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mercoledì 20 febbraio 2019

Save the Children. Sono 420 milioni i bambini che vivono in zone di guerra. Nel 2017: 10mila uccisi, 100mila morti di neonati causate dalle guerre

Avvenire
L'ong lancia il rapporto "Stop alla guerra sui bambini": nel 2017 oltre 10 mila uccisi o mutilati, 100 mila neonati l'anno muoiono per fame o malattie. Petizione contro le bombe italiane in Yemen

Sono stati oltre 10 mila i bambini uccisi o mutilati nel 2017 dai bombardamenti nelle aree di guerra. E 100 mila i neonati che muoiono ogni anno per cause dirette e indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione. Sono solo alcuni dei dati presentati da Save the Children nel suo nuovo rapporto Stop alla guerra sui bambini che denuncia, tra l'altro, l'utilizzo da parte della Coalizione a guida saudita in Yemen per colpire obiettivi civili di bombe prodotte anche in Italia.


Nel mondo dunque sono 420 milioni - uno su cinque - i bambini che vivono in zone di conflitto, oltre 30 milioni in più del 2016 e il doppio dalla fine della Guerra Fredda. E 4,5 milioni hanno rischiato di morire per fame nei dieci Paesi coinvolti nelle guerre più sanguinose: Afghanistan, Yemen, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. 

In termini assoluti l'Asia è il luogo dove vivono più bambini in aree di conflitto, circa 195 milioni. In percentuale, invece, il primato spetta al Medio Oriente con il 40 per cento dei bambini che vivono in zone di guerra, pari a 35 milioni. 

Solo in Yemen, 85mila bambini sotto i cinque anni sono morti per fame o per malattie gravi dall'inizio del conflitto, tre anni fa.«È sconvolgente - spiegato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children - che nel XXI secolo arretriamo su principi e standard morali così semplici: proteggere i bambini e i civili dovrebbe essere un imperativo, eppure ogni giorno i bambini vengono attaccati, perché i gruppi armati e le forze militari violano le leggi e i trattati internazionali». Innumerevoli le violazioni dei diritti dei piccoli che hanno avuto la sfortuna di nascere in zone di guerra. 

E il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha identificato sei gravissime categorie che vanno dall'uccisione e mutilazioni al reclutamento dei bambini soldato, soprattutto in Paesi come la Repubblica Centrafricana alla Repubblica democratica del Congo, dalla violenza sessuale ai rapimenti, agli attacchi a scuole e ospedali fino alla negazione dell'accesso agli aiuti umanitari. 

Secondo l'analisi basata sui rapporti delle Nazioni Unite, il numero di violazioni dei diritti dei minori nel 2017 è stato di 25mila, il numero più alto mai registrato prima.

Il caso Diciotti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'Italia rischia la condanna.

La Repubblica
Il ricorso nell'interesse di due migranti trattenuti sulla nave. Se fosse ritenuto ammissibile, l'Italia dovrà rispondere di violazione dei principi della convenzione.


Il caso della nave Diciotti approda alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'associazione italo-tedesca "Bordeline" ha presentato un ricorso, nell'interesse di due migranti "trattenuti" a bordo, chiedendo la condanna dell'Italia per avere violato alcuni articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. 


Nel ricorso, firmato dagli avvocati Antonella Mascia, Leonardo Marino e Sebastiano Papandrea, viene denunciata la violazione degli articoli che sanciscono "il diritto a un trattamento umano e non degradante" e quello che "assicura la facoltà di conferire con i propri difensori per tutelare i propri diritti". 

Secondo i legali, l'avere trattenuto i migranti, "in condizioni fisiche e psicologiche precarie", a bordo della Diciotti, dal 15 al 25 agosto, ha rappresentato un trattamento equiparato a "tortura e trattamento degradante".

L'associazione sottolinea che i migranti "sono stati privati della libertà personale nonostante le torture fisiche subite prima dello sbarco". I tre avvocati dell'associazione aggiungono: "I diritti garantiti dalla convenzione sono stati violati anche perché non è stato consentito ai migranti di contestare la loro posizione davanti all'autorità giudiziaria". 

Se il ricorso dovesse superare il "filtro" dell'ammissibilità, la Cedu dovrà decidere se condannare l'Italia per avere violato i principi sanciti dalla convenzione.

Il Consiglio d'Europa condanna la Grecia: "trattamento disumano e degradante verso i migranti"

Globalist
In un centro nella regione dell’Evros, al confine turco, famiglie, bambini, donne incinte e uomini soli venivano detenuti insieme in un luogo che offriva un metro quadrato di spazio vitale a testa.


Una brutta notizia per il governo Tsipras che pure, a suo tempo, sembrò dare una speranza alla Grecia, se non altro di dei diritti umani e del sostegno ai più poveri.

Il Consiglio d'Europa ha condannato il trattamento "disumano e degradante" riservato a migranti e richiedenti asilo nei centri di detenzione in Grecia, aggiungendo che ci sono accuse credibili di abusi da parte della polizia.

"I cittadini stranieri privati della libertà dalle autorità vanno trattati con umanità e dignità" ha affermato il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa in un rapporto pubblicato a seguito di una visita di dieci giorni nel centri di detenzione greci ad aprile 2018. "Sono state rilevate condizioni di detenzione nettamente sotto gli standard in alcune caserme della polizia e delle guardie di confine visitate".

In un centro nella regione dell’Evros, al confine turco, famiglie, bambini, donne incinte e uomini soli venivano detenuti insieme per settimane e in alcuni casi mesi in un centro che offriva un metro quadrato di spazio vitale a testa. Secondo il Comitato queste condizioni "possono facilmente essere considerate un trattamento disumano e degradante".

Il comitato ha detto di aver ricevuto "accuse credibili di maltrattamenti da parte della polizia (schiaffi, pugni, calci, manganellate e abusi verbali) da cittadini stranieri" detenuti nelle regione dell'Evros e in un campo sull'isola di Lesbo. Alcuni migranti hanno sostenuto di essere stati riportati in Turchia dalle guardie di confine.

In una replica acclusa al rapporto le autorità greche affermano che le loro indagini sulle accuse di rimozioni illegali e di maltrattamenti da parte di agenti non hanno rilevato "alcun onere disciplinare". Le condizioni detentive nella regione dell'Evros sarebbero inoltre dovute all'"accresciuta pressione migratoria" al momento della visita dei membri del comitato.

martedì 19 febbraio 2019

In Togo a casa di Tamimou, per conoscere la storia del migrante morto di freddo sulle Alpi

Avvenire
Da Agadez alla Libia, poi l’attesa in Italia. Il papà: «Non aveva i soldi per far curare la madre». Le ultime parole su Whatsapp: «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia»
Il villaggio di Madjaton si trova tra le verdi colline di Kpalimé, una tranquilla città nel sud-ovest del Togo. Un luogo dalla natura lussureggiante e il terreno fertile. È qui che è cresciuto Tamimou Derman, il migrante deceduto per il freddo il 7 febbraio mentre cercava di superare a piedi il confine tra l’Italia e la Francia. La sua famiglia è composta dapadre, madre, tre fratelli, e una sorella. Sono tutti seduti all’ombra di un grande albero in attesa di visite e notizie.

«Salam aleikum, la pace sia con voi» dicono con un sorriso all’arrivo di ogni persona che passa a trovarli per le condoglianze. L’accoglienza è calorosa nonostante la triste atmosfera. «È stato un nostro parente che vive in Libia a darci per primo la notizia», dice Samoudini, il fratello maggiore di 35 anni. «All’inizio non potevamo crederci, ci aveva spedito un messaggio vocale due giorni prima della partenza per la Francia. Poi le voci si sono fatte sempre più insistenti – continua Samoudini – e le speranze sono piano piano svanite. Ora il nostro problema principale è trovare i soldi per far ritornare la salma».

Tamimou è la prima vittima dell’anno tra chi, come molti altri migranti africani, ha tentato di raggiungere la Francia dall’Italia attraverso le Alpi. Il giovane togolese era partito con un gruppo di altri venti ragazzi. Speravano di eludere gli agenti di polizia che pattugliano una zona sempre più militarizzata. «Diciamo a tutti i migranti di non incamminarsi per quei valichi in questa stagione – ha spiegato alla stampa Paolo Narcisi, medico e presidente della Onlus torinese, Rainbow for Africa – . È un passaggio troppo rischioso ». Prima di avventurarsi tra la neve e il gelo, Tamimou aveva appunto lasciato un messaggio alla famiglia. «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia – si sente in un audio whatsapp di circa un minuto –. Pregate per me e se Dio vorrà ci parleremo dal territorio francese». Il padre e un amico, uno accanto all’altro, scoppiano a piangere. La mamma, seduta tra il gruppo delle donne, resta immobile con gli occhi rossi. La sorella pone invece il capo tra le ginocchia ed emette un leggero singhiozzo. Per alcuni secondi restiamo in un silenzio profondo, interrotto solamente dalle voci dei bambini del villaggio che rincorrono cani e galline. Ascoltare la voce di Tamimou riporta la famiglia al momento in cui è giunta la notizia del suo decesso, l’8 febbraio.

«Non volevamo che partisse per l’Europa», riprende Inoussa Derman, il papà, cercando di trattenere le lacrime. «Lui però era determinato. Si sentiva responsabile per le condizioni di salute di mia moglie che, tuttora – racconta il genitore – soffre di ipertensione e per diverso tempo è stata ricoverata in ospedale. Non avevamo i soldi per pagare le cure». 

La madre, Issaka, fissa il terreno senza parlare. Sembra avvertire il peso di una responsabilità legata alla partenza del figlio. Tamimou si era dato da fare subito dopo la scuola. Aveva lavorato a Kpalimé come muratore prima di trasferirsi in Ghana per due anni e continuare il mestiere. Non riuscendo a guadagnare abbastanza, aveva deciso di partire per l’Europa nel 2015. Con i suoi risparmi e un po’ di soldi chiesti a diversi conoscenti, ha raggiunto la città nigerina di Agadez, da decenni importante crocevia della rotta migratoria proveniente da tutta l’Africa occidentale e centrale. Dopo qualche mese il ragazzo ha contattato la famiglia dalla Libia. «Ci diceva quanto era pericoloso a causa dei continui spari e degli arresti indiscriminati – aggiunge Moussara, la sorella di 33 anni –. Gli abbiamo detto più volte di tornare, ma non ci ha voluto ascoltare».

Tamimou ha trascorso almeno 18 mesi in Libia in attesa di trovare i soldi per continuare il viaggio. «Ci sentivamo spesso anche quando ha oltrepassato il 'grande fiume' per arrivare in Italia – racconta Satade, un amico d’infanzia, in riferimento al Mar Mediterraneo –. Con i nostri ex compagni di scuola avevamo infatti creato un gruppo su whatsapp per rimanere in contatto con lui». Dopo più di 16 mesi in Italia, il migrante togolese raccontava alla famiglia di essere ancora disoccupato. «Non ho trovato niente – spiegava in un altro messaggio vocale –. In Italia ci vogliono i documenti per lavorare e io non riesco a ottenerli». La decisione di partire per la Francia era stata presa con grande sofferenza. 

Diversi amici avevano assicurato al migrante togolese che al di là del confine sarebbe stato molto più facile trovare un impiego. Ma di Tamimou, in Francia, è arrivato solo il cadavere. Da giorni è ospitato all’obitorio dell’ospedale di Briançon. La famiglia è in contatto con un cugino che vive da diversi anni in Italia e sta seguendo le pratiche. Parenti e amici vogliono riportare il corpo di Tamimou nel caldo di Madjaton, a casa, per seppellirlo secondo le usanze tradizionali. «Gli avevamo detto di non partire – insiste il padre –. Ma non si può fermare la determinazione di un giovane sognatore».

Matteo Fraschini Koffi, Kpaliné (Togo)

Sudan, la protesta delle donne contro la violenza delle forze dell'ordine è efficace sui "Social"

La Repubblica
Dal 19 dicembre, il Sudan è scosso da proteste contro il presidente Omar al Bashir, che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, hanno causato la morte di almeno 45 persone. Su Facebook l'iniziativa delle donne sudanesi. L'inchiesa di BuzzFeed News.

Khartoum. Le donne in Sudan stanno usando gruppi privati di Facebook creati appositamente per denunciare i funzionari di sicurezza dello Stato che brutalizzano i manifestanti durante le enormi proteste anti-governative che stanno investendo il Paese. Quando agenti della sicurezza e polizia hanno abusato del loro potere, le donne hanno pubblicato volti e nomi. Gli agenti sono stati perseguitati da persone dei loro quartieri, picchiati e talvolta cacciati fuori dalla città.

Tali gruppi, accessibili solo tramite una rete privata virtuale (VPN), visto che il governo ha bloccato tutti i social media, fanno parte della risposta al brutale giro di vite contro le proteste che stanno mettendo in ginocchio il Paese da dicembre. Sono le più imponenti contro il regime del presidente Omar al-Bashir, in carica dal 1989, accusato dai manifestanti di applicare leggi oppressive e di distruggere l'economia.

Le leggi sulla moralità del Sudan impediscono alle donne di riunirsi in pubblico. Dettano loro quali vestiti indossare e autorizzano l'uso di punizioni corporali, come la flagellazione e la lapidazione, nel caso in cui vìolino o critichino le regole. Ora ci sono decine di gruppi sulla piattaforma con migliaia di membri. Sono riservati alle donne sudanesi e sono stati creati molto prima dell'inizio delle proteste.

I gruppi di Facebook sono diventati talmente noti al popolo sudanese che gli agenti di sicurezza hanno iniziato a nascondere i loro volti in pubblico per paura di apparire sul social. "Nessuno aveva mai pensato che avremmo potuto fare il cambiamento come donne, ma siamo più potenti di qualsiasi governo", ha detto Enas Suliman, un insegnante di 26 anni che ha protestato a dicembre, a BuzzFeed News.

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Zero sbarchi ma nel Mediterraneo si muore come prima, 200 morti accertati, la strategia è non farlo sapere ed evitare che ci siano Ong testimoni in zona

Linkiesta
La Libia continua a essere un inferno, i gommoni continuano a partire, le persone continuano a morire: la differenza è che oggi, senza le Ong, se ne sa poco o nulla. E intanto il governo ha tagliato i fondi per la cooperazione internazionale: alla faccia dell’aiutarli a casa loro.

I migranti non arrivano, ma continuano a vivere nell’inferno libico, continuano a partire e continuano a morire, come prima, più di prima. Questo è quel che Salvini e i chi ne sostiene l’azione dovrebbero aver ben chiaro in testa, perlomeno. Perché di fronte a 170 morti nel giro di due giorni, 117 nella notte tra il 18 e il 19 gennaio a largo di Tripoli, altri 53 tra Spagna e Marocco nella notte precedente, impongono ben più di una riflessione alle nostre coscienze.

lunedì 18 febbraio 2019

Papa Francesco si fa fotografare con la spilletta "Apriamo i porti"

Ansa
Durante l'incontro a Sacrofano con le realtà di accoglienza "Liberi dalla paura".

Durante l'incontro a Sacrofano con le realtà di accoglienza "Liberi dalla paura", papa Francesco si è fatto ritrarre con la spilletta che riporta lo slogan "Apriamo i porti". Come raccontato da Avvenire e documentato dalle foto, è successo quando don Nandino Capovilla, parroco a Marghera (Venezia), si è avvicinato al papa Francesco che ha preso la spilla in mano e si è fatto fotografare. Le immagini sono state rilanciate dal parroco sul suo profilo Facebook.

"Saliamo sui tetti! Coraggiosamente papa Francesco non perde occasione, taglia corto con le esortazioni scontate. Si concede una foto che rilancia quell'Apriamo i porti, che sta unendo cittadini dal nord al sud del Paese e che per i cristiani è obbligo evangelico per essere liberi dalla paura", scrive don Capovilla su facebook postando il selfie con il papa e ricordando le parole pronunciate a Sacrofano dal pontefice: 

"La paura è l'origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura. Sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori".

"Roma capitale umana", in piazza Vittorio centinaia contro l'odio sociale mobilitati da genitori e bambini della scuola Di Donato

La Repubblica
Genitori e bambini per raccontare una città solidale e antirazzista. L'idea è nata durante un'assemblea dei genitori della scuola Di Donato preoccupati per l'effetto del decreto sicurezza su famiglie e compagni di classe

Il volto di una città che non solo vuole accogliere, ma opporsi all'odio sociale. Per la prima volta a Roma una scuola ha mobilitato centinaia di cittadini: in piazza Vittorio l'associazione genitori scuola Di Donato ha riunito adulti e bambini per raccontare una città solidale e antirazzista, una "Roma capitale umana".


È questa la frase che l'associazione promotrice ha scritto sugli striscioni che sovrastano la piazza e stampato sulle magliette andate a ruba. Sui cartelloni disegnati dai bambini della scuola compaiono scritte come "I diritti umani non sono un privilegio" e "Aprite i porti per aprire i cuori".

L'idea della mobilitazione è nata durante un'assemblea dei genitori della scuola del I municipio preoccupati per l'effetto del decreto sicurezza sulle famiglie e sui bambini della Di Donato. "Alcune persone rimarranno o sono rimaste senza permesso umanitario - ha detto Silvia Stefanovichj, una delle mamme che ha organizzato la manifestazione - Come faranno? Cosa succederà a loro e ai bambini?".


Anche ai più piccoli è stato chiesto di dire la loro e sui porti chiusi non hanno avuto dubbi: costruiamo delle barche per aiutare le persone" hanno risposto. E la scalinata della piazza è stata riempita di barchette di carta colorate e biglietti con i pensieri dei bambini.

Molti gli interventi dal palco: "Questa è la Roma che resiste e che si oppone - ha detto Alessandro Natali dell'Istituto Comprensivo di via dei Sesami, a Centocelle - non solo al decreto Salvini ma anche a chi governa questa città e non fa nulla per contrastarne gli effetti diventando complice".

"Tra i nostri ragazzi c'è chi non ha il passaporto non possiamo rimanere in silenzio - ha raccontato Danilo Corradi del liceo Amaldi di Tor Bella Monaca che aveva indetto uno sciopero dei docenti nei giorni in cui 47 persone erano bloccate sulle navi delle Ong e non potevano attraccare sulle coste italiane.

Non solo protesta e opposizione: piazza Vittorio si è riempita di suoni con la musica della Stradabanda e l'orchestra di Tor Pignattara e tanti altri gruppi musicali della città. Anche i bambini della Di Donato si sono esibiti in un flash mob cantando: "Roma accogliente, multiculturale, Roma ama il mondo, città solidale".

Marina De Ghantuz Cubbe

domenica 17 febbraio 2019

Novità il libreria e on-line: "LIBERI DENTRO - Cambiare è possibile anche in carcere"

Blog Diritti Umani - Human Rights

Novità il libreria e on-line
Ezio Savasta
Liberi dentro
Cambiare è possibile anche in carcere
Introduzione di Mario Marazziti
Infinito Edizioni      ISBN 978-88-6861-330-3       € 14.00



Dall'introduzione di Mario Marazziti


... "Questo libro ci porta dentro le mura del carcere e ci aiuta a guardare. E a vedere. A incontrare persone. Che l’autore chiama “amici”. Da molti anni entra a Regina Coeli, a Rebibbia, in molti altri istituti penitenziari italiani con altri della Comunità di Sant’Egidio, assieme ad altri volontari e persone di buona volontà. E’ un lavoro straordinario di umanizzazione, che aiuta a prevenire la radicalizzazione, anche tra i detenuti stranieri, quando l’isolamento rischia di creare contrapposizione e le notizie di fuori possono essere deformate. E’ una presenza che negli anni ha trovato i modi, assieme al personale di custodia, per riattivare percorsi di studio, di salute, progetti di vita. “L’amicizia cambia il mondo”, dicono – e fanno – a Sant’Egidio. L’autore, nel tempo, ha conosciuto umanità dure farsi tenere, rinascite e cadute inaspettate, rabbie sciogliersi, ma anche la difficoltà di fare qualcosa per dare una mano anche dopo, per aiutare a non tornare indietro. Ha anche conosciuto fallimenti, che si sentono, anche se nel libro se ne parla poco. E in maniera garbata ci mette in contatto con umanità dolenti e con piccole e grandi guarigioni, attraverso una scrittura sobria, non da protagonista. E’ un libro che fa bene, perché aiuta a vedere il mondo a colori e non solo in bianco e nero, e non tutto il bianco da una parte e tutto il nero dall’altra.

È un libro che accorcia le distanze e che aiuta ad accorciarle, senza paura di rimanere contagiati da un mondo fatto di odori e storie forti, di necessità piccole e quotidiane, di freddo e di caldo, di sogni semplici, un abbraccio con i familiari, di solidarietà profonde, ma anche di solidarietà malate, di paura e di piccole e non solo piccole violenze.

Quello che emerge è che anche nelle situazioni più bloccate è possibile cambiare. Anche se a volte sembra che non si riesca. Ma quello che fa la differenza è proprio quell’accorciare le distanze, l’amicizia, quella familiarità calda ma non ingenua che permette di resistere alla rassegnazione, di offrire a chi è recluso di essere preso sul serio. Di essere ascoltato. Di essere rimproverato e contraddetto, senza paternalismi." ...


Altre informazioni sul libro >>>

Berberio, lo psichiatra che cura i migranti a Moria: “Allucinazioni, autolesionismo, suicidi anche tra i bambini. Un trauma collettivo si consuma alle porte di casa nostra”

TPI
Moria è il più grande campo d’identificazione ed espulsione in Grecia, allestito sull’isola di Lesbo nel 2015 per identificare i richiedenti asilo e i migranti in arrivo dalle coste turche a quelle greche dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente. 


Per ridurre il flusso di persone, circa 861.000 arrivate via mare e via terra secondo l’Unhcr nel 2015, l’Unione europea ha stipulato nel 2016 un accordo con la Turchia, che prevedeva che in questi hotspot, a Lesbo e nelle altre tre isole greche di Samos, Kos e Kios, le persone fossero registrate e sottoposte a interviste per valutare il grado di vulnerabilità e l’idoneità alla protezione internazionale.

Quelli considerati non idonei dovevano essere rispediti in Turchia, la quale però non accetta migranti rimpatriati provenienti dalla terra ferma. La conseguenza è che le persone, prima di essere sottoposte alla commissione d’asilo, che può avvenire anche anni dopo l’arrivo a Lesbo, rimangono bloccate sull’isola, diventata così una prigione a cielo aperto. 

Il campo di Moria non è più solo un campo di transito, ma un accampamento dove i richiedenti asilo stanziano per anni in condizione igieniche, sanitarie e sociali decadenti.

C’è un bagno ogni 70 persone e non tutti riescono a procurarsi il cibo se non si svegliano all’alba per mettersi in fila. Gli ospiti vivono in cattività, alcuni subiscono e perpetrano violenze, o tentano il suicidio, perdono lentamente il loro senso di umanità, già messo alla prova nei paesi da cui sono fuggiti, principalmente Afghanistan, Siria e Iraq.

Alessandro Barberio è uno psichiatra dell’equipe del dipartimento di salute mentale di Trieste e ha testimoniato tutto questo a partire da gennaio del 2018, quando è arrivato per la prima volta a Lesbo per far parte dell’equipe di Medici Senza Frontiere (MSF).

“A Trieste avevo già curato migranti vittime di tratta o tortura, ma mai avuto a che fare con un numero così alto di persone che ogni giorno presentava gli stessi sintomi, con storie simili e stessi livelli di violenza subita. Chi arriva da paesi come il Camerun o il Congo, subisce una violenza devastante. Le persone sono perseguitate, vedono i propri cari morti davanti a loro, fratelli decapitati”.

“Questa violenza li insegue fino a Moria, dove le condizioni del campo non li tranquillizzano, ma anzi fanno esplodere i sintomi. Alla sindrome post traumatica da stress, si aggiungono allucinazioni visive e uditive, angoscia elevata, confusione, disorganizzazione, che a volte li porta a tentare il suicidio: se per giorni non riesci a dormire perché senti o vedi continuamente allucinazioni minacciose, collegate agli episodi di violenza, sei portato a fare anche questo”.

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"Sporco ebreo": i "Gilet Jaune" insultano il filosofo Alain Finkielkraut

Globalist
L'accademico è stato presi di mira da un gruppo di manifestanti con slogan anti-semiti, minacce e insulti volgari.


Che tra di loro ci fossero molti razzisti si sapeva. Violenti pure. Islamofobi anche. Ma, per non farsi mancare nulla, sono spuntati anche volgarissimi anti-semiti.
"Sporco ebreo", "sporco sionista", "la Francia è dei francesi", "Palestina" e "il popolo ti punira'": queste le grida che si odono in un video postato su Twitter in cui si vede un gruppo di gilet gialli che incrocia oggi nelle strade di Parigi il filosofo e accademico Alain Finkielkraut e prende a insultarlo. 

Le grida sono estremamente aggressive, il gruppo si infoltisce e si fa più minaccioso fino a quando Finkielkraut viene preso per un braccio da una persona che lo invita ad allontanarsi. Il gruppo lo insegue per qualche metro, alcuni con il volto coperto da un passamontagna nero mentre le grida si fanno più forti e numerose.

Tunisia. I bambini dell'Isis reclusi e abbandonati: così i figli pagano le colpe dei padri

La Repubblica
Stando ai numeri, sembra che siano circa 200 bambini e 100 donne ad esser rinchiusi in prigioni o in campi di detenzione all'estero senza esser accusati di nulla. La loro unica colpa è quella di far parte di una famiglia che ha avuto dei legami con foreign fighters: l'accusa di Human Rights Watch.

Secondo le autorità tunisine, sono più di 3000 i connazionali che hanno lasciato il paese per raggiungere e unirsi alle fila dell'Is. Una delle nazioni con il maggior numero di foreign fighters che oggi fa i conti con la gestione del 'ritorno'. 

In questo frangente, una delle maggiori criticità è rappresentata dai figli o familiari dell'Isis: bambini che oggi stanno pagando all'estero le colpe di genitori militanti. Stando ai numeri, sembra che siano circa 200 bambini e 100 donne ad esser detenuti in prigioni o in campi di detenzione all'estero senza esser accusati di nulla. La loro unica colpa è quella di far parte di una famiglia che ha avuto dei legami con foreign fighters.

L'indifferenza. In un rapporto Human Rights Watch punta il dito contro il governo di Tunisi, colpevole secondo la Ong statunitense, di non star facendo abbastanza per riportare questi innocenti in patria. "Le questioni di sicurezza - afferma Letta Tayler, ricercatrice di terrorismo e antiterrorismo di Human Rights Watch - non possono giustificare l'azione dei governi che abbandonano i bambini piccoli e altri cittadini detenuti senza accusa in squallidi campi e prigioni estere. I bambini tunisini sono bloccati in questi campi senza istruzione, senza futuro e senza via d'uscita, mentre il loro governo sembra non alzare nemmeno un dito per aiutarli".

La prigionia. Alcune donne hanno raccontato ai loro familiari di essere rinchiuse in Libia in condizioni di estrema indigenza e in carceri sovraffollate. Altre hanno denunciato le condizioni inumane nelle tendopoli nel nord est della Siria. Due madri hanno raccontato che donne e bambini sono stati picchiati durante gli interrogatori nella prigione di Misurata dove alcune delle vittime, anche minori, hanno confessato di voler uccidersi.

I parenti di bambini e donne recluse all'estero, soprattutto in Iraq, Siria e Libia, hanno provato a contattare il ministero tunisino per chiedere informazioni ed esortarlo ad un'azione decisiva per riportarli in patria. Ma la maggior parte ha dichiarato di non aver ricevuto risposta. Ad oggi, nonostante le dichiarazioni di impegno, la Tunisia ha riportato a casa solo tre di questi minorenni impegnandosi a riportare a casa altri 6 orfani entro la metà di febbraio.

L'accusa. La mancanza d'impegno da parte della Tunisia nel riportare a casa i figli di presunti o confermati membri dell'Isis dà luogo secondo l'ong statunitense ad una grave violazione dei diritti dell'infanzia. Inoltre, le madri, se non accusate, dovrebbero essere rimpatriate assieme ai figli. Se invece queste fossero sospettate o accusate di terrorismo o affiliazione, dovrebbero essere detenute in patria così da garantire ai figli una maggior vicinanza. "Questi bambini e persino le loro madri - continua Tyler - non possono lasciare i campi e sono bloccati nelle prigioni: non possono tornare a casa da soli più di quanto i pesci possano attraversare il deserto. Lasciarli languire senza accusa aggraverà le loro sofferenze e rischia di alimentare ulteriori risentimenti".
Chiara Nardinocchi

sabato 16 febbraio 2019

Baraccopoli di San Ferdinando, un altro rogo, muore giovane migrante. Altra vittima delle condizioni in cui sono costretti a vivere i lavoratori immigrati

Il Messaggero
Un incendio è divampato la notte scorsa nella baraccopoli di San Ferdinando ed ha provocato una vittima. Le fiamme sono state spente dai vigili del fuoco che hanno allestito una postazione fissa sul posto. 


La vittima, secondo le prime notizie raccolte dagli investigatori, si chiamerebbe Aldo (il nome italiano che si era dato) Diallo, senegalese, di circa 35 anni. L'identificazione non è ancora ufficiale, visto che nel rogo sono andati distrutti anche i suoi documenti, ma il nome emerge dai racconti degli altri migranti che vivono nella tendopoli.
Una quindicina le baracchie distrutte nell'incendio. Sono in corso le indagini per accertare la dinamica di quello che è avvenuto. I quindici migranti rimasti senza un tetto sono stati ricoverati presso la nuova tendopoli gestita dal Comune di San Ferdinando, e grazie all'intervento immediato dei vigili del fuoco, il cui presidio è all'esterno del campo, e delle forze dell'ordine, è stato possibile contenere ulteriori, gravi effetti.

C'è tensione tra i migranti che vivono nella baraccopoli. Da tempo chiedono soluzioni abitative alternative che superino l'emergenza della baraccopoli. Nel campo, stamani, c'è chi è pronto a dare vita ad un corteo di protesta fino a San Ferdinando. 

Al momento comunque, non si sono registrati problemi. Intanto il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, ha immediatamente convocato alle 6 di questa mattina una riunione di Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica, presso la sede del Comune di San Ferdinando. 

Nel corso dell'incontro è stato messo a punto un piano per trasferire i migranti in una migliore situazione alloggiativa. Dopo le procedure di identificazione e la verifica dei requisiti di legge (permesso di soggiorno), quelli che lo vorranno saranno trasferiti nei centri Sprar o Cas della provincia di Reggio Calabria. Nel corso del vertice il Prefetto ha richiamato «l'importanza di attuare politiche attive di integrazione ed inclusione nel tessuto socio economico della Piana di Gioia Tauro - si legge in una nota - attraverso forme di accoglienza diffusa, anche ai sensi dell'art. 40 del Testo unico sull'immigrazione, così come convenuto nelle riunioni che si sono susseguite in Prefettura. In quelle occasioni, anche la Regione Calabria ha manifestato la disponibilità a contribuire alla soluzione del problema con strumenti che incentivino le locazioni, come la creazione di un apposito Fondo di garanzia per i proprietari che concedono un immobile in locazione, nonché l'investimento di risorse finanziarie per l'eventuale ristrutturazione di beni confiscati o del patrimonio pubblico». Al vertice erano presenti il Questore Raffaele Grassi, il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Flavio Urbani, il vice comandante dell'Arma dei carabinieri, Stefano Romano, il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, il rappresentante di vigili del fuoco, Carmelo Triolo.

I precedenti
Con l'uomo morto la notte scorsa, salgono a tre le vittime di incendi nella baraccopoli di San Ferdinando registrate in un anno.
Il 27 gennaio 2018 perse la vita una 26enne nigeriana, Becky Moses. In quel caso l'incendio fu doloso. Pochi mesi dopo la polizia ha fermato una donna ritenuta la mandante del rogo, fatto appiccare per gelosia.
Il 2 dicembre 2018, morì Surawa Jaith, del Gambia, che avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo.
In precedenza, nella baraccopoli dove nel periodo invernale vivono anche migliaia di migranti impegnati nei lavori di raccolta degli agrumi nei campi della piana di Gioia Tauro, si erano verificati altri incendi che non avevano causate vittime solo per puro caso.

Filippine, la giornalista Maria Ressa, critica con il governo, arrestata da Duterte

La Repubblica
Maria Ressa, la giornalista filippina che ha fondato il sito web Rappler, molto critico con il governo autoritario di Rodrigo Duterte, è stata arrestata a Manila con l'accusa di "cyberdiffamazione".

"Non siamo intimiditi. Nessuna causa legale, nessuna oscura propaganda nè le menzogne possono mettere a tacere i giornalisti filippini che continueranno a mantenere la linea.
Queste acrobazie legali mostrano fino a che punto il governo si spingerà per mettere a tacere i giornalisti, compresa la meschinità di costringermi a passare la notte in prigione", ha fatto sapere la giornalista in una nota diffusa dopo l'arresto.


La diffamazione è l'ultima di una serie di accuse che sono state rivolte contro di lei per vari presunti crimini, tra cui l'evasione fiscale. A dare la notizia dell'arresto sono stati gli stessi giornalisti di Rappler che hanno raccontato in diretta su Facebook e Twitter cosa stava succedendo nella redazione.

Nei video si vedono funzionari del partito, in borghese, che parlano con Maria Ressa, mentre alcuni dei giornalisti twittano quello che stava accadendo.

Gli ufficiali del National Bureau of Investigations (NBI) gli hanno intimato di interrompere le riprese e di non fare foto. Miriam Grace Go, editor di Rappler ha scritto su Twitter che gli agenti dell'NBI avevano portato via Ressa.

L'arresto di Ressa è stato possibile grazie a una controversa legge sulla "cyber-diffamazione" entrata in vigore nel settembre 2012, quattro mesi dopo la pubblicazione dell'articolo finito sotto accusa.

Il sito Rappler ha pubblicato una serie di inchieste sulla guerra alla droga di Duterte, che ha fatto migliaia di vittime negli ultimi anni. Tuttavia, il nuovo caso contro Ressa e l'ex reporter di Rappler, Reynaldo Santos Jr., è nato da un articolo del 2012 sui presunti legami di un uomo d'affari e un allora giudice del tribunale nazionale.

Inizialmente gli investigatori avevano respinto la denuncia del 2017 dell'uomo d'affari, ma il caso è stato successivamente riaperto dai pubblici ministeri.

"L'arresto di Ressa con l'accusa chiaramente manipolata di cyber diffamazione è un vergognoso atto di persecuzione da parte di un governo prepotente", ha dichiarato l'Unione nazionale dei giornalisti delle Filippine.

Ressa è stata inserita da Time tra i giornalisti "Persona dell'Anno" nel 2018 per la sua attività giornalistica. Dopo il riconoscimento aveva raccontato a Repubblica il suo lavoro e cosa significa fare giornalismo indipendente nel paese guidato da Duterte.

L'inferno sui social. Torture e riscatti, gli sos via web dalla Libia

Avvenire
Oltre cento eritrei rapiti dalla polizia a Tripoli. Dal carcere chiedono aiuto a parenti in Europa.
Migranti trattenuti in condizioni di schiavi nei centri di detenzione libici (Ansa)
Rapiti dalla polizia libica che minaccia i sequestrati di trasferimento nel lager di Bani Walid se i parenti
 non pagheranno. 

Ancora una volta il ricatto arriva via social media ai congiunti in Europa e in Israele. L’ennesima odissea di un gruppo di giovani profughi del Corno d’Africa, in maggioranza eritrei, poi somali ed etiopi, comincia il 3 febbraio scorso. 

I 72 sub sahariani sono appena stati liberati dai trafficanti eritrei che li avevano portati dal Sudan, li avevano rapiti e avevano chiesto riscatti di circa 5.000 dollari. Il gruppo vagava per Tripoli senza sapere dove andare ed è finito in una retata della polizia nel quartiere di Gergarish. 

Ma le celle di sicurezza sono poche e in 35 vengono inviati nel centro di detenzione di Tagiura mentre altri 10 sono stati liberati, dopo che si sono visti sequestrare dai poliziotti i cellulari e il denaro che avevano. Gli altri 27 vengono rinchiusi nelle celle di sicurezza del comando di polizia di Gergarish che minaccia di deportarli nel peggior inferno libico, stando alle testimonianze di chi ne è uscito e di chi vi è detenuto. 

A Bani Walid i prigionieri sono infatti sottoposti alle torture più efferate dalle guardie per odio razziale e religioso e per costringere i parenti a pagare i riscatti. Le foto delle persone minacciate con armi da fuoco o incatenate vengono postate su Facebook. Terrorizzati, gli stessi detenuti di Gergarish si sono messi in contatto con parenti in tutta Europa e in Israele grazie all’unico cellulare che sono riusciti a nascondere.

In Italia la testimonianza è stata raccolta dal gruppo di rifugiati del Coordinamento Eritrea De- mocratica. «Per rilasciarci – hanno detto ai connazionali – le guardie pretendono 500 dollari da ciascuno di noi: se non riusciremo a pagare ci trasferiranno a Bani Walid».

Attraverso Eritrea democratica abbiamo contattato una rifugiata eritrea in Olanda. «Mia cugina ha 17 anni ed è una delle prigioniere. È arrivata in Libia due anni fa, è già stata rapita da trafficanti eritrei e ho pagato 5.000 dollari per liberarla. Ora non riesco a trovare 500 dollari perché in Olanda studio e non so come fare», spiega Lydia, nome di fantasia. Le guardie libiche stanno premendo e minacciano di vendere ai boia di Bani Walid quello che considerano un carico di merce. 

Cui il 7 febbraio è stato aggiunto un altro gruppo di una trentina di sub sahariani che vagava nella capitale. Che il mercato della carne in Libia si svolga ormai senza pudore sui social media è stato confermato anche dal britannico Time in un articolo del 5 febbraio che utilizza foto mostrata anche da Avvenire il 26 gennaio scorso. Intanto da Khartoum arriva la conferma dai profughi che i trafficanti sub sahariani stanno offrendo formule nuove di pagamento differenziato ai giovanissimi eritrei, somali, etiopi e sudanesi che vorrebbero arrivare in Ue attraverso la Libia. 

Il viaggio all’inferno iniza cosi, poi arrivano le immagini raggelanti dei ragazzi e delle ragazze incatenati.

Paolo Lambruschi

venerdì 15 febbraio 2019

Africa, sempre più fame: 257 milioni sono denutriti 1/5 della popolazione. 59 milioni di bambini colpiti da arresto della crescita

Avvenire
Secondo l'Onu è cresciuto di 34,5 milioni in un anno il numero di coloro che soffrono la denutrizione nel continente: in totale sono 257 milioni. «Cruciali le rimesse degli emigrati».



I nuovi dati presentati nel rapporto congiunto delle Nazioni Unite, l'Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition (Panoramica regionale dell'Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione) indicano che 257 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica in Africa, capovolgendo i passi avanti realizzati negli ultimi anni.


Quali sono le regioni africane più colpite?
Nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita. Dei 257 milioni di denutriti, 237 milioni vivono nell'Africa sub-sahariana e 20 milioni nell'Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite indica che, rispetto al 2015, ci sono 34,5 milioni di persone denutrite in più in Africa, di cui 32,6 milioni nell'Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell'Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all'aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall'Africa orientale.


Quali sono le conseguenze sui bambini?
A causa della denutrizione, i bambini sotto i 5 anni colpiti da arresto della crescita sono 59 milioni (30,3%), di contro i bimbi sotto i 5 anni in sottopeso sono 9,7 milioni (5%). A livello regionale, la diffusione dell'arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l'obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza. Il numero di bambini in sovrappeso è particolarmente alto nell'Africa settentrionale e meridionale. Secondo il rapporto regionale, i progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell'Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente.

Che influenza ha il clima sulla fame?
In molti Paesi, in particolare nell'Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño hanno portato a un calo della produzione agricola e all'aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni Paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni. Ma a preoccupare sono innanzitutto gli eventi climatici più estremi e l'aumento della variabilità climatica, che "stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione". Nell'ultimo decennio questi eventi estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l'anno e causato annualmente danni per 670 milioni di dollari in tutto il continente africano.

Che ruolo hanno le rimesse degli emigrati?
Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna, si avverte nel Rapporto dell’Onu, "svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil africano e rappresentano un'opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare".

Paolo M. Alfieri

“Liberi dentro – cambiare è possibile anche in carcere” - Il libro di Ezio Savasta che da 25 anni incontra i detenuti come volontario

Askanews
Più di venticinque anni trascorsi in carcere, per libera scelta, per incontrare le persone detenute in qualità di volontario della Comunità di Sant’Egidio. Da questa esperienza pluridecennale Ezio Savasta, che è membro del Coordinamento Internazionale per l’abolizione della pena di morte, promotore sul web dei temi della difesa dei diritti umani, ha tratto un libro: “Liberi dentro – Cambiare è possibile anche in carcere”.

“In prigione, per eccellenza luogo di emarginazione, la visita rompe l’isolamento e questo è un grande dono. Chi è detenuto, anche chi ha commesso gravi reati, non vuole che la sua vita si esaurisca con il suo reato, ma chiede di essere ascoltato.In questo libro – si legge nella quarta di copertina, a firma di Mario Marazziti che ne ha scritto l’introduzione – vengono descritte con profondità le giornate nelle carceri italiane, si smontano luoghi comuni, ci si imbatte in tante piccole e grandi contraddizioni, ci si appassiona a vicende che paiono quasi incredibili. La vita, le difficoltà, le speranze, la violenza, le delusioni, la rabbia, la gioia che queste vicende esprimono, mostrano quanta umanità sia racchiusa dietro gli spessi muri di una prigione”.

“Il carcere è uno specchio. Racconta come siamo. È un sensore di civiltà. È un microcosmo, deformato, della nostra vita. Tutto è terribilmente umano, ma anche estremo. Come il rumore, assordante, permanente. Il contrario di quello che chi non vi è mai entrato potrebbe immaginare: nel rumore l’inattività, che spesso non aiuta a riflettere, ma addormenta quello che servirebbe per cambiare”, aggiunge Marazziti.

Savasta, che insegna nella scuola secondaria superiore a Roma, sottolinea che nel libro “sono raccontate varie storie avvincenti e descrizioni dell’interno del carcere, realtà nascosta da un alto muro che la separa dal mondo esterno. Spero che tra le pagine del libro scoprirete quanta umanità e sofferenza, che meritano attenzione e rispetto, sono racchiuse dietro le mura di una prigione”, aggiunge sul blog che gestisce ”Diritti Umani-Human Rights”.



Articoli colegati: Blog Diritti Umani - Human Rights - 14/02/2019 - New Book - "Liberi Dentro" un libro che nasce dalla presenza in carcere come volontario da 25 anni


Emergono gli orrori della guerra in Siria: trovata fossa comune con più di mille corpi a Raqqa.

AnsaMed
Beirut - I resti di circa 150 corpi sono stati rinvenuti oggi a Raqqa, ex capitale dell'Isis in Siria, secondo quanto riferiscono fonti dal terreno che parlano del ritrovamento di una fossa comune con più di mille corpi ancora da riesumare. 



I medici legali che operano nel quadro della regione semi-autonoma curdo-siriana, affermano che la fossa comune è divisa in due parti e che si trova sulla sponda sud dell'Eufrate.

Le fonti affermano che i 150 corpi finora riesumati non sono stati ancora identificati. Si tratta con molta probabilità di vittime delle violenze dell'Isis, che ha controllato la regione dal 2014 al 2017. 

I medici legali affermano che nelle due parti della fossa comune ci sono i resti di 1000-1500 persone e che ci vorranno diversi giorni per riesumare i corpi. Dopo mesi di richieste pressanti da parte delle organizzazioni locali e internazionali, solo alcune settimane fa sono cominciati a Raqqa e dintorni i lavori di ricerca delle fosse comuni.

Emergenza profughi nei Balcani, 60mila migranti entrati nel 2018, trattamenti brutali della polizia ai confini

Caritas Ambrosiana
La rotta balcanica è ufficialmente chiusa dal marzo 2016 da quando l'accordo tra Ue e Turchia è entrato in vigore; in realtà nel corso del 2018, più di 60 mila migranti sono stati registrati dalle autorità dei paesi dei Balcani occidentali. 


Si tratta di famiglie in fuga da guerre e violenze nei loro paesi d'origine: Siria, Afghanistan e Pakistan; che si dirigono verso la frontiera con la Croazia per cercare di attraversare i confini con l'Unione Europea.

La sorveglianza dei confini e la brutalità della polizia ungherese contro i migranti hanno spalancato le porte ad una nuova rotta attraverso i Balcani, che attraversa Albania, Montenegro e Bosnia. 
E così il commercio clandestino di essere umani ha raggiunto anche la Bosnia. 

Qui i rifugiati pagano i contrabbandieri per il passaggio in Croazia o in Slovenia, altri tentano di attraversare il confine su camion o treni. La maggior parte ancora cerca di entrare in territorio croato a piedi. Per questo la polizia ha intensificato i controlli lungo le frontiere e quotidianamente i migranti vengono respinti con violenza dalle forze dell'ordine. 

Sono decine le testimonianze di maltrattamenti che registriamo, a questi si aggiungono i pericoli legati all’attraversamento delle zone minate risalenti alle guerre degli anni ‘90. Le condizioni fisiche e psicologiche dei migranti peggiorano velocemente ed i rischi di scontri con le comunità locali aumentano.

Anche negli ultimi mesi invernali la rotta è rimasta aperta e percorsa, nonostante le rigide temperature e l'abbondante neve caduta. Si sono registrati molti casi con principi di assideramento per gruppi di migranti che si erano persi lungo le montagne al confine con la Croazia, e purtroppo con la registrazione di alcuni decessi.

Ad oggi le condizioni di viaggio rimangono estremamente precarie e i Paesi balcanici non sono preparati ad affrontare l’accoglienza di un numero così elevato di persone: intere famiglie con bambini dormono all’aperto, senza accesso ai servizi più basilari come acqua potabile, bagni, docce e si prevede un aumento di profughi lungo questa rotta nei prossimi mesi primaverili.

L'emergenza in Bosnia Erzegovina
L'emergenza profughi in Bosnia e Erzegovina rimane molto critica. Le stime parlano di circa 6.000 migranti con capacità ricettive nei campi profughi ancora insufficienti. La situazione di estrema precarietà fa sì che i migranti si accalchino all’addiaccio in strade e parchi durante le ore notturne in cerca di aiuti e riparo. Le scarsissime risorse a disposizione, lamancanza di strutture di accoglienza e di distribuzione del cibo e di beni di prima necessità rende la situazione estremamente precaria.
La zona di Bihac rimane attalmente quella più critica. Le autorità locali in questi mesi sono riuscite a individuare una location per collocare i migranti, è una ex fabbrica abbandonata, di fatto sono enormi capannoni dismessi e fatiscenti dentro cui hanno montato delle tende con letti a castello e dei servizi igenici chimici, per alloggiarte 2.500 persone. Il campo profughi di Bira è in questo momento è in condizioni veramente terribili, sia dal punto di vista igienico-sanitario, sia per la grande tensione all'interno del campo: sovraffollamento e nessuna attività ricreativa proposta alle persone presenti. Alcuni giorni la tensione tra i profughi è espola in tafferugli ed è dovuta intervenire la polizia arrestando più di 50 persone.
L'emergenza in Serbia
In Serbia sono attivi 18 campi profughi che accolgono più di 4.500 migranti, qui la situazione umanitaria è certamente migliore rispetto ad altre copagini del contesto Balcanico. Questo perchè la Repubblica Serba è stata coinvolta fin da subito nell'emergenza migratoria iniziata nel 2013. Attualmente i maggiori problemi sono dati dalla graduale riduzione degli interventi nei campi profughi delle principali ONG che stanno comportando un grave peggiormanto della qualità della vita nei campi.
La situazione all'interno dei campi è ferma al giorno i rifugiati hanno lasciato la propria casa. Per i bambini le lezioni a scuola sono interrotte. Nessun adulto può lavorare. Per ora, la maggior parte dei migranti dispone solo di alloggi provvisori che variano da località in località.
Grazie alla collaborazione con Caritas Serbia e Ipsia, Caritas Ambrosiana è presente nel campo profughi di Bogavadja nella zona di Belgrado fin dall'inizio della crisi con programmi di emergenza: attraverso la distribuzione di aiuti umanitari; l'allestimento di strutture per accoglienza diffusa, la creazione di mense per preparare pasti caldi e con attività di tipo psico-sociale seguite da personale qualificato sull’emergenza.

giovedì 14 febbraio 2019

New Book - "Liberi Dentro" un libro che nasce dalla presenza in carcere come volontario da 25 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
Cari lettori di questo Blog sui Diritti Umani. Condivido con voi un mio impegno che è una parte importante della mia vita. Da molti anni entriamo nelle carceri di Roma e del Lazio con Sant'Egidio come volontari, per incontrare i detenuti. Ho scelto di raccontare questa esperienza in un libro dal titolo: “LIBERI DENTRO – Cambiare è possibile anche in carcere”, disponibile in libreria e in on-line. Sono raccontate varie storie avvincenti e descrizioni dell'interno del carcere, realtà  nascosta da un alto muro che la separa dal mondo esterno.  Spero che tra le pagine del libro scoprirete quanta umanità e sofferenza, che meritano attenzione e rispetto, sono racchiuse dietro le mura di una prigione.
Ezio Savasta
(Curatore del Blog Diritti Umani - Human Rights)

Dall'introduzione di Mario Marazziti
"Questo libro ci porta dentro le mura del carcere e ci aiuta a guardare. E a vedere. A incontrare persone. Che l’autore chiama “amici”. Da molti anni entra a Regina Coeli, a Rebibbia, in molti altri istituti penitenziari italiani con altri della Comunità di Sant’Egidio, assieme ad altri volontari e persone di buona volontà. E’ un lavoro straordinario di umanizzazione, che aiuta a prevenire la radicalizzazione, ...
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AskaNews 14/02/2019 - “Liberi dentro – cambiare è possibile anche in carcere” - Il libro di Savasta che da 25 anni incontra i detenuti come volontario

Quarta di copertina
Più di venticinque anni trascorsi in carcere, per libera scelta, per incontrare le persone detenute in qualità di volontario della Comunità di Sant'Egidio.
In prigione, per eccellenza luogo di emarginazione, la visita rompe l’isolamento e questo è un grande dono. Chi è detenuto, anche chi ha commesso gravi reati – fa intuire con delicatezza l’Autore – non vuole che la sua vita si esaurisca con il suo reato, ma chiede di essere ascoltato.
In questo libro vengono descritte con profondità le giornate nelle carceri italiane, si smontano alcuni luoghi comuni, ci si imbatte in tante piccole e grandi contraddizioni, ci si appassiona a vicende che paiono quasi incredibili. La vita, le difficoltà, le speranze, la violenza, le delusioni, la rabbia, la gioia che queste vicende esprimono, mostrano quanta umanità sia racchiusa dietro gli spessi muri di una prigione.


“Il carcere è uno specchio. Racconta come siamo. È un sensore di civiltà. È un microcosmo, deformato, della nostra vita. Tutto è terribilmente umano, ma anche estremo. Come il rumore, assordante, permanente. Il contrario di quello che chi non vi è mai entrato potrebbe immaginare: nel rumore l’inattività, che spesso non aiuta a riflettere, ma addormenta quello che servirebbe per cambiare”. (Mario Marazziti)
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Ezio Savasta - Nato nel 1957 vive a Roma, dove insegna nella scuola secondaria superiore. Volontario della Comunità di Sant’Egidio, svolge attività di sostegno agli immigrati e alle persone senza dimora ed è membro del Coordinamento Internazionale per l’abolizione della pena di morte. Promotore sul web dei temi della difesa dei diritti umani, ha maturato una lunga esperienza sui sistemi carcerari nel servizio volontario presso gli istituti di pena della Regione Lazio. Gestisce il Blog “Diritti Umani-Human Rights” e la pagina Facebook BlogDirittiUmani seguita da migliaia di persone.

Per informazioni e feedback:
Sul Web: liberidentro.info      Facebook: Ezio.Savasta     Twitter: @EzioSavasta


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            Libreria Ave - Via della Conciliazione, 12

            
Firenze: San Paolo - Piazza Duomo, 32
              Ibs Libraccio - Via de' Cerretani, 16/R
Genova: Libreria San Paolo - Piazza Giacomo Matteotti, 31
Messina: Libreria Paoline - Via G. Garibaldi, 59
Catania: Paoline Catania - Via Vittorio Emanuele II, 182



Tutto il ricavato dei diritti sul libro sarà devoluto 
alle attività in carcere della Comunità di Sant'Egidio

Quando l'Italia salvava i disperati del mare. Le fotografie di Massimo Sestini della missione "Mare Nostrum"

Globalist
Volti stravolti, un minuscolo piede che sbuca da una coperta, un Corano, frammenti di speranza e terrore in un barcone … Era il 2014 e il fotoreporter Massimo Sestiniseguiva le operazioni di salvataggio "Mare Nostrum", al largo delle coste libiche. 

Dopo dodici giorni di tempesta, dall'elicottero il fotografo inquadra un barcone di migranti tratti in salvo. Lo scatto foto vince la sezione “General News” del World Press Photo nel 2015. E ci racconta in forma nitida la speranza nell’Europa, nell’Italia, la paura di chi ha rischiato di finire sul fondo del Mediterraneo quando il nostro Paese, la sua politica al vertice e molti dei suoi cittadini, vedevano nel salvare vite umane un gesto di umanità doveroso e nel respingere o rifiutare chi tenta la traversata un atto inumano oltre che politicamente ingiusto e, alla lunga, dagli effetti devastanti.

La foto sui migranti in salvo si può vedere accanto ad altre immagini di Sestini in due luoghi diversi: riprodotta in un luogo inconsueto per uno scatto, il Nelson Mandela Forum di Firenze, nella mostra permanente “Mediterraneum - il diritto alla speranza, scatti dal mare”, e inserita nell’esposizione del fotografo “L’aria del tempo” in corso fino al 10 marzo nello storico edificio di architettura razionalista Wegil a Romarestaurato e trasformato dalla Regione Lazio in un luogo con più destinazioni culturali.

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Unicef: Ogni anno ci sono 12 milioni di spose bambine. Il maggior numero in Asia Meridionale

Askanews
Nella settimana di San Valentino, l’Unicef lancia un nuovo video sui matrimoni precoci per ricordare che nel mondo 1 donna su 5 – circa 650 milioni – si è sposata prima di aver compiuto 18 anni. 


A livello globale il numero totale di ragazze sposate da bambine è stimato essere di 12 milioni l’anno; In Asia Meridionale si trova il maggior numero di spose bambine, con oltre il 40% del numero globale (285 milioni o 44% del totale), seguita dall’Africa Subsahariana (115 milioni o 18% del totale).

“Per molti, il giorno di San Valentino è associato al romanticismo, fiori, proposte di matrimonio” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’Unicef. 

“Per milioni di ragazze nel mondo, il matrimonio non è una scelta ma una malaugurata fine alla loro infanzia e al loro futuro. La soluzione è semplice: vietare i matrimoni precoci, investire nell’istruzione e garantire l’empowerment per i giovani, le famiglie e le comunità per portare un cambiamento positivo. Solo così questa pratica potrà finire entro il 2030 e 150 milioni di ragazze a rischio saranno protette.” 

Mentre la percentuale dei matrimoni precoci sta diminuendo a livello globale, in molti posti i progressi sono ancora troppo lenti. Per porre fine a questa pratica entro il 2030, anno indicato dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, bisogna che i progressi accelerino in modo consistente. 

Quando una ragazza è costretta a sposarsi da bambina affronta conseguenze immediate e per tutta la vita. Le sue possibilità di portare a termine il percorso scolastico diminuiscono, mentre aumentano le possibilità di subire violenza a casa. Ha maggiori probabilità di diventare madre durante l’adolescenza, e le ragazze adolescenti hanno più probabilità di morire per complicazioni durante la gravidanza e il parto rispetto alle ragazze più grandi. 

Ci sono anche conseguenza sociali importanti e maggiori rischi di perpetuare il circolo intergenerazionale della povertà.La pratica del matrimonio precoce è diminuita. Nel decennio scorso, il numero di donne sposate da bambine è diminuito del 15% – da 1 su 4 (25%) a 1 su 5 (21%), questo significa che sono stati evitati 25 milioni di matrimoni precoci. 

Aumentare il tasso di istruzione per le ragazze, investimenti proattivi dei governi sulle ragazze adolescenti e campagne di comunicazione pubblica sull’illegalità del matrimonio precoce e sui danni che causa sono tra le ragioni di questo cambiamento.

In Asia Meridionale, il rischio per una ragazza di sposarsi da bambina è declinato di oltre un terzo, dal 50% 10 anni fa, al 30% oggi. Questo cambiamento è ampiamente dovuto a enormi passi avanti nel ridurre i matrimoni precoci in India. Il numero maggiore di matrimoni precoci si sta spostando dall’Asia Meridionale all’Africa Subsahariana, a causa di progressi più lenti e della crescita della popolazione. 

Delle spose bambine più recenti, circa 1 su 3 vive in Africa Subsahariana, 25 anni fa erano 1 su 7.In America Latina e nei Caraibi non ci sono evidenze di progresso, con livelli di matrimoni precoci uguali a 25 anni fa.I matrimoni precoci avvengono anche nei paesi ad alto reddito. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei 50 stati presenta eccezioni a livello legislativo che consentono ai bambini di essere sposati prima dei 18 anni. Nel 2017, nell’Unione Europea, solo 4 paesi non tolleravano eccezioni all’età minima per il matrimonio di 18 anni.

mercoledì 13 febbraio 2019

Giornata mondiale contro i bambini soldato - In Sud Sudan sono 19mila

Roma Sette
La denuncia arriva dall’Unicef, nella Giornata internazionale di contrasto al fenomeno, il 12 febbraio, insieme a un video-animazione. Il tweet di Papa Francesco: «Fermiamo questo crimine abominevole»



Oltre 19mila. Nella Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato, l’Unicef ricorda i tanti minori ancora utilizzati come soldati soltanto nel Sud Sudan. In seguito allo scoppio della guerra civile nel 2013, evidenziano, migliaia di piccoli sono stati coinvolti nel conflitto. 


Da allora, l’organismo delle Nazioni Unite ha supportato nel Paese il rilascio di oltre 3mila bambini da parte di forze e gruppi armati. Solo nel 2018, ne sono stati rilasciati 955, fra cui 265 ragazze. Da ottobre 2014 a giugno 2018, il meccanismo di monitoraggio e segnalazione (Mrm) ha registrato 2.894 incidenti verificati di sei tipi di gravi violazioni: uccisioni o mutilazioni; reclutamento da forze e gruppi armati; stupri o altre forme di violenza sessuale, rapimenti, attacchi su scuole e ospedali e negazione di assistenza umanitaria. Colpiti in tutto 9.268 bambini: 7.201 ragazzi e 1.966 ragazze e 101 non riconosciuti. Altri 965 incidenti, che le Nazioni Unite non hanno potuto verificare, si stima abbiano colpito oltre 9.500 bambini.

Per ricordare questa giornata, l’Unicef ha lanciato un nuovo video-animazione che racconta la vera storia di James, bambino rapito da un gruppo armato in Sud Sudan e costretto a combattere, rilasciato nel luglio 2017. L’animazione mostra solo alcune delle tante odissee che bambini utilizzati da forze e gruppi armati hanno affrontato.



I bambini rilasciati nel 2018 da gruppi nelle vicinanze di Juba, Bentiu, Pibor e Western Equatoria, sono stati inseriti in un programma di reintegrazione guidato dall’Unicef e i suoi partner. A loro sono state fornite cure mediche, supporto psicosociale, istruzione formale e formazione professionale. L’Unicef, rivendicano dall’organismo delle Nazioni Unite, fin dallo scoppio della guerra civile nel 2013, ha chiesto a tutte le parti in conflitto in Sud Sudan di rispettare i diritti e la protezione dei bambini secondo la legge nazionale e internazionale, tener fede ai loro impegni e smobilitare migliaia di bambini nei gruppi e forze armate.

Sul tema del contrasto all’uso dei bambini soldati è intervenuto oggi anche Papa Francesco, che ha affidato a un tweet il suo commento: «Migliaia di bambini, costretti a combattere nei conflitti armati, sono derubati della loro infanzia. Fermiamo questo crimine abominevole. #ChildrenNotSoldiers».

Yemen. Le madri e mogli in piazza contro le sparizioni forzate dei loro cari

Corriere della Sera
Un gruppo di donne si sta battendo contro gli arresti e le torture degli oppositori. "Sosteniamo le madri, le mogli e le vedove, costrette a mesi se non anni di doloroso silenzio senza conoscere la sorte dei loro cari". C'è la madre di Mohammed Anawm che si aggrappa ad una foto di due anni fa del figlio che lo ritrae in condizioni orribili.


O la madre di Yasser Al-Kaladi cui una guardia ha detto che suo figlio è morto sotto tortura e che non si rassegna perché non le hanno mai fatto vedere il corpo. O ancora Samah, una donna che ha viaggiato per più di 600 chilometri per vedere suo figlio, un venditore di dolciumi arrestato durante la festa di fidanzamento e torturato con le scosse elettrice. E poi ci sono gli amici e gli studenti di Zakaria Qasim, un docente di cui non si hanno più notizie da mesi.
Sono le donne di Abductees Mothers Association, un'organizzazione di stanza a Sana'a, Aden, Taiz, Al-Houdaida, Marib, Hajja e Ibb, in Yemen, che protestano contro le sparizioni forzate. 

"Siamo un'associazione femminile nata nel 2016, e con il sostegno di un gruppo di avvocati volontari stiamo dando supporto a 2000 famiglie", spiegano via mail al Corriere. Non hanno ufficio, né - sottolineano - ricevono finanziamenti dall'estero. "Molte delle nostre famiglie hanno perso i loro cari nei bombardamenti (i raid della coalizione saudita, ndr) ma hanno anche visto trascinare via un figlio, un fratello o un marito senza un'accusa formale. Noi sosteniamo le madri, le mogli e le vedove, costrette a mesi se non anni di doloroso silenzio senza conoscere la sorte dei loro cari".

Sostegno psicologico, aiuto legale, a volte anche solo un abbraccio permette di andare avanti a lottare. Ma per le madri yemenite si tratta anche di rischiare in prima persona. "Abbiamo lavorato sulle sparizioni operate dai militari nella zona di Aden ma dobbiamo difenderci anche dagli attacchi e dalle minacce dei gruppi Houthi che controllano le zone in cui viviamo".

Dopo che gli Houti - i ribelli sciiti sostenuti dall'Iran - hanno conquistato Sana'a nel settembre 2014 e hanno cercato di consolidare il potere in tutto il Paese, le forze della coalizione a guida saudita sono intervenute nel marzo 2015 per cercare di ripristinare il controllo del governo di Aden sull'intero Paese. I raid aerei guidati dai sauditi hanno ucciso centinaia di civili, colpito case, mercati, ospedali e scuole. Dall'altra parte, Human Rights Watch ha accusato gli Houthi di sparizioni forzate, di aver torturato e detenuto arbitrariamente numerosi attivisti, giornalisti, leader tribali e oppositori politici.

Spesso in gruppo, magari dopo essersi conosciute davanti ai cancelli delle prigioni in cui sono rinchiusi i loro cari, queste donne protestano in strada, con cartelli e fotografie, coperte dal niqab, contro le autorità che di volta in volta portano via i loro cari senza un motivo. "Le violenze settarie ormai dilaniano le nostre famiglie e le nostre vite", sottolineano. A dare conto delle loro manifestazione è anche Al Jazeera che riporta la notizia di uno sciopero della fame degli oppositori nella prigione di Bir Ahmed, nel governatorato di Aden.

"Sì, c'è stato uno sciopero della fame contro i ritardi nei processi. Il pubblico ministero ha emesso l'ordine di rilasciare alcuni detenuti, ma l'amministrazione penitenziaria non li ha attuati. Su 85 incarcerati ingiustamente ne hanno lasciati andare 15. Inoltre, le autorità di sicurezza stanno ritardando le procedure legali del resto degli altri detenuti", spiegano sempre via mail. Nella prima metà dell'anno scorso, la ong ha documentato 1.866 casi di rapimenti, tra cui 35 donne e 48 bambini, in aree controllate dagli Houthi Si dice che 723 siano stati rilasciati. L'Associated Press ha riferito nel giugno scorso citando familiari e avvocati che quasi 2.000 uomini sono scomparsi in prigioni clandestine gestite dagli Emirati, partner della coalizione guidata dall'Arabia Saudita e dal governo yemenita. Il governo degli Emirati ha smentito le accuse.

Marta Serafini