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giovedì 18 luglio 2019

Migranti - La UE in Croazia realizza espulsioni di massa in Bosnia e Serbia, territori extra-UE

L'Espresso
Un'inchiesta-reportage dell'Espresso in edicola da domenica e già online su Espresso+ rivela le espulsioni di massa effettuate di notte dalla polizia di Zagabria. Una pratica che viola tutte le regole dell'Unione ma che, paradossalmente, viene effettuata con i soldi di Bruxelles. 


L'Unione Europea ha deportato illegalmente oltre i propri confini migliaia di profughi, rispedendoli verso Paesi extra Ue come Serbia e Bosnia. Una pratica che continua anche in queste settimane.

A confermare quello che fino a ieri era solo un sospetto (e un atto di accusa di Amnesty International) ci sono ora diverse testimonianze, tra cui quella del sindaco della città bosniaca di Bihac, Šuhret Fazlic, oltre a quella di un ufficiale della polizia croata che ha deciso di rivelare le pratiche illegali di deportazione collettiva.

Ciò che succede nei boschi tra Bosnia e Croazia è questo: migliaia di persone che provengono da Siria, Afghanistan e Pakistan e che hanno fatto tutta la rotta balcanica attraversano il confine della Ue entrando in territorio croato.

La Croazia, membro Ue, utilizza i fondi di Bruxelles per rimandare con la forza i rifugiati in Bosnia e Serbia. Una prassi del tutto illegale. Migliaia di persone portate via di nascosto e di notte attraverso i boschi, con i gps oscurati

A questo punto le norme della stessa Ue (tra cui il Trattato di Dublino) imporrebbero che i migranti venissero mandati negli appositi centri per l'identificazione, le impronte digitali e la richiesta dello status di rifugiati. Invece quello che accade in Croazia è che i migranti vengono prelevati e forzosamente riportati oltre la frontiera bosniaca (o talvolta serba), in violazione di tutte le norme.

I trasferimenti forzosi avvengono in camionette della polizia e molto spesso in maniera violenta, come provano le diverse testimonianze e le fotografie delle ferite degli stessi immigrati una volta riportati in Bosnia. Milena Zajovic Milka dell'Ong croata Are You Syrious sostiene che nel 2018 sono stati effettuati, secondo le loro stime, ben 10 mila respingimenti illegali oltre le frontiere Ue.

Il sindaco di Bihac, Šuhret Fazlic sostiene di aver personalmente incontrato dei poliziotti croati armati, mentre andava a caccia nei boschi fuori dalla sua città: stavano riaccompagnando con la forza in Bosnia un gruppo di 30-40 migranti. "Erano a circa 500 metri dal confine croato, sul suolo bosniaco. Mi presentai agli agenti e dissi loro che erano sul territorio bosniaco e che quello che stavano facendo era illegale. Ma fecero spallucce e si giustificarono spiegandomi che avevano ricevuto degli ordini". Un ufficiale anonimo della polizia croata spiega nei dettagli come avvengono queste deportazioni: di solito di notte e sempre di nascosto, dopo aver distrutto tutti i telefonini dei migranti per evitare che possano lasciare tracce digitali dei loro percorsi.

L'Europa sempre più piena di muri e frontiere. La Lega inzeppata di traffichini e fascisti. E il web in bilico tra libertà e privatizzazione selvaggia. Ecco cosa trovate sul numero in arrivo in edicola e sui device. E gli articoli in anteprima per gli abbonati Espresso+

Anche il difensore civico croato, Lora Vidovic, conferma la pratica delle deportazioni illegale di migranti dalla Croazia - cioè dalla Ue - verso Bosnia e Serbia. La Commissione europea ha stanziato oltre 100 milioni di euro per la Croazia negli ultimi anni, una parte significativa dei quali è stata destinata alla sorveglianza dei confini e al pagamento degli stipendi degli agenti di polizia e delle guardie di frontiera. Di fatto quindi, la stessa Ue finanzia operazioni illegali e contrarie alle norme Ue per espellere migranti che hanno diritto a chiedere lo status di rifugiati.

Barbara Matejcic


Fonte: Espresso 

mercoledì 17 luglio 2019

Braccianti stranieri occupano la chiesa di San Nicola a Bari - "Pretendiamo i nostri diritti - Non siamo schiavi!"

Moondo
«Bari. Non siamo né migranti, né trogloditi. Non vogliamo carità o accoglienza. Siamo braccianti, siamo lavoratori. Noi pretendiamo soltanto i nostri diritti». 


Davanti al santo nero, al santo dell’accoglienza, quello arrivato dal mare e che unisce cristiani e ortodossi, grandi e bambini, visto che l’altro nome di San Nicola è Santa Klaus, i nuovi schiavi d’Italia hanno chiesto ieri mattina di essere chiamati e protetti per quello che sono: braccianti.

Lo hanno fatto occupando in maniera simbolica la basilica di San Nicola di Bari, chiedendo al Vescovo, monsignor Francesco Cacucci, di farsi mediatore con il presidente della Regione, Michele Emiliano.

In Puglia, e in particolare nel foggiano, sta accadendo qualcosa di molto particolare. Da qualche settimana — su mandato esplicito del ministro dell’Interno, Matteo Salvini — è in corso, infatti, lo sgombero di Borgo Mezzanone, uno dei più grandi ghetti d’Italia abitato, come in questo periodo, da quasi quattromila persone. Le ruspe stanno abbattendo le baracche e i braccianti vengono trasportati in centri di accoglienza. La maggior parte di loro si sta però spostando altrove, creando così altri micro ghetti» [Foschini, Rep].

Mentre, come ogni mattina, andavano al lavoro in bicicletta verso le campagne del Foggiano, due braccianti extracomunitari – un senegalese di 33 anni e un cittadino della Guinea Bissau di 26 – sono stati avvicinati da un’automobile scura da cui è partito un fitto lancio di sassi che li ha colpito in testa e sul corpo. Soccorsi dal 118, guariranno in cinque o sei giorni.

lunedì 15 luglio 2019

#santegidiosummer - Roma - "Cocomerate di solidarietà" in carcere a Rebibbia e Regina Coeli con i volontari di Sant'Egidio

www.santegidio.org
Nelle carceri, mondo chiuso per antonomasia, l’estate è tra i momenti più difficili dell’anno. Alla solitudine, condizione permanente soprattutto per chi non riceve visite da parenti e amici – come ad esempio molti stranieri – si aggiungono il caldo e la riduzione di iniziative interne alle strutture. 


La Comunità di Sant’Egidio, che da anni visita con regolarità numerosi istituti penitenziari, lancia per l’estate una campagna di solidarietà e di sostegno. Si parte da Roma, dove dal 15 al 19 luglio, si farà festa nelle carceri di Rebibbia e di Regina Coeli: una “cocomerata di solidarietà” per rompere l’isolamento e contribuire al recupero e al reinserimento nel tessuto sociale dei detenuti.

La visita in carcere, effettuata dai volontari durante tutto l’anno, è espressione di una vicinanza, soprattutto per coloro che non hanno nessuno che li vada a trovare. Oltre ai colloqui e alle visite, l’organizzazione di momenti di festa e di socializzazione, come le cocomerate estive, esprimono il rifiuto di ogni isolamento e emarginazione e fanno circolare un’aria più serena.

Gli appuntamenti per la “cocomerata di solidarietà” sono il 15 luglio alle 15 alla Casa Circondariale Rebibbia Femminile, il 17 luglio alle 16 e il 18 luglio alle 9,30 e alle 16 alla Casa Circondariale Regina Coeli, il 19 luglio pomeriggio alla Casa Circondariale Rebibbia Maschile.

La Comunità di Sant’Egidio ringrazia il CAR (Centro Agroalimentare Roma) che con la sua fornitura, insieme ai volontari e ai detenuti, ha permesso di realizzare questa festa estiva e altre che seguiranno durante l’estate.

Suore di clausura escono allo scoperto per difendere i migranti e l'umanità nel nostro Paese. Lettera a Mattarella e Conte. «Noi claustrali, sorelle d'Italia e dei migranti»

Avvenire
Clarisse e carmelitane «preoccupate e in preghiera per il Paese e per chi non ha voce». Altre comunità religiose potranno aderire alla lettera aperta sottoscrivendola.

Caro direttore,
desideriamo condividere con lei e con tutti i lettori di "Avvenire" la lettera aperta che, ispirandoci al Vangelo di Matteo (23,8): «Voi siete tutti fratelli», abbiamo inviato al presidente Mattarella e al premier Conte lo scorso 11 luglio 2019, giorno di san Benedetto abate.

«Egregio signor presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
Egregio signor presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte,
siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, accomunate dall’unico desiderio di esprimere preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione. Non ci è stato possibile contattare tutte le fraternità monastiche esistenti sul territorio nazionale, ma sappiamo di essere in comunione con quante di loro condividono le stesse nostre preoccupazioni e il nostro stesso desiderio di una società più umana.
Con questa lettera aperta vorremmo dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie, affrontano viaggi interminabili e disumani, subiscono umiliazioni e violenze di ogni genere che ormai più nessuno può smentire. 

I racconti di sopravvissuti e soccorritori, infatti, così come le statistiche di istituzioni internazionali quali l’Acnur/Unhcr o l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e i reportage giornalistici che approfondiscono il fenomeno migratorio, ci mostrano una realtà sempre più drammatica.
Facciamo nostro l’appello contenuto nel Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb chiedendo «ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace». E tutto questo in particolar modo «in nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro Paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna». Anche noi, quindi, osiamo supplicarvi: tutelate la vita dei migranti!
Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse.
La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi.

Molti monasteri italiani, appartenenti ai vari ordini, si stanno interrogando su come contribuire concretamente all’accoglienza dei rifugiati, affiancando le istituzioni diocesane. Alcuni già stanno offrendo spazi e aiuti. E, al tempo stesso, tutte noi cerchiamo di essere in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure.
Desideriamo metterci accanto a tutti i poveri del nostro Paese e, ora più che mai, a quanti giungono in Italia e si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità. Molte di noi hanno anche avuto modo di conoscere da vicino le loro tragedie.

Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta a ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. Ringraziamo quanti, a motivo di ciò, vengono derisi, ostacolati e accusati. Vale ancora l’art. 21 della nostra Costituzione che sancisce per tutti «il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio.

Infine, in comunione con il magistero di fraternità e di solidarietà di papa Francesco, desideriamo obbedire alla nostra coscienza di donne, figlie di Dio e sorelle di ogni persona su questa terra, esprimendo pubblicamente la nostra voce.
Vi ringraziamo per l’attenzione con cui avete letto il nostro appello. Ringraziamo lei, presidente Mattarella, per i suoi inviti continui alla pace e per la sua fiducia nel dialogo che permette, come ha detto in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, «di superare i contrasti e di promuovere il mutuo interesse nella comunità internazionale». Ringraziamo lei, presidente Conte, per il suo non facile ruolo di mediatore e garante istituzionale all’interno del Governo. Vi ringraziamo sinceramente per quello che già fate a favore di una convivenza pacifica e di una società più accogliente. E assicuriamo la nostra preghiera per voi, per quanti operano nelle istituzioni, per il nostro Paese e per l’Europa, perché insieme collaboriamo a promuovere il vero bene per tutti».


Le sorelle: Clarisse di Lovere (Bg), Carmelitane scalze di Sassuolo (Mo), Clarisse di Milano, Clarisse di Fanano (Mo); Carmelitane scalze di Crotone, Clarisse di Grottaglie (Ta), Carmelitane scalze di Parma, Clarisse di Padova, Carmelitane scalze di Cividino (Bg), Clarisse di Montagnana (Pd), Carmelitane scalze di Venezia, Clarisse di Mantova, Carmelitane scalze di Savona, Clarisse di Urbania (Pu), Clarisse urbaniste di Montalto (Ap), Clarisse di Imperia Porto Maurizio (Im), Clarisse urbaniste di Montone (Pg), Clarisse cappuccine di Fiera di Primiero (Tn), Clarisse di S. Severino Marche (Mc), Clarisse urbaniste di S. Benedetto del Tronto (Ap), Clarisse di Vicoforte (Cn), Clarisse di Bra (Cn), Clarisse di Sant’Agata Feltria (Rn), Clarisse di Roasio (Vc), Clarisse di Verona, Clarisse di S. Lucia di Serino (Av), Clarisse urbaniste di Altamura (Ba), Clarisse di Otranto (Le), Clarisse di Carpi (Mo), Clarisse di Leivi (Ge), Clarisse di Alcamo (Tp) - Monastero Sacro Cuore, Clarisse di Alcamo (Tp) - Monastero santa Chiara, Clarisse di Bologna, Clarisse di Boves (Cn), Clarisse di Sassoferrato (An), Clarisse di Termini Imerese (Pa), Carmelitane scalze di Monte S. Quirico (Lu), Clarisse di Chieti, Carmelitane scalze di Arezzo, Clarisse di Pollenza (Mc), Clarisse cappuccine di Napoli, Clarisse urbaniste di Osimo (An), Clarisse cappuccine di Mercatello sul Metauro (Pu), Clarisse di Castelbuono (Pa), Clarisse di Porto Viro (Ro), Clarisse cappuccine di Brescia, Clarisse di Bergamo, Carmelitane scalze di Bologna, Clarisse di Rimini, Clarisse di Manduria (Ta), Clarisse di Urbino (Pu), Clarisse di Bienno (BS), Clarisse di Scigliano (Cs), Clarisse di Sarzana (Sp), Carmelitane scalze di Piacenza, Clarisse di Caltanissetta, Clarisse di Ferrara, Clarisse di Iglesias (Ci), Carmelitane scalze di Legnano (MI), Clarisse di San Marino (Repubblica di San Marino), Carmelitane scalze di Nuoro, Clarisse cappuccine di Città di Castello (Pg)

Dopo quasi 200 giorni dal rapimento di Silvia Romano si sa solo che era viva a Natale

Corriere della Sera
La cooperante italiana rapita a Malindi lo scorso novembre: della sua sorte parlano due dei banditi che la sequestrarono e ora finiti in carcere. Presto gli inquirenti italiani torneranno a Nairobi


Ci sono elementi concreti per ritenere che Silvia Romano, la cooperante milanese di 23 anni, rapita in Kenya il 20 novembre 2018, fosse in vita almeno fino al giorno di Natale. La circostanza è emersa nell’ambito del vertice che le autorità giudiziarie e investigative italiane e kenyote hanno svolto oggi a Roma. A confermare l’esistenza in vita della ragazza almeno fino a quella data sono stati due cittadini kenyoti, criminali comuni, arrestati il 26 dicembre del 2018 perché ritenuti tra gli esecutori materiali del sequestro. La ragazza, secondo quanto riferito dai due che saranno processati a Nairobi il 29 e 30 luglio prossimi, è stata poi ceduta a un’altra banda.

Nel corso del vertice, cui hanno preso parte il procuratore generale del Kenya Noordin Mohamed Haji e il pm Sergio Colaiocco, titolare del procedimento aperto a Roma, sono state ricostruite nei dettagli le fasi del sequestro avvenuto nella Contea di Kilifi: protagonista un gruppo di otto persone armate di Ak47 e granate che ha fatto irruzione nel centro commerciale di Chacama. Silvia Romano, che nei giorni precedenti era stata seguita e pedinata, è stata portata via senza cellulare e senza passaporto e caricata su una moto che si è diretta verso una boscaglia nei pressi del fiume Tana. Degli otto banditi, cinque sono attualmente ricercati, mentre i due che saranno processati a breve sono finiti in manette il giorno di Santo Stefano. Un terzo elemento fermato dalla polizia, e cioè un cittadino somalo di 35 anni, trovato in possesso di una delle armi utilizzate in quel blitz in cui rimasero feriti anche due minori, ha ammesso le sue responsabilità.

Una squadra dei carabinieri del Ros tornerà a breve a Nairobi. La nuova missione, dopo quella svolta già nello scorso mese di aprile, è stata definita oggi nell’ambito del vertice organizzato a Roma tra le autorità inquirenti e investigative italiane e kenyote. I carabinieri, su delega del pm Sergio Colaiocco, partiranno per il Kenya per acquisire nuovo materiale probatorio raccolto dalle autorità locali che sono al lavoro per catturare cinque degli otto elementi della banda di sequestratori. E sempre nell’ambito dell’incontro di oggi le autorità giudiziarie italiane si sono impegnate a garantire, tramite la Guardia di Finanza, un supporto investigativo alla magistratura del Kenya impegnata a indagare su un caso di corruzione collegato alla costruzione di tre dighe il cui appalto era stato vinto da una ditta romagnola.

Roma - Emergenza abitativa - In corso lo sgombero delle case occupate dal 2003, a via Cardinal Capranica. 78 famiglie, 70 minori

RomaToday
Primavalle sotto assedio. Dalle 23.30 di domenica sera i blindati della polizia si sono presentati in via Cardinal Capranica per sgomberare l'occupazione (iniziata nel 2003) nell'ex scuola Don Calabria dove hanno trovato dimora 340 persone, 78 nuclei familiari e 70 minori, in emergenza abitativa. 



Uno sgombero atteso, diventato oggetto di tira e molla politico tra la sindaca Raggi e il ministro dell'Interno Matteo Salvini, e che trova attuazione nella maniera più inattesa.
Gli ultimi aggiornamenti


Al momento, mentre scriviamo, la situazione è la seguente: gli occupanti su via Cardinal Capranica hanno costruito una barricata su tutta la via con rami e mobili. Dall'altra parte, all'incrocio tra via Bembo e via Pasquale II, sono radunati gli attivisti, bloccati dalla polizia. Anche a molti giornalisti viene impedito l'accesso alla zona dello sgombero. Dall'alba lo schieramento della polizia è in ulteriore aumento e sulla zona sorvola un elicottero. Funzionari delle forze dell'ordine hanno iniziato un dialogo con gli occupanti per capirne le intenzioni.

Sul posto, poco dopo le 7, è arrivata l'assessora alle politiche sociali del Comune di Roma Laura Baldassarre che sta contrattando con gli occupanti le alternative. Presenti anche rappresentanti della Regione Lazio.

La consigliera regionale Marta Bonafoni: "Sembra di essere in guerra: blindati a decine, poliziotti in assetto antisommossa, i vigili del fuoco, l’ambulanza, un elicottero che ci vola sulla testa. Da una parte un paio di centinaia di militanti del movimento per la casa urlano al megafono tutta la loro rabbia di fronte a uno sgombero che doveva avvenire all’alba e invece è stato anticipato di ore, con questa assurda zona rossa. Dall’altra una marea di forze di polizia, arrivate anche da fuori. Lontano dallo sguardo, barricati nell’edificio, gli occupanti della scuola che non serve a nessuno se non alla propaganda di Salvini, in attesa di notizie. Pare che stia arrivando il Comune, con qualche soluzione. Non si capisce quante, non si capisce quali. Affacciati dai balconi dei lotti popolari di Primavalle, sparuti cittadini romani guardano attoniti".

Il blitz anticipato
La polizia era infatti prevista per l'alba di lunedì 15 luglio. Gli attivisti dei Movimenti per il Diritto all'abitare lo sapevano da giorni e per questo avevano convocato una "colazione resistente", pronti a bloccare ogni tentativo di liberare lo stabile che ospita tra gli altri 70 minori. La Questura però, per spezzare il tentativo di organizzare una resistenza, ha anticipato l'intervento, spiazzando in parte occupanti e attivisti di tutta Roma, nelle settimane scorse scesi in corteo per dire allo sgombero dello stabile.

La resistenza
Immediato però il tam tam tra le associazioni e i movimenti della Capitale, autoconvocatisi tutti in zona per dar manforte agli occupanti e impedire lo sgombero. Emblematico, in tal senso, il post sui social del "Coordinamento cittadino Lotta per la casa": "Dentro l'occupazione di Cardinal Capranica il morale è alto. I bambini reagiscono alla paura attraverso il gioco. La notte sarà lunga. Ma non impedirà al sole di sorgere. Da dietro le luci blu dei blindati, ci arriva il sostegno dei compagni accorsi da tutta Roma. I giusti non hanno sonno questa sera. Nel loro nome costruiamo la nostra speranza. E resistiamo".

domenica 14 luglio 2019

Al via i rastrellamenti anti-immigrati di Trump. Migliaia di irregolari che lavorano da anni saranno separati dalle famiglie e espulsi

ANSA
I raid contro gli immigrati entrati irregolarmente negli Stati Uniti e voluti da Donald Trump sono in corso. 


Lo riportano i media americani citando un funzionario dell'amministrazione, secondo il quale le operazioni sono scattate ad Atlanta, Baltimora, Chicago, Denver, Houston, Los Angeles, Miami, New York e San Francisco. New Orleans, inizialmente nella lista delle autorità, è risparmiata a causa della tempesta tropicale Barry.

sabato 13 luglio 2019

USA. Bachelet, alta commissaria Onu per i diritti umani: "Migranti detenuti in condizioni sconvolgenti, inclusi i bambini"

Il Manifesto
L'alta commissaria delle Nazioni Unite inorridita, ma Trump incolpa i media mainstream. Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in un comunicato si dice inorridita dalle condizioni in cui sono detenuti rifugiati e migranti, inclusi i bambini, dopo essere entrati negli Stuti Uniti attraversando il confine meridionale con il Messico. 


Bachelet ha aggiunto che i bambini non dovrebbero mai essere separati dalle famiglie o trattenuti per immigrazione, pratiche che sotto l'amministrazione Trump sono diventate prassi comune.

"Come pediatra, ma anche come madre ed ex capo di Stato - ha dichiarato Bachelet - sono profondamente scioccata dal fatto che i bambini siano costretti a dormire sul pavimento in strutture sovraffollate, senza accesso a un'assistenza sanitaria o alimentare adeguata e con condizioni igieniche inadeguate. Detenere un bambino anche per brevi periodi in cattive condizioni può avere un grave impatto sulla sua salute e sullo sviluppo". L'alto commissario ha ricordato che gli organismi Onu che si occupano di diritti umani hanno fatto sapere che la detenzione di minori migranti costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante vietato dal diritto internazionale.

Riguardo gli adulti Bachelet ha proseguito: "Qualsiasi privazione della libertà di migranti e rifugiati dovrebbe essere una misura di ultima istanza, per un periodo più breve possibile, con le dovute garanzie per un giusto processo e in condizioni che soddisfino tutti gli standard internazionali sui diritti umani". E se gli Stati hanno la prerogativa di decidere le condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini stranieri, le misure di gestione delle frontiere devono rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e non essere basate su politiche che mirano solo all'individuazione, detenzione ed espulsione rapida di migranti irregolari.

La dichiarazione di Bachelet arriva pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto sulle condizioni del centro di detenzione al confine col Texas da parte dei controllori del Dipartimento della sicurezza nazionale Usa, dove si conclude che la situazione "urgente" richiede "attenzione e azioni tempestive", e si consiglia il governo di "prendere provvedimenti immediati per alleviare il pericoloso sovraffollamento e la detenzione prolungata di bambini e adulti". Secondo l'Associated Press, il rapporto include nuovi dettagli sui centri della valle del Rio Grande e si afferma che almeno tre strutture hanno negato ai bambini l'accesso alle docce, che "alcuni bambini sotto i 7 anni sono stati trattenuti nei centri per più di due settimane e le celle erano così anguste che gli adulti sono costretti a stare in piedi per giorni".

Nonostante le evidenze nel rapporto, Trump ha incolpato i media mainstream, accusandoli di "scrivere notizie fasulle ed esagerate". E i funzionari del Dipartimento per la sicurezza interna hanno difeso le condizioni dei centri. Ma il Segretario provvisorio per la sicurezza interna, Kevin McAleenan, in un'intervista a Abc news ha definito la situazione "straordinariamente impegnativa". 

Bachelet ha invitato gli Usa a far fronte alle cause che costringono i migranti a lasciare le loro case (insicurezza, violenza sessuale e di genere, discriminazione, povertà, degrado ambientale...). Il Dipartimento per la sicurezza interna ha risposto facendo sapere di avere aggiunto al confine tre tende con una capacità di circa 2.000 detenuti per smaltire il sovraffollamento dei centri.

Marina Catucci

venerdì 12 luglio 2019

Multe ai senza dimora - Nuove disposizioni di "sicurezza" colpiscono anche gli italiani vulnerabili.

Redattore Sociale
Avvocato di strada commenta la multa da 200 euro a una persona che dormiva in piazza a Genova. “Multe inutili che non saranno pagate e costituiranno un deterrente per uscire dalla marginalità”.


Una multa da 200 euro perché dormiva per strada. È quella che gli agenti della sezione Vivibilità e decoro della Polizia municipale di Genova hanno inflitto a una persona senza dimora in piazza Piccapietra lo scorso 4 luglio verso le dieci di sera. 


La notizia è stata data da San Marcellino, l'Opera sociale dei Gesuiti, che ha pubblicato sul proprio sito la fotografia della multa in cui si contesta alla persona senza dimora di “bivaccare su gradini, scalinate o scale di accesso dei monumenti, dei luoghi destinati al culto o di importanza culturale, storica e architettonica, nonché di spettacolo/intrattenimento, per la cittadinanza e i turisti nei sottopassi e sovrappassi, e sulla soglia degli altri edifici, uffici, negozi e sedi di attività commerciali, artigianali o industriali, antistanti alla pubblica via, e/o il suolo privato a uso pubblico”, proprio come previsto dall'articolo 28 comma le del Regolamento di Polizia urbana di Genova. 

“Quella norma è lì da tempo e, da quanto mi risulta non è quasi mai stata applicata – dice Emilio Robotti, coordinatore dello sportello genovese dell'associazione Avvocato di strada – ma con la giunta di centrodestra l'atteggiamento è cambiato”. 

Genova ha la via fittizia per la residenza dei senza dimora, dà la possibilità di istituirla presso i servizi sociali o alcune associazioni e c'è un ufficio per i cittadini senza territorio. O almeno c'era. “Il sistema, anche se non perfetto, funzionava – spiega l'avvocato – ma la giunta di centrodestra ha chiuso l'ufficio e, dopo le proteste, ha stabilito di tenerlo attivo fino a esaurimento delle pratiche aperte e poi ha introdotto una serie di modifiche come, ad esempio, la multa a chi rovista nei cassonetti”. 

Nel caso in questione, Robotti precisa, tra l'altro, che la persona non si trovava in un luogo di pregio e non era nemmeno di intralcio a cittadini o turisti. “È stato multato perché dormiva in piazza Piccapietra che è sì in pieno centro, ma non è certo una zona di pregio – spiega l'avvocato - : è la copertura di un parcheggio, una zona molto calda d'estate e molto fredda in inverno, in cui si passa solo in caso di bisogno, a piedi, quindi la persona non sarebbe certo stata d'intralcio”. La sezione locale di Avvocato di strada è disponibile a presentare ricorso ed è in contatto con San Marcellino, resta da vedere se la persona multata vorrà impugnare la multa.

Ma quante sono le multe ai senza dimora? E chi le paga? Secondo i dati dell'ultimo bilancio dell'associazione Avvocato di strada, nel 2018 sono state circa 1.200, di cui un migliaio per mancanza di titolo di viaggio sui mezzi pubblici, 34 per violazione del Codice della strada in cui può rientrare anche il vagabondaggio e l'occupazione di suolo pubblico e 100 sanzioni per altri motivi. 

“Il nostro è, ovviamente, un osservatorio limitato perché per una persona che si rivolge a noi, ce ne possono essere dieci che buttano la multa nella spazzatura e di cui noi non veniamo a conoscenza – dice Jacopo Fiorentino, direttore dell'associazione Avvocato di strada – Quello che è certo però è che si tratta di multe che non verranno pagate”. Nel caso in cui le persone senza dimora multate si rivolgano ad Avvocato di strada e vogliano impugnare la multa, il tentativo dei legali è quello di ottenere l'annullamento o, nel caso in cui ci sia un piccolo reddito, la rateizzazione. 

“In molti casi ci si riesce, soprattutto se si allegano le dichiarazioni dei servizi sociali che seguono le persone – continua Fiorentino – Quello che mi sento di dire però è che queste multe sono inutili perché non solo le persone non riescono a pagarle, ma pesano come macigni perché se non pagate raddoppiano, triplicano e possono arrivare anche a migliaia di euro: ci è capitato di incontrare persone che non volevano chiedere la residenza perché avrebbe significato vedersi recapitare una cartella esattoriale che non avrebbero potuto pagare. Le multe sono un deterrente e impediscono di entrare in percorsi diversi rispetto alla strada”.

Ma le ordinanze che multano i senza dimora sono legittime? L'accattonaggio molesto è punito dal codice penale (articolo 669 bis introdotto dal Decreto sicurezza del 4 dicembre 2018), mentre non è punibile chi chiede l'elemosina senza arrecare disturbo. Nel 2017 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha accolto infatti il ricorso proposto da Avvocato di strada contro l'ordinanza antiaccattonaggio del sindaco di Molinella (Bologna), precisando che la mendicità non invasiva di per sé non è una minaccia alla tranquillità e all'ordine pubblico. “In quel caso, il sindaco aveva fatto un'ordinanza contro ogni tipo di accattonaggio, anche non molesto, senza scadenza e senza motivarla – spiega – ma queste ordinanze possono essere adottate per motivi di urgenza e per un periodo di tempo limitato. In quel caso, facemmo ricorso e l'ordinanza fu annullata. Ci sono comuni che le scrivono bene e altri meno. Di base, rimane la considerazione che sono misure sbagliate perché si vanno a colpire persone che non sono in grado di pagare”. (lp)

giovedì 11 luglio 2019

Europa - La Von der Leyen mette subito le cose in chiaro: "è un obbligo salvare i migranti in mare"

Globalist
La neo presidentessa della Commissione Europea si schiera apertamente a favore del salvataggio in mare: "è un principio fondamentale".


Ursula Von der Leyen

La candidata alla Presidenza della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen (in attesa di conferma per l'elezione definitiva) parla chiaro sulla questione dei migranti in mare, dichiarando che "è importante aiutare tutte le persone in mare, tutte le persone che si trovano sulle imbarcazioni di fortuna, è veramente un principio di base. È un obbligo soccorrere le persone in pericolo in alto mare". 

"E per questo è estremamente importante ridare vita alla missione Sophia, bisogna trovare una soluzione a questo problema", ha aggiunto, chiedendo poi di riformare il sistema di Dublino
.

In Siria la guerra non è finita. Nell'aera di Idlib 500 vittime negli ultimi 2 mesi

Avvenire
L'ultima offensiva governativa prosegue ininterrotta da 74 giorni sull'area ribelle: più di 500 le vittime. Il Syrian network for human right: «Colpiscono obiettivi civili»


Verso le 9.50, ora italiana, arriva il primo aggiornamento: «A seguito di un bombardamento l’ospedale di Jisr al-Shoughour, nella periferia di Idlib, risulta completamente fuori uso». Un primo bilancio parla di sei vittime e una decina di feriti, in prevalenza donne e bambini. Nella zona sono state colpite anche diverse abitazioni. Un’ora più tardi arriva pure la notizia di una scuola colpita da un ordigno in località Babuline, periferia sud di Idlib, mentre a Khan Shaykoun si registra una pioggia di barili-bomba.

L’ultima offensiva russo-governativa su Idlib prosegue ininterrotta da 74 giorni e, secondo il Syrian Network for Human Rights (Snhr), avrebbe già causato più di 550 vittime, tra cui 130 bambini, e oltre 2.100 feriti. «Le aviazioni militari russa e siriana stanno deliberatamente colpendo obiettivi civili e un alto numero di servizi medico-sanitari sono stati distrutti», ha denunciato Fadel Abdul Ghany, direttore generale del Snhr. Sono circa un milione i bambini intrappolati in questo fazzoletto di terra martoriato. Pure Harietta Fore, direttore internazionale di Unicef, ha lanciato un nuovo appello per salvare i civili nella zona: «Abbiamo ripetuto più volte la nostra preoccupazione sulle disastrose conseguenze umanitarie che produce l’offensiva militare, ma Idlib sta vivedo un incubo, il peggiore che abbiamo mai visto in questo secolo». Fared Alhor, media attivista raggiunto via Skype, ha precisato che «gli attacchi sono rivolti principalmente a quartieri residenziali, scuole, mercati e tendopoli per sfollati, e non a postazioni militari. Gli aerei di ricognizione volano sopra le nostre teste 24 ore su 24, e sanno bene cosa stanno colpendo».

Idlib e la sua provincia, così come la periferia di Hama, sono le ultime zone in Siria sotto il controllo dell’opposizione anti-regime. Qui si registra anche la presenza di milizie integraliste vicine ad al-Qaeda come Hayat Tahrir al-Sham, che sarebbero l’obiettivo dichiarato dell’offensiva in corso, che invece continua a mietere vittime civili. Marc Cutts, rappresentante del coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nella regione ha dichiatato: «Sono inorridito di fronte ai ripetuti attacchi contro le aree e le infrastrutture civili a seguito del protrarsi del conflitto in Siria. Ieri è stata la volta di un ospedale chirurgico, a Kafr Nabol, vicino a Idlib, un ospedale sotterraneo costruito durante la guerra con l’aiuto delle Nazioni Unite per contribuire a salvare vite in questa zona di guerra». La scorsa settimana sono stati tre gli ospedali colpiti nella provincia di Idlib da raid aeri del regime di Damasco. Questo il principale fronte in Siria, ma sfortunatamente non l’unico: sette bambini siriani tra i 9 e i 13 anni sono stati uccisi a causa delle schegge di una mina esplosa nell’est della Siria, nel distretto di Dablan, a sud di Dayr az Zor in un’area in precedenza controllata dal Daesh.

Ma di fronte al massacro dei civili nella regione di Idlib, le diplomazie internazionali sembrano come paralizzate, mentre sul piano militare, lo scenario si fa sempre più complicato. James Jeffrey, rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, ha rivolto un appello alla Germania, affinché invii truppe nella regione, per sostenere le forze di opposizione a guida curda del Syrian Democratic Forces, impegnate nel contrasto ai terroristi di Daesh. Da parte sua il governo turco ha annunciato l’invio di nuovi blindati nel nord-ovest della Siria, a sostegno dei ribelli siriani, ma anche delle truppe turcomanne attive in operazioni militari anti-curde. Fonti governative siriane affermano che «miliziani jihadisti stranieri avrebbero compiuto nei giorni scorsi un’offensiva a nord della città costiera di Latakia», considerata strategica da un punto di vista geo-politico, prendendo di sorpresa i soldati governativi.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma dei civili e sulle centinaia di vittime inermi, causate da questi attacchi, l’ex presidente del consiglio locale di Aleppo, Brita Haji Hassan, rifugiato in Svizzera, ha dato il via lo scorso 8 giugno a uno sciopero della fame a oltranza a cui si sono unite ormai una sessantina di persone in tutto il mondo. Tra di loro anche un’insegnante italiana, Francesca Scalinci, madre di quattro figli, attivista per i diritti umani e membro dell’Associazione Siria Libera e Democratica.

mercoledì 10 luglio 2019

Italia - Migranti, l'invasione creata ad arte. I 56.000 esclusi dai centri di accoglienza, in giro per le nostre città in cerca di assistenza.

Avvenire
Crolla l’ospitalità garantita dai centri: pesano lo stop alla protezione umanitaria e il giro di vite sui ricorsi Sindaci e cooperative: i bandi vanno deserti, migliaia di migranti in strada.

Migranti cacciati dal CARA di Isola Capo Rizzuto
In un anno 56mila persone sono uscite dal sistema italiano dell’accoglienza. Sono diventate irregolari, 'clandestine'. Decine di migliaia di migranti non rientrano più nelle competenze dello Stato, che li ha tecnicamente allontanati dal circuito dell’inclusione.

Dal 30 giugno 2018 al 30 giugno 2019, infatti, secondo il ministero dell’Interno le persone accolte sono passate da 165.080 a 108.924. Un crollo del 34%, frutto di un ridimensionamento studiato a tavolino, sia in termini finanziari che umanitari.

Ma a che prezzo? E che fine hanno fatto i 56mila nuovi invisibili? Sono finiti nelle strade, nei dormitori pubblici, in soluzioni di fortuna. Ecco la vera 'invasione', studiata ad arte da chi governa. 


Arriva da terra e non è a favore di telecamera. Mette insieme chi è stato cancellato perché aveva la protezione umanitaria, chi si è visto bocciare la richiesta d’asilo dalle commissioni territoriali e chi è in attesa di un rimpatrio che potrebbe non arrivare mai. Nel frattempo, sul territorio sta succedendo di tutto (mentre sembra non accada nulla, secondo le cronache): i bandi prefettizi vanno deserti, il famigerato taglio a 18 euro della diaria giornaliera per migrante ha causato l’addio alle gare di molte realtà del Terzo settore fino a ieri in prima linea e, per evitare ulteriore confusione, sono le stesse Prefetture a chiedere al mondo cooperativo (con cui fino all’altro ieri collaboravano senza problemi) di rinegoziare gli accordi per venire incontro alle esigenze di gestione dei migranti.

Il territorio lasciato solo. «È finito tutto come previsto» racconta il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci. «Alla fine, questi ragazzi sono spariti dai riflettori e i Comuni se li sono ritrovati nelle piazze e nelle strade. Il decreto sicurezza ha prodotto soltanto maggiore insicurezza »

Le voci che si raccolgono sul territorio, dai primi cittadini alle cooperative, ripetono tutti lo stesso ritornello: i tagli sull’integrazione ci sono stati, ma il problema non è stato risolto. Anzi, a emergenza si è aggiunta altra emergenza, con l’aggravante che la responsabilità più grande è finita sull’ultimo anello della catena: quello degli enti locali e degli operatori sociali, chiamati a compiti sempre più gravosi. «Si fa di tutto per non governare questo fenomeno» sottolinea Luciano Gualzetti, direttore della Caritas ambrosiana, che si è fatta carico a sue spese del futuro di 50 migranti usciti dal circuito dell’accoglienza. 

Nella fotografia degli invisibili ci sono i cosiddetti 'diniegati', che non hanno potuto fare ricorso quando la loro domanda è stata bocciata, gli 'umanitari' che non possono più stare negli Sprar e i profughi in attesa di rimpatrio. «Sono gli stessi irregolari che ormai scoraggiano i loro connazionali a restare qui. Alla clandestinità nel nostro Paese, c’è chi preferisce l’alternativa di andare all’estero, perché l’Italia non è più considerata Paese accogliente» continua Gualzetti. 

Alcuni invisibili finiscono tra i senza dimora, altri soprattutto in questa stagione prendono il treno in direzione Centro-Sud per alimentare la manodopera sfruttata nei campi dai caporali. «Molti fanno richiesta di accesso a servizi d’emergenza, come i dormitori pubblici – racconta Omar Piazza, vicepresidente di Confcooperative Bergamo –. D’estate possono trovare soluzioni provvisorie, ma d’inverno il problema sarà drammatico, perché si rivolgeranno ai servizi di bassa soglia già sotto pressione da tempo».

Un tetto e un pasto. È qui che si disvela l’altro flop legato alle ultime normative: quello dei 18 euro a migrante. Doveva diventare l’emblema del giro di vite sulla sicurezza, garantendo semplicemente vitto, alloggio e (minima) assistenza legale ai profughi. In realtà, è diventato il simbolo di una doppia rinuncia: quella dello Stato a fare accoglienza dignitosa e quella delle cooperative che hanno deciso di disertare i bandi

«Il Terzo settore ha fatto i conti e in molti casi ha deciso che con 18 euro non si possono garantire i servizi necessari. Meglio tirarsi indietro» spiega Gualzetti, che poi aggiunge. «E pensare che con Roberto Maroni, la diaria giornaliera era di 45 euro a persona...». La verità è che è cambiato il clima complessivo, che le pressioni sulle Prefetture perché si giochi al massimo ribasso si sono fatte più insistenti, che i primi progetti a saltare sono stati i corsi di lingua italiana e i percorsi di mediazione culturale. 

A Monza e in Brianza, su 1.000 posti da gestire nell’accoglienza, ci sono state candidature solo per un modesto 10%. «Molti accordi si stanno rinegoziando, così come le modalità di affidamento» sottolinea Piazza. Il regime di proroga per ora è stato confermato, ma ai nuovi bandi molti non hanno partecipato, mentre ancora si cerca di capire cosa si nasconde dietro al passaggio oscuro dal sistema Sprar, che funzionava, all’attuale Siproimi. È un discorso, questo, che vale tanto più per i piccoli Comuni che, nell’ultimo decennio, hanno rappresentato modelli virtuosi soprattutto per la microaccoglienza. Prendiamo il caso dell’Alto Vicentino, dove una dozzina di paesi ha accolto oltre 70 migranti grazie a una rete diffusa di servizi che coinvolge diverse parrocchie. «Adesso si lavora in una totale incertezza, manca una prospettiva chiara sull’integrazione» racconta Franco Balzi, sindaco di Santorso, il Comune capofila del progetto. «Non possiamo lasciare l’ospitalità in mano ad albergatori improvvisati e senza scrupoli. L’operazione chirurgica che puntava a ridimensionare l’integrazione si è conclusa con l’azzeramento dei servizi e la crescita esponenziale della clandestinità. Ma alla fine, ai migranti, chi penserà davvero?».

Diego Motta

Libia, il governo libera 350 migranti del centro profughi bombardato

Ansa
La scorsa settimana la struttura era stata colpita da un raid che aveva causato 53 vittime. La sezione libica dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha ringraziato su Twitter le autorità per il rilascio.

Il centro di detenzione bombardato di Tajoura (Ansa)
Il governo del premier Fayez al-Sarraj ha dato parziale seguito a quanto prospettato da un suo ministro e ha liberato 350 migranti che erano rinchiusi nel centro di detenzione di Tajoura, quello colpito la settimana scorsa da un raiddell'aviazione del generale Khalifa Haftar causando 53 morti.

La liberazione dei sopravvissuti viene segnalata da un tweet della sezione libica dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). "Ringraziamo il ministero dell'Interno libico per il rilascio odierno dei rifugiati e migranti dal centro di detenzione di Tajoura", si afferma nel tweet dell'Unhcr. "350 persone erano ancora a rischio a Tajoura e ora sono libere. L'Unhcr fornirà assistenza", viene aggiunto.

L'agenzia Unhcr su Twitter ha spiegato anche che "fornirà assistenza con il suo programma di risposta urbana", precisando di aver visitato Tajoura nei giorni scorsi, portando cibo, acqua e assistenza medica.

Guerre dimenticate - Yemen - Il colera fa strage di bambini.

OnuItalia
Proprio mentre si moltiplicano le manifestazioni contro la fornitura di armi all’Arabia Saudita che guida una coalizione di stato che bombarda da mesi lo Yemen  Save The Children tenta di fare un bilancio dell’epidemia di colera in corso nel paese. 


Secondo l’ong dall’inizio dell’anno almeno 193 bambini sono morti a causa del colera. Nei primi sei mesi del 2019 sono stati registrati quasi 440.000 casi sospetti, di cui circa 203.000 tra i minori sotto i 15 anni, un numero che ha già superato quelli relativi all’intero anno precedente

La battaglia per sconfiggere il colera nel Paese è ben lontana dall’essere vinta e la stagione delle piogge ormai alle porte rischia di aggravare ulteriormente la situazione, con le inondazioni già in corso e la minaccia di violenti rovesci che potrebbero portare a una nuova escalation della malattia.

Nei primi sei mesi dell’anno in corso, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le persone che hanno perso la vita per il colera sono nove volte in più. Oltre 9 milioni di bambine e bambini, inoltre, non hanno adeguato accesso all’acqua potabile, a causa di un conflitto che ha reso fuori uso buona parte delle infrastrutture per l’acqua pulita e i servizi igienici. Anche la disponibilità di carburante è molto precaria, limitando fortemente così la possibilità di pompaggio delle fogne e la raccolta dei rifiuti con il rischio che vaste aree del Paese possano diventare terreno fertile per lo sviluppo di malattie infettive,come il colera, che si trasmettono attraverso le acque. 

Particolarmente vulnerabili in questo contesto sono soprattutto i bambini malnutriti, che hanno tre volte in più la probabilità, rispetto ai loro coetanei, di morire di colera.
Epidemie come quella in corso si diffondono facilmente a causa di un sistema sanitario e servizi igienici ormai al collasso e si abbattono su una popolazione sempre più vulnerabile per via della malnutrizione e della fuga dalle proprie abitazioni. In Yemen, attualmente, funziona solo la metà delle strutture sanitarie, il resto sono chiuse o operano solo in parte. 

Finché il conflitto continuerà a imperversare, i sistemi per l’acqua pulita a collassare e gli aiuti a non essere sufficienti, tutto ciò che possiamo fare, afferma Save The Children, è continuare a lavorare per cercare di salvare quanti più bambini possibile. L’Organizzazione chiede quindi alle parti in conflitto di ripartire dall’accordo di Stoccolma dello scorso dicembre e di impegnarsi per una pace duratura.

martedì 9 luglio 2019

Russia - Frontiere del Caucaso, arrivano trincee e filo spinato. 1000 famiglie divise dal confine che non esisteva.

Corriere della Sera
Consultando i motori di ricerca, la parola inglese borderization chiama essenzialmente in causa la politica russa nel Caucaso.



Traducendo e spiegando in italiano, significa che a partire dal 2011 le forze russe presenti nelle due regioni che, dopo il conflitto dell’agosto 2008, si sono separate dalla Georgia – Abkhazia e Ossezia del Sud – hanno iniziato a installare marcatori di frontiera, filo spinato, trincee e barriere lungo le cosiddette Linee amministrative di confine, in precedenza poco più di un’indicazione sulle mappe.

Amnesty International ha analizzato le conseguenze di questa politica che, di fatto, istituisce un confine internazionale: gravi limitazioni alla libertà di movimento, famiglie separate, mezzi di sussistenza che finiscono “dall’altra parte”, strutture sanitarie non più accessibili, minacce d’arresto per chi cerca di varcare la frontiera senza permessi ufficiali sempre più difficili da ottenere.

Secondo le autorità della Georgia, alla fine del 2018 i villaggi divisi in due erano almeno 34 e tra 800 e 1000 famiglie avevano perso i loro terreni agricoli.

L’impatto è stato letale anche su quello che una volta era un vivace commercio transfrontaliero, poiché i produttori locali non hanno più accesso ai mercati.

Riccardo Nuory

lunedì 8 luglio 2019

Roma: Ciani visita la struttura per malati psichici "REMS" di Palombara Sabina "importante monitorare superamento Opg"

Ristretti Orizzonti
"La presenza delle istituzioni nei luoghi di fragilità e di cura è fondamentale per monitorare le politiche sanitarie e realizzare l'integrazione socio-sanitaria. Dopo aver inserito alcuni punti specifici sulla salute mentale nel Piano Sociale Regionale, oggi ho visitato personalmente la Rems di Palombara Sabina per ascoltare i malati e gli operatori e capire come sta procedendo il superamento degli Opg".


Lo ha detto Paolo Ciani, vice Presidente della Commissione Salute della Regione Lazio e consigliere di Demos - Democrazia Solidale, in occasione dell'odierna visita alla Rems di Palombara Sabina.

"La salute mentale è un grande tema per la Regione e l'intero Paese. Così come lo e' il rapporto tra salute mentale e giustizia. Dopo la giusta chiusura degli Opg, ora la sfida sono le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Bisogna vigilare sui percorsi terapeutici dei malati internati, valorizzare le competenze degli operatori e capire l'interazione delle strutture con il territorio circostante. Ritengo fondamentale mettere le istituzioni in ascolto e cercare soluzioni efficaci per i diversi bisogni, senza escludere nessuno".

Ha proseguito Ciani: "Questi luoghi rappresentano uno snodo fondamentale per l'integrazione sociosanitaria. Per questo, come vicepresidente della Commissione Sanità ho inserito alcuni punti specifici - continuità terapeutica, mediazione linguistica ove necessaria, strutture residenziali alternative alle Rems - nella stesura del Piano sociale regionale.
Ora sto monitorando l'implementazione di queste misure, convinto che il reciproco ascolto e un'effettiva collaborazione fra i diversi soggetti sia fondamentale. L'Italia e' il paese di Franco Basaglia e, a 40 anni dalla legge 180, dobbiamo costruire percorsi di cura e riabilitazione che siano all'altezza della nostra storia
".

Durante la visita il vice presidente Ciani e' stato accompagnato dal Commissario della Asl Rm 5 Giuseppe Quintavalle, dalla referente regionale per la salute mentale, dai diversi responsabili del Distretto e dei moduli, dell'attigua Casa della Salute, dal vicesindaco e da rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri.

Iraq - Human Rights Watch: “Detenuti in condizioni degradanti”

Nema News
L’ong statunitense ha ieri accusato il sistema carcerario iracheno di non rispettare gli standard internazionali basilari. Tra i principali problemi il sovraffollamento senza poi dimenticare che in non pochi casi le confessioni sono state estorte tramite tortura. Protesta a Bassora (sud Iraq) per mancanza di lavoro, acqua e le ripetute interruzioni di corrente


Le autorità irachene stanno detenendo migliaia di persone in condizioni “degradanti” e in luoghi sovraffollati. A lanciare la pesante accusa al governo di Baghdad è stata ieri la ong per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw).
L’organizzazione non governativa statunitense ha mostrato alcune fotografie della prigione di Tal Keif nella provincia di Nineve (nord est del Paese) affermando come in questo carcere, insieme a quello vicino di Tasfirat, non vengano rispettati gli standard internazionali basilari.

In una delle fotografie (ad esempio quella che abbiamo utilizzato per questo articolo, ndr), si vedono infatti decine di ragazzi ammassati in un centro di detenzione per giovani. Alcuni sono in posizione fetale. Si può notare, inoltre, come non si veda il pavimento perché interamente ricoperto dai corpi dei detenuti. Un’altra foto mostra una stanza piena di donne e bambini molto magri con vestiti e prodotti per la casa appesi alle pareti. “Due anni fa abbiamo documentato le morti in carcere a causa del sovraffollamento – ha detto all’Associated Press la ricercatrice irachena di Hrw Belkis Wille – vedere che le condizioni [di detenzione] restino così, vuol dire che la popolazione carceraria è ancora minacciata. Tutto ciò è davvero frustrante”.

Secondo infatti Human Rights Watch, nelle prigioni di Tal Keif, Tasfirat e Faisaliyah sono rinchiuse circa 4.500 persone, quasi il doppio della capienza prevista. I detenuti sono per lo più accusati di terrorismo e circa un terzo di loro è già stato condannato e attende di essere trasferito a Baghdad. Ai carcerati, inoltre, non viene accordato il permesso d’incontrare i loro avvocati perché le prigioni non prevedono spazi per incontri.

Le autorità irachene, che hanno dichiarato la vittoria sull’autoproclamato “Califfato islamico” (Isis) nel dicembre del 2017, non forniscono dati ufficiali sui detenuti presenti nelle loro carceri. Secondo alcuni studi indipendenti, il numero dovrebbe aggirarsi intorno alle 20.000 unità e la maggior parte di loro è dietro le sbarre per legami con l’Is. Ma a preoccupare non è solo il sovraffollamento: il sistema carcerario locale è stato accusato dalle ong internazionali e locali di estorcere le confessioni degli imputati con la tortura. Oltre ad essere moralmente inaccettabile, il ricorso alla violenza, sottolineano gli esperti, porterà alla radicalizzazione dei detenuti più vulnerabili. “Le autorità irachene dovrebbero assicurare condizioni all’’interno delle carceri che non alimentino nuovi torti in futuro” ha dichiarato Lama Fakih, responsabile di Hrw per il Medio Oriente. Da qui l’invito della ong statunitense per migliorare le condizioni carcerarie secondo gli standard internazionali e garantire agli imputati processi giusti.

Cina - Centinaia di bambini di etnia uigura (minoranza musulmana) tolti ai genitori e "rieducati".

Gazzetta del Mezzogiorno
Oltre 400 bambini di etnia uigura, in una sola città dello Xinjiang, sono stati separati da uno o da entrambi i genitori, finiti in carcere o internati in strutture di rieducazione: contro le piaghe "del terrorismo e dell'estremismo" soprattutto religioso, come rivendica Pechino, neanche loro sfuggono al processo di "mandarinizzazione" che va avanti spedito nella regione del nordovest della Cina, caratterizzata dalla forte minoranza musulmana turcofona.


Se sono centinaia di migliaia, se non più di un milione secondo alcuni rapporti rimbalzati all'Onu, gli adulti rinchiusi nei centri di detenzione, il passaggio aggiuntivo è la campagna che passa per scuole e dormitori dedicati alle nuove generazioni. 

Da un'inchiesta della Bbc, ad esempio, è emerso che uno delle decine di uiguri intervistati e residenti in Turchia, Abdurahman Tothi, ha raccontato di non avere più notizie dei suoi figli da tre anni, dopo il loro viaggio con la madre nello Xinjiang per una visita ai nonni.

L'uomo ha spiegato di aver trovato un video online di un bambino che è sicuro essere suo figlio, Abdulaziz, che parla in mandarino e non in uiguro, la sua lingua madre. "Il loro obiettivo - è stata la sua amara spiegazione - è di farne degli han cinesi, portandogli via la loro vera identità".

I bambini sono destinati, secondo la ricostruzione della tv britannica, a scuole con enormi dormitori, sorte negli ultimi anni con i centri "di addestramento vocazionale" destinati agli adulti che, dopo aver commesso reati, puntano al reinserimento sociale. 

Su 60 interviste, genitori o parenti hanno raccontato nei dettagli la scomparsa di oltre 100 bambini. Una fonte diplomatica che ha visitato la regione ha rimarcato le "evidenze di primarie e sistematiche violazioni dei diritti umani" in una strategia che non ammette "soluzioni alternative" al modello han, l'etnia maggioritaria in Cina.

domenica 7 luglio 2019

Lampedusa - Veliero Alex - Una vicenda scandalosa può finire cosi. Ripartiamo da qui.

Blog Diritti Umani - Human Rights 
Lampedusa veliero Alex, l'ennesima vicenda di migranti che, mossi dalla disperazione, fuggono dai lager della Libia sfidando la morte imbarcandosi su gommoni inadeguati rischiando di perdere la vita. 

Il braccio di mare dove loro arrivano è ormai un deserto, privo di pattugliamento da parte di navi militari europee, il traffico commerciale lo sfugge per evitare di avvistare naufraghi, dove le motovedette libiche sono temute dai migranti come la peggiore delle sventure che li possono riportare, nel tragico "gioco dell'oca" a cui sono sottoposti, alla casella di partenza dell'orrore dei lager. 

Non ci sono testimoni di quello che avviene in questo tratto di mare: la cattura di migranti, che avrebbero diritto di richiedere la protezione internazionale, riportati indietro o la loro morte nell'affondamento dei loro poveri gommoni.
Le poche navi delle ONG sono l'unica possibilità di salvataggio e di osservazione di una zona del nostro mare Mediterraneo divenuto una piaga aperta a pochi chilometri dal nostro Paese.

Quando avviene questo fortunato e splendido evento, essere salvati da una nave amica che ti porterà in salvo, inizia, paradossalmente, una nuova vergognosa odissea per i migranti e  anche per l'equipaggio che, invece di essere sostenuto in tutti i modi per poter alleviare le sofferenze dei naufraghi stremati,  la loro opera viene ostacolata in tutti i modi, denunciati e messi sotto inchiesta.

I migranti sono, a questo punto, sottoposti a nuove sofferenze questa volta non causate dai trafficanti di uomini o dagli aguzzini libici, ma dai rappresentati del nostro Governo, che hanno scoperto che, per un triste meccanismo: più si è impietosi con questi disperati è più sale il consenso popolare, da parte di un'Italia che andrebbe educata ad essere migliore e non aiutata a esprimere il peggio di se.

Ma anche questa storia triste può comunque finire bene e questa foto interrompe tutte le riflessioni e ci lascia pensosi, e senza che ce accorgiamo il nostro volto accigliato e preoccupato si apre ad un sorriso. 

Ripartiamo da qui!

ES

In Italia, lo scandalo di 56 bambini da 0 a 3 anni in carcere con le madri. Trovare soluzioni nelle case famiglia.

VITA
Una proposta dell’associazione “A Roma Insieme – Leda Colombini” per modificare la Legge 62/2011 per creare case famiglia in beni confiscati alle mafie per dare una sistemazione idonea ai 56 minori presenti oggi nei penitenziari italiani.


Procedere con una riforma della Legge 62 del 2011 per trovare una soluzione ai 56 bambini che ancora oggi in Italia vivono con le madri detenute nelle carceri italiane: è questo quanto emerge dalla conferenza stampa ‘Madri detenute e figli minori: normativa vigente e alternative al carcere‘, promossa e organizzata lo scorso 2 luglio dal Partito Democratico di Montecitorio insieme all’associazione “A Roma Insieme – Leda Colombini” e alla presenza del Garante dei Detenuti della Regione Puglia Piero Rossi. 

Come? Intervenendo in tre punti sulla modifica di una Legge che ad oggi non sembra rispondere all’obiettivo di tutelare chi colpe non ne ha: costruendo case famiglia con il finanziamento dello Stato, ad esempio, e non ‘senza oneri per lo Stato’ come previsto dall’attuale normativa; utilizzando gli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri, ndr) solo nei casi di lunghe detenzioni; procedendo alla comunicazione immediata delle autorità giudiziarie competenti della presenza di un minore al momento dell’arresto di un genitore.
La legge 354/1975 che regola l’ordinamento penitenziario permette infatti alle detenute madri di piccoli dai 0 ai 3 anni di tenerli con sé. Un prezzo altissimo da pagare per chi non ha nessuna colpa, come appunto i bambini. Non hanno colpe ma scontano una pena. Madri e figli trascorrono le giornate in un luogo protetto e separato dal resto del carcere, certo, ma senza libertà. 

La legge 62 del 2011, intervenuta successivamente, ha in parte alleggerito questa condizione, ma ha dei limiti che ad oggi andrebbero necessariamente superati. L’obiettivo della conferenza stampa infatti è stato quello di insistere su un tema, ovvero avviare cambiamenti normativi tali da non permettere a nessuno bambino di scontare la pena in carcere con le proprie madri pur rimanendo insieme ad esse.
[...]
«Il problema- ha infine aggiunto Anna Buonaiuto, dello staff del Garante dei diritti dei detenuti della Campania e volontaria presso l’Icam di Lauro - è che l’Icam viene vissuto come un carcere dalle donne e i bambini vedono gli agenti di polizia come un nemico. Dalle 15 in poi tutte le attività si arrestano, non c’è un medico disponibile h24. Bisognerebbe implementare figure professionali come educatori, pediatri, medici e personale Osa e incrementare il personale penitenziario femminile. Una casa famiglia protetta garantirebbe un maggior aiuto».
[...]
Quella dei bambini reclusi è un problema che richiede soluzioni immediate, ma soprattutto è una grande ingiustizia che ognuno dovrebbe sentire come propria. Basterebbe veramente poco per andare oltre una situazione ancora oggi insopportabile.

sabato 6 luglio 2019

Il veliero Alex attracca a Lampedusa. Migranti bloccati, condizioni critiche a bordo, sbarco non autorizzato. Basta!

Blog Diritti Umani - Human Rights


Drammatica la situazione sanitaria sulla barca della Missione Mediterranea. Anche la Alan Kurdi pronta a forzare il blocco. Salvini li blocca e non li fa scendere.





Diretta Streaming

Sudan, accordo raggiunto tra militari e civili

AFRICA - Missione e Cultura
I leader militari del Sudan hanno raggiunto un accordo con l’opposizione per cogestire il potere fino a nuove elezioni legislative e presidenziali. Le due parti hanno concordato una rotazione al vertice del Consiglio sovrano – il livello più alto del potere. 
Rotazione che dovrebbe durare per almeno tre anni. 


Militari e civili si sono inoltre impegnati a formare un governo indipendente di tecnici e a indagare sulle violenze delle ultime settimane. Ad annunciarlo è stata l’Unione Africana che ha mediato tra le parti. La notizia dell’accordo ha scatenato manifestazioni di giubilo nelle strade delle principali città sudanesi.

Il Sudan sta vivendo una situazione di instabilità politica da quando i militari, a seguito di continue proteste della popolazione, hanno deposto il presidente Omar al-Bashir in aprile. Le manifestazioni sono però proseguite anche dopo che al-Bashir ha lasciato la scena politica. Il mese scorso, i rappresentanti dell’opposizione e i militari avevano quasi raggiunto un’intesa sulla gestione di questa delicata fase politica in Sudan. I negoziati sono stati però interrotti quando l’intervento delle forze dell’ordine ha duramente represso una manifestazione dell’opposizione il 3 giugno. Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed si è subito proposto come mediatore ed è volato in Sudan per cercare di negoziare un nuovo accordo tra le due parti.

L’ultimo round di colloqui ha avuto luogo nella capitale, Khartoum, all’inizio di questa settimana grazie alla mediazione dell’Unione africana e lo stesso premier etiope Ahmed Abiy. «Le due parti hanno convenuto di istituire un Consiglio sovrano con un presidente che, a rotazione, sara militare o civile. Questa alternanza durerà tre anni. Al termine di questa transizione, verranno indette le elezioni. Entrambe le parti hanno anche «accettato un’indagine dettagliata, trasparente e indipendente su tutti gli episodi di violenza che il Paese ha dovuto affrontare nelle ultime settimane». Dopo giorni di colloqui, l’inviato speciale, Mahmoud Dirir, ha annunciato che i leader della protesta hanno accettato di sospendere gli scioperi diffusi e di tornare al tavolo dei negoziati.

Migranti. Il veliero Alex attracca a Lampedusa. Migranti bloccati a bordo.

Avvenire
Svolta al largo dell'isola. Drammatica la situazione sanitaria sulla barca della Missione Mediterranea. Anche la Alan Kurdi pronta a forzare il blocco. Salvini ammette: la Libia non è un porto sicuro.


Ore 18.15
A un'ora dall'attracco non sono ancora iniziate le operazioni di disimbarco. Alcune persone stremate chiedono aiuto al medico di bordo. L'ufficiale in comando della capitaneria di porto ha comunicato di non aver avuto indicazioni per lo sbarco dall'autorità competente, il Viminale. Viene ventilata l'ipotesi che facciano rifornimento di gasolio e acqua alla Alex & co e che scortati da due motovedette le impongano di raggiungere Malta.

Ore 17.15 La Alex & co arriva al porto di Lampedusa. La capitaneria di porto indica la banchina commerciale come punto di approdo e specifica: non siete autorizzati a entrare, lo fate sotto la vostra responsabilità. Le forze dell'ordine sono schierate. All'arrivo dal porto si sono uditi anche insulti nei confronti dei migranti.

ore 16.30 La nave Alex è ormai in acque territoriali italiane dopo avere forzato il blocco e diretta a Lampedusa, è scortata ai lati da due motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Nuova comunicazione dalla motovedetta della Gdf: Mediterranea viene avvisata che questa operazione significa resistenza a nave da guerra.

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venerdì 5 luglio 2019

Migranti - Sea-Eye, salvati 65 naufraghi al largo della Libia. Rifiutano di riportarli nei lager libici e aspettano l'offerta di un porto sicuro

La Repubblica
La nave Alan Kurdi, che ha rifiutato di attraccare in Libia, aspetta una risposta da Roma, Malta e Tripoli. Salvini: "In Italia non arrivano", poi dà l'ok per fornire una nave dove trasportare i migranti dal veliero di Mediterranea a La Valletta.
AFP
La nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea-Eye ha soccorso e salvato stamani 65 migranti al largo della Libia. Ora attende una risposta da Malta, Roma e Tripoli per la presa in carico dei migranti. A bordo del gommone soccorso c'è una giornalista.

"In Italia non arrivano: c'è un porto maltese a disposizione, vanno a Malta, e la ong tedesca può scegliere fra la Tunisia e la Germania". Così il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, rispondendo a una domanda dei cronisti a Trieste. "Chiunque difenda i confini e la sicurezza del mio Paese è benvenuto", ha aggiunto. 

E poi raggiunto al telefono avrebbe detto: "Si può fare", acconsentendo a fornire una nave per trasportare i migranti che si trovano sul veliero Alex a Malta.

"Salvare vite in mare è un compito europeo": così una portavoce del governo tedesco Martina Fiez. "Siamo al corrente della notizia della nave Alan Kurdi", ha proseguito, "sottolineiamo ancora una volta che il nostro obiettivo come governo tedesco è trovare una soluzione veloce: si tratta di trovare un porto sicuro e di chiarire la questione della redistribuzione" in ambito europeo.

Berlino precisa anche che "al momento il governo federale non ha ricevuto alcuna richiesta di accoglienza delle persone" sbarcate a Lampedusa alcuni giorni fa dalla nave dell'ong tedesca Sea Watch. All'indomani dello sbarco, la Germania aveva infatti annunciato la propria disponibilità di accogliere un terzo dei 40 migranti sbarcati dopo il contestato ingresso in porto della nave. Allo stato attuale però secondo Berlino non sono giunte richieste formali.

"La guardia costiera libica ci ha inviato un'e-mail di assegnazione di un porto in Libia" per far sbarcare le 65 persone a bordo di Alan Kurdi ma "abbiamo respinto questa indicazione". Lo scrive su twitter la ong tedesca Sea Eye. "La guardia costiera finanziata dall'Ue ci chiede di violare il diritto internazionale. Non riporteremo le persone salvate nelle prigioni di tortura libiche"

Critiche sostanziali al Decreto Sicurezza Bis nell'audizione parlamentare di Daniele Tissone, Sindacato Polizia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Alcuni stralci dell'audizione parlamentare di Daniele Tissone del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil

Con amarezza assistiamo a una falsa quanto sfuggente rappresentazione della realtà in cui, invocando motivazioni di necessità e urgenza inesistenti, al Parlamento viene impedito di affrontare tematiche delicate attraverso la dialettica democratica del procedimento legislativo.
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Tutte queste costruzioni giuridiche afflittive hanno come presupposto l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni criminali in diminuzione o comunque, non rispondenti all’allarme sociale suscitato.
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L’incremento dell’attività sul fronte repressivo e l’inasprimento delle pene, inevitabilmente si abbatterà sul “Pianeta Giustizia”, già gravato da un ingente numero di procedimenti e processi pendenti, che cresceranno per l’effetto domino dell’aumento delle pene e del blocco della prescrizione, nonchè a seguire, sul mondo carcerario, ove sono ben note le carenze di spazi e le difficoltà vissute dai magistrati di sorveglianza e dagli operatori penitenziari.
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Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.
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La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità quindi a contemperare la difesa dei diritti di tutti, viene visto, a sua volta, come il nemico dei nemici.
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Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare indietro di quarant’anni la storia.
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Il SILP, che si riconosce nel processo di cambiamento ed evoluzione della Polizia di Stato, avviato con la riforma attuata con la L.121/81, che ha portato alla smilitarizzazione, si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo popolo nella più ampia accezione.

Daniele Tissone