si chiamava Solomun Teklay, era un profugo eritreo di soli 18 anni. Un’altra delle persone uccise dai miliziani era una ragazza 18enne. Altri due feriti sono stati torturati a morte dagli aguzzini per dare l’esempio. Come facevano i nazisti. E otto feriti senza cure sono stati riportati a Bani Walid e rischiano ora di morire.

Le vittime facevano parte di un "lotto" di 66 prigionieri venduti dal trafficante eritreo Abuselam Ferensawi, il "francese", al clan ditrafficanti libici guidato dal fantomatico Abdellah. Secondo i rifugiati di Eritrea democratica, che hanno ricevuto disperate e brevi telefonate dal lager e hanno tenuto diversi forum su Facebook con i parenti dei prigionieri, i 66 sventurati – tra cui otto ragazze – sono stati "acquistati" al prezzo di 14mila dollari ciascuno.

Si trovavano in Libia da almeno un anno nel corso del quale sono stati più volte venduti e schiavizzati. I miliziani libici li stanno torturando notte e giorno per ottenere i riscatti. Ma stavolta senza usare foto, i cellulari vengono utilizzati solo per chiamare le famiglie sconvolte alle urla di dolore e dalle minacce. I riscatti devono essere pagati via money transfer ad emissari dei banditi in Egitto e Sudan.
[...]
Il lager di Bani Walid, la città della tribù dei Warfalla, resta una ferita aperta, dove le metodologie di tortura sono sperimentate. Ad aprile 2018 la Corte di Assise di Milano condannò all’ergastolo Osman Matammud, somalo 25enne accusato di aver torturato qui per oltre un anno 17 persone che lo hanno riconosciuto e fatto arrestare nel settembre 2017 a Milano. Il carnefice usava le stesse modalità raccontate nei giorni scorsi da vittime e parenti a Eritrea democratica: torture in diretta telefonica alle famiglie. Osman, si legge nella sentenza «usava anche l’acqua per tormentare i prigionieri che venivano appesi a testa in giù con mani e piedi legati. A chi urlava veniva messa la sabbia in bocca».

C’era poi il sistema della plastica sciolta: "consisteva nel bruciare borse di plastica con un accendino e poi lasciare colare la plastica incandescente sulla pelle del malcapitato".

Le donne venivano sistematicamente violentate. Ad Osman sono stati anche attribuiti 13 omicidi di ostaggi i cui pagamenti tardavano. Non è cambiato nulla, il capo è sempre Abdelllah e le regole non prevedono pietà per chi tenta di fuggire o non può pagare.


[...]
Paolo Lambruschi

domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

giovedì 29 agosto 2019

Eritrea. Almeno 150 cristiani arrestati in due mesi, molti rinchiusi sottoterra

Tempi
Il 18 agosto, il regime ha arrestato 80 cristiani. I 70 fedeli detenuti il 23 giugno sono stati portati in una prigione sotterranea. Cinque preti ortodossi sono stati imprigionati e a sei dipendenti del governo è stato imposto di "rinunciare a Cristo". Non si ferma la nuova ondata di persecuzione contro i cristiani in Eritrea. 


Dopo la chiusura di 21 ospedali cattolici, almeno 150 cristiani sono stati arrestati in soli due mesi in diverse città. Ad altri è stato chiesto davanti a un giudice di rinunciare alla fede cristiana. Il 18 agosto, come riportato da World Watch Monitor, 80 cristiani sono stati arrestati a Godayef, un'area vicina all'aeroporto della capitale Asmara. Sono stati portati alla vicina stazione di polizia e da allora sono scomparsi. Il 23 giugno altri 70 cristiani appartenenti alla Faith Mission Church of Christ erano stati arrestati a Keren, la seconda città più grande dell'Eritrea.

Tutti e 70, tra i quali 35 donne e 10 bambini, sono stati trasferiti nella prigione di Ashufera. Questa non è altro che un insieme di tunnel sotterranei, la cui entrata si trova a 30 minuti di distanza a piedi dalla città. Come riportato da una fonte locale a World Watch Monitor, "le condizioni di vita all'interno sono dure. I detenuti sono costretti a scavare nuovi tunnel ogni volta che i funzionari del regime portano dentro nuovi prigionieri". La chiesa della Faith Mission Church of Christ era l'ultima rimasta aperta nella città di Keren. La congregazione, che esiste in Eritrea da 60 anni, aveva chiesto nel 2002 di essere registrata ufficialmente ma non ha mai ricevuto risposta. Dopo l'arresto dei cristiani, anche la scuola gestita dalla comunità è stata chiusa.

Il 16 agosto, sei cristiani dipendenti del governo sono stati arrestati e portati davanti a un tribunale ad Asmara. Qui il giudice ha preteso che gli impiegati rinunciassero alla loro fede, ma questi hanno risposto che "non siamo disposti a negoziare la nostra fede in Gesù". Tutti e sei sono stati rilasciati per il momento in attesa del verdetto. L'8 luglio anche l'ultimo ospedale gestito dalla Chiesa cattolica è stato confiscato dal regime. La chiusura forzata delle strutture, che offrono assistenza gratuita a 170 mila persone all'anno, era cominciata a giugno. La Chiesa ha protestato spiegando che "privarci di queste istituzioni mina la nostra stessa esistenza ed espone i nostri dipendenti, religiosi e laici, alla persecuzione". Lo Stato ha requisito le cliniche alla Chiesa per vendicarsi delle critiche rivolte dai vescovi al governo del dittatore Isaias Afewerki, che continua a rimandare le riforme democratiche promesse, nonostante il conflitto militare con l'Etiopia sia ormai concluso. Il regime vorrebbe essere il solo fornitore di cure mediche, ma la gente preferisce affidarsi alla Chiesa, che ha strutture migliori e professionisti più dedicati.

La persecuzione non riguarda solo cattolici e protestanti: il 13 giugno sono stati arrestati cinque preti ortodossi che risiedevano nell'antico monastero di Debrè Bizen. I religiosi sarebbero colpevoli di aver sostenuto il patriarca della Chiesa ortodossa, Abune Antonios, agli arresti domiciliari dal 2007, da quando cioè si è opposto all'interferenza del regime nella vita della Chiesa ortodossa. La Costituzione eritrea del 1997 garantisce il rispetto di tutti i diritti umani, ma non è mai stata realizzata. Dopo anni di promesse, finalmente nel 2002 lo Stato ha ammesso quattro confessioni religiose: Chiesa ortodossa, Chiesa cattolica, Chiesa evangelica luterana e islam sunnita. I loro fedeli hanno una limitatissima libertà di culto, tutti gli altri neppure quella. Ancora oggi, nelle oltre 300 carceri, ufficiali e non, sparse per il paese languono più di 10 mila prigionieri politici e di coscienza in condizioni spaventose. I cristiani incarcerati per la loro fede sono "migliaia", il dato più credibile si aggira intorno alle tremila unità e si può essere arrestati anche solo per il possesso di una Bibbia.

Leone Grotti

venerdì 28 giugno 2019

Eritrea, per vendicarsi delle critiche dei Vescovi al governo, il regime chiude 21 ospedali della Chiesa e porta via a forza i malati e li abbandona.

Tempi
Decine di migliaia di malati rischiano di morire in Eritrea, dopo che il regime ha chiuso 21 stabilimenti sanitari della Chiesa cattolica. Come riportato da tempi.it, due settimane fa il regime ha requisito tre ospedali, due centri sanitari e 16 cliniche. Secondo nuove informazioni pervenute a Aide à l’Église en détresse, l’esercito ha fatto irruzione nelle cliniche trascinando fuori a forza i malati e abbandonandoli nelle strade.


Fonti della Chiesa cattolica hanno dichiarato che se il governo non riaprirà rapidamente le cliniche, migliaia di persone potrebbero morire. La Chiesa, che ogni anno cura 170 mila malati, ha inviato una lettera al governo per protestare, ricordando che «privarci di queste istituzioni mina la nostra stessa esistenza ed espone i nostri dipendenti, religiosi e laici, alla persecuzione».

«Il governo lasci in pace la chiesa»
Alcuni direttori d’ospedale si sono rifiutati di consegnare le chiavi ai soldati, che «hanno fatto irruzione con la forza e l’effrazione». Un contatto eritreo aggiunge:
«Il nostro messaggio al governo è chiaro: lasciateci in pace. È dovere della Chiesa prendersi cura dei malati, dei poveri e dei moribondi. Nessuno, tantomeno il governo, può dire alla Chiesa di non fare il suo lavoro. I nostri istituti rispettano alla lettera le direttive del ministero della Salute e i supervisori ci apprezzano anche molto. Noi non siamo concorrenti dello Stato, completiamo solo il loro lavoro».


Lo Stato ha requisito le cliniche alla Chiesa per vendicarsi delle critiche rivolte dai vescovi al governo del dittatore Isaias Afewerki, che continua a rimandare le riforme democratiche promesse, nonostante il conflitto militare con l’Etiopia sia ormai concluso. Il regime vorrebbe essere il solo fornitore di cure mediche, ma la gente preferisce affidarsi alla Chiesa, che ha strutture migliori e professionisti più dedicati.

La speranza dei vescovi cattolici è che il regime faccia marcia indietro, ma altri stabilimenti requisiti dal governo due anni fa sono stati chiusi in modo definitivo. Anche per questo i prelati hanno rivolto un appello al governo britannico e alla comunità internazionale perché metta pressione ad Afewerki affinché faccia marcia indietro.

Leone Grotti

giovedì 15 novembre 2018

L'Onu premia l'Eritrea di Afewerki togliendo le sanzioni.

Il Manifesto
Non più canaglie. Decisivo l'accordo di pace siglato con l'Etiopia. Da domani beni scongelati, leader eritrei liberi di viaggiare e resto del mondo libero di rivendere armi al regime dell'Asmara. 


Il primo a congratularsi con il popolo e il governo dell'Eritrea è stato il primo ministro etiope Abiy Ahmed. Ed è in buona parte merito suo se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha disposto la revoca delle sanzioni imposte nove anni fa a Asmara per il suo presunto sostegno ai jihadisti somali di al Shabab.

Sostegno mai provato, come fa capire anche il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, quando dice che "le sanzioni erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più". Il fattore decisivo è il processo di distensione regionale a cui il nuovo premier etiope Ahmed ha impresso un'improvvisa accelerazione, producendo in luglio uno storico accordo di pace etio-eritreo.

Gli Stati uniti che avevano fortemente voluto le sanzioni hanno fatto cadere il veto e il Regno unito ha preparato la bozza della risoluzione che è stata votata ieri all'unanimità. Da domani beni scongelati, leader eritrei liberi di viaggiare e resto del mondo libero di tornare a vendere armi al regime di Isaias Afewerki. 

Il nuovo clima che si respira nella regione genera forti aspettative, ma eventuali ricadute positive sul piano interno, in Eritrea, sono tutte da dimostrare. L'ex colonia italiana è un paese dal quale si continua a fuggire.

Marco Boccitto

martedì 2 ottobre 2018

Occorre sostenere l'accordo di pace Etiopia-Eritrea. Sussulto per l'Africa e beneficio per tutto il Corno d'Africa

Corriere della Sera
L'Accordo il 16 settembre scorso porterà beneficio all'intero Corno d'Africa: si apre una fase di rinnovato dialogo. È un Accordo di Pace storico quello firmato da Etiopia ed Eritrea il 16 settembre scorso. Ha provocato un sussulto nell'Africa intera e nel mondo perché è una svolta epocale, che potrebbe portare enormi benefici. L'Italia e la comunità internazionale devono riconoscerne l'importanza e sostenerlo, questo accordo, e accompagnarlo nella sua evoluzione.


Gli esiti del processo non sono scontati, date le recenti violenze ad Addis Abeba, ma le opportunità restano grandissime per lo sviluppo dei due paesi. La società civile, ad esempio, potrebbe essere più libera di esprimersi e di emergere, e quindi di smuovere le risorse umane con iniziative, creatività e innovazione, creando "futuro" per le nuove generazioni e per gruppi vulnerabili come le donne. 


Sul piano politico, va sottolineato che capovolgendo radicalmente la storica posizione di Addis Abeba, il Premier etiope si è fatto promotore della revoca delle sanzioni verso l'Eritrea, che verrà valutata dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu nei prossimi mesi.

Ma è l'intero Corno d'Africa a trarre beneficio: si apre una fase di rinnovato dialogo tra Etiopia, Eritrea e Somalia. Storica la visita ad Asmara di Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, primo Capo di Stato somalo a recarsi in Eritrea dalla sua indipendenza nel 1991. Anche le dinamiche tra Eritrea e Gibuti potrebbero migliorare.

Nuovo impulso deriverà dall'accordo nei rapporti commerciali, delle comunicazioni e dei trasporti come previsto dalle intese tra i due paesi, consapevoli che tali rapporti sono fondamentali perché i dividendi della pace possano diffondersi a tutte le popolazioni del Corno, sfruttando l'effetto traino dell'economia dell'Etiopia che nel 2017 è stato il paese a più alta crescita del mondo. Sono ripresi i voli commerciali tra i due Paesi, sono state riaperte frontiere e ambasciate, navi etiopi hanno iniziato a usare il porto eritreo di Massaua. I Paesi rivieraschi del Mar Rosso, la Turchia, la Cina, la Russia, gli Usa e alcuni attori europei talvolta in ordine sparso hanno intensificato le loro attività nell'area. L'Ue potrebbe avere grande influenza.

L'Italia intrattiene rapporti di amicizia storici con Etiopia ed Eritrea. Una continuità storica confermata ad esempio dalle due grandi scuole italiane statali ad Addis Abeba e ad Asmara in cui crescono i figli dei due paesi. Nel Corno l'Italia già esercita un ruolo di primo piano (spesso fuori dai riflettori mediatici) nella sicurezza marittima, in Somalia, nella partnership a tutto campo con l'Etiopia, con una base militare logistica a Gibuti. Molte le imprese commerciali italiane in Etiopia, e forte è il potenziale incremento, per il nuovo assetto che potrebbe portare più investimenti esteri nella regione e una loro progressiva integrazione economica con la Free Trade Area.

Potremmo investire di più in tanti settori, dall'agro-industria alla pesca, al turismo, alle energie alternative e altro. Importantissime sono le iniziative di cooperazione allo sviluppo: nel biennio 2017-2018 l'Italia ha donato oltre 81 milioni di euro per interventi di sviluppo e umanitari in Etiopia, Somalia ed Eritrea, e ha erogato crediti di aiuto all'Etiopia pari a 47 milioni di euro. Gli stanziamenti potrebbero aumentare, anche in funzione della stabilizzazione della regione.

Etiopia ed Eritrea manifestano il desiderio di maggiore presenza italiana, per le specificità e la qualità del modello italiano in tutti i campi.

Il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente Isaias Afwerki hanno saputo cogliere il nuovo senso della storia, superando perfino la questione dei confini territoriali, per lasciar spazio ad un'Africa globalizzata, che per noi costituisce un partner strategico prioritario perché è un continente di risorse, nonostante le sfide. Celebrare la pace tra Etiopia ed Eritrea, sostenerla, annunciarla con gioia, non è solo un dovere, ma costituisce un impegno a lungo termine per la costruzione di uno sviluppo condiviso sostenibile nel lungo periodo, con sicuro beneficio per tutti.

Emanuela Del Re

lunedì 17 settembre 2018

Etiopia-Eritrea, oggi firma accordo pace che pone fine a 20 anni di guerra

Ansa
Riad - Il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afwerki sono arrivati a Jeddah, in Arabia Saudita, dove si apprestano a firmare oggi uno storico accordo di pace tra i due Paesi. 


Lo riporta Al Arabiya. I due leader sono stati accolti all'aeroporto internazionale Re Abdulaziz dalle massime autorità. L'Arabia Saudita ospiterà la firma dell'intesa che porrà fine a 20 anni di guerra. L'intesa prevede, fra l'altro, l'apertura di ambasciate nelle rispettive capitali, il ripristino dei collegamenti e l'uso dei porti eritrei da parte dell'Etiopia.

sabato 25 agosto 2018

La fine delle ostilità. Etiopia ed Eritrea, una pace che può cambiare l'Africa

Avvenire
All’inizio dell’anno nessuno avrebbe immaginato che il 2018 sarebbe stato un tempo di cambiamenti così radicali nelle relazioni tra Etiopia ed Eritrea e più in generale nella cornice geopolitica del Corno d’Africa. 

Infatti, lo scorso 8 luglio, è stata firmata una dichiarazione che pone fine allo 'stato di guerra' tra i due Paesi. A siglarla sono stati Abiy Ahmed, nuovo primo ministro etiope e il presidente eritreo, Isaias Afwerki. 

Il disgelo nelle relazioni diplomatiche era iniziato lo scorso aprile con l’insediamento, ad Addis Abeba, del nuovo premier Abiy che ha subito espresso un indirizzo politico all’insegna del dialogo, non solo con le opposizioni interne, ma anche con la vicina Eritrea. 

La sorpresa è comunque stata ufficializzata a giugno quando Abiy ha dichiarato che il suo esecutivo avrebbe rinunciato alle rivendicazioni territoriali in Eritrea, quelle che hanno rappresentato l’oggetto del contenzioso sfociato, il 1 maggio del 1998, nella sanguinosa guerra fratricida tra i due Paesi. 

La riapertura della rotta aerea diretta tra le due capitali, Addis Abeba e Asmara, del commercio bilaterale e delle rispettive ambasciate, sono segnali incoraggianti.


Giulio Albanese

sabato 21 luglio 2018

Eritrea. Scarcerati 35 detenuti appartenenti a chiese cristiane illegali

Nigrizia
Il governo eritreo ha liberato 35 detenuti, incarcerati per appartenenza a chiese cristiane non registrate. Secondo la BBC Tigrinya Service e Release Eritrea - associazione con sede nel Regno Unito che si occupa di persecuzioni religiose nel paese, tutti i prigionieri (11 donne e 24 uomini) sono stati rilasciati su cauzione dalla prigione di Mai-Sirwa. 




Quattro anni e mezzo fa, lo stesso gruppo di prigionieri aveva firmato dei documenti nei quali si impegnava a non partecipare a riunioni condotte dalle rispettive chiese ma, a differenza dei compagni di fede che facendo ciò avevano ottenuto in precedenza la liberazione, i 35 non sono mai stati rilasciati, fino a ieri.

"Tutti i pastori e i leader delle chiese non registrate restano nelle carceri di massima sicurezza eritree, tra cui il famigerato Karseli, dove importanti dirigenti della chiesa sono rinchiusi dal 2004", fa notare Release Eritrea in una dichiarazione riportata da portale di notizie indipendente. 

Recentemente Asmara è stata chiamata a ripristinare una condizione di rispetto dei diritti umani, in seguito allo storico accordo di pace siglato con l'Etiopia. Dopo vent'anni di tensioni, infatti, l'Eritrea ha riaperto la sua ambasciata ad Addis Abeba e l'Etiopia ha ripreso i voli aerei diretti con Asmara.

giovedì 19 luglio 2018

Etiopia, partito il primo volo per l’Eritrea dopo 20 anni che segue la firma della Dichiarazione di pace e amicizia del 9 luglio.

askanews
Addis Ababa - Il primo volo commerciale da 20 anni tra l’Etiopia e l’Eritrea ha lasciato oggi l’aeroporto di Addis Ababa. 
Lo ha annunciato la compagnia Ethiopian Airlines sul proprio sito web, precisando che il volo ET0312 per Asmara è decollato dopo una cerimonia di inaugurazione allo scalo internazionale Bole. “Questo segna un evento unico nella storia dell’Etiopia e dell’Eritrea”, ha detto l’amministratore delegato della compagnia, Tewolde GebreMariam, durante la cerimonia.


Secondo il quotidiano Addis Standard, tra i 456 passeggeri del volo ci sono anche l’ex premier etiopico, Hailemariam Desalegn, dimessosi lo scorso febbraio, con la moglie, così come ambasciatori, esponenti di organizzazioni della società civile e giornalisti.

La ripresa dei voli segue la firma della Dichiarazione di pace e amicizia, il 9 luglio scorso ad Asmara, da parte dei leader dei due Paesi del Corno d’Africa dopo le ostilità seguite al conflitto 1998-2000 per il mancato rispetto dell’accordo di Algeri del 2000.

giovedì 28 giugno 2018

Importanti passi avanti per la pace tra Etiopia ed Eritrea. Delegazione eritrea accolta con ghirlande di fiori dal primo ministro Abiy Ahmed

Blog Diritti Umani - Human Rights
Una delegazione del governo eritreo è arrivata nella capitale etiopica di Addis Abeba per avviare dei colloqui, solo alcuni giorni dopo che, i leader dei due paesi, hanno espresso la volontà di risolvere pacificamente la disputa di vecchia data sui confini.



I colloqui di pace saranno i primi dopo due decenni di guerra di confine che hanno causato la morte di almeno 70.000 persone.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha accolto la delegazione eritrea guidata dal suo ministro degli Esteri, Osman Saleh.
Ci sono grandi speranze che i colloqui costituiranno la fine di due decenni di stallo tra i due paesi che condividono cultura, religione e lingua.

Il giovane leader etiopico, primo ministro che ha assunto la carica solo in aprile ha introdotto un'ampia gamma di riforme, tra cui aperture di convivenza pacifica e cooperazione economica con i paesi vicini.

A prescindere dai protocolli diplomatici e dalle sottigliezze, il primo ministro Abiy Ahmed ha accolto con favore la delegazione eritrea, mantenendo la promessa fatta pochi giorni prima al presidente eritreo Isaias Afwerki.

L'accordo di pace firmato nel dicembre 2000 è stato bloccato per 18 anni fino a quando Ahmed ha teso un ramo di ulivo all'Eritrea in un discorso parlamentare la scorsa settimana, ottenendo una risposta positiva dal presidente eritreo, che ha descritto gli sviluppi come "segnali positivi" da Addis Ababa annunciando l'invio di una delegazione per "valutare gli sviluppi attuali direttamente e in profondità".

Ezio Savasta

Fonte: Notizie ESAT 

giovedì 26 aprile 2018

Israele congela il piano per deportare migliaia di rifugiati dall'Eritrea e dal Sudan

La Repubblica
Dopo mesi di tentativi andati a vuoto, di fronte alla polemiche, il governo di Benjamin Netanyahu rinuncia al progetto di deportare migliaia di eritrei e sudanesi entrati illegalmente. 


Ma cercherà di far approvare dal Parlamento una nuova legge. Il governo di Benjamin Netanyahu congela il piano per la deportazione dei migranti africani entrati illegalmente in Israele. "Allo stato, la possibilità di procedere a espulsioni in Paesi terzi non è in agenda", si legge in una nota inviata dall'esecutivo alla Corte suprema dopo mesi in cui ha cercato in tutti i modi di arrivare alla deportazione di migliaia di persone, in maggioranza eritrei e sudanesi.

I migranti saranno quindi di nuovo autorizzati a rinnovare i permessi di residenza ogni 60 giorni. Nel frattempo il governo proverà a ottenere una nuova legge dalla Knesset, come si evince dalla comunicazione al massimo organismo giuridico laddove si ribadisce che lo Stato intende perseguire l'espulsione, volontariamente o con ogni altro mezzo consentito dalla legge. Netanyahu ha inoltre dato istruzioni volte a riaprire centri di detenzione per gli "infiltrati".

Gli irregolari e le associazioni per i diritti umani sostengono che si tratta di richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni. Il governo israeliano li considera invece migranti economici in cerca di lavoro e rivendica il diritto a proteggere i propri confini. Dal 2013 circa 4.000 africani hanno lasciato volontariamente lo Stato ebraico per il Ruanda e l'Uganda, ma Netanyahu è stato messo sotto pressione dai suoi elettori di estrema destra e ha puntato sul piano di deportazione. A un certo punto si era parlato anche di un accordo Onu per il trasferimento di 16 mila migranti in Stati occidentali, tra i quali l'Italia. L'intesa era poi naufragata sotto il peso delle polemiche e delle smentite dei Paesi chiamati in causa dall'esecutivo israeliano. E si era tornati al piano di espulsioni, contro il quale diverse associazioni erano ricorse alla Corte suprema.

lunedì 5 marzo 2018

Hajji Musa un altro oppositore del dittatore Isaias Afeworki, muore nelle galere eritree

Africa Express
Un altro grande eritreo, nemico del presidente Isaias Afeworki, è deceduto nelle squallide galere del regime. Hajji Musa Mohamed Nur era stato arrestato lo scorso ottobre perché si era rifiutato di chiudere la scuola privata islamica di Asmara. 

Hajji Musa Mohamed Nur
La sua morte segue di qualche settimana quella di un altro artefice dell’indipendenza eritrea ed eroe dell’opposizione alla tirannia: Haile Woldetensae, detto Duro.

Nur, presidente onorario della scuola, cui sono iscritti quasi 3000 studenti, fondata negli anni ’60 proprio da lui stesso, oggi novantatreenne, eminente personaggio di cultura, impegnato da anni in attività sociali e assistenziali, aveva protestato pacificamente, tentando di far capire ai militari l’importanza del suo istituto radicato non solo nella comunità islamica ma anche nella società eritrea. 

Ma è stato arrestato e portato in caserma. L’intenzione evidente delle autorità era quella di impadronirsi della struttura scolastica. Infatti il 31 ottobre, cioè qualche giorno dopo la prima visita, i soldati si erano ripresentati ordinando che fossero immediatamente eseguite le direttive decise dal governo.

venerdì 1 dicembre 2017

Cei. Dall'Etiopia all'Italia attraverso i corridoi umanitari: salvi i primi 25 profughi

Avvenire
Atterrati a Fiumicino grazie all'accordo tra Stato italiano e Cei, che agisce attraverso Caritas e Migrantes, e Comunità di Sant'Egidio. Sono le prime 25 persone di 500 che arriveranno legalmente.



Sono atterrati alle quattro e mezzo del mattino. Salvati dai campi profughi dell'Etiopia. È il primo nucleo di 25 persone dei 500 previsti dal primo protocollo sottoscritto dalla Cei e dalla Comunità di Sant'Egidio. Dieci saranno accolti e integrati da Caritas italiana e Fondazione Migrantes in collaborazione con le diocesi. Gli altri da Sant'Egidio.

A dare ai richiedenti asilo il benvenuto a questo primo gruppo del protocollo, in cui è coinvolta direttamente la Chiesa italiana, è il segretario della Cei monsignor Nunzio Galantino: «La speranza è che il ripetersi dell'esperienza dei corridoi umanitari diventi una prassi consolidata, la strada per chi ha bisogno di realizzare il sogno di vivere con dignità, Questa esperienza - dice Galantino - non nasce oggi, ma si pone a fianco di altre iniziative che la Chiesa italiana sviluppa in questi paesi di migrazione e transito da più di 30 anni».

«Il criterio adottato è quello della vulnerabilità - spiega il presidente di Sant'Egidio Marco Impagliazzo - e non è un caso che un terzo di loro siano bambini». C'è anche il direttore generale per le politiche migratorie del ministero degli Esteri, Luigi Vignali, che spiega come questo modello di cooperazione tra Cei, Sant'Egidio, Viminale e Farnesina «per la prima volta apra un corridoio in Africa che accoglie tre nazionalità, somali, sud-sudanesi ed eritrei, sempre attenti che siano migranti in condizioni di particolare fragilità. Cambia l'area, ma la costante è la protezione dei diritti umani e dei profughi più vulnerabili».
L'accoglienza: da Ragusa a Ventimiglia

Come i sette somali accolti dalla diocesi di Ragusa: Ali Mohamed Abdi, 54 anni, la moglie Kadija Hussen, 31 anni e i loro cinque bambini tra i 15 e 2 anni. Musulmani, sono stati perseguitati da un gruppo islamico fondamentalista. E una delle bambine è affetta da lupus, una grave malattia autoimmune che si è già portata via un fratellino. La Caritas di Ventimiglia invece accoglie un papà sud-sudanese, solo coi suoi due bambini, una dei quali ha un grave problema a un occhio.
Efrem riabbraccia la sorella

Poi c'è Efrem, 25 anni, eritreo, che rivede oggi sua sorella Shewa, 38 anni, che lo aveva lasciato quindicenne. Un lungo abbraccio e lacrime di gioia. Shewa apre le porte della sua piccola casa ad Orvieto dove vive col marito e tre figli. Dopo la fuga del marito dall'Eritrea, era partita incinta anche Shewa, attraversando il Sahara e il Mediterraneo, lasciando suo malgrado una figlia piccola. Arrivata in Svezia, Shewa è stata respinta in Italia per la clausola di Dublino. Poi anche la bambina ha avuto il ricongiungimento. Ora, divenuta cittadina italiana, la donna riabbraccia il fratello: «È un miracolo, devo tutto a queste persone meravigliose».

Luca Liverani