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mercoledì 27 marzo 2019

Yemen, raid vicino a ospedale Save The Children: sette morti, 4 sono bambini

Rai News 24
Sette persone, tra cui 4 bambini, sono state uccise nel corso di un raid aereo che ha colpito un ospedale sostenuto da Save the Children, mentre altre due persone risultano disperse. 


E' quanto riferisce in una nota l'organizzazione umanitaria precisando che il missile ha colpito questa mattina un distributore di carburante vicino all'ospedale rurale di Ritaf, a circa 100 kilometri da Saada, nel nord-ovest del Paese. 

Nell'attacco, avvenuto nel giorno del quarto anniversario dell'inizio dell'escalation del conflitto in Yemen, sono rimaste ferite otto persone. "Siamo scioccati e atterriti da questo attacco oltraggioso. 

Bambini innocenti e operatori sanitari hanno perso la vita in quello che sembra essere stato un attacco indiscriminato a un ospedale in un'area densamente popolata. Attacchi come questi sono una violazione delle leggi internazionali", ha spiegato Helle Thorning-Schmidt, ad di Save the Children International. 

L'organizzazione internazionale ha chiesto l'immediata sospensione delle vendite di armi alle parti in conflitto nello Yemen, e che vengano applicate tutte le pressioni diplomatiche a tutte le parti coinvolte nel conflitto per risolverlo attraverso consultazioni e negoziazioni.

martedì 26 marzo 2019

Guerre dimenticate - Save the Children: "Ogni giorno un bambino yemenita muore sotto le bombe"

La Stampa
Save the Children lancia una petizione per lo stop alla vendita di armi usate nei raid aerei. La più dimenticata in assoluto tra le primavere arabe fiorite con sorti alterne in un passato che sembra oggi lontanissimo è quella yemenita.


Ben pochi ricordano probabilmente che nel 2011 le piazze di Sana'a si accesero di speranze democratiche esattamente come quelle del Cairo, Tunisi, Bengasi, Aleppo, Manama. Eppure quell'anno, a riconoscimento dello sforzo titanico dei ragazzi yemeniti, i più poveri tra i poveri, il premio Nobel per la Pace andò ad una di loro, un'attivista, Tawakkol Karman.

Meteore della Storia e della memoria. La gloria del decaduto Paese della regina di Saba sarebbe durata ancor meno della sua visibilità mediatica: il 22 marzo 2015, nello Yemen uscito dai radar, comincia una sanguinaria guerra civile tra la minoranza Houti, sostenuta dall'Iran, e il governo centrale, che dopo la deposizione del trentennale despota Saleh è guidato da Hadi e gode dell'appoggio politico e miliare di Riad.

Quella guerra, dagli esiti altalenanti e i capovolgimenti ripetuti (Saleh è morto nel 2017 dopo aver disertato, gli Houti hanno preso Sana'a), dura ancora oggi mentre i tentativi dell'Onu di negoziare una tregua quantomeno umanitaria s'infrangono con la determinazione delle potenze regionali risolute al redde rationem per procura sulla pelle dello Yemen.

A quattro anni dall'inizio del conflitto meno seguito dei tempi moderni (in confronto la pur reietta Siria sembra costante breaking news) Save the Children, una delle Ong sempre presenti sul terreno, traccia un bilancio che brucia: oltre 19 mila raid aerei hanno raso al suolo scuole, ospedali e infrastrutture (ne crolla in media uno ogni 2 ore); 1,5 milioni di minori sono stati costretti a fuggire con o senza le famiglie e 10 milioni non hanno accesso a cure mediche; ogni giorno almeno un bambino viene ucciso dalle bombe che, in barba alle polemiche, i governi di mezzo mondo continuano a vendere alla coalizione a guida saudita; uno su 3 non va a scuola.

Non è un mistero che i morti in cifre siano distanti anche quando sono vicinissimi. Le cifre scivolano sulle coscienze come l'acqua, alla fine ci si fa l'abitudine. Almeno fino a quando un barcone non ci ricorda che la guerra è non poi così lontana. È dietro l'angolo invece, così come lo è la famiglia che - racconta Medici senza Frontiere - nei giorni scorsi, nella città di Taiz, ha guidato tre ore attraversando la linea del fronte per portare in ospedale un bambino di due anni ferito al volto da una scheggia dopo l'esplosione di una bomba vicino casa. Fortunati, quasi: la maggior parte non arriva neppure all'ospedale.

Mentre sul calendario corre via veloce il quarto anniversario della nostra indifferenza e mentre naufragano uno dopo l'altro i tentativi di tregua mediati dall'Onu, Save the Children chiede ai governi occidentali un passo indietro, uno stop alla vendita di armi allo Yemen insanguinato con una petizione, "Stop alla guerra sui bambini", che solo in Italia ha già raccolto oltre 54 mila firme. Dal 2005 ad oggi le bombe straniere hanno ucciso o gravemente ferito quasi 6500 bambini. Sì, perché i raid aerei vengono spesso condotti su aree altamente popolate con tutto ciò che comporta. Come avvenuto il 10 marzo scorso, quando un bombardamento ha colpito cinque abitazioni provocando la morte di almeno 10 bambini, come avvenuto a Samer, 8 anni, ferito in un villaggio vicino a Hodeidah mentre tornava a casa con suo nonno.

Troppi bambini sono nel vento. Le loro voci e quelle di chi resta nel limbo della vita senza vita rimbalzano oltre le poche immagini della tv attraverso Save the Children: "Quando camminiamo abbiamo paura; quando dormiamo abbiamo paura; quando giochiamo abbiamo paura. Non vogliamo più vivere dove c'è la guerra, non ce la facciamo più. Siamo innocenti e siamo bambini proprio come ogni altro bambino al mondo, come i vostri bambini. Vogliamo che ci si prenda cura di noi come per tutti gli altri bambini. Vogliamo la possibilità di studiare e andare a scuola. Vogliamo disegnare, mangiare, ridere, giocare, crescere e seguire i nostri sogni". Mentre vi raccontiamo questa storia alcuni dei protagonisti sono probabilmente già muti.


Francesca Paci

mercoledì 20 febbraio 2019

Save the Children. Sono 420 milioni i bambini che vivono in zone di guerra. Nel 2017: 10mila uccisi, 100mila morti di neonati causate dalle guerre

Avvenire
L'ong lancia il rapporto "Stop alla guerra sui bambini": nel 2017 oltre 10 mila uccisi o mutilati, 100 mila neonati l'anno muoiono per fame o malattie. Petizione contro le bombe italiane in Yemen

Sono stati oltre 10 mila i bambini uccisi o mutilati nel 2017 dai bombardamenti nelle aree di guerra. E 100 mila i neonati che muoiono ogni anno per cause dirette e indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione. Sono solo alcuni dei dati presentati da Save the Children nel suo nuovo rapporto Stop alla guerra sui bambini che denuncia, tra l'altro, l'utilizzo da parte della Coalizione a guida saudita in Yemen per colpire obiettivi civili di bombe prodotte anche in Italia.


Nel mondo dunque sono 420 milioni - uno su cinque - i bambini che vivono in zone di conflitto, oltre 30 milioni in più del 2016 e il doppio dalla fine della Guerra Fredda. E 4,5 milioni hanno rischiato di morire per fame nei dieci Paesi coinvolti nelle guerre più sanguinose: Afghanistan, Yemen, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. 

In termini assoluti l'Asia è il luogo dove vivono più bambini in aree di conflitto, circa 195 milioni. In percentuale, invece, il primato spetta al Medio Oriente con il 40 per cento dei bambini che vivono in zone di guerra, pari a 35 milioni. 

Solo in Yemen, 85mila bambini sotto i cinque anni sono morti per fame o per malattie gravi dall'inizio del conflitto, tre anni fa.«È sconvolgente - spiegato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children - che nel XXI secolo arretriamo su principi e standard morali così semplici: proteggere i bambini e i civili dovrebbe essere un imperativo, eppure ogni giorno i bambini vengono attaccati, perché i gruppi armati e le forze militari violano le leggi e i trattati internazionali». Innumerevoli le violazioni dei diritti dei piccoli che hanno avuto la sfortuna di nascere in zone di guerra. 

E il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha identificato sei gravissime categorie che vanno dall'uccisione e mutilazioni al reclutamento dei bambini soldato, soprattutto in Paesi come la Repubblica Centrafricana alla Repubblica democratica del Congo, dalla violenza sessuale ai rapimenti, agli attacchi a scuole e ospedali fino alla negazione dell'accesso agli aiuti umanitari. 

Secondo l'analisi basata sui rapporti delle Nazioni Unite, il numero di violazioni dei diritti dei minori nel 2017 è stato di 25mila, il numero più alto mai registrato prima.

venerdì 21 settembre 2018

Allarme Save the Children: Yemen, 5 milioni di bambini rischiano di morire di fame

Ansa
Sono più di 5 milioni i bambini che rischiano di morire di fame in Yemen, secondo Save the Children. Lo riferisce Gulf Times.

"Milioni di bambini non sanno quando o se arriverà il loro prossimo pasto" ha dichiarato Helle Thorning-Schmidt, CEO di Save the Children International. 

"Questa guerra rischia di uccidere in Yemen una generazione intera di bambini che affrontano diverse minacce, dalle bombe alla fame, a malattie che si possono prevenire come il colera - ha aggiunto - In un ospedale che ho visitato nel nord dello Yemen, i neonati erano troppo deboli per riuscire a piangere, i loro corpi erano stremati dalla fame". 

Dal 2015 è in corso un conflitto in Yemen tra le forze governative, sostenute dalla Coalizione Araba a guida saudita, e le milizie Houthi: in questi tre anni le vittime sono state circa 10mila, soprattutto fra i civili.

venerdì 19 gennaio 2018

Siria: Save The Children, 110.000 bambini in fuga da Idlib

ANSAmed
'Uno dei più gravi spostamenti di massa da inizio conflitto'
Nelle ultime settimane "oltre 110.000 bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa dei combattimenti in corso a Idlib, nel nord della Siria, in un nuovo grave movimento di sfollati interni". Lo denuncia Save The Children in un comunicato.

"L'escalation dei combattimenti nella parte meridionale di Idlib - su legge nel testo - ha dato luogo a uno dei più gravi spostamenti di massa ai quali si è assistito in Siria dall'inizio del conflitto". Oltre 7.000 persone "in media, si spostano ogni giorno.

I bombardamenti hanno portato alla chiusura centinaia di scuole e raso al suolo case e ospedali. Molti hanno trovato rifugio all'aperto, dove sono esposti a temperature gelide, o in edifici abbandonati".

mercoledì 6 settembre 2017

Gaza - Save the Children denuncia: 1 milione di bambini in condizioni inaccettabili

SIR
“A dieci anni dal blocco aereo, marittimo e terrestre della striscia di Gaza, un milione di bambini sono costretti a vivere in condizioni inaccettabili”. 


È quanto denuncia oggi Save the children in una nota nella quale rileva che 
“più di 740 scuole si trovano in grande difficoltà per la carenza di energia elettrica, che è disponibile per sole 2 ore al giorno. Una limitazione che provoca gravi conseguenze anche per l’interruzione dei servizi sanitari e di emergenza, per l’aumento delle malattie trasmesse dall’acqua per la sospensione della potabilizzazione e il disastro ambientale a seguito del mancato trattamento delle acque reflue”. 
“Se un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 dichiarava Gaza a rischio di invivibilità entro il 2020, Save the children – prosegue ala nota – considera Gaza invivibile già oggi: con le condizioni attuali i bambini non riescono più a nutrirsi adeguatamente, dormire, studiare o giocare”

L’organizzazione internazionale chiede “a Israele di interrompere subito il blocco di Gaza, dove quasi la metà della popolazione non ha lavoro e l’80% sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, e chiede alle autorità palestinesi e israeliane di fornire i servizi di base indispensabili agli abitanti dell’area”. 

Jennifer Moorehead, direttore di Save the children nei Territori Palestinesi Occupati, “i bambini di Gaza sono tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze”. 

“Vivere senza accesso ai servizi indispensabili come l’elettricità – aggiunge – ha conseguenze gravi sulla loro salute mentale e sulle loro famiglie. Stiamo assistendo ogni giorno ad un aumento del livello di ansia e aggressività”.

martedì 29 agosto 2017

Siria - A Raqqa migliaia di bambini intrappolati a contatto con una violenza barbara

Save the Children
Siria: decapitazioni e bombe nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa. Migliaia i minori intrappolati nella città, segnati indelebilmente dalla violenza e dalle deprivazioni

Sono migliaia, tra i 9.000 e i 12.000 circa, i minori intrappolati a Raqqa, dove sono esposti a brutali violenze e a bombardamenti. Decapitazioni e esplosioni sono entrate a far parte della loro quotidianità, in una vita di disperazione e deprivazione, come hanno raccontato i ragazzi sopravvissuti alla fuga dalla città della Siria settentrionale a Save the Children, l’Organizzazione internazionale che lavora dal 1919 per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, sono sfollate 271.000 persone, il 75% dei quartieri della città risulta oggi abbandonato, solo 6 su 24 sono popolati. Metà delle persone che li abita è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dall’Isis e la carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. La situazione è resa ancora più difficile dagli attacchi aerei, che hanno già causato la morte di numerosi civili: le famiglie sanno di poter perdere la vita a causa di una bomba restando a Raqqa, così come sono consapevoli del rischio di morire tentando la fuga.

I giovanissimi superstiti incontrati da Save the Children, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito: molti sono stati testimoni ravvicinati di esecuzioni e attacchi aerei. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici, sono stati trasformati nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi. “Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, spiega Aoun scappato dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”.

Save the Children denuncia i danni prodotti dal conflitto su questi ragazzi: le ferite psicologiche causate loro impiegheranno anni, anche decenni, a guarire. Come l’Organizzazione ha rilevato in un recente studio sulla salute mentale dei bambini in fuga dall’Isis in Iraq, le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto sono causa di stress tossico, che può avere un impatto permanente sulla loro salute mentale e fisica.

“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato Sonia Khush, Direttrice di Save the Children in Siria. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito. Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza, a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.

L’esigenza dei civili di poter lasciare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei, appare ancora più evidente in un momento in cui è attesa l’intensificazione della battaglia per la liberazione della città. Save the Children ribadisce che proteggere i bambini intrappolati negli orrori della guerra deve essere la priorità.

A sei anni e mezzo dall’inizio del conflitto in Siria, Save the Children sarà presente alla 74a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il 31 agosto e il 1° settembre con una forte iniziativa di sensibilizzazione sul dramma dei bambini siriani. L’iniziativa si terrà il 31 agosto, a partire dalle 10 sino alle 22.30 e il giorno successivo, dalle 10 alle 15.30, all’interno della rassegna “Isola Edipo”.
L’iniziativa è realizzata anche grazie alla collaborazione con la mostra fotografica “Fino alla fine del mare” di Jacopo Di Cera, che sarà in esposizione sulla barca “Edipo Re” di Pier Paolo Pasolini dal 31 agosto al 9 settembre.

martedì 15 agosto 2017

Migranti, dopo Msf anche Save the Children e Sea Eye lasciano. Non garantita sicurezza degli equipaggi.

Globalist
Arrivano a tre le Ong che hanno sospeso l'attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia.


Dopo Msf, anche le Ong Sea-Eye e Save the children interrompono il servizio in mare. "Cari amici - scrive Sea-Eye su Twitter -, abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio". Il direttore Michael Buschheuer spiega su Facebook che si tratta di motivi di sicurezza dopo l'annuncio del governo libico di una "proroga a tempo indeterminato e unilaterale delle acque territoriali in relazione a una minaccia esplicita contro le ong private".

"In queste circostanze - spiega ancora Buschheuer - non è possibile proseguire il nostro lavoro di salvataggio. Sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi". E poi aggiunge: "Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane analizzeremo attentamente il cambiamento della situazione di sicurezza al largo della costa libica e discuteremo la nostra azione futura".

Sos Mediterranée: "Noi andiamo avanti" - Ma c'è anche chi va avanti nonostante il pericolo. Come Sos Mediterranée, che in una nota scrive: "La nostra Ong sta controllando la preoccupante situazione da vicino. Oltre a salvare vite, nostra priorità è garantire la massima sicurezza del nostro equipaggio. Fino a che questa continua ad essere garantita, Sos Mediterranée rimarrà in zona di ricerca e soccorso, salvando imbarcazioni in pericolo e prevenendo il ritorno forzato delle persone in Libia".

Poi, sulla sospensione da servizio da parte di altre organizzazioni non governative: "In seguito alle notizie dalla Libia Msf ha deciso di sospendere temporaneamente le attività di ricerca e soccorso della nave Prudence. L'equipe medica di Msf continuerà a fornire supporto all'Aquarius, la nave noleggiata da Sos e gestita congiuntamente da entrambe le organizzazioni. 

L'Aquarius sta attualmente pattugliando in acque internazionali, rispettando il limite delle acque territoriali libiche, come prescritto dal diritto marittimo internazionale".
Infine, Sos "desidera sottolineare la necessità di aumentare le capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Le Ong Sar (search and rescue) devono essere in grado di continuare le loro attività di soccorso senza impedimenti. La vita delle persone è a rischio, sia in mare che in Libia.  
Come sappiamo dalle testimonianze raccolte a bordo, se le persone venissero rimandate in Libia sarebbero di nuovo vittime di detenzioni arbitrarie e di ripetute violazioni dei diritti umani. Limitare l'accesso e le attività delle Ong causerà, ancora una volta, un incremento di morte e sofferenza nel Mediterraneo".

Save the children: "Senza garanzie stop salvataggi" - Save the Children mette le mani avanti e il direttore delle operazioni Rob MacGilivray dice: "Siamo pronti a riprendere le operazioni, ma abbiamo il dovere di garantire la sicurezza del team e l'efficacia delle operazioni. Prima di poter riprendere la missione dobbiamo avere rassicurazioni in merito".

martedì 18 luglio 2017

Continua la strage dei bambini afghani, Save the Children: 436 morti per la guerra nel 2017

Globalist
Il numero dei minori che hanno perso la vita a causa del conflitto è aumentato del 9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.




Gli ultimi dati diffusi dalle Nazioni unite riferisco che i bambini rappresentano oltre un quarto dei civili morti e feriti tra gennaio e giugno 2017, come risultato del deterioramento della situazione umanitaria in Afghanistan. 


Sono almeno 1.662 i civili uccisi e 3.581 quelli feriti a causa del conflitto in Afghanistan nei primi sei mesi del 2017, oltre un quarto dei quali rappresentati da bambini (436 i minori morti e 1.141 i feriti). 

Il numero dei bambini che hanno perso la vita a causa della guerra che dilania il Paese è aumentato del 9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Un incremento allarmante, come ha denunciato, commentando un rapporto diffuso dalle Nazioni Unite, Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, a ogni costo.

giovedì 6 luglio 2017

Iraq. Save the Children: le ferite dei bambini di Mosul. Non sorridono più!

Radio Vaticana
La battaglia per la riconquista di Mosul, una delle principali roccaforti irachene del sedicente Stato islamico, sembra giunta alle battute finali. Le forze governative, sostenute anche dagli Stati Uniti, sarebbero vicine al pieno controllo della città vecchia dove si trovano le ultime postazioni dei jihadisti. 


Una strenua guerriglia che si consuma strada per strada, casa per casa. Il prezzo più alto di questa guerra lo stanno pagando i bambini, feriti nel profondo dall’ inaudita violenza che da anni si consuma sotto i loro occhi. 

Con esiti drammatici per le loro esistenze, come rivela una ricerca dell’organizzazione umanitaria Save the Children. Ce ne riferisce Paola Simonetti:

Sono l’emblema della scia di male che la guerra, ovunque, è in grado produrre a danno di chi non può difendersi. Loro i bambini di Mosul, città simbolo della lotta al sedicente Stato Islamico in Iraq, portano il peso di quello che non hanno voluto, di cui non sono responsabili, tanto da non saper più sognare, da non conoscere più fiabe. 

I compagni fedeli di una intera generazione di minori sono infatti gli “incubi ad occhi aperti”, come ha definito uno degli esiti del trauma da conflitto, l’associazione Save the Children, attiva nel campo profughi di Haman Al Alil, dove l’organizzazione ha svolto una ricerca sul tema. Circa 65 i bambini intervistati, tra i 10 e i 15 anni, per sondare l’entità dei segni che il conflitto ha lasciato su di loro. 

Ne emerge un quadro dolorosamente drammatico e complesso, come spiega Marco Guadagnino, portavoce programmi internazionali di Save the Children…
“Un disagio sociale che noi in termini tecnici definiamo ‘lo stress tossico’, che poi si associa – se non trattato, se non curato – a una serie di effetti gravissimi anche sulla salute fisica. Questi sono bambini che hanno vissuto le violenze dell’Isis, hanno vissuto i bombardamenti, i giorni della fuga quando è iniziato il tentativo di riconquista della città da parte dell’esercito iracheno; stanno vivendo le drammatiche condizioni dei campi nei quali questi bambini sono stati sfollati …”.

Un carico di dolore quello sopportato dai bambini di Mosul, come da quelli di ogni luogo del mondo, che si manifesta in primis sui loro volti, cancellando senza pietà la loro stagione di innocenza. Sentiamo ancora Guadagnino:
“Intervistando questi bambini, abbiamo notato purtroppo che questi bambini non sorridono più. Le espressioni facciali sono assenti; hanno paura dei rumori; parlano di incubi ad occhi aperti: vedono i mostri … Ecco, questi bambini vedono i mostri anche durante il giorno, sono bambini ai quali basta ascoltare semplicemente il rumore di un elicottero che passa sopra il campo, quindi un rumore che ricorda in qualche modo il bombardamento, e scappano terrorizzati, cercano rifugio ovunque sia possibile. Sono bambini che hanno visto in prima persona decapitazioni. Alcuni bambini ci hanno detto: “Preferiamo essere feriti, così possiamo andare in un posto dove ci danno da mangiare”. In alcuni casi ci hanno detto: vorremmo morire perché in Paradiso non soffriremo più!”.

Portare sostegno a questa generazione di bambini diviene dunque cruciale per tracciare un futuro per loro come individui, ma anche come costruttori di un Paese nuovo, come conclude Marco Guadagnino, portavoce programmi internazionali di Save The Children:
“E’ il sentimento di fiducia verso gli adulti che bisogna costruire. Questi bambini non si fidano più di noi. Qui è necessario capire che oltre agli aiuti immediati, che sono ovviamente necessari, è necessario portare anche aiuto psicologico. Come operatore umanitario ritengo l’assistenza psicologica post-traumatica allo stesso livello di importanza della distribuzione alimentare. Per me è un elemento salva-vita, per questi bambini …”.

venerdì 2 giugno 2017

Rapporto "Save the Children" - Infanzia negata a 700 milioni di bambini. Il Niger è il peggiore

Redattore Sociale
Rapporto di Save the children "Infanzia rubata". Nel mondo infanzia negata a 700 milioni di bambini: 1 su 4. La Norvegia è il paese il migliore. L’Italia tra i primi dieci, meglio di Germania e Belgio. Neri: “E’ inaccettabile, dobbiamo e possiamo fare di più”


Nel mondo un bambino su quattro ha un’infanzia negata: sono infatti 700 milioni i minori privati di vivere la loro condizione. Il paese peggiore dove essere bambini è il Niger, il migliore la Norvergia. A sottolinearlo è Save the children, che oggi presenta il primo Indice globale sull’infanzia negata nel mondo, contenuto nel nuovo rapporto “Infanzia rubata”. 

Nel report si sottolinea che a 1 bambino su 6 è negato il diritto all’educazione; mentre sono 168 milioni quelli coinvolti nel lavoro minorile; più di 16 mila bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorno per malattie facilmente curabili; 156 milioni hanno problemi di crescita a causa della malnutrizione. 

E 28 milioni sono i minori in fuga da guerre e persecuzioni; più di 75 mila infine, i giovani uccisi nel solo 2015. 

L’infanzia negata riguarda anche le ragazze: ogni 7 secondi 1 ragazza di meno di 15 anni si sposa, ogni 2 secondi una ragazza mette al mondo un bimbo.
Nella classifica dei paesi, il Niger è quello dove i bambini sono maggiormente minacciati ed esposti a rischi per la loro vita e il loro sviluppo, seguito da Angola, Mali, Repubblica Centrafricana e Somalia
Norvegia, Slovenia e Finlandia si rivelano, invece, i Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni più favorevoli, con l’Italia che si posiziona al nono posto in classifica, meglio di Germania e Belgio (al decimo posto a pari merito con Cipro e Corea del Sud), ma dietro anche a Olanda, Svezia, Portogallo, Irlanda e Islanda.

Sono 263 milioni, 1 su 6, i minori che non vanno a scuola, mentre 168 milioni, più di tutti i bambini che vivono in Europa, sono coinvolti in varie forme di lavoro minorile, tra le quali anche lavori pericolosi o pesanti che mettono gravemente a rischio la loro incolumità fisica e psicologica. Sei milioni di bambini muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili, come polmonite, diarrea e malaria, prima di aver compiuto i 5 anni, mentre sono 156 milioni i bambini con meno di 5 anni colpiti da forme di malnutrizione acuta che ne compromettono seriamente la crescita. 

Circa 28 milioni di bambini, 1 su 80, sottolinea ancora il rapporto, sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per fuggire da guerre e persecuzioni. Nel solo 2015 sono stati assassinati nel mondo più di 75.000 bambini e ragazzi di meno di 20 anni di età, più di 200 al giorno. Sono 15 milioni, inoltre, le ragazze che ogni anno si sposano prima dei 18 anni, spesso con uomini molto più grandi di loro. Quattro milioni di loro si sposano prima di aver compiuto 15 anni, una ogni 7 secondi, con impatti devastanti sulla loro salute e sulle loro opportunità future. Ogni 2 secondi una ragazza con meno di 19 anni partorisce nel mondo, per un totale annuo di 17 milioni.

Bambini in fuga a causa di guerre e persecuzioni. Nel 2016, 1 bambino su 80, nel mondo, è stato costretto ad abbandonare la propria casa per fuggire da guerre e persecuzioni: circa 28 milioni di minori, di cui 10 milioni sono bambini rifugiati, 1 milione richiedenti asilo e 17 milioni sono sfollati interni . Bambini ai quali, molto spesso, viene negato il diritto alla salute, all’educazione e alla protezione e che nella loro giovane vita non hanno conosciuto che conflitti e deprivazioni. La Siria, come emerge dalla classifica elaborata da Save the Children, è il paese con il più alto numero di persone sfollate (più di 12 milioni di persone, che rappresentano il 65% del totale della popolazione). Tra le percentuali più alte, dopo la Siria troviamo Sud Sudan, Somalia e Repubblica Centrafricana, dove risulta sfollato circa il 20% della popolazione, mentre in Colombia, al quinto posto di questa graduatoria, si contano 7,5 milioni di persone sfollate.

“È inaccettabile che nel 2017 milioni di bambini in tutto il mondo continuino ad essere privati della propria infanzia e del loro diritto di essere al sicuro, di crescere, imparare e giocare. Dobbiamo e possiamo fare di più per garantire un futuro migliore, fino all’ultimo bambino”, dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e a promuovere i loro diritti. 

“Anche se la maggior parte dei Paesi in cui è molto complicato essere bambini si trovano in Africa centrale e occidentale non possiamo non tener conto dei progressi e dei segnali di speranza che si sono registrati negli ultimi anni. Dal 1990, per esempio, in questa regione del continente africano le morti dei bambini sotto i cinque anni si sono dimezzate: un risultato che dimostra l’importanza di continuare a investire sulla salute e sul benessere dei minori. Nel 2015, i leader mondiali si sono impegnati a garantire a tutti i bambini, entro il 2030, il diritto alla salute, alla protezione e all’educazione, a prescindere da chi sono e dove vivono. Si tratta indubbiamente di un obiettivo molto ambizioso, ma che deve essere raggiunto e i governi dovranno impegnarsi per assicurare a tutti i bambini l’infanzia che meritano”, prosegue Valerio Neri.

“Quanto al nostro Paese – conclude Valerio Neri – la classifica ci dice che l’Italia ottiene un piazzamento generale migliore di Paesi come Germania e Belgio. In Italia, tuttavia, c’è ancora molta strada da fare per dare a tutti i bambini la possibilità di costruirsi un futuro, considerando che oltre un milione di minori vive in povertà assoluta e che quasi 1 su 3 è a rischio povertà ed esclusione sociale, una delle percentuali più alte in Europa . Deprivazioni materiali che hanno ripercussioni gravissime anche sulle opportunità educative dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, negando loro la possibilità di apprendere e coltivare le proprie passioni e le proprie aspirazioni”.

mercoledì 31 maggio 2017

Tragedia umanitaria in Yemen, epidemia di colera: quasi 500 morti. 1000 casi al giorno.

Radio Vaticana
In Yemen è in corso un’epidemia di colera: in un mese quasi 500 persone hanno perso la vita. Nell’ultima settimana il numero dei casi sospetti è più che raddoppiato: si stima che potranno essere registrati circa 70mila contagiati entro la fine di giugno. Si parla di 1.000 casi al giorno: quasi due su tre sono bambini sotto i 15 anni. 


Giorgio Saracino ne ha parlato con Marco Guadagnino, portavoce di Save The Children:

R. – In Yemen in questo momento è in corso un’epidemia di colera molto grave. Stimiamo che entro il mese di giugno quasi 70 mila persone potrebbero ammalarsi di colera. Le stime che stiamo raccogliendo in questi giorni, quelle che ci vengono fornite dai nostri operatori in Yemen, parlano di quasi mille casi di colera – o meglio, di sospetti casi di colera – al giorno. Grandissima parte di questi casi, purtroppo, fanno riferimento a bambini: è una situazione molto, molto grave e sta peggiorando. Temiamo che possa ulteriormente peggiorare nelle prossime settimane, quando si attende la stagione delle piogge che sicuramente porterà un peggioramento della crisi igienico-sanitaria nel Paese.

D. – A cosa è dovuta questa crescita esponenziale dei contagiati?
R. – Le condizioni igienico-sanitarie del Paese in questi ultimi mesi sono ulteriormente peggiorate. Il 26 maggio di quest’anno abbiamo ricordato il triste, secondo anniversario dell’inizio della guerra. È un Paese in cui grandissima parte delle strutture sanitarie sono state distrutte; abbiamo avuto notizie di strutture sanitarie che sono state private, saccheggiate delle attrezzature più importanti; sono state rubate o colpite ambulanze, le persone hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari. In più, nel Paese, a causa della guerra e della crisi che sta colpendo tutto il sistema sociale ed economico del Paese, perfino i netturbini sono in sciopero: da settimane, da mesi, non viene più raccolta l’immondizia. Insomma, la crisi è sanitaria e igienica, aggravata dall’impossibilità – o quasi impossibilità – di poter fare arrivare nel Paese aiuti umanitari, nel caso specifico medicinali e attrezzature sanitarie per cercare di contenere l’epidemia.

D. – E come state intervenendo voi di Save the Children sul territorio?
R. – Noi abbiamo un’équipe molto grande di operatori che sta portando - dove possibile - attrezzature mediche, medicinali; stiamo facendo formazione al personale sanitario; stiamo, specificamente per l’epidemia di colera, facendo campagne di sensibilizzazione per la popolazione; stiamo rafforzando, sostenendo centri specifici per il trattamento di colera e delle altre forme di diarrea; stiamo fornendo kit per la reidratazione orale. Purtroppo, anche i dati sulle persone che stanno morendo continuano a essere sempre più alti: parliamo ormai di quasi 500 persone che sono morte soltanto in queste ultime settimane, a causa della nuova epidemia.

D. – Ogni cinque minuti, un bambino sotto i cinque anni muore per cause prevenibili. Qual è l’appello di Save the Children?
R. – L’appello è un appello ovviamente alle parti in conflitto, perché consentano, attraverso una cessazione immediata delle ostilità, l’accesso umanitario alle zone più colpite: che venga consentita la distribuzione di farmaci e medicinali, che vengano riaperti porti e aeroporti per consentire l’arrivo degli aiuti. Chiediamo che dopo 26 mesi di guerra, ci si fermi e si provi a pensare a un accordo di pace che possa essere duraturo. Purtroppo, in questo momento, gli unici accordi di cui abbiamo sentito parlare sono accordi per la vendita di armi: in questo momento, noi abbiamo bisogno di altro.

domenica 23 aprile 2017

Yemen: rapporto rilancia, Riad entri in lista nera diritti infanzia

AnsaMed
Save the Children e Watchlist, 1.546 minori uccisi in due anni
Oltre 14,8 milioni di persone - di cui 8,1 milioni di bambini - senza accesso alle cure di base; oltre 160 strutture mediche (compresi gli ospedali pediatrici) distrutte o fuori uso; 1.546 bambini uccisi e 2.450 mutilati. 



Sono soltanto alcuni dei dati raccolti da Save the Children e le Ong di Watchlist on Children and Armed Conflict sugli effetti degli ultimi due anni di guerra in Yemen,e contenuti in un rapporto presentato oggi nella sede dell'Onu a New York. Una situazione in cui tutte le parti del conflitto che oppone il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi ed i ribelli sciiti Houthi, ma in primis la coalizione a guida saudita che sostiene il primo, vengono chiamate in causa. Una situazione ''che peggiora di giorno in giorno'', sottolineano le ong che hanno stilato il rapporto, chiedendo alle Nazioni Unite di reinserire proprio la coalizione araba guidata dall'Arabia Saudita nella lista nera dei Paesi che violano i diritti dell'infanzia.

Accuse nuovamente respinte al mittente dall'Arabia Saudita che sostiene - si legge nel rapporto, cui ha contribuito anche con lavoro sul campo la giornalista italiana Laura Silvia Battaglia - che la propaganda dei ribelli Houthi (sostenuti dall'Iran, ndr) starebbe esagerando, gonfiando i dati relativi al numero di persone rimaste uccise.

A oggi, rende noto il rapporto rilevando che le violenze sono perpetrate contro la popolazione da tutte le parti in causa, soltanto il 45% delle strutture ospedaliere del Paese è ancora in funzione.

Se dall'inizio del conflitto la metà delle strutture sono state distrutte, quelle ancora in piedi mancano di medicinali e materiali, dei quali è impossibile fare rifornimento dopo il blocco marittimo 'de facto' del porto di Hodeidah. A inizio 2017, riferisce infatti Save the Children, è stato impedito anche l'approdo delle navi che avrebbero dovuto consegnare i medicinali raccolti dalla ong e destinati a curare i bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione. Secondo gli ultimi dati disponibili, ricorda la ricerca, lo Yemen attraversa la più grave emergenza alimentare, con 17 milioni di persone colpite da insicurezza alimentare. Secondo l'Unicef, inoltre, ogni 10 minuti un bambino yemenita muore per cause legate alla guerra in atto nel Paese.

Già nel 2016 le Nazioni Unite avevano inserito l'Arabia Saudita nella lista nera di chi compie violazioni contro i diritti dei minori, ripensandoci però solo una settimana dopo.

L'ex segretario generale, Ban Ki-moon, ricorda lo studio, aveva fatto sapere che Riad aveva minacciato di tagliare le risorse destinate ai fondi per i programmi umanitari.

Gli Usa da parte loro starebbero in questi giorni considerando la possibilità di aumentare il sostegno alla coalizione a guida saudita, cui già forniscono sostegno di intelligenze e nel rifornimento aereo, per spingere gli Houthi ai negoziati.

http://watchlist.org/about/report/yemen/


(di Cristiana Missori)

venerdì 10 marzo 2017

Siria - Rapporto Save the Children "Ferite invisibili": 5,8 milioni di bambini vivono sotto bombe

ANSAmed
A sei anni dall'inizio del conflitto in Siria, sono 5,8 milioni i bambini che vivono ancora sotto i bombardamenti e hanno bisogno di aiuti e un bambino su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale.

Download rapporto PDF


Sono almeno 3 milioni i siriani che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra: si stima che siano oltre 470.000 le vittime dall'inizio del conflitto. L'85% della popolazione siriana vive in condizioni di povertà e 4,6 milioni di persone vivono in aree assediate o difficilmente raggiungibili. Sono 6,3 milioni gli sfollati all'interno della Siria e 4,9 milioni - tra cui 2,3 milioni di bambini - sono rifugiati e hanno dovuto lasciare il Paese.


Questa la fotografia della Siria, a pochi giorni dal sesto anniversario dall'inizio del conflitto, che emerge dal rapporto "Ferite invisibili" presentato oggi da Save the Children, che per la prima volta indaga - attraverso interviste e testimonianze raccolte tra adulti e minori all'interno del Paese - l'impatto psicologico sui bambini coinvolti nel conflitto siriano, facendone emergere un quadro angosciante.


Due bambini su tre dicono di aver perso qualcuno che amavano, la loro casa è stata bombardata o sono rimasti feriti a causa del conflitto. Il 50% degli adulti denuncia che gli adolescenti ormai fanno uso di droghe per affrontare lo stress, le violenze domestiche sono aumentate e il 59% conosce bambini e ragazzi reclutati nei gruppi armati, alcuni anche sotto i 7 anni.

Secondo l'81% degli adulti intervistati, i bambini sono diventati più aggressivi, sia nei confronti dei genitori e dei familiari che degli amici. Sono tantissimi i piccoli che soffrono di minzione involontaria e di frequente enuresi notturna e quelli che la notte non riescono a dormire per gli incubi, la paura del buio, dei bombardamenti, della perdita della famiglia. La metà degli adulti denuncia che i bambini che non riescono più a parlare e sono molti anche quelli che commettono atti di autolesionismo, che sfociano spesso in tentativi di suicidio.

"Questa ricerca - denuncia Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia - dimostra che le conseguenze del conflitto sui bambini siriani sono devastanti. Bambini che sognano di morire per poter andare in Paradiso e avere così un posto dove poter mangiare e stare al caldo o che sperano di essere colpiti dai cecchini per arrivare in ospedale e magari poter scappare dalle città assediate. 


Genitori che preferiscono dare in spose le proprie figlie ancora bambine perché non possono occuparsi di loro. Bambini lasciati orfani della guerra che pur di avere qualcosa da mangiare si uniscono ai gruppi armati. Non possiamo rimanere a guardare mentre si consuma questa tragedia sulla pelle dei bambini. 

Devono immediatamente smettere i bombardamenti sui civili e gli aiuti devono raggiungere le popolazioni con particolare attenzione al sostegno psicologico per i più piccoli e vulnerabili".

lunedì 21 marzo 2016

Migranti - Accordo UE-Turchia - Reazione delle ONG: duro colpo ai diritti umani

L'Unità
Da Amnesty a Msf, le organizzazioni umanitarie insorgono contro l'accordo sui rifugiati con Ankara: un passo verso l'abisso della disumanità. Oxfam, Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Save The Children, Unhcr. Cambiano le parole, ma non il concetto: l'accordo Ue-Turchia sugli immigrati è un "ulteriore passo verso l'abisso della disumanità".

Oxfam
Un giudizio pesante, dettato da una esperienza vissuta sul campo, nei campi profughi. "Si tratta di un colpo senza precedenti inferto al diritto di asilo e alle persone che richiedono protezione: l'Europa rinnega il suo passato di patria dei diritti umani e mercanteggia con il destino di centinaia di migliaia di persone in fuga, calpestando in un solo colpo la propria legge, la propria storia e il proprio senso etico", rimarca Oxfam.
"L'accordo tra Ue e Turchia sulla crisi migratoria viola il diritto internazionale e quello dell'Unione, scambiando vite umane concessioni politiche - afferma Elisa Bacciotti, direttrice campagne di Oxfam Italia. Dopo il blocco della rotta balcanica, questo nuovo accordo con la Turchia è un ulteriore passo verso l'abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può continuare a essere pagato con vite umane".
Oxfam chiede all'Unione Europea di adottare soluzioni efficaci per gestire il fenomeno migratorio, in particolare corridoi sicuri e legali per coloro che cercano di entrare nell'Unione. Gli Stati membri devono accogliere i rifugiati secondo la quota che gli spetta. Non si può mettere un tetto a questa fondamentale responsabilità. La migrazione non si può impedire: si può solo gestire nel migliore dei modi possibili, ma l'Europa che esce da questo ennesimo vertice è drammaticamente lontana da questo approccio.

Amnesty International
Non meno duro è il giudizio di Amnesty International. Secondo Amnesty, il "doppio linguaggio" collettivo dei leader europei non riesce a nascondere le enormi contraddizioni dell'accordo siglato, venerdì scorso, tra Unione europea e Turchia sulla gestione della crisi dei rifugiati. "Il doppio linguaggio con cui è stato ammantato l'accordo non ce la fa a celare l'ostinata determinazione dell'Unione europea a girare le spalle alla crisi globale dei rifugiati e a ignorare i suoi obblighi internazionali", rimarca John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.
"Le promesse di rispettare le norme internazionali ed europee appaiono sospette, una zolletta di zucchero sulla pillola di cianuro che la protezione dei rifugiati in Europa è stata appena costretta a inghiottire", prosegue Dalhuisen. "Le garanzie sullo scrupoloso rispetto del diritto internazionale sono incompatibili con lo strombazzato ritorno in Turchia, a partire dal 20 marzo, di tutti i migranti irregolari arrivati sulle isole greche. La Turchia non è un Paese sicuro per i migranti e i rifugiati e ogni procedura di ritorno sarà arbitraria, illegale e immorale a prescindere da qualsiasi fantomatica garanzia possa precedere questo finale già stabilito", conclude Dalhuisen.

Msf Italia
"L'accordo con la Turchia dimostra ancora una volta come i leader europei abbiano perso completamente il contatto con la realtà. Il cinismo di questo accordo è evidente: per ogni siriano che dopo aver rischiato la vita in mare sarà respinto in Grecia, un altro siriano avrà la possibilità di raggiungere l'Europa dalla Turchia. L'applicazione di questo principio di porte girevoli riduce le persone a semplici numeri, negando loro un trattamento umano e il diritto di cercare protezione in Europa. L'accordo Ue-Turchia è la perfetta illustrazione di questo approccio pericoloso", incalza Loris Filippi, presidente di Msf Italia.
E questo perché, spiega, "lo schema di ammissione volontaria proposto per i siriani in Turchia non è basato sui bisogni di assistenza e protezione di chi fugge dalla guerra, ma sulla capacità della Turchia di frenare le partenze verso l'Europa. Di fronte alle ragioni di vita e morte di chi cerca protezione in Europa è vergognoso che il solo passaggio sicuro offerto dai leader europei sia condizionato al numero di persone che saranno respinte.
Allo stesso modo, anche l'assistenza umanitaria che l'Europa offre alla Turchia è null'altro che uno strumento per ottenere un "contenimento" del numero di rifugiati e migranti dalle proprie coste. Questo è del tutto inaccettabile. L'assistenza umanitaria dovrebbe essere basata sui bisogni delle persone, non sulle agende politiche dei governi". Dovrebbe, ma non è. 

Save the Children
"Questo accordo creerà solo maggiori incertezze per le migliaia di profughi che sono bloccati nel fango, al freddo e all'umido", gli fa eco il direttore generale di Save the Children, Valerio Neri.

Unhcr
"I rifugiati hanno bisogno di protezione, non respingimenti rileva Carlotta Sami, portavoce in Italia dell'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Noi temiamo che l'accordo sui reinserimenti riguardi solo una quantità minima di persone e possa mettere a rischio le persone che non sono siriane". Inoltre, aggiunge Sami, "al momento la situazione che troviamo in Grecia ed in Turchia fa sì che non si veda ancora una riflessione concreta sulle garanzie da offrire ai rifugiati. In Grecia manca ancora un'accoglienza adeguata, basta vedere Idomeni, e la possibilità di espletare le richieste di asilo in maniera veloce".

di Umberto De Giovannangeli

sabato 11 aprile 2015

Afghanistan, trovati i corpi dei cinque operatori umanitari di "Save the Children" rapiti

MISNA
La polizia afghana ha trovato i cadaveri dei cinque dipendenti locali dell’organizzazione non governativa internazionale Save The Children che erano stati rapiti da oltre un mese. 

Lo scrive l’agenzia di stampa Pajhwok. Gul Agha, capo della polizia di Tarinkot, capoluogo della provincia di Uruzgan, ha detto che i corpi delle vittime, sequestrate dai talebani, sono stati rinvenuti in due aree alla periferia della città. Il rapimento era avvenuto mentre stavano viaggiando verso il centro di Surkab per monitorare l’avanzamento di un progetto di fornitura di acqua potabile alla popolazione locale.

La notizia del ritrovamento è arrivata a Kabul mentre sono in corso manifestazioni di organizzazioni e membri delle famiglie di altri 31 civili, hazara, rapiti da oltre 50 giorni mentre su un autobus stavano viaggiando sulla strada Kabul-Kandahar, nel quartiere Shajoy della provincia meridionale di Zabul. Per il loro rilascio i talebani hanno chiesto la liberazione anticipata di 12 loro compagni.

Abdullah Abdullah, con Ashraf Ghani a capo del governo di unità nazionale, ha fatto sapere ai manifestanti che il governo prenderà tutte le misure in modo che in futuro le vite di altri afgani non siano messe in pericolo.

mercoledì 8 aprile 2015

Siria - Campo profughi Yarmouk alle porte di Damasco. Save the Children: 3.500 bambini palestinesi intrappolati rischiano di essere uccisi

Ansa
L'Onu chiede l'accesso umanitario al campo profughi palestinese vicino Damasco. Liberati i 300 curdi rapiti da jihadisti di al-Nusra
Almeno 3.500 bambini sono intrappolati all'interno del campo profughi palestinese di Yarmouk, con il rischio di essere uccisi o feriti, secondo quanto denuncia Save the Children. 


Bambini nel campo profughi di Yarmouk
Le testimonianze degli operatori umanitari sul campo riportano di persone che giacciono in strada, senza la possibilità di essere soccorsi a causa dei combattimenti. Secondo fonti dell'organizzazione nei giorni scorsi decine di medici volontari, operatori umanitari e civili, sono stati uccisi, rapiti o feriti. 

Molti risultano ancora dispersi. "A Yarmouk stiamo assistendo a una farsa. I palestinesi all'interno della Siria hanno faticosamente mantenuto una posizione di equilibrio per rimanere fuori dal conflitto, e per questo ora sono sotto assedio" spiega Roger Hearn, direttore regionale di Save the Children in Medio Oriente. 

"Prima Yarmouk era un luogo vivace, dominato dalla speranza e ora è un luogo di terrore. La vera tragedia è che i palestinesi all'interno della Siria non hanno un posto dove scappare e trovare rifugio. È terribile il continuo fallimento della comunità internazionale nei confronti dei palestinesi" aggiunge Hearn. Secondo gli operatori umanitari sul campo i bambini hanno bisogno di cibo, medicine e protezione e le loro necessità crescono disperatamente di ora in ora, senza che si possa raggiungere il campo profughi. Gli attacchi al campo di Yarmouk arrivano dopo due anni di assedio, in cui i civili mancano di sufficiente cibo, acqua e forniture mediche. Gli ospedali all'interno di Yarmouk non possono più fornire assistenza sanitaria dopo essere stati distrutti negli ultimi attacchi e le forniture mediche si stanno esaurendo. Attualmente, spiega Save the Children, non ci sono strutture sanitarie che siano in grado di assistere la popolazione civile intrappolata all'interno del campo assediato e i civili feriti dovrebbero essere immediatamente evacuati dal campo per ricevere assistenza. I palestinesi in Siria non possono lasciare il paese, perché i confini per loro sono chiusi. 

Save the Children chiede alla comunità internazionale di sollecitare tutte le parti in conflitto a un cessate il fuoco che consenta di portare aiuti all'interno di Yarmouk e di evacuare i bambini e le famiglie ferite. Anche gli operatori umanitari, il personale medico, oltre ai civili palestinesi, sono stati nel mirino dei combattimenti: secondo le informazioni in possesso dell'organizzazione, nei giorni scorsi decine di medici volontari, operatori umanitari e civili sono stati uccisi, altri rapiti o feriti e alcuni di questi risultano ancora dispersi.

martedì 24 marzo 2015

Bambini profughi - I racconti della fuga disegnati da piccoli siriani

WEST
Con cinquecento disegni i bimbi siriani rifugiati nel nostro paese raccontano i traumi della guerra. “Segni indelebili. I bambini siriani disegnano la loro fuga”: un percorso multimediale firmato Save the Children. 

Che da luglio 2014 a gennaio 2015 ha raccolto i lavori realizzati da questi minori. Il risultato: figure di imbarcazioni in mare aperto, volti con occhi grandi e terrorizzati, armi macchiate di rosso, ma anche soli gialli, simbolo di speranza e desiderio di normalità. I disegni sono stati catalogati in 5 sezioni – guerra, viaggio, contesti esperenziali, figure umane, simboli – sulla base di 30 indicatori emotivi espressione della fantasia dell’infanzia.

venerdì 19 settembre 2014

Siria - Save the Children: 3 milioni di bambini non vanno più a scuola dall’inizio del conflitto

Save the Children
Più del 18% delle scuole sono state distrutte, utilizzate a scopi militari o come rifugio per gli sfollati. Intere generazioni vedono messo a rischio il loro futuro: i tassi d’istruzione nel paese passano da oltre il 90% al 6% negli ultimi quattro anni. Difficile la situazione anche per i bambini rifugiati, spesso costretti a lavorare e vittime di bullismo e violenze.
"Un giorno degli uomini armati sono entrati nella scuola e hanno iniziato a sparare. Il giorno dopo mia madre ha detto che non potevo andare più a scuola." Nagham, 9anni, Siria 

"Se in questo momento chiedete a qualsiasi bambino informazioni sui diversi tipi di armi, sarebbe in grado di nominarle tutte; sanno più cose sulle armi di quelle che riguardano le lezioni a scuola” Hanan , 44anni, insegnante, Siria

Le scuole sono attualmente tra i luoghi più pericolosi della Siria: quasi 3 milioni di bambini in età scolare non frequentano più le lezioni a causa del conflitto. Prima della guerra il tasso di alfabetizzazione era oltre il 90% e la Siria spendeva quasi il 5% del suo prodotto interno lordo annuale (PIL) nell’istruzione. A quattro anni dall’inizio del conflitto, la Siria ora ha il secondo tasso peggiore di istruzione al mondo, arrivando in alcune aree come quella di Aleppo ad appena il 6% di bambini che frequentano la scuola. I tassi di abbandono scolastico nei campi profughi e nelle aree a forte densità di sfollati è addirittura due volte più alta che in altre aree. Questi i dati del rapporto “Futuro a rischio”, sull’educazione in Siria pubblicato oggi da Save the Children.

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I traumi dei bambini legati alla scuola e il grave stress psicologico a cui sono sottoposti sono in aumento e colpiscono duramente anche le loro capacità di apprendimento. [...]

La situazione è molto difficile anche per i bambini che sono riusciti a sfuggire dal conflitto in Siria e si sono rifugiati nei paesi vicini. In tutta la regione risulta che un bambino siriano su dieci svolga attività lavorative, ma probabilmente il dato è molto più elevato. In Giordania il 47% delle famiglie di rifugiati ha dichiarato di fare affidamento in parte o interamente sul reddito dei loro figli per andare avanti.

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