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martedì 21 settembre 2021

ONU - Migliaia di persone accusate ogni anno di stregoneria. Sono sopratutto donne ma anche bambini, individui disabili o albini.

Il Post
In diversi posti del mondo è un problema che interessa donne, bambini, individui disabili o albini, spiega una recente risoluzione dell'ONU


A metà luglio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha approvato una risoluzione che chiede la fine delle violenze commesse ogni anno contro migliaia di persone accusate di stregoneria: espulsioni dalle comunità, torture, mutilazioni o uccisioni che ancora oggi si verificano in varie parti del mondo.

Definire che cosa sia la “stregoneria” non è semplice, dato che ci sono declinazioni, credenze e pratiche che cambiano da paese a paese e anche all’interno di uno stesso contesto. Le Nazioni Unite hanno però individuato alcuni elementi comuni: la stregoneria è intesa come un sistema di credenze che funziona come spiegazione di una serie di eventi negativi. Tale sistema è basato sulla convinzione che alcune persone abbiano dei poteri soprannaturali che rivolgono contro altre. Ma si dice anche che la stregoneria appartiene a un fenomeno più ampio, che ha a che fare con l’oppressione e il controllo sociale che si vuole esercitare nei confronti di alcune specifiche categorie.

La reale portata delle violenze legate alla stregoneria e il numero delle vittime di tali abusi non è chiaro, perché molto spesso questi crimini non vengono denunciati per timore di ritorsioni e ulteriori stigmatizzazioni, o perché avvengono in contesti remoti, o di omertà e accettazione. 

Il comitato che ha lavorato alla preparazione della risoluzione delle Nazioni Unite ha comunque documentato 22 mila persone che negli ultimi dieci anni, nel mondo, sono state accusate di stregoneria: si stima però che i numeri reali siano molti più alti.

Nella sola Tanzania, ad esempio, si dice che più di mille persone vengano uccise ogni anno per questo motivo. In India, tra il 2000 e il 2016, la polizia ha registrato più di 2.500 morti dovute a credenze sulla stregoneria. Le Nazioni Unite parlano anche di altri paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, l’Angola, la Nigeria, il Ghana, il Kenya, il Nepal o la Papua Nuova Guinea dove negli ultimi vent’anni è stata registrata una media annuale di 72 casi di violenza. 

Sono almeno 50 i paesi in cui si sono verificate violenze di questo tipo, e ce ne sono alcuni dove sono regolamentate. In Arabia Saudita, ad esempio, la stregoneria è perseguita e punita con la pena di morte.

Secondo gli storici, tra il 1400 e il 1750 furono processate per stregoneria tra le 80 mila e le 100 mila persone: di queste, circa l’80 per cento erano donne, e donne spesso sapienti, che sapevano distinguere e usare le piante, che conoscevano metodi per distillare rimedi curativi, produrre veleni o che praticavano aborti. Erano donne, infine, che trasgredivano la norma sociale.

Ancora oggi il fenomeno delle violenze legate alla stregoneria si presenta con una marcata componente di genere. Gli altri gruppi considerati più vulnerabili sono quelli dei bambini, spesso accusati di essere posseduti dal diavolo o da altri spiriti maligni, le persone con disturbi mentali o altre disabilità, e le persone affette da albinismo, una malattia che provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi.

Per secoli gli albini sono stati identificati come persone “maledette” e oggetto dunque di emarginazione, esclusione sociale o violenza. Le donne che partoriscono bambini con albinismo sono spesso ripudiate dai mariti e dalla loro famiglia e quei bambini o abbandonati o uccisi, nella convinzione che possano essere una fonte di sventura. Altri pensano invece che le ossa delle persone albine contengano oro o abbiano poteri magici, motivo per cui vengono uccise o mutilate e per il quale sulle parti del corpo degli albini esiste una forma di commercio: l’arto di una persona albina può essere venduto a circa 600 dollari, mentre un corpo intero arriva anche a 75mila dollari.

Le condizioni di vita degli albini in certi contesti, dove corrono il rischio di essere uccisi o mutilati per rivendere parti del loro corpo e subiscono discriminazioni, sono state raccontate nel documentario In the Shadow of the Sun uscito nel 2012 e diretto da Harry Freeland. Un altro lavoro è stato pubblicato nell’ottobre del 2015: è un reportage di Carlo Allegri, fotografo dell’agenzia Reuters, che mostra alcuni ragazzini albini della Tanzania ricoverati in un centro specializzato a New York dopo avere subìto violenze nel loro paese.

Nonostante la gravità delle violazioni dei diritti umani legate all’accusa di stregoneria, spesso non c’è una risposta coordinata da parte dei paesi coinvolti, né l’intenzione di prevenire, indagare o perseguire casi di questo tipo, dice la risoluzione. 

Ikponwosa Ero, esperta indipendente dell’ONU per i diritti delle persone affette da albinismo, ha spiegato che la risoluzione non fermerà le violenze, ma rappresenta uno storico passo avanti per far emergere un problema spesso trascurato.

lunedì 20 settembre 2021

Migliaia di etiopi in trappola nello Yemen - Vivono in condizioni disastrose e decine sono morti in mare nel tentativo di tornare in Etiopia

Africa Rivista
Quasi 5.000 migranti etiopi sono bloccati in Yemen e stanno cercando di tornare a casa in sicurezza. L’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) ha annunciato in un comunicato che 300 di essi dovrebbero partire da Aden per Addis Abeba questa settimana. 

L’Oim spera di continuare a questo ritmo, operando due voli a settimana fino alla fine dell’anno e prevede di espandere questo tipo di voli in altri luoghi come Ma’rib, dove il conflitto persiste.

“Dall’inizio della pandemia, il problema dei migranti in Yemen è stato trascurato”, ha affermato John McCue, vice capo missione dell’Oim Yemen. Finora, 597 migranti sono tornati volontariamente su cinque voli da Aden e altri 79 su un volo da Sana’a. 

Per sostenere questo programma, l’Oim ha urgente bisogno di tre milioni di dollari dalla comunità internazionale, oltre al continuo sostegno delle autorità yemenite ed etiopi per facilitare i movimenti. “Chiediamo ai donatori di dare un contributo più significativo a questa cruciale ancora di salvezza che fornisce a migliaia di migranti bloccati la loro unica possibilità di sfuggire a una situazione pericolosa e tornare a casa”, ha detto McCue.

La maggior parte dei migranti vive in condizioni disastrose nel Paese, principalmente negli hub di transito urbano, a causa delle restrizioni alla mobilità covid-19 che hanno ostacolato i loro viaggi verso l’Arabia Saudita. 

Molti migranti sono hanno effettuato il pericoloso viaggio di ritorno via mare verso Gibuti o la Somalia, utilizzando la stessa rete di contrabbandieri che usavano per dirigersi verso la penisola arabica. Decine di essi sono annegati quest’anno dopo il capovolgimento di barche sovraffollate.

domenica 19 settembre 2021

Migranti: Grecia - Msf, il nuovo centro per rifugiati a Samos situato in una località remota è "simile a una prigione"

AnsaMed
Il nuovo centro per richiedenti asilo che sarà aperto dall'Ue e dal governo greco questo fine settimana sull'isola di Samos è "simile a una prigione". E' quanto denuncia Medici Senza frontiere alla vigilia dell'apertura della nuova struttura situata nella località remota di Zervou. 


Il centro ospiterà dal 20 settembre i circa 500 abitanti del campo di Vathy. "Definito un passo in avanti dai leader europei e greci, in realtà questo nuovo centro serve solo a disumanizzare e marginalizzare ulteriormente i richiedenti asilo in Europa", osserva Msf in una nota.

"Mentre tutto il mondo assiste a ciò che accade in Afghanistan, l'Ue e la Grecia inaugurano un nuovo centro per richiedenti asilo simile a una prigione", ha dichiarato Patrick Wieland, capo progetto di Msf a Samos. 

"Siamo di fronte alla perfetta dimostrazione di quanto la politica migratoria dell'Ue, che intrappola persone fuggite da guerre e violenze, sia cinica e pericolosa". 

L'ong sottolinea che sono stati spesi milioni di euro per realizzare questa struttura, dotata di avanzati sistemi di sorveglianza, "che detiene persone il cui unico crimine è quello di cercare sicurezza e stabilità". Da mesi, i pazienti assistiti nella clinica di salute mentale di Msf a Samos si sentono abbandonati e senza speranza. 

Per chi è sopravvissuto alla tortura, un nuovo centro così altamente controllato rappresenta non soltanto la perdita di ogni libertà, ma anche la possibilità di rivivere vecchi traumi.

"L'apertura di questo nuovo campo rappresenta per queste persone un cambiamento nella loro identità, nella loro autostima e nella loro dignità. 

L'Europa li sta distruggendo", ha denunciato Eva Papaioannou, psicologa di Msf a Samos. L'organizzazione chiede all'Ue e alla Grecia di "avere come unico obiettivo quello di fornire assistenza e facilitare la ricollocazione dei richiedenti asilo appena arrivati verso strutture sicure in tutta Europa".

lunedì 13 settembre 2021

Nel 2020 tragico bilancio: 227 attivisti ambientali uccisi in tutto il mondo.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Un numero record di attivisti impegnati per proteggere l'ambiente e i diritti alla terra è stato assassinato l'anno scorso, 227 persone sono state uccise in tutto il mondo nel 2020, il numero più alto registrato per il secondo anno consecutivo, secondo il rapporto di Global Witness.


Secondo quanto riferito, quasi un terzo degli omicidi è stato collegato allo sfruttamento delle risorse: disboscamento, estrazione mineraria, agroindustria su larga scala, dighe idroelettriche e altre infrastrutture.

Da quando è stato firmato l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici nel 2015, l'organizzazione rileva una 
"cifra scioccante": in media sono stati uccisi ogni settimana quattro attivisti e potrebbe essere una cifra sottostimata a causa delle restrizioni che vengono operate ai giornalisti.

Il maggior numero di omicidi con 23 casi si registrano in Brasile, Nicaragua, Perù e Filippine.

I popoli indigeni rappresentato un ulteriore terzo dei casi. La Colombia ha registrato il numero più alto di attacchi con 65 persone uccise lo scorso anno.

Global Witness ha affermato che gli attivisti ancora minacciati includono comunità a Guapinol in Honduras, dove decine di persone hanno protestato contro una concessione mineraria di ossido di ferro concessa dal governo centrale in un'area protetta. Gli attivisti ritengono che il fiume Guapinol, una fonte d'acqua vitale, sia minacciato. L'organizzazione afferma che "molti membri della comunità sono tutt'ora in carcere".

ES

Fonte: BBC

domenica 12 settembre 2021

Emergenza migranti. La "fortezza Europa" non risponde con l'accoglienza ma con nuovi muri in Lituania, Grecia, Polonia che si aggiungono ai muri già costruiti in Bulgaria, Turchia, Croazia e Slovenia e altri.

Wired
La Lituania costruirà una barriera lunga 508 chilometri, la Grecia ne ha già completati 40 e la Polonia ne innalzerà altri 130. Oltre mille chilometri di recinzioni percorrono i confini europei.


Si stagliano invalicabili per oltre mille chilometri i muri anti-migranti eretti dai paesi europei negli ultimi anni. I confini orientali dell’Unione sono ormai delineati da schermi di ferro, filo spinato e muri che fanno sfigurare quello messicano voluto dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Da quando la crisi migratoria del 2015 ha messo in mostra le carenze strutturali dell’Unione in tema di accoglienza, gli stati membri hanno eretto sempre più ostacoli, per impedire l’arrivo dei migranti dall’Africa, dal Medio Oriente o da altri paesi limitrofi, creando quella che viene chiamata la “fortezza” europea.

Ora, anche a causa della nuova crisi in Afghanistan, si stanno innalzando sempre più velocemente nuovi muri, equipaggiati con le ultime tecnologie di sorveglianza. Negli ultimi giorni la Grecia ha completato 40 chilometri di muro al confine con la Turchia, mentre i governi di Polonia e Lituania hanno approvato la costruzione di nuove barriere lungo tutto il confine con la Bielorussia.

Il muro greco
La presa di Kabul da parte dei talebani ha scatenato in tutta Europa il timore di dover affrontare una nuova ondata migratoria come nel 2015, quando più di un milione di persone ha tentato di attraversare le frontiere passando per la penisola ellenica. 

In Grecia si trovano già più di 400 agenti di Frontex(l’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera), diverse decine di veicoli, equipaggiati con videocamere termiche e cannoni sonori, otto motovedette e due palloni aerostatici dotati di telecamere di sorveglianza ibride con sistemi di identificazione automatica. 

Un apparato high tech di sorveglianza al quale vanno aggiunti 40 chilometri di muro, anch’esso provvisto di sistemi di riconoscimento e radar per individuare i migranti, terminato da pochi giorni lungo il confine con la Turchia e progettato da tempo.

Il blocco lituano
A inizio agosto, il parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il paese dalla sua ex compagna sovietica: la Bielorussia. 

Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che, non a torto, ricordano come lo stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. 

Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà e approvazione verso la costruzione della nuova barriera.

La frontiera polacca
La Polonia è l’ultimo paese europeo ad aver iniziato la costruzione di un muro anti-migranti, sempre al confine della Bielorussia. La recinzione sarà alta circa 2 metri e mezzo e lunga circa 130 chilometri. Secondo le dichiarazioni del ministro della difesa polacco, Mariusz Błaszczak verrà anche aumentata la presenza militare lungo il confine, raggiungendo le 2000 unità militari impiegate.

Le altre barriere
Tra Bulgaria e Turchia esistono già circa 200 chilometri di filo spinato, torrette presidiate da militari e videocamere a infrarossi e sensibili al calore. L’Ungheria ha già eretto più di 500 chilometri di recinzione lungo il confine con Croazia e Serbia, mentre l’Austria ne ha costruita una di 3 chilometri con la Slovenia, che ne ha eretta un’altra di 200 con la Croazia. Inoltre altre recinzioni separano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in Marocco, e il porto di Calais, in Francia.

Kevin Carboni

sabato 11 settembre 2021

Cechia - "Mea culpa" di Praga che risarcisce centinaia di donne rom sterilizzate a loro insaputa fino al 2012. La Slovacchia ancora non si pronuncia.

Europa Today
La Cechia ha ammesso le sue responsabilità per il programma di eugenetica condotto a partire dagli anni '70 e sopravvissuto anche alla fine del blocco sovietico.


Quando Elena Gorolova diede alla luce il suo secondo figlio aveva appena 21 anni. "Il dottore mi disse che avrei dovuto partorire tramite un taglio cesareo altrimenti avrei rischiato la salute mia e del bambino". Le carte che le diedero da firmare prima dell'intervento, però, contenevano un'altra realtà: la giovane donna, sconvolta dai dolori del parto, non le lesse e le siglò. Autorizzando, senza volerlo, un'operazione che la rese sterile a vita. Quella di Gorolova è solo una delle centinaia di donne, soprattutto di etnia rom, che finirono a loro insaputa nel programma di eugenetica guidato dal governo dell'allora Cecoslovacchia, agli inizi degli anni '70. 

A distanza di quasi mezzo secolo d'allora, Praga ha deciso di risarcire le vittime con un assegno pari a 300mila corone, circa 12mila euro.

Il presidente Milos Zeman ha infatti riconosciuto le responsabilità dello Stato ceco nel programma di eugenetica, condotto non solo fino al 1993, ossia quando Praga, ormai uscita dal blocco sovietico, si separò dalla Slovacchia e mise fine ufficialmente alla campagna di sterlizzazione, ma anche negli anni successivi. 

Solo nel 2012 i legislatori cechi introdussero una norma per bloccare quella che era diventata ormai una prassi consolidata. Nessuno sa quante donne siano state sottoposte a questa campagna di sterilizzazione,  scrive il Guardian. Il Centro europeo per i diritti dei rom afferma che siano centinaia, ma mancano stime affidabili. 

L'ultima denuncia risale al 2007, a conferma che la prassi di sterilizzare le donne rom era andata avanti anche dopo lo stop ufficiale al programma. Con l'obiettivo non dichiarato di fermare la proliferazione di rom nel Paese.

In Cechia vivono tra i 250mila e i 300mila rom su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti. E da tempo Praga è sotto accusa da parte delle organizzazioni internazionali, Onu e Consiglio d'Europa compresi, per le discriminazioni nei confronti di questa minoranza da parte delle autorità pubbliche. 

Discriminazioni che iniziano già da piccoli, con i bambini esclusi dal sistema scolastico o inseriti in classi ad hoc con alunni che provengono da contesti svantaggiati o che soffrono di ritardi mentali. Nel 2017, il governo avviò un censimento dei rom accusato di essere “disumano, contrario all’etica, se non addirittura razzista”: Praga inviò alle amministrazioni locali la richiesta di indicare quanti fra gli abitanti “sono considerati rom da una parte significativa del loro ambiente, sulla base di indicatori reali o presunti di carattere antropologico, culturale e sociale”.


In questo contesto si inserisce la battaglia di Gorolova, oggi 51enne e assistente sociale, che aiutata da alcune ong per i diritti umani ha raccolto le testimonianze di chi, come lei, è stata sterilizzata senza consenso. E ha portato il caso all'Onu. 

Le autorità ceche hanno a lungo cercato di nascondere lo scandalo, ma la mobilitazione internazionale ha avuto alla fine la meglio. 

Per Barbora Cernusakova, attivista di Amnesty International, si tratta di una prima vittoria per il risarcimento di tutte le donne vittime di questo programma. 

Il riferimento è alla Slovacchia, che ha partecipato al programma almeno fino al 1993 e che non ha ancora riconosciuto le sue responsabilità. Ma Cernusakova ricorda anche la più generale discriminazione di cui soffrono i rom in Cechia, dalle scuole al mercato del lavoro. "Affrontare queste forme di violazione dei diritti umani richiedere un forte impegno da parte del governo centrale e delle autorità locali e il riconoscimento che i rom sono cittadini come gli altri, i cui diritti devono essere protetti", ha detto al Guardian.

sabato 14 agosto 2021

Gino Strada

Blog Diritti Umani - Human Rights

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola "utopia"; preferisco parlare di "progetto non ancora realizzato".
Gino Strada

Migranti: espulsi in Marocco minori non accompagnati giunti a maggio nell'enclave spagnola di Ceuta

Ansa
Sono stati rimpatriati il 12 agosto dall'enclave spagnola di Ceuta, situata sulla costa del Nordafrica, decine di migranti minorenni arrivati lo scorso maggio nel corso di due giorni caotici in cui circa 10.000 persone entrarono in massa in territorio spagnolo. 

Lo riportano diversi media iberici, che citano fonti in loco. Autorità spagnole affermano che si tratta dell'applicazione di un accordo bilaterale firmato anni fa da Madrid e Rabat in materia di "emigrazione irregolare di minori non accompagnati". 

Le consegne dei minori al Paese nordafricano sono avvenute a piccoli gruppi, di circa 15 persone, secondo le informazioni arrivate da Ceuta.

Secondo la radio Cadena Ser, che ha anticipato la notizia, l'ordine di riconsegnare i giovani migranti a Rabat è partita dal ministro dell'Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, lo scorso 10 agosto. Il Ministero dell'Interno ha affermato all'ANSA che "non conferma né smentisce" quest'informazione. I media iberici sostengono che Madrid e Rabat hanno lavorato per giorni su un accordo di riconsegna dei giovanissimi migranti giunti a Ceuta a maggio senza accompagnatori adulti.

L'emergenza migratoria di tre mesi fa si aprì nelle prime ore del 17 maggio scorso, quando decine di migranti iniziarono a superare il confine tra Spagna e Marocco irregolarmente senza che le guardie di frontiera marocchine intervenissero per fermarli, in contemporanea con notizie di forti tensioni diplomatiche tra i due Paesi sul nodo del Sahara Occidentale (ex colonia spagnola rivendicata da Rabat). 

In poco più di 48 ore arrivarono circa 10.000 persone, tra cui numerose donne e bambini. Nei giorni successivi, vennero respinti o tornarono in Marocco spontaneamente circa 8.000 persone, mentre centinaia di minori rimasero a Ceuta. Alcuni vennero accolti in altre regioni della Spagna, mentre almeno 700, secondo i calcoli de El País, sono rimasti nell'enclave. Le autorità spagnole sostengono che l'accordo con Rabat prevede che il Marocco si faccia carico dei minori nel rispetto dei loro diritti, o consegnandoli ai genitori o attraverso i propri servizi sociali rivolti all'infanzia.

Save the Children e altre ong protestano per quanto sta avvenendo, sostenendo che "qualsiasi espulsione collettiva è illegale", in particolare se gli allontanamenti sono effettuati "contro la volontà dei minori".

giovedì 12 agosto 2021

Bielorussia - Non si ferma la repressione, violenze contro i giornalisti per cercare di nascondere le proteste iniziate dopo le elezioni di un anno fa.

Il Domani
Nell'ultimo
anno sono aumentate le violenze nei confronti dei giornalisti. L'obiettivo è bloccare l'informazione indipendente. A un anno dall'ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni del 9 agosto 2020, la repressione delle opposizioni e della libertà di stampa in Bielorussia non si è mai fermata. 


Le manifestazioni di un anno fa contro l'autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano richiamato l'attenzione dei paesi europei e delle organizzazioni internazionali. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, che coinvolge anche le testate straniere, rende difficile mantenere quel livello di attenzione.

"Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall'indipendenza della Bielorussia nel 1991", si legge in un rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf). La battaglia contro la libertà di stampa è parte integrante della politica del governo che mira a eliminare qualsiasi spazio di informazione al fine di monopolizzare tutti i contenuti. L'obiettivo è quello di impedire un'informazione libera, plurale e indipendente che racconti la reale situazione del paese, mettendo in atto una repressione che Rsf definisce "massiva, sistemica e duratura".
Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall'Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Un totale di 856 casi di arresto, detenzione, cause amministrative e penali, contro una media di 104,8. Nello specifico l'associazione parla di 447 detenzioni nel 2020: 97 i giornalisti in carcere nell'ambito di un processo amministrativo, almeno 62 hanno subito violenze da parte delle forze di sicurezza e 15 rappresentanti della stampa sono stati incriminati nell'ambito di un procedimento penale. 
Nel 2021 la situazione non è cambiata, anzi si può dire peggiorata poiché le autorità hanno iniziato a perseguire i giornalisti con accuse formali e procedimenti penali.

Le modalità di repressione - La repressione della libertà di stampa ha assunto diverse forme, dalle più manifeste alle più subdole. Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, censura, licenziamenti, sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà dei giornalisti. Già nei giorni successivi alle elezioni il governo aveva impedito la circolazione di notizie, attraverso il blocco della rete dati dei cellulari. È stato poi bloccato l'accesso ai siti web di molti media indipendenti (almeno 50 siti di informazione). Sono numerosi i quotidiani indipendenti che hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dei divieti di stampa e distribuzione e le limitazioni hanno colpito anche i giornalisti stranieri, che si sono visti negare l'accredito.

Uno degli strumenti più comuni, con cui sono state esercitate pressioni, è il procedimento penale. Secondo Rsf, è un meccanismo messo in atto dal regime bielorusso da almeno trent'anni. Le detenzioni per accuse infondate sono prolungate e le garanzie dell'equo processo vengono violate. "Nel 2020-2021 i giornalisti sono stati perseguiti penalmente per il solo fatto di svolgere la propria attività professionale", dice Rsf. Dal 15 luglio 2021 infatti i gli operatori dell'informazione detenuti sono 29: tra questi, 12 sono in carcere nell'ambito del caso tut.by, un sito web indipendente che nel 2019 veniva letto dal 62,58 per cento di tutti gli utenti bielorussi e che si è visto revocare le credenziali giornalistiche.

Sono molti i giornalisti, bielorussi e stranieri, che hanno denunciato violenze fisiche, torture e trattamenti inumani durante le manifestazioni. Secondo il rapporto le responsabilità ricadono sul ministero degli Interni e, nello specifico, sulle unità speciali e su cellule non identificate che, con l'ordine di perseguire i giornalisti, hanno commesso violenze nelle strade, nei dipartimenti di polizia e nelle carceri. La repressione non è solo individuale, il regime ha un piano di soffocamento di tutti gli organi di stampa, attraverso la chiusura obbligata dei media, il blocco dei siti, le sanzioni, o il divieto di stampa o di diffusione.

Le testimonianze - Iryna Arakhouskaya, una giornalista freelance che collaborava con il canale televisivo The Belsat, è stata ferita alla gamba da una pallottola di gomma. Stava seguendo le manifestazioni del 10 agosto a Minsk ed è stata inseguita da un agente della sicurezza "Quando alcune persone con il volto coperto e uniformi nere si sono avvicinate a un gruppo di giornalisti, ho smesso di filmare e ho iniziato a correre. Due persone con uniformi nere e volto coperto e lunghi fucili ci hanno inseguito. In quel momento, uno dei due mi ha sparato e io ho continuato a correre", racconta. "Qualcuno mi ha dato un calcio in faccia. Quando sono caduto, due persone hanno iniziato a calciarmi e colpirmi con dei bastoni. Mi hanno dato circa 10 colpi. Gli stessi agenti mi hanno portato su un autobus, continuando a colpirmi nello stesso modo", dice Yan Roman, un giornalista di Televizija Polska che stava raccontando le manifestazioni a Hrodna l'11 agosto 2020 ed è stato arrestato e portato nel dipartimento di polizia. A causa dei pestaggi ha perso quattro denti, ha avuto un ematoma all'occhio, una frattura al braccio sinistro e numerosi lividi e abrasioni.

Marika Ikonomu

lunedì 9 agosto 2021

Grecia - Lesbo - 4.200 profughi bloccati in condizioni difficili a Kara Tele. L'Europa è ferma. La presenza di Sant'Egidio.

Avvenire
Oltre 4mila profughi bloccati nel campo di Kara Tepe, il più grande dell'Ue, in attesa di un pezzo di carta che non arriva mai. Vivono in tende e container, in condizioni igieniche difficili.
Foto: Stefano Pasta
L’Europa si è fermata a Lesbo. Lo spiega bene Ayaan, donna somala, scuotendo la testa davanti al pezzo di carta con il terzo rigetto della sua domanda di asilo. Da due anni e tre mesi vive sull’isola greca, ad una manciata di chilometri dalle sponde turche, e non sa cosa succederà di lei. 
Foto: www.santegidio.org
Dei 4.200 abitanti di Kara Tepe, tra le tende e i container del più grande campo dell’Unione, molti sono nella sua stessa situazione. Anche negli altri campi greci, 'strutture controllate chiuse' per il Governo ellenico, la disperazione è una sfida da sconfiggere ogni giorno: il 10 luglio, Hamid, un ventiduenne afghano, si è impiccato dentro al container in cui alloggiava a Schisto, vicino ad Atene. Lui ha retto solo fino al secondo diniego.

A Kara Tepe i tentativi di suicidi riguardano anche i minori. Qui, il 45% degli abitanti ha meno di 18 anni: i 'dimenticati' che fanno così paura all’Europa dell’inverno demografico sono soprattutto bambini. Alla scuola vera e propria non va nessuno (solo 3 bimbi), qualcuno riesce ad accedere ai corsi delle Ong. Tante anche le donne sole, il cui destino è minacciato dalle reti della tratta. Dal 1 gennaio gli arrivi via mare verso le isole greche sono stati solo 1.300 (e alcune decine di morti in mare). Erano stati oltre 50mila nel 2019, di cui 35mila a Lesbo. Sono diminuiti perché in questo periodo Erdogan sta collaborando: blocca le partenze, riprende sulle coste i gommoni che Frontex e la Guardia costiera greca intercettano, addirittura sono stati segnalati dei rinvii dopo pochi giorni di permanenza in Grecia, senza la possibilità di chiedere l’asilo. Insomma, la Turchia sta facendo il lavoro per cui l’Europa le ha promesso quest’anno tre miliardi di euro, che si aggiungono a quelli già versati dal 2016.

L’hotspot di Moria, distrutto dall’incendio del settembre 2020, era stato costruito nel 2015 per volere dell’Ue. L’Agenda europea sull’immigrazione prevedeva che nel centro le persone rimanessero solo pochi giorni, per essere identificate e trasferite in altri paesi dell’Unione attraverso i ricollocamenti, ma nel 2017 quel programma è stato sospeso e nel 2019 si è arrivati ai 22mila profughi del campo di Moria. Intanto, nel 2016, l’accordo tra Europa ed Erdogan (rinnovato lo scorso giugno) prometteva la diminuzione delle partenze e la possibilità di respingere in Anatolia i profughi siriani, somali, afghani, pachistani e bengalesi, tutte nazionalità per cui l’Ue considera sicura la permanenza in Turchia.

Nel 2020, mentre le autorità greche ricostruivano, dopo l’incendio, un nuovo insediamento, molti sono scappati - con o senza documenti - verso la terraferma, dirigendosi sulla rotta balcanica o in altri modi per lasciare la Grecia. I 'rimasti' sono 4.200, soprattutto afghani (il 45%), somali, siriani, congolesi; tra gli ultimi arrivati, in aumento i sierraleonesi e altre nazionalità subsahariane. Addirittura ci sono famiglie ferme sull’isola da tre anni.

Dal campo si può uscire solo alcuni giorni, a determinati orari. Un netturbino mi racconta che tra i rifiuti sono molto comuni le bottiglie piene di urina: soprattutto le donne hanno paura di andare nei pochi bagni chimici. «È una situazione insostenibile», mi conferma Khadija, una ventenne siriana di Deir el-Zor, da sedici mesi a Kara Tepe. 

Una landa desolata senza ombra, a 40 gradi d’estate, con tende o container sovraffollati come unico riparo per il freddo invernale. La incontro alla Tenda dell’Amicizia, dove la Comunità di Sant’Egidio distribuisce pacchi alimentari e offre 400 pasti al giorno, mentre i bambini, finalmente, hanno un posto per giocare. 

« Wait, wait, wait...», «aspettare», sospira. Anche lei non sa spiegare perché, dopo tre interviste, abbia avuto solo rigetti: «In Siria la mia casa è stata distrutta dalla guerra. Mio marito, ingegnere elettronico, è in carrozzina per le conseguenze di una bomba». Ora sono bloccati in una tenda, in condizioni igieniche debilitanti. «Lui di notte non riesce più a dormire per lo stress; io non ce la faccio più».

Accanto a Khadij c’è Noura, di Aleppo, vedova siriana con 4 figli e una madre anziana senza quasi più parole. Anche lei fatica a sperare, è arrivata al quarto rigetto. Appena può uscire dal campo, però, va alla Scuola della Pace dove porta i suoi figli a imparare a scrivere. «Ho solo voi e Dio», dice rivolta a Monica Attias di Sant’Egidio, che la conosce ormai da anni: «Più di 250 volontari della Comunità da tutta Europa – spiega Attias – si alternano a luglio e agosto. È la nostra scelta di non chiudere gli occhi di fronte ai 'dimenticati' di Lesbo». Se l’Europa volesse, la soluzione ci sarebbe: «Sono i corridoi umanitari che garantiscono il ricollocamento e un percorso di integrazione nel contesto locale». Negli ultimi mesi, ricorda la coordinatrice dei corridoi dalla Grecia, abbiamo spostato in Italia 101 richiedenti asilo, mentre 69 erano stati trasferiti in collaborazione con la Santa Sede. Tra di loro, i 12 imbarcati da papa Francesco nel volo di ritorno durante la sua visita a Lesbo del 2016, poi affidati proprio a Sant’Egidio.

Stefano Pasta, Lesbo (Grecia)

domenica 1 agosto 2021

Afghanistan - Offensiva dei Talebani, rappresaglie contro i "collaborazionisti" del governo di Kabul e delle forze di sicurezza

Il Manifesto 
Per i residenti di Herat, Lashkargah e Kandahar, tre delle principali città afghane, sono ore di drammatica incertezza. 


Negli ultimi due-tre giorni i Talebani hanno infatti sferrato una triplice offensiva, riuscendo a entrare nei distretti periferici di queste importanti città e combattendo duramente contro le forze governative, che per ora sono riuscite a impedire la conquista dei nuclei centrali delle città, ma non a evitare il progressivo accerchiamento da parte del gruppo guidato da mullah Haibatullah Akhundzada.

A KANDAHAR, storica roccaforte del gruppo nel momento della sua nascita e ascesa, in particolare nella metà degli anni Novanta e ancora negli anni successivi, quando ospitava lo storico leader mullah Omar, i Talebani hanno condotto operazioni di rappresaglia, secondo un recente rapporto curato da Human Rights Watch.

Sarebbero infatti andati a cercare i parenti più stretti dei «collaborazionisti», accusati di aver lavorato per il governo di Kabul o per le forze di sicurezza. E li avrebbero uccisi.

Secondo l’Afghanistan Independent Human Rights Commission, i Talebani avrebbero condotto rappresaglie anche contro i civili che nelle settimane scorse avevano plaudito alla provvisoria riconquista da parte delle forze governative del distretto di Spin Boldak, al confine con il Pakistan.

Mentre proprio ieri il New York Times ha confermato una notizia che già circolava da giorni: il corpo del fotografo indiano Danish Siqqiqui, ucciso mente era embedded con le forze speciali afghane a Spin Boldak, sarebbe stato oltraggiato dai Talebani, una volta che il e premio Pulitzer era già morto.

A LASHKARGAH, nelle scorse ore si è combattuto anche all’interno della città. Eravamo lì esattamente un mese fa: allora i combattimenti erano nella periferia della città, oltre il fiume. Ma tutti i residenti già aspettavano l’arrivo dei Talebani. Che ora sono arrivati.

Sono invece arrivati in ritardo – soltanto ieri pomeriggio – gli aiuti militari chiesti dal governatore della provincia per fronteggiare la nuova offensiva dei Talebani, che già lo scorso maggio avevano provato a sferrare un attacco alla città, in quel caso per verificare la prontezza degli americani nell’accorrere in aiuto dell’alleato di Kabul.

Giuliano Battiston

domenica 25 luglio 2021

Voghera - Una società armata e impaurita arriva a tollerare le uccisioni e si diminuisce così la sicurezza collettiva - di Mario Giro

Il Domani
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare


Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. 
Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.

Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.

Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. 
Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.

Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.

Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. 

L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.

Mario Giro

venerdì 23 luglio 2021

Riflettori spenti sul Myanmar - A cinque mesi dal golpe si muore per la repressione e per il Covid. 5281 persone in arresto e migliaia di morti

Il Manifesto
A cinque mesi e mezzo dal golpe. Contagi e cimiteri fuori controllo, le previsioni sono catastrofiche. E la giunta militare uccide ancora


«La mattina del 16 luglio, Tin Ohn del villaggio di Ayekayit, regione di Magwe, è stato colpito da più di 15 colpi di arma da fuoco dalla giunta terroristica che non cercava suo figlio Yan Myo Aung, parlamentare. È morto mentre lavorava in un campo di sesamo». È uno dei tanti resoconti che sabato Assistance Association for Political Prisoners ha scritto nel briefing online quotidiano sulla situazione in Myanmar: ieri 914 morti e 5.281 ancora in stato di arresto.

A 5 mesi e mezzo dal golpe del 1 febbraio, anche se i riflettori della cronaca si sono spostati altrove, in Myanmar si continua a morire. «E i prezzi al mercato sono schizzati in alto», ci dice una madre di due figli che ha anche la nonna a carico e vive nella regione centrale del Paese: «Non so come sfamarli». Ma oltre alla fame e alla violenza quotidiana c’è il Covid-19, una nebulosa che poggia su dati inattendibili e che guadagna terreno.

Secondo la stampa locale, i cimiteri di Yangon hanno avuto una delle settimane più impegnative, cremando oltre 700 corpi solo giovedì e altre centinaia i giorni precedenti. Da allora, circa 1.000 persone sarebbero morte in città e i cimiteri non sarebbero più in grado di gestire il volume di corpi che arrivano. Stando a Mary Callahan, docente all’americana Henry Jackson School of International Studies che ha lavorato in Myanmar per 30 anni, «una stima fornita dagli esperti in Myanmar prevede – ha scritto ieri su AsiaTimes – che il 50% dei 55 milioni di abitanti sarà infettato entro tre settimane dalla variante Alpha o Delta», con una previsione che potrebbe vedere la popolazione «decimata di almeno 10-15 milioni quando il Covid sarà finito».

Se in Myanmar intanto resta accesa la fiamma della protesta, la diaspora ha acceso ieri la sua in decine di città del pianeta (in Italia, a Venezia) per chiedere che venga riconosciuto il governo clandestino di Aung San Suu Kyi. La mossa politica che nessuno vuole fare ma che forse potrebbe cambiare le carte in tavola. 
(a.d.p./e.g.)

martedì 20 luglio 2021

Grecia - Migranti picchiati e respinti con forza in Turchia via mare e terra, in violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Notizia ignorata

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le guardie di frontiera turche hanno arrestato dozzine di migranti irregolari che sono stati perquisiti e picchiati da funzionari greci oltre il confine, comunica il ministero della Difesa. La notizia non ha avuto reazioni adeguate in Europa

I rifugiati che tentano di entrare in Grecia
vengono spogliati e costretti a tornare in Turchia
Il ministero ha osservato che circa 42 migranti irregolari, tra cui 12 individui nudi, sono stati detenuti nella provincia di Edirne, vicino al confine greco.
I migranti hanno detto alle unità di frontiera turche che la parte greca non ha dato loro cibo o acqua, li ha maltrattati, li ha spogliati e li ha costretti a entrare in Turchia.


Si registrano altre notizie e segnalazioni simili sul maltrattamento dei migranti da parte della Grecia.

La reazione greca ai rifugiati è dura. Diversi rifugiati sono stati uccisi e molti maltrattati, attaccati e lacrimogeni dalle forze greche. Le forze greche hanno persino tentato di affondare i gommoni dei profughi che cercavano di attraversare l'Egeo.

La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti siriani, più di qualsiasi altro Paese al mondo. I funzionari dicono che il paese non può gestire un'altra ondata di rifugiati.

Negli ultimi anni, Turchia e Grecia sono stati punti di transito chiave per i migranti che miravano a entrare in Europa, fuggendo da guerre e persecuzioni per iniziare una nuova vita.

Diversi gruppi per i diritti umani e la Turchia hanno accusato la Grecia di respingimenti su larga scala e deportazioni sommarie senza accesso alle procedure di asilo, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Accusano anche l'Unione Europea di chiudere un occhio su quello che dicono essere un palese abuso dei diritti umani.

I respingimenti sono considerati contrari agli accordi internazionali di protezione dei rifugiati che stabiliscono che le persone non dovrebbero essere espulse o rimandate in un paese in cui la loro vita o la loro sicurezza potrebbero essere in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Il 3 marzo, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che la pratica greca di respingere i migranti irregolari in Turchia costituisce una chiara violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea.

Inoltre, un'indagine congiunta di diverse testate giornalistiche internazionali ha riferito a ottobre che Frontex, l'Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, era stata complice in operazioni di respingimento marittimo per allontanare i migranti che tentavano di entrare nell'UE attraverso le acque greche.

ES

Fonte: HRW - Daily Sabah 

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

venerdì 9 luglio 2021

India il rispetto dei diritti umani in grave crisi! Stan Swamy, gesuita anziano e malato, difensore degli aborigeni arrestato senza prove da 8 mesi e morto di Covid in carcere.

La Repubblica
Swamy, 84anni, lottava per le cause di aborigeni e Dalit Arrestato in ottobre senza prove con la legge antiterrorismo

Padre Stan Swamy  - morto a 84 anni in carcere

Bisogna essere affetti da una grave forma di incurabile crudeltà per lasciar morire in carcere un prete gesuita di 84 anni, malato di Parkinson, che non era più in grado di mangiare, bere o lavarsi da solo. 

Ci vuole un certo livello di ostinata stupidità per maltrattare un malato, il più anziano indagato per terrorismo in India, che in prigione è stato contagiato dal Covid-19 ed è deceduto dopo otto mesi di prigionia, senza alcuna vera prova di colpevolezza. 

Padre Stan Swamy è stato eliminato, questa è la parola giusta, grazie a una legge antiterrorismo manipolata per soffocare il dissenso al governo, norma piegata a mero strumento per imbavagliare le critiche, pugno di ferro contro le minoranze.

Quando a ottobre 2020 un’agguerrita task force antiterrorismo dell’Agenzia investigativa nazionale irrompe nella casa comune a Ranchi, capitale dello Stato di Jharkhand nell’India dell’est, dove abitava il paladino dei diritti delle popolazioni aborigene degli Adivasi e delle caste più basse dei Dalit, non trova nulla di incriminante, ma lo arresta lo stesso, con altri 15 avvocati, scrittori, poeti e militanti. 

L’accusa è aver fomentato violenze intercasta nel 2018, nel caso “Bhima Koregaon”, e avere collegamenti con i ribelli maoisti naxaliti nella pianificazione dell’assassinio del premier Narendra Modi. Di nuovo: parliamo di un prete gesuita 84enne con il Parkinson, che per mezzo secolo ha difeso gli ultimi contro gli interessi e gli abusi delle grandi società minerarie aiutate da funzionari corrotti. 

Padre Stan era difatti noto per la militanza nel fornire assistenza legale gratuita agli Adivasi nella difesa dei loro diritti costituzionali a terreni, fiumi e sorgenti. Ciò ha sempre dato molto fastidio ai poteri forti. E non si è trovato di meglio che escogitare un pretesto per togliersi dai piedi il prete, come si è fatto con decine di professori universitari, autori e poeti in galera, grazie alla Legge per la prevenzione delle attività illecite con la semplice accusa d’aver guidato manifestazioni o aver postato messaggi di critica politica sui social.

In una conferenza video che padre Swamy era riuscito a trasmettere poco dopo l’arresto, il gesuita aveva chiesto clemenza: «A causa dell’età ho delle complicazioni. Ho cercato di comunicarlo alle autorità e spero che prevalga un senso di umanità». Non è stato così. 

In quel video si notava già il tremolio delle mani di questo figlio di contadini del Tamil Nadu divenuto novizio già da adolescente. Non riusciva più a mangiare e a lavarsi e aveva chiesto al tribuna- le di poter avere una tazza con can- nuccia per nutrirsi da solo. Richiesta negata. Solo dopo una mobilitazione sui social, grazie alla quale centinaia di sostenitori hanno acquistato per lui tazze e cannucce inviandole al tribunale, e postando la ricevuta: solo dopo un mese le autorità hanno ceduto. Un inutile accani- mento, considerando oltretutto che una squadra americana che un hacker ha usato un software per istallare 22 files incriminanti nel computer di uno degli accusati. Proprio in questi file posticci ci sarebbero le prove usate per arrestare Swamy.

«Questa non è stata una semplice morte», ha accusato la scrittrice Meena Kandasamy, «è stato un assassinio giudiziario e sono tutti complici». «Non è morto, è stato ucciso», le fa eco l’autrice Sonia Faleiro. 

Lo storico Ramachandra Guha parla anche lui di «omicidio giudiziario». E un giudice a riposo della Corte suprema indiana, Madan Lokur, è affranto: «Da due anni osservo la disintegrazione totale dei diritti umani in India, una tragica discesa culminata con questa morte».

Ma padre Swamy lo sapeva. Nel suo ultimo messaggio video si era dichiarato pronto al martirio: «Questo è un processo che mette in questione i poteri forti. Sono pronto a pagarne il prezzo. Qualunque sia».

Carlo Pizzati

lunedì 5 luglio 2021

Usa - Biden: moratoria delle esecuzioni federali - Un passo verso l'abolizione della pena di morte - Trump aveva ordinato 3 esecuzioni a fine mandato

Avvenire
Mario Marazziti
Vita e morte. La si può girare quanto si vuole, ma l’unica guarigione dalla morte e dalla violenza è meno violenza e più vita. E negli Usa c’è ora un passo avanti verso la guarigione della vita. Un antidoto alla malattia della polarizzazione violenta e del culto, mortale, delle armi. È una decisione dell’amministrazione Biden. 

Evento "Cities For Life" - Città contro la pena di morte
Organizzato da Sant'Egidio il 30 novembre al Colosseo

Il ministro della Giustizia, l’Attorney general Merrick Garland, ha proclamato una moratoria ufficiale delle esecuzioni a livello federale, che è il campo della pena di morte che ricade sotto la giurisdizione del Presidente degli Stati Uniti, mentre tutte le altre esecuzioni dipendono dai singoli Stati. 

Il Dipartimento di Giustizia avvia di nuovo uno studio sull’uso della pena capitale per valutare che non solo corrisponda alle leggi degli Stati Uniti, ma che sia anche amministrata senza discriminazioni: «fairly», e in maniera umana, «and humanely», cioè senza un’aggiunta di sofferenza o tortura. Da decenni il sistema giudiziario prova a dire che si può uccidere in maniera "umana", con molti corti circuiti. La discriminazione. è scritta nella storia e nella cronaca, negli Usa e nel resto del mondo.
Non è uno stop definitivo, ma conferma quanto promesso in campagna elettorale da Joe Biden, quando si è dichiarato contrario all’uso della pena capitale e ha annunciato il suo impegno per fermarla durante il suo mandato. È un piccolo grande passo, atteso da tempo, e l’inizio di una svolta che può diventare storica, anche se non blocca ancora per sempre le esecuzioni federali. 
Fissa uno standard. Obama aveva avviato una revisione sulle modalità di esecuzione, che aveva portato a una pausa della morte di Stato. Poi era venuto Trump, e la pausa era finita. Le ultime tre esecuzioni, nel 2021, per paradosso, sono avvenute quando l’ex presidente era già un privato cittadino e il procuratore Barr si era dimesso. Colpo di coda letale della banalità burocratica. Ma Anche in quegli ultimi casi, non c’era rapporto con la promessa di "legge e ordine", e le elezioni erano già state perse.

Il 7 luglio 2020 a Terre Haute, in Indiana, l’esecuzione di Daniel Lewis Lee aveva avviato la più intensa e sanguinaria striscia di morte della storia dei presidenti americani. 13 esecuzioni last minute negli ultimi sei mesi di Trump , l’unico anno della storia americana in cui le sole esecuzioni federali hanno superato quelle di tutti gli Stati messi insieme. 

In quello che normalmente chiamiamo il "semestre bianco", in quel 2020 in cui sono morti più di 300mila americani per Covid-19, quando il mondo intero mondo, da un ago, aspettava la speranza di vita del vaccino. Tra quelli che sono stati uccisi, una donna vittima di incesto e sfruttata fin dall’infanzia dalla propria famiglia, un disabile mentale, un teen-ager che non ha neppure premuto il grilletto, ma era accusato dagli autori materiali, che hanno ottenuto uno sconto di pena.

E ora Biden e il suo ministro della Giustizia hanno fermato le esecuzioni federali. È una svolta coraggiosa, anche se non definitiva, su uno dei terreni – l’altro è l’aborto – che in passato per l’attuale capo della Casa Bianca si sono dimostrati scivolosi. 

Il democratico Biden aveva infatti appoggiato l’ampliamento dei casi in cui la pena capitale poteva essere comminata. Per questo il passo è ancora più significativo, ed è parte di un percorso anche personale. 

Fa eco all’invito di papa Francesco al Congresso americano e ai governanti, riaffermato in più occasioni, espresso in maniera inequivocabile nel nuovo testo del Catechismo della Chiesa cattolica e in Fratelli tutti. La pena di morte è «inaccettabile» in ogni circostanza e «va contro la dignità di ogni persona umana», senza eccezioni.

Gli Stati Uniti d’America sono al minimo storico da venti anni delle sentenze capitali e delle sentenze eseguite. Nel 1979 solo 16 Paesi avevano abolito la pena capitale, oggi 152 l’hanno abolita per tutti i crimini o non la usano da più di 10 anni. L’81% di tutte le esecuzioni dello scorso anno – non considerando la Cina su cui i dati risultano incerti – sono avvenuti in tre Paesi: Iraq, Arabia Saudita, Iran. 

E in tutto il mondo ci sono state esecuzioni in altri 17 Paesi. Gli Usa, al loro vertice, scelgono adesso la parte dove stare, senza pena di morte. E questo contribuisce all’accelerazione di una storia in cui la pena capitale può entrare nell’armamentario del passato, come la schiavitù e la tortura. La vita è un po’ più forte.

domenica 4 luglio 2021

Ugur Sahim, immigrato turco - Ha scoperto il vaccino anticovid Pfizer - Quale patrimonio può essere presente sui barconi che arrivano in Europa?

Blog Diritti Umani - Human Rights

Ugur Sahim cha ha scoperto il vaccino anticovid della Pfizer e fondatore della Biontech e un emigrato dalla Turchia.

Il suo vaccino sta salvando milioni di vite.

Questo ci può aiutare capire quale patrimonio umano e quali potenzialità sono presenti sui barconi che arrivano in Europa. 


Nella foto la famiglia turca di Ugur Sahim, lui è il bambino sulla destra.


sabato 3 luglio 2021

Tigray - Guerra dimenticata - Nella regione del conflitto la fame uccide centinaia di persone, si teme una catastrofe umanitaria

Il Bo Live
Dopo quasi otto mesi di conflitto, le armi in Tigray hanno smesso di sparare. Il premier etiope Abiy Ahmed (primo ministro dell'Etiopia dal 2018 e premio Nobel per la pace nel 2019) ha annunciato lo scorso 28 giugno un cessate il fuoco «unilaterale e incondizionato» di circa tre mesi.
Getty Images

Una decisione presa, secondo quanto dichiarato dal premier, per ragioni umanitarie. Centinaia di migliaia di tigrini stanno infatti affrontando, la peggior carestia degli ultimi dieci anni da quando cioè, tra il 2010 e il 2012, una pesantissima carestia ha colpito la Somalia uccidendo più di un quarto di milione di somali, più della metà dei quali, bambini. L'Etiopia non è nuova alle carestie. Quella che ha colpito il Paese negli anni '80 è considerata come uno delle peggiori catastrofi umanitarie del XX secolo che tra il 1983 al 1985 ha portato a circa un milione di morti per fame e milioni di persone sfollate.

La guerra nel Tigray ha avuto inizio a novembre 2020, dopo mesi di tensioni tra governo federale e governo regionale del Tigray controllato dal Fronte di liberazione del Tigray (TPLF), un partito che per molto tempo aveva dominato la scena politica nazionale dell’Etiopia e che aveva iniziato a perdere importanza dopo l’insediamento del governo di Abiy. 
Nonostante lo stesso premier a novembre avesse dichiarato che la guerra civile era finita e che il TPLF era stato sconfitto, i conflitti non sono mai cessati. È stata definita la ‘guerra oscurata’, questa, perché quanto è stato raccontato (quando se ne è parlato) spesso è stato reso in maniera parziale. Anche per questo Onu, Usa e Ue hanno più volte chiesto commissioni di inchiesta indipendenti nel tentativo di fare chiarezza. 

È stata una guerra dura quella nel Tigray che ha portato due milioni di sfollati interni, migliaia di morti, violenze, massacri, la distruzione di paesi, interi villaggi e di quasi tutti degli ospedali. Una guerra subdola che ha usato anche come armi di guerra lo stupro di massa e la fame.

Secondo quanto riferito dall’Unicef, a causa del conflitto, circa 350.000 persone nella provincia del Tigray ad oggi sono gravemente minacciate dalla fame, mentre in tutta l’Etiopia, il Paese più popoloso del Corno d'Africa,quasi due milioni di persone si trovano in situazione di emergenza alimentare e oltre il 60 per cento della popolazione, più di 5,5 milioni di persone, è a rischio. Una classificazione, questa, stilata sulla base dell’Integrated Food Security Phase Classification, un sistema usato dalle agenzie umanitarie per determinare i livelli di crisi alimentare di un Paese.

A causa della guerra, sono tante le persone, specialmente nelle aree rurali, che non hanno potuto ricevere aiuti a causa dei blocchi imposti agli accessi dai gruppi armati. Tantissime sono state anche quelle in fuga verso altri territori e quelle che hanno perso il raccolto e mezzi di sussistenza.

Le armi dovranno tacere fino a settembre, per tutta la durata della stagione agricola. "Un’opportunità per i contadini di coltivare la loro terra – ha esplicitato il comunicato con il quale il governo ha annunciato il cessate il fuoco - per i gruppi umanitari di operare e per le forze ribelli del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray di riprendere il cammino della pace".

Francesca Forzan

Link Correlati: La Repubblica: Etiopia, l'appello di un villaggio del Tigray: "Aiutateci, almeno 125 persone già morte di fame" - 30 giugno 2021

venerdì 2 luglio 2021

Texas- Pena di morte - Migliaia di appelli non sono riusciti a fermare l'uccisione di John Hummel. Le ultime parole: "Mi pento davvero di aver ucciso"

santegidio.org
John Hummel, uomo di 45 anni, è stato ucciso mercoledì 30 giugno con iniezione letale nel penitenziario di Huntsville in Texas. Una mobilitazione internazionale, anche attraverso la campagna "No Death Penalty" della Comunità di Sant'Egidio, aveva chiesto misure alternative alla pena capitale.

“Mi pento davvero di aver ucciso" ha detto Hummel sul lettino dell’esecuzione nella sua dichiarazione finale. “Sono grato per tutti i pensieri e le preghiere per la mia famiglia negli ultimi giorni. Amo ognuno di voi”. La sua storia

Migliaia di sottoscrittori dell’appello sul sito nodeathpenalty.santegidio.org avevano sostenuto le ragioni della misericordia, nella vicinanza al dolore delle vittime, affermando che non c’è giustizia senza vita.

Nonostante questa straordinaria mobilitazione internazionale, la condanna a morte è stata portata a termine. La sua esecuzione era stata fissata il 17 marzo 2020, ma una corte d’appello la rinviò a causa della crisi sanitaria: si sottolineava che avrebbe richiesto un enorme dispiego di persone, tra guardie carcerarie, avvocati, testimoni… il cui affollamento avrebbe favorito il contagio di Covid-19.

È la seconda esecuzione negli Stati Uniti nel 2021 - entrambe in Texas - oltre alle tre esecuzioni federali avvenute nella precedente amministrazione.


lunedì 28 giugno 2021

domenica 27 giugno 2021

Yemen - La guerra dimenticata - 111 morti in 3 giorni e 22 mila sfollati per attacco Houthi su Marib

Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 111 tra ribelli e forze filogovernative hanno perso la vita negli ultimi giorni nella città yemenita di Marib nel corso di scontri seguiti ad una rinnovata offensiva dei ribelli Huthi: lo hanno reso noto fonti vicine al governo. Da giovedì scorso a oggi, sono morti negli scontri 29 combattenti filogovernativi e almeno 82 ribelli.


Il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha annunciato che più della metà della popolazione dello Yemen affronta l'insicurezza alimentare e 5 milioni di persone sono a un passo dalla fame.

Il conflitto continua senza sosta nello Yemen, compresa la città di Marib, dove la violenza ha provocato lo sfollamento di oltre 22.000 persone dall'inizio di febbraio, ha spiegato Dujarric durante una conferenza stampa tenutasi presso la sede delle Nazioni Unite a New York il 26 giugno.

Il funzionario dell'ONU ha anche osservato:
L'economia dello Yemen è crollata, poiché il valore della sua valuta è sceso a livelli record all'inizio di questo mese, il che significa che più persone non potranno permettersi cibo e beni di prima necessità. Senza finanziamenti aggiuntivi e flessibili per il nostro piano di risposta umanitaria in Yemen, affronteremo una perdita dei finanziamenti e milioni di persone vedranno una riduzione dell'assistenza salvavita di cui hanno disperatamente bisogno.

Marib ha assistito dallo scorso febbraio agli attacchi degli Houthi che puntano a conquistare la città ad ogni costo, in quanto è considerata la più importante roccaforte del Governo yemenita, oltre al fatto che è ricca di petrolio e gas. Ciò avviene nonostante tutti gli appelli internazionali per fermare l'escalation Houthi per il timore delle conseguenza che avrà per quasi un milione di sfollati nel Governatorato.

Settimane fa, è stata lanciata una mediazione dell'Oman sotto gli auspici delle Nazioni Unite per arrivare ad un cessate il fuoco nel Paese, ma la milizia continua ancora i suoi attacchi, minando gli sforzi internazionali per raggiungere questo obiettivo.

Fonte: expartibus.it - Ansa

giovedì 24 giugno 2021

South Carolina - Due esecuzioni bloccate perché i condannati devono poter scegliere se essere uccisi sulla sedia elettrica o fucilati da un plotone di esecuzione

Blog Diritti Umani - Human Rights

Un tribunale della South Carolina ha bloccato due esecuzioni che erano state pianificate perchè i due condannati non avevano ancora esercitato il diritto di poter scegliere se essere uccisi con la sedia elettrica o fucilati da un plotone di esecuzione.

La sentenza è stata emessa in base alla nuova legge statale sulla pena capitale, che dice che il condannato deve scegliere tra l'elettrocuzione o il plotone di esecuzione dato che non sono più disponibili i "farmaci" per eseguire condanne a morte con l'iniezione letale.

Brad Sigmon sarebbe dovuto essere ucciso venerdì sulla sedia elettrica che ha109 anni chiamata "Old Sparky", secondo quanto riportato dal Times.

La prevista esecuzione su sedia elettrica di un altro uomo nel braccio della morte, Freddie Owens, è stata fissata per il 25 giugno.

La Carolina del Sud ha recentemente ripreso le esecuzioni dopo una pausa di 10 anni che lo stato ha attribuito all'impossibilità di ottenere i "farmaci" letali necessari.

Ora costringe le persone nel braccio della morte a scegliere tra l'elettrocuzione o il plotone di esecuzione se i farmaci non sono disponibili.

"Il dipartimento sta andando avanti con la creazione di procedure per creare un plotone di esecuzione", ha detto in una nota Chrysti Shain, rappresentante del Dipartimento di correzione della Carolina del Sud, secondo The Guardian.

Gli avvocati di entrambi gli uomini hanno detto che la morte per elettrocuzione è crudele e che i loro clienti avrebbero dovuto avere il diritto di morire per iniezione letale. Ma gli avvocati dello stato affermano che i funzionari della prigione stanno semplicemente applicando la legge.

Gli attivisti affermano che Sigmon è terrorizzato dalla prospettiva di essere fulminato. 

La Carolina del Sud è tra gli otto stati, tra cui Mississippi e Oklahoma, che usano ancora la sedia elettrica nelle esecuzioni, secondo il Death Penalty Information Center. Altri tre stati consentono la morte per fucilazione.

Trentasette persone sono in attesa della pena di morte nella South Carolina, che ha visto la sua ultima esecuzione nel 2011.

ES

Fonte: insider.com

venerdì 18 giugno 2021

Arabia Saudita - Pena di morte - Ucciso Mustafa Hashem al-Darwish a 26 anni per un "reato" (una foto sul cellulare) compiuto quando aveva 17 anni

AsiaNews
Oggi 26enne, il giovane era accusato di aver fomentato disordini e di aver seminato discordia. Fra le prove a suo carico una foto nel telefonino. La famiglia ha saputo solo in secondo momento dell’esecuzione. Lo scorso anno Riyadh aveva annunciato la moratoria sulla pena di morte per i minori di 18 anni.
Mustafa Hashem al-Darwish

Riyadh ha giustiziato un ragazzo condannato a morte per crimini commessi quando aveva solo 17 anni all’epoca dei fatti, smentendo una volta di più i ripetuti annunci dello scorso anno sulla moratoria alla pena capitale per i minorenni. La vittima è Mustafa Hashem al-Darwish (nella foto), arrestato nel 2015 per reati legati a proteste di piazza contro i vertici del regno wahhabita.

Il giovane è stato incriminato per aver formato una cellula terrorista e fomentato una rivolta armata. Attivisti e ong pro diritti umani hanno invocato in più occasioni la sospensione dell’esecuzione, sottolineando che la sua condanna si inserisce nel quadro di un processo ingiusto e caratterizzato da vizi di forma. Amnesty International e Reprive hanno ricordato che il 26enne aveva ritrattato la confessione estorta a forza dietro torture.

Le autorità saudite non hanno mai voluto commentare o smentire le accuse. Per la Reuters esse includevano il “cercare di disturbare la sicurezza con disordini” e “seminare discordia”. Fra le prove vi sarebbe anche una foto “offensiva verso le forze di sicurezza” e la sua partecipazione in oltre 10 “manifestazioni” di protesta fra il 2011 e il 2012.

La famiglia di Hashem al-Darwish non ha ricevuto alcuna comunicazione dell’imminente esecuzione e lo ha saputo solo per aver letto la notizia in internet. La condanna è stata eseguita a Damman, cittadina ricca di petrolio della Provincia orientale. “Come si può - affermano i parenti - giustiziare un ragazzo a causa di una fotografia sul suo telefono?”. “Dal suo arresto - prosegue la nota - non abbiamo conosciuto altro che dolore”.

Nell’aprile dello scorso anno re Salman aveva emanato un decreto, che metteva fine alle condanne a morte per i crimini commessi da minori e commutando la pena a un massimo di 10 anni di prigione in un carcere minorile. Tuttavia, al momento della pubblicazione dell’atto non veniva indicata la data di entrata in vigore della riforma mentre gruppi attivisti hanno avvertito che la pena capitale resta sempre valida.

Peraltro la convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, che Riyadh ha sottoscritto, afferma che la pena capitale non va applicata per reati commessi da minorenni. Una prassi comune nel regno wahhabita, fra le nazioni al mondo con il maggior numero di repressioni ai diritti umani, perpetrati anche e soprattutto da apparati dello Stato.

Il gruppo attivista Reprive riferisce che l’Arabia Saudita ha già giustiziato nei primi sei mesi del 2021 lo stesso numero di persone uccise dal boia in tutto il 2020.