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martedì 27 ottobre 2020

27 ottobre - Ricordo di Dominique Green - Condannato a morte

santegidio.org
Le lettere di questo giovane afroamericano dal braccio della morte hanno ispirato dal 1995 la campagna per l’abolizione di Sant’Egidio. La sua richiesta di non essere non dimenticato e la sua storia di dolore è ancora attuale nella vita di tanti altri che si trovano nelle prigioni del mondo dove si toglie la vita.

lunedì 26 ottobre 2020

Grave situazione in Nigeria. Continue proteste dei giovani per violazioni diritti. Dura repressione: estorsioni, ricatti, rapimenti, torture, vere e proprie esecuzioni

Notizie/Italia/News
La Nigeria oggi è la nazione più popolosa dell’Africa, con i suoi 200 milioni di abitanti (metà dei quali sono giovani). In queste ultime settimane sta vivendo una situazione complessa a causa di diverse migliaia di giovani che protestano contro le violazioni dei diritti, gli abusi di potere e l’autoritarismo violento della polizia.


Il 20 ottobre scorso, a seguito di continue manifestazioni di protesta, il governo ha imposto il coprifuoco a Lagos, megalopoli nel sudest del paese. Nonostante ciò, migliaia di giovani si sono riversati in strada sfidando pacificamente le autorità. In risposta, alcuni elementi delle forze dell’ordine hanno interrotto la corrente elettrica, iniziando poi a sparare sulla gente.

Ci sono state decine di morti e, in alcuni casi, si sono verificate delle vere e proprie esecuzioni, denuncia Amnesty International. L’impatto internazionale della crisi è stato forte, tanto da entrare persino nella campagna elettorale USA: il candidato democratico Joe Biden, nel corso di un comizio elettorale, ha chiesto la fine della repressione in Nigeria.

Nel paese opera una polizia speciale, la “SARS” (nessun riferimento al virus che sta imperversando sul pianeta, ma è l’acronimo di “Special Anti-Robbery Squad”). Essa è un’unità di pubblica sicurezza da anni sotto i riflettori, perché accusata di estorsioni, ricatti, rapimenti, torture fino a delle vere e proprie esecuzioni.

Germano Baldazzi

domenica 25 ottobre 2020

Pakistan, ennesima sposa bambina: Arzoo Raja, 13enne cristiana rapita da un 46enne e convertita all’Islam e costretta in casa come moglie

Fanpage
In Pakistan Arzoo Raja, 13enne cattolica, è stata rapita il 13 ottobre scorso da un 46enne che l’ha forzatamente convertita all’Islam e la costringe in casa come sua moglie. L’uomo avrebbe aggredito la ragazza mentre camminava per strada, per poi immobilizzarla e portarla con sé. I genitori di Arzoo si sono rivolti al Tribunale di Karachi per chiederne la liberazione ma fino ad ora le autorità non hanno dato nessuna risposta alle loro richieste.


In Pakistan un altro caso di sposa bambina, costretta forzatamente al matrimonio: Arzoo Raja, 13enne cattolica, è stata rapita il 13 ottobre scorso da un 46enne che l'ha fatta convertita all'Islam e la costringe in casa come sua moglie. L’uomo avrebbe aggredito la ragazza mentre camminava per strada, per poi immobilizzarla e portarla con sé. I genitori di Arzoo si sono rivolti al Tribunale di Karachi per chiederne la liberazione. "Fino a questo momento le autorità non hanno dato nessuna risposta alle loro richieste", ha rivelato Tabassum Yousaf, una dei legali che seguirà il caso e che, con la sua denuncia, si appella all’aiuto della stampa internazionale.

Il 13 ottobre scorso Arzoo non era andata a scuola poiché, a causa del Covid, nel suo istituto gli studenti frequentano solo a giorni alterni. Il 46enne ha approfittato del momento in cui la ragazza era uscita di casa per comprare delle caramelle nel vicino negozio di alimentari per rapirla. Il caso è seguito dalla Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Karachi, dove è arcivescovo il cardinale Jospeh Coutts.

In Pakistan è uno dei paesi al mondo in cui il fenomeno delle spose bambine è più diffuso. Il 29 aprile 2019 il Senato aveva approvato una legge che modificava l’età minima per potersi sposare, alzandola dai 16 ai 18 anni. La riforma legislativa era stata proposta dalla senatrice Sherry Rehman, che era diventata oggetto di aspre critiche da parte dei fondamentalisti.

Tuttavia la riforma è ora nelle mani dell'Assemblea nazionale, che a sua volta dovrà dare il via libera. Gli islamisti, per i quali le modifiche proposte andrebbero contro i dettami del Corano, secondo il quale il matrimonio sarebbe ammesso già durante il periodo della pubertà, sono i più contrari.

Daniela Brucalossi

sabato 24 ottobre 2020

USA - Inchiesta della Reuters: Perché 4.998 detenuti sono morti nelle carceri senza arrivare al processo? Suicidi, scarsa assistenza sanitaria, cattive condizioni di detenzione, maltrattamenti.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il governo degli Stati Uniti raccogli
e dati dettagliati sui decessi nelle carceri di tutto il paese, ma tiene segreto i risultati di questo "report". Reuters ha condotto il proprio conteggio delle vittime nelle più grandi carceri americane, individuando dove: suicidi, cattiva assistenza sanitaria, cattive condizioni di detenzione stanno mietendo vite in un sistema dove i controlli sono scarsi.


Sono 7.571 i detenuti deceduti che Reuters ha documentato in un esame della mortalità senza precedenti in più di 500 carceri statunitensi dal 2008 al 2019. I tassi di mortalità sono aumentati vertiginosamente, aumentando del 35% nel decennio conclusosi lo scorso anno. 

Molti di loro sono detenuti con accuse minori e muoiono per maltrattamenti senza mai finire in tribunale. Almeno due terzi dei detenuti morti identificati da Reuters, 4.998 persone, non sono mai stati condannati per le accuse su cui erano detenuti, e per il principio fondamentale del sistema di giustizia penale degli Stati Uniti: innocenti fino a prova contraria.

ES

Fonte:  A Reuters Investigation - Dying Inside The Hidden Crisis in America’s Jails

venerdì 23 ottobre 2020

Egitto - Pena di morte. Human Rights Watch denuncia 49 esecuzioni di prigionieri politici nel mese di ottobre

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un importante gruppo internazionale per i diritti umani giovedì ha denunciato l'esecuzione di 49 persone nel mese di ottobre.


Tra il 3 e il 13 ottobre in Egitto ha messo a morte un totale di 47 uomini e due donne, secondo la dichiarazione rilasciata da Human Rights Watch. 

Il gruppo afferma che 15 delle persone uccise erano state condannate per coinvolgimento nelle violente manifestazioni politiche a seguito del rovesciamento militare nel luglio 2013 del primo presidente democraticamente eletto in Egitto, Mohamed Morsi. 

"In Egitto le esecuzioni di massa di decine di persone nel giro di pochi giorni sono oltraggiose. L'assenza sistematica di processi equi in Egitto, soprattutto in casi nel campo politico rende ogni condanna a morte una violazione del diritto alla vita ". Ha affermato Joe Stork, direttore del Nord Africa per HRW. 

Il gruppo per i diritti umani con sede a New York ha detto che 13 delle esecuzioni di questo mese sono avvenute nella famigerata struttura carceraria del Cairo nota come "Scorpion", dove a seguito degli scontri nel mese scorso, all'interno del braccio della morte, ci sono state quattro vittime tra i poliziotti e quattro tra i detenuti.
Dimostrazione delle gravi condizioni del clima all'interno del le carceri speciali per detenuti politici.

ES

Fonte: AP - Rights group slams Egypt’s execution of 49 this month

Spiragli di pace per il Sud Sudan - Accordo e nuovo cessate il fuoco con la mediazione di Sant'Egidio

Riforma.it
La firma del nuovo accordo di cessate il fuoco e di una dichiarazione di principi apre alla possibilità di mettere fine a un conflitto che dura ormai dal 2013. Intervista al mediatore Paolo Impagliazzo (Sant’Egidio)

Foto: santegidio.org

Due firme per una nuova stagione in Sud Sudan. È questa la speranza con cui si è concluso a Roma la scorsa settimana il terzo round di incontri e negoziati per la pace nel più giovane Paese del mondo. Questa sessione ha portato alla firma di un accordo di cessate il fuoco e di una Dichiarazione di principi a livello politico, un risultato importante nell'avvicinare le parti in conflitto, con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio.

«Queste firme - racconta Paolo Impagliazzo, segretario di Sant’Egidio e mediatore in questi negoziati - sono quelle di coloro che avevano firmato l'accordo del 2018 tra Riek Machar e Salva Kiir, i due maggiori contendenti nel paese, ma alcuni gruppi politici e anche armati non avevano voluto firmare questo accordo».

Le nuove trattative erano cominciate a gennaio e avevano avuto una seconda fase a febbraio 2020, ma la pandemia di Sars-Cov-2 aveva interrotto il dialogo politico, portando a nuovi scontri e violenze, concentrate soprattutto nella zona dell'Equatoria, la parte meridionale del Sud Sudan.

Quali sono in questo momento, a nove anni di distanza della nascita del Paese, i punti centrali di questo conflitto?
«Dopo una lunghissima guerra di secessione dal Sudan, il 9 luglio del 2011 era stata dichiarata l’indipendenza del Paese, ma nel 2013 e nel 2016 ci sono stati due scontri molto importanti che hanno portato alla guerra civile. Questo ha significato milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, milioni di persone che sono sfollati interni e 400.000 morti, quindi un conflitto davvero sanguinoso e difficile. Il Sud Sudan è un Paese ricchissimo da un punto di vista delle risorse naturali e anche per questo i Paesi limitrofi, in particolare il Sudan e l’Uganda, sono sempre stati molto interessati. Questo fa sì che abbiano molto contribuito per esempio all’accordo di pace del 2018 e a sostenere la stabilizzazione del Paese. È un conflitto che coinvolge tutti i Paesi confinanti, quindi principalmente il Sudan, l'Uganda, ma anche l'Etiopia il Kenya».

Quali sono i prossimi passi, ma soprattutto l’orizzonte che si apre dopo questa firma?
«Prima di tutto dobbiamo far tacere le armi. Questo è un punto fondamentale, ci eravamo riusciti a febbraio firmando una risoluzione che portava le due parti, quelle al governo e quelle che non hanno firmato l’accordo del 2018, a far cessare le violenze. Il cessate il fuoco ha retto per tre mesi, salvando e risparmiando vite umane, e anche riducendo la sofferenza della popolazione civile in particolare nell'Equatoria centrale. Tutto questo si è perduto con il coronavirus, perché la mancanza di dialogo politico ha provocato nuovi scontri con nuove vittime e tantissimi rifugiati un’altra volta, quindi l’obiettivo è quello di far tacere le armi, cioè che il cessate il fuoco diventi una cessazione permanente delle ostilità. È un percorso che dovrebbe portare ai primi di novembre a un incontro tra i capi militari delle due parti. Questo è molto importante, perché i militari, a differenza dei leader politici, hanno il controllo dei propri uomini sul terreno».

In molte occasioni, soprattutto nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a una comunità internazionale sempre più impotente di fronte alle guerre civili o regionali. L’abbiamo visto in Siria, in Libia, in Yemen, solo per citare alcuni casi. In questo caso ci sono delle discontinuità rispetto agli altri conflitti di lunga durata?
«Va detto che una volta che il Sud Sudan ha acquisito l’indipendenza, la comunità internazionale si è un po’ disinteressata e la mancanza di un sostegno, soprattutto nella costruzione di una nuova nazione, ha portato questi scontri. C’è bisogno di un nuovo coinvolgimento della comunità internazionale che sostenga questo processo di riconciliazione e pacificazione. È molto evidente in diversi Paesi, anche in Africa, che questi conflitti sono lasciati un po’ a loro stessi con piccoli potentati locali che diventano molto importanti e che possono provocare molta sofferenza. L’impegno della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, è fondamentale, anche perché crediamo che un coinvolgimento sia più che necessario e che basterebbe poco per riportare la stabilità».

Marco Magnano

Link correlati: sant'egidio.org  Riprende il processo di pace in Sud Sudan con i colloqui di Sant'Egidio: l'impegno per il dialogo tra le parti e un nuovo accordo per il cessate il fuoco

Il Premio Sacharov 2020 per i diritti umani all’opposizione in Bielorussia.

Askanews
Il Parlamento europeo ha assegnato il Premio Sacharov per i diritti umani all ‘”opposizione democratica” in Bielorussia, gesto salutato da Svetlana Tikhanovskaya come “ricompensa per il popolo” che si è scagliato contro la rielezione del presidente Alexander Lukashenko, in sella da 26 anni.


“Non rinunciate alla vostra lotta. Noi siamo al vostro fianco”, ha dichiarato ai vincitori il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, sottolineando che i rappresentanti dell’opposizione, per la maggioranza imprigionati o costretti all’esilio, ha dalla sua “qualcosa che la forza bruta non potrà mai superare: la verità”.


Questo premio “non è la mia ricompensa personale, è una ricompensa per il popolo bielorusso”, ha reagito la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovska a da Copenaghen, dove è attualmente in visita.

Dopo le controverse elezioni presidenziali del 9 agosto, la Bielorussia è stata teatro di una protesta di massa senza precedenti contro la rielezione di Alexander Lukashenko, il presidente che dal 1994 ha istituito un regime ispirato all’interventismo economico e politico sovietico.

mercoledì 21 ottobre 2020

Egitto - Il blogger e autore satirico egiziano, Shadi Abu Zeid, è stato rilasciato dopo oltre due anni di detenzione.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Shadi Abu Zeid, 27 anni, è stato arrestato nel maggio 2018 con l'accusa di aver diffuso notizie false e di appartenere a un gruppo terroristico.

Shadi Abu Zeid, 27 anni con la sua famiglia dopo il rilascio

Negli ultimi anni centinaia di attivisti e blogger sono stati condannati per aver diffuso notizie ritenute false e aiutato il gruppo dei Fratelli Musulmani che è attualmente bandito.

I gruppi per i diritti umani hanno accusato il presidente Abdul Fattah al-Sisi di aver messo in atto una repressione senza precedenti del dissenso dopo aver guidato il rovesciamento militare del primo leader democraticamente eletto dell'Egitto nel 2013.

Abu Zeid ha iniziato a pubblicare i sue pubblicazioni satiriche, "The Rich Content", su YouTube e Facebook nel 2015.
Presentava commenti satirici e interviste di strada che evidenziavano una varietà di questioni sociali, come pregiudizi religiosi e molestie sessuali.

La sua famiglia ha pubblicato una foto che lo mostrava riunito con i suoi cari dopo il suo rilascio sabato.

Sarà ancora in libertà vigilata e ogni settimana dovrà recarsi in una stazione di polizia.

ES

Fonte: BBC News

Burundi, continuano repressioni di libertà e violazioni dei diritti umani: arrestato Fabien Banciryanino ex parlamentare dell’opposizione

Focus on Africa
L’arresto, avvenuto il 2 ottobre, dell’ex parlamentare Fabien Banciryanino è un brutto segnale delle intenzioni del presidente Evariste Ndayishimiye circa il rispetto dei diritti umani in Burundi.

L’8 ottobre Banciryanino è stato incriminato per i reati di ribellione, diffamazione e minaccia alla sicurezza interna e trasferito alla prigione di Mpimba. A causa delle sue precarie condizione di salute, rischia di contrarre il Covid-19.

Le accuse nei suoi confronti si basano sui discorsi e sugli interventi fatti all’Assemblea nazionale tra il 2015 e il 2020, che di norma dovrebbero essere protetti dall’immunità parlamentare.

Nel 2018 Banciryanino aveva espresso apprezzamento per le conclusioni della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Burundi ed era stato accusato dall’allora ministro della Giustizia di diffondere “allarmismo senza prove”.

In un altro intervento parlamentare, nel febbraio 2020, si era opposto alla candidatura dell’ex presidente Pierre Nkurunziza al ruolo di Suprema guida del patriottismo, considerando le numerose uccisioni e le altre gravi violazioni dei diritti umani che avevano segnato i suoi 15 anni di presidenza.

Un mese dopo aveva scritto al procuratore di Bubanza chiedendogli di indagare su 21 casi di sparizione forzata registrati nella provincia a partire dal 2016.

Ce n’è abbastanza per considerare Banciryanino prigioniero di opinione e chiedere la sua immediata e incondizionata scarcerazione.

Riccardo Noury

lunedì 19 ottobre 2020

No One Is Saved Alone - Peace and Fraternity - Rome 20 ottobre 2020

www.santegidio.org
"Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società."


Nello spirito di queste parole di papa Francesco nell'enciclica "Fratelli Tutti", la Comunità di Sant'Egidio ha promosso l'Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace tra le grandi religioni mondiali: "Nessuno si salva da solo – Pace e fraternità".

L'evento si tiene a Roma, in piazza del Campidoglio, il 20 ottobre 2020. Per motivi legati alle misure di prevenzione del contagio, la partecipazione in presenza è possibile solo su invito. Per questo verrà trasmesso online sui canali web e social della Comunità di Sant'Egidio.

Foto del giorno - Covid-19 - Africa

 Blog Diritti Umani - Human Rights




USA - Lisa Montgomery prima donna condannata a morte, dal 1953, dopo il via libera di Trump al Tribunale Federale. Sarà uccisa l'8 dicembre

La Stampa
Usa, chi è Lisa Montgomery la prima donna condannata a morte dopo il via libera di Trump. Sarà uccisa l’8 dicembre: si tratta del primo caso dal 1953. La decisione è del Tribunale Federale dopo l’ok della Casa Bianca.

Lisa Montgomery, 52 anni

Se nulla fermerà il boia nei prossimi cinquanta giorni, Lisa Montgomery diventerà la prima donna ad essere giustiziata per ordine delle autorità federali degli Stati Uniti da quasi settanta anni. Una condanna resa possibile dal ripristino delle esecuzioni a livello governativo voluto dall’amministrazione Trump lo scorso luglio. 

[...]
 A nulla sono valsi gli appelli e le richieste dei legali di Lisa, secondo cui si è in presenza di «una grave ingiustizia»: la donna infatti ha sempre sofferto di gravi disturbi mentali, più volte stuprata dal compagno della madre e poi abusata anche dai due mariti. Il tutto aggravato col tempo dalla dipendenza dall’alcol. 

La donna ha oggi 52 anni. Diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani promettono di dare battaglia fino all’ultimo istante per evitare che si replichi quanto non si vedeva dal 1953, quando furono due le donne ad essere giustiziate. 

Una di loro era Ethel Rosenberg, condannata alla sedia elettrica con l'accusa di spionaggio, per aver passato all'Unione Sovietica informazioni segrete sulla bomba atomica. L’altra detenuta giustiziata nel 1953 è Bonny Heady, condannata alla camera a gas per aver ucciso un bimbo di 6 anni. L’unica altra donna della storia americana mandata a morte per ordine del governo federale é stata nel 1865 Mary Suratt, proprietaria di una pensione, impiccata con l’accusa di aver preso parte a una congiura per assassinare il presidente Abraham Lincoln. 

Nelle prigioni statali, invece, 16 donne sono state giustiziate dal 1976, da quando la Corte Suprema ha terminato la moratoria sulle esecuzioni capitali. Barr ha inoltre fissato per il 10 dicembre l’esecuzione di Brandon Bernard, 40 anni, che nel 1999 in Texas uccise due giovani religiosi. 

Salgono così a nove in soli sette mesi le condanne a morte eseguite dall’amministrazione Trump. Eppure, il tema della pena di morte risulta non intercettato dai radar della campagna elettorale, sia da parte di Biden che da quella di Trump confermando come l’argomento a Washington sia blindato da una sorta di tacita inviolabilità trasversale.

Francesco Semprini

domenica 18 ottobre 2020

Vietnam - Pham Doan Trang, nota attivista per i diritti umani arrestata il 6 ottobre

Ultima Voce
L’attivista vietnamita per i diritti umani, Pham Doan Trang, è stata arrestata il 6 Ottobre scorso mentre si trovava in un appartamento nella città di Ho Chi Minh. L’arresto, di cui ha dato notizia l’associazione “Human rights watch”, è stato eseguito dalla polizia poco dopo la conclusione della 24esima edizione del “Dialogo annuale USA-Vietnam sui diritti umani” cui Trang aveva partecipato.
Pham Doan Trang è una delle attiviste per i diritti umani più conosciute in Vietnam.


L’attivista vietnamita per i diritti umani, Pham Doan Trang

La sua principale attività è quella di promuovere la libertà di informazione nel contesto di uno Stato a guida socialista che non vede di buon occhio il dissenso. Oltre ad essere autrice di numerosi libri è cofondatrice del blog luật khoa tạp chí, “Giornale di diritto”.

Nei suoi scritti, letti da moltissime persone, Trang si occupa del tema della difesa della dignità umana declinandolo in ogni suo aspetto: dalle questioni di genere al problema relativo al cambiamento climatico. Proprio la visibilità di cui gode, però, l’ha resa un soggetto sgradito al governo.
Il Vietnam è definibile come una Repubblica costituzionale a guida socialista.

Il potere politico è detenuto saldamente dal Partito comunista vietnamita. La principale carica istituzionale, non a caso, è quella del segretario generale del partito. A partire dal 2018, per la prima volta dai tempi di Ho Chi Minh, il leader del partito, Nguyễn Phú Trong, ricopre anche il ruolo di Presidente del Vietnam.

Nonostante l’attenzione internazionale, testimoniata anche dalla pratica dei “Dialoghi USA-Vietnam sui diritti umani” precedentemente citati, la situazione dei diritti umani in Vietnam è critica e le scelte politiche degli ultimi anni non forniscono segnali di volontà di correzione in tal senso.

Solo nel 2017, per esempio, il codice penale è stato modificato in modo tale da prevedere pene più severe per coloro che esprimono il proprio dissenso nei confronti di chi detiene il potere. Una legge del 2019
, poi, richiede che le compagnie di telecomunicazioni straniere eliminino i contenuti in rete sgraditi al governo entro le 24 ore dalla loro messa on-line.

L’accusa che si trova a fronteggiare oggi Pham Doan Trang fa riferimento all’articolo 117 del codice penale vietnamita pensato per punire coloro che “producono, immagazzinano e diffondono informazioni, materiali e prodotti che cercano di opporsi alla Repubblica federale del Vietnam”. La condanna per tale reato può comportare fino a vent’anni di reclusione.
Non si può dire, però, che l’arresto sia arrivato come una sorpresa per Trang.

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Silvia Andreozzi

Migranti - Rapporto IDOS 2020 - Italia - Per la prima volta diminuisco di 100.000 gli stranieri non comunitari regolari e aumentano di 120.000 gli irregolari. Risultato dei "Decreti Salvini"

Sir
Per la prima volta, dopo diversi anni, nel 2019 è diminuito il numero degli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia: dai 3.717.000 dell’anno precedente a circa 3.615.000 (una quota sostanzialmente analoga a quella del 2011), per un calo di ben 101.600 unità (-2,7%).
 

In 10 anni, l’unico altro decremento si è verificato nel 2016, a causa del contestuale boom di acquisizioni di cittadinanza (oltre 201.000): una spiegazione che però non vale per il calo del 2019, quando le acquisizioni di cittadinanza non hanno conosciuto un aumento così significativo rispetto all’anno precedente. 

Lo anticipa il Dossier statistico immigrazione 2020, 30ª edizione, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in partenariato con Confronti, che verrà presentato il prossimo 28 ottobre. 

Al forte decremento del 2019 fa da contrappeso un corrispondente aumento del numero dei non comunitari scivolati nell’irregolarità: già stimati in 562.000 alla fine del 2018, quando è entrato in vigore il primo “Decreto sicurezza”, si è calcolato che, proprio per effetto di quest’ultimo, sarebbero cresciuti di 120-140.000 nei due anni successivi, arrivando a oltre 610.000 a fine 2019 e a quasi 700.000 alla fine del 2020, se nel frattempo non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate, che ha raccolto in totale circa 220.500 domande. 

Secondo Luca Di Sciullo, presidente di Idos, “provvedimenti una tantum come le regolarizzazioni non sono sufficienti, di per sé, a cambiare dinamiche strutturali di esclusione e di disconoscimento. Sarebbe necessario accompagnare le regolarizzazioni, che periodicamente sanciscono i limiti della legge vigente nel governare il fenomeno migratorio, a una seria riforma di quest’ultima, il cui impianto risale a ben 22 anni fa”.

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La Repubblica: Il decreto sicurezza ha prodotto 140mila migranti invisibili in più

sabato 17 ottobre 2020

Migranti. Le navi-quarantena diventate la "flotta della vergogna", sofferenza e contagio. Trasferiti anche migranti positivi provenienti dai centri di accoglienza

Il Riformista
Rubattino, Moby Zazà, Rapsody, Allegra, Aurelia, Azzurra, Adriatico: traghetti da turismo che a molti evocheranno bei ricordi, momenti di svago e vacanza. E invece quelle elencate sono diventate le navi che compongono la flotta italiana della vergogna, allestita a partire dal mese di aprile affinché a bordo di queste imbarcazioni si svolgesse il periodo di sorveglianza sanitaria per i migranti soccorsi in mare o arrivati autonomamente sulle nostre coste.


Questa misura, disposta con provvedimento del Capo della Protezione civile Borrelli, aveva presentato sin da subito problemi sotto il profilo giuridico e dei costi, eppure il trasferimento dei naufraghi su queste navi con una adeguata assistenza sembrò una iniziativa persino migliorativa rispetto allo stallo che li teneva per giorni e settimane bloccati sulle imbarcazioni che li avevano soccorsi.

Già a maggio avevo presentato un'interpellanza al governo per fare luce su queste criticità, ma senza ricevere risposta. Il disagio e la sofferenza causati da questa nuova misura and Covid per soli stranieri si sono rivelati nel modo più tragico in quello stesso mese, con la morte di un ragazzo tunisino di 28 anni che si è gettato dalla Moby Zazà nel mare forza 5 davanti Porto Empedocle. Un esito imprevedibile? Una disgrazia?

No, perché, se ce ne fosse bisogno, è documentato nel dettaglio anche dalle relazioni frutto dei sopralluoghi dei Procuratori di Agrigento quale sia la situazione di esasperazione, di prostrazione e di malessere psichico e fisico che vivono i naufraghi che hanno attraversato il Mediterraneo Centrale fuggendo dalla Libia. Ma questa tragedia non è stata sufficiente a indurre il nostro governo a un ripensamento sulle navi quarantena.

Passano i mesi e altre centinaia di persone vengono portate su quelle navi e altre navi si aggiungono a questa flotta. Tra questa la "Allegra" che - a dispetto del nome - accoglie il dolore, la solitudine e l'agonia di Abou, quindicenne della Costa D'Avorio, salvato in mare dalla Ong Open Arms, tenuto sulla nave quarantena per due settimane di "sorveglianza sanitaria" talmente efficace da non riuscire a evitargli la morte, per cause ancora tutte da accertare.

Nel frattempo l'estate è trascorsa e la misura della quarantena a bordo delle navi degenera: non viene più disposta solo nei confronti di chi viene soccorso in mare o arriva autonomamente sulle coste italiane (come previsto dal decreto del Capo della Protezione Civile di aprile), bensì anche nei confronti di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti e ospitati in centri di accoglienza. 

Come denunciato e documentato da Arci e Asgi, alcuni stranieri risultati positivi al test Covid vengono trasferiti con viaggi di centinaia di chilometri, contro la propria volontà e senza fornire loro alcuna informazione, per essere rinchiusi su queste navi della disperazione, senza ricevere assistenza medica né supporto di alcun tipo.

La degenerazione di questa prassi in vera e propria illegalità è così completata sotto la spinta della paura del virus che si somma alla paura dello straniero (portatore del virus), in una miscela esplosiva per lo stato di diritto.

Le navi quarantena si stanno trasformando in veri e propri hotspot galleggianti - proprio quello che si temeva e che andava evitato - e da luoghi di sorveglianza sanitaria finalizzata alla prevenzione della diffusione del virus in luoghi in cui il virus viene portato. Vengono ristrette in spazi spesso privi di finestre, e notoriamente favorevoli alla diffusione dei contagi, persone che devono solo trascorrere un periodo di osservazione insieme a persone positive.

Cioè, ci si mette dentro il Covid, letteralmente, e poi si butta la chiave. Illustri virologi hanno lanciato l'allarme sull'enorme errore che si sta facendo, ricordando la vicenda della nave da crociera "Diamond Princess". In quel caso il capitano Arma gestì con controllo e saggezza una situazione difficile e improvvisa, ricevendo il ringraziamento del Presidente Mattarella e il titolo di Commendatore. Quale onorificenza meritano gli esponenti del governo e della Protezione Civile responsabili dello scempio delle navi quarantena?

Riccardo Magi

Filippine - Attivista dei diritti umani Reina Mae Nasino in carcere. Muore la bambina appena nata sottratta alla madre.

Il Dubbio
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.


È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.

Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.

Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.

È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.

Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.

A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.

La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. 

Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.

Alessandro Fioroni

venerdì 16 ottobre 2020

7 pietre di inciampo (3 bambini) impreziosiscono la soglia della mia casa. Memoria quotidiana della deportazione ad Aushwitz di 1.059 ebrei romani il 16 ottobre 1943

Blog Diritti Umani - Human Rights

Tutte le volte che entro ed esco da casa, mi imbatto su 7 pietre di inciampo, memoria quotidiana di una ferita che ha sfregiato nel 1943 la città di Roma con la deportazione di 1.059 ebrei romani. Erano 7 miei "inquilini" che non dobbiamo dimenticare e rendono questa casa uno dei tanti luoghi della "Memoria" della nostra città. 


Sono di 5 membri della famiglia Di Consiglio, mamma, papà e 3 bambini, Ada di 6 anni, Marco di 4 anni e Mirella 1 anno, deportati il 16 ottobre 1943 ad Aushwitz e assassinati il 23 ottobre 1943. 


E altre due pietre sono dedicate a Lazzaro Spizzichino e Eleonora Anav arrestati nel marzo 1944 nei giorni del massacro delle Fosse Ardeatine e anche loro deportati  e assassinati ad Aushwitz.

Ezio Savasta






giovedì 15 ottobre 2020

Myanmar: continuano attacchi a civili nello stato di Rakhine, villaggi bruciati, civili uccisi e feriti. ONU: possibili crimini contro l'umanità.

Amnesty International

Diffuse da Amnesty nuove prove di attacchi indiscriminati contro la popolazione civile dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, dove è in corso un conflitto armato tra l’esercito e il gruppo Arakan Army.


Le prove si basano su testimonianze oculari, fotografie, video, immagini satellitari, articoli di stampa e dichiarazioni di fonti della società civile locale.

Tra le nuove prove c’è la conferma dell’uso di mine antipersona che hanno causato morti e feriti e dell’incendio di un intero villaggio, nella zona centrale dello stato di Rakhine, all’inizio di settembre, così come di quello di oltre 120 abitazioni di altri due villaggi nella stessa zona. I dati registrati dal satellite il 3 settembre hanno confermato anomalie termiche.

L’organizzazione per i diritti umani ha anche notato l’aumentata presenza dei militari lungo il confine tra Myanmar e Bangladesh e ha appreso con preoccupazione da fonti di stampa che l’esercito sta utilizzando bambini rohingya come facchini in zone dove sono in atto forti scontri armati.

Secondo un gruppo della società civile, dal dicembre 2018 i conflitti in corso negli stati di Rakhine e di Chin hanno causato 289 morti e 641 feriti tra la popolazione civile. Questo dato non può essere verificato in modo indipendente, a causa dei ripetuti blackout di Internet e della censura contro la stampa. Tuttavia, nel luglio 2020 Amnesty International è stata in grado di confermare che l’esercito di Myanmar ha attaccato e bombardato obiettivi civili.

La stessa Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha parlato il 14 settembre di “possibili crimini di guerra o persino crimini contro l’umanità“.

Secondo l’Ufficio di coordinamento delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, tra gennaio 2019 e settembre 2020 il conflitto ha causato lo sfollamento di quasi 90.000 persone, che sono andate ad aggiungersi agli oltre 130.000 rohingya sfollati interni dal 2012. Altre centinaia di migliaia di rohingya si trovano in Bangladesh.

Alla luce di queste nuove prove, Amnesty International è tornata a sollecitare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a deferire la situazione di Myanmar al Tribunale penale internazionale.

mercoledì 14 ottobre 2020

La Norvegia, che non è membro della UE, sanziona Polonia e Ungheria per il mancato rispetto dei diritti umani

Il Post
La Norvegia ha un’idea precisa su diritti umani e stato di diritto - Continua a tagliare le sovvenzioni a Polonia e Ungheria, due paesi semi-autoritari, e si mostra più efficace dell'Unione Europea che per ora ne sta solo discutendo

La prima ministra norvegese Erna Solberg (EPA/Valda Kalnina)

Negli ultimi mesi la Norvegia ha preso una serie di iniziative per sanzionare due paesi membri dell’Unione Europea – Ungheria e Polonia – a causa delle loro ripetute violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto. Il governo norvegese, che dal 2013 è guidato da Erna Solberg, del Partito Conservatore, ha sospeso l’erogazione di milioni di euro di sovvenzioni, provocando effetti molto più rilevanti ed estesi di quelli prodotti finora dalle iniziative dell’Unione Europea, a quanto pare non altrettanto efficaci.

La Norvegia non è membro dell’Unione Europea, ma fa parte del mercato unico grazie all’accordo sullo spazio economico europeo (SEE, che include i paesi dell’Unione, Islanda, Liechtenstein e Norvegia), che ha tra i suoi obiettivi quello di ridurre le disparità economiche in tutto il SEE. Attraverso il sistema delle sovvenzioni del SEE e della Norvegia, il governo norvegese dà ingenti somme di denaro a quindici paesi membri dell’Unione economicamente più deboli, tra cui Ungheria e Polonia. 

Negli ultimi anni, però, il governo norvegese è diventato sempre più esigente per quanto riguarda gli standard richiesti sui diritti umani e sullo stato di diritto per accedere ai fondi erogati: «a volte è andato anche oltre la stessa Unione Europea», ha scritto Politico.




Non fa notizia! Migranti: naufragio a Sfax in Tunisia, 13 corpi ripescati (7 donne e 3 bambini), proseguono ricerche 7 i soccorsi, 9 ancora dispersi

AnsaMed
Con il ritrovamento di altri due corpi sale a 13 morti e 9 dispersi il bilancio del naufragio di una barca carica di migranti in gran parte africani, avvenuto domenica scorsa al largo di Sfax in Tunisia.
 


Lo rende noto il portavoce del Tribunale di Sfax, Mourad Turki, precisando che unità della Guardia costiera e della Protezione civile sono ancora al lavoro per cercare altri eventuali superstiti, oltre ai 7 già soccorsi domenica.

Secondo le informazioni raccolte dai sopravvissuti l'imbarcazione, della quale non si conosce il punto esatto di partenza, trasportava 29 persone, tra cui anche due tunisini.

Tra gli annegati ci sono 7 donne e tre bambini, compreso un neonato di meno di sei mesi. Recuperato anche il corpo di uno dei due tunisini, un uomo di Sfax.

lunedì 12 ottobre 2020

Bangladesh - Degenerano le condizioni nei campi profughi dei Rohingya. 7 morti e centinaia costretti a fuggire per scontri tra gruppi rivali.

AGI
La violenza di gang rivali sta seminando morte e terrore nei campi rifugiati Rohingya vicino a Cox's Bazar, città del Sud-Est del Bangladesh, dove almeno 7 persone sono morte e alcune centinaia sono state costrette a fuggire. 

Il Campo profughi di Cox's Bazar nel Sud-Est del Bangladesh

"Le sette vittime, tra cui una donna, sono state registrate nei giorni scorsi", ha riferito al Guardian Shamsud Douza, ufficiale di polizia incaricato del controllo dei campi profughi.

Per gli occupanti dei campi, le ore più pericolose sono quelle notturne, quando operatori umanitari e forze di sicurezza si ritirano, lasciandoli in mano alle gang in lotta per il controllo del traffico di droga, ma non solo. A scontrarsi sono, in particolare, il gruppo di Munna - nome dato dal suo leader, sospettato di gestire il narcotraffico dal Myanmar - e una fazione legata al gruppo ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). I contendenti, tutti Rohingya, appiccano il fuoco alle casupole dei rifugiati, costringendoli a ripararsi altrove, portando con se' i pochi beni che riescono a salvare dalle fiamme.

I vertici del movimento ribelle Arsa - responsabile di attacchi ai militari in Myanmar tra il 2016 e il 2017, facendo scatenare la 'pulizia etnica' ai danni dei Rohingya, costretti a rifugiarsi in Bangladesh - hanno preso le distanze degli ultimi episodi di violenza nei campi profughi di Cox's Bazar. "Siamo incastrati da queste gang", hanno scritto in un comunicato ufficiale. "La situazione si sta deteriorando e nei campi i Rohingya sono impauriti, hanno bisogno di protezione", ha riferito Matthew Smith, responsabile del gruppo di difesa dei diritti Fortify Rights.

Le crescenti violenze hanno costretto gli operatori umanitari a sospendere momentaneamente le proprie attività, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei rifugiati. L'Unhcr (Agenzia Onu per i Rifugiati) sta provvedendo a fornire aiuti umanitari ai nuovi sfollati e, dopo alcuni giorni di sospensione e' tornata a riprendere le proprie attivita' nei campi, che in tutto ospitano 1 milione di persone.

Al centro delle violenze dei giorni scorsi c'è il controllo del mercato della metamfetamina 'yaba' prodotta in Myanmar e sempre più consumata in Bangladesh. Il gruppo di Munna ha reclutato giovani disoccupati offrendo loro alte retribuzioni per portare avanti le sue attivita' illegali, facendo perdere influenza al movimento Arsa, che si sta ribellando all'indebolimento delle sue posizioni.

In Bangladesh i rifugiati Rohingya sono accusati di aver introdotto quella droga, che ha già creato milioni di dipendenti, con gravi conseguenze in termini di sicurezza e sociale. "La mancanza di progressi per arrivare a soluzioni durevoli, in particolare il rimpatrio volontario sicuro e dignitoso dei rifugiati nelle loro case in Myanmar, ha aumentato l'incertezza e la disperazione nei campi, contribuendo alla situazione attuale", ha avvertito Louise Donovan, portavoce Unhcr a Cox's Bazar.

Amnesty International per l'Asia meridionale ha avvertito che le crescenti violenze e le difficili condizioni in quei campi e intorno non dovrebbero essere utilizzate dal governo del Bangladesh per giustificare il suo controverso piano di ricollocazione dei rifugiati a Bhasan Char, isola nel Golfo del Bengala. Gia' in 300 sono stati trasferiti sull'isola e alcune donne hanno accusato le guardie di aver commesso abusi sessuali.

Veronique Viriglio

domenica 11 ottobre 2020

Suicidi in carcere: 20 volte in più della popolazione libera, ma queste morti non fanno notizia

Il Riformista
L’ultimo è di qualche giorno fa: un ragazzo ventiduenne suicida nel carcere di Brescia in una vicenda da chiarire in molti suoi particolari. Il giovane era caduto in un forte stato depressivo dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da un imprenditore che gli offriva capi d’abbigliamento in cambio di prestazioni sessuali. 

La Procura di Brescia proprio in questi giorni stava chiudendo le indagini ma il giovane si è tolto la vita nella sua cella.

Ma i suicidi in carcere continuano a essere una tragedia silenziosa che si ripete con feroce regolarità. Il 2 ottobre scorso si è tolto la vita Carlo Romano, detenuto a Rebibbia da sei mesi: aveva 27 anni e conclamati problemi psichici che l’avevano già spinto a tentare il suicidio e per questo era passato alla sorveglianza a vista che gli era stata revocata proprio il giorno precedente. La Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni sottolinea che si tratta dell’ennesimo caso di una persona «che forse poteva essere curata all’esterno». Lo scorso 28 settembre è toccato a un uomo di origini albanesi che era in attesa di giudizio nel carcere di Bologna, il compagno che condivideva la camera con lui non si sarebbe accorto di nulla. Solo il giorno precedente, il 27 settembre, nel carcere di Castrovillari (CS) un detenuto marocchino ha approfittato del cambio turno della polizia penitenziaria per impiccarsi con un lenzuolo. Nella notte tra il 29 e il 30 agosto si è impiccato nella sua cella, dove si trovava solo, Omar Araschid, di origini marocchine, era recluso nell’area dei “sex offenders” e avrebbe nuovamente guadagnato la libertà nel 2021.

Il 27 agosto nel carcere di Pescara il 63enne Dante Di Silvestre aveva ricevuto da due giorni il diniego di lavorare fuori dal carcere dal magistrato dell’Ufficio di sorveglianza, per lui è stato un colpo durissimo, ha messo da parte gli effetti personali e un biglietto per la moglie e approfittando del regime di semilibertà che gli era stato riconosciuto per il suo comportamento esemplare, nel cortile del carcere ha utilizzato una corda che usava per il lavoro e si è impiccato a una sbarra. Di Silvestre era in carcere dopo la sentenza definitiva a 11 anni, con i benefici di legge aveva già scontato quasi metà della pena e aveva ottenuto la semilibertà. Poi, ancora: a Milano un 42enne algerino era stato fermato per tentato furto, era in una stanza da solo in Questura in attesa di fotosegnalamento. Si è tolto la maglietta, l’ha legata alle grate della finestrella della stanza vuota e l’ha stretta al collo. Quando gli agenti l’hanno trovato era già troppo tardi. Il 20 agosto si è impiccato al carcere Pagliarelli di Palermo Roberto Faraci, 45 anni, entrato in prigione da pochi giorni, anche lui sfruttando il fatto si essere stato lasciato solo.

È una moria di storia e di persone impressionante, che si ripete con cadenza mostruosa. Il 19 agosto un suicidio nel carcere di Lecce, il 17 Giuseppe Randazzo a Caltagirone, il 12 agosto sempre al Pagliarelli di Palermo (dove sono avvenuti ben 3 suicidi nel solo mese di agosto) si è impiccato (il solito drammatico cliché) Emanuele Riggio. Il 30 luglio nel carcere di Fermo si è suicidato un 23enne, di cui dalle cronache non si riesce nemmeno a risalire al nome. Aveva 23 anni anche Giovanni Cirillo che si è ammazzato il 26 luglio aSalerno e ne aveva 24 invece il detenuto che si è ammazzato a Como nello stesso carcere dove un mese prima in un’altra sezione si è tolto la vita, impiccandosi con la corda della tuta da ginnastica, un detenuto tunisino di 33 anni. In quell’occasione erano stati i compagni di cella, di ritorno dopo il periodo trascorso all’aria, a trovare il corpo senza vita. La conta dal 17 gennaio di quest’anno (quando si verificò il primo suicidio nel carcere di Monza) a oggi è incivile: 45 suicidi dall’inizio dell’anno, tutti per impiccamento tranne 4 casi di suicidi per asfissia provocata da gas. A questi numeri si aggiungono 27 casi di morti da accertare, tutt’ora al vaglio degli inquirenti.

Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, sarebbero 1100 i tentativi di suicidio ogni anno evitati dagli agenti. Il Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, adottato il 21 luglio del 2017, non ha rallentato la catena di suicidi: 52 nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019. La frequenza dei suicidi in carcere è di 20 volte superiore alla norma, mentre quella tra gli agenti penitenziari è 3 volte superiore alla norma e risulta anche la più elevata tra tutte le Forze dell’Ordine. Secondo il sito ristretti.it «è facile concludere che i detenuti si uccidono a centinaia (e tentano di uccidersi a migliaia) in primo luogo perché percepiscono di non essere più portatori di alcun diritto: privati della dignità e della decenza, trascorrono la propria pena immersi in un “nulla” senza fine».

Ma la notizia fatica sempre ad arrivare ai giornali e fatica infilarsi nel dibattito pubblico. Rimangono le brevi di cronaca date ogni tanto su qualche sito locale:la politica fa spallucce (se addirittura non invoca ancora meno diritti) e l’opinione pubblica è colpevolmente distratta. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri – sosteneva Voltaire – poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione»: qui la situazione è sempre nera, nerissima ma i palazzi sembrano non accorgersene.

Pena di morte: Sant’Egidio lancia il nuovo sito web della campagna per l’abolizione e favorire l'umanizzazione delle carceri

SIR
In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che si celebra domani, la Comunità di Sant’Egidio ribadisce il proprio impegno per l’abolizione di questa misura inumana e ingiusta, per la difesa della vita di ogni condannato e presenta il nuovo sito della campagna per un mondo senza pena di morte: nodeathpenalty.santegidio.org


La nuova piattaforma è fruibile su tutti i dispositivi (desktop, tablet e mobile) e vuole essere uno strumento che consenta di partecipare attivamente alla campagna, attraverso l’invio di appelli e petizioni, e la condivisione degli eventi online.

In questo tempo di pandemia, si legge in un comunicato, “le condizioni di coloro che vivono già in estremo isolamento in carceri di massima sicurezza e spesso in attesa di esecuzione, sono divenute ancora più drammatiche, in ogni parte del mondo”. 

La Comunità ha moltiplicato i propri sforzi per umanizzare la vita dei detenuti, “ed è significativo che nel momento in cui l’umanità si è confrontata con una condizione di particolare vulnerabilità, sia sensibilmente cresciuto il numero di coloro che hanno voluto impegnarsi in questa battaglia per la difesa della vita umana, sia con l’adesione sempre più massiccia agli appelli per i condannati a morte, sia nella richiesta di corrispondere con i detenuti”.

Sant’Egidio, tra i fondatori della World Coalition Against the Death Penalty, segue con attenzione l’evoluzione ed accompagna gli sforzi dei Paesi, come la Repubblica centrafricana e il Kazakistan, che decidono di consegnare alla storia la pena capital,e e guarda con fiducia alla prossima Assemblea generale Onu, a inizio dicembre, dove – dopo la pubblicazione di un rapporto specifico del segretario generale – sarà votata una nuova risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni, con una maggioranza che si preannuncia più ampia della precedente.

venerdì 9 ottobre 2020

Fondazione Migrantes: Nessuna invasione, smentita la propaganda "Scende il numero dei migranti, rovesciato un trend di decenni"

Il Riformista
Nessuna invasione, i dati smentiscono la propaganda. Appello alla politica: "Bene la modifica dei decreti sicurezza. Ora supportare percorsi di regolarità". "Conoscere per comprendere": dice tutto il titolo del Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas italiana e Fondazione Migrantes.


Il pregiudizio che si è fatto largo, amplificato negli studi TV dalla propaganda di qualcuno, si scontra con la realtà dei numeri. I migranti diminuiscono, rovesciando un trend di alcuni decenni. I 5.300.000 che risiedono da tempo in Italia, l'8,8% della popolazione, a dispetto della sbandierata "invasione africana", provengono essenzialmente da Romania, Marocco, Albania, Cina, Ucraina e India. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più. In calo anche le nascite di figli di immigrati e le acquisizioni di cittadinanza.
[...]
Parchi tanto nelle nascite quanto nelle acquisizioni di cittadinanza. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più, insieme ad un calo delle nascite di figli di immigrati, da 67.933 nel 2017 a 62.944 nel 2019. Scendono anche le acquisizioni di cittadinanza, da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019. E si conferma la tendenza all'inserimento stabile con il 62,3% dei permessi a lunga scadenza. Appena il 5,7% sono i permessi collegati all'asilo e alla protezione internazionale, solo l'1,5% quelli per studio.

A delinquere è una minoranza esigua. La controprova si ottiene confrontando i dati con quelli del Dap, a via Arenula. Su una popolazione carceraria di 60.971 detenuti, a fine gennaio di quest'anno risultano essere presenti 19.841 cittadini stranieri: erano 20.255 nel 2018. "I cittadini stranieri, piuttosto, sono fra le principali vittime di reati collegati a discriminazioni", dice il Rapporto: in generale, si osserva, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di reati denunciati all'autorità giudiziaria dalle forze di polizia è diminuito del -9,8%: nel 2019 sono stati denunciati 2.629.831 delitti rispetto al 2018, quando erano stimati in 2.371.806. Una diminuzione che prosegue dal 2003 e che investe tutte le fattispecie criminose.

Non meno infondato è il Dagli all'untore. "Non c'è stato in questi mesi alcun allarme sanitario ricollegabile alla presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. La prevalenza di casi positivi è analoga a quella della popolazione generale".

[...]
Aldo Torchiaro

giovedì 8 ottobre 2020

Dietro al "muro" europeo eretto sulla "Rotta Balcanica", l'odissea dimenticata di migliaia di migranti: violenze, incidenti e morti. E in migliaia ammassati nei campi al confine con la Croazia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Fonti dell'Ansa riferiscono che a Bihac, in Bosnia-Erzegovina sono stati uccisi due migranti e che ci sono stati molti feriti, anche gravi, negli scontri fra gruppi rivali di profughi ad inizio ottobre, non lontano dal confine con la Croazia.
Una famiglia di rifugiati alla frontiera  tra Bosnia e Croazia - Foto: Valerio NIcolosi

Nella zona di Bihac migliaia di migranti in marcia lungo la "Rotta Balcanica" cercano in tutti i modi di attraversare la frontiera con la Croazia per proseguire il viaggio verso i Paesi dell'Europa occidentale.

Gli scontri sono avvenuti mentre si preparava un "game" per cercare di attraversare la frontiera con la Croazia. Il "game" è il tentativo superare il confine, cercando di attraversarla contemporaneamente in gran numero. Molti vengono fermati, subendo violenze da parte della polizia di frontiera, ma alcuni riescono a passare, lo decide la sorte. Degli immigrati raccontano di essere riusciti a passare dopo numerosi tentativi falliti.

La Rotta Balcanica

Sono 1500 i migranti nel campo ufficiale di BIhac gestito dall'organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), rimasti bloccati per più di quattro mesi per il Covid all'interno del campo.

Altre migliaia sono presenti nei campi informali nati nella regione della Bosnia-Erzegovina al confine con la Croazia.

Con la riapertura nel mese di giugno sono ripresi i "game" con le tragiche conseguenze che si stanno registrando in questi giorni.

Davanti al flusso di migranti che provengono dalla Grecia nell'intervista rilasciata a "Rivista.it" di Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti lungo la rotta balcanica di IPSIA-ACLI riferisce: «Il governo del Cantone di Una-Sana, che è una regione che appunto fa parte di questo complesso sistema politico della Bosnia-Erzegovina, ha emanato l'ennesima direttiva contro i migranti, dicendo che non possono prendere gli autobus. Questo in parte era già in atto, nel senso che li obbligavano a scendere, però ora hanno vietato anche il movimento interno al cantone stesso. Inoltre, la popolazione locale ha cominciato a manifestare. Ci sono state a fine agosto delle proteste sia a Velika Kladuša e poi successivamente a Bihac, a cui è seguita l’ennesima decisione del cantone di Una-Sana secondo cui nessun nuovo registrato può accedere ai campi sul territorio. Il fatto però è che non stiamo parlando di immigrazione illegale: le persone che entrano in Bosnia si registrano come richiedenti asilo e hanno un foglio che li legittima a rimanere sul territorio dello Stato bosniaco-erzegovese fino a quando non espleteranno tutta la procedura, per cui sono tutelati come tutti quanti dalle convenzioni internazionali. Nessuno potrebbe vietare loro l'accesso ai campi e alle strutture, nessuno potrebbe vietare loro la possibilità di muoversi con taxi, autobus e altri mezzi di trasporto, invece tutto questo viene fatto violando costantemente la loro dignità, la loro libertà e i loro diritti».

La grave situazione della regione non ha la necessaria attenzione da parte degli organismi preposti che non programmano e mettono in atto interventi adeguati. É un problema globale ed europeo.

Dietro questo muro europeo sono nate queste realtà, oltre che nella regione di Bihac, com'è noto, anche nei campi profughi ufficiali e informali nelle isole greche. Tutti luoghi di grave emergenza umanitaria che coinvolgono decine di migliaia di bambini, donne, anziani, persone fragili sul territorio europeo.

Ezio Savasta

Fonti: AnsaMed - Migranti: Bosnia, due morti in scontri a Bihac - Incidenti fra gruppi rivali di profughi

mercoledì 7 ottobre 2020

Migranti. Fiaccolata per Abou, minore non accompagnato di 15 anni, torturato in Libia e morto in Italia.

Il Dubbio
Proprio quando si riparla di decreti sicurezza, un caso tragico getta pesanti ombre sulla gestione dell'immigrazione. Si tratta della scomparsa di Abou, un ragazzo di 15 anni, migrante della Costa d'Avorio, sbarcato dalla nave quarantena Allegra, in rada a Palermo, e deceduto presso l'ospedale Ingrassia del capoluogo siciliano i primi giorni di ottobre.


Per questo ieri sera si è svolta una fiaccolata organizzata dal Forum Antirazzista di Palermo, per ricordare Abou e mostrare vicinanza "a tutte le persone che sono costrette dopo viaggi ed esperienze terrificanti e dopo le torture e le violenze in Libia a subire respingimenti, odio e rifiuto da parte della nostra Unione europea. Vogliamo dare l'abbraccio che Abou ha cercato e non ha ricevuto".

Tutto comincia l'8 settembre scorso quando la nave della Ong spagnola Open Arms salva e carica a bordo 83 naufraghi partiti da Zuara in Libia. Da quello che è stato ricostruito in quei momenti sembra accertata la presenza di un ragazzo proveniente dalla Costa d'Avorio. I medici di Emergency riscontrano casi di scabbia "problemi di malnutrizione e scabbia. Un altro ragazzo presenta una lesione da decubito sulla natica sinistra a causa di tutto il tempo passato seduto nelle prigioni libiche". Due giorni dopo, mentre la Open Arms è in attesa di un porto dove sbarcare, altre 87 persone vengono tratte in salvo e l'11 settembre se ne aggiungono ben 116 fino a raggiungere 276. Dopo che Malta e Italia rifiutano un attracco sicuro, il 18 i migranti vengono trasbordati sulla nave Allegra per la quarantena. La cosa non avviene in modo tranquillo, 126 persone tentano la fuga gettandosi in acqua, altre 140 rimangono a bordo ma la situazione è tragica. La quarantena inizia in condizioni di salute precarie a causa delle torture subite in Libia e dalle privazioni del viaggio.

Abou è tra loro e il suo stato psico-fisico peggiora velocemente. I suoi compagni si allarmano e chiamano urgentemente un medico che visita il ragazzo. Il referto è chiaro: "Mi riferiscono - afferma il personale sanitario, che (il ragazzo ndr) non parla e non si nutre da circa tre giorni. Il paziente è apiretico, apparentemente disorientato, poco collaborante... all'ispezione sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere... il paziente lamenta dolore in sede lombare bilaterale. Si sospetta un coinvolgimento renale conseguente a stato di disidratazione".

I medici riferiscono anche che il quindicenne rifiuta di bere e qualsiasi terapia gli venga proposta. Il 29 settembre si dichiara necessario lo sbarco e il ricovero urgente. Arrivato in ospedale il 30, è riscontrata la negatività al Covid ma viene curato per polmonite, inoltre è certo uno stress post traumatico, denutrizione e disidratazione. Abou entra in coma e muore due giorni dopo.

Intanto è stato aperto un fascicolo a seguito di una denuncia ed è stata sequestrata la cartella clinica. Sarà quindi la Procura di Palermo a coordinare le indagini sulla morte del minore non accompagnato. Il tutore Rossella Puccio e il legale Michele Calantropo, autori dell'esposto hanno commentato così la loro decisione: "Noi abbiamo rappresentato tutti i fatti, inclusi quelli più anomali a partire dal fatto che i minori non accompagnati devono avere sempre un tutore, anche su una nave quarantena, che è pur sempre territorio italiano".

Alessandro Fioroni

lunedì 5 ottobre 2020

Bielorussia - Dai media locali - Come ogni domenica almeno 100.000 in piazza a Minsk - La polizia usa gli idranti

Rai News 24
La polizia ha usato gli idranti per disperdere la folla che si è radunata nel centro di Minsk. Lo riferiscono fonti locali. Una protesta, che arriva proprio nella prima domenica dopo l’annuncio delle sanzioni dell’Unione Europa contro la Bielorussia. 


L’opposizione dunque, che contesta la rielezione di Alexander Lukashenko, anche oggi è riuscita a mobilitare migliaia di cittadini. Sul canale Telegrram NEXTA Live, tramite il quale vengono coordinate le azioni dell'opposizione, si annuncia che la manifestazione di oggi è dedicata ai "detenuti politici". 

Centinaia di manifestanti, leader di movimenti politici, sindacati e giornalisti sono stati arrestati e messi in carcere per aver partecipato o organizzato le proteste. Ogni domenica le autorità bielorusse schierano a Minsk forze antisommossa,veicoli corazzati, jeep rinforzate e cannoni ad acqua. Inoltre, limitano l'accesso a Internet mobile e riducono il funzionamento dei trasporti pubblici per rendere più difficile la mobilitazione. 

In altre parti del paese, dove si svolgono anche grandi manifestazioni, ci sono stati sporadici scontri e sono stati utilizzati gas lacrimogeni e granate stordenti. Ma gli interventi della polizia sembrano meno violenti rispetto ad agosto, quando il governo ha usato ogni mezzo per fermare le proteste. Decine le persone ferite, migliaia gli arresti. 

sabato 3 ottobre 2020

Gran Bretagna - Gestione migranti, tra le ipotesi: reclusione su vecchie navi o piattaforme petrolifere dismesse

Il Manifesto
Gran Bretagna. Tra le ipotesi anche il trasferimento su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all’estero. Per il 2021 previsto un sistema a punti: entra solo chi è qualificato


Non sono solo i problemi legati alla futura gestione del mercato interno a far salire la tensione tra Gran Bretagna e Unione europea. Anche se per ora se ne parla poco o niente tra il governo di Boris Johnson e Bruxelles c’è un altro argomento che rischia di inasprire ulteriormente i rapporti e riguarda l’immigrazione.

Quando mancano tre mesi alla Brexit, Londra non ha infatti ancora un piano su come gestire un fenomeno che negli ultimi mesi, pur mantenendosi lontano dai numeri che si vedono in Spagna, Grecia o Italia, ha comunque fatto registrare un aumento degli sbarchi di migranti provenienti dalla vicina Francia. Cosa fare di queste persone è una delle questioni sul tavolo che Londra sa di dover risolvere al più presto.

Con la fine del periodo di transizione fissata per il 31 dicembre, e quindi con la conseguente uscita dall’Unione europea, finisce anche la possibilità per la Gran Bretagna di usufruire di quanto previsto dal regolamento di Dublino, per il quale la responsabilità del migrante ricade sul Paese di primo approdo. In futuro non sarà quindi più possibile per Londra rimandare indietro quanti arrivano dal Continente come accade oggi.

Per ovviare a questa situazione un mese fa il governo britannico ha presentato a Bruxelles una bozza di accordo che di fatto non cambierebbe nulla, prevedendo la possibilità di rimandare indietro «tutti i cittadini di Paesi terzi e gli apolidi» che entrano nel suo territorio senza documenti verso i Paesi attraverso i quali hanno viaggiato. Insomma una specie di Dublino fatto in casa e in maniera unilaterale che secondo il Guardian non sarebbe piaciuta ai funzionari dell’Unione europea, al punto da respingere la proposta perché «troppo sbilanciata».

«Stiamo sviluppando piani per riformare le nostre politiche migratorie e di asilo in moda da poter continuare a fornire protezione a chi ne ha bisogno, mentre evitiamo criminalità e abusi del sistema», ha dichiarato un portavoce di Dowing Street ammettendo di considerare anche alle misure adottate in altri paesi.

In realtà, almeno per ora, il governo britannico sembra essere preso da una specie di isteria in grado di produrre soluzioni tra le più disparate. Tra le ultime, anticipate dalla stampa inglese, c’è quella di affittare vecchie navi in disuso da ancorare e sulle quali confinare i migranti arrivati attraverso il canale della Manica, in attesa che venga definito il loro status. 

Stando a quanto rivelato dal Financial Times Londra starebbe trattando con l’Italia l’acquisto per sei milioni di euro di una imbarcazione di 40 anni in grado di ospitare 1.400 persone in 141 cabine. Un’altra ipotesi riguarderebbe una nave da crociera dove potrebbero trovare posto 2.417 persone in mille cabine. In questo caso il prezzo sarebbe di 100 milioni di euro. 

Ma nella lista delle proposte figura anche la possibilità di trasferire i migranti su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all’estero, in Paesi come Moldova, Marocco, Papua Nuova Guinea, Ascensione e Sant’Elena. Proposte che ricordano le misure adottate in passato dall’Australia.

Accordo o no per il dopo Brexit la Gran Bretagna lavora da tempo a un ulteriore giro di vite nei confronti dei migranti. L’idea è che dal 2021 nel Paese debbano entrare solo quelli qualificati e in grado di parlare inglese da selezionare grazie a un sistema a punti che favorirà i migranti in grado di svolgere le attività più ricercate dal mercato del lavoro britannico. La riforma è stata illustrata a in parlamento a luglio dal ministro dell’Interno Priti Patel, equipara comunitari e non e prevede ingressi privilegiati solo per medici, infermieri e altri addetti ai servizi sanitari.

giovedì 1 ottobre 2020

Kazakhstan firma, presso l'ONU, il protocollo contro la pena di morte

ANSA
Il 23 settembre, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, si è svolta la procedura di firma da parte del rappresentante permanente della Repubblica del Kazakhstan presso l'Onu Kairat Umarov del Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici finalizzato all'abolizione della pena di morte. Lo comunica l'ambasciata del Kazakhstan in una nota.


Il documento è un riflesso delle riforme politiche effettuate in Kazakhstan in materia di protezioni dei diritti dei cittadini, con lo scopo di stabilire un dialogo permanente tra il Governo e la società per la costruzione di uno Stato armonioso", afferma l'ambasciata nel comunicato. "Questo era uno degli aspetti chiave del messaggio del presidente Tokaev pronunciato il 2 settembre 2019, finalizzato alla graduale e ponderata trasformazione politica del Paese attraverso la realizzazione del concetto di 'uno Stato che ascolta'. La firma del Secondo protocollo opzionale è la continuazione del percorso volto a restringere gradualmente il campo di applicazione della pena di morte e ad umanizzare la legislazione penale del Kazakhstan. 

L'uso della pena di morte nella Repubblica del Kazakhstan è stato completamente sospeso dal decreto del presidente della Repubblica del Kazakhstan del 17 dicembre 2003 che introduce una moratoria".

"Secondo la legislazione del Kazakhstan - prosegue il comunicato - il Secondo protocollo opzionale della convenzione internazionale sui diritti civili e politici è soggetto a ratifica obbligatoria da parte del Parlamento, poiché riguarda i diritti umani e le libertà civili e stabilisce anche regole diverse da quelle previste dalle leggi della Repubblica del Kazakhstan. Pertanto, questo trattato internazionale entrerà in vigore solo dopo la ratifica da parte del Parlamento kazako".