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lunedì 6 marzo 2023

Egitto - 15 anni di carcere a Ezzat Ghoniem fondatore di una ong per la difesa dei diritti umani - Pene per altri 14 attivisti

Focus on Africa
Il processo nei confronti di 14 attivisti e difensori dei diritti umani, tra i quali Ezzat Ghoniem, fondatore del Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, è finito come purtroppo si temeva.

Tra i vari imputati, Ezzat Ghoniem è stato condannato a 15 anni. Stessa pena per l’avvocato Muhammad Abu Horeira, dieci anni per la moglie Aishaa al-Shater e per Sumaya Nassef, cinque per l’avvocata Hoda Abdelmoneim.

Il verdetto corrisponde alle politiche criminalizzanti dell’era al-Sisi: chi si occupa di diritti umani è giudicato colpevole di reati quali adesione, finanziamento e sostegno al terrorismo nonché di diffusione di notizie false.

Le udienze del processo, celebrato da un tribunale di emergenza (dello stesso genere di quello che sta processando Patrick Zaki), si sono svolte a porte chiuse all’interno del complesso penitenziario di Badr. Gli avvocati, che non avevano potuto avere accesso agli atti giudiziari nel corso delle indagini, non hanno neanche avuto il permesso di interrogare i testimoni dell’accusa.

Nel processo non si è fatto minimamente cenno alle torture, compresa la violenza sessuale, e alle sparizioni forzate subite dagli imputati, in carcere sin dal 2018. Da quell’anno, nessuno di loro ha potuto vedere i familiari, con l’eccezione di Hoda Abdelmoniem, che li ha incontrati una sola volta.

Riccardo Noury

venerdì 17 febbraio 2023

L’Alto commissario Onu sui diritti umani chiede al governo di non approvare il decreto sulle ong - "Saranno a rischio più vite. Non demonizzare azioni umanitarie"

Askanews
“Osserviamo tutti con orrore la difficile situazione di coloro che attraversano il Mediterraneo, e il desiderio di porre fine a questa sofferenza è profondo. Ma questo è semplicemente il modo sbagliato per affrontare la questione”. Così l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, il quale ha rivolto un appello al governo Meloni a non approvare il dl Ong con la stretta per le Navi che salvano i migranti in mare.


“Più persone in difficoltà soffriranno e saranno a rischio più vite in assenza di un aiuto tempestivo, se questa legge verrà approvata. Secondo il diritto internazionale, un capitano ha il dovere di prestare immediata assistenza a persone in pericolo in mare e gli Stati devono proteggere il diritto alla vita. Ma con questa proposta, una nave Sar nelle vicinanze sarebbe obbligata a ignorare le chiamate di soccorso semplicemente in virtù di aver già salvato altri” naufraghi, costringendo “anche vittime di tortura, violenza sessuale e altre violazioni dei diritti umani” a “ulteriori ritardi nell’accesso a cure mediche e riabilitazione adeguate”, ha sottolineato Türk.

“La legge punirebbe sia i migranti che coloro che cercano di aiutarli”, una demonizzazione delle azioni umanitarie che “potrebbe trasformarsi in un deterrente per il lavoro cruciale delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani”, ha aggiunto l’Alto Commissario, ricordando il pericolo di incremento dei respingimenti verso la Libia, luogo che “non può essere considerato un porto sicuro di sbarco”.

Türk ha quindi esortato il governo italiano a ritirare la proposta di legge, consultare i gruppi della società civile, in particolare le Ong di ricerca e soccorso, affinché si assicuri che il decreto sia “pienamente conforme al diritto internazionale dei diritti umani, al diritto d’asilo e alle altre norme in materia, inclusa la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare e la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio in mare”.

venerdì 20 marzo 2020

Coronavirus - Le Ong costrette a fermare le missioni di salvataggio in mare. Migranti senza più soccorsi. Continualo le partenze dalla Libia

La Repubblica
Mediterranea: "La pandemia ci impone di congelare l'attività operativa. Scelta obbligata anche se le partenze sono ricominciate". Bloccate in porto anche Ocean Viking, Sea Watch e Open Arms. Le partenze dei migranti dalle coste africane sono riprese ma il Mediterraneo è destinato a rimanere senza soccorsi per chissà quanto tempo. Il coronavirus ferma anche le navi umanitarie e, una dietro l'altra, le Ong comunicano a malincuore la sospensione delle missioni.
"Una comunicazione inevitabile e difficile - dice Mediterranea, che pure nelle scorse settimane si era vista finalmente restituire le due navi, Mare Jonio e Alex, sequestrate per mesi dal decreto sicurezza - Eravamo pronti a ripartire con la tenacia e la determinazione di sempre: pronte le navi, pronti gli equipaggi. Ma lo svilupparsi della pandemia e le sacrosante misure adottate per tentare il contenimento del contagio e per tentare di salvare le persone più fragili ed esposte, ci impone oggi di congelare l'attività operativa in mare. Gli effetti di questa scelta obbligata ci fanno soffrire perché in mare c'è chi rischia la morte ogni giorno". Mediterranea confida nella disponibilità, per i soccorsi in mare delle navi civili che continuano ad operare. "Daremo loro ogni supporto possibile".
Restano al momento in porto anche le navi della Sea Watch e di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che hanno finito il periodo di quarantena dopo gli ultimi due sbarchi di migranti a Pozzallo e a Messina. E ferma è anche da una ventina di giorni per riparazione, la spagnola Open Arms. "Stiamo cercando di capire in che modo poter tornare in mare in sicurezza per tutti. Purtroppo in mare c'è bisogno di noi nonostante il coronavirus", dice la portavoce Veronica Alfonsi.

Le partenze dall'Africa comunque non si fermano. Il centralino Alarm phone negli ultimi giorni ha segnalato diverse imbarcazioni in difficoltà in zona Sar libica e maltese. E preoccupano gli sbarchi autonomi sull'isola di Lampedusa dove nell'ultima settimana sono arrivate 150 persone. Il sindaco Salvatore Martello ne ha disposto subito la messa in quarantena nell'hot spot ma ha chiesto al ministro dell'Interno Lamorgese un protocollo per il loro immediato trasferimento sulla terraferma per la mancanza delle necessarie misure a salvaguardia della popolazione.

Anche in Africa ormai sono centinaia i casi di coronavirus registrati nei Paesi di origine dei migranti e anche la Libia ha dichiarato lo stato di emergenza per l'epidemia. Al momento le Ong che hanno volontari impiegati nei servizi di assistenza medica e paramedica nelle aree più colpite dal territorio sono Medici senza frontiere, la cui presidente Claudia Lodesani da giorni sta lavorando a Codogno. Ma anche la piattaforma di terra di Mediterranea ha messo a disposizione le sue forze.

Alessandra Ziniti

venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus, l’emergenza tra i senzatetto: sono oltre 50mila in Italia. Volontari moltiplicano l'impegno per sostenerli

Linkiesta
Centri di accoglienza chiusi, mense a mezzo servizio e mancanza dei dispositivi di protezione. L’allarme delle Onlus accende i riflettori su un ulteriore problema suscitato dal virus. Nasce così l’hashtag #vorreistareacasa, la campagna parallela a #iorestoacasa
Stare a casa il più possibile per aiutare a fronteggiare e contenere l’emergenza coronavirus non per tutti è possibile. Ci sono migliaia di persone, precisamente 50mila secondo l’ultimo report Istat, che una casa non ce l’hanno. A Milano il terzo censimento di racCONTAMI2018 registra 2.608 senzatetto, mentre a Roma le varie strutture d’accoglienza hanno una capacità di 3.000 posti a fronte delle 8.000 persone bisognose notificate dall’Istituto nazionale di statistica.

A queste se ne aggiungono altre 20mila che hanno richiesto aiuto per problemi abitativi, tra migranti e non; altre 12mila persone che vivono in stabili occupati, chi vive nei campi rom autorizzati, 4500/5000 persone, e circa 300 persone che sfuggono al sistema.

Le stime delle associazioni di categoria parlano inoltre di una realtà parallela, sopratutto per il territorio romano. Secondo Binario 95, cooperativa sociale molto attiva su Roma, le persone senza dimora nella Capitale sono in realtà 20mila. E anche per loro è nato in questi giorni l’hashtag #vorreistareacasa, una campagna parallela a #iorestoacasa per richiamare l’attenzione sulle difficoltà che i senzatetto e i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare durante l’epidemia.

I senzatetto a Napoli, per esempio, sono circa duemila: il Comune ha sanificato i dormitori pubblici e fornito mascherine al personale, ma non mancano le criticità: in molti rifiutano l’accoglienza, i centri sono spesso chiusi e hanno poco personale. La Caritas di Catania ha sospeso in toto le attività, mentre quella di Pescara ha deciso di chiudere il dormitorio con più capienza della città.

Link correlati: Comunità di Sant'Egidio "Coronavirus: Un appello a cittadini e istituzioni "Aiutiamo le persone più fragili!"

sabato 7 marzo 2020

Rapporto Amnesty: “Chi aiuta rifugiati e migranti rischia il carcere”: la criminalizzazione della solidarietà in Europa.

Amnesty International
In un nuovo rapporto presentato oggi a Berna, Madrid, Parigi e Roma, abbiamo passato in rassegna i procedimenti giudiziari e le intimidazioni cui va incontro chi, in Europa, agisce solidalmente verso i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, ad esempio fornendo vestiti caldi e ospitalità o effettuando salvataggi in mare.


Nella nostra ricerca, intitolata “Punire la compassione: solidarietà sotto processo nella Fortezza Europa“, documentiamo in che modo le forze di polizia e le procure usino impropriamente le già imperfette leggi antiterrorismo e sugli ingressi illegali ai danni di difensori dei diritti umani che aiutano rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

“Aver sempre di più dato la priorità alla limitazione e all’impedimento degli arrivi in Europa ha comportato che accogliere i rifugiati e i migranti e farli sentire più sicuri siano diventate azioni minacciose“, ha dichiarato in una nota ufficiale Elisa De Pieri, ricercatrice di Amnesty International sull’Europa.

“Poiché gli stati europei non vengono incontro ai bisogni fondamentali dei rifugiati e dei migranti, spesso sono le persone comuni a fornire sostegno e servizi essenziali. Punendo chi cerca di colmare questo vuoto, i governi europei stanno mettendo ancora più a rischio rifugiati e migranti“, ha aggiunto De Pieri.

Il rapporto passa in rassegna casi di difensori dei diritti umani che, dal 2017 al 2019, sono stati raggiunti da accuse pretestuose in Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Regno Unito, Spagna e Svizzera.

Ore di lavoro delle forze di polizia, risorse giudiziarie e leggi contro le reti criminali del traffico di esseri umani sono ingiustamente destinate a perseguitare chi aiuta i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti.


domenica 9 febbraio 2020

Serbia. Rotta Balcanica. Vietato aiutare i migranti: violenze e fogli di via contro i volontari.

Il Manifesto
In Serbia chi aiuta i migranti non è il benvenuto. Lo hanno constatato a proprie spese tre attivisti dell'Ong No Name Kitchen che opera dal 2017 lungo la rotta balcanica. Il 1 febbraio i tre, tra cui l'italiano Adalberto Parenti, dopo essere stati aggrediti da un gruppo di nazionalisti cetnici, sono stati trattenuti dalla polizia che li ha accusati di disturbo della quiete pubblica, oltre che di non avere i permessi in regola

Parenti, 37enne bolognese, in Serbia da ottobre, e la sua collega Leonie Sofia Neumann sono stati condannati a una multa di quasi 200 euro, mentre un'altra attivista tedesca, Marina Bottke, è stata assolta dalle accuse. A tutti è stato però consegnato un foglio di via dalla polizia serba: entro oggi dovranno lasciare il paese.

I membri dell'Ong operavano a Šid, nel sud-ovest della Serbia, vicino al confine con la Croazia. Come racconta Parenti, i volontari stavano rifornendo i migranti che si trovano fuori dai campi d'accoglienza ufficiali e che dormono dentro ad alcune tende nei dintorni della fabbrica abbandonata di Grafosrem, quando è avvenuto l'incidente. "Il sabato precedente (25 gennaio, ndr) erano già arrivate queste persone vestite militarmente, ufficialmente per fare pulizia nella boscaglia. Avevano dato fuoco alle pile di vestiti che trovavano - spiega - e quando abbiamo cercato di salvare il possibile, alcune attiviste sono state spinte".

La polizia, contattata il giorno seguente, aveva rassicurato i volontari invitandoli a informarli se si fossero presentati situazioni analoghe. Lo scorso sabato mattina, lo stesso gruppo, che ha issato sul tetto della fabbrica una bandiera serba e quella cetnica, è tornato. "Erano venuti per continuare la "pulizia". Un termine anche storicamente adatto", commenta l'attivista. Uno degli uomini ha dato fuoco a un telo di nylon e a una tenda dentro la quale c'era Bottke, una delle attiviste, riuscita miracolosamente a scappare. I tre, racconta Parenti, si sono allontanati, ma Neumann, l'altra ragazza tedesca che stava riprendendo la scena, è stata colpita con un petardo e il suo telefono distrutto con un manganello.

Una volta arrivata, la polizia ha però portato gli attivisti in caserma, da cui sarebbero usciti solo all'una di notte con l'ordine di lasciare il paese. Durante un veloce processo i tre sono stati messi a confronto con altrettanti componenti del gruppo di nazionalisti e le dichiarazioni di questi credute. "Il foglio di via è una decisione chiaramente politica, e oltretutto si basa su falsità", sostiene Parenti, che continua: "Ora stiamo combattendo per annullarlo. L'avvocato dice che ci vorrà almeno una settimana per una decisione". Nel frattempo cosa farà? "Starò qui a Šid, aiutando i ragazzi finché mi è legalmente possibile. Poi uscirò dal paese, ma resterò nelle vicinanze, con la speranza di tornarci a breve".

Parenti non è però stupito del comportamento della polizia serba e racconta che loro non sono i primi attivisti di No Name Kitchen ad avere avuto problemi. "Chiunque aiuti i migranti qui prima o poi è ostacolato, per usare un eufemismo", dice. Secondo l'attivista, come la Croazia, pagata dall'Ue, attua respingimenti illegali di persone verso la Bosnia, anche le autorità serbe devono mostrarsi intransigenti nei confronti dei migranti se vogliono sperare di entrare nell'Unione.

Intanto Parenti racconta di aver ricevuto dall'Italia molta solidarietà. "Ho anche avuto rassicurazioni dalle istituzioni italiane e da qualche politico", racconta l'attivista. "Speriamo qualcosa si muova. Noi seguimos luchando (continuiamo a lottare)".

Tommaso Meo

martedì 28 gennaio 2020

Aumentano i migranti in fuga dall'inferno della Libia. Solo le navi delle Ong rispondono agli sos. 643 migranti salvati. Taranto porto sicuro per 403 profughi sulla Ocean Viking

La Repubblica
Centinaia di persone in fuga dai centri di detenzione libici, quindici barche con 900 migranti a bordo soccorse in 72 ore dalle navi umanitarie e dalla marina maltese mentre la guardia costiera libica si limita a rilanciare gli Sos sostenendo di non avere mezzi a disposizione. 
L’ultimo salvataggio all’alba di oggi dalla Open Arms, tornata nel Mediterraneo nonostante la nave in precarie condizioni, a dare manforte alle altre due Ong presenti, la Ocean Viking di Sos Mediterranee e Msf e la Alan Kurdi della tedesca Sea eye che fanno la spola da sud a nord con interventi multipli. Centodue stamattina e 56 ieri sera i migranti salvati da Open Arms. E adesso sono 643 i migranti a bordo delle tre Ong, 407 (quelli sulla Ocean Viking) dovrebbero sbarcare a Taranto dove la nave si sta dirigendo dopo aver avuto l’autorizzazione del Viminale.

Una situazione di estrema criticità che riapre molti interrogativi alla vigilia della riconferma degli accordi tra Italia e Libia senza nessuna delle modifiche che erano state annunciate dal governo italiano come condizione per il proseguo del patto.

Alla ripresa massiccia di partenze dalle coste libiche negli ultimi giorni ha fatto da contraltare una quasi totale assenza di motovedette della guardia costiera libica e le ripetute richieste di soccorso di imbarcazioni in difficoltà diffuse attraverso il centralino Alarm phone ai centri di ricerca e soccorso di Tripoli e talvolta anche di Malta nelle zone Sar libica e maltese sono rimaste inascoltate. Solo le navi Ong hanno risposto alle chiamate salvando la vita a oltre 600 persone che adesso a bordo delle tre navi, ancora in acque internazionali, aspettano di sapere dove poter sbarcare. “Nel Mediterraneo in questo fine settimana centinaia di persone sono sopravvissute solo grazie all’intervento delle navi umanitarie. E’ evidente ilvuoto spaventoso di capacita’ di ricerca e soccorso”, dice Carlotta Sami portavoce dell’Unhcr.

Fino ad ora l’unico porto concesso è stato quello di Taranto, ancora in attesa di risposta la Alan Kurdi e la Open Arms mentre la commissione europea lavora sulla ricollocazione dei migranti.

E domenica prossimo, nel silenzio più assoluto sulle annunciate modifiche agli accordi Italia-Libia che avrebbero dovuto essere la condizione per la continuità dell’impegno italiano, il memorandum verrà rinnovato per i prossimi tre anni. Con l’Italia che continuerà a fornire uomini, mezzi e soldi alla guardia costiera libica per riportare i migranti in un Paese in guerra nei centri di detenzione dove le agenzie delle Nazioni Unite non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti umani.

Alessandra Ziniti

venerdì 17 gennaio 2020

Carola Rackete: "Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta persone in difficoltà". La Cassazione dà ragione alla ong che salva vite.

La Repubblica
Il tweet della comandante della Sea Watch 3 arrestata a giugno dello scorso anno per aver forzato il blocco agli sbarchi di Lampedusa. Respinto il ricorso dei pm di Agrigento. Il legale: "Avevamo ragione noi"

Anche la Corte di Cassazione dà ragione a Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3 arrestata a giugno dello scorso anno dopo aver forzato il blocco delle motovedette della Guardia di finanza portando fino al molo di Lampedusa la nave umanitaria con il suo carico di migranti ormai in condizione di emergenza dopo i tanti giorni trascorsi in mare in attesa di quell'autorizzazione all'approdo che il Viminale si rifiutava di dare.
"La suprema Corte italiana ha confermato oggi che non avrei dovuto essere arrestata a giugno per aver salvato delle vite. Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone in difficoltà. La direttiva Ue sui 'crimini di solidarietà' necessita di essere riformata", ha commentato Rackete su Twitter.
"La Rackete non andava arrestata", il verdetto della Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Agrigento che si era vista annullare l'ordine di arresto dalla gip Alessandra Vella secondo la quale la capitana aveva solo fatto il suo dovere, salvando vite umane e portandole nel porto sicuro più vicino. Motivazioni che, evidentemente, i supremi giudici hanno ritenuto fondate avendo respinto il ricorso dei pm. 

Le motivazioni del verdetto della Cassazione saranno depositate entro 30 giorni ma vale ricordare quelle dell'ordinanza di scarcerazione della gip Alessandra Vella che al reato contestato di resistenza a pubblico ufficiale fece prevalere la discriminante legata all'aver agito "adempiendo al dovere di salvare vite umane".

lunedì 13 gennaio 2020

Migranti - La vergogna della condanna del comandante della Lifeline, Claus Peter Reischche punito con una multa di 300 mila euro per aver salvato 104 persone. Applicazione del "Decreto sicurezza"

Globalist
Claus Peter Reisch con la nave Eleonore ha salvato in estate un gruppo di naufraghi . Vittima del decreto sicurezza di Salvini, vuole incontrare la ministra Lamorgese.
I frutti avvelenati del decreto sicurezza, ossia di quelle norme liberticide e demagogiche che hanno criminalizzato chi salvava vite: adesso ha chiesto di "potere incontrare al più presto" la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese "per sollecitare il governo ad abrogare i decreti sicurezza" che sono "delle leggi disumane" e "non degne di un paese come l'Italia". 

Claus Peter Reisch, il Comandante della nave 'Eleonore' della ong tedesca Lifeline, che la scorsa estate salvò nel Mediterraneo dal naufragio 104 persone, è molto amareggiato. Ieri ha avuto notificato dallo Stato Italiano una maxi multa da 300 mila euro per avere disatteso il decreto sicurezza bis entrando, lo scorso 2 settembre, in acque italiane con i 104 migranti a bordo.

"L'interessato - si legge nella multa che gli è stata notificata - è ammesso al pagamento di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa o pari al doppio del relativo importo e precisamente la somma di 300 mila euro entro il termine di 60 giorni dalla contestazione".
"Tutto questo è ingiusto - ha detto Reisch - Io vengo punito per avere salvato 104 vite umane. E' davvero incredibile".
"Secondo l'Italia avrei disatteso il decreto sicurezza fortemente voluto da Salvini, ma io quella notte ero stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza a bordo - racconta Reisch - cosa altro dovevo fare? C'era stato un forte temporale, non si vedeva niente, la visibilità era pari allo zero e le 104 persone erano quasi tutte all'aperto, sul ponte della nave, stipate in poco più di 40 metri. Ognuno poco meno di mezzo metro di spazio a disposizione. Ed erano a bordo da più di una settimana. Dopo il temporale erano tutti bagnati fradici. Erano persone, come si fa a non capirlo? Per cercare di farli riscaldare li abbiamo fatti scendere nelle nostre cabine, quelle dell'equipaggio. Gli abbiamo fatto usare i nostri bagni, pure l'infermeria. Insomma, tutti gli spazi disponibili. Ma non bastavano".
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domenica 29 dicembre 2019

Pozzallo porto sicuro per 32 migranti salvati dalla nave "Alan Kurdi". Avviata procedura di ricollocamento della Commissione europea.

TgCom24
La Alan Kurdi sbarcherà a Pozzallo. Il Viminale ha deciso infatti di assegnare il porto sicuro tenendo conto della presenza a bordo di migranti in condizioni di vulnerabilità, per alcuni dei quali è stata anche chiesta l'evacuazione medica.


Dei 32 migranti sulla imbarcazione della ONG Sea eye 10 sono minori, alcuni in tenera età, e 5 sono donne, di cui una incinta. La Commissione europea ha già avviato, su richiesta dell'Italia, la procedura per il ricollocamento dei migranti sulla scorta del pre-accordo di Malta.

sabato 23 novembre 2019

Migranti tragico bilancio: 600 partenze dalla Libia, 400 salvati dalle navi delle Ong, per ora 6 corpi sulle spiagge della Libia

Avvenire
Oltre 600 partenze nelle ultime 48 ore, nove gommoni alla deriva intercettati e quasi 400 persone a bordo di tre navi Ong. Intanto il mare restituisce le prime sei vittime del naufragio.
E' lungo e drammatico il bollettino "da guerra" che arriva dal Mediterraneo. L'inasprimento della guerra civile in Libia ha spinto i trafficanti a far partire i disperati rinchiusi nelle prigioni libiche alla volta dell'Europa. 

Oltre 600 partenze nelle ultime 48 ore, nove gommoni alla deriva intercettati e quasi 400 persone a bordo di tre navi Ong: la Ocean Viking, Open Arms e la Aitamari della Ong spagnola Maydayterraneo. Intanto il mare restituisce i primi sei corpi del naufragio annunciato dalla Ong Alarm Phone martedì sera, in seguito ad un allarme ricevuto da un pescatore libico.

"Almeno sei corpi di migranti" sono stati trovati questa mattina sulla costa di Khums, in Libia. Lo ha fatto sapere su Twitter l'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim), aggiungendo che altri 90 migranti sono stati raccolti in mare dalla
c.d. guardia costiera libica. Ma le vittime potrebbero essere molte di più. I naufraghi salvati (in tutto una trentina) avevano parlato di 67 persone morte nel naufragio.

Intanto l'Oim esprime "preoccupazione a seguito degli ultimi sviluppi registrati in Libia. Nell'arco di 48 ore almeno nove imbarcazioni con a bordo più di 600 migranti son partite dal paese e una decima barca è arrivata a Lampedusa con 74 persone a bordo". "La Libia non è un porto sicuro; è necessario attivare un meccanismo di sbarco sicuro e strutturato per i migranti che fuggono dalla violenza e dagli abusi" afferma Federico Soda, capo missione Oim in Libia.

Tra martedì 29 ottobre e giovedì 21 novembre, gli operatori delle navi delle Ong Ocean Viking e Open Arms hanno riferito di aver salvato 287 migranti. Allo stesso tempo l'OIM Libia conferma che la Guardia Costiera libica ha riportato a terra altre 289 persone, tra cui 14 bambini e 33 donne. I migranti sono stati trasferiti in un centro di detenzione. Il personale Oim presente al punto di sbarco per fornire una prima assistenza di emergenza, ha riferito che i migranti erano estremamente "vulnerabili e spaventati".

giovedì 17 ottobre 2019

Russia, stretta contro le ong. A rischio «Per i diritti umani» la più importante del Paese

Il Manifesto
Pugno duro contro l’opposizione. Il ministero della Giustizia intenta una causa per lo scioglimento di «Per i diritti umani», colpita dalla «legge sulle agenzie straniere» voluta da Putin nel 2014.
Il leader di «Per il diritto dell’uomo», Lev Ponomarev, in piazza
Il leader di "Per il diritto dell'uomo", Lev Ponomarev, in piazza. Si stringe sempre di più il cappio del governo russo contro l'opposizione. 

Ieri con una decisione senza precedenti il ministero della Giustizia ha intentato una causa presso la Corte suprema per lo scioglimento del movimento "Per i diritti umani" di Lev Ponomarev, a causa di ripetute violazioni della legge del paese. 

La Corte suprema esaminerà il fascicolo il 14 novembre, ma la sorte della più importante organizzazione non governativa russa, sembra segnata. Ponomarev è una figura notissima in Russia. Fisico di fama e amico personale di Andrey Sacharov, fu nel 1988 tra fondatori della Fondazione Memorial che opera senza posa per far conoscere la tragedia della repressione politica in Urss. Più volte deputato, l'ex fisico di Tomsk ha fondato nel 1997 la ong "Per i diritti umani" che è divenuta ben presto l'associazione umanitaria più estesa geograficamente, con oltre una quarantina di sedi sparse un po' dovunque.

Il ministero afferma che "Per i diritti umani" non solo ha più volte violato la legge e inadempiuto al pagamento di numerose multe comminategli ma soprattutto accusa l'ong di essere un "agente straniero", un'associazione cioè che riceve finanziamenti dall'estero e opera a vantaggio di altri governi.

La "legge sulle agenzie straniere" fu fortemente voluta da Putin nel 2014 per mettere fuori gioco buona parte dei think-thank e associazioni considerate non allineate come la "Open society" di George Soros ma anche strutture apolitiche come "Giustizia Russa" che opera nel Caucaso per difendere principalmente i diritti degli individui Lgbtq e le donne, la quale si è vista in agosto confiscare gran parte dei propri documenti e del proprio materiale.

Yurii Colombo

martedì 6 agosto 2019

Approvato il Decreto Sicurezza bis - Il fulcro per la sicurezza del paese è colpire le ONG che salvano naufraghi

Corriere della Sera

 - Il ministro dell’Interno, per motivi di sicurezza potrà limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi, salvo quelle militari o governative.
 
 - Per le imbarcazioni delle ong che violeranno lo stop supermulte fino a un milione di euro. 

 - Possibile anche il sequestro e la distruzione della nave

 - Per il capitano che, come Carola Rackete, forzerà il blocco, scatterà l’arresto in flagranza. 

 - Risorse per operazioni sotto copertura, effettuate da operatori di Stati esteri, per il contrasto dell’immigrazione clandestina.

sabato 1 giugno 2019

Migranti. Sea Watch dissequestrata, la nave dell’Ong libera di riprendere il mare

La Stampa
Per la procura di Agrigento sono cessate le esigenze probatorie. L’imbarcazione aveva salvato 47 migranti al largo della Libia


Dodici giorni dopo lo sbarco dei migranti ordinato dalla procura di Agrigento, la Sea Watch è libera di riprendere il mare. Il procuratore aggiunto Salvatore Vella e il pm Cecilia Baravelli hanno infatti dissequestrato la nave della Ong che era stata posta sotto sigilli il 20 maggio scorso, quando era alla fonda al largo di Lampedusa con 47 migranti a bordo.

Quel giorno la procura aveva deciso di sequestrare la nave per procedere con un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In quanto corpo del reato, la Sea Watch era stata posta sotto sequestro e i migranti erano stati fatti sbarcare in quanto, se fossero rimasti a bordo, i magistrati siciliani avrebbero commesso il reato di sequestro di persona. 

Il sequestro della nave, infatti, è una misura reale che si applica alle cose e non alle persone. Il sequestro era necessario per esigenze probatorie, si voleva congelare la situazione in modo da valutare l’esistenza di possibili reati.

Una soluzione che aveva fatto andare su tutte le furie il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aveva appreso dello sbarco in diretta mentre era ospite in tv. In quell’occasione il ministro aveva minacciato di denunciare i magistrati e aveva accusato i ministri Cinquestelle di aver aperto i porti. 

Accuse rispedite al mittente prima dal ministro ai trasporti Danilo Toninelli e quindi dal capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, che aveva spiegato come lo sbarco fosse stato ordinato dalla magistratura senza alcun intervento da parte del governo.

Ora, 12 giorni dopo quegli avvenimenti, i magistrati hanno svolto gli accertamenti a bordo della nave. La Sea Watch è stata dunque dissequestrata essendo venute meno le esigenze probatorie.

mercoledì 8 maggio 2019

"Il terzo settore è sotto attacco" - Disprezzo del povero, società civile umiliata, solidarietà sotto schiaffo, Ong criminalizzate

Globalist
Mario GiroDisprezzo del povero; lotta tra ultimi e penultimi; società civile umiliata; universo della solidarietà sotto schiaffo, Ong criminalizzate.


Ha ragione Stefano Zamagni su Avvenire: il Terzo Settore è sotto attacco. Da tempo. La politica della disintermediazione ha lasciato scivolare la società civile in un cono d’ombra. La politica ha pensato (e pensa ancora) che si può fare a meno dei corpi intermedi : il leader in contatto diretto con il “popolo” sembra più efficace. E’ una miopia che ha colto destra e sinistra assieme.

Ma quali sono le conseguenze?
Lo dice chiaramente Zamagni: disprezzo del povero; lotta tra ultimi e penultimi; società civile umiliata; universo della solidarietà sotto schiaffo. A questo aggiungerei: ONG criminalizzate (e tale criminalizzazione è iniziata con un governo di sinistra!); disinteresse per i temi del sociale e della società; dialogo autoreferenziale tra Stato e imprese senza la partecipazione del privato-sociale; indifferenza per la sussidiarietà; impoverimento culturale…
In una società moderna non basta più parlare di “Stato e Mercato”: tale dialogo che si esalta con la globalizzazione tra l’altro è sempre più difficile. C’è il terzo angolo del trilatero da considerare se si vuole guardare alla società tutta intera. 

I problemi maggiori che abbiamo in Italia sono tutti legati all’infragilimento sociale: tema demografico dell’invecchiamento; maggioranza di single rispetto alle famiglie; solitudine; famiglie lasciate sole ad affrontare le malattie o il disagio; indebolimento delle autonomie locali; zone interne che si spopolano; periferie degradate… 

Tutto questo non si risolve ad esempio, con le politiche infrastrutturali o urbane, quelle di bilancio o quelle di innovazione per le imprese. Si tratta di un lavoro di ricucitura che solo la società può fare e a quel livello di deve operare. Da qui la necessità di un Terzo Settore vitale e sostenuto e di una società ricca di iniziative. Ma la riforma del terzo settore langue, il volontariato è disprezzato a sua volta e non considerato come una valida risposta (andrebbe protetto invece), tutto si concentra nello Stato. 

Oggi i CinqueStelle sono statalisti perché non si fidano di ciò che viene gestito direttamente dai cittadini: secondo loro quando questi ultimi si auto-organizzano in qualunque sfera sono da sospettare. Tutto ciò che viene autonomamente dal basso, e non si interfaccia direttamente con la leadership, deve essere controllato e ricontrollato: la loro idea è che i cittadini mentono o ne approfittano. L’M5S fa sembrare i cittadini protagonisti (piattaforma Rousseau) ma in realtà non se ne fida. La Lega una volta era molto favorevole (a modo suo) alle autonomie e ai cittadini auto-organizzati ma ora la svolta sovranista ne ha cambiato natura. Oggi che hanno in mano le leve dello Stato, i leghisti si sono statalizzati ancor più di quanto sia mai accaduto per i liberali di Forza Italia in passato.
Democrazia Solidale nasce proprio da un’analisi simile a quella di Zamagni. Per DemoS la libera iniziativa dei cittadini dal basso è essenziale e costituzionalmente rilevante. Fa parte della tradizione umanistica italiana. Occuparsi della società è fondamentale perché è lì che si gioca la sfida: non ha nessun senso parlare di società aperta o chiusa se quest’ultima si sta disfacendo. La questione non è ideologica ma sostanziale: il civil compact proposto da Zamagni trova tutto il suo senso in un’operazione politica dal basso. Si tratta cioè (e questo DemoS sta provando a fare) di riconnettere tutti i pezzi e i pezzetti della società civile per dar loro una rete di sostegno nazionale e portarne ad emersione le istanze. 

E’ un lavoro lungo e territoriale. Quando a DemoS diciamo “dal basso” intendiamo proprio questo: ricucire sui territori, nei quartieri, nelle periferie, tra le famiglie. Vuol dire ripartire dagli ultimi che sono il sensore sociale più sensibile (partire dagli ultimi per arrivare a tutti) ma anche ripartire dal territorio, dalle amministrazioni locali, dai comuni, dai cittadini stessi.
Infine la questione cattolica: Zamagni chiama ad un salto di responsabilità quel “70% delle organizzazioni della società civile legata ai valori cattolici”. 

Come DemoS concordiamo, allargando l’obiettivo anche ai protestanti o alle comunità ebraiche, senza dimenticare il 30% laico. Ma –proprio da cattolici- crediamo che non sia più il tempo per le sole battaglie pre-politiche o culturali: se culturali sono le conseguenze di tale situazione (basti pensare a quanto odio si sta spargendo nella società italiana), politica è la battaglia da fare. DemoS incarna queste priorità e le porta sul terreno politico. E’ la sola cosa da fare, urgentemente ora.

lunedì 15 aprile 2019

Obiettivo salvare vite umane: la nave italiana Mare Jonio torna in mare

Globalist
La nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans è salpata da Marsala in direzione Lampedusa e da lì in mare aperto.

Obiettivo salvare vite umane, mentre chi mostra il Vangelo lascia tranquillamente che officino nel mare.

Così è' salpata come annunciato la nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans. La Mare Joinio, insieme a una barca a vela d'appoggio, ha lasciato l'attracco di Marsala, poco dopo le 6.30 e sta navigando in direzione di Lampedusa dove dovrebbe giungere in serata. "L'equipaggio è composto da una ventina di persone, tutti italiani tranne un greco. A bordo non c’è il comandante Gregorio De Falco che probabilmente parteciperà a una prossima missione".

La Mare Jonio, lunga 36 metri, batte bandiera italiana e ha un equipaggio composto da una ventina di persone alcune delle quali navigano sulla barra a vela di appoggio.
"Contiamo di arrivare intorno alle 19 a Lampedusa dove probabilmente faremo una sosta tecnica a causa delle avverse condizioni meteorologiche, dato che nel Mediterraneo c’è tempesta, per ripartire magari lunedì in serata o martedì verso il mare aperto".

Ora che in Libia c'è la guerra avranno il coraggio di rimandarli indietro? Certo. Ma non è coraggio, è vigliaccheria.

lunedì 18 marzo 2019

Nave " Mare Jonio" di Ong italiana soccorre 49 migranti tra loro 12 minori. La reazione del Viminale: "Bloccare le azioni illegali delle Ong"

Repubblica
La Mare Jonio adesso è diretta verso Lampedusa. I libici arrivano dopo e tornano indietro. Salvini sta per firmare la direttiva per stoppare le navi umanitarie

Un gommone in avaria con 49 persone a bordo. Alla sua quarta missione di salvataggio nel Mediterraneo la nave mare Jonio, partita sabato dal porto di Palermo, ha effettuato il suo primo soccorso e ora, diretta verso Lampedusa, chiede l'assegnazione di un porto sicuro. E subito dal Viminale arriva la notizia che è pronta la direttiva per chiudere anche le acque territoriali italiane alle navi Ong.

"Il ministro Salvini - fanno sapere fonti del Viminale - sta per firmare una direttiva che sarà inviata a tutte le autorità interessate per stoppare definitivamente le azioni illegali delle Ong". 

La direttiva ( già annunciata subito dopo l'ultimo braccio di ferro con la Sea Watch) dovrebbe inibire l'accesso alle acque italiane a tutte le navi umanitarie che soccorrono i migranti non osservando le procedure stabilite. 

"La priorità - dicono al Viminale - rimane la tutela delle vite ma subito dopo è necessario agire sotto il coordinamento dell'autorità nazionale territorialmente competente secondo le regole internazionali della ricerca e del soccorso in mare. Qualsiasi comportamento difforme può essere letto come un'azione premeditata per trasportare in Italia immigrati clandestini e favorire il traffico di esseri umani".

E così, secondo il Viminale, avrebbe agito anche la Mare Jonio. La nave umanitaria italiana, che batte bandiera italiana, ha incrociato l'imbarcazione in difficoltà ad una quarantina di miglia dalle coste libiche e ha subito informato la sala operativa della Guardia costiera di Roma e a quella di Tripoli. I volontari hanno lanciato i giubbotti di salvataggio e preso a bordo i migranti ( tra cui 12 minori), tutti dell'Africa subsahariana partiti dalla Libia. Sul luogo del soccorso è arrivata una motovedetta libica ma dopo pochi minuti ha fatto marcia indietro ed è tornata verso le coste.

Adesso si profila un nuovo braccio di ferro che, però, per la prima volta vede coinvolta una nave umanitaria italiana. L'equipaggio della Mare Jonio ha comunicato ai libici di aver preso a bordo i migranti e ha chiesto a Roma l'assegnazione di un porto sicuro. La risposta del Viminale è arrivata con l'annuncio della firma della direttiva.
"Sono contentissimo - dice Luca Casarini, uno degli armatori - abbiamo salvato persone dai campi libici. La motovedetta libica è arrivata quando avevamo già in mano la situazione. Ma nessun problema. Adesso stiamo dirigendo verso nord per evitare il maltempo e chiederemo il porto sicuro".
"Operazioni illegali delle Ong? L'unica cosa illegale e immorale è lasciare morire persone in mare o nei lager libici", il commento del segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni.

Il gommone era partito dalle coste libiche, dimostrazione di come - a fronte dell'ormai minimo numero di persone che riescono a sbarcare in Italia - le imbarcazioni continuano comunque a partire. A fronte dei 346 arrivati in Italia nel 2019 sono stati 885 quelli riportati indietro dalla guardia costiera libica.

Alessandra Ziniti E Giorgio Ruta

martedì 19 febbraio 2019

Zero sbarchi ma nel Mediterraneo si muore come prima, 200 morti accertati, la strategia è non farlo sapere ed evitare che ci siano Ong testimoni in zona

Linkiesta
La Libia continua a essere un inferno, i gommoni continuano a partire, le persone continuano a morire: la differenza è che oggi, senza le Ong, se ne sa poco o nulla. E intanto il governo ha tagliato i fondi per la cooperazione internazionale: alla faccia dell’aiutarli a casa loro.

I migranti non arrivano, ma continuano a vivere nell’inferno libico, continuano a partire e continuano a morire, come prima, più di prima. Questo è quel che Salvini e i chi ne sostiene l’azione dovrebbero aver ben chiaro in testa, perlomeno. Perché di fronte a 170 morti nel giro di due giorni, 117 nella notte tra il 18 e il 19 gennaio a largo di Tripoli, altri 53 tra Spagna e Marocco nella notte precedente, impongono ben più di una riflessione alle nostre coscienze.

lunedì 11 febbraio 2019

Migranti, la nave umanitaria Sea-Eye torna in mare con il nome del bambino Alan Kurdi. Continuiamo a salvare migranti e mai li riporteremo il Libia

La Stampa
La portavoce: “Porti chiusi? Situazione difficile, ma li salveremo e non li riporteremo mai in Libia”

A più di un mese da un’odissea umanitaria nel Mediterraneo lunga 19 giorni, condivisa con la Sea Watch, l’organizzazione tedesca Sea Eye si prepara a tornare nel Mediterraneo con una nave che sarà ribattezzata con il nome di Alan Kurdi, il bambino che nel 2015 divenne il simbolo della tragedia dei migranti nel Mediterraneo.

Il 2 settembre di quattro anni fa l’immagine senza vita del corpo del bimbo riverso su una spiaggia della costa di Bodrum, in Turchia, mosse la coscienza di milioni di persone.


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sabato 9 febbraio 2019

Fallito altro tentativo di attacco alle Ong. Per l'Acquarius il reato legato al trattamento dei rifiuti potenzialmente tossici non sussiste

Rai News
"Esiste la ritenuta potenziale infettività dei rifiuti derivanti dalle operazioni di salvataggio (nello specifico vestiti e biancheria intima) che dunque avrebbero dovuto essere riferiti come rifiuti sanitari a rischio infettivo o sanitari pericolosi, tuttavia è insussistente il contestato reato di traffico illecito di rifiuti"


E' la motivazione alla base del provvedimento del Tribunale del riesame di Catania con il quale ha annullato il decreto del Gip che disponeva il sequestro di 200 mila euro da due conti correnti intestati a Francesco Giannino, titolare della 'Mediterranean shipping agency' di Augusta (Siracusa), indagato nell'ambito dell'inchiesta "Bordeless" sulla gestione di rifiuti da navi di Ong. 

I giudici hanno anche ritenuto illegittimo il metodo di calcolo del profitto basato dalla Procura su una norma della Convenzione Marpol che era inapplicabile, riferendosi ad altro contesto e non alle condizioni economiche relative allo smaltimento dei rifiuti. 

Nell'inchiesta della Procura di Catania vi è la gestione dei rifiuti da navi di Ong, come la Aquarius di Medici senza frontiere per cui è ancora pendente un provvedimento di sequestro emesso dal Gip per lo stesso reato che il Tribunale del riesame ritiene non configurabile. 

"Gli indumenti ed i vestiti indossati dai migranti, a rischi di contaminazione da agenti patogeni e virus infettivi, ed i rifiuti alimentari rappresentati dagli scarti degli alimenti somministrati ai migranti a bordo, potenziali veicoli, per contatto diretto, di microorganismi, virus e tossine - scrivono il presidente Sebastiano Mignemi e la relatrice Laura Benanti - non potevano essere raccolti e smaltiti in modo indifferenziato, quali residui del carico, assimilati ai rifiuti solidi urbani, bensì previa qualificazione degli stessi come rifiuti sanitari a rischio infettivo o sanitari pericolosi, e con modalità rispettose della salute pubblica". 

Per i giudici, la "pluralità delle operazioni, e financo l'abitualità della condotta, non è però sufficiente a far ritenere integrato il reato contestato di traffico illecito di rifiuti essendo infatti necessario un quid pluris, consistente nell'allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate. In altri termini una struttura rudimentale, nel cui alveo ricondurre i traffici illeciti, organizzando una forma di impresa". 

Secondo il Tribunale del riesame le indagini avrebbero fotografato le modalità di smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo delle due navi, Vos Prudence e Aquarius, quali attività semplici, non involgenti mezzi né organizzazione. -