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lunedì 22 aprile 2019

Nigeria - La violenza di genere e la povertà, spingono le giovani ragazze verso l’Italia per poi divenire schiave

Globalist
Ricerca di Actionaid, svolta insieme alla cooperativa BeFree. La violenza di genere è il fattore principale alla base dell’espatrio verso l’Italia, seguito dalla povertà.



È la violenza di genere il fattore principale che spinge le donne nigeriane a lasciare il proprio Paese per raggiungere l’Italia, diventando vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un vero e proprio “fattore di espulsione” che relega la donna ai margini della società nigeriana fino a costringerla alla partenza.
 


È quanto emerge dal rapporto “Mondi connessi. La migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate”, realizzato da ActionAid insieme a BeFree, cooperativa contro tratta, violenze e discriminazioni, analizzando 60 verbali di audizioni di donne nigeriane segnalate come presunte vittime di tratta presso la Commissione territoriale di Roma, tra il 2016 e il 2017, per il riconoscimento della protezione internazionale.

Nel 61% dei casi analizzati nello studio, la ragione principale dell’espatrio è proprio la violenza di genere (tra cui violenza dentro e fuori le mura domestiche e tentativi di matrimonio forzato). Il 33,3% delle donne fugge da situazioni di estrema povertà. Nel 66% dei casi sono donne con un’età compresa tra i 19 e i 24 anni e il loro arrivo in Italia è molto recente (l’86,7%), tra il 2015 e il 2017. Nella quasi totalità provengono dallo Stato di Edo, dove la tratta è un fenomeno strutturale ed endemico dovuto alle condizioni economiche, politiche e socio-culturali.

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Libia. Tripoli interrompe i soccorsi in mare per i migranti e usa le navi italiane per la guerra

Avvenire
Aveva ragione l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) a esprimere «preoccupazione per la situazione in Libia». Seppure da Tripoli si rifiutano di ufficializzarlo, l’area di ricerca e soccorso libica da giorni non è più interamente operativa. Non bastasse, si paventa il rischio di una violazione dell’embargo Onu sulle armi da guerra a causa delle motovedette fornite dall’Italia e «modificate» dai militari della Tripolitania.

Da ieri vengono fatte circolare immagini di mitragliatori pesanti, fissati sulle torrette delle navi. Prima della consegna, però, i cantieri navali della Penisola a cui era stato affidato il rinnovamento, avevano completamente eliminato ogni arma dagli scafi, conformemente all’embargo stabilito dall’Onu e prorogato nel luglio 2018 per altri dodici mesi. 

Gli scatti vengono fatti circolare da quanti, proprio a Tripoli, vogliono smentire che la Guardia costiera non sia operativa. Un boomerang, perché secondo gli accordi le navi di fabbricazione italiana avrebbero dovuto essere usate solo per il pattugliamento marittimo e non per operazioni militari.

Una conferma indiretta arriva da Roma. «La prosecuzione del conflitto potrebbe distogliere la Guardia costiera libica – spiega un portavoce del ministero delle Infrastrutture – dalle attività di pattugliamento e intervento nella loro area Sar, per orientarsi su un altro genere di operazioni». A cosa si riferiscano lo spiegano proprio i post pubblicati in rete attraverso profili vicini all’esercito del presidente Serraj: militari in tenuta da combattimento sul ponte delle navi che mostrano mitragliatori fissati sulle torrette. In passato i guardacoste libici avevano usato sistemi analoghi, il 26 maggio 2017 addirittura sparando «per errore» contro una motovedetta italiana. Subito dopo i cannoncini furono rimossi e mai più visti a bordo, dove di tanto in tanto apparivano militari con mitragliatori a spalla.

«Non abbiamo notizie ufficiali circa una riduzione delle capacità Sar della Guardia costiera libica», spiegano dal ministero guidato da Danilo Toninelli dopo avere approfondito la questione anche con il Coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (Mrcc) di Roma. La Libia, dunque, non ha ufficializzato all’Italia alcun abbandono della propria Sar.
Farlo, del resto, avrebbe comportato l’immediata cancellazione della registrazione della competenza libica, costringendo l’Italia e l’Europa a decidere se tornare a coprire, come avveniva in passato, quel tratto di Mediterraneo. 
Oppure abbandonare nel nulla i migranti che continuano a partire. Le autorità italiane, però, sembrano non fidarsi affatto dei colleghi tripolini, la cui operatività «è quella che sappiamo tutti», aggiungono dalle Infrastrutture. Perciò «la nostra attenzione sulla Sar libica è alta». 

Nel corso di alcune interviste era stato anche il ministro dell’Interno libico a confermare che «la Guardia costiera è focalizzata sulla protezione della popolazione e della Tripolitania e ha dovuto interrompere le operazioni di intercettazione degli immigrati».

Ci sono però anche difficoltà tecniche. «Negli ultimi giorni – spiega un operatore umanitario di un’agenzia internazionale – scarseggia il carburante e le navi della Guardia costiera sono a secco». Testimonianza confermata anche da alcuni addetti alla sicurezza di aziende italiane presenti nel porto di Tripoli.

Nello Scavo

#PrayForSriLanka

Blog Diritti Umani - Human Rights

domenica 21 aprile 2019

Guerra in Libia - Onu, 32.100 gli sfollati a Tripoli - Oms, 227 morti e 1.128 feriti da inizio ostilità

ANSA
E' salito a 32.100 il numero degli sfollati dall'inizio degli scontri armati a Tripoli e dintorni.
Lo scrive l'Ufficio Onu per gli Affari umanitari (Ocha) in un 'aggiornamento flash', precisando che scontri armati e bombardamenti indiscriminati continuano ad interessare diverse zone della capitale, tra cui Abuselim, AlHadba, Khallet Ferjan a sud e Ain Zara, Souq al-Juma'a e Tajoura, a est di Tripoli. Il numero delle vittime a Tripoli, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità in Libia, è salito a 227, 1.128 i feriti.



Buona Pasqua a tutti i lettori del Blog Diritti Umani

Blog Diritti Umani - Human Rights

Buona Pasqua 
a tutti i lettori del Blog Diritti Umani 
con nel cuore le persone e i bambini colpiti 
dal ciclone "dimenticato" IDAI a Beira in Mozambico

 

venerdì 19 aprile 2019

Nigeria - Attacco a Kajuru, nello stato del Southern Kaduna. L'aiuto di Sant'Egidio agli sfollati.

santegidio.org
L'impegno della Comunità nel fornire beni di prima necessità alle vittime




Dopo il recente attacco a Kajuru, nello stato del Southern Kaduna in Nigeria, da parte degli estremisti Fulani, la Comunità di Sant'Egidio si è fatta vicina ai 283 sfollati che hanno trovato riparo nella vicina città di Kachia, donando beni di prima necessità. 

Queste persone si aggiungono agli sfollati interni che nel paese sono quasi 2 milioni, in particolare nella regione a Nord Est, per via del terrorismo. Da febbraio ad oggi, solo in questa regione, sono morte 200 persone.

In Nigeria, da secoli, c'è una lotta tra i pastori fulani di origine musulmana e i contadini a maggioranza cristiana, per il controllo delle risorse economiche come la terra e l’acqua. In più recentemente si sono aggiunti la desertificazione, che spinge a cercare terre verso Sud, e l'uso spregiudicato di armi, che diventano strumento per violenze e rapine. 

I contadini sono spesso vittime di questi attacchi e da alcuni anni il conflitto si è inasprito nella logica della vendetta. Solo nel 2018, infatti, circa 1.700 persone sono state uccise, più di quelle colpite da Boko Haram.

Le preghiere, gli aiuti e le visite della Comunità sono state accolte come un segno di speranza e di pace.

Guerra in Libia continua a scorrere sangue, colpiti i civili, sale a 205 il numero dei morti

Globalist
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu non è riuscito intanto a trovare il compromesso su una bozza di risoluzione elaborata dalla Gran Bretagna.


Terrore, sgomento e rabbia a Tripoli dopo la pioggia di missili lanciati da Khalifa Haftar che in piena notte hanno centrato un'area densamente popolata diAbu Slim, a ridosso del cuore della capitale, e che sono esplosi non troppo distanti dall'ospedale del municipio.
 

Il leader del governo di unità nazionale Fayez al Sarraj ha bollato il maresciallo come un "criminale di guerra", mentre da Bengasi le forze ostili all'intesa nazionale mediata dall'Onu hanno puntato l'indice contro i "terroristi", riferendosi ai difensori di Tripoli.
Dura la condanna dell'inviato dell'Onu in Libia, Ghassan Salamè: "L'uso indiscriminato di armi esplosive in aree civili costituisce un crimine di guerra, l'uccisione di persone innocenti è un'eclatante violazione". 

L'alto diplomatico, che giorni fa ha etichettato l'offensiva di Haftar come un "colpo di Stato" non ha per ora addossato la responsabilità al maresciallo, ma è certo che il drammatico bombardamento notturno sarà al centro del dibattito aperto al Consiglio di sicurezza dell'Onu. 

 Il bilancio annunciato dagli ospedali dove sono stati portati i cadaveri e ricoverati i feriti parla di almeno 7 morti, tra i quali cinque donne, e 35 feriti, diversi ancora in gravic ondizioni. Il drammatico prezzo di sangue pagato dalla popolazione è di oltre 200 vittime. E cresce di migliaia al giorno il numero degli sfollati, arrivato a 25.000 persone.

"Bombardare le aree residenziali è un crimine contro l'umanità: dimostra che Haftar è un criminale di guerra e sarà ricercato dalla giustizia a tutti i livelli", ha tuonato Sarrajda Abu Slim, dove si è recato poco dopo la pioggia di missili. 

"Presenteremo alla Cpi la documentazione per classificarlo come tale. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha una responsabilità legale e umanitaria" e deve "perseguire" Haftar.
Da Bengasi invece le forze fedeli al maresciallo accusano i nemici di Tripoli, che in questa ricostruzione si sarebbero bombardati da soli per guadagnare il consenso dell'opinione pubblica internazionale.

Sui social media libici, intanto, è scoppiata la guerra delle fake news, che sembrano arrivare soprattutto dagli avversari di Tripoli. Oltre a improbabili ricostruzioni tecniche o militari sul bombardamento di Abu Slim, circolano ad esempio insistenti i fotomontaggi in cui i soldati dei Katiba fedeli all'unico governo riconosciuto dall'Onu nel Paese sono abbinati alla bandiera nera dell'Isis. 

Dinamiche che a Tripoli non sembrano aver fatto breccia, soprattutto a piazza dei Martiri, dove le lacrime dei parenti hanno accompagnato la preghiera di diverse decine di persone rimaste in silenzio davanti alle bare di alcune delle vittime. Poi è scoppiata la rabbia, gli slogan urlati contro il "criminale Haftar" e i suoi alleati e sostenitori stranieri come anche verso il Ciad, da cui sono partite nel corso dei mesi scorsi le milizie che hanno messo a ferro e fuoco il sud del Paese e che ora sarebbero state reclutate da Haftar - accusano a Tripoli - nella guerra contro il governo.

Per tutto il giorno le armi hanno taciuto sui fronti alla periferia della capitale. Ma il tramonto segna l'inizio di un'altra notte di apprensione in tutto l'ovest libico.

Gli "Yemen Papers" rivelano le forniture francesi di armi ad Arabia Saudita ed Emirati

Corriere della Sera
Dal sito investigativo Disclose, che ha reso pubblici documenti militari secretati, sono emerse nuove prove sulle ingenti forniture militari destinate dalla Francia all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, gli stati che guidano la coalizione che dal 2015 bombarda incessantemente lo Yemen nel tentativo di sconfiggere il gruppo armato huthi. 


Queste rivelazioni si aggiungono alla recente denuncia di Amnesty International, che nella battaglia di Hodeidah aveva verificato la presenza di carri armati Leclerc di fabbricazione francese.

La Francia è sotto accusa per aver inviato forniture militari, carri armati inclusi, alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che le hanno poi girate a gruppi armati che combattono sul terreno accanto alle forze regolari della coalizione. 

Le ripetute richieste di Amnesty International al ministero della Difesa di Parigi di fornire informazioni sulle forniture di armi alla coalizione sono finora cadute nel vuoto. C'è da sperare che le rivelazioni di Disclose spingano le autorità francesi a essere trasparenti e, soprattutto, a sospendere tutti i trasferimenti alle parti in conflitto in Yemen. 

Secondo le Nazioni Unite negli ultimi tre mesi c'è stata una recrudescenza dei combattimenti nelle province dello Yemen confinanti con l'Arabia Saudita, col conseguente aumento del numero degli sfollati. Nella sola Sa'da, il 62 per cento delle proprietà civili è stato pesantemente danneggiato.

di Riccardo Noury

giovedì 18 aprile 2019

Migranti "Meno sbarchi ma più morti": ogni 1000 sbarchi 26 morti nel 2017, 35 nel 2018 , 100 nel 2019. E migliaia bloccati nei lager libici.

Globalist
Il presidente della Cei: "ogni morto in mare è un'offesa al genere umano"; ma Salvini risponde: "meno sbarchi, meno morti. I porti rimangono chiusi".


Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla presentazione del Rapporto annuale del Centro Astalli ha dichiarato: "sono diminuiti gli sbarchi in Italia ma aumentano i morti in mare in modo esponenziale. Chi se ne prende la responsabilità? Un morto in mare offende il genere umano".

"È un fenomeno che non troverà soluzione nella costruzione di barriere e diffusione della paura dell'altro" ha continuato Bassetti, perché il "consolidamento della pace passa attraverso la giustizia sociale e coloro che costruiscono muri finiranno prigionieri dei muri che hanno costruito".
A commento poi delle parole del Papa sulla necessità di erigere 'ponti per i porti', Bassetti ha parlato di 'numeri' su cui l'Italia dovrebbe concentrarsi: 
"Nel 2017 ogni 1000 sbarchi 26 morti. Nel 2018 ogni 100 sbarchi 35 morti; nel 2019, 100 morti ogni 1000 sbarchi". Dati allarmanti e significativi in cui "il mare della Bibbia e del Vangelo diventa la tomba dei nostri fratelli e sorelle"; in cui un ritorno ai lidi da cui si è partiti "può essere una condanna a morte". 
"Questo mi turba. E dico che questi problemi devono essere risolti". Perchè "creare una mentalità che ti porta a vedere nell'altro un nemico, significa uccidere la tua anima ed anche quella dell'altro".

Ma Salvini, che evidentemente si sente chiamato in causa, ha replicato: "Sono diminuiti gli sbarchi, sono diminuiti i morti. Spero che nessuno abbia nostalgia dei 600.000 sbarchi degli ultimi anni, dei miliardi sprecati, dei troppi reati, delle migliaia di morti del passato. Oggi in Italia si arriva col permesso, i porti sono chiusi per scafisti e delinquenti".

mercoledì 17 aprile 2019

Nicaragua - Un anno di dura repressione: 325 uccisi, 2000 feriti, migliaia fuggiti in Costa Rica

Corriere della Sera
Il 18 aprile 2018 iniziava in Nicaragua un periodo di brutale repressione nei confronti delle manifestazioni contro le riforme, poi ritirate, in materia di sicurezza sociale.



Da allora i morti sono stati almeno 325, uccise soprattutto dalle forze di sicurezza e da gruppi armati filo-governativi; oltre 2000 persone sono state ferite, centinaia arrestate arbitrariamente e decine di migliaia costrette a fuggire in Costa Rica.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno documentati casi di grave violazione dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale, tra cui torture ed esecuzioni extragiudiziali che hanno chiamato in causa la Polizia nazionale e i gruppi armati filo-governativi.

Il governo del Nicaragua ha espulso dal paese l’Ufficio dell’Alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti e il Meccanismo speciale di monitoraggio sul Nicaragua, ha annullato lo status giuridico di organizzazioni locali della società civile e ha continuato a minacciare giornalisti e difensori dei diritti umani.

Riccardo Noury

Messico, 45 corpi in due fosse comuni. Resti di desaparecidos ritrovati negli stati di Sonora e Jalisco

Ansa
Le autorità messicane hanno confermato il rinvenimento negli Stati di Sonora e Jalisco di fosse comuni contenenti nel complesso i resti di 45 persone da tempo considerate 'desaparecidos'.


Il primo ritrovamento, di 30 cadaveri, è stato realizzato durante lo scorso fine settimana nel municipio di Cajeme dello Stato di Sonora da un team formato dalla locale Associazione delle donne guerriere cercatrici, con il sostegno di uomini dell'Agenzia ministeriale di indagini criminali. 

Intanto in una conferenza stampa ieri il titolare della Procura generale dello Stato di Jalisco, Gerardo Octavio Solís Gómez, ha reso noto che sulla base di una denuncia anonima sono stati rinvenuti 15 corpi (una donna e 14 uomini) in una fattoria della colonia El Colli del municipio di Zapopan. Solís Gómez ha precisato che "l'ispezione di tutto il terreno della fattoria richiederà ancora una settimana" e che "non è escluso che si possano realizzare nuovi ritrovamenti".

Libia: Unicef, 7.300 i bambini sfollati finora 4.500 persone chiedono di essere evacuate. Morti scontri a 174

AnsaMed
Sono 7.300 i bambini sfollati in Libia a causa degli scontri in corso. E' il dato, aggiornato al 15 aprile, dell'Unicef all'ANSA. 
Le persone che hanno invece chiesto di essere evacuate e che si trovano tuttora nelle aree del conflitto sono circa 4.500, fra cui 1.800 bambini.
 

L'Unicef sta attuando una risposta rapida all'emergenza attraverso la consegna di pacchi di beni essenziali, come cibo e aiuti per l'igiene. Circa 200 famiglie (circa 1.000 persone, fra cui bambini) sono state assistite dall'inizio della crisi.

L'Unicef sta inoltre fornendo aiuti igienico-sanitari essenziali, medicine e kit per l'istruzione, per un'assistenza immediata ai bambini e alle famiglie colpiti dal conflitto e sfollati. Come parte della risposta sanitaria, inoltre, sta lavorando per supportare le strutture sanitarie in aree colpite dalla guerra: quattro kit medici sono stati ad esempio forniti all'ospedale di Zintan, sufficienti per l'assistenza sanitaria di base ad almeno 10.000 persone per tre mesi. 

L'organizzazione sta anche assicurando servizi psicosociali ai bambini sfollati e supporto psicosociale alle loro famiglie. Dall'inizio del conflitto, oltre 100 ragazzi e ragazze e 50 genitori hanno beneficiato di programmi di protezione dell'infanzia e di sensibilizzazione.
Per rispondere alle emergenze a Tripoli e in Libia occidentale, l'Unicef e i suoi partner hanno lanciato un appello urgente di 4,77 milioni di dollari per continuare a fornire assistenza multisettoriale ai bambini e alle loro famiglie direttamente colpiti dal conflitto.
Intanto, il bilancio delle vittime degli scontri a Tripoli è salito a 174 morti e 756 feriti. Lo riferisce l'Organizzazione mondiale della Sanità nel Paese nordafricano.

martedì 16 aprile 2019

Siria - Strage degli innocenti nel campo profughi di Hol. Altri 12 bambini sono morti, sono 253 da gennaio

AnsaMed
Sale a più di 250 bambini morti in circa tre mesi il bilancio dei minori, tra cui molti neonati, che hanno perso la vita a causa di malattie e stenti in un affollato campo profughi nell'est della Siria al confine con l'Iraq. 


Lo riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), secondo cui negli ultimi giorni altri 12 minori sono morti nel campo di al Hol. 

Da gennaio a oggi, afferma l'Ondus, sono morti ad al Hol 253 minori, moltissimi dei quali neonati e bambini di pochi anni di vita. 

Nel campo di al Hol sono ammassate più di 70mila persone, provenienti in larga parte dalle zone della Siria sud-orientale fino a febbraio controllate dall'Isis e coinvolte nell'offensiva curdo-americana nell'area tra l'Eufrate e il confine iracheno.

Italiana, incinta a fine contratto, viene assunta a tempo indeterminato da un imprenditore marocchino (arrivato col barcone)

La Repubblica
La storia di Letizia che, sebbene in gravidanza, ha potuto firmare un contratto d’assunzione. Il suo datore di lavoro è da 20 anni in Italia ed è ora a capo di un’azienda artigianale che a Firenze produce accessori e calzature in pelle.


Per lei è stato quasi un miracolo. Per lui, invece, una cosa del tutto normale. Lei si chiama Letizia Chiari, ha scoperto di essere incinta proprio alla fine del contratto a tempo determinato di sei mesi. 

«Quando ho scoperto di essere incinta, ho pensato che avrei perso il lavoro. Sarei stata una mamma felice, ma disoccupata». Lui è l’imprenditore marocchino che, nonostante il termine del contratto e nonostante la gravidanza della propria dipendente, ha deciso di assumerla a tempo indeterminato. Da subito, senza attendere la nascita del figlio. Una storia poco comune, nell’Italia che siamo abituati a conoscere. Ancor più se l’imprenditore in questione, Hicham Ben ‘Mbarek, è un marocchino, arrivato oltre vent’anni fa con un barcone, insieme alla madre. Da allora tanta fatica, sudore e lacrime. E tantissima forza di volontà. 

Oggi Ben è un immigrato di successo, comproprietario insieme a Matteo Masini di Benheart, marchio di accessori e calzature in pelle made in Italy, con realizzazione artigianale. Cinture, scarpe borse, giacche, giubbotti. Due negozi a Firenze, un negozio a Milano, un altro a Verona, uno a Roma, uno a Tokyo. Tredici assunti soltanto a Firenze, di cui 12 italiani. Lui non ruba il lavoro agli italiani, al contrario, lo crea. Per Benheart lavorano esclusivamente artigiani selezionati della zona, è importante per non far morire l’artigianato fiorentino. Il brand è stato indossato da artisti internazionali come Enrico Ruggeri, Ligabue, Eto’o.

La storia di Ben
Ben è piuttosto restio a raccontare la storia dell’assunzione di Letizia: «Per me non è un fatto di scalpore, dovrebbe essere la normalità e non voglio farmi pubblicità per una cosa che ritengo un fatto di civiltà. Non deve costituire un’eccezione, ma la regola». È stata Letizia a convincere Ben a rilasciare questa intervista, dopo che la storia era stata raccontata per la prima volta sulle pagine fiorentine de La Nazione. Dice Letizia: «Sono consapevole delle difficoltà che si trovano a vivere le donne incinta sul posto di lavoro e credo sia opportuno raccontare storie a lieto fine come questa, affinché diventino la normalità». Ben non si ferma mai, lavora senza sosta. È padre di tre figli e ha subìto un trapianto di cuore nel 2011. Stava giocando a calcio, quando improvvisamente il suo cuore si è fermato. Attacco cardiaco. Miocardiopatia dilatativa. C’era solo un modo per salvare Ben: un cuore nuovo, che arrivò soltanto dopo sette mesi di lunga attesa. Era il cuore di un donatore italiano, cristiano. «Sono musulmano, ma dentro di me batte un cuore cristiano». Un messaggio che Ben ha voluto diffondere, come segnale di pace e fratellanza in un momento storico fatto di muri e tensioni. «Soltanto con la condivisione si possono sconfiggere ingiustizie e terrorismi». Forse anche per questo Ben è un imprenditore dal volto umano. Sono state proprio la sofferenza e la fatica a renderlo più generoso. Ecco perché, dice agli immigrati in arrivo sulle nostre coste: «Ricordatevi che l’Europa non è una giostra, dovete conquistarvela con sudore e umiltà».

Jacopo Storni

lunedì 15 aprile 2019

Iran - Un anno di carcere a Vida Movahedi, donna simbolo della lotta dei diritti delle donne, colpevole di "fomentare corruzione e dissolutezza".

Corriere della Sera
L'attivista Vida Movahedi giudicata colpevole di "fomentare corruzione e dissolutezza": il suo gesto scatenò l'effetto emulazione in tutto il paese islamico. Si tolse il velo islamico in piazza Enghelab, nella capitale Teheran, contro l'obbligo di indossarlo. 

E per questo fu arrestata, nell'ottobre scorso, innescando una serie di proteste, anche internazionali, contro l'imposizione del hijab. Da allora di Vida Movahedi non s'era saputo più nulla: la "ragazza di piazza della Rivoluzione", com'era stata ribattezzata dai media, era sparita nel nulla.

Il timore era che l'effetto emulazione scatenato nella popolazione femminile e la risonanza mediatica dell'episodio avessero spinto le autorità della repubblica islamica a usare il pugno duro. Invece era in prigione, in attesa della sentenza. Già in passato la 30enne, madre di una bimba di due anni, aveva manifestato pubblicamente contro le leggi restrittive per le donne, facendo da esempio per centinaia di connazionali.

Lo scatto di lei, nel dicembre 2017, che - salita su una centralina dell'elettricità - sbandierava il velo bianco appena tolto, fece letteralmente il giro del mondo; e per quel gesto venne multata e condannata a cinque mesi di carcere. Dacia Maraini scrisse sul Corriere che l'immagine di quel candido foulard appeso in cima a un bastone era "come una spada, una bandiera". Ora la notizia del verdetto di colpevolezza per la seconda dimostrazione, emesso il 2 marzo scorso dai giudici con l'accusa di "fomentare corruzione e dissolutezza", e della condanna a un anno di carcere, di cui si è saputo solo in questi giorni grazie al suo avvocato Payam Derafshan.

La ragazza diventata emblema - Dunque Vida si prepara a restare dietro le sbarre per i 7 mesi che ancora le restano in base all'ultima disposizione del tribunale, nonostante abbia diritto all'indulto e il giudice abbia dichiarato di essere favorevole alla libertà condizionale, ha spiegato il suo legale."Il giudice è stato molto sensibile sul fatto che Mohavedi ha una figlia di due anni e che non ha avuto motivi politici per le sue azioni", ha aggiunto.

La burocrazia, denuncia il suo legale, ha impedito però finora la presentazione della richiesta di scarcerazione: il fatto che le autorità carcerarie non aggiornino il suo status legale le rende impossibile usufruirne. "Abbiamo tentato molte volte di superare questo dilemma burocratico, ma oltre un mese dopo non siamo arrivati a nulla, ecco perché abbiamo deciso ancora una volta di rivolgerci ai media".

Vida è la più nota delle molte piccole eroine che stanno crescendo nel paese degli ayatollah, come la prima pugile Sadaf Khadem e la tifosa di calcio Zahra Khoshnavaz, in una nazione che resta capace tuttavia di verdetti quanto meno singolari ispirati a divieti religiosi, e spietate pene corporali come quella emessa solo il mese scorso contro l'avvocatessa Nasrin Sotoudeh.

I tempi faticano a tornare ai costumi antecedenti la rivoluzione ma secondo un recente sondaggio governativo oltre metà della popolazione, inclusa quella maschile, è contraria all'obbligo del velo in pubblico. Una deroga fu concessa, ad esempio, in occasione della Fashion week del 2015. Ma la battaglia è solo all'inizio.


Giuseppe Gaetano

Libia - La guerra che si cerca di minimizzare, ma infuria la battaglia a Tripoli, oltre 120 morti, strage di bambini

Ansa
E' salito a 121 il numero dei morti negli scontri in Libia, i feriti sono 561. Lo riferisce l'Organizzazione mondiale della sanità nel Paese nordafricano.
Tripoli, razzi e artiglieria al fronte sud ovest IL VIDEO.




E' salito a circa 16.000 il numero degli sfollati dall'inizio degli scontri armati a Tripoli e dintorni.
Lo scrive l'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha) in un "aggiornamento flash" sulla situazione nei dintorni della capitale, precisando che oltre duemila sono le persone che hanno lasciato le proprie case solo nelle ultime 24 ore. Negli scontri - scrive l'Ocha, sono state danneggiate altre due ambulanze, portando ad otto il numero dei veicoli di soccorso danneggiati dall'inizio delle ostilità a Tripoli.

"Il presidente Abdel Fattah al-Sisi, nel suo incontro oggi al palazzo al-Ittihadeya con il maresciallo Khalifa Haftar, comandante dell'Esercito nazionale libico, ha esaminato novità e sviluppi della situazione in Libia". Lo scrive l'agenzia ufficiale egiziana Mena citando una dichiarazione del portavoce della Presidenza, Bassam Radi, senza aggiungere altro. L'Egitto, come noto, è sponsor politico di Haftar e ha apprezzato fra l'altro le sue campagne contro gli islamisti a Bengasi, Derna e in altre parti della Libia.

Attacchi e controffensive, avanzate e ritirate, morti, feriti e centinaia di civili intrappolati: si fa sempre più cruenta la battaglia alle porte di Tripoli, che si combatte furiosamente tra le forze fedeli al governo internazionalmente riconosciuto di Fayez al Sarraj e quelle di Khalifa Haftar. 


Il decimo giorno della guerra proclamata dal maresciallo è stato segnato da violenti scontri lungo l'asse a sudovest della capitale. Dopo una notte di combattimenti, i soldati dell'uomo forte della Cirenaica hanno sfondato le linee avversarie, avanzando a colpi di artiglieria, missili Grad e sostenuti dai raid aerei. Due le zone conquistate per diverse ore: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, lanci di razzi e vittime, soprattutto civili - almeno cinque gli uccisi, tra i quali una donna incinta - le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Nel primo pomeriggio dal centro della cittadina si levavano dense colonne di fumo nero. Le truppe di Haftar sono state costrette alla ritirata, lasciando diverse unità di fanteria lungo la linea di un fronte frastagliato, lontane dalle retrovie. I soldati, a corto di munizioni, sparavano contro i tuwar nel tentativo di aprirsi una via di fuga. I soldati che difendono la capitale sono poi avanzati anche su Aziziya, strappando parte della città agli avversari. Sul campo, hanno riferito fonti attendibili, sono arrivate anche le temibili milizie di Zintan, protagoniste della cacciata di Muammar Gheddafi da Tripoli nel corso della rivoluzione del 2011 e pronte ora a combattere per la difesa della capitale.
Il bilancio dall'inizio dell'offensiva, il 4 aprile, è di almeno 120 morti, tra i quali 28 bambini, hanno fatto sapere fonti mediche. Decine e decine di famiglie sono bloccate tra due fuochi: moltissime le telefonate strazianti dalle zone di combattimento che arrivano ogni giorno al centro di emergenza di Tripoli. Soprattutto donne, che chiedono cibo, acqua oppure "qualcuno che ci venga a prendere". Ad Ain Zara, altro fronte caldo a soli 15 km a sudest della capitale, una scuola elementare deserta è stata centrata da un raid di Haftar. Non ci sono state vittime, ma le bombe piovute dal cielo hanno terrorizzato i tanti rifugiati presenti nell'area, che nei giorni scorsi hanno trovato riparo proprio in edifici pubblici attualmente chiusi. I militari di Tripoli hanno l'ordine di limitare la potenza di fuoco, evitare vittime e distruzioni. "Combattiamo per la nostra terra, per tutti i libici. 

Per questo sino ad oggi siamo ancora rimasti sulla difensiva: anche i soldati di Haftar sono nostri compatrioti", ha detto all'ANSA il generale Abuseid Shwashli, al comando della regione del distretto sudovest. "Quelli di Haftar hanno armi più moderne, ma non le sanno usare. Sono soprattutto reclute, meno del 20% delle loro forze ha esperienza, e combattono per lo stipendio oppure perché sono costretti", ha sottolineato Shwashli, mentre nel suo quartier generale pezzi di artiglieria pesante vengono tirati a lucido, pronti all'uso se da Tripoli partisse l'ordine di un attacco massiccio. "Se dovesse arrivare quell'ordine, saremmo costretti a fare terra bruciata", ha detto ancora il comandante. Nel centro di Tripoli, per il momento, arrivano solo gli echi delle battaglie che si combattono alle sue porte. Il sole al tramonto illumina le lunghe code di auto ai distributori a caccia di benzina: l'unica vera immagine di guerra nella capitale in queste ore cruciali per il destino della città, e di tutta la Libia.

Obiettivo salvare vite umane: la nave italiana Mare Jonio torna in mare

Globalist
La nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans è salpata da Marsala in direzione Lampedusa e da lì in mare aperto.

Obiettivo salvare vite umane, mentre chi mostra il Vangelo lascia tranquillamente che officino nel mare.

Così è' salpata come annunciato la nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans. La Mare Joinio, insieme a una barca a vela d'appoggio, ha lasciato l'attracco di Marsala, poco dopo le 6.30 e sta navigando in direzione di Lampedusa dove dovrebbe giungere in serata. "L'equipaggio è composto da una ventina di persone, tutti italiani tranne un greco. A bordo non c’è il comandante Gregorio De Falco che probabilmente parteciperà a una prossima missione".

La Mare Jonio, lunga 36 metri, batte bandiera italiana e ha un equipaggio composto da una ventina di persone alcune delle quali navigano sulla barra a vela di appoggio.
"Contiamo di arrivare intorno alle 19 a Lampedusa dove probabilmente faremo una sosta tecnica a causa delle avverse condizioni meteorologiche, dato che nel Mediterraneo c’è tempesta, per ripartire magari lunedì in serata o martedì verso il mare aperto".

Ora che in Libia c'è la guerra avranno il coraggio di rimandarli indietro? Certo. Ma non è coraggio, è vigliaccheria.

domenica 14 aprile 2019

Appello Urgente: Dexter Johnson condannato a morte in Texas, esecuzione fissata il 2 maggio 2019

santegidio.org
La storia di Dexter
Lo stato americano del Texas ha in programma l’esecuzione di Dexter Johnson il 2 maggio prossimo. L’uomo è accusato dell’omicidio aggravato nei confronti di una giovane donna, Maria Aparece.A Johnson è stato rifiutato un ricorso al Quinto Circuito della Corte d’Appello, così come una richiesta di appello per motivi di salute. Il suo avvocato infatti sostiene che Dexter soffra di un serio handicap mentale cronico dovuto ad un importante trauma cranico subito in gioventù, che esclude la sua colpevolezza morale nel caso in questione.

La Comunità di Sant’Egidio raccomanda di scrivere al Governatore del Texas Greg Abbott e al Texas Board of Pardons and Paroles per chiedere clemenza per Dexter, attraverso questo sito.

Il parere di tale organismo può determinare un’influenza decisiva sulla scelta del Governatore del Texas di fermare o meno la sua esecuzione.

Grazie.

Filippine, Duterte che per combattere la droga ha ucciso 15.000 persone i 3 anni, si sottrae alla Corte penale internazionale.

Il Manifesto
All'ultima sessione della Commissione Onu sulle Droghe sono state presentate le Linee Guida sui Diritti Umani e le Politiche sulla Droga. Gli autori sono l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, il Programma Onu per lo sviluppo, quello per l'hiv/aids e il Centro Internazionale per i diritti umani dell'università di Essex. 


"Le politiche sulla droga hanno impatti molto significativi sui diritti umani" si legge in premessa, occorre quindi "sviluppare politiche che rispettino gli obblighi internazionali relativamente alla proporzionalità delle pene, le discriminazioni fino ad arrivare al diritto a godere dei benefici del progresso scientifico anche per l'accesso a terapie per le dipendenze e a prevenire le overdose".

Queste raccomandazioni avevano seguito di poco l'intervento in plenaria di un generale filippino che aveva rivendicato la politiche del presidente Duterte contro drogati e spacciatori che hanno creato un regime di terrore nel paese con spedizioni di paramilitari che hanno ucciso oltre 15000 persone in due anni.

Se non fosse stato per un dibattito organizzato da DRCNet Foundation, Forum Droghe e l'Associazione Luca Coscioni nessuno avrebbe replicato pubblicamente alle Filippine. Contro la retorica governativa, giornalisti e attivisti hanno raccontato la loro versione via video da Manila. Chel Diokno, avvocato dei diritti umani e candidato liberale alle prossime elezioni per il Senato, ha denunciato come Duterte "non si interessi della pressione internazionale", in particolare del Parlamento europeo e del Congresso Usa, mentre per la società civile che si oppone a questa guerra senza quartiere è fondamentale "che la pressione" resti perché è "stata molto importante nell'evidenziare globalmente cosa stia succedendo nelle Filippine influenzando l'operato del governo speriamo che continui affinché Manila aderisca ai suoi impegni previsti dai trattati internazionali sui diritti umani".

Secondo gli ultimi dati dell'agenzia filippina per le droghe, oltre 5000 persone sono state uccise dalla polizia durante i rastrellamenti degli ultimi tre anni, Diokno e altri militanti dei diritti umani stimano le uccisioni intorno alle 20000 includendo le morti "ispirate" dalla campagna di odio fomentata da Duterte.

Da un paio d'anni, e dopo un simile evento all'Onu di Vienna del 2017, un gruppo di giuristi filippini, con la collaborazione di altre associazioni sta compilando un dossier sulle esecuzioni extra-giudiziarie. L'unico modo di poter portare davanti alla giustizia un Capo di Stato in carica sarebbe ricorrere alla Corte penale internazionale. Per l'appunto, e proprio per via delle condotte del Presidente Duterte, le Filippine sono uscite dal Trattato di Roma sulla CPI il 17 marzo 2019 - due giorni prima del dibattito di Vienna e un anno dopo averlo ufficialmente annunciato. Uscire dallo Statuto non è tecnicamente semplice ma la volontà politica è chiara.

Se l'attenzione internazionale degli ultimi anni ha concorso a bloccare gli squadroni della morte, il regime di violenza ha talmente terrorizzato centinaia di migliaia di persone che in massa si sono "volontariamente" fatte interrogare e perquisire. Naturalmente il traffico di stupefacenti non ha subito significative battute d'arresto nelle oltre 7.000 isole dell'arcipelago restando una delle principali vie di transito da e per la Cina. La pressione internazionale sulle Filippine potrà funzionare se alle parole seguiranno i fatti: opporsi a Duterte senza porre fine alle politiche repressive in Europa e Usa non funzionerà, le linee guida per le politiche sulla droga vanno in primis applicate a Roma, Parigi, Washington e Brasilia e poi, naturalmente a Manila, Pechino, Mosca, Riad e Teheran.

di Marco Perduca

Gli scafisti russi, in lussuosi velieri che portano centinaia di migranti, ignorati da Salvini che attacca le ONG

L'Espresso
Viaggiano verso l'Italia su insospettabili barche a vela di lusso. Cariche di disperati a cui negano anche il cibo. Ecco chi sono gli scafisti dell'Est, le loro rotte, il business sulla pelle dei migranti. 


Si confondono fra le imbarcazioni dei turisti: hanno la prua snella e le vele candide. Ma a tradirle, quasi sempre, è il grido di liberazione degli insoliti passeggeri: non appena la barca approda a riva loro scendono di corsa, abbandonano gli abiti fradici d'acqua nelle spiagge e poi scompaiono nel nulla.

Mentre il ministro dell'Interno Matteo Salvini ordina la chiusura dei porti, annuncia trionfante che gli sbarchi sono stati azzerati e punta il dito verso le navi delle Ong accusate di essere "taxi del Mediterraneo", c'è un piccolo e silenzioso fenomeno che sta crescendo intorno alle nostre coste, ma al quale il vice premier non ha mai dedicato nemmeno un tweet. Si tratta del traffico di esseri umani a bordo di insospettabili imbarcazioni di lusso: è il nuovo business sulla pelle dei migranti gestito da potenti clan venuti dall'Est, uniti in un sodalizio criminale con organizzazioni turche.

Negli ultimi mesi questi sbarchi sono aumentati a vista d'occhio. E ogni episodio sembra essere la fotocopia di quello precedente: gli scafisti sono di nazionalità russa o georgiana, le navi che trasportano i migranti sono costosi motovelieri intestati a società fittizie e spesso battenti bandiera americana, le fedine penali dei comandanti dell'equipaggio sono rigorosamente immacolate. Per la polizia internazionale si tratta di autentici fantasmi che fanno parte di un rebus criminale ancora tutto da decifrare, riconducibile alla mafia russa, che dopo aver conquistato il monopolio nei furti in appartamento e nel riciclaggio in tutta Europa ora ha affondato le mani anche nel traffico di migranti.

Le regole dei padrini dell'Est sono sempre le stesse, applicate in ogni loro settore criminale: silenzio, discrezione e gestione della manovalanza in perfetto stile paramilitare. Una disciplina che anche in questo caso dà buoni frutti, con numeri da capogiro: gli investigatori calcolano che per ogni passeggero gli scafisti guadagnino fino a 10 mila euro a testa, in gruppi di circa 70 persone alla volta per una media di 5 mila viaggi all'anno.

Quasi sempre gli scafisti dell'Est percorrono il tratto di mare tra la Grecia e la Puglia, che diventa la scorciatoia per aggirare i "muri" europei. Anche se di recente molti degli sbarchi fantasma sono avvenuti in Sicilia, nella costa del Ragusano, aggirando ogni tipo di controllo. I passeggeri sono spesso curdi o iracheni e la loro fuga verso l'Europa parte dal quartiere Aksaray a Istanbul: è lì che avvengono i primi contatti con queste potenti organizzazioni criminali, come ricostruito da L'Espresso attraverso i racconti dell'orrore fatti dai migranti.

Negli ultimi mesi gli episodi hanno avuto un'impennata: se ne sono verificati quasi uno alla settimana, anche per via dell'arrivo del clima più temperato che ha dato inizio a una nuova stagione di sbarchi "fantasma". E insieme agli approdi arrivano le inchieste, che stanno tenendo occupati i magistrati pugliesi e siciliani. Sotto la lente dei pubblici ministeri di Messina, per esempio, c'è uno sbarco avvenuto alcuni mesi fa a Taormina, al largo della spiaggia di Cantone del Faro. Ad avvisare le forze dell'ordine, allora, erano stati alcuni passanti: avevano visto un gommone che faceva avanti e indietro e che trasbordava a riva alcune persone prelevandole da un'imbarcazione ferma in mezzo al mare in balìa di una tempesta. Con molta pazienza, i Carabinieri della Compagnia di Taormina guidata dal capitano Arcangelo Maiello hanno arrestato uno degli scafisti, mentre la Guardia di Finanza ha messo le manette ai polsi del suo complice, che si trovava in mare intrappolato sulla barca a vela, con le tasche ancora piene di dollari e rubli.

Le generalità degli skipper sembrano essere una fotocopia: entrambi russi, trentenni e incensurati. Altra singolare coincidenza, pure stavolta l'imbarcazione risulta immatricolata nel piccolo Stato americano del Delaware, che si trova fra Washington e Philadelphia, famoso per avere uno degli uffici per la registrazione delle barche più attivo di tutti gli Stati Uniti. E dove un motoveliero arriva a costare più di 315.000 dollari.

Batteva bandiera americana - sempre immatricolata nel Delaware - pure la barca a vela di 9 metri chiamata "Tefida" che un anno fa ha trasportato una decina di migranti kosovari, fra cui 2 bambini, fino alle coste di Brindisi, in Puglia. I due skipper russi, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e tuttora in carcere, non hanno mai voluto collaborare con gli inquirenti e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Qualche settimana prima, lo scenario si era ripetuto a largo di Avola, Siracusa: dentro la barca a vela viaggiavano stipati in condizioni disumane 59 pakistani. L'imbarcazione è stata agganciata in mezzo al mare mosso, e trainata a Marzamemi. I militari italiani hanno fermato i due scafisti: anche stavolta russi, incensurati e per niente collaborativi.

[...]

Il primo a tracciare l'anatomia di questa nuova tipologia di scafisti mercenari è stato il commissario Carlo Parini, fino a qualche mese fa alla guida del Gicic, Gruppo Interforze di contrasto all'immigrazione clandestina, team unico in Italia creato nel 2006 dalla Procura della Repubblica di Siracusa e sciolto pochi mesi fa per volere del nuovo governo perché, secondo Salvini, "gli sbarchi in Italia non ci sono più".

Arianna Giunti

sabato 13 aprile 2019

Arabia Saudita. Restano in carcere attiviste: torturate e minacciate di stupro

nena-news.it
Si sperava in altre scarcerazioni. Invece nessuna delle attiviste saudite per i diritti civili delle donne e per i diritti umani a processo la scorsa settimana a Riyadh è stata rilasciata come il mese scorso era accaduto (in via temporanea) per tre di loro: la blogger Eman al Nafjan, la docente universitaria Aziza al Yousef e la predicatrice Ruqayya al Mohareb. 

Con evidente delusione l'ong saudita "Prigionieri di coscienza" ieri ha twittato: "La terza udienza del processo si è conclusa senza alcun verdetto contro di loro e senza alcun rilascio temporaneo". La prossima udienza è stata fissata per il 17 aprile.

Le attiviste di cui invano i centri per diritti umani e altre parti internazionali hanno chiesto il rilascio, sono state arrestate circa un anno fa, poche settimane prima della revoca del divieto alla guida per le donne. Sul banco degli imputati, tra le altre, ci sono Loujain al Hathloul - Amnesty International denuncia che è stata minacciata di stupro mentre era in detenzione da Saud al-Qahtani, un ex stretto consigliere del discusso erede al trono Mohammed bin Salman - Aziza al Yousef e Hatoon al Fassi, entrambe docenti universitarie, le giornaliste e blogger Eman al-Nafjan e Nour Abdel Aziz, e Samar Badawi che da anni lotta per far annullare il sistema del "tutore maschio" per le donne saudite.

Le attiviste sono sotto processo per accuse che includono contatti con media stranieri, diplomatici di altri Paesi ed esponenti dei diritti umani. Le famiglie delle detenute denunciano di essere state intimidite da agenti dei servizi di sicurezza. "Siamo sotto pressione da tutte le parti, voglio farci rimanere in silenzio", ha scritto su twitter Alia, sorella di Loujain al Hathloul. "Quando siamo rimasti in silenzio - ha aggiunto - sono state praticate le peggiori torture. Resterò zitta solo quando Loujain sarà con noi e coloro che l'hanno torturata saranno messi sotto processo".

La scorsa settimana - ha riferito l'agenzia di stampa Afp - alcune delle donne sono crollate mentre testimoniavano, raccontando di aver subito torture e molestie sessuali in detenzione. Hanno riferito di essere state frustrate sulla schiena e sulle gambe e sottoposte a scosse elettriche da uomini mascherati. Torture e abusi sono avvenuti durante gli interrogatori l'anno scorso a Gedda prima di essere trasferite a Riyadh, dove le attiviste sono state processate. Almeno una delle detenute ha cercato di suicidarsi in seguito ai maltrattamenti subiti. Il governo saudita nega che le donne siano state torturate o molestate.

Durante le udienze ai giornalisti che lavorano per media stranieri, ai diplomatici e altri osservatori indipendenti non è stato permesso di entrare in aula. Il processo in corso aggiunge nuove accuse al regno saudita, in particolare principe ereditario Mohammed bin Salman, per gravi violazioni dei diritti umani, dopo l'indignazione globale per l'omicidio, lo scorso ottobre, del giornalista dissidente Jamal Khashoggi compiuto nel consolato saudita a Istanbul da agenti segreti inviati da Riyadh.

Michele Giorgio

Emergenza guerra il Libia: migliaia di sfollati, bambini arruolati, rifugiati intrappolati nei centri di detenzione.

Vatican News
All’acuirsi degli scontri nei dintorni di Tripoli, aumenta la possibilità di una crisi umanitaria. A pagare il prezzo più alto sfollati, rifugiati e migranti.


Mentre in Libia gli scontri tra i sostenitori di Haftar e di Sarraj non si fermano, anzi raggiungono l’apice come riferito dall’Onu che giudica quelli delle ultime 24 ore come “i più pesanti dallo scoppio delle ostilità”, si moltiplicano gli appelli al cessate il fuoco da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Sul campo, organizzazioni umanitarie come Terre des Hommes, da sessant’anni in prima linea per proteggere i bambini dalla violenza e dallo sfruttamento, lavorano per interventi d’emergenza nei territori dove i conflitti rendono difficile anche garantire la sussistenza dei civili.
Bambini arruolati dalle milizie
“Ci sono bambini, minori arruolati dalle milizie per combattere negli scontri di questi giorni. In un simile scenario è ovvio e naturale che queste persone tentino di fuggire alla ricerca di un posto, di un porto sicuro”. Così Bruno Neri, responsabile dei progetti di Terre des Hommes in Libia, ai microfoni di Radio Vaticana Italia descrive uno degli aspetti più tragicI del conflitto nel Paese africano. “La situazione è critica – spiega – e anche i trasportatori di beni di prima necessità, di cibo hanno paura a recarsi nei luoghi dove il conflitto è più aspro”. Tra questi c’è sicuramente il campo di Qasr bin Ghasheer, che ospita circa 600 migranti.
Lo spettro di una crisi umanitaria
Le condizioni dei civili sono disperate e agli immigrati provenienti da Sudan, Nigeria, Somalia, Eritrea ed Etiopia si uniscono gli sfollati interni che, secondo le Nazioni Unite, si avvicinano ormai alla cifra di diecimila unità. 
Già presente in Libia con un progetto per il miglioramento dell’assistenza umanitaria e delle condizioni igieniche di alcuni centri per migranti e rifugiati, Terre des Hommes ha deciso di fornire alimenti d’emergenza e beni di prima necessità a oltre 270 famiglie libiche sfollate, tra cui 420 bambini, nella regione industriale di Alfallah, Tripoli, e a oltre 1.300 rifugiati e migranti, tra cui 200 bambini e 25 donne in gravidanza o che allattano, provenienti da altri Paesi africani nei centri di detenzione di Qasr bin Ghasheer e Tajoura, sempre nella capitale. Il rischio di una crisi umanitaria – paventato ieri dal Presidente del Consiglio italiano Conte – è reale e cresce con il passare dei giorni. In questo senso va letto l’insistente ed accorato appello ad un immediato cessate il fuoco da parte dell’Onu e dell’Unione Europea.
Il bilancio delle vittime

É di almeno 75 morti e 323 feriti il bilancio finora degli scontri scoppiati in Libia lo scorso 4 aprile. Lo ha reso noto parlando via telefono da Tripoli Syed Jaffar Hussain, rappresentante dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in Libia, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. Secondo Hussain, tra le vittime si contano almeno sette civili morti e 10 feriti. Dall'inizio degli scontri a Tripoli, "tre medici e un autista di ambulanza sono stati uccisi. Altri quattro primi soccorritori sono rimasti feriti". Lo denuncia su Twitter Medici Senza Frontiere (Msf), precisando che "il personale medico e umanitario che tenta di fornire assistenza salvavita alle persone colpite dalla crisi non è un bersaglio".

Andrea De Angelis

Venezuela: fiumi in piena e migliaia di persone in fuga. Ogni giorno molti rischiano la vita alle frontiere

UNHCR
Nonostante lo scorso 23 febbraio il Venezuela abbia ufficialmente chiuso le frontiere terrestri con la Colombia e il Brasile, migliaia di persone continuano a lasciare il Paese ogni giorno.


Nel viaggio, molti rischiano la vita nel tentativo di attraversare torrenti o perchè esposti a sfruttamento e abusi da parte di gruppi armati che controllano rotte irregolari e pericolose.

Martedì scorso, le forze di sicurezza presenti su entrambi i lati del confine hanno faticato a tenere la situazione sotto controllo, tentando di arginare le circa 46.000 persone che, in preda alla disperazione, hanno attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar, che collega la città venezuelana di San Antonio de Tachira e la città colombiana di Cucuta.

Il flusso di persone procedeva in entrambe le direzioni, finché a un certo punto alcune transenne di sbarramento sono state rovesciate. Nella mischia che è seguita molti hanno rischiato di essere travolti e calpestati dalla folla: neonati che piangevano, bambini piccoli in difficoltà, donne in stato di gravidanza esauste, persone anziane e persone con disabilità. Fortunatamente non sono state segnalate vittime.

L’elevato numero di persone in fuga nel corso della settimana è una conseguenza della piena del fiume Tachira, circostanza che rende le trasversate a piedi ancora più pericolose del solito. Dal 23 febbraio, quando le autorità venezuelane hanno ristretto l’accesso alle frontiere, il traffico pedonale sul ponte si era ridotto, spingendo i venezuelani a percorrere sentieri fangosi (trochas) o a guadare il fiume Tachira per raggiungere la città di Cucuta, dove molti lavorano, studiano, ricevono cure mediche, si procurano medicinali e viveri impossibili da trovare nei luoghi d’origine. Oltre a ciò, ogni giorno migliaia di rifugiati e migranti venezuelani entrano in Colombia per rimanervi o per proseguire il viaggio verso altri Paesi dell’America Latina.

A seguito delle forti piogge, che hanno provocato lo straripamento del fiume e inondato molti dei sentieri, il ponte era rimasta l’unica alternativa percorribile per la maggior parte dei venezuelani.

La situazione mette in evidenza la pericolosità dei movimenti transfrontalieri irregolari intrapresi da persone disperate. Sebbene nella giornata di mercoledì la piena del fiume sia temporaneamente diminuita, l’inizio della stagione delle piogge significa che le traversate continueranno a essere molto pericolose.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) riconosce gli sforzi compiuti dalla Colombia e da altri Paesi latinoamericani per accogliere milioni di venezuelani e l’impegno delle autorità colombiane nel promuovere l’accesso al loro territorio, la residenza legale e altri diritti fondamentali. Nel 2018, l’UNHCR ha sostenuto il governo colombiano nella registrazione amministrativa di oltre 440.000 venezuelani.

L’UNHCR collabora con le autorità colombiane, operando a favore di individui con esigenze specifiche di protezione, tra cui donne, bambini, adolescenti, anziani, persone con disabilità, popolazioni indigene e gruppi LGBTI, fornendo loro servizi specializzati e assistenza umanitaria. L’UNHCR è presente in tutti i principali punti di frontiera per fornire informazioni e consulenza legale su come accedere allo status di rifugiato e a forme alternative di residenza. Lavoriamo anche in coordinamento con altre organizzazioni per distribuire acqua potabile, kit igienici, coperte e pasti a rifugiati e migranti e trasferire i malati in cliniche e ospedali. L’UNHCR offre infine assistenza tecnica alle autorità competenti per garantire un coordinamento efficace e predisporre piani di risposta a livello locale.

venerdì 12 aprile 2019

New Orleans, 1891 il linciaggio di 11 italiani. Quando i politici in America in cerca di consenso additavano gli italiani come stranieri pericolosi.

Globalist
Nel 1891 una folla inferocita uccise 11 italiani assolti dall'accusa di aver ucciso un poliziotto. La prima cittadina LaToya Cantrell ricorderà quel triste episodio.
Il linciaggio degli italiani a New Orleans nel 1891
Quando i migranti odiati contro i quali i politici in cerca di consenso puntavano l’indice definendoli sporci e criminali eravamo noi: la sindaca di New Orlenas, LaToya Cantrell, venerdì presenterà le scuse ufficiali per gli 11 italiani che nel 1891 furono linciati dalla folla dopo essere stati assolti dall'accusa di aver ucciso un poliziotto. 

"Questa è una ferita di lunga data", ha detto Michael Santo, uno dei dirigenti dell'Order Sons and Daughters of Italy, una delle organizzazioni che riuniscono gli italiani d'America, quando, nei giorni scorsi, ha annunciato che la sindaca ha accolto la sua richiesta di chiedere scusa per quei fatti che ci ricordano come gli italiani abbiano dovuto affrontare sentimenti anti-immigrati negli Usa.

Secondo la ricostruzione che forniva il Washington Post del 14 marzo 1891, il linciaggio scattò dopo che il gruppo di 11 italiani fu assolto da un a giuria dall'accusa di aver ucciso il capo della polizia David Hennessy, assassinato nell'ottobre dell'anno prima nella sua casa. 

Dopo la lettura del verdetto una folla di 8mila persone, posseduta da "un'ingovernabile furia", con molte persone armate, si è diretta verso la prigione dove erano rinchiusi gli imputati.
Non trovando resistenza da parte delle guardie carcerarie, la folla prese ed uccise gli italiani, lasciando poi i loro corpi "crivellati di colpi o appesi ai lampioni". 
Il terribile e gravissimo episodio innescò una crisi diplomatica tra l'Italia - ricorda ancora Santo - che chiuse la sua ambasciata a Washington, e gli Stati Uniti, che reagirono con una misura analoga.

Secondo quanto ha scritto Patricia Fama Stahle in un libro del 2016, dalla corrispondenza tra le autorità italiane, statunitensi e statali emerge che il linciaggio "avvenne con la connivenza della autorità di New Orleans". Nel 1892 il governo statunitense pagò 25mila dollari di risarcimento alle famiglie delle vittime.


Allora erano 30mila gli immigrati italiani che vivevano a New Orleans e centinaia furono arrestati nell'ambito dell'inchiesta per la morte di Hennessy. Il Washington Post compreso, accusò dell'omicidio la "mafia" e il New York Times in un editoriale diede voce ad un diffuso sentimento anti-italiani: "Questi siciliani codardi ed imbroglioni, discendenti di banditi ed assassini, che hanno trasportato nel nostro Paese le loro passioni illegali, le pratiche da taglia gola, le società legate ai giuramenti, sono per noi come la peste".

Santo ha apprezzato la decisione di Cantrell, la prima sindaco donna della città, di accettare di fare ammenda per una pagina buia della storia di New Orleans. "E' la donna giusta al momento giusto, è stato necessario del coraggio per fare questo, è quello che la gente vuole soprattutto adesso", ha detto ancora alla Cnn spiegando che la "official proclamation of apology" verrà presentata venerdì durante una cerimonia all'American italian cultural center.

giovedì 11 aprile 2019

Migranti. I 20 naufraghi raggiunti e riportati nel "porto sicuro" in Libia. Le urla: «Moriremo tutti»

Ansa
"I famosi 20 che 'stavano affondando' sono stati prontamente salvati dalla Guardia Costiera libica e riportati a terra. Molto bene!". Lo dice il ministro dell'Interno Matteo Salvini.

La barca con i 20 naufraghi alla deriva senza motore avvistata da un aereo della Seawatch
Il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma "ha appena confermato che la cosiddetta Guardia Costiera Libica ha intercettato la barca. Le 20 persone saranno riportate in una zona di guerra da una milizia finanziata dall'Ue. É una vergogna che questo respingimento illegale e disumano avvenga nell'indifferenza generale". Così Alarm Phone, il servizio telefonico che aveva lanciato l'allarme da parte della barca in difficoltà.

La Guardia costiera libica afferma che sta provando a salvare i migranti naufraghi segnalati da Alarm Phone. "Sono in corso sforzi per salvarli", ha detto Ayob Amr Ghasem, il portavoce della Marina libica da cui dipende la Guardia costiera. Ghasem, contattato telefonicamente dall'ANSA, si è riferito esplicitamente all'sos lanciato dall'imbarcazione con 20 migranti a bordo al largo di Abu Kammash, località situata a una ventina di km dal confine con la Tunisia.

Otto persone sarebbero disperse in mare al largo della Libia. E' quanto riferisce Alarm Phone, che questa mattina intorno alle 6 ha ricevuto una telefonata da un gommone in difficoltà con a bordo una ventina di persone, tra cui donne e bambini. Secondo quanto riferito dai migranti, otto persone sarebbero disperse e il gommone starebbe imbarcando acqua. Tutte le autorità, sostiene Alarm Phone, sarebbero state informate. "E' necessario un intervento urgente per salvare queste persone", è l'appello che arriva da Mediterranea Saving Human.

"L'aeromobile di Seawatch ha stabilito contatto visivo con l'imbarcazione di legno blu, confermando che ci sono circa 20 persone a bordo e nessun motore. Le persone a bordo dicono ad Alarmphone che alcuni di loro verrebbero uccisi se riportati in Libia". Così twitta Alarm Phone che questa mattina intorno alle 6 ha ricevuto una telefonata da un gommone in difficoltà con a bordo una ventina di persone, tra cui donne e bambini.

Rapporto Amnesty 2018: "Declino della pena di morte in tutto il mondo"

Amnesty International
Nel nostro rapporto globale sulla pena di morte registriamo, per il 2018, un dato positivo: l’anno appena passato è stato quello con il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l’eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato.

La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.



Pena di morte 2018: Una buona notizia

Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.

Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.

A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati.

Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita”, ha sottolineato Naidoo

Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere”, ha commentato Naidoo.

Sudan, in atto colpo di Stato. Esercito occupa radio tv e circonda palazzo presidenziale

Ansa
L'esercito sudanese - riferiscono diversi media africani paventando un colpo di Stato in atto - ha circondato il palazzo presidenziale con uomini e mezzi. 
Militari sono anche entrati nella sede dell'emittente radiotelevisiva di Stato che trasmette da alcune ore marce militari, interrotte a più riprese solo per annunciare un imminente discorso a reti unificate. 

L' esercito è entrato all'alba nella sede dell'emittente, dopo mesi di proteste e al sesto giorno di un sit in di protesta davanti al loro quartier generale di Khartum da parte di migliaia di persone che invocano la rinuncia del presidente Omar Al Bashir, al potere da 30 anni. 

Un gruppo di militari dell'Esercito sudanese è entrato nell'edificio che ospita l'emittente radiotelevisiva di Stato e ha chiesto di predisporre la trasmissione a reti unificate per diffondere a breve un messaggio alla nazione. Lo riferiscono vari media africani su twitter. Al momento l'emittente trasmette no stop musiche militari.

mercoledì 10 aprile 2019

Libia - Sudanesi e Eritrei nei centri di detenzione, arruolati come "mercenari per la libertà" e carne da cannone al fronte

La Repubblica
Coinvolti sudanesi ed eritrei che in patria svolgono un lungo servizio militare. La promessa di riacquistare la libertà. Seimila prigionieri solo nella capitale. Il grido d'aiuto arriva dal centro di detenzione di Qaser Ben Gashir con un messaggio vocale whatsapp, sullo sfondo le detonazioni delle bombe. "Abbiamo caricato armi e più tardi le caricheremo di nuovo.
Alcuni soldati sono andati via con le casse di armamenti, altri sono qui con noi. Gli abbiamo chiesto di riportarci in cella ma non vogliono". Quella che era una voce che circolava da un paio di giorni trova più di una conferma.

Nei centri di detenzione di Tripoli, quelli dove vengono reclusi arbitrariamente (come sottolinea l'Organizzazione internazionale delle migrazioni) i migranti soccorsi in mare dalla Guardia costiera libica, dai giorni vengono distribuite vecchie divise militari.

I migranti, soprattutto sudanesi ed eritrei che nei loro paesi sono costretti ad un infinito servizio militare, vengono "arruolati" dalle milizie di Al Serraji e utilizzati per rintuzzare l'avanzata dell'esercito di Haftar. Al momento con compiti di supporto, ma il precipitare della situazione fa temere che possano anche essere mandati al fronte.

"Ci viene riferito - dice l'inviato dell'Unhcr per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel - che alcuni sudanesi sono stati rilasciati dai centri di detenzione, sono state date loro uniformi militari e gli è stato detto che potrebbero combattere". Quanto costretti o quanto volontariamente, "incentivati" dalla prospettiva di ritornare liberi e di lasciare quelle carceri in cui, solo a Tripoli, sono detenuti quasi 6000 migranti, 600 dei quali bambini, non è facile da definire. Il centro di Qaser Ben Gashir sarebbe il principale serbatoio di manodopera militare con improvvisi trasferimenti in luoghi sconosciuti di decine di migranti.

Diverse fonti accreditate sul territorio riferiscono che in almeno tre centri di detenzione a Tripoli sono state distribuite uniformi e ai migranti è stato ordinato di caricare armi sui convogli. A Qaser Ben Gashir, ad Ain Zara, ad Abu Salim, migliaia di migranti sono nel panico, con il terrore di fare la fine del topo in trappola. Alcuni di loro sono riusciti a far sentire la loro voce con messaggi, registrazioni e video via whatsapp.

"Ci sono molti tipi di armi di cui non conosciamo neanche i nomi, pistole, fucili, mitragliatori. Ci sono molte macchine piene di grosse pistole", è la testimonianza di un migrante riportata dall'Irish Times. Ma c'è anche un'emergenza umanitaria ormai in corso perché cibo, acqua e medicine non vengono distribuiti da giorni e in alcuni centri non c'è più neanche la luce. "Siamo molto preoccupati per la situazione - dicono i rappresentanti dell'Unhcr in Libia - soprattutto nei centri che ricadono nell'area degli scontri. Siamo pronti a supportare le opzioni che offrono sicurezza".

Lavora in condizioni difficilissime lo staff di Medici senza frontiere a Tripoli. "Il conflitto che infuria sta aumentando drasticamente la vulnerabilità dei profughi e riduce al contempo la capacità della comunità umanitaria di fornire risposte di salvataggio.

Lo stesso centro di detenzione in cui pochi giorni fa il segretario generale dell'Onu ha assistito alla sofferenza e alla disperazione dei migranti è ora coinvolto in un'area di conflitto attivo con 600 persone intrappolate tra cui molte donne e bambini e in un altro centro persone sono state arruolate per lavorare per gruppi armati - conferma Craig Kenzie, coordinatore del progetto di Msf a Tripoli. Facciamo appello affinché tutti i rifugiati e i migranti detenuti siano immediatamente evacuati e chiediamo che le persone intercettate in mare non vengano riportate indietro. La Libia non è un posto sicuro, qui nessuno può garantire la loro sicurezza".

Alessandra Ziniti