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venerdì 7 agosto 2020

Cina - Innocente dopo 27 anni di carcere per aver confessato un omicidio sotto tortura. Xi Jinping : "Non è mai troppo tardi per correggere gli errori"

Il Dubbio
"Non è mai troppo tardi per correggere gli errori". Con queste parole il presidente Xi Jinping ha messo fine alla drammatica vicenda che ha visto protagonista un carpentiere cinese, oggi 52enne, finito in carcere per ben 27 anni, condannato per un assassinio avvenuto nel 1993 del quale però non esistevano prove sufficienti per detenere l'uomo.

Zhang Yuhuan al momento della liberazione
Zhang Yuhuan ha così scontato metà della sua vita, 9.778 giorni, ingiustamente in una cella. È l'errore riconosciuto dalla giustizia che molto probabilmente non risarcirà mai abbastanza l'uomo. 

In realtà la vicenda è importante per diversi aspetti. Il calvario di Zhang iniziò nell'ottobre 1993 quando i corpi di due ragazzi furono scoperti in un bacino idrico del villaggio a Jinxian, una contea di Nanchang, capitale del Jiangxi. Immediatamente i sospetti si appuntarono su Zhang, vicino di casa delle vittime. 

Nel gennaio 1995, un tribunale di Nanchang lo ha dichiarato colpevole condannandolo a morte, poi la pena è stata commutata in ergastolo dopo due anni. Zhang ha sempre urlato la sua innocenza sostenendo di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori. 

A marzo 2019, sotto la spinta di innumerevoli appelli pubblici l'Alta Corte ha riaperto il caso e a luglio scorso i procuratori provinciali hanno raccomandato l'assoluzione del sig. Zhang sulla base di prove insufficienti.

Implicitamente si è riconosciuto che le confessioni del condannato erano state estorte con la forza. Quella della tortura non è una pratica inusuale in Cina, già nel 2015 un rapporto di Amnesty International aveva messo in evidenza come su 127mila verdetti emessi in quell'anno ben 1898 potevano essere ricondotti a confessioni ottenute illecitamente, tra queste solo in 16 casi la Corte aveva deciso di non accogliere le dichiarazioni dell'imputato anche se ciò era dovuto solo all'emergere di altre prove. 

Si tratta di cifre ottenute tramite il lavoro di 40 avvocati, spesso i primi a subire le conseguenze delle loro denunce. Nel mirino delle autorità poi finiscono attivisti per i diritti umani, oppositori e i rappresentanti di minoranze etniche in lotta per il proprio riconoscimento.

Malgrado fin dal 2010 il sistema cinese abbia iniziato uno sforzo serio per sradicare l'uso delle confessioni forzate. Attualmente infatti, come nel caso Zhang, la condanna a morte deve essere approvata dalla Corte suprema cinese. Ma tali riforme sono ostacolate dal potere per due principali motivi. La polizia in molte province è sottoposta a forti pressioni da parte delle autorità centrali per risolvere i casi, inoltre spesso vengono detenuti imputati definiti "politicamente sensibili" come nel caso dei musulmani Uiguri. È molto probabile quindi che un possibile miglioramento della giustizia cinese riguarderà solo la criminalità comune lasciando fuori chi viene considerato una minaccia per il partito Comunista.

Alessandro Fioroni

giovedì 6 agosto 2020

Pena di morte. L'Iran esegue Mostafa Salehi, arrestato a seguito delle proteste del 2017, accusato di omicidio di un soldato paramilitare.

Reuters
L'agenzia di stampa della magistratura iraniana mercoledì ha annunciato che Mostafa Salehi, uno dei manifestanti arrestati dopo le proteste nazionali del dicembre 2017-gennaio 2018, è stato messo a morte a Najafabad, nella provincia di Isfahan.


Mostafa Salehi è stato arrestato a seguito delle proteste a Kahriz-Sang nella provincia di Isfahan e è stato accusato di aver sparato a Sajjad Shah-Sanaei, un membro della milizia Basij, con una pistola da caccia.

Si sa molto poco del processo di Salehi, dei procedimenti giudiziari e persino del nome dell'avvocato che lo ha difeso dall'accusa di omicidio. La dichiarazione giudiziaria che annuncia la sua esecuzione non rivela alcun dettaglio tranne le accuse mosse contro di lui.

Nel dicembre 2017 e all'inizio del 2018 le proteste antigovernative su larga scala hanno travolto il paese che molti credevano fosse una rivolta contro l'intero sistema al potere.

Gli osservatori dei diritti umani hanno ripetutamente affermato che i diritti fondamentali degli imputati, incluso il diritto alla rappresentanza legale, sono gravemente ignorati nella magistratura islamica. Sostengono inoltre che molti verdetti si basano su confessioni forzate estratte attraverso torture psicologiche e fisiche.

La magistratura respinge fermamente tali accuse e ha ripetutamente sottolineato che non "cederanno a tali pressioni".

L'Iran, dopo la Cina, ha il maggior numero di esecuzioni. I giudici passano la pena di morte agli imputati con vaghe accuse come "agire contro la sicurezza nazionale" dopo processi sommari tenuti a porte chiuse.

Nei casi relativi alla sicurezza, spesso gli avvocati scelti dagli imputati non possono partecipare al processo, lasciando il loro ruolo agli avvocati nominati dal tribunale.

Attualmente ci sono serie preoccupazioni riguardo all'esecuzione di altri cinque manifestanti le cui famiglie si sono radunate davanti al Dipartimento di Giustizia di Isfahan il 30 luglio per protestare.

ES

Fonte: Fonte Radio Farda

mercoledì 5 agosto 2020

Lesbo - Un pranzo con 300 rifugiati inaugura la presenza, anche quest'anno, di Sant'Egidio nei campi profughi

www.santegidio.org
Si è aperto con una grande festa per l'Aid el Adha - una cena tradizionale a base di agnello - il primo "ristorante solidale" di Sant'Egidio per i profughi che "sostano", a volte da anni, nell'isola greca.



Circa 350 persone - per lo più famiglie con bambini molto piccoli provenienti dall'Afghanistan, dall'Iran, dalla Siria - hanno ricevuto il permesso di uscire dal campo profughi di Moria, dove vige un severo lockdown da alcuni mesi, per partecipare alla cena.

Sant'Egidio ha ottenuto infatti che nel mese di agosto, ogni giorno una quota di almeno 300 profughi possa uscire dal campo per partecipare alle attività organizzate dai volontari della Comunità, un gruppo di persone provenienti da diversi paesi europei. 


È stato allestito un antico frantoio, una grande costruzione di pietra di fronte al mare, dove, oltre alle cene, si terranno anche il corso di inglese per gli adulti e le attività di Scuola della Pace per i bambini.

Tutto si svolge nel rispetto rigoroso delle norme anti-Covid, ma in un clima davvero festoso: la gratitudine visibile sul volto dei profughi - molti dei quali chiedono di aiutare e collaborano al servizio, indossando con orgoglio la pettorina azzurra con il logo di Sant'Egidio - aiuta a superare le barriere linguistiche.

A Lesbos ci sono attualmente circa 15.000 profughi, molti dei quali "intrappolati" nell'isola da anni, che vivono in condizioni drammatiche nei campi formale e informale di Moria. Molte ONG hanno interrotto le attività e lasciato l'isola negli ultimi mesi, mentre si sono moltiplicati gli episodi di intolleranza e le violenze nei loro confronti. Anche per questo la presenza di Sant'Egidio, segno di una una fedeltà che parla di stabilità a vite drammaticamente instabili, è anche un invito alla speranza.

Fallimento dei fondi italiani ed europei in Libia - Uccisione di 3 rifugiati sudanesi in fuga, richiedente asilo eritreo morto di stenti.

L'Espresso
Le milizie libiche stanno triplicando i guadagni. È la prova che le politiche italiane e europee hanno fallito, come l’Onu continua a denunciare. Invano.


La notte tra il 27 e il 28 luglio scorso un’imbarcazione, probabilmente partita da Zuwara, è stata intercettata e riportata indietro dalla Guardia Costiera Libica. A bordo c’erano sessantacinque sudanesi e otto marocchini.La Guardia Costiera li ha portati a Khoms, 120 chilometri a Est di Tripoli. 
Durante le operazioni di sbarco in molti hanno tentato la fuga e le forze libiche hanno aperto il fuoco, uccidendo due ragazzi sudanesi. 
Un terzo è morto nel tragitto verso l’ospedale, altri cinque sono gravemente feriti.Ventitré persone sono state trasferite nel centro di detenzione di Souq al Khamis, le altre sono riuscite a fuggire. 

La settimana prima un richiedente asilo eritreo è morto nel centro diurno dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a Tripoli. Era arrivato da Beni Walid in cerca di assistenza medica con un gruppo di connazionali dopo aver trascorso mesi nelle mani dei trafficanti.
Era gravemente denutrito, è morto di stenti, senza che nessuno, né un medico né un operatore delle Nazioni Unite potesse fare niente.
Anche lui, come i giovani sudanesi riportati a Khoms, cercava di fuggire.
Fuggire da un paese in guerra, dalla fame e dai ricatti, dagli abusi e dallo sfruttamento, dalla paura. 

Suonano come parole vuote ma sono un destino cui è impossibile sottrarsi.

Dopo l’uccisione dei ragazzi sudanesi a Khoms, Federico Soda, capo missione dell’Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha scritto: 
«La sofferenza dei migranti in Libia è intollerabile. L’utilizzo di una violenza eccessiva ha causato ancora una volta delle morti senza senso, in un contesto caratterizzato da una mancanza di iniziative pratiche volte a cambiare un sistema che spesso non è in grado di assicurare alcun tipo di protezione».
[...]
E così ottiene fondi la Guardia Costiera, e ottengono fondi le strutture detentive. E le milizie raddoppiano, triplicano, i guadagni. C’è chi paga per partire - i migranti - chi paga affinché non partano - l’Europa - e ora anche chi paga per sperare che un volo legale li porti via da un’ingiustizia che non ha più testimoni ma solo bandiere sbiadite di opposte tifoserie.

Francesca Mammocchi

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Ecuador. Scontri tra bande rivali in carcere, almeno dieci detenuti morti.

agenzianova.com
È di almeno dieci detenuti morti e sei agenti di pubblica sicurezza feriti il bilancio degli scontri registrati all'interno di un carcere nei pressi della città di Guayaquil, in Ecuador. Sulle cause, la prima ipotesi rilanciata dagli inquirenti è quella di uno scontro tra bande rivali per il controllo della prigione.


In un messaggio pubblicato sul proprio profilo twitter, a procura generale del paese andino ha riferito dell'avvio delle indagini del caso, con agenti della polizia che hanno acquisito le prove sul posto. Secondo quanto riferito da Patricio Carrillo, comandante generale della polizia nazionale, due delle vittime sono state trovate carbonizzate, ci sono circa venti altri detenuti feriti, di cui almeno tre in stato grave.

"La guerra tra bande richiede una revisione della gestione penitenziaria e dei procedimenti interni", ha scritto Carrillo su Twiter. Le autorità, riferisce il quotidiano "El Universo", hanno identificato attività di diverse bande criminali note in città per le loro attività di traffico degli stupefacenti, "Los Lagartos", "Los Choneros", "Los Rusos" e "Los Cubanos".

lunedì 3 agosto 2020

Daniela Pompei (Sant'Egidio): «Basta gridare all’invasione, gli attuali flussi sono gestibili» Ad oggi, nel 2020, sono arrivati 13mila migranti nel 2016 furono 181mila, sono stati gestiti e accolti

Avvenire
«Non c’è nessuna invasione» visto che nel 2016 in Italia sbarcò il decuplo dei migranti di oggi, «e comunque furono gestiti».


Piuttosto, serve cooperazione in Tunisia per rilanciarne l'economia in crisi che spinge la gente a fuggire. In Libia invece servono evacuazioni umanitarie concordate con i partner europei. Ridiscutendo il sostegno italiano a milizie che, invece di salvare i naufraghi, li mitragliano. 

Daniela Pompei, responsabile del settore migrazioni della Comunità di Sant'Egidio, tra i promotori dei corridoi umanitari, ragiona delle ultime notizie sull'immigrazione da uno dei fronti più caldi di "Fortezza Europa”, Lesbo. 

Nell'isola greca a 12 miglia dalla costa turca Sant'Egidio da tempo organizza l'accoglienza e l'integrazione dei profughi. Siriani e non solo. «Qui a Mitilene vivono 23mila greci. Il vicino campo di Moria ora ospita 15mila profughi. Ma a gennaio erano 22mila. A onor del vero l'Italia nonostante tutto non registra queste situazioni». 

Di fronte alla crescita di approdi a Lampedusa c'è chi parla di emergenza, invasione, perfino di "furia immigrazionista" del governo. 

Facciamo chiarezza: l'attuale andamento degli sbarchi va ridimensionato e non deve suscitare preoccupazione eccessiva o innescare allarmismi che fanno gridare all'invasione". È normale che d'estate aumentino le traversate, rallentate anche dal Covid-19. 
Ma parliamo di numeri assolutamente gestibili. Da gennaio a luglio il Viminale dice che sono arrivate 13mila persone, nel 2019 erano state 18mila. Ricordo che nel 2015 arrivarono 144mila persone, l'anno dopo 181mila. E comunque l'Italia seppe accoglierli. Per favore, chi parla di invasione oggi non sa quello che dice. 

L'Italia quindi può gestire i numeri attuali? 
Sì, e lo ha già fatto in maniera importante negli anni scorsi. È vero che nel 2019 abbiamo assistito allo smantellamento del sistema di accoglienza. Ora va registrato con favore l'accordo nella maggioranza per la revisione dei cosiddetti decreti sicurezza, che avevano ridotto i diritti, danneggiato le modalità di integrazione creando di fatto le premesse per una crescita dell'insicurezza

Il Viminale ora dice che si volta pagina. Bene, ora va riattivato il sistema dei centri di accoglienza e delle strutture del Siproimi, che già oggi danno ospitalità temporanea a 85mila persone. Non ci vorrà un grande sforzo per aumentare i posti. 

Visto il rischio diffuso del Covid-19, servono interventi specifici, usando alcuni hotel per i controlli e le eventuali quarantene. Lo ha fatto ad esempio la Regione Lazio per persone senza dimora o che abitavano in case molto affollate. Molti alberghi sono vuoti. Lo Stato potrebbe attrezzarli per questa accoglienza, così sostenendoli. Bisogna però andare alle radici del problema. 

È chiaro che i tunisini sono in gran parte migranti economici, non fuggono da una guerra o da una dittatura. Erano emigranti in Libia, ma la guerra ha costretti tantissimi lavoratori tunisini a tornare in patria. C'è una terribile crisi economica. Allora sarebbe saggio e nell'interesse dell'Italia sostenere programmi di cooperazione, per evitare viaggi rischiosi e dal futuro incerto. Questo non ci esime dall'affrontare il nodo della Libia. 

È una instabilità che si sta cronicizzando. 
L'Italia non può affrontare da sola l'emergenza della guerra civile. Ma potrebbe fare da capofila in un'alleanza di Paesi europei. Innanzitutto per attuare un'evacuazione umanitaria dai centri di detenzione libici. Si tratta di alcune migliaia di persone, numeri assolutamente gestibili orchestrando una distribuzione europea come è stato già fatto per altri sbarchi tra "Paesi volenterosi". 

Tre giovani profughi sudanesi riportati in Libia sono stati ammazzati dalla "guardia costiera" libica mentre fuggivano. Eppure l'Italia ha da tempo rinnovato l'intesa con la Libia. 
È un accordo che va profondamente ripensato. La formazione delle forze dell'ordine libiche si può fare, ma seriamente. Insegnando ad esempio che non si spara a chi scappa. L'Italia lo aveva fatto, e bene, in Albania con l’"Operazione Pellicano".


Luca Liverani

venerdì 31 luglio 2020

Buone notizie dal Sudan: diritti civili per le donne, nuove garanzie per i cristiani e abolita la pena di morte per apostasia

Globalist
Una bella sorpresa: nel Sudan si riaffacciano i diritti civili e soprattutto delle donne.
La rivista comboniana Nigrizia plaude alle prime riforme: vietate le mutilazioni genitali femminili, abolita la pena di morte per un musulmano che si converte ad altra religione e più garanzie per i cristiani.


Il Sudan è stato per tanti anni guidato da generali golpisti che hanno posto alla base della loro politica reazionaria e totalitaria una visione altrettanto reazionaria e golpista dell’Islam. A lungo sostenuto dalle anime più anti moderne all’interno del vasto e complesso mondo islamico, il Sudan con o senza il sostegno del più noto leader del fanatismo fondamentalista, Hassan al Turabi, in passato anche presidente del Parlamento sudanese, si è posto da decenni alla testa di un cartello oscurantista, assassinando uno dei più autorevoli e noti esponenti dell’Islam illuminato, Mohammad Taha.

Ora le cose finalmente cambiano e “Nigrizia”, la rivista dei comboniani, congregazione alla quale è particolare caro proprio il Sudan, paese dove volle vivere San Comboni, ha richiamato l’attenzione di tutti su quanto accade a Khartoum, un vento nuovo che proprio l’Osservatore Romano ha ritenuto giusto notare e sottolineare.

Dopo l’annuncio di Nigrizia, proprio oggi il quotidiano della Santa Sede , infatti, conferma che il nuovo corso politico che ha preso piede in Sudan deponendo il generale golpista e responsabile di crimini contro l’umanità, Omar al Bashir, ha varato in questi giorni importanti revisioni del codice penale, che “abrogano alcune norme” che erano evidente violazione dei più elementari diritti umani. Così sparisce la “pena di morte per un musulmano che si converte ad un'altra religione” e si conferma l’inammissibilità di qualsiasi forma di mutilazioni genitali femminili.

E’ stato il presidente provvisorio, che guida il Consiglio sovrano sudanese, Abdelfattah El Burhan, a firmare le riforme che aboliscono varie norme che degradano la donna, come quelle che la sottopongono al potere del marito, o del padre, o di un uomo della famiglia.

L’Osservatore Romano richiama l’attenzione su un altro aspetto molto importante: per i non musulmani, che attualmente sono il 3% della popolazione vista la scelta di secessione del Sud Sudan, “è stata abolita anche la proibizione di procurarsi e consumare bevande alcoliche.”

Tornando a Nigrizia è importante notare che la rivista dei comboniani ricordi in materia di apostasia il caso di Meriam Ibrahim, condannata a morte perché non aveva voluto seguire la religione del padre, musulmano, e aveva preferito l'insegnamento della madre, cristiano copta. Meriam era stata poi scarcerata grazie all'intercessione della comunità internazionale, ma mai assolta.

Tutto questo conferma il valore umano e “cittadino” dei grandi movimenti di piazza che hanno attraversato il mondo arabo in questo periodo a dir poco turbolento, quasi ovunque combattuti con ferocia dai vari fregi i regimi arabi, poco sostenuti dalla comunità internazionale, ma che ora proprio nell’enorme Sudan hanno consentito di rimuovere dal potere un riconosciuto responsabile di crimini contro l’umanità e finalmente anche alcuni effetti perversi del suo sistema di potere.

La spinta popolare, e quindi musulmana visto che solo il 3% dei sudanesi non lo sono, che ha sostenuto il nuovo corso sudanese restituisce, nel nome dell’Islam, dignità non solo alla donne, ma a tutta la popolazione, sovvertendo un’ offesa arrecata a una religione che rappresenta ben più dei un miliardo di persone.

Riccardo Cristiano

martedì 28 luglio 2020

Cina. Centinaia di migliaia della minoranza musulmana Uiguri nei campi-prigione per essere "rieducati"

Notizie Geopolitiche
In Cina, nella regione ricchissima di petrolio e gas dello Xjiang vivono più di 10 milioni di uiguri. Parlano un dialetto turco e i loro tratti somatici ricordano molto i popoli dell’Asia centrale. Di loro si parla solitamente poco, li si nomina solo per ricordare le centinaia di migliaia di uiguri e di altre minoranze musulmane detenuti nei campi di “rieducazione” cinesi. 

Centri che il governo centrale definisce siti per favorire l’apprendimento di utili capacità di carriera, ma sono molti quelli usciti da questi centri che parlano di prigionia e di luoghi dove viene fatto una sorta di lavaggio del cervello di massa e inculcata l’obbedienza al partito comunista. 

Dal 2001 in Cina è in atto una forma di repressione nei confronti dei movimenti indipendentisti e separatisti, i cui inizi risalgono alla prima metà del Novecento. Col tempo la minoranza musulmana che vive in Cina è stata vittima di forme di repressione sempre maggiori da parte delle autorità. Nel 2009 nello Xinjiang, per fermare una manifestazione di uiguri, morirono centinaia di persone.

C. Alessandro Mauceri

USA/California - Coronavirus - Muore un altro detenuto a San Quintino, il 17esimo

askanews.it
Un detenuto di 62 anni nel braccio della morte nel carcere di San Quintino, in California, morto ieri per il Covid-19. Si tratta della 17esima vittima nel penitenziario americano che ha il peggior focolaio di Covid del sistema carcerario della California, con 2.155 detenuti risultati positivi al test. 



Secondo quanto riferito oggi dalla Cnn, sono stati almeno 90 i positivi registrati nelle ultime due settimane.

Lo scorso 10 luglio, il governatore Gavin Newsom ha annunciato il rilascio di circa 8.000 detenuti per riuscire a contenere la diffusione del virus, precisando che la misura riguarda solo quanti hanno 180 giorni o meno da scontare e quanti sono pi a rischio complicazioni per il virus

Nell'ultimo mese c'è stato un netto aumento di casi in California, che oggi conta 458.984 contagi e 8.451 morti, secondo i dati del New York Times.

Migranti, Alarm Phone: «Due barche con 140 persone a bordo alla deriva ma Malta non risponde alle disperate richieste di aiuto»

Corriere della Sera
La denuncia dell’organizzazione che ha raccolto l’appello disperato di due barconi in avaria nella zona Sar di Malta: «Non riusciamo a contattare la nave Maridive230 per chiedere soccorso. Sono alla deriva da ore e hanno bisogno di soccorso in Europa»


Il primo messaggio di Sos, nella notte fra sabato e domenica, non lascerebbe molto spazio alla fantasia:«Stiamo morendo, aiuto!». A raccontare l’appello disperato di un’imbarcazione con 95 persone a bordo in avaria nella zona Sar maltese, è stata Alarm Phone che si è messa subito in contatto con i migranti: «Dicono di non poter rimuovere l’acqua dalla barca perché è sovraffollata. Urlano: “stiamo morendo!”». Un’altra barca, con 45 persone a bordo si troverebbe sempre in zona Sar maltese: «di nuovo le autorità sono informate ma non rispondono».

La denuncia
Secondo l’organizzazione, composta da volontari, stanotte c’era «il mercantile Maridive230 a circa 20 miglia dalla barca e potrebbe ricevere ordine di soccorrere ma le forze armate maltesi non rispondono alle nostre chiamate». 

Alarm phone ha appena ribadito di essere «ancora in contatto con le 95 persone in pericolo che continuano a mandarci le loro coordinate Gps ma noi le inoltriamo alle autorità invano. Non riusciamo a contattare la nave Maridive230 per chiedere soccorso. Sono alla deriva da ore e hanno bisogno di soccorso in Europa».

lunedì 27 luglio 2020

Iran. L'ultima richiesta d'aiuto di Narges Mohamad, l'attivista condannata a 16 anni. Ha il Covid ma non viene scarcerata come avvenuto per altri detenuti

Il Fatto Quotidiano
Ci vorrebbe davvero l'uomo ragno per ridare ai gemellini Kiana e Alì la loro mamma, la paladina dei diritti umani Narges Mohamadi, 48 anni, imprigionata dal 2015 nel famigerato carcere di Zanjan. Nonostante sia stata contagiata dal Covid, assieme ad altre 11 detenute, l'avvocata non è stata scarcerata come invece è accaduto a molti delinquenti comuni (specialmente maschi) rinchiusi nello stesso istituto di pena. 


Nella foto che accompagna la lettera-appello di Mohamadi, pubblicata sui social dal marito Taghi Rahmani - esule con i figli a Londra - uno dei gemelli gioca con la maschera dell'eroe dei fumetti come fosse l'ultima speranza. Anzi, la penultima.

I due bimbi chiedono infatti all'opinione pubblica mondiale di unirsi alla loro voce, per poter almeno risentire, dopo 11 mesi, la voce della madre. Il testo della lettera è stato diffuso anche dalla Fondazione Alexander Langer che nel 2009 premiò l'attivista per il suo operato a favore "dell'uguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dall'appartenenza di genere e dalle opinioni politiche o religiose". L'appello inizia con queste parole: "Siamo 12 donne contagiate dal coronavirus.

La settimana scorsa, viste le nostre condizioni di salute e su insistenza delle nostre famiglie, ci hanno fatto il test. Non abbiamo comunque ricevuto fino a oggi i risultati... Una donna in condizioni cliniche preoccupanti è stata trasferita giovedì scorso in ospedale e successivamente rilasciata su cauzione a seguito della diagnosi di Covid. Nel giro di un mese in questo carcere sono entrate 30 persone di cui alcune con sintomi da coronavirus e almeno una di loro con diagnosi certa di Covid, che è stata successivamente rilasciata a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Noi 12 presentiamo sintomi di affaticamento eccessivo e dolore addominale, diarrea, vomito, perdita di olfatto. Non abbiamo accesso alle cure adeguate né a una alimentazione corretta... In questo periodo, per l'esplicita richiesta del ministero dell'Intelligenza e della Magistratura, non mi viene permesso né di comprare carne a mie spese né di sentire i miei figli per telefono". Le condizioni di salute della donna sono precarie da molto tempo.

Dopo varie pressioni dei medici, nel maggio del 2019 fu autorizzata a essere sottoposta a un intervento per l'asportazione dell'utero. Nel 2012 Narges Mohammadi era stata condannata a sei anni di carcere ma era stata rilasciata per le sue condizioni di salute.

"Proprio per questo motivo, non avrebbe mai dovuto trascorrere un giorno in più in carcere. Invece, nel 2016 le è stata inflitta un'altra condanna, stavolta di 16 anni", denuncia Riccardo Noury portavoce di Amnesty International. La "colpa" di Narges Mohammadi è di aver invocato l'abolizione della pena di morte, aver parlato di diritti umani con rappresentanti di istituzioni internazionali e aver preso parte a manifestazioni pacifiche per i diritti delle donne.


Roberta Zunini

venerdì 24 luglio 2020

Brasile. Le carceri ai tempi del coronavirus assomigliano all'inferno. 800mila detenuti senza assistenza sanitaria. Migliaia di contagiati

radiocittafujiko.it
Le carceri brasiliane ai tempi del coronavirus hanno l'aspetto di un girone dantesco. 


È questa l'immagine che restituisce Sergio Grossi, ricercatore dell'Università di Padova e dell'Universidade Federal Fluminense di Rio de Janeiro, specializzato in Educazione e Carcere. 
Tornato in fretta e furia in Italia a causa del collasso del sistema sanitario, pubblico e privato, del Paese - che finora ha registrato più di due milioni di contagiati da coronavirus e più di 80mila morti - il ricercatore racconta ai nostri microfoni la situazione nelle carceri brasiliane.

Carceri Brasile: una situazione drammatica - Nelle carceri brasiliane sono rinchiuse 800mila persone e l'assistenza sanitaria era assente già prima dell'arrivo della pandemia. Malattie come la tubercolosi sono endemiche e ad ammalarsi sono sia i detenuti che le guardie carcerarie. 

La malattia del sistema respiratorio rappresenta un fattore di rischio ulteriore per il Covid-19 e le statistiche sulla diffusione nelle carceri non sono incoraggianti. Solo a giugno negli istituti penitenziari brasiliani i contagi sono cresciuti dell'800%.

Quanto a numeri, sono più di 2.351 i detenuti risultati positivi ai test, ma la quota è destinata a crescere perché ci sono quasi altri mille casi sospetti in attesa di conferma. Secondo il Dipartimento penitenziario nazionale (Depen) la mortalità per coronavirus in carcere sia 5 volte maggiore rispetto a quella del Paese. "Due settimane fa - osserva Grossi ai nostri microfoni - è morto un ragazzo di 28 anni che era stato arrestato perché trovato in possesso di pochi grammi di marijuana".

Il sovraffollamento nelle carceri brasiliane supera il 200%. Le persone vivono ammassate ed è impossibile mantenere il distanziamento sociale prescritto dall'Oms per ridurre il rischio dei contagi.

Ad aggravare questa situazione ci sono le politiche del presidente Jair Bolsonaro, che da tempo parla della possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di non indossare la mascherina.

Classe, razza e genere: perché si finisce in carcere in Brasile - Il ricercatore ha svolto una ricerca etnografica all'interno delle carceri brasiliane ed ha riscontrato quanto succede più a nord, negli Stati Uniti, ma in generale in molti contesti del mondo. I detenuti, infatti, sono principalmente poveri ed afrodiscendenti.

"Troviamo quella che si chiama selettività penale - osserva Grossi - quindi la classe sociale conta, la razza conta e conta anche il genere. La gestione della pandemia, del resto, in Brasile è un vero e proprio disastro, al punto che c'è chi parla apertamente di "genocidio". È il caso di Frei Betto, il celebre teologo della liberazione, che cinque giorni fa ha scritto una lettera aperta in cui sostiene che ""questo genocidio non scaturisce dall'indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace dell'altrui morte".

"Del resto - aggiunge Grossi - il presidente brasiliano ha ripetuto più volte che l'errore della dittatura militare è stata quella di aver torturato e non ucciso". La gravità della situazione carceraria in Brasile ha indotto 200 ong attive nella difesa dei diritti umani a inviare un documento alla Commissione interamericana dei diritti umani dell'Onu e alla stessa Organizzazione mondiale della sanità, per denunciare le mancanze del governo.

Problemi ai Taser voluti da Salvini, Ministro degli Interni, il Viminale ne dispone il ritiro per tutte le forze di polizia

TGCOM24
Riscontrato un difetto dei requisiti minimi di sicurezza previsti dal capitolato tecnico.

Il Viminale ha disposto il ritiro dei taser assegnati alle forze di polizia a causa di problemi tecnici e "per tutelare i cittadini e gli stessi agenti". 

Secondo fonti del ministero dell'Interno, infatti, al termine della gara di acquisto affidata all'unica azienda produttrice che si era presentata, la commissione di aggiudicazione "ha proposto l'esclusione della società per difetto dei requisiti minimi di sicurezza previsti dal capitolato tecnico".

E` ancora in corso la ripetizione delle prove tecniche e, a tutela dei cittadini e degli stessi operatori di polizia, è stato disposto al momento il ritiro dei Taser attualmente assegnati alle Forze dell`ordine.

martedì 21 luglio 2020

Borrell e Parlamento UE condannano la Cina: Violazioni dei diritti umani a Hong Kong e sugli Uiguri inibizione della fecondità

EU News
Sotto accusa la legge sulla sicurezza nell’ex colonia e l’inibizione della fecondità del popolo dello Xinjiang
L’alto rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell esprime “preoccupazione” in merito all’adozione della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong da parte dell’Assemblea nazionale cinese. Mentre dal Parlamento europeo giunge una forte denuncia dei comportamenti di Pechino nei confronti del popolo uiguro.
Gli uiguri, minoranza musulmana della regione della Xinjiang della Cina
La legge varata da Pechino secondo l’alto rappresentante non offrirebbe invece rassicurazioni sulla conformità alla legge fondamentale e gli impegni internazionali assunti dalla Cina. Tra essi, garantire ai cittadini di Hong Kong la piena tutela dei diritti e delle libertà di cui godono “di espressione, stampa, associazione, corteo e manifestazione”. Non da ultimo, “continuare ad applicare le disposizioni del Patto internazionale sui diritti civili e politici” (ICCPR) recepite dall’ordinamento nazionale.
[...]
Contro Pechino anche il Parlamento europeo, da cui arriva oggi la denuncia di un’altra azione della Cina ai danni della minoranza uigura. Gli eurodeputati Reinhard Bütikofer (Verdi) e Evelyn Gebhardt (PSE), presidente e vice-presidente della delegazione del PE per i rapporti con la Repubblica popolare cinese, denunciano in una nota congiunta la campagna del Partito comunista volta a “sopprimere il tasso di fecondità degli uiguri nella regione dello Xinjiang”. Si parla di “sterilizzazioni e aborti coatti” nonché di severe sanzioni per chi viola il controllo delle nascite. Per i deputati si rafforza pertanto l”ipotesi che si stia assistendo “all’attuazione di un genocidio”.

Una risoluzione del Parlamento europeo dello scorso dicembre aveva già condannato la detenzione di massa della popolazione uigura nei “campi di rieducazione” politica nello stesso Xinjiang. Resta pertanto alta l’allerta e “l’esigenza di un’indagine indipendente, nonché di sanzioni per violazione dei diritti umani”.

“Riconosciamo l’urgenza della situazione e invitiamo la Commissione europea, l’alto rappresentante e gli Stati membri a condannare univocamente questa pratica e ad agire in modo tempestivo per trovare una risposta adeguata”, recita ancora la nota degli eurodeputati.

domenica 19 luglio 2020

Mattarella nomina Sami Modiano, testimone sopravvissuto ad Auschwitz, Cavaliere di Gran Croce

Globalist
In occasione del suo 90º compleanno il capo dello stato ha fatto pervenire a Sami Modiano i suoi auguri più sentiti.

Sami Modiano
Un gesto di grande sensibilità di un presidente che mai nel suo settennato ha dimenticato la comunità ebraica, il suo grande contributo allo Stato e le grandi sofferenze subite nel periodo nazi-fascista, senza mai dimenticare le antiche e nuove forme di antisemitismo.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha nominato Sami Modiano, testimone diretto degli orrori di Auschwitz, Cavaliere di Gran Croce dell`Ordine al merito della Repubblica.
In occasione del suo 90º compleanno, che cade oggi, il presidente Mattarella ha fatto pervenire a Sami Modiano i suoi auguri più sentiti.
Zingaretti
"Buon compleanno a Sami Modiano per i suoi 90 anni. Ho visto le sue lacrime, le sue fragilità, ma ho visto anche il coraggio e la forza di raccontare a tanti ragazzi l'orrore di Auschwitz vissuto in prima persona. Grazie Sami".
Lo scrive su Facebook il segretario del Pd Nicola Zingaretti.
Leodori
"E' una gioia, una grande emozione l'onoreficenza che il Presidente della Repubblica ha conferito ad un uomo straordinario come Sami Modiano". Lo scrive in un comunicato il vice presidente della Regione Lazio Daniele Leodori in merito al conferinento di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica a Sami Modiano in occasione del suo 90º compleanno, che cade oggi.
"Al presidente Sergio Mattarella il ringraziamento per il bellisimo tributo a Modiano, ai valori di fratellanza, umanità, e alla forza pedagogica che Sami, - conclude Leodori - e tutti gli eroici testimoni della Shoah, portano con se'".

sabato 18 luglio 2020

Usa, pena di morte: terza esecuzione federale, voluta da Trump, nel giro di pochi giorni. Ucciso Dustin Honken in Indiana con iniezione letale

ANSA
Terza esecuzione federale negli Stati Uniti dopo la fine voluta da Donald Trump della moratoria durata 17 anni. Il boia e' entrato in azione ancora una vola nel braccio della morte del carcere federale di Terre Haute, in Indiana, dove e' stata praticata l'iniezione letale a Dustin Honken, 52 anni.

Dustin Honken, 52 anni
L'uomo era stato condannato a morte 27 anni fa per degli omicidi di cui aveva ammesso la colpevolezza. "Stava espiando la sua colpa in carcere e non c'era alcuna ragione per ucciderlo", ha affermato il suo avvocato.

Iran, slitta la condanna a morte di tre ventenni dopo campagna social. Condannati per aver partecipato a manifestazioni di protesta.

La Repubblica
Più di sei milioni di post per fermare l'esecuzione dei manifestanti arrestati durante le proteste per il caro benzina a novembre. Il regime teme nuove contestazioni di piazza. Ma Amnesty avverte: potrebbe trattarsi solo di un rinvio.


La campagna online per bloccare l'esecuzione di tre ventenni in Iran - che ha coinvolto migliaia di persone dentro e fuori dal Paese, con più di 6 milioni tra post e interazioni - ha prodotto un primo risultato: gli avvocati hanno avuto finalmente accesso a tutte le carte processuali e le esecuzioni - date per imminenti - potrebbero essere rimandate in attesa di un nuovo appello. 

"Oggi ci è stato fornito per intero il file relativo ai casi di Amirhossein Moradi, Saeed Tamjidi e Mohammad Rajabi da studiare; abbiamo presentato una richiesta iniziale per l'applicazione dell'articolo 477 (per chiedere la sospensione della pena, ndr), dopo uno studio approfondito, presenteremo un'altra richiesta", ha spiegato su Twitter Babak Paknia, uno dei legali dei tre ragazzi che li sta assistendo gratuitamente. "Siamo in attesa della notizia che l'attuazione della sentenza è stata interrotta".

L'articolo del codice di procedura penale iraniano citato dall'avvocato prevede che il capo della magistratura - che ora è Ebrahim Raisi - possa intervenire anche sulle sentenze passate in giudicato se violano la legge islamica. 

I condannati sono Amirhossein Moradi, Saeed Tamjidi e Mohammad Rajabi e hanno poco più di 20 anni. A novembre avevano partecipato alle proteste contro l'aumento del prezzo della benzina scoppiate in diverse città del Paese, le più ampie e imponenti degli ultimi 10 anni, represse duramente dal regime. 

Le organizzazioni per i diritti umani parlano di 500 vittime, Reuters di 1.500. Amirhossein, Saeed a Mohammad sono stati condannati a morte con accuse di "vandalismo" e di "atti di guerra" contro il regime perché avrebbero assaltato un distributore di benzina e passato le immagini delle manifestazioni ai giornali internazionali. Amnesty ha definito il processo a loro carico ingiusto e i gli avvocati dei tre ragazzi avevano denunicato pubblicamente che le loro confessioni erano state estorte loro con la violenza.

Quando la Corte suprema iraniana martedì ha confermato la condanna a morte in Iran è partita una campagna online con un livello di partecipazione senza precedenti nella storia dell'attivismo digitale del Paese: migliaia di persone si sono unite alla richiesta di fermare le esecuzioni con gli hashtag in persiano "non giustiziateli" e "basta esecuzioni in Iran". Attori, registi, calciatori ma soprattutto migliaia di cittadini comuni, i post condivisi e commentati sono ad ora più di 6 milioni su diverse piattaforme: è qualcosa di "mai visto prima", dice Amir Rashidi, che è un ricercatore digitale iraniano e studia l'attivismo online da diversi anni. "La campagna è partita da dentro l'Iran. Tantissimi cittadini comuni non si stanno curando del rischio di essere arrestati per un tweet e stanno chiedendo a gran voce, come una sola voce, di fermare le esecuzioni. Davvero notevole". Il rinvio dell'esecuzione non è una decisione definitiva e Amnesty mette in guardia dal rischio che scemata l'attenzione internazionale le autorità iraniane vadano avanti con la sentenza di morte.

L'Iran, dopo la Cina, è il Paese con il più alto numero di condanne a morte nel mondo, nel 2019 sono state almeno 251. Nelle ultime settimane ci sono state diverse esecuzioni, anche di un cittadino accusato di essere un informatore della Cia. Lunedì sono stati giustiziati due uomini curdi nella prigione di Urumieh nella provincia dell'Azerbaigian occidentale. Amnesty ha definito le esecuzioni "un'allarmante escalation nell'uso della pena di morte contro manifestanti, dissidenti e membri di minoranze in Iran". I due curdi, Diaku Rasoulzadeh e Sabre Sheikh Abdollah, erano stati condannati e condannati a morte nel 2015.

Le proteste di novembre avevano messo in grande allarme il regime, per l'ampiezza della loro diffusione ma anche per la partecipazione trasversale: in strada erano scesi soprattutto i ceti popolari delle periferie urbane e delle aree rurali, una fascia tradizionalmente più vicina al regime ma che più di altre sta pagando il prezzo della crisi economica. Il rischio per il governo è che la rabbia torni ad esplodere.

Gabriella Colarusso

venerdì 17 luglio 2020

Rifugiati. Il primo corridoio umanitario da Lesbo dopo la pandemia da Coronavirus attraverso l'Elemosineria Apostolica e Sant'Egidio

Avvenire
Sono atterrati a Fiumicino 10 profughi grazie al canale sicuro voluto dal Papa già nel 2016 dopo la sua visita sull'isola greca

Foto Siciliani-Gennari/SIR
Sajjad ha 11 anni, è appena arrivato a Roma con un aereo da Atene. Ha sognato questo momento da tanto tempo, lo aspetta un futuro diverso, lontano da quel campo profughi di Lesbo dove ha vissuto finora. Sajjad è uno dei bambini salvati grazie ai corridoi umanitari del Papa.

Dopo la pandemia da Coronavirus oggi è stato possibile ripristinare il primo corridoio umanitario: oltre a Sajjad su quel volo da Atene c'erano altre 9 persone, sono i primi rifugiati che papa Francesco ha voluto portare in salvo attraverso l'Elemosineria Apostolica e la Comunità di Sant'Egidio. E si aggiungono 57 già venuti in Italia, con diversi viaggi, il primo effettuato il 16 aprile 2016 a bordo dello stesso aereo con cui il Papaera tornato a Roma dopo la sua storica visita a Lesbo.

Le persone profughe appartengono a famiglie che non erano erano riusciti a partire nel dicembre scorso per motivi contingenti e, successivamente, erano rimaste bloccate dal diffondersi del Coronavirus e il conseguente blocco di tutti i voli.
Oggi finalmente sono atterrate a Fiumicino, dove hanno concluso tutte le procedure di ingresso.

"Il primo corridoio umanitario dopo il lockdown - spiega una nota della Comunità di Sant'Egidio - è stato reso possibile grazie ad una preziosa sinergia tra le autorità italiane e greche, in particolare tra il Viminale nella persona del Capo Dipartimento Michele di Bari e il ministero dell'Immigrazione e Asilo greco".

"I corridoi umanitari - ha spiegato il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi - non sono finiti, per queste famiglie c'è stata una lunghissima attesa, sembrava che tutto fosse chiuso, invece i corridoi si riaprono. Questa è una grande speranza e gioia. Credo che la scarsità di risorse che stiamo vivendo in questo tempo di pandemia si certamente un grosso problema ma c'è bisogno di concentrare gli aiuti. Ora per per tutti questi profughi si apre un percorso individualizzato".

Va ricordato che con il sistema dei corridoi umanitari sono giunti finora in Europa oltre 3mila profughi dal Medio Oriente e dall’Africa.

mercoledì 15 luglio 2020

Negli Usa dopo 17 anni riprendono le esecuzioni di condannati da tribunali federali: "una decisione politica e un orrore in più"

Dire
Un “orrore in più” e una decisione “politica”, che “niente ha a che vedere con la sicurezza e con le gravi crisi sociali e sanitarie che stanno vivendo in questo momento gli Stati Uniti”. E non solo. 

Anche “un passo indietro” nel cammino verso l’abolizione della pena di morte, mentre in tanti Paesi del mondo si va avanti. Mario Marazziti, coordinatore della campagna mondiale della Comunità di Sant’Egidio per la moratoria e l’abolizione della pena di morte, commenta così per l’agenzia Dire la ripresa delle esecuzioni di condannati da tribunali federali americani dopo 17 anni.

Il primo a essere giustiziato, oggi, tramite iniezione letale, è stato Daniel Lewis Lee, nell’Indiana, condannato nel 1996 per un pluriomicidio. Marazziti premette che “ogni esecuzione è una cattiva notizia”. Quella di oggi, fa notare il coordinatore della campagna, ‘Cities for Life – Cities Against the Death Penalty’, che raccoglie oltre 2.000 città nel mondo, è la prima di quattro condanne a morte decise da tribunali federali.

Secondo Marazziti, la decisione di riprendere le esecuzioni è il risultato “di una campagna elettorale permanente” da parte del presidente Donald Trump, improntata sui principi di “legge, ordine e paura”. Campagna elettorale “in difficoltà assoluta sul piano economico”, sostiene il coordinatore, messa ancora più in difficoltà da una “gestione surreale della pandemia di Covid-19, che sfiora il limite della corresponsabilità, viste le migliaia di vittime che si sarebbero potute evitare con politiche basate sulle indicazioni della scienza”.

A rendere ancora più difficile capire la scelta della Casa Bianca, secondo Marazziti, è la mobilitazione che ha generato. “Trump è andato avanti per la sua strada nonostante l’opposizione di tutti” dice Marazziti, che elenca: “Una richiesta ufficiale da parte del cardinale Joseph William Tobin, l’impegno dei vescovi, un ricorso alla Corte suprema e addirittura il parere negativo dei parenti della vittima”.

Una decisione nefasta, anche in quanto a tempismo. Marazziti ricorda i passi avanti fatti dagli Stati Uniti negli ultimi anni. “L’anno scorso – ricorda – solo sette Stati hanno applicato la pena di morte e ci sono state solo 22 esecuzioni e 33 condanne: si tratta di numeri storici”.

Nel mondo si continuano quindi a fare dei passi in avanti verso l’abolizione della pena capitale. Cattive notizie non sono arrivate però solo dagli Stati Uniti. E’ notizia di qualche giorno il verdetto della Corte suprema iraniana, che ha confermato la pena di morte per tre ventenni accusati di aver preso parte alle proteste del novembre 2019.

“L’Iran continua ad applicare la pena di morte – conferma Marazziti – e insieme a Paesi come l’Indonesia lo fa anche per crimini legati alla droga, niente di più inefficace”.

Secondo il coordinatore, non è questo il modo giusto di gestire il dissenso. ”L’Iran avrebbe tanto da guadagnare – dice Marazziti – se decidesse di seguire l’Europa, che è il primo continente al mondo libero dalla pena di morte”.

martedì 14 luglio 2020

Venezuela - Onu: "Gravi violazioni dei diritti umani. Le vittime sono donne, indigeni, ambiente

Il Fatto Quotidiano
Il nuovo report sulla situazione dei diritti umani in Venezuela realizzato da Michelle Bachelet (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani) e reso pubblico il passato 2 luglio questa volta non ha fatto “tanto rumore”. Il Venezuela è sotto i riflettori dell’Italia e dell’Europa già da diverse settimane e le violazioni dei diritti umani non sembrano più suscitare così tanto scalpore.


Le 17 pagine del report analizzano i fatti accaduti tra giugno 2019 e maggio 2020, denunciando esecuzioni sommarie, torture, sparizioni forzate e ancora una volta la prassi della persecuzione alla dissidenza politica accompagnata da incarceramenti arbitrari. Un quadro generale molto grave che dimostra come la situazione non sia certo migliorata rispetto a quanto denunciato nel precedente report del 4 luglio 2019.


Questa volta Bachelet non fa specifico riferimento alla condizione delle donne, ma altre organizzazioni e la stessa Assemblea Nazionale (alla cui guida si trova Juan Guaidó) hanno recentemente parlato del tema. Proprio l’Assemblea Nazionale ha reso noto a fine giugno alcuni dati relativi al fenomeno della tratta di esseri umani (per la maggior parte donne) verso la vicina Trinidad e Tobago. Si parla di quasi 4000 vittime che sono state trafficate dalla Güiria (città portuale dello Stato Sucre in Venezuela) verso Trinidad e Tobago a partire dal 2014.

Le mafie della zona attirano le donne (spesso adolescenti) con promesse di lavoro approfittando della drammatica situazione economica e sociale nella quale versa il Venezuela. Una volta fatte salire sulle imbarcazioni clandestine che lasciano il porto di Güiria dirette a Trinidad e Tobago, vengono tolti loro i documenti e vengono successivamente vendute per 300 dollari alle mafie che operano sull’isola. Dalle indagini, partite dalla denuncia del padre di Omarlys, una giovane di 16 anni venduta come schiava e tragicamente affogata nel naufragio dell’imbarcazione che la stava portando a Trinidad e Tobago, risulterebbe che il 43% delle donne vittime di tratta provengono dallo Stato Sucre.

Altre organizzazioni locali e internazionali, come Utopix e Save the Children, stanno denunciando la grave situazione di vulnerabilità e violenza che soffrono le donne in Venezuela. Utopix, organizzazione che si dedica alla difesa dei diritti delle donne, attraverso uno strumento chiamato Monitor dei femminicidi ha denunciato che solo tra il 16 e il 31 maggio 2020 sono stati commessi 42 femminicidi nel paese. Nello stesso periodo “soltanto” 23 persone sono morte di Covid-19 in Venezuela: i femminicidi per quel periodo sono quindi quasi il doppio delle morti per coronavirus (in totale erano 109 i femminicidi registrati nel 2020 fino al 31 maggio).

D’altro canto, Save the Children il 24 giugno riportava che “da metà a marzo a metà giugno si è registrato un aumento del 33% delle richieste di sostegno per casi di violenza di genere in Venezuela… Un quadro straziante che comporta, nella maggior parte dei casi, violenza psicologica e violenza fisica contro le donne da parte dei propri partner.”

Dati che dimostrano che le donne stanno pagando ancora una volta il prezzo più alto dell’emergenza umanitaria multipla, che colpisce il paese sudamericano. A completare il quadro, il report di maggio 2020 dell’organizzazione Kapé Kapé Minería ilegal en comunidades indígenas(‘Miniere illegali e comunità indigene’) che rivela le agghiaccianti condizioni di vita alle quali sono sottoposte le comunità indigene nell’Arco Minerario dell’Orinoco (una delle riserve di coltano e oro più grandi del mondo).

Contrabbando, traffico di persone, torture, sequestri, schiavitù infantile, abusi fisici e sessuali, violenza costante da parte di numerose bande armate, estorsioni, omicidi: tutto nella più completa impunità. Il popolo indigeno Pemón (che si divide in tre gruppi principali: Taurepan, ​Arekuna e Kamarakoto) risulterebbe essere il più colpito da questa massiva violenza che ruota intorno ad un progetto mastodontico (l’Arco Minerario dell’Orinoco) che mira a cambiare visceralmente l’economia venezuelana che si basa oggi (cosi come in passato) completamente sul petrolio. Il governo di Nicolas Maduro difende il progetto definendolo ecomineria, mentre da più parti si parla di ecocidio: un disastro ambientale che riguarda il 12% dell’intero territorio venezuelano.

Diego Battistessa

domenica 12 luglio 2020

Egitto - Al Sisi fa scattare la censura. Dall'inizio della pandemia in cella 10 medici e 6 giornalisti arrestati per aver parlato del Covid

Corriere della Sera
Almeno dieci medici e sei giornalisti sono stati arrestati in Egitto dall'inizio della pandemia, per aver messo in dubbio i dati ufficiali o la capacità del governo di Abdel Fattah Al Sisi di gestire la crisi. 
Lo scrive l'Associated Press, citando, tra gli arrestati, un medico che ha scritto un articolo sulle difficoltà del sistema sanitario, un farmacista che lamentava sui social la scarsità di mascherine, una dottoressa incinta che aveva prestato il cellulare a chi voleva denunciare un contagio. A molti altri è stato intimato di tacere.

Un corrispondente del Guardian ha lasciato l'Egitto temendo l'arresto, i colleghi del New York Times e del Washington Post sono stati redarguiti. 

I casi registrati sono oltre 76 mila; i morti 3.300 (il numero più alto nel mondo arabo). Le cifre testimoniano anche il sacrificio del personale sanitario: 117 dottori, 39 infermiere, 32 farmacisti sono morti. Ma chi vive stia zitto, altrimenti è un "nemico dello Stato" che rischia 5 anni di carcere.

Mali, alta tensione nella capitale Bamako, arrestati leader delle proteste dopo le violente manifestazioni di ieri

Ansa
Bamako - Il governo del Mali ha arrestato diversi leader politici dopo la manifestazione di ieri contro il presidente Ibrahim Boubacar Keita seguita da un tentativo di irruzione nella tv di Stato e da una dura risposta delle forze di sicurezza che hanno aperto il fuoco nella capitale Bamako, dove la tensione resta alta. Il bilancio è di almeno quattro morti e decine di feriti.
Foto Ansa
Le forze di sicurezza sono poi entrate con la forza nella casa di un altro leader del movimento, Sy Kadiatou Sow, ma non sono riusciti a trovarlo, ha detto un membro della famiglia che ha chiesto di non essere nominato. Intanto la città, in preda alla violenza jihadista e intracomunitaria, continua ad essere teatro di scontri, intensificati con il calar della sera.

USA-California - 2400 detenuti contagiati dal Covid e 31 decessi, il governatore Gavin Newsom libera 8.000 detenuti con reati meno gravi

Ansa
Un totale di 8000 detenuti potrebbero essere rilasciati in California, in anticipo sui termini della loro condanna, per contenere l'epidemia di coronavirus, dopo che quasi 2.400 detenuti si sono ammalati di Covid e sono stati registrati 31 decessi.

Il governatore della California Gavin Newsom
Il provvedimento dovrebbe essere confermata entro qualche giorno, secondo quando hanno annunciato dall'entourage del governatore Gavin Newsom. Particolarmente grave è la situazione a Chino, da cui erano stati trasferiti diversi prigionieri, e San Quentino, dove sono risultati positivi in 1.314. Lunedì è stato licenziato il responsabile della sanità nelle carceri dello stato americano, fra i più colpiti dall'epidemia in questo momento. Saranno esclusi dal provvedimento tutti coloro che hanno commesso reati violenti o di violenza domestica, si precisa.

venerdì 10 luglio 2020

La Corte Costituzionale boccia il decreto Salvini: irragionevole negare l'iscrizione all'anagrafe ai rifugiati

Globalist
La Corte ha dichiarato la norma in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, per irrazionalità intrinseca (non ha nulla a che vedere con la sicurezza) e per disparità di trattamento.


L'Ufficio stampa della Corte Costituzionale fa sapere che la disposizione del primo Decreto Sicurezza che preclude l'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo non è stata ritenuta dalla Corte in contrasto con l'articolo 77 della Costituzione sui requisiti di necessità e di urgenza dei decreti legge ma è tuttavia in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione 

("Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"

sotto un duplice profilo: per irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza; per irragionevole disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l'accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti. Per questo la norma è stata dichiarata 'irragionevole'.

giovedì 9 luglio 2020

Italia - Decine di bambini "detenuti" con le loro mamme. La prima parola che imparano è "apri"

CorrierePL
Il problema dei bambini detenuti in carcere con le madri è un tema spesso dimenticato e relegato nel silenzio delle celle dove i piccolissimi imparano a dire “apri” prima che “mamma o papà”; dove nessun bambino dovrebbe essere costretto a vivere e a scontare una pena non sua.


Purtroppo non è una realtà inventata: è una amara realtà che esiste in molti istituti di pena del nostro paese. I bambini ospiti delle “patrie galere” sono quasi tutti figli di stranieri, e quasi sempre di etnia rom, ultimi fra gli ultimi nella nuova scala sociale della solitudine e dell’emarginazione.


Negli anni la normativa dell’ordinamento penitenziario, ha affrontato il problema in modo diverso e più articolato, ma segnato ancora dall’ideologia tradizionale nei confronti delle madri detenute.

Strutture penitenziarie pensate per gli adulti, con problemi di sovraffollamento, che si sono dovute adattare per piccoli “ospiti”, modificando le celle in nidi: malinconiche figure di Topolino e Principesse Disney che impattano su muri grigi , spazi gioco improvvisati, nessuna divisa nelle sezioni che accolgono i bambini. Insomma, parvenze di normalità.

La normativa sulle detenute madri può brevemente riassumersi in pochi passaggi normativi, frutto di una sterile evoluzione basata su esigenze punitive e di sicurezza, vano tentativo di arginare il problema dei piccoli detenuti.

La legge n. 354 del 26 luglio 1975 “Ordinamento Penitenziario” all’art. 11 comma 9 prevedeva che alle detenute madri fosse consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni.

Per la cura e l’assistenza dei bambini l’Amministrazione penitenziaria organizzava appositi asili nido secondo le modalità indicate dall’art. 19 del Regolamento di esecuzione – D.P.R. 30 giugno 2000.

L’art. 47 ter della citata legge prevedeva, tra le misure alternative alla detenzione, che le detenute madri di bambini di età inferiore ai tre anni conviventi potessero espiare la pena presso la propria abitazione od in altro luogo pubblico di cura o di assistenza, entro i limiti consentiti dalla legge.

Nel 1998 la legge n. 165 (Simeone – Saraceni) all’art. 4 estese la possibilità di usufruire della detenzione domiciliare alle detenute madri di bambini di età inferiore ai dieci anni, sempre che non dovessero scontare pene per gravi reati di cui agli art. 90 e 94 del testo unico 309/90.

La legge 8 marzo 2001 n. 40 – la c. d. legge Finocchiaro – introducendo modifiche al all’art. 146 e 147 c.p., ha ampliato l’ambito di operatività degli istituti del differimento e del rinvio obbligatorio della pena, introducendo i nuovi istituti della detenzione domiciliare speciale e dell’assistenza all’esterno dei figli minori (artt. 21bis e 47 quinquies dell’ordinamento penitenziario).

Tuttavia questa legge non ha risolto il problema a causa della rigidità dei requisiti per la concessione dei benefici, subordinata all’assenza del pericolo di commissione di nuovi reati, requisito quasi sempre insussistente trattandosi di condanne a carico di donne recidive, in particolare per reati connessi allo spaccio di stupefacenti e contro il patrimonio.

Viene da sé che da questi benefici è restata esclusa una notevole percentuale di donne, per lo più straniere, senza fissa dimora e gravate da numerosi precedenti penali.

Nel 2011 la legge n. 62 è stata vista come un “faro di speranza”, perché ha ampliato la possibilità di espiazione della pena, fuori dalle mura carcerarie, da parte della madre, in presenza di figli con età compresa tra zero e sei anni ( il limite era 3 anni) , così da facilitare l’accesso delle madri alle misure cautelari alternative e privilegiando di contro strutture alternative e più consone allo sviluppo psicofisico del minore.

Anche questo scoglio non pare superato poiché soprattutto in presenza di donne straniere o senza fissa dimora, l’esiguità di strutture come gli ICAM (istituti di custodia attenuata) e delle case protette, ha di fatto reso impossibile l’attuazione della legge, mantenendo inalterata la presenza dei minori negli istituti penitenziari.

Secondo il XV rapporto sulla detenzione dell’Associazione Antigone “al 30 aprile 2019 sono 55 bambini di meno di tre anni d’età che vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane. Un numero nuovamente in calo, dopo il picco di 70 bambini in carcere raggiunto a metà 2018.

In particolare, i bambini si trovano negli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per detenuti Madri) di Lauro (13), Milano San Vittore (10), Torino (8), Venezia Giudecca (5), nell’istituto femminile di Rebibbia (8) e nelle sezioni femminili di Firenze Sollicciano (3), Milano Bollate (3), Bologna (2), Messina (1), Forlì (1) e Avellino (1).

Per quanto la cosa possa apparire di marginale importanza, non può ignorarsi l’effetto che la carcerazione indotta, determina sui bambini che soffrono di disturbi derivanti dal sovraffollamento e alla mancanza di spazio, condizionando lo sviluppo della sfera emotiva e cognitiva, provocando irrequietezza, facilità al pianto, difficoltà di sonno, inappetenza, apatia.

A questo si aggiunga, dato non meno importante, che al compimento del sesto anno di età, il bambino viene “scarcerato” ed affidato, se privo di affetti familiari, a case famiglia o ad altre soluzioni ritenute idonee per lui. Un distacco dalla madre che com’è intuibile aggrava enormemente la sfera psicologica ed emotiva, già fortemente compromessa

Recentemente la cronaca ha rappresentato il caso del piccolo Edward, che dopo un isolamento di due anni nel carcere di Rebibbia con la madre, sarà affidato ad una struttura per minori perché i suoi genitori sono stati dichiarati non idonei a ricoprire il ruolo, per la lunga lista di condanne riportate.

Non resta che sperare in un intervento normativo che si uniformi alle molteplici Raccomandazioni Internazionali sul tema minori e carcere e dia attuazione concreta ai progetti per l’ampliamento di strutture per madri e bambini, rispettose delle esigenze di custodia, ma certamente più idonee alla piccola popolazione carceraria.

Avv. Roberta Schiralli

mercoledì 8 luglio 2020

Libia - Caroline Gluck (UNHCR): la situazione dei migranti continua a essere grave, 2462 detenuti in 11 centri "regolari"

L'Espresso
Poco cibo, situazioni igieniche scadenti, accesso negato alle agenzie internazionali. E trafficanti che continuano ad arricchirsi. Parla Caroline Gluck, responsabile delle relazioni esterne Missione Unhcr in Libia.


Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta ancora lavorando nei centri di detenzione libici? Come è cambiata e sta cambiando la situazione con il conflitto a Tripoli?

L'accesso di Unhcr ai centri di detenzione del governo, gestiti nella parte occidentale del paese dal Dcim (dipartimento anti immigrazione clandestina del Ministero dell'Interno, ndr) è variabile, a causa delle restrizioni di sicurezza e di accesso imposte dalle autorità locali. L'accesso non è sistematico ed è subordinato a una autorizzazione. Dall'inizio dell'epidemia Covid, Unhcr ha garantito il rilascio di alcuni richiedenti asilo altamente vulnerabili e sostenuto l'assistenza di base a persone che sono state liberate o fuggite dalla detenzione.

La Libia non smette di essere un luogo complesso per rifugiati e migranti: è un punto di partenza per chi vuole raggiungere l'Europa ma è ancora un paese di destinazione per i lavoratori migranti. Nonostante questo non ha una legislazione che criminalizzi il traffico di esseri umani e molti trafficanti continuano a essere protetti da note milizie.

Il gruppo di esperti sulla Libia, nella sua relazione piu' recente al Consiglio di Sicurezza (S/ 2019/914) osserva che il traffico di uomini sia rimasto redditizio anche se i traffici sono crollati rispetto al pre-2018. Le modifiche alle normative dei paesi limitrofi e gli scontri lungo le rotte del traffico hanno modificato le rotte consuete rendendo le migrazioni piu' lunghe, costose e pericolose. Il gruppo di esperti sottolinea che la maggior parte di chi ha raggiunto la Libia sia diventata vittima delle reti del traffico all'interno del paese. Significa lavoro a basso costo anche da parte dei gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione e le strutture di detenzione informali in tutta la Libia.

Quali sono i vostri dati aggiornati sul numero di persone nei centri di detenzione?
Al 26 giugno, il numero stimato di detenuti nelle 11 centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dcim nelle aree occidentali e centrali della Libia è 2.462 persone (di cui 1.341 sono persone registrate dall'Unhcr). 

Nelle ultime settimane il numero di persone nei centri è aumentato nelle aree occidentali e centrali, in gran parte a causa delle numerose operazioni di intercettazione seguite da sbarchi sulla costa occidentale della Libia. 

Le condizioni in numerosi centri di detenzione ufficiali continuano a destare preoccupazione, soprattutto a causa delle cattive condizioni di vita, del sovraffollamento e dell'igiene. La fornitura di cibo è spesso irregolare. L'Unhcr ha a lungo sostenuto la fine della detenzione arbitraria per rifugiati e migranti in Libia. Continuiamo a chiedere il rilascio ordinato delle persone dalla detenzione in contesti urbani. Continuiamo inoltre a chiedere alternative alla detenzione per rifugiati e migranti che vengono intercettati o salvati in mare.

Unhcr fa parte della Commissione tecnica italo libica sulle modifiche al Memorandum d'intesa del 2017?

L'Unhcr non fa parte di alcun accordo bilaterale tra i due governi.
di Francesca Mannocchi

martedì 7 luglio 2020

Pakistan, Wazirah Chahchar lapidata dal marito a 25 anni: nessun arresto, è un "delitto d'onore"

Globalist
La ragazza si chiamava Wazirah Chahchar. Il padre ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie.

Una donna di 25 anni è stata lapidata dal marito nella provincia meridionale di Sindh, in Pakistan. L'omicidio è avvenuto il 28 giugno scorso ma solo oggi gli attivisti per i diritti umani hanno diffuso la foto della giovane. Si chiamava Wazirah Chahchar ed è stata vittima di un 'delitto d'onore'.

Il padre, Gul Muhammad, ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie. Nessuno dei responsabili è stato ancora arrestato.

lunedì 6 luglio 2020

Ucciso Hachalu, la voce della libertà, e l’Etiopia brucia: oltre 80 morti

Corriere della Sera
Violenti scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti di etnia oromo in varie città. Attivisti e familiari litigano sul luogo di sepoltura. Poca gente ai funerali: la polizia blocca l’accesso allo stadio 


Hachalu Hundessa ha vissuto 5 dei suoi 34 anni dietro le sbarre: non era maggiorenne quando fu condannato per aver manifestato contro il governo nel 2003. Il padre andava a trovarlo e gli diceva che «la prigione rende più forti». Su di lui aveva avuto un effetto collaterale, rendendo quel ragazzino che amava cantare mentre badava alle vacche un artista: «Come trovare i versi e la melodia l’ho imparato da detenuto», amava raccontare uno dei cantanti più amati dell’Etiopia, ucciso lunedì sera a colpi di arma da fuoco mentre era alla guida di un’auto ad Addis Abeba. I nove brani del primo album, Sanyii Mooti (la corsa del re) li aveva scritti da prigioniero.

Proiettili e machete
Per l’omicidio la polizia avrebbe arrestato due persone, senza rivelarne l’identità. L’uccisione di Hachalu ha scatenato le proteste di molti cittadini di etnia oromo, proiettili e machete: almeno ottanta persone sono morte negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, e una trentina sono state arrestate (compreso il leader dell’opposizione Bekele Gerba). 

Un bilancio terribile, che Hachalu avrebbe accolto con dolore. Una reazione che rischia di acutizzare i contrasti (come la mossa di «spegnere» Internet nella capitale) intorno a un delitto che in tanti considerano «politico». 

Il cantante era un simbolo per la più numerosa etnia del Paese, a lungo marginalizzata sulle vie del potere. Nei periodi bui aveva rifiutato l’esilio. Ora persino i suoi funerali e la tomba sono terreno di tensione: la polizia ha impedito a molta gente l’accesso allo stadio di Ambo, la sua città natale, dove si è svolta la cerimonia funebre. Molti attivisti vorrebbero che le spoglie fossero tumulate ad Addis Abeba, la capitale federale al centro di una disputa antica: gli oromo la considerano terra dei clan Tulama, poi «cacciati» dall’imperatore Menelik II (il vincitore degli italiani ad Adua). Vicende remote e attualissime: pochi giorni fa lo stesso Hachalu ha fatto infuriare i sostenitori dell’imperatore sostenendo che avesse rubato i cavalli degli Oromo, quando fece di Addis la capitale nel lontano 1886.


di Michele Farina