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lunedì 13 febbraio 2023

Suicida in carcere a 21 anni al San Vittore. Era da un mese in carcere per furto.

Fanpage.it
Detenuto di 21 anni suicida nel carcere di San Vittore: si è impiccato in cella
Il detenuto 21enne era recluso dal 31 dicembre a San Vittore, dopo un arresto per furto aggravato: è il primo suicidio in carcere del 2023 a Milano. Proprio nelle celle del penitenziario milanese, la scorsa estate, si erano tolti la vita altri due detenuti ventenni.


Ancora un suicidio nelle carceri nazionali. Quello di un detenuto 21enne, recluso nell'istituto penitenziario di San Vittore a Milano, è solo il primo del 2023 nel capoluogo lombardo: si chiamava Luis Fernando Villa Villalobos, peruviano, senza fissa dimora. Trovato impiccato in cella il 2 febbraio e trasportato in ospedale in gravissime condizioni, è morto nella notte di venerdì 10 febbraio.

A portare il 21enne dietro le sbarre di San Vittore, un arresto per furto aggravato e un processo per direttissima. Poi, dopo poco tempo, la morte dentro la sua cella. Per fare chiarezza sulla vicenda il caso è al vaglio del magistrato di turno Angelo Renna che, come da prassi, ha aperto un fascicolo necessario a svolgere gli accertamenti. Dalle prime ricostruzioni non emergerebbero comunque responsabilità da parte di terze persone.

Emergenza suicidi in carcere
Il primo suicidio dell'anno nelle carceri di Milano, coda di un 2022 che ha visto l'esplosione del fenomeno nei penitenziari di tutta Italia: ben 80 casi accertati nei 12 mesi dell'anno appena trascorso, ovvero il numero più alto degli ultimi 10 anni, mentre nel solo distretto della corte d'Appello di Milano (che comprende anche Busto Arsizio, Como, Lecco, Lodi, Monza, Pavia, Sondrio e Varese) l'anno scorso si sono uccisi 15 detenuti. 

Con oltre il 60 per cento di morti avvenute nei primi mesi di detenzione, molto probabilmente a causa dell'impatto traumatico contro la durezza della vita dietro le sbarre, e la stragrande maggioranza di vittime con condanne lievi, spesso con la prospettiva di uscire a breve dal carcere.
[...]

A cura di Francesca Del Boca

domenica 16 ottobre 2022

Carcere, la strage silenziosa. Arrivano a 70 i suicidi nel 2022. Mai così tanti morti dal 2009

Avvenire
Ancora un suicidio. Non si ferma la strage nelle carceri italiane. Stavolta a togliersi la vita è stato, giovedì nella Casa circondariale di Sollicciano a Firenze, un detenuto marocchino di 29 anni. E nello stesso giorno un ragazzo recluso nell’istituto minorile “Ferrante Aporti” di Torino ha tentato di uccidersi ma è stato salvato in extremis dalle guardie. 


Il nordafricano avrebbe finito di scontare la sua condanna il 22 ottobre prossimo: gli mancavano solo 9 giorni ma non ce l’ha fatta a resistere allo stress psicologico, forse anche perché su di lui pendeva un mandato d’arresto europeo appena confermato dalla Corte d’Appello. Da Aosta era stato temporaneamente trasferito a Firenze per poter partecipare a un processo ma giovedì sera, preso dallo sconforto, ha bloccato la serratura della sua cella con un pezzo di plastica, ha appeso una corda alle sbarre della finestra e si è impiccato. Erano le 20.30 quando i secondini se ne sono accorti, nel loro solito giro di controllo. 

E con questo di Sollicciano, il tragico bilancio dei suicidi tra le mura di un istituto penale sale a 70 dall’inizio dell’anno (dati di “Ristretti Orizzonti”): mai così tanti dal 2009 quando – al 31 dicembre però per propria mano ne morirono 72. 

E non vanno dimenticati i 4 agenti di polizia penitenziaria che in questi nove mesi e mezzo del 2022 hanno avuto la stessa sorte, come sottolinea Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa della categoria. Segno di un malessere profondo che arriva spesso alla disperazione, una situazione, per detenuti, personale e volontari, diventata ormai impossibile in gran parte dei 192 istituti di pena italiani, sovraffollati, con gravi carenze di organico e strutturali e in condizioni igienico-sanitarie spesso precarie. Il ragazzo scampato alla morte a Torino aveva cercato di uccidersi formando un cappio con un lenzuolo che aveva legato alla grata della sua stanza. 
Con il lembo stretto attorno al collo il ragazzo si è lasciato cadere ma il tempestivo intervento degli agenti è stato decisivo. 
Nello stesso carcere minorile, inoltre, come denunciano i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, una guardia è stata ferita mentre, all’ora di pranzo cercava di separare due reclusi che stavano litigando con violenza: colpito in faccia da un contenitore metallico il secondino è stato portato al pronto soccorso del Cto. 
La situazione nella struttura torinese è «drammatica e pericolosa» «Il personale è allo stremo e abbandonato a se stesso tanto da essere costretto a improvvisare qualsiasi intervento senza idonee e chiare direttive, il carcere minorile di Torino – accusano i sindacati – ha bisogno di un direttore titolare e non di un direttore pendolare che arriva da Bari una volta al mese». 

Secondo l’ultimo Report dell’associazione Antigone, a tutt’oggi, l’istituto dove sono avvenuti più casi di suicidio dall’inizio dell’anno è quello di Foggia con quattro decessi. Seguono con tre suicidi ognuno, Milano San Vittore, Monza e Roma Regina Coeli. 

«Attendiamo l’insediamento del prossimo governo per chiedere al nuovo ministro della Giustizia un confronto ad ampio spettro su tutte le questioni che investono il sistema d’esecuzione penale – afferma De Fazio - ma sia chiaro sin d’ora che servono riforme strutturali, investimenti per organici ed equipaggiamenti e persino un banale accorgimento: subito un direttore e un comandante della Polizia penitenziaria titolari in ogni carcere». 
«Vanno assunti immediati e urgenti provvedimenti da parte del ministero» aggiunge Aldo Di Giacomo, segretario del Spp (Sindacato di Polizia penitenziaria), che ricorda la promessa del ministro Cartabia di introdurre nelle carceri italiane 2mila psicologi.

Fulvio Fulvi

domenica 20 febbraio 2022

USA - Louisiana - Vincent Simmons - Libero dopo 44 anni di carcere per l’accusa di stupro - Processo “non equo”: giuria composta da 11 bianchi e un afroamericano

Il Riformista
Ha trascorso 44 anni in una cella di prigione per una accusa pesantissima, quella di un duplice tentato stupro di cui si era sempre dichiarato innocente. È la storia di Vincent Simmons, 69enne afroamericano della Louisiana, che lunedì è stato scarcerato dal penitenziario di Angola, considerato l’Alcatraz del sud degli Stati Uniti e noto anche per le serie tv ‘Dead Man Walking’ e ‘True Detective’.

Il momento della comunicazione della libertà a Vincent Simmons

Ci sono infatti voluti 44 anni per ammettere che il processo subito da Simmons non era stato equo: il 69enne è uscito infatti non perché ritenuto innocente, ma perché secondo il giudice Bill Bennett doveva subirne uno nuovo. Ma il procuratore Charles Riddle III ha rinunciato e in questo modo ha fatto cadere le accuse contro di lui, rendendolo un uomo libero a pochi giorni dal suo 70esimo compleanno.

Vincent Simmons all'uscita dal penitenziario Angola in Louisiana

Simmons era stato giudicato colpevole del doppio tentato stupro ai danni di Karen e Sharon Sanders, gemelle bianche e quattordicenni di Marksville, nella Louisiana rurale, nel 1977: il 69enne fu giudicato da una giuria composta da 11 bianchi e un afroamericano e condannato a anni di reclusione.

Una storia, quella di Simmons, raccontata anche dal documentario del 1998 “The Farm: Angola, Usa”. L’ormai ex detenuto nel corso degli anni aveva provato per ben 16 volte a chiedere un nuovo processo, riuscendo ad ottenere una nuova udienza grazie ad una inchiesta condotta dalla rete Cbs.

I giornalisti del network americano avevano infatti scoperto che all’epoca del processo i suoi avvocati non avevano ricevuto alcune prove fondamentali che avrebbero potuto scagionarlo. Si trattava, aveva reso noto la Cbs, di una testimonianza del medico che aveva esaminato le gemelle Karen e Sharon Sanders in cui dichiarava di non aver riscontrato alcun segno di violenza sessuale; l’altra prova erano dichiarazioni fornite dalle ‘vittime’ due settimane dopo lo stupro, in cui ammettevano alla polizia di non sapere chi le avesse assaltate perché “tutte le persone nere si assomigliano”.

Simmons dopo aver lasciato il carcere ha ringraziato Dio, che “ha tenuto viva in me la speranza, oggi ha fatto questo per me”, ha detto davanti alle telecamere che lo attendevano all’uscita dal penitenziario di Angola. Per il suo avvocato, Justin Bonus, “finalmente il tribunale gli ha reso giustizia”.

Fabio Calcagni

lunedì 14 febbraio 2022

Carcere: 12esimo suicidio da inizio anno - Uno ogni 3 giorni e mezzo. Segnale di un grave disagio nei luoghi di pena italiani

AGI
Ancora un suicidio nelle carceri italiane, il 12esimo dall'inizio del 2022: un detenuto 24enne originario del Marocco, l'11 febbraio, nel penitenziario romano di Regina Coeli, in carcere per rapina, si è tolto la vita inalando il gas della bomboletta del fornello da campeggio comunemente usato per cucinare.
 

Lo rende noto il segretario generale della Uilpa penitenziari Gennarino De Fazio, rilevando che "la media si porta così a un suicidio ogni tre giorni e mezzo, cui vanno aggiunti anche i due appartenenti alla Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in questo 2022".

"Il Governo vari immediatamente un decreto legge per mettere in sicurezza le carceri, sia sotto il profilo di quella che è una vera e propria emergenza umanitaria, sia sotto l'aspetto della tenuta dell'intero sistema, il quale vede gli operatori di Polizia penitenziaria. Servono, altresì, interventi urgentissimi per migliorare le strutture e le infrastrutture, ma soprattutto per potenziare gli organici della Polizia penitenziaria, mancanti di 18mila unità.".

sabato 22 gennaio 2022

Nel silenzio del mondo, la strage senza fine in Yemen. Bombe sul carcere: duecento tra morti e feriti

Avvenire
Colpita la struttura nella città di Saada, roccaforte dei ribelli Houthi. Il raid aereo della coalizione militare a guida saudita segna un'ulteriore escalation della guerra
Quel che resta del carcere colpito in Yemen - Ansa

Ennesima strage in Yemen. Almeno duecento persone sono rimaste uccise o ferite la notte scorsa nel nord del Paese in seguito ad un raid aereo della coalizione militare a guida saudita, che segna l'ulteriore escalation di una guerra che ha già causato la morte di centinaia di migliaia di persone. Nel silenzio del mondo.

Il bilancio è ancora parziale. I caccia hanno preso di mira vari obiettivi controllati dagli insorti Huothi filo-iraniani, come hanno riferito fonti sul posto. Difficili anche le comunicazioni, visto che il Paese è rimasto senza alcun collegamento internet, proprio a causa del bombardamento contro installazioni nella città portuale di Hudayda, sul Mar Rosso. 

Nella stessa città, secondo quanto ha riferito Save the Children, tre bambini sono stati uccisi mentre giocavano in un campetto da calcio, quando un missile ha colpito un impianto di telecomunicazioni nella zona. 

Ma la vera carneficina è stata registrata più a nord, nella città di Saada, dove le bombe della coalizione hanno raso al suolo una prigione, causando, secondo l'organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere, la morte di almeno 70 persone e il ferimento di almeno altre 140. 

La stessa fonte ha precisato che si tratta di dati parziali, poiché provengono da solo uno degli ospedali di Saada, mentre "anche altri due (ospedali) in città hanno ricevuto molti feriti e tra le macerie sono ancora in corso delle ricerche" per vedere se vi sono sopravvissuti, feriti o vittime. 

I ribelli Houthi hanno prontamente diffuso filmati raccapriccianti che mostrano corpi tra le macerie e cadaveri maciullati, affermando che si tratta di vittime dall'attacco alla prigione. 

Sono stati però probabilmente proprio i ribelli a causare questa nuova escalation della violenza, mettendo a segno lunedì e poi rivendicando un attacco compiuto con i droni contro installazioni nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, che ha provocato la morte di tre persone. 

Già il giorno dopo la coalizione, di cui gli Emirati fanno parte, ha reagito con un raid contro la regione della capitale Sanaa, in cui sono morte 14 persone. Oggi la drammatica e più vasta replica. 
Questo è avvenuto solo nell'ultima settimana, ma sono sette anni che la guerra civile in Yemen va avanti causando un'ondata di milioni di sfollati, oltre ad una crisi umanitaria che l'Onu definisce la peggiore al mondo. Per non parlare delle vittime.
Sempre secondo le Nazioni Unite, la guerra finora ha provocato la morte di oltre 377.000 persone, sia direttamente che indirettamente, a causa della fame e delle malattie. 
Frattanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito su richiesta degli Emirati Arabi Uniti che ne è membro non permanente, ha condannato all'unanimità quelli che ha definito gli "efferati attacchi terroristici degli Houthi ad Abu Dhabi, così come in altri siti dell'Arabia Saudita". 

Allo stesso tempo, la Norvegia, presidente di turno dei Quindici, ha commentato i nuovi raid in Yemen definendoli "inaccettabili".

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

mercoledì 2 giugno 2021

Zambia - Approvata legge: Ergastolani con "buona condotta" e che mostrano pentimento liberi per 14 giorni e possibile sospensione della pena

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Presidente Edgar Lungu ha firmato una legge che consentirà di concedere ai detenuti un permesso di due settimane per visitare le loro famiglie.
Il Presidente dello Zambia Edgar Lungu
Potranno usufruire della misura anche i condannati all'ergastolo e per coloro che manterranno un buon comportamento, avranno la possibilità di non tornare più in carcere.

La legge sul servizio di correzione attraverso il commissario generale con la consulenza del ministro degli interni consentirà ora a qualsiasi detenuto di interrompere la detenzione per due settimane per visitare la famiglia.

Secondo il commissario generale del servizio correttivo dello Zambia, Chisela Chileshe, la disposizione era contenuta nella legge precedente, ma il presidente Lungu l'ha rafforzata attraverso una disposizione costituzionale.

Il servizio correttivo dello Zambia indica al presidente Lungu la sospensione della pena per i detenuti condannati all'ergastolo che abbiano mostrato sincero pentimento e un buon comportamento ritenendo che non siano più un pericolo per la società.

Il commissario generale ha dichiarato che i detenuti che confermassero il loro comportamento corretto non sarebbero più tornati negli istituti penitenziari.

Il dottor Chileshe, tuttavia, ha affermato che coloro che avessero continuato una condotta scorretta sarebbero tornati a scontare l'ergastolo.

Questa disposizione ha provocato reazioni contrastati sui social. Alcuni evidenziano il rischio di evasioni ma altri affermano che: "è necessario di favorire il reinserimento sociale dei detenuti e di non pensare al carcere come a un sistema punitivo".

ES

Fonte: Mwebantu - Inmates to be granted a two week leave to visit their families.

domenica 9 maggio 2021

Etiopia - Denuncia della commissione dei diritti umani etiope: nella regione Oromia detenute donne con i figli, minori in cella con gli adulti in condizioni disumane

Africa Rivista
La polizia dell’Oromia sta trattenendo un gran numero di persone, compresi neonati e bambini, senza accusa, in stazioni di polizia “antigieniche e sovraffollate”. La dura denuncia arriva dalla Commissione etiope per i diritti umani in un comunicato emesso ieri.

Secondo la Commissione, i bambini di età compresa tra i 5 mesi e i 10 anni sono detenuti insieme alle loro madri, ma bambini di età inferiore a 9 anni, sospettati di reati, sono tenuti in celle con prigionieri adulti.

I detenuti nella regione, che si trova nell’Etiopia centrale e come altre regioni ha una certa autonomia dal governo centrale nella gestione di questioni come l’applicazione della legge e l’istruzione, sono detenuti in “condizioni disastrose” senza accesso ad acqua, cure mediche o servizi igienico-sanitari e con cibo limitato.

Il rapporto afferma che la Commissione ha visitato 21 stazioni di polizia nella regione tra novembre e gennaio, documentando “gravi violazioni dei diritti umani”, comprese le percosse. “I centri di detenzione ospitano un gran numero di persone che erano state arrestate senza ordine del tribunale”, ha detto, senza fornire alcun numero.

Il rapporto ha anche documentato detenzioni arbitrarie e prolungate di sospetti le cui accuse erano state ritirate o che avevano ricevuto l’ordine di rilascio da un tribunale. Molti non si erano presentati davanti a un tribunale nelle 48 ore di detenzione previste dalla legge etiope.

Molti dei detenuti sono stati arrestati all’indomani dell’uccisione del cantante politico oromo Haacaaluu Hundeessaa, ucciso a colpi d’arma da fuoco da sconosciuti ad Addis Abeba lo scorso giugno. La sua morte violenta ha scatenato proteste nella capitale e in tutta Oromia nelle quali sono morte almeno 178 persone.

martedì 23 febbraio 2021

Paraguay - Rivolta di centinaia di detenuti nel carcere di Tacumbú, il più grande del paese, almeno 7 morti

sicurezzainternazionale.luiss.it 
Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L’intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l’ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l’uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate. 

“Non si tratta di uno scontro tra clan”, ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un’intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all’interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.

Mentre il caos dilagava all’interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all’entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l’edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.

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mercoledì 13 gennaio 2021

Medio Oriente. 36 donne palestinesi nell'inferno del carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane

ilfarosulmondo.it
La Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti ha affermato che 36 donne palestinesi sono detenute nel carcere di Damon in condizioni di detenzione disumane. 24 di queste donne stanno scontando pene detentive diverse, di cui due a 16 anni. Nove sono in custodia cautelare e tre donne sono detenute amministrative, riferisce la Commissione.


Alcuni dei detenuti soffrono di condizioni di salute molto difficili e di deliberata negligenza medica, come il caso della prigioniera Israa Jaabis, che soffre di ustioni e necessita di procedure chirurgiche.

Altre donne palestinesi che necessitano anche di cure mediche speciali includono Amal Taqatqa, che è stata ferita da cinque proiettili e necessita di un'operazione per rimuovere i fissatori interni dalla gamba; il prigioniero Iman Awar, che soffre di noduli cancerosi alle corde vocali, e il prigioniero Nasreen Abu Kamil, chi soffre di ipertensione, diabete e dolori alle dita dei piedi.

A dicembre, fonti ufficiali della Palestina hanno rivelato che ci sono oltre 4.400 prigionieri palestinesi all'interno delle carceri israeliane, inclusi 700 detenuti malati. Il regime israeliano continua a violare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla detenzione amministrativa. 

Questa misura è una sorta di detenzione senza processo che permette al regime di Tel Aviv di incarcerare i palestinesi per un massimo di sei mesi, prorogabili a tempo indeterminato. In pratica, il regime di detenzione amministrativa di Israele viola numerosi altri standard internazionali. Ad esempio, i detenuti amministrativi della Cisgiordania vengono espulsi dal territorio occupato e internati all'interno di Israele, in diretta violazione dei divieti della Quarta Convenzione di Ginevra.



lunedì 28 dicembre 2020

Bielorussia - Il virus dilaga nelle carceri. Alcuni accusano il governo di favorire la diffusione del COVID per colpire gli oppositori politici arrestati.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un'ondata di COVID-19 ha travolto le prigioni in Bielorussia che sono piene di persone in custodia per aver manifestato contro le elezioni ritenute irregolari.
Molti dei manifestanti che hanno contratto il coronavirus mentre erano detenuti  accusano le autorità di trascurare o addirittura incoraggiare le infezioni. 


Gli attivisti che hanno parlato con l'Associated Press dopo il loro rilascio hanno descritto celle massicciamente sovraffollate senza un'adeguata ventilazione o servizi di base e una mancanza di cure mediche. 

I manifestanti usciti dalle prigioni, accusato il governo di permettere al virus di diffondersi tra le persone incarcerate per motivi politici. "Le guardie dicono apertamente che lo fanno deliberatamente per un ordine". 

Più di 30.000 persone sono state arrestate per aver preso parte alle proteste contro la rielezione ad agosto del presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un voto che gli attivisti dell'opposizione affermano sia stato truccato per concedere a Lukashenko un sesto mandato. 
"Nel centro dell'Europa, i detenuti vengono deliberatamente infettati dal coronavirus", ha detto Tsikhanouskaya. “Spostano le persone infette da una cella all'altra e le celle sono sovraffollate e mancano di ventilazione. È un'atrocità, può essere valutata solo come abuso e tortura "
Le autorità non hanno comunicato il numero di prigionieri con COVID-19, ma gli attivisti per i diritti dicono che migliaia di manifestanti sono risultati positivi dopo essere stati arrestati. 

Artsiom Liava, un giornalista di 44 anni, ha detto di essere stato contagiato il mese scorso in attesa di un'udienza in una cella di prigione destinata a ospitare 10 ma che ospitava circa 100 detenuti. Liava, giornalista del canale televisivo Belsat, è stato arrestato mentre partecipava ad una protesta nella capitale bielorussa, Minsk. 

"Prima, gli altri detenuti e poi io abbiamo smesso di sentire il fetore della prigione", ha detto. "Tutti noi avevamo la febbre, una forte tosse e ci sentivamo deboli, ma non ci davano nemmeno l'acqua calda." 

ES


martedì 8 dicembre 2020

Egitto - Torture, crudeltà, abusi: la vita nel carcere di Tora in Egitto. Il volto del regime nella prigione dove è rinchiuso Patrick Zaki

Il Fatto Quotidiano
Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti. Confermate da chi è potuto uscire.
Carcere di Tora alla periferia Sud de Il Cairo - Foto: HRW

"High security prison 992": benvenuti all'inferno del rettangolo della morte. I blocchi a forma di H del carcere di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, rimandano alla famigerata prigione di Maze, più comunemente denominata Long Kesh, nella cittadina nordirlandese di Lisburn, dove tra il 1971 e il 2000 morirono decine di detenuti, tra cui Bobby Sands, leader dell'Ira stroncato dopo 64 giorni di sciopero della fame e della sete. 

I livelli di crudeltà non sono dissimili, tra condizioni generali pessime, violenze e torture, con una differenza: la struttura alle porte di Belfast è stata chiusa dopo gli Accordi di Pace del 1998 (Good Friday Agreement) e una serie di spettacolari evasioni, mentre l'inferno di Tora è attivo e non sembra per nulla destinato ad abdicare. Proprio nel settembre scorso il tentativo di fuga da parte di un gruppo di reclusi nel braccio 'reati comuni' è stato represso nel sangue dall'apparato di sicurezza: 8 i morti, di cui 4 poliziotti. Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti di Tora. Al resto hanno pensato i racconti dei testimoni oculari, vittime loro stessi di abusi e di pratiche di tortura, una volta fuori da quell'incubo.
[...]
Al massimo della sua capienza ufficiale la '992' dovrebbe ospitare 1500 detenuti, in realtà, a seconda dei periodi, la popolazione supera le 2mila unità. Per aumentare la portata della struttura, una volta esaurita l'area di espansione esterna, Tora ha iniziato a svilupparsi verso l'alto. La conseguenza è stata un peggioramento della vita carceraria vissuta dalla maggior parte dei detenuti in condizioni davvero disumane e le cronache dei racconti in arrivo dall'interno confermano l'interfaccia repressiva di un regime spietato contro i suoi oppositori.
[...]
L'ultimo ritocco all'immagine della prigione in ordine di tempo è stato portato a termine nel 2014 su ordine dell'attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi: la realizzazione di una sezione speciale di massima sicurezza per i prigionieri politici, cioè per gli esponenti dei Fratelli Musulmani. In quella sezione, tra gli altri, hanno trascorso un periodo di detenzione il capo della Fratellanza, Mohamed Morsi, e il numero due, Essam el-Erian, morti in circostanze mai chiarite nel 2019 e nel 2020.

I reclusi: da Zaki ai leader della Rivoluzione di Piazza Tahrir - Fino all'altra sera all'interno della sezione Liman Tora erano reclusi i vertici dell'Eipr, Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Bashir, rilasciati su cauzione e tornati a casa dalle rispettive famiglie dopo alcune settimane di detenzione. Nella vicina sezione Scorpion II, al contrario, Patrick Zaki è appena entrato nel decimo mese di reclusione. Con lui decine e decine di attivisti, tra cui Alaa Abdel Fattah, uno dei leader della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011.
[...]
Le celle e la luce regolata in una sala di controllo - Complessivamente il penitenziario più grande e temuto dell'Egitto è composto da 320 celle, equamente divise per i quattro blocchi ad H. La maggioranza di esse misura 2,5 metri per 3 e sono alte dai 3,5 metri a salire, ma ce ne sono anche di più grandi capaci di ospitare oltre 10 persone alla volta. Ogni cella ordinaria ha una finestra 90 per 80 centimetri e si affaccia o su altri edifici carcerari o sulle mura principali.

Oltre alle brande, spesso senza materasso, e al gabinetto la cella dispone di una lampadina la cui accensione è regolata da una sala di controllo. Originariamente quelle più grandi erano state realizzate per ospitare due detenuti, ma l'aumento della popolazione carceraria ha costretto la dirigenza ad inserire più brande a castello. Ogni sezione dispone del suo refettorio e dello spazio esterno e i detenuti di un'area non si mescolano mai con quelli di un'altra.

Nell'enorme città penitenziaria ci sono anche un campo da calcio e uno più piccolo multiuso nato originariamente come campo da tennis. Sulla parte retrostante dell'area di Tora è stata posta l'appendice per le celle di isolamento. Il cosiddetto "blocco disciplinare" ne comprende sette, tutte senza finestre, dunque senza luce naturale e ventilazione.

Non manca certo una sezione medica, una sorta di punto di primo soccorso, in grado di risolvere diagnosi elementari. I detenuti vengono trasferiti in uno degli ospedali cittadini solo quando non è possibile fare altrimenti. Spesso le richieste d'aiuto rimangono inascoltate. È successo nel maggio scorso al giovane regista Shady Habash, morto dopo aver ingerito del detersivo, non curato adeguatamente e lasciato in agonia dentro la sua cella.

Pierfrancesco Curzi

mercoledì 2 dicembre 2020

Siria - "Osservatorio siriano per i diritti umani": più di 16 mila uccisi nelle carceri di governo dal 2011. "Morti sotto tortura", tra loro anche 64 donne e 125 minorenni

AnsaMed
Sono più di 16mila i civili siriani uccisi sotto tortura nelle carceri governative siriane negli ultimi 10 anni: lo riferisce oggi l'Osservatorio siriano per i diritti umani in Siria, che pubblica una lista aggiornata e documentata di 16.224 vittime dal 2011 a oggi. 


Di questi, 16.035 sono uomini maggiorenni, 125 sono minorenni e 64 sono donne. Il governo siriano ha sempre negato di praticare la tortura e di detenere nelle sue carceri attivisti e dissidenti politici.

domenica 15 novembre 2020

Covid in carcere, serio aumento di contagi. 75 istituti colpiti, 600 detenuti (32 ricoverati), 800 tra il personale. Urgente ridurre il numero dei detenuti.

redattoresociale.it
Aggiornamento del Garante nazionale: 75 gli istituti su 190 in cui si è verificato un qualche caso: contagiati 600 detenuti (di cui 32 ospedalizzati) e oltre 800 tra il personale. Antigone: "Intervenire con la concessione di misure alternative". 


"Ridurre i numeri della popolazione detenuta": lo chiede Antigone richiamando l'ultimo aggiornamento del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, secondo cui nell'arco di pochi giorni i contagiati hanno superato le 600 unità tra i detenuti (di cui 32 ospedalizzati) e sono oltre 800 tra il personale che, a vario titolo, opera nelle carceri. Sono 75 gli istituti su 190 in si è verificato un qualche caso di contagio. 

Rispetto al numero di tamponi effettuati in questa nuova tornata di epidemia, precisa il Garante, il tasso di positività in carcere è alto (più del 15 per cento), ma comunque in linea con quello del territorio nazionale.

Da settembre l'osservatorio di Antigone è tornato a visitare gli istituti penali del paese, dopo lo stop alle attività che la prima fase dell'emergenza coronavirus aveva comportato. "In molti casi - si legge in una nota - ci si è trovati davanti a situazioni di sovraffollamento che non aiutano il contenimento del contagio, né favoriscono l'isolamento dei detenuti positivi o di coloro che, dopo un contatto con un positivo, hanno bisogno di osservare un periodo di quarantena. 

Su indicazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, alcune sezioni sono state sgomberate per fare posto a reparti Covid, questo ha però prodotto un ulteriore sovraffollamento in altre aree degli istituti. Inoltre, la necessità di far osservare il periodo previsto per la quarantena ai nuovi giunti, fa sì che spesso questi vengano trasferiti in carceri anche a centinaia di chilometri di distanza dalla loro città per l'arco di tempo previsto e, solo dopo, ricondotti negli istituti di competenza".

"Ciò che occorre in questa fase - sottolinea il presidente Patrizio Gonnella - è ridurre i numeri della popolazione detenuta. Dopo l'importante contrazione registrata durante la prima ondata, il dato dei detenuti si era stabilizzato e, dopo l'estate, era ricominciato a crescere".

Secondo i dati del Garante si riducono, seppur lentamente, i numeri delle persone detenute in carcere: 54.767 quelle registrate ma 53.992 quelle fisicamente presenti. "Con questi numeri, nonostante i protocolli adottati, è difficile poter contenere il diffondersi del contagio. - sottolinea Antigone - Occorre dunque intervenire attraverso la concessione di misure alternative al carcere, in primo luogo gli arresti domiciliari, per chi ha fine pena brevi o importanti patologie pregresse. Si deve inoltre, così come sollecitato dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ridurre al minimo gli ingressi, utilizzando la custodia cautelare in carcere solo laddove è strettamente necessaria".

"Chi non potrà uscire ha bisogno di non sentirsi abbandonato. - dichiara ancora Gonnella - L'angoscia che si vive nel mondo libero è infatti amplificata quando ci si trova in spazi chiusi e con un'inevitabile contatto quotidiano con decine di persone. Per questo vanno potenziate le telefonate e le video-telefonate su cui alcuni istituti, dopo le concessioni della prima ondata, stavano tornando indietro. Va garantito inoltre il diritto allo studio, predisponendo la possibilità che i detenuti seguano le lezioni in dad. Questi riteniamo siano provvedimenti urgenti e necessari. Ci auguriamo che lo stesso Comitato Tecnico Scientifico possa concentrare la propria attenzione sul sistema penitenziario affinché, tanto la salute dei detenuti che quella degli operatori, sia salvaguardata".

"Molto allarme circola in rete ed è ripreso anche dai media rispetto ai numeri del contagio in carcere. - si legge nel punto del Garante - La preoccupazione non è senza motivo". Tuttavia segnala Palma, se da un lato è indispensabile prevedere una riduzione delle presenze per "disporre di spazi adeguati per tutti gli isolamenti necessari e per fare fronte a malaugurati scenari futuri", dall'altro è necessario "non aggiungere ansia a situazioni di per sé ansiogene, proprio a causa del loro configurarsi come luoghi che ovviamente non consentono la libera determinazione dell'individuo".

Patrizio Gonnella

domenica 8 novembre 2020

Covid nelle carceri, casi triplicati in 10 giorni. Positivi 448 detenuti e 547 agenti. Prevista e necessaria la detenzione domiciliare per i detenuti con meno di 18 mesi di pena residua

Il Messaggero
Il Covid corre anche nelle carceri. In dieci giorni è triplicato il numero dei detenuti positivi. Se al 28 ottobre erano 150, adesso sono 448. Ancora più alto il contagio tra i poliziotti penitenziari e il personale addetto: in 574 hanno contratto la malattia.


Una diffusione che avviene mentre le carceri continuano a essere piene oltre la loro capienza: sono 54.809 i ristretti a fronte di 50.533 posti disponibili. Per ora sono modesti gli effetti del dl Ristori, che proprio per alleggerire le carceri nell'ottica di rendere più facile limitare la diffusione del contagio, ha previsto la detenzione domiciliare per i detenuti ai quali resta da scontare una pena inferiore a 18 mesi (ma solo per reati meno gravi e con l'obbligo del braccialetto elettronico).

Hanno lasciato il carcere solo in 85. Troppo pochi come nota l'ufficio del Garante nazionale detenuti, che perciò invoca, come "assolutamente necessari", "interventi più decisivi", da introdurre in sede di conversione del decreto. I casi di positività nelle carceri sono concentrati in sei Istituti, oltre due hub lombardi che funzionano da strutture ricettivo- sanitarie per le zone limitrofe. Piccoli i numeri del contagio in altri 49 Istituti, nessuno nei rimanenti 135.

sabato 24 ottobre 2020

USA - Inchiesta della Reuters: Perché 4.998 detenuti sono morti nelle carceri senza arrivare al processo? Suicidi, scarsa assistenza sanitaria, cattive condizioni di detenzione, maltrattamenti.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il governo degli Stati Uniti raccogli
e dati dettagliati sui decessi nelle carceri di tutto il paese, ma tiene segreto i risultati di questo "report". Reuters ha condotto il proprio conteggio delle vittime nelle più grandi carceri americane, individuando dove: suicidi, cattiva assistenza sanitaria, cattive condizioni di detenzione stanno mietendo vite in un sistema dove i controlli sono scarsi.


Sono 7.571 i detenuti deceduti che Reuters ha documentato in un esame della mortalità senza precedenti in più di 500 carceri statunitensi dal 2008 al 2019. I tassi di mortalità sono aumentati vertiginosamente, aumentando del 35% nel decennio conclusosi lo scorso anno. 

Molti di loro sono detenuti con accuse minori e muoiono per maltrattamenti senza mai finire in tribunale. Almeno due terzi dei detenuti morti identificati da Reuters, 4.998 persone, non sono mai stati condannati per le accuse su cui erano detenuti, e per il principio fondamentale del sistema di giustizia penale degli Stati Uniti: innocenti fino a prova contraria.

ES

Fonte:  A Reuters Investigation - Dying Inside The Hidden Crisis in America’s Jails

sabato 17 ottobre 2020

Filippine - Attivista dei diritti umani Reina Mae Nasino in carcere. Muore la bambina appena nata sottratta alla madre.

Il Dubbio
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.


È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.

Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.

Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.

È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.

Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.

A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.

La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. 

Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.

Alessandro Fioroni

domenica 11 ottobre 2020

Suicidi in carcere: 20 volte in più della popolazione libera, ma queste morti non fanno notizia

Il Riformista
L’ultimo è di qualche giorno fa: un ragazzo ventiduenne suicida nel carcere di Brescia in una vicenda da chiarire in molti suoi particolari. Il giovane era caduto in un forte stato depressivo dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da un imprenditore che gli offriva capi d’abbigliamento in cambio di prestazioni sessuali. 

La Procura di Brescia proprio in questi giorni stava chiudendo le indagini ma il giovane si è tolto la vita nella sua cella.

Ma i suicidi in carcere continuano a essere una tragedia silenziosa che si ripete con feroce regolarità. Il 2 ottobre scorso si è tolto la vita Carlo Romano, detenuto a Rebibbia da sei mesi: aveva 27 anni e conclamati problemi psichici che l’avevano già spinto a tentare il suicidio e per questo era passato alla sorveglianza a vista che gli era stata revocata proprio il giorno precedente. La Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni sottolinea che si tratta dell’ennesimo caso di una persona «che forse poteva essere curata all’esterno». Lo scorso 28 settembre è toccato a un uomo di origini albanesi che era in attesa di giudizio nel carcere di Bologna, il compagno che condivideva la camera con lui non si sarebbe accorto di nulla. Solo il giorno precedente, il 27 settembre, nel carcere di Castrovillari (CS) un detenuto marocchino ha approfittato del cambio turno della polizia penitenziaria per impiccarsi con un lenzuolo. Nella notte tra il 29 e il 30 agosto si è impiccato nella sua cella, dove si trovava solo, Omar Araschid, di origini marocchine, era recluso nell’area dei “sex offenders” e avrebbe nuovamente guadagnato la libertà nel 2021.

Il 27 agosto nel carcere di Pescara il 63enne Dante Di Silvestre aveva ricevuto da due giorni il diniego di lavorare fuori dal carcere dal magistrato dell’Ufficio di sorveglianza, per lui è stato un colpo durissimo, ha messo da parte gli effetti personali e un biglietto per la moglie e approfittando del regime di semilibertà che gli era stato riconosciuto per il suo comportamento esemplare, nel cortile del carcere ha utilizzato una corda che usava per il lavoro e si è impiccato a una sbarra. Di Silvestre era in carcere dopo la sentenza definitiva a 11 anni, con i benefici di legge aveva già scontato quasi metà della pena e aveva ottenuto la semilibertà. Poi, ancora: a Milano un 42enne algerino era stato fermato per tentato furto, era in una stanza da solo in Questura in attesa di fotosegnalamento. Si è tolto la maglietta, l’ha legata alle grate della finestrella della stanza vuota e l’ha stretta al collo. Quando gli agenti l’hanno trovato era già troppo tardi. Il 20 agosto si è impiccato al carcere Pagliarelli di Palermo Roberto Faraci, 45 anni, entrato in prigione da pochi giorni, anche lui sfruttando il fatto si essere stato lasciato solo.

È una moria di storia e di persone impressionante, che si ripete con cadenza mostruosa. Il 19 agosto un suicidio nel carcere di Lecce, il 17 Giuseppe Randazzo a Caltagirone, il 12 agosto sempre al Pagliarelli di Palermo (dove sono avvenuti ben 3 suicidi nel solo mese di agosto) si è impiccato (il solito drammatico cliché) Emanuele Riggio. Il 30 luglio nel carcere di Fermo si è suicidato un 23enne, di cui dalle cronache non si riesce nemmeno a risalire al nome. Aveva 23 anni anche Giovanni Cirillo che si è ammazzato il 26 luglio aSalerno e ne aveva 24 invece il detenuto che si è ammazzato a Como nello stesso carcere dove un mese prima in un’altra sezione si è tolto la vita, impiccandosi con la corda della tuta da ginnastica, un detenuto tunisino di 33 anni. In quell’occasione erano stati i compagni di cella, di ritorno dopo il periodo trascorso all’aria, a trovare il corpo senza vita. La conta dal 17 gennaio di quest’anno (quando si verificò il primo suicidio nel carcere di Monza) a oggi è incivile: 45 suicidi dall’inizio dell’anno, tutti per impiccamento tranne 4 casi di suicidi per asfissia provocata da gas. A questi numeri si aggiungono 27 casi di morti da accertare, tutt’ora al vaglio degli inquirenti.

Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, sarebbero 1100 i tentativi di suicidio ogni anno evitati dagli agenti. Il Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, adottato il 21 luglio del 2017, non ha rallentato la catena di suicidi: 52 nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019. La frequenza dei suicidi in carcere è di 20 volte superiore alla norma, mentre quella tra gli agenti penitenziari è 3 volte superiore alla norma e risulta anche la più elevata tra tutte le Forze dell’Ordine. Secondo il sito ristretti.it «è facile concludere che i detenuti si uccidono a centinaia (e tentano di uccidersi a migliaia) in primo luogo perché percepiscono di non essere più portatori di alcun diritto: privati della dignità e della decenza, trascorrono la propria pena immersi in un “nulla” senza fine».

Ma la notizia fatica sempre ad arrivare ai giornali e fatica infilarsi nel dibattito pubblico. Rimangono le brevi di cronaca date ogni tanto su qualche sito locale:la politica fa spallucce (se addirittura non invoca ancora meno diritti) e l’opinione pubblica è colpevolmente distratta. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri – sosteneva Voltaire – poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione»: qui la situazione è sempre nera, nerissima ma i palazzi sembrano non accorgersene.

mercoledì 5 agosto 2020

Ecuador. Scontri tra bande rivali in carcere, almeno dieci detenuti morti.

agenzianova.com
È di almeno dieci detenuti morti e sei agenti di pubblica sicurezza feriti il bilancio degli scontri registrati all'interno di un carcere nei pressi della città di Guayaquil, in Ecuador. Sulle cause, la prima ipotesi rilanciata dagli inquirenti è quella di uno scontro tra bande rivali per il controllo della prigione.


In un messaggio pubblicato sul proprio profilo twitter, a procura generale del paese andino ha riferito dell'avvio delle indagini del caso, con agenti della polizia che hanno acquisito le prove sul posto. Secondo quanto riferito da Patricio Carrillo, comandante generale della polizia nazionale, due delle vittime sono state trovate carbonizzate, ci sono circa venti altri detenuti feriti, di cui almeno tre in stato grave.

"La guerra tra bande richiede una revisione della gestione penitenziaria e dei procedimenti interni", ha scritto Carrillo su Twiter. Le autorità, riferisce il quotidiano "El Universo", hanno identificato attività di diverse bande criminali note in città per le loro attività di traffico degli stupefacenti, "Los Lagartos", "Los Choneros", "Los Rusos" e "Los Cubanos".

martedì 28 luglio 2020

USA/California - Coronavirus - Muore un altro detenuto a San Quintino, il 17esimo

askanews.it
Un detenuto di 62 anni nel braccio della morte nel carcere di San Quintino, in California, morto ieri per il Covid-19. Si tratta della 17esima vittima nel penitenziario americano che ha il peggior focolaio di Covid del sistema carcerario della California, con 2.155 detenuti risultati positivi al test. 



Secondo quanto riferito oggi dalla Cnn, sono stati almeno 90 i positivi registrati nelle ultime due settimane.

Lo scorso 10 luglio, il governatore Gavin Newsom ha annunciato il rilascio di circa 8.000 detenuti per riuscire a contenere la diffusione del virus, precisando che la misura riguarda solo quanti hanno 180 giorni o meno da scontare e quanti sono pi a rischio complicazioni per il virus

Nell'ultimo mese c'è stato un netto aumento di casi in California, che oggi conta 458.984 contagi e 8.451 morti, secondo i dati del New York Times.