Pagine

sabato 23 marzo 2019

Romania. Il Consiglio d'Europa denuncia "abusi" e "condizioni precarie" nelle carceri

Nova
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti disumani e degradanti del Consiglio d'Europa si è dichiarato "preoccupato" per quelli che definisce "abusi" e "condizioni precarie" esistenti nei carceri della Romania.

In un rapporto citato dall'agenzia di stampa romena "Agerpres", in seguito alla visita effettuata a febbraio 2018 in dieci centri di reclusione del paese, i membri del Comitato lmentano gli abusi commessi dal personale nei confronti dei detenuti, le violenze tra gli stessi detenuti, nonché i trattamenti degradanti applicati dalla polizia.
Il Comitato del Consiglio d'Europa raccomanda al ministero dell'Interno di Bucarest e all'Ispettorato generale della polizia romena di trasmettere un messaggio chiaro sul fatto che i trattamenti degradanti nei confronti dei detenuti sono illegali, e dimostrano mancanza di professionalità e saranno puniti su misura. 

Il Comitato approva le azioni avviate nel 2014 per una riforma del sistema penitenziario di Romania, soprattutto lo sviluppo del servizio di liberazione condizionale, la diminuzione del numero dei detenuti di circa il 30 per cento, nonché l'introduzione di misure compensatorie per i detenuti reclusi in condizioni di sovrappopolazione.

venerdì 22 marzo 2019

22 marzo - Giornata dell'acqua, nei paesi in guerra le malattie legate all'acqua uccidono più delle le armi

Globalist
Secondo un nuovo rapporto dell'Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell'acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita' 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. 


Il rapporto "Acqua sotto attacco" (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita' in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita' 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

"Le probabilita' gia' sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati - molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura," ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. "La realta' e' che ci sono piu' bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili". Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri. Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita' mentre si lavano e curano l'igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte.

Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l'energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l'accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro - che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.




"Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili," ha dichiarato Fore. "L'acqua e' un diritto di base. È una necessita' per la vita". L'Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L'Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita' dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita' durante le emergenze.




Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita' in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu' giovani hanno piu' probabilita' di morire per malattie legate all'acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita' 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive.

Turchia. Morto in sciopero della fame il prigioniero curdo Zulkuf Gezen

Il Popolo Veneto
Gran brutta notizia. Purtroppo c’era da aspettarselo. Nella prigione (di tipo F) di Tekirdag, dove scontava l’ergastolo, è morto un prigioniero politico. In carcere dal 2007, Zulkuf Gezen era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. 

Zulkuf Gezen


Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici (e altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri, anche in Europa: a Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles…) che con questa radicale protesta – alcuni da più di cento giorni come Leyla Guven – esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.
Gianni Sartori

I giudici smontano il "Decreto Sicurezza" di Salvini. Vinto il ricorso: "I richiedenti asilo possono avere la residenza"

Corriere della Sera - Firenze
Si chiama Yosef, è somalo ed è richiedente asilo, attualmente ospite in un centro di accoglienza a Scandicci. Nell’ottobre dell’anno scorso ha presentato domanda di iscrizione all’anagrafe. Ma il decreto sicurezza varato dal ministro Salvini era appena entrato in vigore. Tra i punti principali (e più contestati) l’esclusione dei richiedenti asilo dall’anagrafe.

Poche settimane dopo, non a caso, il Comune di Scandicci rispondeva a Yosef comunicandogli di «non poter accettare la richiesta di residenza» proprio in base al nuovo decreto sicurezza emanato dal Ministero dell’Interno. 

A questo punto Yosef, assistito dagli esperti avvocati dell’Asgi (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), ha presentato ricorso. Il senso è questo: «È vero che l’articolo 13 del decreto sicurezza dice che, per i richiedenti asilo, il permesso di soggiorno non è più un documento valido per chiedere la residenza anagrafica. Ma la regolarità del soggiorno non si dimostra soltanto col classico permesso di soggiorno, è sufficiente anche il verbale che viene rilasciato ai migranti in questura al momento della domanda d’asilo, il cosiddetto modello C3»

La notizia è, dunque, che il tribunale di Firenze ha accolto il ricorso e ha ordinato al comune di Scandicci «l’immediata iscrizione nel registro anagrafico del richiedente asilo».
L’ordinanza, firmata dal giudice Carlo Carvisiglia, potrebbe segnare un cambiamento perché rimette in discussione alcuni principi del decreto sicurezza e perché, di fatto, potrebbe aprire le porte dell’anagrafe a tutti i richiedenti asilo. Una vittoria importante per gli avvocati fiorentini dell’Asgi, e in particolare dell’avvocatessa Noris Morandi, che ha redatto il ricorso. Ad uscirne sconfitti sono i tecnici del Viminale che, omettendo una postilla nel decreto sicurezza, hanno reso possibile quest’ordinanza che, di fatto, ha affossato gli intenti del ministro dell’Interno di non concedere l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo.

«Il verbale rilasciato dalla questura al momento della domanda di asilo — ribadiscono dall’Asgi — certifica la regolarità del soggiorno in Italia, assolvendo perfettamente alle condizioni previste dalla legge per l’iscrizione anagrafica». Un divieto, quello dell’iscrizione anagrafica, che il ministro Salvini ha giustificato dicendo che «l’eccessivo numero di richiedenti asilo nelle strutture di accoglienza ha spesso determinato un sovraccarico di lavoro per gli uffici anagrafe». Un divieto che però rischia di complicare la vita dei migranti. La mancata iscrizione anagrafica, infatti, non permette loro di avere una carta d’identità, di usufruire del servizio sanitario con un medico di base, di usufruire di un assistente sociale, di trovare un lavoro regolare e di iscriversi al centro per l’impiego, di accedere all’edilizia pubblica.

Secondo il giudice che ha redatto l’ordinanza su Yosef la mancata iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe, sarebbe anche discriminatoria nei confronti degli stranieri visto che «sul versante del principio di eguaglianza, la parità di trattamento tra stranieri regolarmente soggiornanti e cittadini è considerata fondamentale dalla Corte Costituzionale». Quanto al rifiuto dell’amministrazione di iscrivere il ricorrente alle liste anagrafiche del Comune di residenza, «oltre a costituire una lesione di un diritto soggettivo, impedisce il godimento e l’esercizio effettivo dei diritti di rilievo costituzionale».

Una storia lunga e complicata, quella di Yosef (il nome è di fantasia). È arrivato in Italia per scappare alla guerra civile che imperversa in Somalia dagli anni Novanta. Ha una moglie e tre figli in Svezia, ma lui ha scelto di presentare domanda di asilo in Italia, sperando di ottenere la protezione internazionale, perché è molto legato alla cultura italiana, già dai tempi della sua vita in Somalia. Sogna il ricongiungimento familiare coi suoi figli e sua moglie. Nelle prossime ore, Yosef tornerà all’anagrafe. E in base all’ordinanza, gli uffici dovranno accogliere la sua domanda d’iscrizione. «Yosef è contento», racconta Davide Arca dalla Diaconia Valdese. Ha ricevuto la notizia ieri sera, mentre si trovava nella struttura di Scandicci, un appartamento che condivide con altri sette migranti. In questi mesi di accoglienza, ha frequentato i corsi d’italiano e un corso di sartoria. «Adesso per lui sarà più semplice trovare lavoro, potrà iscriversi ai centri per l’impiego e potrà avere la carta d’identità, condizione indispensabile per avere credibilità di fronte a potenziali datori di lavoro», spiegano gli operatori sociali della Diaconia Valdese. Come residenza anagrafica, potrà indicare quella del centro d’accoglienza.

Ma Yosef non è l’unico richiedente asilo in provincia di Firenze ad aver presentato ricorso per la mancata iscrizione anagrafica. Anche altre associazioni hanno svolto lavoro di consulenza giuridica per i propri ospiti, permettendogli così di presentare ricorso. Anche per loro, visto l’ultimo responso del giudice, potrebbero vedersi garantita l’iscrizione all’anagrafe. Una questione, quella del divieto alla residenza, che con l’entrata in vigore del decreto sicurezza sollevò il malcontento di numerose associazioni e anche di molti sindaci, alcuni dei quali presentarono ricorso contro il divieto di iscrizione anagrafica. Tra queste anche la Regione Toscana, che presentò ricorso alla Corte Costituzionale anche a nome di sessanta amministrazioni comunali. E tra questi, quasi un paradosso, anche il Comune di Scandicci. Che ora dovrà accettare la richiesta di Yosef.

Jacopo Storni

giovedì 21 marzo 2019

Giappone, gli anziani che si fanno arrestare per combattere la solitudine

La Repubblica
La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni e le carceri faticano a ospitarli. “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno", dice una signora 80enne.


Pechino - “Quando sono uscita la seconda volta mi sono promessa di non cascarci più. Ma poi là fuori sentivo troppa nostalgia”. Così N. è entrata in un negozio e lo ha fatto di nuovo. Ha rubato un ventaglio, il terzo taccheggio della sua vita, una recidiva che le è costata una condanna a tre anni. Costata, o forse valsa: “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno, non mi sento sola qui”, racconta a Bloomberg questa signora 80enne. Già, anche con un marito, due figli e sei nipoti, in Giappone gli anziani possono sentirsi tremendamente soli. Specie le donne, spesso recluse in casa da una società tra le più maschiliste al mondo. Per questo per molte di loro la prigione è una necessità, se non addirittura una scelta.

La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni. E per molti di loro, nove su dieci nel caso delle donne, i reati sono minori, soprattutto piccoli furtarelli nei negozi. “Mio marito è morto lo scorso anno”, racconta una detenuta. “Non avevamo figli ed ero sola. Ho visto un pacco di carne al supermercato e lo volevo, ma pensavo che sarebbe stato un fardello economico. Così l’ho preso”. Il risultato è che le carceri ora faticano a ospitare tanti anziani. Il costo delle spese mediche nei penitenziari è salito dell’80% negli ultimi dieci anni. Di giorno molti detenuti senior ricevono assistenza da parte di personale specializzato, ma di notte sono i secondini che devono occuparsi di tutto.

Il governo ora assicura ai recidivi dai capelli bianchi una forma di assistenza pubblica. E indagando sul fenomeno, ha scoperto che il 40% di loro viveva da solo prima di commettere un reato. Una condizione sempre più frequente in Giappone, dove il tradizionale welfare familiare si sta velocemente sgretolando e quello statale fatica a tenere il passo. Provocando sofferenze economiche, ma anche sentimentali. “Mio marito ha avuto un ictus sei anni fa, e da quel momento è paralizzato a letto”, racconta a Bloomberg T., 80 anni e due figli, ora alla quarta condanna tutte per furtarelli. “Era durissima prendersi cura di lui, non potevo parlarne con nessuno perché me ne vergognavo. Quando ho rubato avevo soldi in tasca, ma non volevo tornare a casa e chiedere aiuto in prigione era l’unico modo”.

In questa reclusione pubblica questi anziani ritrovano, con le compagne di cella ma anche con il personale delle prigioni, delle relazioni umane che nella reclusione domestica avevano perso. “Non posso dire quanto mi piaccia lavorare nel laboratorio della prigione”, racconta N., 79 anni. “L’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e ho capito la gioia del lavoro. Mi dispiace di non aver mai lavorato. La mia vita sarebbe stata differente”.




FILIPPO SANTELLI

Siria: Onu, più di 70mila civili ammassati nel campo di al Hol

AnsaMed
Beirut - Il campo profughi di al Hol nell'est della Siria al confine con l'Iraq contiene più di 70mila civili, per lo più donne e bambini fuggiti dalle zone teatro del conflitto tra forze curde e Isis nel sud-est. 

Lo riferisce l'Ufficio dell'Onu per il coordinamento umanitario (Ocha). Il campo di al Hol è stato creato a metà degli anni '90 a seguito della Guerra del Golfo del 1991. Ed era stato progettato per ospitare non più di 15mila persone.

mercoledì 20 marzo 2019

Condizioni abitative dei Rom in Italia: presentato un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali

Amnesty Italia
Sgomberi forzati, uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e mancato accesso all’edilizia sociale: sono questi i principali punti sulla base dei quali abbiamo presentato il nostro primo ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.


“È uno scandalo che in una delle maggiori economie europee del 21° secolo alcune delle persone e famiglie più vulnerabili continuino a vivere in condizioni agghiaccianti e a subire un’endemica discriminazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lucy Claridge, direttrice dei Contenziosi strategici di Amnesty International.

Il nostro ricorso mette insieme anni di documentazione di violazioni diffuse e sistemiche della Carta sociale europea e di altri trattati internazionali e regionali vincolanti per l’Italia e mostra come, nonostante iniziative come la strategia nazionale d’integrazione adottata nel 2012, la realtà per i rom resta quella di discriminazione ed esclusione sociale.

“Amnesty International ha documentato numerosi casi di sgomberi forzati, nonostante siano assolutamente proibiti dal diritto internazionale, così come di famiglie che vivono in condizioni terribili e segregate dal resto della popolazione. Dopo il recente sgombero del Camping River di Roma, eseguito nel luglio 2018 col pieno appoggio del ministro dell’Interno e che ha lasciato decine di persone senza un tetto, siamo preoccupati per la determinazione dell’attuale governo a smantellare i campi rom senza fornire alcuna opzione abitativa alternativa adeguata“, ha proseguito Claridge.

Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom comprendono l’assenza di infrastrutture e servizi di base come l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell’alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti.

Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l’unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall’accesso all’edilizia sociale in molte città.

“Le prove presentate al Comitato dei diritti sociali dimostrano che siamo di fronte a un problema che non solo dura da tempo ma che le autorità italiane non intendono affrontare, nonostante i loro obblighi di diritto internazionale“, ha proseguito Claridge.

Sulla base di denunce simili già due volte, tra cui nel 2010, ai tempi della cosiddetta “emergenza nomadi” proclamata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Comitato aveva stabilito che l’Italia aveva violato gli obblighi previsti dalla Carta sociale europea.

Come dimostra il nostro ricorso, i rom sono stati abbandonati da un governo dopo l’altro e il loro futuro si presenta tetro anche sotto l’attuale amministrazione”, ha commentato Claridge.

Secondo studi recenti, in Italia circa 26.000 rom vivono in campi e insediamenti, sia informali che allestiti dalle autorità, così come in centri segregati dove sono a continuo rischio di subire sgomberi forzati. La continua assenza di dati relativi alla composizione e ai bisogni della popolazione rom in Italia è stata ripetutamente criticata da organismi internazionali per i diritti umani, da ultimo nel 2017 da parte del Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente criticato l’Italia perché alimenta intolleranza, razzismo e xenofobia. La pressione internazionale rimane fondamentale per dare voce alla disperazione di queste famiglie e delle singole persone marginalizzate. Ci auguriamo che il Comitato dei diritti sociali esprima una netta condanna nei confronti dell’Italia per non essere venuta incontro ai bisogni della comunità rom. Nel ricorso abbiamo suggerito quali provvedimenti l’Italia dovrebbe prendere: tra questi, il divieto di sgomberi forzati sia nella legge che nella prassi, l’offerta di alternative adeguate alle persone segregate nei campi, la revisione del sistema dell’edilizia sociale per eliminare le norme discriminatorie e l’aumento dell’offerta di case popolari disponibili secondo gli attuali bisogni”, ha concluso Claridge.

martedì 19 marzo 2019

Migranti: Unicef, 650mila bambini frequentano scuole turche

AnsaMed
A 3 anni da patto Ue, investiti 85 milioni di euro.

Adana (Confine Turchia-Siria) - Sono 645.000 i minori rifugiati che frequentano le scuole in Turchia, circa il 60% del totale di quelli in età scolare. È la stima dell'Unicef, che insieme ai ministeri del Welfare e dell'Educazione di Ankara e alla Mezzaluna Rossa turca gestisce il maggior programma di sostegno nel Paese contro la dispersione scolastica dei profughi (Ccte).
Il progetto è finanziato fino al luglio prossimo con 85 milioni di euro della prima tranche di 3 miliardi di aiuti previsti dall'accordo Ue-Turchia, che oggi compie 3 anni, e verrà riproposto anche con le nuove risorse, già impegnate da Bruxelles.
Attraverso il Ccte, 487.000 minori rifugiati - l'85% dei quali siriani - ha ricevuto finora un sostegno economico legato alla regolare partecipazione alle attività educative, in modo da incentivare le famiglie più vulnerabili a mandarli a scuola.

Siria, una difficile pace dopo otto anni di guerra - di Andrea Riccardi

Corriere della Sera
Andrea Riccardi
La conferenza sulla ricostruzione conclusa il 14 marzo a Bruxelles non ha chiarito in quale situazione potrà fare ritorno una parte dei profughi.


Da otto anni si combatte in Siria. Tutto cominciò il 15 marzo 2011 con alcune manifestazioni nel clima della «primavera araba», che portò alla fine di Mubarak in Egitto e di Ben Ali in Tunisia. 


Bashar el-Assad, succeduto al padre nel 2000, aveva deluso con novità di facciata nella continuità del potere alauita. La primavera si risolse subito in un lungo inverno che tuttora dura e ha distrutto la Siria. Parlano le cifre: quasi mezzo milione di morti; sei milioni di rifugiati all’estero, molti in condizioni inumane (come nei campi libanesi); sei milioni e mezzo di sfollati interni; otto persone su dieci sotto il livello di povertà. Un patrimonio artistico unico danneggiato o distrutto: il millenario minareto della moschea degli Omayyadi atterrato ad Aleppo, città-patrimonio dell’umanità, bombardata e ferita dalla lotta per le strade. Ci sono bambini siriani che hanno conosciuto solo la guerra: almeno quattro milioni mai andati a scuola. Ricordo un disegno di un piccolo siriano, regalatomi in un campo in Libano: rappresentava una casa che brucia e gente che fugge. L’umanità siriana, vissuta in secoli di convivialità tra religioni e comunità, è stata ferita a morte. Domenico Quirico, rapito dai ribelli per cinque mesi nel 2013, ha raccontato dall’interno la disumanizzazione dei siriani: non ho mai visto un sorriso — ha detto — nemmeno sul volto di un bambino.

È il prezzo di una guerra senza fine. C’è chi ne vede l’origine nell’utopismo di quanti volevano la fine della dittatura e appoggiarono i ribelli: prima di tutto europei e americani. Altri accusano il cinismo di Assad, che ha bombardato il suo popolo. Come non concordare? La minoranza alauita, pronta a tutto, era nel panico e temeva di essere sommersa dalla maggioranza e dall’odio sunnita. Najah Alnukai, artista siriano rifugiato in Francia, ha disegnato l’inferno delle torture nelle carceri siriane, dove è stato detenuto dopo l’arresto per la partecipazione alle manifestazioni antiregime. Ricordo l’amarezza di Paolo Dall’Oglio, indomito gesuita disperso in Siria dal 2013 (di cui speriamo il ritorno), contro un regime che per lui doveva finire.

Otto anni di guerra non si spiegano però con un solo motivo o un responsabile. C’è stata un’incredibile concentrazione di cause e d’interessi contrastanti. Si sono incrociati tanti e diversi conflitti. La Siria è scoppiata e sono emersi i «demoni» del Medio Oriente. Lì si è vista la più vistosa espressione della frammentazione della comunità internazionale. La Russia di Putin ha resistito tenacemente alla minaccia di perdere il Paese, appoggiando Assad, anche se la sua strategia non sempre coincide con il presidente. Dall’autunno 2015 le forze russe sono scese al fianco del governo che, in quel momento, controllava meno del 30% del territorio e sembrava agli sgoccioli. L’Iran ha sempre appoggiato Damasco, temendo che la sua fine rompesse la continuità sciita da Teheran al Libano, passando per un Iraq instabile. Nel campo opposto non si possono seguire le crisi e le trasformazioni dei vari gruppi ribelli che, sebbene in perenne conflitto tra loro, sono giunti a contestare il controllo governativo delle città più importanti. La ribellione antigovernativa si è radicalizzata, anche per l’afflusso di combattenti d’ogni provenienza, appoggiata da numerosi Paesi arabi, tra cui i sauditi.

Sulla scena siriana, si è levato un minaccioso protagonista, Daesh,l’autoproclamato califfato di Al Baghdadi, che ha fatto saltare, con la frontiera Iraq-Siria, l’ordine imposto dopo la prima guerra mondiale e ha occupato la storica città di Palmira nel 2015. Daesh, a un certo punto, si è proiettato come minaccia globale all’Occidente. Nella coalizione anti-Daesh, sostenuta dagli americani, si sono affermati i curdi dello Ypg, che hanno creato una regione autonoma, Rojava, con l’appoggio americano: fatto insopportabile per Erdogan. Così, per la prima volta dal 1918, i turchi sono tornati in Siria e, dal 2016, controllano una terra che fu parte della Sublime Porta. Con nostalgia ottomana, hanno sempre presidiato, come extraterritoriale, la tomba d’un capostipite della dinastia Osman vicino a Aleppo.

Oggi i combattimenti si concentrano su quel che resta del Free Syrian Army attorno a Idlib e nelle sacche di resistenza di Daesh. Assad, cui gli Stati arabi cominciano a fare aperture, ormai controlla il 65% del Paese, mentre il resto è dei curdi (che dovranno negoziare, per quel che potranno, uno spazio nella Siria di domani) e, in parte minore, dei turchi e dei ribelli. L’esito finale è scontato, ma il Paese è in ginocchio. La conferenza sulla ricostruzione della Siria a Bruxelles, conclusa il 14 marzo, ha chiesto importanti risorse. Una parte dei profughi forse potrà tornare. In quale Siria? La nuova Siria non potrà essere la restaurazione di quella di otto anni fa. Troppi abissi aperti e troppo sangue versato. Si potranno conciliare le esigenze del potere (a suo modo vincitore) e della rappresentanza democratica? Sono risposte da trovare con l’aiuto della comunità internazionale che, però, è stata impotente e divisa negli otto anni passati. La guerra non è finita, né finirà senza serie premesse per la pace.

lunedì 18 marzo 2019

Nave " Mare Jonio" di Ong italiana soccorre 49 migranti tra loro 12 minori. La reazione del Viminale: "Bloccare le azioni illegali delle Ong"

Repubblica
La Mare Jonio adesso è diretta verso Lampedusa. I libici arrivano dopo e tornano indietro. Salvini sta per firmare la direttiva per stoppare le navi umanitarie

Un gommone in avaria con 49 persone a bordo. Alla sua quarta missione di salvataggio nel Mediterraneo la nave mare Jonio, partita sabato dal porto di Palermo, ha effettuato il suo primo soccorso e ora, diretta verso Lampedusa, chiede l'assegnazione di un porto sicuro. E subito dal Viminale arriva la notizia che è pronta la direttiva per chiudere anche le acque territoriali italiane alle navi Ong.

"Il ministro Salvini - fanno sapere fonti del Viminale - sta per firmare una direttiva che sarà inviata a tutte le autorità interessate per stoppare definitivamente le azioni illegali delle Ong". 

La direttiva ( già annunciata subito dopo l'ultimo braccio di ferro con la Sea Watch) dovrebbe inibire l'accesso alle acque italiane a tutte le navi umanitarie che soccorrono i migranti non osservando le procedure stabilite. 

"La priorità - dicono al Viminale - rimane la tutela delle vite ma subito dopo è necessario agire sotto il coordinamento dell'autorità nazionale territorialmente competente secondo le regole internazionali della ricerca e del soccorso in mare. Qualsiasi comportamento difforme può essere letto come un'azione premeditata per trasportare in Italia immigrati clandestini e favorire il traffico di esseri umani".

E così, secondo il Viminale, avrebbe agito anche la Mare Jonio. La nave umanitaria italiana, che batte bandiera italiana, ha incrociato l'imbarcazione in difficoltà ad una quarantina di miglia dalle coste libiche e ha subito informato la sala operativa della Guardia costiera di Roma e a quella di Tripoli. I volontari hanno lanciato i giubbotti di salvataggio e preso a bordo i migranti ( tra cui 12 minori), tutti dell'Africa subsahariana partiti dalla Libia. Sul luogo del soccorso è arrivata una motovedetta libica ma dopo pochi minuti ha fatto marcia indietro ed è tornata verso le coste.

Adesso si profila un nuovo braccio di ferro che, però, per la prima volta vede coinvolta una nave umanitaria italiana. L'equipaggio della Mare Jonio ha comunicato ai libici di aver preso a bordo i migranti e ha chiesto a Roma l'assegnazione di un porto sicuro. La risposta del Viminale è arrivata con l'annuncio della firma della direttiva.
"Sono contentissimo - dice Luca Casarini, uno degli armatori - abbiamo salvato persone dai campi libici. La motovedetta libica è arrivata quando avevamo già in mano la situazione. Ma nessun problema. Adesso stiamo dirigendo verso nord per evitare il maltempo e chiederemo il porto sicuro".
"Operazioni illegali delle Ong? L'unica cosa illegale e immorale è lasciare morire persone in mare o nei lager libici", il commento del segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni.

Il gommone era partito dalle coste libiche, dimostrazione di come - a fronte dell'ormai minimo numero di persone che riescono a sbarcare in Italia - le imbarcazioni continuano comunque a partire. A fronte dei 346 arrivati in Italia nel 2019 sono stati 885 quelli riportati indietro dalla guardia costiera libica.

Alessandra Ziniti E Giorgio Ruta

Nicaragua. Il governo annuncia la liberazione di detenuti politici, condizione per la ripresa dei negoziati.

L'Osservatore Romano
Era stata posta come condizione per riprendere il dialogo con l'opposizione. Il governo del Nicaragua ha annunciato la liberazione di un numero imprecisato di persone detenute per motivi politici. La decisione è stata presa in considerazione della richiesta in tal senso fatta nei giorni scorsi dall'Alleanza civica e democratica, e che era stata posta anche come condizione indispensabile per la ripresa dei negoziati.

La piattaforma che racchiude organizzazioni economiche, studentesche e politiche d'opposizione, che da domenica scorsa aveva interrotto ogni trattativa con il governo, da oggi tornerà dunque a sedersi al tavolo del negoziato, con "l'assicurazione che la richiesta di vedere liberati un numero notevole di persone detenute è presa in conto". L'Alleanza continua a esigere prove indiscutibili della volontà governativa di negoziare una soluzione alla crisi che ha già provocato molti morti e ha portato il Nicaragua alla recessione economica.

Nel primo giorno di negoziati, il governo aveva concesso gli arresti domiciliari a un centinaio di prigionieri politici. Una mossa che tuttavia non aveva soddisfatto l'Alleanza, la quale invece richiedeva la loro libertà incondizionata. Attualmente sono più di 600 le persone ancora dietro le sbarre, alcune delle quali avevano avviato nei giorni scorsi lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Nell'annuncio del governo non si specifica quante di loro verranno scarcerate. Le parti sono arrivate a un accordo - si spiega in un comunicato governativo - dopo una riunione alla quale hanno preso parte il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e l'inviato speciale del Segretariato generale dell'Organizzazione degli stati americani, Luis Angel Rosadilla. Il governo ha spiegato che ora i negoziati riprenderanno dal punto esatto in cui si erano interrotti.

Congo. L'Onu: oltre 500 morti nelle stragi a dicembre, potrebbero costituire crimini contro l'umanità.

Avvenire
Le uccisioni di almeno 535 tra uomini, donne e ii bambini negli scontri tra due comunità lo scorso dicembre nella Repubblica democratica del Congo potrebbero costituire crimini contro l'umanità. 


A metterlo nero su bianco nelle conclusioni della sua missione è un team delle Nazioni Unite che ha indagato sugli attacchi avvenuti in quattro villaggi nel territorio dello Yumbi, nell'ovest del Paese, tra il 16 e il 18 dicembre scorsi.

In quella zona violenti scontri avevano opposto membri delle comunità Banunu e Batende. L'inchiesta ha rivelato che gli attacchi, scatenati da una disputa per la sepoltura di un capo Banunu in una zona che i Batente considerano propria, sono stati caratterizzati da particolare violenza e rapidità, in modo da non lasciare scampo alle vittime. Gli assalti erano guidati da abitanti dei villaggi della comunità Batende armati di fucili, machete, archi, frecce e benzina contro villaggi della comunità Banunu.

Le vittime sono state attaccate nelle strade, nelle case e mentre cercavano di fuggire. Il rapporto Onu descrive l'orrore dei crimini: una bambina di due anni sarebbe stata gettata in una fossa biologica, una donna violentata brutalmente dopo la decapitazione della figlia di tre anni e l'uccisione del marito. Atti indicibili che potrebbero appunto configurare l'ipotesi di crimini contro l'umanità. Alcune informazioni preliminari ricevute dall'Ufficio congiunto dell'Onu per i diritti umani nella Repubblica democratica del Congo riferivano di almeno 890 persone uccise, in gran parte della comunità Banunu.

L'inchiesta dell'Onu ha confermato che almeno 535 persone sono state uccise e 111 ferite nelle località di Yumbi, Bongende e Nkolo. Molti corpi sono probabilmente stati gettati nel fiume Congo. Inoltre, un migliaio di edifici, principalmente case, chiese, scuole e centri sanitari sono stati distrutti o saccheggiati e l'Onu stima che circa 19mila persone siano state evacuate.

Il rapporto sottolinea anche l'assenza di un'azione da parte delle autorità e mette in guardia contro una possibile ripresa delle violenze. "È essenziale garantire che gli autori di tali atroci crimini siano puniti", ha commentato l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha anche incoraggiato il governo ad avviare un processo di riconciliazione e verità tra le comunità coinvolte.

Lager in Libia - Continua l'inchiesta di Piazza Pulita che conferma le atrocità sui migranti e smentisce le rassicurazioni di Salvini

Piazza Pulita - La7
Il reportage di Adib Fateh Ali e Nello Trocchia ha svelato atrocità, violenze e un regime di schiavitù all'interno dei centri di detenzione in Libia. L'inchiesta si arricchisce ora di nuove immagini e nuove testimonianze.

domenica 17 marzo 2019

Siria - Ottavo anniversario della guerra che non è finita. Peggiore crisi umanitaria dopo la Seconda Guerra Mondiale uscita dall'attenzione dell'opinione pubblica del mondo.

Avvenire
«Beati i costruttori di Pace. Il coraggio del dialogo per una riconciliazione che parta dalle vittime». Questo il titolo del dossier realizzato da Caritas Italiana a otto anni dall’inizio del conflitto in Siria, il 15 marzo 2011. 


Nonostante la guerra siriana abbia provocato «la peggiore crisi umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale», la Caritas lamenta, infatti, che il Paese mediorientale sia da tempo uscito dall’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, ma soprattutto «come non si veda più nessuna iniziativa a favore della pace e, tantomeno, della riconciliazione».
Il rapporto indica che l’intera rete ecclesiale nei Paesi più toccati dalla crisi siriana (Libano, Giordania e Turchia) nel biennio 2017-2018 è riuscita a mettere a disposizione circa 516 milioni di dollari, portando aiuto a 3,9 milioni di persone, attraverso una distribuzione su vasta scala di viveri, il sostegno sanitario, la fornitura di alloggi, il supporto all’istruzione e il ripristino di attività produttive. Nello specifico, Caritas Italiana, dal 2011 ad oggi, ha avviato 63 progetti con un investimento complessivo di oltre 6 milioni di euro, provenienti da donazioni e dall’otto per mille alla Chiesa cattolica. Tali fondi sono stati destinati ad aiuti di urgenza, all’istruzione, alla costruzione di percorsi di pace e riconciliazione, ad interventi sanitari, alla riabilitazione socio-economica, all’accompagnamento e alla formazione delle organizzazioni locali. 

Nel 2019, oltre a interventi a carattere umanitario in tutti i Paesi coinvolti, l’impegno in Siria si focalizza anche su un progetto nazionale che vede protagonisti i giovani siriani, proprio con l’obiettivo di offrire loro opportunità di riconciliazione, attraverso corsi di formazione professionale. Ma il compito di Caritas non consiste solo negli interventi urgenti o a carattere umanitario.
«Il nostro ruolo – si legge nel dossier – è anche quello di creare delle connessioni, dei ponti di pace all’interno delle nostre comunità. Ed è stato allora che abbiamo scelto di lanciare una campagna interna a Caritas Siria chiamata Riconciliazione, perché vorremmo che la Caritas giocasse un ruolo fondamentale nella ricostruzione delle relazioni, distrutte dalla guerra, fra le comunità della Siria». Caritas Siria ha così scelto di iniziare a lavorare sulla riconciliazione a partire da un’azione molto semplice: quella di organizzare un pranzo aperto ai beneficiari appartenenti alle diverse religioni. «Avevamo moltissime preoccupazioni riguardo questo incontro. Gli ospiti rappresentavano, infatti, un microcosmo della società siriana, fatta di musulmani, cristiani, alauiti e drusi». 

«È stata una decisione rischiosa, certo, ma non potevamo fare altrimenti. La Caritas è al servizio di tutti senza discriminazioni di religione o etnia, e l’idea stessa di separare i partecipanti al pranzo in base a un criterio di appartenenza religiosa, ci faceva sentire meno Caritas». Il dossier chiede all’Unione Europea di aumentare decisamente le risorse destinate alla popolazione siriana, ma anche «un miglioramento nella gestione, con un approccio regionale che tenga conto delle ricadute sulle popolazioni che ospitano i rifugiati in un’ottica di lungo periodo».
Chiede inoltre di dare «priorità alla tutela delle minoranze e dei più deboli, con particolare riguardo alle donne e all’educazione dei bambini. L’investimento nell’educazione è fondamentale per il futuro del popolo e per il mantenimento di una pace duratura».
Camille Eid

Iran. Amnesty: violenza senza precedenti contro le donne che tolgono il velo

La Stampa
Le iraniane che protestano contro le imposizioni dei religiosi e si tolgono il velo in pubblico devono fronteggiare un "livello di violenza senza precedenti". Botte, arresti, minacce di morte. La nuova ondata di repressione è denunciata in un rapporto di Amnesty International, che ha rilanciato il lavoro delle attiviste de "La mia videocamera, la mia arma".


Il giro di vite arriva in concomitanza della nomina da parte della guida suprema Ali Khamenei dell'oltranzista Ebrahim Raisi a capo del potere giudiziario. Una svolta "a destra", che sembra essersi concretizzata subito con la condanna abnorme subita dall'avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh: 33 anni di carcere e 148 frustate. 

Fra i capi di accusa c'era anche quello di essersi tolta il velo in pubblico e questo dimostra come il tema sia diventato centrale nel tentativo dell'ala radicale del regime di rinsaldare la presa sul Paese. Amnesty International ha raccolto centinaia di filmati delle attiviste. Mostrano i poliziotti "che le insultano e le minacciano, ordinano di rimettersi il velo, distribuiscono fazzoletti per togliere il trucco". Ma non basta. Gli agenti "le schiaffeggiano, le picchiano coi manganelli, le ammanettano".

Un filmato mostra una discussione fra una donna e un uomo in borghese, che alla fine "la insulta e le spruzza in volto spray al peperoncino". Mariti che reagiscono In un video c'è un uomo in borghese accanto a un furgone della polizia, mentre punta con un'arma un uomo e una donna intervenuti per impedire un arresto. Ma ci sono anche casi di mariti o compagni delle donne in strada senza velo che reagiscono alle angherie e minacciano a loro volta gli agenti e i basiji, i volontari filo-governativi, segno di una insofferenza crescente nei confronti delle imposizioni religiose. Il velo obbligatorio è però un simbolo troppo importante della Repubblica islamica.

Il rispetto della "decenza" e del "pudore" sono considerati imprescindibili. Una coppia di fidanzati, domenica scorsa, è finita agli arresti per essersi abbracciata in pubblico alla festa di fidanzamento e dopo che il video "scandaloso" era finito in Rete. Ma proprio Internet è anche il motore delle proteste, per esempio attraverso la pagina Facebook "La mia libertà clandestina", la diffusione dei video di denuncia, o l'organizzazione dei "mercoledì bianchi", quando le donne indossano una sciarpa in segno di protesta.

In base alla sharia le donne debbono coprirsi i capelli in pubblico dopo aver compiuto nove anni e se non rispettano l'imposizione sono punite con un multa o l'incarcerazione fino a due mesi. L'obbligo del velo, come sottolinea Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International, viene ormai utilizzato "per giustificare aggressioni in strada contro le donne e le ragazze".

Giordano Stabile

Amicizie dalla libertà. Una lettura di “Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere” di Ezio Savasta - Infinito ed.

Questione Giustizia
di Fabio Gianfilippi
Magistrato di sorveglianza, Tribunale di sorveglianza di Spoleto


Se un vaso si rompe non necessariamente i suoi frammenti sono da buttar via. Un’antica tecnica giapponese, il kintsugi, insegna che, legandone i pezzi ormai inutili con un metallo prezioso, come l’oro, se ne può ottenere un’opera che sarà certamente diversa, ma arricchita, e il suo artefice potrà rallegrarsene nel mostrarne le crepe e le fratture evidenziate, e non nascoste, dalle luminose colate che la reintegrano.

Vai all'articolo >>>
Questa evocazione di una pratica antica mi si è presentata più volte negli ultimi giorni, citata in contesti diversi e con intenti non del tutto sovrapponibili. Succede a volte, e ce ne stupiamo non poco, come quando, di ritorno da un viaggio che ci ha fatto scoprire una nazione fino ad allora ignorata, sembra che ogni rivista ne parli e non ci sia conversazione in cui non se ne faccia riferimento.

Ezio Savasta ricorda il kintsugi nelle prime pagine del suo: “Liberi Dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere”, fresco di stampa con una prefazione di Mario Marazziti. Un titolo che, significativamente, ci fa guardare alla realtà del carcere come luogo sul quale occorre impegnarci per evitare che finisca per ostacolare, piuttosto che favorire, il cambiamento che la società auspica per i condannati.

Vi si narrano alcune delle molte storie che l’autore, come volontario della Comunità di Sant’Egidio, ha incontrato nel corso della sua trentennale frequentazione delle nostre carceri, ed in particolare di quelle a lui più prossime, “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, eppure, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi, persino se ci vivono a ridosso.

E l’autore, invece, fa il passo decisivo di entrarvi. E guarda alle vite delle persone detenute come a quei vasi, incrinati, e a volte frantumati, dagli urti ricevuti nel proprio passato, e ci spinge a considerare la possibilità che siano in grado, se non abbandonate al vuoto di giornate trascorse in branda ad aspettare di riaddormentarsi con fatica, di rimettere insieme i pezzi e di sentirsi di nuovo utensili, letteralmente, per la società.

E’ un percorso controcorrente, che mette in discussione la moderna convinzione di poter giudicare in fretta e una volta per tutte, di archiviare chi non (ci) va più bene, di buttar via chi e quel che non risponde ai nostri più aggiornati canoni, di non volersi sforzare di ricostruire i rapporti quando si sono logorati.

Savasta crede, innanzitutto per fede, che così non sia, ma la selezione di storie che ci presenta, pur animate da una tensione spirituale che dà energia e motivazione a volte al volontario e a volte alla persona detenuta con la quale viene in contatto, parla laicamente a tutti, in semplicità ma anche rappresentando una umanissima complessità, in cui ragione e torto, condanna e giustificazioni, volontà di riscatto ed incapacità di tener fede ai propositi, sono compresenti e non consentono al lettore di prendere una troppo facile posizione.

Il volontariato in carcere è una risorsa preziosa, costruisce ponti con il mondo esterno e gode del privilegio assoluto di poter sviluppare con le persone detenute percorsi meno inquinati dal loro comprensibile desiderio di raggiungere al più presto la libertà, che inevitabilmente segna il rapporto con gli operatori e con lo stesso magistrato di sorveglianza.

Si creano spazi di dialogo e di amicizia, persino di paternità e maternità, che la saggezza e la preparazione specifica dei volontari devono saper gestire su un piano di realtà che non illuda, ma riscaldi, che si accosti a sollevare, ma sappia ritrarsi di fronte a quel che non si può dare, perché comprometterebbe il percorso di reinserimento sociale al quale i volontari collaborano, a ciò autorizzati dal magistrato di sorveglianza, ex art. 17 ord. penit.

L’autore racconta allora l’umanità che incontra, le piccole strategie per superare gli ostacoli burocratici che si presentano, le storie che sono già arrivate al lieto fine e quelle per le quali bisogna ancora attendere perché si possa voltare pagina.

Chi conosce il carcere può tornare a interrogarsi sul tanto che c’è da fare. L’incertezza sulle regole regna incontrastata in un perenne balletto di riferiti che si appoggiano sempre meno alle norme e sempre più alle circolari o agli ordini di servizio, se va bene, o alle mere prassi, in tanti altri casi. Occorrerebbe un lavoro di formazione permanente degli operatori, di informazione puntuale delle persone detenute, di periodico aggiornamento dei regolamenti interni degli istituti penitenziari (a volte invece molto arretrati, se non addirittura inesistenti) e poi una capillare diffusione di regole scritte semplicemente perché siano da tutti comprese. E invece spesso non è così, e dove c’è più dolore e solitudine, si fa più acuta la mancanza di certezze, anche per le minime cose di cui si ha bisogno. E le minime cose diventano tutto. Un paio di ciabatte portate da un volontario a chi non ha scarpe, gli riconsegnano un frammento di dignità, perché “ci si consola con nulla, quando non si ha più nulla”, come scriveva la Ginzurg.

I detenuti provano così a costruirsi piccoli equilibri, che possono essere sconvolti da trasferimenti improvvisi, e a volte non adeguatamente spiegati e compresi. Il libro sollecita quindi una riflessione sulla necessità che si evitino le maggiori disparità di trattamento nel quotidiano detentivo nei diversi istituti penitenziari e i trasferimenti avvengano sempre con il minimo pregiudizio per i percorsi trattamentali in corso, e nel rispetto del criterio di territorialità della pena che, particolarmente dopo la riforma dell’ottobre 2018, si impone ex art. 14 ord. penit. Sarà importante, a questo riguardo, verificare come la giurisprudenza decritterà la formula che tutela oggi non soltanto la prossimità alla famiglia ma anche ai centri di riferimento sociale, ad esempio ricomprendendovi anche i volontari che abbiano nel tempo instaurato un particolare legame con la persona ristretta.

Nelle pagine del libro sono spesso presenti gli stranieri, ultimi tra gli ultimi, lontani dalle famiglie, privi di mezzi, abbandonati all’incomprensione della nostra lingua e al mancato riconoscimento della propria cultura. Savasta, e non ci si potrebbe aspettare altro nel contesto di profondo impegno interreligioso della Comunità di Sant’Egidio, sottolinea qui particolarmente l’importanza di trovare spazi perché ciascuno possa esprimere il proprio sentire religioso e vedersi riconosciuto, ancora una volta nella propria dignità, condividendo la gioia delle feste e l’impegno della preghiera, miglior antidoto contro il pericolo della radicalizzazione.

Questo stile di incontro fa sì che alcune delle persone detenute che sperimentano l’amicizia con l’autore che viene “dalla libertà”, come scrive Savasta, finiscono per desiderare di contribuire a loro volta ai progetti di bene che coinvolgono la società all’esterno e dimostrano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenziale che attende solo di essere informato su come rimettersi in gioco, questa volta, sperabilmente, in favore della collettività.

Al centro sta sempre l’ascolto dell’altro, guardato e toccato nella sua individualità e così stimolato a tornare protagonista del proprio percorso di crescita personale.

Dopo l’ultima pagina resta al lettore una domanda, che è forse quella che ogni detenuto incontrato dal volontario gli ha posto, o ha solo formulato tra sé e sé: “perché sei qui per me?”. E lo stupore e lo scandalo per la riconosciuta gratuità possono divenire il primo passo per guardare al mondo con occhi nuovi.

Assume un pizzaiolo nero, clienti boicottano il suo locale. Lui: "Non m'importa: i razzisti non entrino"

Linkiesta
Il proprietario: "Questione di dignità. Quando gli ho detto dei commenti si è messo a piangere, non voleva più venire a lavorare, l'abbiamo convinto a restare".



Un ristoratore sceglie di assumere un giovane ragazzo africano come pizzaiolo e da quel momento il suo locale si svuota: è quanto accaduto a Montescudo-Montecolombo, paesino della provincia di Rimini. Protagonista della vicenda, riportata dal Corriere della Sera, è Riccardo Lanzafame, gestore di una storica locanda, che oggi dichiara:

Lo dovevo fare, è una questione di dignità, non si può attaccare un ragazzo di colore: è razzismo. E per me è inaccettabile.

Lanzafame ha deciso di appendere fuori dal suo locale un cartello che riporta un messaggio chiaro: "In questo locale abbiamo assunto un ragazzino africano, se sei razzista non entrare". Il caso è scoppiato a seguito di un commento apparso sulla pagina Facebook del paese, contenente insulti razzisti contro il giovane aiuto-cuoco, 20enne originario del Gambia. Il ristoratore dichiara:

C'è stato chi ha scritto che potevo fare a meno di assumere un africano, forse era meglio un Papa nero.

Dopo i commenti sgradevoli, per Lanzafame e il suo locale è arrivato perfino il boicottaggio:

Domenica scorsa sono partite le telefonate: mi ordinavano pizze poi non le venivano a prendere. Ma io vado avanti.

La scelta di assumere il giovane era stata fatta sulla base delle referenze fornite dalla scuola alberghiera che frequentava. Oggi il ristoratore difende il suo dipendente e racconta:

È un ragazzo bravissimo, sa fare le pizze. Quando gli ho detto dei commenti si è messo a piangere, non voleva più venire a lavorare, l'abbiamo convinto a restare. Perché questo razzismo? Le persone devono farsi un esame di coscienza.

venerdì 15 marzo 2019

La vera emergenza del mondo si chiama acqua (e quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi). Previsti 150 milioni di migranti ambientali

Linkiesta
Entro il 2030 una persona su due vivrà in zone a rischio siccità. Le ricerche individuano il Medio Oriente, il Sahel, l’Africa centrale e l’Asia centrale e orientale tra le aree più colpite. In futuro, i profughi legati agli effetti del cambiamento climatico potranno essere oltre 150 milioni.


Nella smania neoliberista di possedere le risorse naturali, anche l'acqua è diventata oggetto di scontri commerciali, tensioni sociali e guerre internazionali. Tanto più che l'«oro blu» sta diventando un bene molto prezioso: entro il 2030 una persona su due al mondo vivrà in zone ad elevato stress idrico. Già oggi multinazionali che imbottigliano l'«acqua del sindaco» rivendendola a peso d'oro mettono le mani su sorgenti, laghi e fiumi. Perché acqua ne serve molta, anzi moltissima. Per tutto. Per produrre la Coca-Cola che viene quotidianamente venduta servono ogni giorno 75 miliardi di litri di acqua.

Nuova Zelanda, suprematisti bianchi assaltano due moschee: 48 morti, tre arrestati

Il Messaggero
Come in un videogame "sparaspara", un suprematista bianco di un commando terroristico si è filmato in "soggettiva" e in diretta Facebook per 17 minuti con una minitelecamera su un elmetto mentre commetteva una stragein una moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda. Si contano almeno 40 morti e 40 feriti. 


Oltre al "cameraman" sono stati fermati altri due uomini e una donna che hanno attaccato due moschee. Trovati esplosivi nelle strade. E' sotto choc la nazione i cui giovani nella stessa ora della strage stavano marciando per sostenere la lotta al cambiamento climatico. «La Nuova Zelanda - hanno già scritto gli analisti - non sarà più la stessa».

«E' il giorno più nero nella storia della Nuova Zelanda», ha detto il primo ministro Jacinda Ardern, 38 anni, laburista. Finora il «paese della lunga nuvola bianca», agli antipodi dell'Italia, era stata risparmiato da gravi atti di terrorismo.

L'assalto, riporta il New Zealand Herald, è avvenuto verso le 13 (le 3 di notte in Italia): dei quattro presunti terroristi, fra i quali una donna, uno è stato identificato in Brenton Terrant, 28 anni, australiano, che si è filmato mentre con la sua auto raggiungeva la moschea Al Noor in Deans Avenue a Chritschurch, la città più importante dell'Isola del Sud della Nuova Zelanda, il cui centro è ancora segnato dalla zona rossa dopo il terribile terremoto del 2011.

Terrant, in quella vettura con l'Arbre Magic giallo appeso allo specchietto, era vestito e armato come un militare: con la GoPro sull'elmetto ha ripreso ogni istante del suo assalto, spesso commentando le sue azioni.

Un circostanza mai registrata prima in un atto di terrorismo che ha spinto la polizia della provincia di Canterbury a lanciare un appello perché le immagini della strage non siamo condivise. Un appello raccolto con dimostrazione di grande civilità dalla popolazione della Nuova Zelanda, poco più di 4 milioni di persone, anche se risulta impossibile evitare il blocco totale di quei video.

La pena di morte rende tutti colpevoli - Stop esecuzioni in California

L'Osservatore Romano
La rivoluzionaria scelta del governatore della California che ha firmato la moratoria delle esecuzioni capitali
Gavin Newsom, nuovo governatore della California, con un gesto di coraggio politico, ha messo uno stop, forse definitivo, alle esecuzioni capitali nel Golden State. Con la firma di una moratoria ufficiale, il 13 marzo 2019, ha dichiarato il «miserabile fallimento» di una giustizia che ancora includa la morte.

Non era una scelta scontata, né obbligata. Afferma un nuovo standard dell’impegno politico, riaffermando la responsabilità etica di guidare, anche con scelte non sempre popolari. Politica come leadership non come “followship” sull’onda dei sondaggi e degli umori mutevoli. Al tempo di crescenti spinte populiste. 

Vanno lette le ragioni di un politico di 51 anni, già sindaco di San Francisco, prima di crescere come vicegovernatore. «La pena di morte — ha detto — va contro la comprensione fondamentale che abbiamo dei diritti umani. Come governatore non presiederò all’esecuzione di nessuno». Anche gli oppositori della pena capitale in California, quanti hanno promosso nel 2012 e nel 2016 due referendum per l’abolizione, raggiungendo il 48 e il 47 per cento, perdendo di stretta misura, avevano insistito più sugli aspetti pratici, che sul suo rifiuto assoluto. Newsom è andato oltre, definendola, come è, «inefficace e irreversibile». Ma anche «immoral». 

Alla base di questo atto politico non c’è solo l’argomento degli innocenti giustiziati. Delle 1493 esecuzioni compiute negli Stati Uniti, anche dopo 20 o 30 anni sono stati 164 i condannati dichiarati innocenti. Uno ogni 8. In California sono stati 30 gli innocenti uccisi dopo una detenzione terribile. Certo, c’è anche la chiara discriminazione sociale, razziale, che si accompagna in California e in tutti gli Stati Uniti alla pena capitale se sei nero, disabile mentale o senza i mezzi per un’adeguata difesa legale.

Ma dalla California viene un segnale. Il nuovo governatore sceglie fin dagli inizi del suo mandato di essere giudicato e criticato per quello che fino a poco tempo fa era un tabù anche per il suo predecessore democratico, una delle più grandi figure politiche della storia californiana, eletto quattro volte alla guida del Golden State: il governatore Jerry Brown. Chi scrive, assieme a molti ministri della giustizia e parlamentari italiani, con la Comunità di Sant’Egidio, gli aveva rivolto un appello per una moratoria e una commutazione delle sentenze in California. Il governatore esitò, nonostante la richiesta di molti, e non lo accolse, anche se ormai non correva più rischi politici.

di Mario Marazziti

Canada - Due italiani in fuga dalle cosche mafiose chiedono asilo in Canada ma vengono espulsi

Il Valore Italiano
Toronto. Da quasi un mese stiamo seguendo la vicenda dei Demitri, una famiglia italiana costretta a fuggire all’estero perché minacciati dalla Sacra Corona Unita e costretti da maggio scorso a fuggire dalle autorità canadesi per via del decreto di espulsione emesso nei loro confronti. I coniugi hanno deciso di raccontare la loro storia per la prima volta ad un quotidiano canadese, il National Post.
“È strano quando cerchi di nasconderti da un pubblico ufficiale invece che da criminale, perché ti aspetteresti di nasconderti dai cattivi. Ora, i cattivi sono diventati quelli che dovrebbero essere i buoni“- così ha esordito la Signora Demitri, madre di quattro figli, che insieme al marito, ha cercato di ottenere la cittadinanza canadese richiedendo lo status di rifugiati nel 2013.

I Demitri, una coppia di 40 anni circa, hanno deciso di uscire dal nascondiglio per raccontare la loro drammatica storia. Durante il viaggio che li ha portati al luogo dell’intervista si sono camuffati al fine di risultare irriconoscibili, una consuetudine a cui sono costretti da molto tempo: lui cambia regolarmente barbe, baffi, diverse acconciature e sfoggia spesso tatuaggi finti. Lei indossa parrucche, sciarpe e occhiali da sole sempre differenti. Entrambi adottano di volta in volta una serie di “nomi fantasiosi”, come amano definirli. “Ogni volta che incontriamo una persona dobbiamo appuntarci il nome utilizzato e la parrucca indossata” – ha proseguito la donna – “questo è ciò che siamo costretti a fare da quasi sei anni a questa parte“.


Carlo Saccomando 


giovedì 14 marzo 2019

Il presidente della Comunità Sant’Egidio Marco Impagliazzo: “Reddito di cittadinanza esclude i più poveri e i più fragili”

TPI
"La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l'ultimo anello della catena". Intervista a Marco Impagliazzo su migranti, povertà e razzismo in Italia


Marco Impagliazzo
Il reddito di cittadinanza “esclude le persone più povere e più fragili”, mentre i rimpatri sono “uno spot elettorale” che può “accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione”, non un vero cambiamento. Sono alcune delle riflessioni aperte da Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, associazione, in prima linea per la solidarietà a poveri e migranti, nata in Italia 50 anni fa. In un’intervista a TPI, Impagliazzo parla del decreto sicurezza e del disastro dell’Ethiopian Airlines, ma anche di razzismo e integrazione, in un momento in cui questi temi nel nostro paese sono più caldi che mai.

Presidente, a bordo del volo Ethiopian Airlines precipitato c’erano anche italiani che credevano in un futuro migliore per l’Africa.

La comunità di Sant’Egidio è molto addolorata per questa scomparsa, si tratta di persone che generosamente spendevano la loro vita per l’Africa e per gli africani, mostrando che c’è ancora da parte di noi europei il bisogno di stare dalla loro parte e fare qualcosa per lo sviluppo di questo continente.

Erano persone un po’ in controtendenza rispetto alla cultura prevalente oggi in Europa, di chiusura, ripiegamento su sé. Loro invece hanno continuato a tenere alta la bandiera della solidarietà e della collaborazione con il popolo africano, che sono la vera soluzione a uno dei più grandi problemi che il mondo occidentale sta affrontando: l’immigrazione internazionale.

È un dolore in più per noi la perdita di Carlo Spini e della moglie Gabriella Vigiani, e di Paolo Dieci, con cui abbiamo collaborato per anni per un progetto in Malawi, dove abbiamo lavorato per una cura dei malati di Aids, una cura gratuita che ha permesso a migliaia di bambini di nascere sani da madri sieropositive.
Erano persone care alla nostra comunità, eravamo amici: un’amicizia non nata in un bar, ma sorta intorno all’aiuto allo sviluppo e alla cura dei malati.

La loro attività verrà portata avanti dai loro collaboratori?


Sì, naturalmente c’è una grande collaborazione, soprattutto dalla onlus di Bergamo da cui vengono Carlo Spini e la moglie, ma anche da tutto il mondo della cooperazione, che conosce benissimo Paolo Dieci, che ne è stato portavoce per anni. È un mondo che sembra sommerso, ma è molto più vasto di quello che crediamo e avrebbe bisogno di essere meglio conosciuto nel nostro paese. Spesso sostituisce il lavoro che dovrebbero fare le nostre politiche internazionali, che invece talvolta si fermano ai confini dei nostri paesi.

Vorrei cogliere quest’occasione per ricordare anche le persone che appartengono a questo mondo e sono state rapite, come Silvia Romano in Kenya e il padre missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger a settembre 2018. Purtroppo su di loro non si hanno notizie da mesi.


Una delle attività della comunità di Sant’Egidio è quella dei corridoi umanitari, che hanno consentito finora l’arrivo in Italia di 1.432 rifugiati, in gran parte siriani provenienti dai campi profughi libanesi, più quasi 500 persone del Corno d’Africa. È questo il modo giusto per affrontare la questione dell’immigrazione?

È uno dei modi, finora l’unico esistente, per venire incontro alle necessità di persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Al di là di coloro che sono riconosciuti rifugiati in loco dall’UNHCR, tutte le persone che necessitano di protezione umanitaria non hanno un modo per salvarsi da guerra, violenza, fame e problemi climatici.

Non hanno un modo legale per venire nel continente europeo. Non c’è una politica di visti per loro. Il corridoio umanitario è stato pensato proprio per loro, ma ci sarebbe bisogno di altri sistemi legali che possano affiancarlo, per venire incontro alle vittime di queste sofferenze.

Se da una parte siamo molto contenti di aver avuto quest’idea e che sia stata approvata dal governo italiano, francese e da quello belga, dall’altra siamo preoccupati per le migliaia di persone ancora in attesa di essere accolte.


Per il fondatore della vostra comunità, Andrea Riccardi, questi numeri mostrano che c’è “un’Italia disponibile a integrare i migranti con le proprie energie e a costo zero per lo Stato”. Questo dimostra che il clima è diverso da quello di ostilità e indifferenza che viene descritto nel nostro paese?

Sì, perché in Italia ci sono forze e energie di solidarietà e accoglienza che si sono volute esprimere con i corridoi umanitari. Quando dai alle persone la possibilità di fare del bene, molte rispondono di sì. Hanno capito che tante volte la vita di una persona vulnerabile dipende da un nostro “sì” o da un nostro “no”. Tutti i “no” che stiamo dicendo sono porte in faccia che chiudiamo violentemente davanti a persone soffrono, in primo luogo per la guerra. Papa Francesco parla di “terza guerra mondiale a pezzi”.

Anche i “no” dei governi?

Certo, assolutamente, mi riferisco proprio a loro, che spesso influenzano anche le persone con campagnie sbagliate dal punto di vista della propaganda politica, a mezzo stampa o dei social media. Anzi, mi rallegro che il vostro lavoro sia veramente controcorrente, di vera informazione. Dobbiamo dare alla gente la possibilità di dire “sì”. I corridoi umanitari sono stati questo: tante persone che si ribellano pacificamente a questo clima di chiusura. Ci sono famiglie, persone, associazioni, parrocchie, che attraverso l’accoglienza hanno risposto a un altro grande problema, quello dell’integrazione.
Può dirci qualcosa in più sui nuovi corridoi umanitari col Corno d’Africa?

Analogamente a quelli con il Libano, è stato proposto al governo italiano da parte della comunità di Sant’Egidio insieme alla Conferenza episcopale italiana (Cei) un corridoio dall’Etiopia per persone provenienti dai paesi del Corno d’Africa che vivono particolari sofferenza. Questo primo corridoio, previsto per 500 persone, è stato esaurito e ora abbiamo discusso un secondo protocollo per altre 500 persone.

Il criterio è sempre lo stesso: vengono privilegiate le persone più vulnerabili, mamme sole con bambini, anziani, persone malate o con disabilità. Questo evita che finiscano nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Anche il governo ha disposto dei corridoi umanitari, definiti un flop perché gran parte dei rifugiati giunti in Italia sono fuggiti all’estero.

Questi non sono veri e propri corridoi umanitari, perché non garantiscono integrazione come fanno quelli organizzati dalla comunità di Sant’Egidio insieme alla Chiesa Valdese e alla Cei. Queste persone sono collocate in centri di accoglienza dello Stato, non c’è un progetto dietro che ne garantisca l’integrazione.


Se da una parte ci sono misure come i corridoi umanitari, che favoriscono l’immigrazione regolare, dall’altra c’è il decreto sicurezza che farà aumentare il numero di irregolari in Italia. Voi cosa ne pensate?

Noi abbiamo già espresso sia in sede istituzionale al parlamento nelle audizioni, sia a Palazzo Chigi sia al ministero dell’Interno le nostre perplessità su alcuni punti del decreto sicurezza, dando anche dei suggerimenti su cosa si sarebbe potuto migliorare.

Quello che ci colpisce è soprattutto l’idea di una penalizzazione di queste persone, perché uscire dalla protezione umanitaria comporta un indebolimento del percorso di integrazione nel nostro paese, che spesso è molto lento perché non ci sono buone pratiche o leggi che lo favoriscano. Molte persone finiscono nell’irregolarità per i motivi più diversi, anche indipendenti dalla loro volontà. Per noi il tema è lavorare meglio sull’integrazione, e questo decreto non lo fa.

Un’altra misura del governo che avete in parte criticato è il reddito di cittadinanza, che esclude secondo voi i poveri assoluti perché richiede 10 anni di residenza in Italia, di cui almeno due continuativi, lasciando fuori le persone senza fissa dimora.

Non siamo contrari al reddito di cittadinanza, ma siamo favorevoli che raggiunga anche le parti più povere della nostra società. Il reddito di cittadinanza infatti non raggiunge le persone che non hanno una residenza – pensi a tutte le persone senza fissa dimora che ci sono in Italia, sono migliaia. Il problema non è solo non avere un lavoro, ma anche non avere una casa, una residenza. La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l’ultimo anello della catena. Per questo abbiamo proposto delle modifiche parlamentari al disegno di legge. I requisiti andrebbero allargati: chi non ha il lavoro ma ha la casa è già più fortunato di chi non ha il lavoro ma vive per strada.

Di recente sono stati pubblicati dati che evidenziano episodi di razzismo in crescita in Italia. La vostra comunità ha percepito questo aumento?

Possiamo confermare che in Italia c’è un indurimento del clima verso le persone più povere in generale, ma particolarmente verso le persone straniere, coloro che vengono dall’Africa ma anche dall’Asia. Questo non è solo un portato di certe politiche o messaggi che vengono dati – certamente questi aggravano la situazione – ma è un portato del mondo globalizzato.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento d’epoca, che se affrontato con la chiusura e il sospetto verso gli altri alla fine non favorisce la fiducia della gente nel futuro. Il rischio è quello di chiudersi dietro dei muri o un discorso identitario che secondo noi ha poco senso. Cosa significa oggi essere italiani? Bisognerebbe capirlo meglio, se ne sta discutendo dall’unità d’Italia. E oggi cosa significa chiudersi in un’identità mentre siamo al centro di venti gelidi che vengono da nord, sud, est e ovest?

Viviamo in un mondo molto più grande di quello in cui siamo nati. Il problema è anche capire cosa significa vivere nella globalizzazione, convivere con persone che vengono da altre culture, religioni e storie. Bisogna guardare l’incontro con l’altro in maniera positiva, se lo guardi in modo negativo o con paura avrai delle reazioni scomposte e quindi l’aumento di episodi di razzismo o mancanza di civiltà.

È un tema che ci accomuna, le politiche sovraniste stanno crescendo in tutta Europa perché fanno leva su queste paure, che vanno anche capite, ma non giustificate, e a cui bisogna dare secondo noi un altro tipo di risposta.


Possiamo dire che alle prossime elezioni europee una vittoria dei sovranisti sarebbe una sconfitta di civiltà?

Sono fiducioso che non sarà un’elezione a cambiare il nostro continente, che ha un fondamento nei grandi temi della pace, della solidarietà, dei diritti. Queste basi, sperimentate da più di 70 anni, credo potranno resistere ai venti del sovranismo.

Andando invece al tema dei rimpatri, da dati recenti risulta che il ministro Salvini nei primi sei mesi di governo ne ha eseguiti meno di Minniti, e si tratta comunque di una cifra molto più bassa di quanto promesso. Possiamo dire che è stato un fallimento?

Più che un fallimento i rimpatri non sono una misura adeguata a rispondere al grande tema migratorio. Possono accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione, ma è uno spot elettorale più che una vera realtà di cambiamento.

I rimpatri sono solo un piccolissimo aspetto, il tema della migrazione va affrontato con politiche di integrazione e politiche condivise tra tutti i paesi europei.
Voi quindi siete a favore della regolarizzazione dei migranti irregolari?

Per noi la proposta più valida sarebbe creare dei visti europei di lavoro, aprendo un dialogo con i paesi africani da cui più emigrano queste persone. Si potrebbero creare dei flussi a livello europeo, che soddisfino il bisogno di manodopera dei nostri paesi, ma chiedendo anche l’impegno di fissare delle quote, per impedire immigrazioni troppo massicce.
Anna Ditta

California - Smantellata la camera della morte - Le foto

Blog Diritti Umani - Human Rights

Le foto dei lavori di smantellamento della camera della morte in California.






Fonte: medium.com

mercoledì 13 marzo 2019

Migranti: Amnesty, abusi e violenze su rotta balcanica sopratutto al confine Croazia-Bosnia

AnsaMed
Zagabria - Vari governi europei "sono complici nei respingimenti sistematici e nelle persecuzioni illegali, spesso violenti" di migliaia di migranti e profughi sulla rotta balcanica, in primo luogo sul confine tra la Bosnia-Erzegovina e la Croazia. Lo sostiene oggi Amnesty International (AI) in un rapporto sul trattamento dei richiedenti asilo dal titolo "Violenze e abusi contro rifugiati e migranti lungo la rotta balcanica".


Secondo AI i governi europei stanno evidentemente dando priorità al rafforzamento dei controlli sui confini, mettendo in secondo piano il rispetto del diritto internazionale sulla protezione dei richiedenti asilo. In questo modo vengono ignorati e tollerati i comportamenti violenti della polizia croata, accusata da varie organizzazioni internazionali di sistematici respingimenti illeciti e abusi. Inoltre i consistenti aiuti finanziari dati negli ultimi anni alle forze dell'ordine croate da parte dell'Ue, rappresenterebbero per Amnesty International un appoggio diretto a tali operazioni illegali e agli abusi, che contribuiscono ad "alimentare ulteriormente la crisi umanitaria sulla rotta balcanica". "Gli aiuti umanitari sono molto inferiori a quelli per la sicurezza dei confini", ha sottolineato Massimo Moratti, responsabile per la ricerca nell'ufficio europeo di AI.

Il rapporto cita numerosi esempi di abusi e violenze subite dai migranti. "Mentre queste persone continuano a fuggire dalle guerre - sostiene AI - la polizia croata le sottopone a violenze fisiche, a volte privandole dei loro averi per poi respingerle in Bosnia, dove si ritrovano in un limbo, alla mercé del sistema disfunzionale sull'asilo vigente in quel Paese". Inoltre, tramite la Croazia verrebbero respinti illegalmente in Bosnia anche migranti fermati in Italia e in Slovenia.

In Bosnia, nei campi situati ai confini con la Croazia, in questo momento si trovano "confinati circa 5.500 migranti, in condizioni igieniche precarie, senza acqua calda o assistenza medica". Secondo Amnesty International gli abusi e le violenze "sembrano far parte di una politica sistematica e deliberata delle autorità croate al fine di scoraggiare futuri tentativi di entrare nel paese". A causa di ostacoli burocratici, di un'assistenza legale inadeguata e della limitata capacità delle autorità della Bosnia-Erzegovina, ai richiedenti asilo non resta che tentare di raggiungere la zona Schengen, di solito la Slovenia e l'Italia, attraverso un percorso pericoloso e difficile. Sono costretti, spesso a piedi, ad attraversare il confine montuoso tra la Bosnia e la Croazia, fitte zone boschive e fiumi impetuosi, a volte anche campi minati. Il rapporto sostiene che nei primi dieci mesi dello scorso anno "almeno dodici persone sono annegate, soprattutto attraversando il confine sloveno-croato". Decine di altre avrebbero perso la vita in altri modi.

USA: IL governatore California Gavin Newsom decide la moratoria della pena di morte. Sono 737 i detenuti nel braccio della morte.

AdnKronos
Los Angeles Il governatore della  California, il democratico Gavin Newsom, firmerà oggi una moratoria della pena di morte nel suo stato, impegnandosi a far sì che non vi sia alcuna esecuzione durante il suo mandato. 


Il suo ordine bloccherà ogni possibile esecuzione dei 737 detenuti rinchiusi nel braccio della morte e porterà alla chiusura immediata della stanza delle esecuzioni nel carcere di San Quintino.

Ex sindaco di San Francisco, Gavin si è insediato a gennaio come governatore con un'agenda progressista. Sulla pena di morte è pronto a sfidare l'opinione pubblica di questo stato che negli ultimi sei anni ha bocciato due referendum per abolire la pena di morte. La pena capitale, dirà oggi in una conferenza stampa, è discriminatoria, ingiusta e "contraria ai nostri valori fondamentali".

Al momento in California si trova il maggior numero di detenuti in attesa nel braccio della morte di tutti gli Stati Uniti. Una serie di ricorsi legali contro il sistema di iniezione letale in uso in questo stato blocca da anni le esecuzioni, l'utima delle quali è avvenuta nel 2006. 

Newsom si è deciso alla moratoria - imitando i governatori di Oregon, Colorado e Pennsylvania - nella convinzione che gli ostacoli legali potrebbero essere rimossi durante il suo mandato, dando via libera alla ripresa delle esecuzioni.