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sabato 24 agosto 2019

A Lesbo e Samos #santegidiosummer, cronaca di un'estate straordinaria vissuta insieme ai profughi

Blog Diritti Umani - Human Rights

Sono a Samos da alcuni giorni, ho partecipato con tanti altri volontari a #santegidiosummer. Qui la situazione dei campi profughi è veramente difficile per tante famiglie afghane con numerosi bambini, siriani, iracheni, e africani che fuggono da situazioni di violenza e guerra. Stare qui, è conoscere da vicino una realtà che l'Europa vuole ignorare, e iniziare a dare aiuti concreti e offrire occasioni di serenità negli incontri festosi che abbiamo realizzato con loro.
Ezio Savasta.
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www.santegidio.org
A Lesbos e Samos si lavora insieme, profughi e volontari, per migliorare la vita di tutti. #santegidiosummer continua...
Cronaca di un'estate straordinaria, oltre le differenze di lingua e di religione

Hanno indossato anche loro le pettorine blu con la colomba e l'arcobaleno di Sant'Egidio, e si sono messi - gratuitamente - a servire gli altri: sono i profughi delle isole greche di Lesbos e Samos. Si, perchè il bene è contagioso, non c'è che dire. E la vita vuota, angosciata di chi è fuggito dal proprio paese e attende mesi di sapere il proprio destino, riprende forza quando si possono usare le proprie energie per gli altri, a riprova che chi fugge in cerca di futuro non vuole essere un peso, ma è una risorsa. 


martedì 6 agosto 2019

Iran. Il medico detenuto Djalali trasferito in una località sconosciuta

La Stampa
È stato trasferito in una località sconosciuta Ahmadreza Djalali, il medico detenuto in Iran da oltre tre anni e condannato a morte per spionaggio: lo ha raccontato lui stesso in una telefonata, l'unica che gli è concessa. 

Il ricercatore del Centro sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale a Novara ha detto di non sapere dove si trovasse e di aver avuto la possibilità di chiamare qualcuno solo all'interno del Paese.

La moglie Vida, che vive a Stoccolma con i figli, è molto in ansia: "È stato trasferito soltanto lui e non gli è stato detto il perché". La condanna a morte pronunciata a carico di Djalali non è mai stata revocata nonostante la mobilitazione del mondo accademico internazionale e nonostante diversi ricorsi del suo avvocato davanti ai vari gradi del Tribunale della Rivoluzione. 

"Non abbiamo altre informazioni purtroppo - commenta l'amico e collega Luca Ragazzoni - e questo ci preoccupa molto". La Federazione italiana diritti umani ha chiesto all'Unione europea un intervento urgente a favore del medico.

Barbara Cottavoz

Presentazione del libro "Liberi dentro" a Civitavecchia, città che vuol farsi carico della realtà dei due carceri presenti. La solidarietà di Sant'Egidio e il sostegno delle istituzioni.

Il Messaggero
Affollata presentazione, l’altra sera alla Mondadori, di “Liberi dentro”, libro di Ezio Savasta, seduto di fronte ad una platea interessata. Racconti emozionanti, i suoi, di un volontario della Comunità di Sant’Egidio che dal 1992 visita ed aiuta detenuti dei penitenziari romani, instaurando con loro rapporti di autentica amicizia. 
«Il sentirsi importanti per qualcuno, per uno di noi volontari, spesso allontana da gesti inconsulti detenuti soli, lontani da casa o privi di famiglia. – ha sottolineato Savasta – La speranza è che in queste pagine la distanza e la separazione tra il mondo degli uomini liberi e quello della detenzione si possa accorciare e che, dopo averlo letto, passando vicino alle mura di un carcere, che a Civitavecchia sono nella città, si abbia la consapevolezza di quanta umanità e sofferenza ci siano dietro quelle sbarre». 

Una sofferenza forte, dura, come traspare anche dalle sincere parole del giudice onorario del Foro locale, Anna Puliafito, ospite della presentazione. Ma la città quanto sa di tutto ciò? Il libro di Savasta è servito a fare un po' di luce sulla complessa macchina di attività quotidiane nei due penitenziari di Via Tarquinia e via Aurelia Nord, alimentate da una serie di realtà (la Asl è tra queste). 

Attività che sarebbe impraticabile senza la volontà della direzione della Casa Circondariale e della Casa di reclusione, e senza la collaborazione del personale tutto della Polizia penitenziaria con gli educatori. 


«Tra i primi nel Lazio ad entrare nelle carceri con il dipartimento di salute mentale, che abbiamo riorganizzato - ha raccontato il commissario straordinario Asl Rmf 4, Giuseppe Quintavalle – grazie al protocollo d’intesa con la direttrice Bravetti ora abbiamo le linee guida sulla prevenzione dei suicidi. Con la musicoterapia abbiamo avviato una progettualità di riabilitazione per pazienti con disturbi psichici che, subito visitati appena arrivano e sottoposti a test da parte del nostro personale, se valutati "a rischio" sono destinatari del corso di formazione per “Peer supporter” (arrivato alla quarta edizione). Che significa? Su base volontaria un detenuto diventa “coach”, quindi confidente ed amico del detenuto in difficoltà, per alleviare gli effetti dell’esecuzione della pena». 


«La direzione ha consentito alla Asl di svolgere al meglio il suo lavoro all’interno delle carceri per mezzo di attività per detenuti con problemi psichici (attraverso l’azione congiunta di Sert e Csm), per offrire un servizio completo al territorio – ha spiegato la direttrice, Patrizia Bravetti - Era il 2009 quando autorizzai la campagna della Comunità di Sant’Egidio “Liberate i prigionieri in Africa” con la raccolta di 1 euro per liberare altri detenuti nel mondo. Nell’ottica di vicinanza agli ultimi, poi, i pranzi di Natale sono diventati fondamentali, con il risultato, grazie a Massimo Magnano e ai suoi collaboratori, di ben tre fatti quest’anno: uno al femminile e due per gli uomini. 

Ciò affianca innumerevoli altri progetti che come amministrazione penitenziaria portiamo avanti da tempo con il territorio per migliorare la vita del detenuto (Scuole, Associazione teatrale 'Blue in the face', Università, tenimento agricolo, etc.) - ha concluso - frutto dell’enorme lavoro di collaborazione svolto dal personale della Polizia penitenziaria in una ricca interazione tra carcere e territorio».

Stefania Mangia

Approvato il Decreto Sicurezza bis - Il fulcro per la sicurezza del paese è colpire le ONG che salvano naufraghi

Corriere della Sera

 - Il ministro dell’Interno, per motivi di sicurezza potrà limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi, salvo quelle militari o governative.
 
 - Per le imbarcazioni delle ong che violeranno lo stop supermulte fino a un milione di euro. 

 - Possibile anche il sequestro e la distruzione della nave

 - Per il capitano che, come Carola Rackete, forzerà il blocco, scatterà l’arresto in flagranza. 

 - Risorse per operazioni sotto copertura, effettuate da operatori di Stati esteri, per il contrasto dell’immigrazione clandestina.

lunedì 5 agosto 2019

Usa. Stragi con 29 morti tra El Paso e Dayton. Miscela di propaganda di odio e facile accesso alle armi. Attenta Italia!

Notizie Geopolitiche
Gli Usa continuano a pagare cara la libertà di detenere con facilità armi, comprese quelle da guerra. E così in 16 ore si sono consumate altre due stragi, la 249ma e la 250ma dall’inizio dell’anno, conteggio che tiene il sito Gun Violence Archive, il quale riferisce anche che sono 8.574 i morti e 17.013 i feriti da arma da fuoco nello stesso periodo.

Il primo caso è avvenuto ieri verso le 11,00 (ol) a El Paso, in Texas, dove un 21enne è entrato in un supermercato Walmart sparando all’impazzata ed uccidendo 20 persone e ferendone 26. L’aggressore, circondato in pochi minuti dagli agenti di polizia, si è consegnato ed è stato arrestato. si chiama Patrick Cruisis, autore già due anni fa di un manifesto suprematista bianco. 

Poco prima della strage commessa con un kalasnikov, sul web erano apparsi messaggi come “Risposta all’invasione ispanica del Texas”, “Questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”. Gli inquirenti stanno ora indagando che vi sono dei collegamenti con l’autore della strage.

Il secondo fatto di sangue è avvenuto a Dayton, in Ohio, dove all’una di notte (ol) il 24enne Connors Betts ha sparato in un locale notturno uccidendo 9 persone e ferendone 26 prima di venire a sua volta ucciso dagli agenti di polizia. Il sindaco della città, Nan Whaley, ha spiegato in conferenza stampa che l’aggressore indossava un giubbotto anti-proiettile e aveva un fucile calibro 223 ed era attrezzato con dei caricatori ad alta capacità.

domenica 4 agosto 2019

Libia - Al-Sarraj vuole chiudere tutti i centri detenzione per migranti ed espellerli. Quale sarà la sorte di 5000 persone, 3800 a rischio vita?

Il Dubbio
Dopo l'intervento dell'Onu chiuse le strutture di Misurata, al Khoms e Tajoura. Gli stranieri saranno espulsi e rinviati nei loro paesi di origine. In Libia in governo di Tripoli guidato da Fayez al- Sarraj ha preso una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo nello scacchiere africano ma anche sull'Europa.


Secondo il sito web Al Ahrar, che ha raccolto fonti del ministero dell'Interno, le autorità hanno disposto la chiusura immediata di tre centri di detenzione per migranti. Si tratta delle strutture di Tajoura, Misurata e Al Khoms. L'ordine di smobilitazione è stato dato direttamente dal ministro Fathi Bashagha, i migranti rinchiusi nei centri, sempre secondo quanto riportano i media libici, saranno espulsi e riportati nei loro paesi d'origine.

In questa maniera si darebbe seguito ad un annuncio fatto il 2 luglio scorso quando proprio il centro di Tajoura fu bombardato dalle forze del generale Kalifa Haftar. Fu una strage, almeno 60 morti e 130 feriti anche se si pensa che le vittime potrebbero essere molte di più. In quel frangente era stato proprio Bashagha a rendere nota l'impossibilità di garantire la sicurezza dei migranti "reclusi". Inoltre lo stesso Sarraj aveva annunciato che era in animo di liberare tutti coloro che si trovavano nei centri, si è parlato di migliaia di persone che si sarebbero riversate ad attraversare il mediterraneo.

La mossa libica è stata vista come il tentativo di Tripoli di ottenere finanziamenti e armi, in cambio del ruolo di carcerieri dei migranti, da parte dell'Europa. Solo un giorno dopo la strage il ministro dell'Interno si era affrettato a dichiarare: "il governo è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini nei centri stessi, sono tutte cose al di fuori della capacità del governo".

In realtà le bande criminali di trafficanti che controllano il "business dei barconi", vedono nella gestione dei centri di detenzione il nuovo grande affare, perdere la "materia prima" potrebbe costituire un colpo all'economia (molte volte illegale) lucrosa messa in piedi da quando i paesi Ue hanno cominciato a restringere le maglie delle frontiere esterne. Sulla decisione del governo tripolino di chiudere i tre centri ha sicuramente avuto un peso l'intervento dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Lunedì scorso ha riferito di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu sollecitando proprio la fine di queste vere e proprie prigioni per migranti.

Secondo le stime, nelle strutture ufficiali, sono detenute, in condizioni per lo più spaventose, almeno 5000 persone, di queste 3800 sono a rischio della vita perché esposte ai combattimenti. Si tratta di capire ora cosa succederà, se si procederà allo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione. Chi penserà al rimpatrio dei migranti in maniera sicura? Chi garantisce che quelli che saranno liberati non andranno ad ingrossare le fila dei combattenti della guerra civile libica? Quale sarà la sorte dei minori giunti in Libia senza famiglia?

di Alessandro Fioroni

Catania - È nato John Egidio il piccolo salvato dal mare dalla nave "Gregoretti". La famiglia è ospite della Comunità di Sant'Egidio

La Repubblica
Lo hanno chiamato John Egidio, è nato qualche minuto dopo le nove, pesa tre chili e novecento grammi e assieme alla sua mamma sta bene. E’ il bimbo nato dalla mamma incinta sbarcata sette giorni fa dal pattugliatore “Gregoretti” dopo una lunga odissea prima nei deserti africani e poi nel mare della Libia. 

Per Aisafu Saha, la donna nigeriana ventottenne in stato di gravidanza avanzato era stato deciso lo sbarco assieme al marito Gasaeni Saka, meccanico di 35 anni e ai suoi due figli Rafia di 10 anni e Alidi di 5. 

Accudita dai medici dell’ospedale San Marco di Catania dopo sette giorni il parto. Per il papà e i due bimbi invece un alloggio presso la comunità di Sant’Egidio di via castello Ursino nel centro storico della città. In grande segno di riconoscimento per l’accoglienza e la solidarietà la famiglia nigeriana Saka ha deciso di dare il nome al piccolo venuto al mondo stamattina di John e Egidio, due nomi cristiano malgrado loro fossero musulmani. 

Nelle prossime settimane è stato deciso da parte della prefettura di Catania il trasferimento in provincia di ragusa presso una nuova struttura. 

“E’ stato un bel segno di accoglienza” ha commentato Emiliano Abramo, presidente della comunità catanese di Sant’Egidio. La storia dei Saka è quella delle tantissime famiglie in fuga per una vita migliore dalla Nigeria colpita da una carestia senza precedenti. Mamma incinta di tre mesi, papà meccanico, e i due figli sono partititi il 10 gennaio dalla loro città Yoruba nella regione del Lagos in Nigeria e dopo avere attraversato il deserto del Niger, l’Algeria e infine la Libia a Zawari, porto dal quale sono partiti a bordo di un gommone. Dopo due giorni di navigazione è finita la benzina e il barcone è stato salvato dal pattugliatore della Marina Militare “Gregoretti”.

Natale Bruno

sabato 3 agosto 2019

Migranti ... ci rubano il lavoro? Ma in Veneto non si trovano braccianti e i prodotti agricoli non raccolti marciscono

Corriere del Veneto
Zero disponibilità
Perché ci sia bisogno di chiamare i lavoratori stranieri per andare a raccogliere dai campi le eccellenze agroalimentari o passare il guado della stagione estiva è presto detto: «Ci sono decine di migliaia di residenti nelle liste di collocamento ma hanno scarsa disponibilità ad effettuare lavoro di manodopera nei nostri campi» spiega Luigi Bassani, direttore di Confagricoltura. 


La paga oscilla dai 6 ai 7 euro l’ora, nella raccolta il cartellino lo timbra la necessità di non far marcire sugli alberi o in terra i prodotti e quindi si lavora pure dieci ore di fila perché la maturazione non aspetta. E chi fa la campagna di raccolta delle ciliegie non la tira per le lunghe perché poi c’è un ingaggio per le carote novelle, un altro per le pesche, le zucchine, le melanzane ad agosto, a settembre l’uva e i fichi.

Su 500 nominativi, sono rimasti in 15
«Non escludo ci siano persone che sfruttano il lavoro: vanno perseguite – scandisce Bassani. Ma sta di fatto che all’ultima selezione, su 500 persone scelte al Collocamento, alla fine della formazione ce ne sono rimaste 15. Perché molti lavoretti in nero competono le nostre paghe. Se la frutta e la verdura la vogliamo pagare sempre meno, non c’è margine per i lavoratori e gli imprenditori. Bastano 15 centesimi in più al chilo nel prezzo finale a garantire il prodotto locale». Nel turismo la quota stranieri non è un problema da quando sono cittadini europei i lavoratori croati, rumeni e ungheresi che hanno sempre dato una mano al sistema di accoglienza veneto, spiega il presidente di Federalberghi Marco Michielli. La paga è di 1.500 euro al mese e il concorrente adesso è l’Europa perché, eliminata la disoccupazione stagionale in Italia, «i nostri ragazzi scelgono di andarsene a lavorare per meno soldi ma per 12 mesi su 12 in Inghilterra, Francia e Germania: urge un’armonizzazione della legislazione europea».

La tassa
Nel turismo, la tassa di soggiorno è la carta di briscola delle entrate dei Comuni. Secondo la Fondazione Think Tank Nord Est, quest’anno in Veneto i Comuni incasseranno 78 milioni 668 mila euro (più 11% rispetto al 2018: 7,8 milioni). La sola provincia di Venezia arriverà a 50,7 milioni (+8,6% rispetto al 2018) e il capoluogo incasserà 34 milioni. Il litorale ne stima una ventina, più della provincia di Verona che farà incassi per 15,4 milioni; Padova è la terza con 6,3 milioni di euro (quasi metà dei quali fatti da Abano); in coda le province di Belluno (2,8 milioni). Treviso (1,6 milioni), Vicenza (1,2) e Rovigo (530 mila euro, più 14% rispetto allo scorso anno).

venerdì 2 agosto 2019

Migranti: Open Arms e Alan Kurdi con 163 naufraghi in attesta di un porto. Dissequestro della Mare Jonio. Sconfitta la linea dura del governo

GR Sicilia
Il governo nazionale vieta a Open Arms e Alan Kurdi l'ingresso nelle acque territoriali di Lampedusa. 


Mentre a Roma, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen apre all'ipotesi di nuovo patto interno all'Unione sul tema immigrazione, nelle acque del Mediterraneo ci sono due navi che aspettano l'indicazione di un porto sicuro - la Open Arms e la Alan Kurdi. 

Una giornata che era cominciata con i tre sbarchi autonomi a Lampedusa e Siculiana, per un totale di circa 60 migranti, andata avanti con il dissequestro della mare Jonio, l'imbarcazione della ong italiana Mediterranea, che si trova nel porto di Licata dal 13 maggio, sotto sequestro dopo un soccorso , lo sbarco a Lampedusa e l'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La ong fa sapere di voler tornare in mare al più presto possibile.

Resta la linea dura del governo sulle due navi che aspettano l'indicazione di un porto sicuro: la Open Arms che, dopo due salvataggi a largo delle coste libiche, trasporta 123 migranti. "Sulle nostre teste una multa di 50.000 euro se entriamo in acque italiane - scrive su twitter la ong - cifra che si somma a quella minacciata dalla Spagna."

E poi c'è la Alan Kurdi che nel pomeriggio lancia un appello attraverso la capo missione Barbara Held, ribadendo che il porto più vicino e sicuro sarebbe Lampedusa. Il no dell'Italia ha però spinto l'equipaggio a dirigersi verso Malta. "In LIbia ha subito una ferita di arma da fuoco, dovremmo riportalo lì?" denuncia il portavoce della Ong mostrando la foto di uno dei bambini a bordo.

Intanto, tra agrigentino e ragusano, guardia di finanza e polizia hanno arrestato 6 presunti scafisti. Da ognuna delle persone trasportate sui gommoni avrebbero intascato 1.300 euro.

Agnese Licata

Fonte: TGR Sicilia

giovedì 1 agosto 2019

Vacanze solidali dei volontari di Sant'Egidio a Lesbo e Samos con i rifugiati. “Esiste un’Italia diversa da quella che respinge”

TPI
Sono 150 i volontari che stanno trascorrendo, a turno, la loro vacanza insieme ai profughi di Lesbo e Samo. A TPI Daniela racconta la sua esperienza


Foto: www.santegidio.org
“Una donna sudanese ha dipinto un occhio con delle lacrime. Dentro la pupilla c’era un bambino con una cartella che andava via. Anche io sono madre, ho compreso il dramma di una donna che non può garantire un futuro ai propri figli”.

Foto: www.santegidio.org
Daniela Moretti è una delle volontarie e dei volontari della Comunità di Sant’Egidio che hanno deciso di trascorrere delle vacanze solidali a Lesbo e Samo, in Grecia, dove svolgono attività con rifugiati e richiedenti asilo.

Complessivamente sono 150 i volontari, giovani e adulti, della Comunità di Sant’Egidio, che insieme a un gruppo di mediatori culturali, stanno trascorrendo, a turno, la loro vacanza insieme ai profughi di Lesbo e Samo.

“In questo momento a Lesbo ci sono alcune famiglie con figli, persone singole e amici con cui condividiamo da anni l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio”, racconta Daniela, che lavora per una compagnia telefonica e fa la volontaria presso la Scuola di lingua e cultura italiana a Roma.

“Abbiamo deciso di passare qui le nostre ferie perché riteniamo sia giusto rappresentare l’Europa in modo solidale”, spiega Daniela, che è alla prima esperienza di vacanza solidale a Lesbo. “Non vogliamo che il nostro paese sia considerato soltanto come l’Italia che respinge, pensiamo che i gesti di solidarietà non siano solo necessari, ma anche utili”.

I volontari sono arrivati nelle due isole greche il 20 luglio e rimarranno, avvicendandosi in vari gruppi, fino al 31 agosto.

L’iniziativa, nata dopo la visita di una delegazione di Sant’Egidio con il fondatore Andrea Riccardi a Lesbo, rientra in un più ampio programma di estate all’insegna della solidarietà (indicato con l’hashtag #santegidiosummer).

Ogni giorno i volontari organizzano diverse attività con i bambini, corsi d’inglese, feste, cene all’italiana, visite al museo e momenti di condivisione e scambio culturale.

Finora sono entrati in contatto con 1.500 profughi a Lesbo e 600 a Samo.

“Ci sono rifugiati che vengono dall’Afghanistan, dal Congo, dall’Angola, ma anche siriani, iracheni”, racconta Daniela. “Ieri abbiamo svolto attività con 200 bambini che vengono dal campo di Moria, dove vivono migliaia di famiglie in condizione di estrema precarietà”.

“Li abbiamo accolti in uno spazio dove hanno potuto giocare, cantare, disegnare, hanno mangiato e si sono potuti lavare le mani, che non è un’attività affatto banale quando l’acqua è poca”, prosegue Daniela. “Gli abbiamo fatto trascorrere delle ore come bambini ‘normali’, perché chiaramente la vita nel campo non è una cosa normale. Non si può stare 24 ore in una tenda di 2 metri quadrati”.

Nel campo di Moria vivono attualmente oltre 5mila persone, ma la capienza è quasi la metà.

“Abbiamo trovato persone molto affabili, nonostante la situazione difficile”, racconta Daniela. “Ci raccontano del loro viaggio, dei loro sogni, di vite spezzate. Magari hanno dei familiari in altri paesi d’Europa e rimangono bloccati qui in un gioco dell’oca assurdo e inutile. Spesso hanno bisogno di essere ascoltati”.

Secondo i dati della Comunità di Sant’Egidio, a Lesbo ci sono circa 8mila rifugiati: 6500 vivono a Moria, 1.300 nei campi satelliti, di cui il maggiore è Kara Tepe, e oltre 200 in appartamenti.

La scelta di queste destinazioni nasce dalla situazione che si è venuta a creare nelle due isole, dove i migranti devono attendere tempi molto lunghi prima di avere una risposta alla domanda di asilo politico.

“Abbiamo incontrato persone che sono qui da 9 mesi, un anno”, dice Daniela. “Spesso è gente molto giovane, che non vuole e non deve essere considerata un problema, ma una risorsa. È gente che aspetta delle buone notizie per la propria vita, noi proviamo a trascorrere con loro momenti di tranquillità”.

Sull’esperienza delle vacanze solidali con la Comunità di Sant’Egidio Daniela dice: “La consiglierei a tutti, a chi ha già fatto esperienze di volontariato ma anche a chi vuole conoscere questa realtà con i propri occhi. Tanti parlano dei migranti ma pochi li incontrano. Come dice Papa Francesco i migranti non sono numeri, ma persone. Quando ti trovi davanti una persona, vedi che non è più un problema sociale, riesci a vedere i problemi di quella persona”.

Anna Ditta

Fonte: TPI

Italia si sta spopolando - Svimez: Sono di più gli italiani che emigrano degli immigrati. Saldo migratorio interno è negativo per 852 mila unità.

ANSAmed
Gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. 
Così le anticipazioni del Rapporto Svimez in cui si legge che di questi ultimi "66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)". 

Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, "è negativo per 852 mila unità - prosegue Svimez - Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità". 

La ripresa dei flussi migratori è "la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese".

mercoledì 31 luglio 2019

Marocco. Il re Mohammed VI concede la grazia a migliaia di detenuti per festeggiare i 20 anni del suo regno

La Stampa
Tra loro alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese con le manifestazioni per chiedere equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Il re del Marocco, Mohammed VI, in occasione del ventesimo anniversario del suo regno, ha graziato migliaia di detenuti. 


Il re del Marocco, Mohammed VI
Tra di loro, anche alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese maghrebino con manifestazioni in cui chiedevano equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. 

Un comunicato ufficiale ha annunciato la grazia per 4.764 persone. Tra i risultati più significativi del regno di Mohammed VI c'è la nuova Costituzione firmata nel 2011. 

Le precedenti risalivano al 1962, 1970, 1972, 1992 e 1996. La nuova costituzione è stata considerata rivoluzionaria perché recepiva proposte arrivate dal mondo sindacale e giovanile, anche sull'onda delle Primavere arabe.

Un altro risultato riguarda la Moudawana (Codice di stato personale marocchino), che è il diritto della famiglia marocchina codificata nel 1958 sotto il regno del defunto re Mohammed V. Questo codice è stato modificato per la prima volta nel 1993 dal defunto re Hassan II, poi rivisto nel febbraio 2004 dal parlamento marocchino e promulgato infine il 10 ottobre 2004.

martedì 30 luglio 2019

Usa-Messico - L'altalena che abbatte l'isolamento del muro. L'azione da un lato provoca una conseguenza dall'altra.

La Repubblica
Il progetto si chiama "Teeter totter wall" e i primi disegni risalgono al 2009. Ma solo a luglio 2019 Ronald Rael e Virginia San Fratello una coppia di architetti e docenti universitari hanno visto realizzata la loro idea. 



A Sunland Park, in New Mexico, dove un alto muro divide il territorio statunitense da quello messicano, Rael e San Fratello hanno installato alcune giostre dipinte di rosa acceso. Alcune persone, tra cui molti bambini, sul lato messicano non erano al corrente dell’evento, ma quando hanno visto quello che stava accadendo sono accorsi immediatamente a giocare con chi si trovava dall’altra parte del muro.

"Il muro è diventato il fulcro delle relazioni Usa-Messico e i bambini e gli adulti sono stati collegati in modo significativo da entrambe le parti con la consapevolezza che le azioni che hanno luogo da una parte hanno una conseguenza diretta dall’altra" ha scritto su Instagram Ronald Rael, parlando di questa come "una delle esperienze più incredibili" della sua carriera e di quella di Virginia.
A cura di Martina Tartaglino

USA - Pena di morte - APPELLO URGENTE per salvare la vita di Dexter Johnson, esecuzione fissata il 15 agosto. La mobilitazione internazionale e migliaia di appelli lo salvarono a maggio.

santegidio.org
Sono passati quasi tre mesi dal 2 maggio, quando una grande mobilitazione sul web ha fermato l'esecuzione di Dexter Johnson, un 31enne afroamericano condannato a morte per aver partecipato all'uccisione di una donna e del suo fidanzato quando era diciottenne. 

Al giovane, che ha un deficit mentale, è stato rifiutato il ricorso per attenuanti legate al suo stato di salute mentale. La data dell'esecuzione è fissata al 15 agosto.




domenica 28 luglio 2019

Migranti. 135 naufraghi bloccati sulla nave della Guardia Costiera "Gregoretti" non possono essere portati in salvo a terra. Si rischia di ripetere la vergogna della Diciotti.

Avvenire
A bordo 135 i naufraghi soccorsi dalla Guardia costiera italiana. Negato finora lo sbarco. Salvini: non assegno il porto, fino a che non c'è redistribuzione in tutta Europa.

Una delle motovedette della Guardia costiera italiana, la Cp920 Gregoretti è bloccata da oltre 24 ore dal governo italiano fuori dai porti italiani e ora si trova in rada a mezzo miglio dal porto di Catania. In tarda serata è stata però fatta sbarcare una donna incinta all'ottavo mese di gravidanza. Con lei sono scesi a terra anche il marito e due figli piccoli.
Si rischia di assistere a nuovo caso Diciotti: uno braccio di ferro tutto politico tra Italia e Unione Europea, consumato ancora una volta sulla pelle delle persone soccorse nel Mediterraneo centrale.
A bordo dell'imbarcazione della Guardia Costiera italiana ci sono 135 naufraghi, dopo l’evacuazione di 6 naufraghi in condizioni critiche a Lampedusa. 50 erano stati avvistati e soccorsi dal motopesca "Accursio Giarratano" che per quasi 24 ore aveva prestato soccorso e atteso a sera l'arrivo della motovedetta della Guardia costiera italiana prima di rientrare in porto a Sciacca (Agrigento). 

"Non li avremmo mai lasciati alla deriva, torneremo a casa dalle nostre famiglie dopo che avremo conosciuto la loro sorte" aveva spiegato il comandante Carlo Giarratano.
Le altre 91 persone erano state, invece, soccorse dalla nave Gregoretti dopo che alcuni pescatori tunisini avevano segnalato un gommone in avaria.

Dopo che i porti italiani sono stati chiusi per le navi umanitarie delle Ong straniere, e per quelle di Mediterranea Saving Humans con bandiera italiana, questa volta a rimanere in attesa di istruzioni per l'approdo è una nave della Guardia Costiera italiana a cui, stando alle dichiarazioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il Viminale sta negando l'autorizzazione a entrare in porto. 

"C'e un soccorso di 140 immigrati - ha dichiarato il titolare del Viminale - con le nostre motovedette e ho già dato indicazioni che non venga assegnato un porto prima che non ci sia sulla carta la redistribuzione in tutta Europa di tutti i 140 a bordo".

Sembra dunque che da un lato Salvini abbia negato l'approdo della nave a Lampedusa e dall'altro abbia messo in moto la burocrazia europa. Il governo - fa sapere il Viminale - "ha ufficialmente interpellato la Commissione europea affinché coordini le operazioni di ricollocazione degli immigrati che attualmente sono a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana. Si tratta di 135 persone. In attesa di risposte ufficiali, non è stato indicato alcun porto di sbarco".

sabato 27 luglio 2019

Photo of the day. Le nonne di Campoli con i «nipotini» migranti

Avvenire
Questa foto, scattata in un piccolo paesino della provincia di Benevento, Campoli del Taburno, sta facendo il giro del web. Nell'immagine tre signore, zia Nicolina, zia Vincenza e zia Maria sono sedute all'aperto e in braccio tengono tre bambini ospiti del centro di accoglienza. 



Lo scatto è stato pubblicata sulla pagina Facebook "Sei di Campoli se...." che è stata inondata di commenti positivi. «Integrazione, accoglienza, bellezza» scrive Orsola, che in poche parole riesce a sintetizzare tutto quello che esprime la foto. 

Poi il ricordo, quasi nostalgico, di uno dei nipoti delle anziane: «Pensare che 37 anni fa ero su quelle stesse gambe – scrive Federico – avvolto dallo stesso sorriso e adesso a km di distanza e con qualche anno in più, sono contentissimo di poter condividere le stesse emozioni con un bambino che non conosco ma che merita tutto e di più, sei bellissima nonna, ovviamente belle e belli i soggetti ritratti».

Migranti, Peschereccio “Accursio Giarratano” - “Salviamo nel nome di mio figlio morto”. Come potremmo voltarci dall'altra parte davanti alla richiesta di aiuto di uomini donne e bambini.

QTS.it
“Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà, e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto”. 




Gaspare Giarratano, 63 anni, ha la voce ferma.

La sua è diventata una missione dopo la morte del figlio.
E’ l’armatore della “Accursio Giarratano”, il motopeschereccio di Sciacca (Agrigento) che ha sospeso le proprie attività di pesca a circa 50 miglia dalla costa di Malta dopo essersi imbattuto in un gommone carico di migranti disidratati e in evidente difficoltà.

Non è la prima volta che a questa imbarcazione, al comando c’è Carlo, l’altro figlio di Gaspare, capita di incontrare sulla propria rotta barconi o piccole imbarcazioni piene di disperati.

Succede spesso, anche perché l'”Accursio Giarratano” è un natante autorizzato alla pesca mediterranea, che può solcare le acque internazionali.

“E tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perché è giusto così”, dice orgoglioso l’armatore.

“Mio figlio Accursio – spiega – è morto nel 2002, dopo una lotta lunga due anni contro un male incurabile che lo aveva colpito. Se n’è andato che aveva appena 15 anni, e la nostra barca oggi porta il suo nome”. 

“Come potremmo voltarci dall’altra parte – aggiunge – di fronte alle richieste di aiuto che provengono da esseri umani, che possono essere anche bambini, che magari ci guardano con gli occhi di mio figlio? No, noi li salviamo, e lo facciamo anche pensando al mio ragazzo, perché lui era come noi, e da lassù ci benedice”. 

Intanto, dopo il no opposto alla “Accursio Giarratano” dall’autorità maltese alla disponibilità di un porto sicuro dove fare sbarcare il gommone, nella zona di mare dove il motopeschereccio si è fermato per assistere i migranti, è arrivata la motovedetta cp319 proveniente da Lampedusa, che ha preso in carico i migranti accogliendoli a bordo e riprendendo la propria rotta verso l’isola agrigentina. 

“Adesso ci sentiamo più tranquilli, possiamo tornarcene a casa”, dice il comandante del motopeschereccio Carlo Giarratano.

giovedì 25 luglio 2019

Gli Usa di Trump ripristinano le esecuzioni capitali federali che erano sospese da 16 anni. 5 previste nello Stato dell'Indiana

La Repubblica
L'ultima risale a 16 anni fa. Cinque condanne capitali sono già programmate in Indiana. Il ministro della Giustizia William Barr: "Una decisione che rispetta il nostro Stato di diritto"


Dopo 16 anni riprendono le esecuzioni capitali per le persone condannate dai tribunali federali degli Stati Uniti. Il ministero della giustizia americano ha adottato un nuovo protocollo che prevede iniezioni letali: cinque esecuzioni sono già state programmate e avverranno in una prigione federale dell'Indiana. 

I cinque detenuti condannati a morte, spiega una nota del Dipartimento di Giustizia, sono colpevoli di "orribili omicidi e crimini sessuali". Ognuno di loro, continua la nota, ha esaurito tutte le possibilità di appello.

L'annuncio è stato dato dal ministro della Giustizia statunitense, William Barr, e arriva a seguito dell'invito di Trump ad applicare pene più severe per i crimini violenti, in particolare per i trafficanti di droga e i serial killer. "Il dipartimento della Giustizia sostiene lo Stato di diritto, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie dobbiamo applicare la sentenza imposta dal nostro sistema giudiziario", ha detto Barr.

Anche se la pena di morte è legale negli Stati Uniti, il provvedimento si pone in contrasto con le decisioni di diversi Stati che hanno dichiarato illegale la pena di morte o hanno varato delle moratorie. L'ultima esecuzione capitale, riporta l'Huffington Post, ordinata da un tribunale federale americano è avvenuta il 18 marzo 2003.

Naufragio al largo della Libia: si teme una strage con 150 migranti morti

Lettera 43
Almeno 150 persone sarebbero morte in un naufragio al largo della Libia, mentre altre 150 sono state salvate e riportate indietro dalla Guardia costiera di Tripoli. 
La denuncia arriva dall’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che ha ripetutamente chiesto che i migranti salvati non vengano ricondotti in Libia, Paese in guerra che non è considerato un porto sicuro e in cui i diritti umani non sono garantiti.

Ripetuti episodi di razzismo nel Foggiano. 4 aggressioni in pochi giorni a lavoratori immigrati

Avvenire
Quattro aggressioni negli ultimi 10 giorni a Foggia, 9 i ragazzi feriti mentre andavano nei campi L’allarme: «Regia comune». E cresce la paura: «Ci inseguono anche con le auto, vogliono investirci».
Il volto tumefatto del lavoratore
colpito a sassate martedì nel foggiano
Quattro aggressioni a lavoratori immigrati negli ultimi dieci giorni a Foggia. Tutte nella stessa zona, alla stessa ora e con le stesse modalità. E cresce la paura. Feriti nove ragazzi africani, il più grave, colpito a sassate in faccia all’alba di martedì, è ricoverato al reparto di chirurgia maxillofacciale dell’ospedale di San Giovanni Rotondo, per una frattura scomposta orbitozigomatico destra con evidente lesione cutanea ed edema palpebrale.

Dovrà essere operato e dovrà essere fatta la valutazione oculistica, per capire i danni subiti dall’occhio. Sono in tutto tre i giovani colpiti due giorni fa. Non erano insieme. Stavano andando al lavoro in bicicletta nella prima periferia est di Foggia. Ognuno da solo. E sono stati colpiti in momenti diversi anche se ravvicinati. Lungo la stessa strada ma in punti differenti. Segno di un’azione unica e preordinata.

Così come le precedenti. Il 13 luglio due persone vengono colpite alla testa da pietre lanciate da un’auto. Il 15 luglio, con la stessa dinamica, nella stessa area e sempre all’alba, vengono colpite tre persone, tutte sempre colpite alla testa. Il 17 luglio, di nuovo nella medesima zona e alle prime luci del giorno, mentre si reca al lavoro in motorino, un lavoratore viene speronato da un’auto, proprio in mezzo a un incrocio.

Nell’impatto perde un dente e si procura una ferita lacerocontusa al labbro inferiore. Mentre è riverso a terra sente una persona scendere dall’auto e colpire con forza il motorino che viene ulteriormente danneggiato. «Sul posto i carabinieri ci fanno vedere le telecamere. E dicono 'li becchiamo' – racconta Alessandro Verona, referente medico dell’unità migrazione di Intersos Italia, che sta seguendo gli immigrati feriti –. Ma dopo sei giorni arriva la quarta aggressione ».

Il 23 luglio, come detto, tre persone in bicicletta, ognuna in viaggio da sola verso il lavoro, vengono colpite alla testa ad altezze diverse della stessa strada statale. Con un particolare: i tre feriti indicano una macchina nera, piccola. Un vero bersagliamento con pietre tirate in testa. La goccia che fa traboccare il vaso è proprio il ferimento più grave, quello al volto. Il 13 luglio, quando vengono feriti dalle pietre, i primi due ragazzi non vanno subito a denunciare ma poi quando due giorni dopo l’aggressione si ripete, presentano la denuncia con l’aiuto di Flai-Cgil e Asgi.

L’episodio più grave martedì, quando un giovane africano è stato colpito a sassi in faccia: adesso è ricoverato in chirurgia all’ospedale di San Giovanni Rotondo. Gli agenti sulle tracce di una macchina presente durante gli attacchi.

Antonio Maria Mira

Spiragli di dialogo tra Russia e Ucraina. Il premier Zelensky tratta con il Cremlino per uno scambio di prigionieri

La Stampa
Mosca e Kiev tastano il terreno per un possibile scambio di prigionieri. Il neo presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto pronto a liberare il giornalista Kirill Vyshinsky in cambio della scarcerazione del regista ucraino Oleg Sentsov da parte del Cremlino. Si tratta di due detenuti d'eccellenza. Sentsov è ormai un simbolo delle persecuzioni di Mosca contro chi si oppone all'annessione russa della Crimea.


Kirill Vyshinsky
Mentre Vyshinsky è considerato dalla Russia un detenuto politico. Ma le trattative di questi giorni hanno riguardato anche i 24 marinai ucraini catturati l'anno scorso dai russi dopo uno scontro nello Stretto di Kerch, nonché centinaia di prigionieri catturati nella guerra del Donbass, dove la Russia appoggia militarmente i separatisti.

Vyshinsky in cambio di Sentsov - Si tratta di colloqui difficili, ma che segnano la ripresa di un dialogo che mancava da tempo. L'11 luglio Putin e Zelensky hanno parlato per la prima volta al telefono e lunedì le responsabili dei diritti umani di Russia e Ucraina si sono incontrate a Kiev alla ricerca di un compromesso. Resta da vedere quali saranno i risultati di queste discussioni. Per il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, scarcerare Vyshinsky sarebbe "un eccellente primo passo".

Oleg Sentsov
Ma Mosca chiede che il giornalista sia liberato a prescindere, e sostiene che lui stesso non voglia assolutamente essere incluso in uno scambio. In ogni caso, si dovrà ancora aspettare e trattare. Ieri il tribunale di Kiev ha infatti prolungato di altri due mesi la custodia in carcere del reporter. Vyshinsky è il capo della sede ucraina dell'agenzia di stampa russa Ria Novosti.

È stato arrestato a Kiev l'anno scorso per "alto tradimento" e rischia fino a 15 anni per aver preso parte - questa è l'accusa che gli viene rivolta - alla "guerra di disinformazione" condotta da Mosca. Il regista ucraino Oleg Sentsov è finito invece in manette nel 2014. Nel 2015 un tribunale militare russo lo ha condannato a 20 anni di reclusione, e ora è dietro le sbarre in un carcere di massima sicurezza oltre il Circolo Polare Artico.

Secondo gli inquirenti, avrebbe tentato di "organizzare atti terroristici" in Crimea. Lui però si dice innocente e denuncia che la confessione gli è stata estorta a suon di percosse. D'altronde sono in molti a pensare che Sentsov in realtà sia stato arrestato solo perché fortemente contrario all'annessione russa della Crimea, la terra in cui è nato. L'anno scorso ha protestato con uno sciopero della fame durato ben cinque mesi: ha perso 20 chili e ha fatto temere seriamente per la sua vita.
Giuseppe Agliastro

mercoledì 24 luglio 2019

Vacanze dei volontari di Sant'Egidio con i profughi di Lesbo e Samos. Una vicinanza concreta per sostenere le migliaia di profughi presenti.

SIR
I 28 Paesi Ue si sono incontrati ieri a Parigi, a livello informale per cercare di affrontare la drammatica situazione dei migranti nei centri di detenzione in Libia e risolvere la questione sbarchi nel Mediterraneo. Ma le rotte migratorie non si fermano davanti ai porti chiusi e le destinazioni cambiano, costringendo le persone ad affrontare viaggi lunghissimi e pericolosi. 


In Grecia, nelle isole di Lesbo e Samos, in questi giorni stanno sbarcando centinaia di persone. La Comunità di Sant'Egidio ha deciso quest'anno di essere presente tutta l'estate: i volontari organizzano cene, pranzi domenicali, gite, corsi di inglese e attività di animazione per i giovani e i bambini.

Mentre i 28 Paesi europei cercano soluzioni alla situazione in Libia e nel Mediterraneo, gli sbarchi non si fermano nelle isole greche di Lesbo e Samos, nel mar Egeo, dove la situazione è drammatica ed esplosiva da tempo. 

In questo periodo a Lesbo arrivano ogni giorno, dalle coste turche, 100/150 persone, e non solo afghani e siriani, le prime due nazionalità presenti nei campi ufficiali e negli insediamenti informali. 

Molti provengono anche dall’Africa sub-sahariana, dal Congo, dal Camerun, dalla Somalia, perfino dallo Yemen, segno che le rotte sono cambiate e le persone, disperate, sono disposte a fare viaggi lunghissimi e ancora più pericolosi. 

Nell’isola di Lesbo sono già presenti oltre 7.000 donne, uomini e bambini migranti, fermi per mesi e mesi in attesa che la loro domanda di asilo venga presa in considerazione. Sono accolti nell’affollatissimo hot spot di Moria (oltre 5.000 persone ma la capienza è di 2.200 posti) e nel campo di Kara Tepe, destinato principalmente agli africani. Il centro di identificazione di Moria è gestito dal governo greco con l’aiuto dell’esercito, ma tanti servizi sono delegati alle Ong. 

Moltissime persone sono invece costrette a vivere in baracche malsane o tende in insediamenti informali, fuori dai campi. Tutti in condizioni disagiate e difficili, con i servizi ridotti all’essenziale: code lunghissime per mangiare cibi precotti, toilette disagevoli, le docce con acqua calda una rarità. Il volontariato e l’associazionismo cercano, come possono, di alleviare le carenze. 

Tra le realtà locali e internazionali presenti a Lesbo e Samos, ora anche la Comunità di Sant’Egidio ha deciso di puntare l’attenzione sull’emergenza dimenticata nelle isole greche. 
Dal 20 luglio e fino al 31 agosto, 150 volontari, a turni di dieci giorni, insieme ad un gruppo di mediatori culturali, trascorreranno le loro vacanze insieme ai profughi. 

I volontari stanno organizzando cene, feste e pranzi domenicali in parrocchia, gite, corsi di inglese e apriranno laboratori artistici, musicali, con attività di animazione per i bambini, le mamme, i giovani presenti. L’obiettivo è cercare di riportare la speranza tra chi si trova in una sorta di limbo dopo essere fuggito da guerre, persecuzioni o condizioni di vita insostenibili.

Priorità al cibo. Attualmente ci sono 23 volontari a Lesbo e 10 a Samos. Affittano appartamenti o stanze e si appoggiano a sedi di associazioni locali o alle parrocchie per realizzare le loro iniziative. 

“Abbiamo scelto di dedicare le nostre vacanze ai profughi per dare un segnale – racconta al Sir da Lesbo Valeria Guterres, volontaria della Comunità di Sant’Egidio -. Questa è la prima settimana, tante attività sono ancora da predisporre, ma abbiamo già iniziato ad organizzare ogni sera, dal lunedì al venerdi, una cena, seduti al tavolo, per circa 200 persone. Li facciamo mangiare e bere bene”.

Siria - Unicef: 49.000 bambini altamente vulnerabili, sopravvissuti ad atrocità e combattimenti, chiusi nel campo di Al-Hol. Urge intervento umanitario.

Roma Sette
L’Unicef chiede a tutte le parti in conflitto in Siria di «facilitare un accesso umanitario incondizionato ovunque», per raggiungere ogni piccolo in difficoltà


Assumersi «piena responsabilità» per il reintegro dei bambini nelle comunità locali e per un «rimpatrio sicuro» nelle loro terre e facilitare un «accesso umanitario incondizionato, all’interno di Al-Hol e ovunque in Siria, per raggiungere ogni bambino che abbia bisogno di aiuto, ovunque esso sia».
 

Sono le richiesta rivolte nella giornata di ieri, 17 luglio, dall’Unicef a «tutte le parti in conflitto in Siria». Nel nordest del paese, denunciano dall’organismo internazionale, almeno 70mila persone vivono nel campo di Al-Hol; si stima che più del 90% di loro siano donne e bambini. Tra i bambini, circa 20mila sono siriani. I restanti 29mila provengono da 62 Paesi diversi, compresi 9mila dall’Iraq. La maggior parte ha meno di 12 anni. Questi bambini sono altamente vulnerabili, sono sopravvissuti a duri combattimenti e hanno visto inimmaginabili atrocità».

L’Unicef accende i riflettori sulla «difficile situazione umanitaria» che questi piccoli affrontano, «per molti ulteriormente aggravata dall’aver subito recenti esperienze di abuso o dall’essere stati costretti a combattere o a compiere atti di violenza estrema. Questi – si legge nella nota diffusa ieri – sono solo una parte di un più ampio gruppo di bambini presumibilmente associati al conflitto armato, bloccati nei campi, in centri di detenzione e orfanotrofi in Siria, soprattutto nel nordest. Molti, anche di 12 anni, sarebbero stati detenuti. Nella provincia di Idlib, nel nordovest del Paese, circa 1 milione di bambini sono stati intrappolati per mesi e mesi nel mezzo di pesanti combattimenti. Il loro destino e il loro futuro sono in bilico».

Entrando nello specifico del campo di Al-Hol, il rappresentante Unicef in Siria Fran Equiza, di ritorno da una missione sul luogo, racconta di «migliaia di ragazzi e ragazze che non hanno mai avuto la possibilità di essere soltanto dei bambini. Questi sono bambini! Meritano di ricevere cure, protezione, attenzione e servizi a i massimi livelli». Al contrario, «dopo anni di violenze, non sono desiderati, sono stigmatizzati dalle loro comunità locali o evitati dai loro governi». Per loro, e non solo, ogni giorno l’Unicef e i suoi partner forniscono circa 1,7 milioni di litri di acqua potabile e 750mila litri di acqua per uso domestico. Ma il consumo di acqua in estate cresce e dall’Unicef avvertono: sarà una sfida continuare a garantire quantità sufficienti di acqua. Di qui la richiesta di «9 milioni di dollari per continuare a fornire assistenza e supporto ai bambini e alle famiglie nei campi e ampliare le operazioni per rispondere ai loro bisogni».

Roma - Sgombero di Primavalle - Il bambino con i libri. Foto simbolo del futuro rubato ai bambini più fragili

Linkiesta
Guardatela sino a stamparvela nella testa, la foto del bambino sgomberato, che se ne va con una pila di libri in mano. È lo specchio dell’Italia di oggi, che odia la cultura, se la prende coi più deboli e ha distrutto ogni ascensore sociale.

ANSA/Massimo Percossi

Non serve FaceApp per vedere come sarà l’Italia da vecchia. Basta una fotografia, quella scattata da Massimo Percossi dell’Ansa durante lo sgombero dell’ex istituto agrario di via Cardinal Capranica, a Roma, nel quartiere di Primavalle

La foto la conoscete, l’avrete vista centomila volta, solo ieri, ma dovreste continuare a guardarla fino a stamparvela nel cervello: ritrae un bambino di sette, otto anni appena, che esce dall’edificio occupato reggendo una pila di libri tra le mani, sotto lo sguardo di un poliziotto. 

Quel bambino è tra gli 80 e più minori che abitavano lì, che frequentavano la scuola del quartiere, che pur in una situazione di illegalità - di cui non aveva responsabilità né colpa - aveva trovato un suo posto nel mondo, un futuro possibile fatto di sapere e cultura.

Non sono un vezzo, quei libri, per il bambino di Primavalle. Sono l’unica possibilità di salvezza, l’unica via per emanciparsi dall’indigenza e dalla marginalità. L’unica legale, perlomeno. 

E lo sono anche per noi, quei libri nelle mani di quel bambino: l’unica speranza di ridare vita a un Paese morto, di far ripartire quell’ascensore sociale che è precondizione di ogni crescita e di ogni benessere, l’unica strada per costruire un po’ di futuro, anziché subirlo. 

E che il bambino abbia tratti somatici da italiano autoctono o da italiano di seconda generazione, o da straniero, sinceramente non ci interessa nulla: per noi è solo un bambino coi libri, il bene più prezioso che abbiamo, cui viene impedito di studiare.

Fonte: Likiesta

martedì 23 luglio 2019

Italia assente! Non vuole risolvere il problema migranti, ma l'Europa trova un'intesa con 14 paesi disposti ad accogliere i salvati in mare.

La Stampa
Al vertice di Parigi Macron porta a casa l’adesione di 14 Stati al principio per cui i profughi vanno redistribuiti. Salvini da Roma: è stato un flop
Parigi. Attacca il ministro dell'Interno Matteo Salvini, assente “ingiustificato” alla riunione informale di Parigi sui migranti e raccoglie l'adesione di 14 Stati Ue ad un “meccanismo di solidarietà” per ripartire le persone salvate in mare, con un'indicazione indigesta per il titolare del Viminale: lo sbarco deve avvenire nel porto più vicino. 

Il presidente francese Emmanuel Macron illustra la sua soluzione sul dossier migranti, aprendo ad un nuovo scontro con l'Italia. La replica di Salvini? La riunione “è stata un flop” e “noi non prendiamo ordini da Macron”.

Le posizioni erano cristallizzate: da una parte l'asse Parigi-Berlino con una bozza di documento che apriva alla redistribuzione tra i Paesi europei dei migranti soccorsi, fermo restando che questi ultimi devono sbarcare nel “porto più vicino”. 

Dall'altra Italia e Malta, i “porti più vicini” per eccellenza. Così Salvini ha disertato l'appuntamento di oggi nella capitale francese, inviando una delegazione tecnica del Viminale con il preciso mandato di affondare i tentativi di arrivare ad un documento condiviso.

Alla fine Macron deplora gli assenti (“non si guadagna ma nulla non partecipando”) e porta a casa l'accordo di 14 Stati “volontari”, pronti a ripartirsi in modo sistematico i migranti soccorsi in mare, senza dover avviare ogni volta complesse trattative dopo il salvataggio. 

Resta però fermo, ha sottolineato il presidente, che “quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare rifugio nel porto più vicino. E' una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità”. Non ci sta, ovviamente, Salvini.

lunedì 22 luglio 2019

Rifugiati - Sono partiti nelle isole di Lesbo e Samos 150 volontari di Sant'Egidio. Vacanza solidale fino al 31 agosto con le migliaia di profughi.

santegidio.org
Fino al 31 agosto 150 italiani, a turno, animeranno numerose attività per gli stranieri che, in migliaia nei campi profughi, vivono una lunghissima attesa dell’asilo politico.


Dal 20 luglio, fino al 31 agosto, 150 volontari, giovani e adulti della Comunità di Sant’Egidio, insieme ad un gruppo di mediatori culturali, passeranno, a turno, la loro vacanza insieme ai profughi di Lesbos e Samos. 

La scelta - che rientra in un più ampio programma di estate all’insegna della solidarietà #santegidiosummer – è dettata dalla situazione che si è venuta a creare nelle due isole greche, dove si possono attendere tempi molto lunghi prima di avere una risposta alla domanda di asilo politico.

I volontari terranno corsi di inglese e apriranno laboratori con diverse attività, animazione per i numerosi bambini e giovani presenti, feste e scambi culturali. L’obiettivo è quello di mantenere viva la speranza per chi è fuggito dalle guerre o da condizioni di vita insostenibili nel proprio Paese ed ora si ritrova in una sorta di “limbo” che porta soprattutto i giovani alla perdita di fiducia nel futuro.

A Lesbos, dove attualmente sono presenti oltre 7.000 profughi, la nazionalità più rappresentata è quella afgana mentre a Samos, che registra più di 5.000 presenze è giunto anche un buon numero dall'Africa subsahariana. Molti i minori e i giovanissimi che sognano una vita migliore.

Fonte: santegidio.org

Gli Usa stanno sprofondando nell'assurdo, si arrestano suore e preti che pregano per i bimbi migranti

Avvenire
Anche una religiosa 90enne tra i 70 fermati al Senato: «Immorale il nostro sistema contro gli immigrati». La protesta contro i centri di detenzione in cui vengono costretti anche i più piccoli.



Arrestati per aver pregato all’interno del Senato americano, riuniti per opporsi al trattamento inumano inflitto dall’Amministrazione Trump ai bambini immigrati al confine meridionale degli Stati Uni
ti.

Suore – una di queste, Pat Murphy, che portava la foto di un bambino di 8 anni morto mentre si trovava in un centro di detenzione – frati, sacerdoti e alcuni laici, portati via dalla polizia del Campidoglio e rilasciati solo in serata, dopo essere stati schedati e rinviati all’autorità giudiziaria con l’accusa di intralcio di uno spazio pubblico, precisamente il pavimento dell’ingresso del Senato, dove si erano sdraiati, formando una croce, per recitare il Rosario.

C’è anche una suora 90enne tra le circa 70 persone (molti, oltre ai laici, i sacerdoti e le religiose) arrestate giovedì a Washington nel corso di una protesta contro le politiche anti-immigrazione dell’Amministrazione Trump. Suor Pat Murphy, 90 anni, si era recata nella capitale federale proveniente da Chicago insieme alle sue consorelle, le Sorelle della Misericordia.
Secondo la religiosa, la situazione nei centri di detenzione degli immigrati è “immorale”: “Queste persone sono fratelli e sorelle e sono parte della famiglia umana”, ha sottolineato, aggiungendo che ciò che sta accadendo al confine con il Messico è “una situazione abominevole”. Suor Pat Murphy, entrata a far parte delle Suore della Misericordia 71 anni fa, ha aggiunto che gli immigrati “vengono puniti perché il sistema dell’immigrazione non funziona, non esiste”.
[...]
Alcuni dei partecipanti alla dimostrazione avevano poster che mostravano bambini deceduti dal 2018 mentre si trovavano sotto custodia federale, altri si erano sdraiati sul pavimento formando con i loro corpi una croce. William Critchley-Menor, giovane studente gesuita di St. Louis, ha sottolineato: “Siamo qui perché il trattamento che i migranti stanno ricevendo è completamente incompatibile e contrario al messaggio di Gesù Cristo e della Chiesa cattolica”.

Perché la protesta?
A fare scattare la protesta, le martellanti notizie delle condizioni agghiaccianti subite da minori rinchiusi in celle di metallo alla frontiera fra Stati Uniti e Messico che sono emerse negli ultimi giorni. 

Un gruppo di avvocati è riuscito a dare voce ai rapporti inquietanti comparsi nelle ultime settimane sulla vita nei centri per immigrati irregolari, registrando le testimonianze o raccogliendo letterine scritte a mano di bambini ammassati senza i genitori in prigioni non costruite per accogliere famiglie. 

Storie di notti passate sul freddo cemento di una cella, a decine in pochi metri quadri, senza materassini o coperte. Racconti di panini freddi o di scatolette di carne senza frutta o verdura fresca o latticini mangiati per giorni, fino ad avere la bocca piena di piaghe. Descrizioni di pochi minuti di aria fresca in un cortile recintato ogni due o tre giorni, senza possibilità di correre o giocare. E il trauma della separazione dai propri cari unito al costante terrore delle guardie, note per chiudere a chiave in stanze punitive i piccoli che piangono, urlano o chiedono di poter vedere i genitori.

I religiosi portavano cartelli con messaggi chiari: «Rispettiamo i bambini: mettiamo fine alla detenzione infantile», e richieste esplicite: «Il Congresso deve smettere di finanziare questi centri, e l’Amministrazione deve interrompere queste pratiche atroci».

Paolo M. Alfieri ed Elena Molinari, New York