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sabato 17 aprile 2021

Diritti umani. La scure di Pechino su Hong Kong, condanne da 8 a 18 mesi di carcere agli oppositori democratici

Avvenire
Da otto a 18 mesi di reclusione ad avvocati, parlamentari, attivisti. Con loro anche il magnate Jimmy Lai. Dei nove «puniti» solo per aver manifestato pacificamente nel 2019, cinque sono cattolici


In quella che è forse la sentenza più dura nel colpire il movimento democratico di Hong Kong, ieri nove dei suoi leader – 5 dei quali cattolici – sono stati condannati a pene variabili da otto a 18 mesi di reclusione per la partecipazione alle manifestazioni che il 18 e 31 agosto 2019, hanno sfidato le pretese di controllo di Pechino sull’ex colonia britannica e aperto un periodo di forti tensioni, con punte di quasi rivolta e una repressione che ha sfiorato l’intervento militare.

Ieri era la giornata prevista per la lettura della sentenza per sette degli accusati condannati il primo aprile, ma ad essi se ne sono aggiunti altri due, giudicati per gli stessi reati. Secondo il giudice Amanda Jane Woodcock, tutti i condannati erano «consapevoli di violare la legge» partecipando alle proteste e intervenendo pubblicamente. 

Ancor più grave «considerando l’instabilità di quei giorni» e di conseguenza, ha indicato il giudice del tribunale di West Kowloon, dove un intero piano era stato riservato a media e osservatori locali e stranieri, «il caso implica una sfida diretta all’autorità della polizia. La marcia del 18 agosto era premeditata e ha causato interruzioni del traffico. E anche se era pacifica, c’era un rischio latente che potesse finire in violenza».

Nel contesto attuale, dominato dall’imposizione – dallo scorso giugno – della Legge sulla sicurezza nazionale cinese, le pene sono risultate relativamente “leggere”, considerando i cinque anni di detenzione potenzialmente applicabili per questi reati, e per cinque dei condannati, tra cui l’ottuagenario avvocato e fondatore del Partito democratico, Martin Lee, e la combattiva Margaret Ng, pure avvocato, condannati rispettivamente a 11 e 12 mesi di carcere, la pena è stata sospesa per 24 mesi.

Che questo avvenga nonostante le pressioni di Pechino resta positivo, ma nulla toglie alla gravità di provvedimenti che colpiscono personalità impegnate a chiedere il rispetto delle garanzie stabilite negli accordi che hanno accompagnato il passaggio di Hong Kong alla Repubblica popolare cinese il primo luglio 1997 e nella Legge base che ne avrebbe dovuto garantire per 50 anni un’ampia autonomia. Leggi non ignote ai condannati, quasi tutti avvocati, oltre che parlamentari, sindacalisti o attivisti, ma piegate per quanto possibile agli ideali repressivi. Non a caso, decine di leggi per almeno 600 pagine di testo, sono in via di revisione a Pechino per adeguarle alla nuova realtà di Hong Kong. 

venerdì 16 aprile 2021

Nel Mediterraneo dove sono ormai assenti le navi delle Ong. Naufragio con almeno 21 migranti annegati al largo della Tunisia

ANSA - 16 aprile 2021 ore 14:43
E' di almeno 21 morti - i cui corpi sono stati finora recuperati - il primo provvisorio bilancio del naufragio di un'imbarcazione di migranti al largo di Sidi Mansour, in Tunisia. 

Foto d'archivio

Lo rende noto la radio locale Mosaique Fm precisando che unità della Guardia costiera tunisina, in coordinamento con due pescherecci nella zona di mare interessata, sono riusciti a soccorrere tre migranti (un uomo e due donne della Costa d'Avorio e Guinea).

Le operazioni di ricerca di altri eventuali superstiti continuano, secondo la stessa fonte e un'indagine è stata aperta dal pubblico ministero.

La Corte Costituzionale ha deliberato: l'ergastolo ostativo è incostituzionale. Il Parlamento ha tempo un anno per abolire il "fine pena mai"

ANSA
E' incompatibile con la Costituzione l'ergastolo ostativo a cui sono condannati boss e affiliati alla mafia e che impedisce loro, se non collaborano, di accedere (dopo 26 anni di reclusione) alla liberazione condizionale, anche quando è certo che si sono ravveduti. 


La Corte costituzionale non ha alcun dubbio e dà un anno di tempo al Parlamento per provvedere con una legge, consapevole dell'impatto che una sentenza di incostituzionalità immediatamente efficace potrebbe avere sulla lotta alla mafia.

Ma è chiaro sin da ora che se il legislatore resterà a braccia conserte, a maggio del 2022 la Consulta cancellerà quella norma che ritiene in contrasto con principi basilari della Carta fondamentale. Il perchè lo spiega in un'ordinanza che depositerà nelle prossime settimane, come anticipato da una nota dell'Ufficio stampa.

Già monta però la polemica, che divide la maggioranza di governo. "Per mafiosi e assassini l'ergastolo non si tocca", attacca il leader della Lega Matteo Salvini. In trincea anche i parlamentari M5S della commissioni Antimafia e Giustizia (nessun "passo indietro" sull'ergastolo ostativo, chiedono). 

Consulta di dar tempo al Parlamento di intervenire, già compiuta in due altre occasioni, sul suicidio assistito cioè sul caso del Dj Fabo, e sul carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, si augura che il legislatore intervenga "presto" ma "in modo da non pregiudicare l'efficacia di una normativa antimafia costata la vita a tanti uomini delle istituzioni". Per Antigone invece ''l'incostituzionalità è accertata e non si potrà tornare indietro''.

La decisione critica della Consulta sull'ergastolo ostativo non giunge però inaspettata: anche in due pareri resi dall'ufficio legislativo del ministero della Giustizia ,quando ancora a guidarlo era Alfonso Bonafede, si evidenziavano le "notevoli possibilità" che la questione di costituzionalità fosse accolta. Sul punto la Consulta è chiara: l'attuale disciplina dell'ergastolo ostativo "è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione"

giovedì 15 aprile 2021

Francia - Firmato l'accordo - Altri 300 rifugiati da Iraq e Siria potranno arrivare in Europa con i corridoi umanitari.

ww.santegidio.org
È stato firmato a Parigi, dai ministri dell’Interno e degli Esteri, insieme ai responsabili della Comunità di Sant’Egidio e delle Semaines Sociales de France, il rinnovo del protocollo per il progetto dei Corridoi umanitari.

Arrivo Corridoi Umanitari in Francia - 2018

L’accordo stabilisce le condizioni di identificazione, accoglienza e integrazione in Francia nei prossimi due anni di 300 rifugiati attualmente in Libano, provenienti dall'Iraq e dalla Siria, con priorità a persone e famiglie vulnerabili.

Questo secondo protocollo segue il primo, firmato nel 2017, che ha già permesso, con gli stessi criteri, l'ingresso in Francia di 504 persone.
Avviati in Italia nel febbraio 2016, i Corridoi Umanitari hanno già accolto in Europa (in Italia, Francia, Belgio e Andorra) oltre 3.500 rifugiati in fuga da Siria, Iraq, Libia, Etiopia e Lesbo, ai quali è stato garantito un percorso sicuro (in aereo) insieme ad un programma di integrazione.
Promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, insieme a diverse realtà a seconda dei protocolli, come la Federazione della Chiese evangeliche in Italia e la Conferenza episcopale italiana - e autofinanziati - i Corridoi Umanitari costituiscono ormai un modello concreto e replicabile a livello europeo.

Le storie di coloro che sono già arrivati dimostrano che è possibile non solo salvare chi rischia di cadere nelle mani dei trafficanti di esseri umani, ma anche avviare percorsi di integrazione.

Soprattutto in questo tempo di pandemia, pieno di difficoltà di ogni tipo – basta pensare alla situazione di alcuni Paesi di prima accoglienza, come lo stesso Libano - è importante non lasciare soli tanti profughi che attendono, con le loro famiglie, una risposta di solidarietà. 

l Corridoi umanitari hanno visto crescere in cinque anni la generosità di molti cittadini che, con il loro impegno volontario e gratuito dimostrano che è possibile costruire un'Europa coerente con i suoi ideali di umanesimo e di solidarietà.

mercoledì 14 aprile 2021

Turchia, diritti umani violati: Erdogan imprigiona centinaia di avvocati e giudici. Negata libertà di azione per gli avvocati: chi difende un presunto terrorista viene accusato di terrorismo

Osservatorio Diritti
Ogni settimana la Turchia di Erdogan arresta legali e magistrati, accusati di terrorismo dal nuovo codice penale. L’associazione turca Arrested Lawyers denuncia gravi violazioni dei diritti umani e per difendersi chiede l'uso di strumenti come il Magnitsky Act

Manifestazione degli avvocato in Turchia

L’ultimo arrestato in ordine cronologico è stato il parlamentare curdo Ömer Faruk Gergerlioğlu, domenica 21 marzo, accusato di affiliazione al partito Pkk. Ma l’attacco a qualunque tipo di opposizione al regime ha già colpito duro molte volte negli ultimi anni.

Dal fallito presunto colpo di stato, che nel 2016 aveva cercato di destituire il presidente Recep Tayyip Erdogan, ad oggi, sono oltre 1.600 gli avvocati e giudici arrestati e in attesa di processo, detenuti in custodia cautelare, in Turchia. La generica accusa di terrorismo mossa contro gli oppositori del regime è utilizzata per imprigionare anche i legali che rappresentano i propri clienti.

«Quegli avvocati che difenderanno persone accusate di terrorismo non possono che essere dei terroristi. Se agiscono in questo modo, devono pagare anche loro», ha detto Erdogan all’apertura dell’anno giudiziario.
Codice penale turco cambiato per fermare l’opposizione


Il report 2021 dell’associazione Arrested Lawyers Initiative denuncia come 450 avvocati siano stati condannati in questi ultimi cinque anni a 2.786 anni di prigionia per i reati di terrorismo e propaganda contro il regime.
[...]
La persecuzione è peggiorata dopo la morte per sciopero della fame della giurista Ebru Timtik. Dall’estate 2020, infatti, gli ordini degli avvocati delle principali città sono stati indagati per terrorismo, portando in carcere in pochi mesi oltre un centinaio di legali.

La Turchia si trova così a non rispettare i principi base dell’Onu relativi al ruolo degli avvocati, adottati a L’Avana nel 1990, che determinano la libertà di azione per rispettare lo stato di diritto.
Avvocati e giornalisti: diritti umani violati in Turchia

Laura Fazioni

martedì 13 aprile 2021

Auguri a tutti i lettori di fede islamica: "Ramadan Mubarak"

Blog Diritti Umani - Human Rights

"In occasione dell'inizio del mese benedetto di Ramadan, 
un augurio di pace a tutti i lettori di fede islamica,
Ramadan Mubarak"



Siria - In aumento il numero di vittime causate dall'esplosione di mine. Migliaia di vittime e 11,5 milioni di persone a rischio

Agenzia Nova
Il numero di vittime causate dall’esplosione di mine in Siria è aumentato in tempi recenti, nonostante il relativo calo delle tensioni tra le parti coinvolte nel conflitto nel Paese, perché le mine sono posate in terreni agricoli e aree residenziali e colpiscono soprattutto civili. 
Siria - Bambino vittima di una mina - Foto: Msf

È quanto emerge da un rapporto dell'Osservatorio euro-mediterraneo per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Ginevra. 

Secondo il rapporto, la responsabilità maggiore per l’installazione di mine spetta al governo di Damasco, le cui forze armate possiedono un ampio equipaggiamento militare comprendente diversi ordigni di fabbricazione russa. 

Le province siriane più colpite dalle esplosioni di mine sono secondo il rapporto quelle di Aleppo e Raqqa, dove è morto il 50 per cento delle vittime, mentre seguono quella orientale di Deir ez-Zor (16 per cento), Daraa e Hama. 

Secondo un rapporto del Comitato internazionale della Croce rossa, circa 11,5 milioni di persone in Siria rischiano di essere colpiti dall’esplosione di mine, e secondo l’Onu più di 12 mila persone hanno avuto incidenti con gli ordigni, il 35 per cento delle quali ha perso la vita.

lunedì 12 aprile 2021

Pakistan - Pena di morte - Una lezione dalla Corte Suprema: moratoria delle esecuzioni dal 2019 e libertà dopo 25 anni di carcere

Il Riformista
Nei Paesi musulmani, è tradizione che tutte le esecuzioni siano sospese durante il mese di Ramadan. Nel 2020, in Pakistan, la tregua religiosa di un mese è durata tutto l’anno. Nessuno è stato impiccato, e la moratoria è sconfinata nei primi mesi di quest’anno.

La corte suprema del Pakistan
L’ultima esecuzione in Pakistan è avvenuta il 16 dicembre 2019, quando Taj Muhammad è stato impiccato per aver aiutato i Talebani nel massacro del dicembre 2014 in una scuola a conduzione militare di Peshawar, in cui rimasero uccise 150 persone, tra cui 134 bambini.
[...]
La foga giustizialista è scemata quasi subito: dopo il 2015, di anno in anno, le esecuzioni sono diminuite drasticamente fino a scomparire del tutto nel 2020.



La Corte Suprema del Pakistan è sempre stata un argine alla pratica della pena capitale nel Paese: ha posto limiti giuridici, creato precedenti, commutato migliaia di sentenze capitali. Uno studio condotto dal Justice Project Pakistan ha rivelato che, tra il 2010 e il 2018, la Corte Suprema ha annullato la pena di morte nel 78% dei casi. Il 97% delle condanne è stato commutato in ergastolo o in altre pene detentive nel 2018. La linea della più alta corte del Paese ha fatto scuola nei tribunali di grado inferiore. Nel 2019, erano state emesse 632 condanne a morte. Il numero è sceso a 177 nel 2020. Anche la popolazione del braccio della morte tra i più affollati del mondo è diminuita dai 4.225 detenuti del 2019 ai 3.831, tra cui 29 donne, registrati alla fine del 2020.
[...]
La Corte Suprema non si è fermata a quel che accade nei tribunali, ha rivolto la sua attenzione anche alla esecuzione delle pene. Nel luglio scorso, ha annullato la condanna a morte di due fratelli – Sikandar Hayat e Jamshed Ali – che avevano passato 27 anni della loro vita in carcere. 

Accogliendo l’istanza di revisione presentata dai prigionieri nel braccio della morte, la Corte ha affermato che i condannati, dopo più di 25 anni di carcere in attesa di esecuzione, avevano maturato il “diritto all’aspettativa di vita”. Secondo la sentenza, il “diritto all’aspettativa di vita” è un diritto che va riconosciuto al condannato a morte che, nel fare ricorso a tutti i rimedi giudiziari legalmente previsti volti a evitare l’esecuzione, sia rimasto in carcere per un periodo uguale o superiore a quello prescritto per l’ergastolo. 
In Pakistan l’ergastolo equivale a una pena che può durare al massimo 25 anni. Dopo tale termine, anche per un condannato a morte può maturare il diritto a vivere in libertà la parte di vita che gli rimane.
[...]
Dal Pakistan, che decide una moratoria delle esecuzioni per i condannati a morte e, dopo massimo 25 anni, dona la libertà ai condannati a vita, giunge una lezione di civiltà a un Paese che prevede ancora e pratica senza sosta pene che vanno oltre ogni aspettativa di vita, svolge processi di irragionevole durata, fissa misure di sicurezza perpetue, infligge regimi crudeli di detenzione che durano fino alla morte. 

Dopo solo sei anni dalla “strage degli innocenti” nella scuola di Peshawar, il Pakistan ha deciso di voltare pagina. Dopo quasi trent’anni dalla strage di Capaci, l’Italia continua invece a usare leggi e codici di emergenza, articoli come il 4 bis, il 41 bis e il 416 bis che negano il diritto umano minimo, quello “pakistano”, il diritto a sperare di vivere quel che resta della tua vita dopo un quarto di secolo di non vita.

Sergio D'Elia

domenica 11 aprile 2021

In Libia, "paese sicuro". Sparano ai migranti appena catturati dalla guardia costiera. 1 morto e due adolescenti feriti

Avvenire
Violenze poche ore dopo la visita del premier Draghi. Msf: "Condizioni deplorevoli". Nel centro di detenzione vengono portate le persone catturate in mare. Nell'ultimo mese numerosi ferimenti.


Una sparatoria per tenere “sotto controllo” i migranti appena intercettati e catturati dalla cosiddetta guardia costiera libica che li aveva condotti in un centro di detenzione nel porto di tripoli in attesa del trasferimento nei campi di prigionia.

Sul posto è stato permesso di arrivare a un team di Medici senza frontiere che ha prestato i primi soccorsi. Uno straniero e morto e due sono rimasti gravemente feriti.

E accaduto nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la conclusione della visita del premier Mario Draghi. Due adolescenti di 17 e 18 anni, con ferite d'arma da fuoco, sono stati trasferiti per cure mediche urgenti. Secondo le informazioni raccolte da Msf nel corso della notte era cresciuta la tensione a causa del sovraffollamento nel “Centro di raccolta e rimpatrio”.

"Questa sparatoria dimostra i gravi rischi che le persone affrontano mentre sono rinchiuse in questi centri di detenzione per un periodo di tempo indefinito", afferma Ellen van der Velden, responsabile operativo di Msf per la Libia. "Quest'ultimo atto di violenza è una chiara conferma che i centri di detenzione sono luoghi pericolosi per le persone rinchiuse".

Nelle ultime settimane, le équipe mediche di Msf sono state testimoni di tensioni crescenti all'interno dei centri di detenzione, dove rifugiati e migranti - tra cui donne, bambini e minori non accompagnati - sono trattenuti contro la loro volontà in condizioni deplorevoli.

“I centri sono diventati sempre più sovraffollati dall'inizio di febbraio, quando - spiega una nota di Medici senza frontiere - c'è stato un aumento delle intercettazioni di migranti e rifugiati in fuga dalla Libia via mare da parte della guardia costiera libica finanziata dall'Ue”. Almeno 5mila persone, confermano fonti Onu, sono state bloccate in mare nel 2021, e questo ha reso ingestibili i campi di detenzione.

Nella prima settimana di febbraio, il numero di persone detenute ad Al-Mabani è passato da 300 a 1.000 in pochi giorni. Al momento della sparatoria oltre 1.500 persone era ammassate nella struttura. Malattie infettive come la scabbia e la tubercolosi sono diffuse. Il distanziamento imposto dalle norme sul Covid è semplicemente impossibile in una prigione con 3 persone per metro quadro.

Non è la prima volta che i rifugiati e i migranti detenuti sono esposti alla violenza. Sparatorie e morti sono state segnalate più volte negli ultimi mesi. Il personale di Msf riferisce di avere assistito “all'uso della forza fisica da parte delle guardie”. Solo a febbraio l’organizzazione internazionale ha curato “36 detenuti per fratture, traumi contundenti, abrasioni, ferite agli occhi, ferite d'arma da fuoco”.

sabato 10 aprile 2021

La barbara violenza degli jihadisti ricaccia il Mozambico all'inferno

Andrea Riccardi, Il Blog
Chi sta dietro i terroristi di Ansar al-Sunna in un Paese che ha la terza riserva di gas naturale di tutta l'Africa?

Rifugiati del Nord del Mozambico - Foto OIM/Matteo Theubet

Ho conosciuto il Mozambico negli armi Ottanta, dopo la lotta di liberazione dal colonialismo portoghese. Era appena indipendente (dal 1975), già alle prese con una guerra civile con la Renamo, movimento di guerriglia antimarxista, collegato al Sud Africa. Quello che mi colpì era una miseria diffusa e profonda.

Al grande mercato centrale di Maputo c'era poco altro che pesce secco. La guerra civile ha provocato un milione di morti e tanti sfollati. Si è conclusa con un negoziato tra il Governo e la Renamo nel 1992, a Roma, presso Sant'Egidio. Da allora è cominciata la storia di un Mozambico pluralista, con tanti problemi, che ha conosciuto però lo sviluppo.

Dal 2017, la fame è purtroppo tornata in Mozambico. Ben 670.000 mozambicani hanno lasciato il Nord del Paese sotto gli attacchi dei jihadisti di Ansar al-Sunna, nato da terroristi keniani e tanzaniani, che hanno reclutato giovani marginali e senza lavoro.

La regione, arretrata, ha subìto l'impatto della scoperta della più grande riserva di gas naturale, la terza in Africa, dopo Nigeria e Algeria. Con la presenza di grandi imprese, il clima sociale è molto cambiato. Villaggi sono stati spostati e un mondo, un po' remoto, è stato sconvolto. Ne ha approfittato il jihadismo che, in una proiezione verso Sud, dalla Somalia verso Kenya, Tanzania e Mozambico, segue quasi le tracce dell'antica espansione arabo-musulmana. L'islam del Nord Mozambico, tradizionale, è stato sconvolto.

Se la violenza inumana dei terroristi è attestata da tanti rifugiati (e giunge sino alla decapitazione dei bambini), c'è incertezza su chi ci sia dietro il nuovo movimento jihadista. Si comprendono le cause sociali dell`adesione di parecchi mozambicani: rappresenta l'alternativa alla miseria e allo spaesamento di una generazione dell'area più povera di un Paese povero. Avevamo già segnalato su Famiglia Cristiana come il Jihad globale stia divenendo un'alternativa per i giovani africani marginali in molti Paesi.

Lo Stato mozambicano è fragile: non è riuscito ad arginare l'avanzata terrorista, che si profila quasi come un nuovo Boko Haram, rapisce le persone e ha provocato 2500 morti. Inoltre il centro del Paese è stato sconvolto da vari cicloni. Nella città di Beira, in buona parte distrutta, i lavori per la ricostruzione stentano a avanzare e molti vivono sotto le tende.

Purtroppo è un modello di economia che non dà i suoi frutti. Gli interessi delle grandi imprese internazionali, che operano nelle concessioni mozambicane, non producono in tempi ragionevoli sviluppo nella giovane società. 

Ci sono enormi problemi sociali e giovanili che si incrociano, aggravati dal Covid-19. C'è bisogno di una nuova riflessione sullo sviluppo e di un coinvolgimento della comunità internazionale, fuori dalle modalità di costante concorrenza che spesso caratterizza il suo agire. 

D'altra parte è triste constatare come l'Italia, così attiva e determinante in Mozambico tra gli anni Ottanta e Novanta, sia poco interessata a un Paese decisivo per l'Africa australe e in cui l'Italia ha investito tanto in energie umane e risorse.

Andrea Riccardi

venerdì 9 aprile 2021

Migranti - Minori non accompagnati arrivati via mare in Italia: 670 da inizio 2021 e 4.687 nel 2020

Il Blog - Minori Stranieri Non Accompagnati
I minori stranieri non accompagnati giunti in Italia via mare da inizio anno sono 670, in tutto il 2020 sono stati 4.687, 1.680 nel 2019, 3.536 nel 2018 e 15.779 nel 2017.

Complessivamente le persone migranti arrivate sulle nostre coste da inizio annosono 6042, il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni.

960 sono di nazionalità ivoriana (16%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (819, 13%), Guinea (598, 10%), Bangladesh (493, 8%), Sudan (381, 6%), Eritrea (343, 6%), Algeria (291, 5%), Mali (271, 4%), Egitto (232, 4%), Camerun (164, 3%) a cui si aggiungono 1.490 persone (25%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.


Leonardo Cavaliere


giovedì 8 aprile 2021

Amnesty - Pubblica il "Rapporto Annuale 2020/2021" sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Amnesty International pubblica il Rapporto Annuale 2020/2021 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. La pandemia ha conseguente devastanti per i diritti umani ...

Download Report


mercoledì 7 aprile 2021

Turchia: maxi-processo golpe, ergastoli aggravati (una sorta di 41 bis) per 22 alti ufficiali, sono tra i 497 accusati di partecipazione al tentato golpe

AnsaMed
Un tribunale turco ha condannato all'ergastolo aggravato - una sorta di 41 bis - diversi imputati nel maxi-processo contro 497 persone accusate di aver partecipato alle azioni eversive la notte del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. 


Il carcere a vita, riferisce Anadolu, è stato deciso tra gli altri per l'ex tenente colonnello Umit Gençer, che lesse sulla tv di stato Trt la dichiarazione dei golpisti, e l'ex colonnato Tanju Poshor, che guidò l'occupazione della stessa sede della Trt. Ergastolo anche per l'ex capo della guardia del palazzo presidenziale di Recep Tayyip Erdogan, l'ex maggiore Osman Koltar.

Gli ex militari condannati all'ergastolo risultano in tutto 22. Tra i reati di cui sono stati giudicati colpevoli ci sono quelli di "tentato rovesciamento dell'ordine costituzionale" e "tentato omicidio del presidente". 

La maggioranza degli imputati, già epurati dalle forze armate dopo il fallito putsch, aveva servito presso la guardia presidenziale di Ankara. 

La Turchia ritiene responsabile del tentativo di colpo di stato la rete del magnate e imam Fethullah Gulen, auto-esiliatosi negli Usa, a lungo alleato di Erdogan contro la vecchia guardia kemalista dell'esercito.

martedì 6 aprile 2021

Iran, eseguite almeno 267 condanne a morte nel 2020. Ong: Iran Human Rights - Rapporto pena di morte 2020.

Il Fatto Quotidiano
L’organizzazione non governativa Iran Human Rights ha pubblicato il suo 13esimo rapporto sulla pena di morte in Iran.


Le esecuzioni registrate nel 2020 sono state almeno 267, rispetto alle 280 del 2019 e alle 273 del 2018. Anche se si riscontra un piccolo calo rispetto all’anno precedente, va sottolineato che la diffusione della pandemia da Covid-19 non ha minimamente disturbato il lavoro dei boia nei bracci della morte iraniani. E quell’avverbio, “almeno”, sta a indicare che il conteggio potrebbe essere incompleto, dato che in media solo un terzo delle esecuzioni viene reso noto dalle autorità.

Delle 267 condanne a morte eseguite lo scorso anno, 211 hanno riguardato omicidi e 25 reati di droga; due condanne a morte sono state eseguite per partecipazione a manifestazioni, una per consumo di bevande alcooliche, una per la gestione di un canale social a contenuto politico. Sulle altre non sono disponibili informazioni. Le donne messe a morte sono state nove, i minorenni al momento del reato quattro e altri 84 sono in attesa dell’esecuzione.

È stato registrato un aumento delle esecuzioni nei confronti delle minoranze etniche, soprattutto i baluci. Una tendenza confermata nei primi mesi del 2021: un terzo dei prigionieri messi a morte apparteneva a quell’etnia.

Un dettaglio molto importante riguarda le condanne a morte che non sono state eseguite a seguito del perdono concesso dalle famiglie delle vittime: 662 rispetto alle 274 del 2019. In altre parole, se le famiglie non fossero intervenute, nel 2020 le esecuzioni sarebbero state quasi un migliaio.

Resta in isolamento da fine novembre e a rischio costante di impiccagione lo scienziato iraniano-svedese Ahmadreza Djalali: le sue condizioni di salute sono così precarie che rischia di morire prima che, nella sua cella, si affacci il boia.

Riccardo Noury

lunedì 5 aprile 2021

Venezuela - La crisi ha prodotto più rifugiati che in Siria, ma non se ne parla. 5.000 sfollati al confine con la Colombia

Corriere della Sera
Le azioni militari, iniziate dieci giorni fa sul versante venezuelano di Apure, sono ancora in corso e tante famiglie continuano a scappare verso la Colombia. Intersos: «La crisi venezuelana ha finora prodotto più rifugiati di quella siriana ma non se ne parla»


Ancora tensione al confine tra Colombia e Venezuela, quest’ultimo Paese interessato da una crisi economica, politica ma soprattutto umanitaria, definita dagli esperti una delle peggiori mai viste negli ultimi 200 anni. L’ultimo fronte di tensione, che si è aperto sul confine il 21 marzo, è a La Victoria (stato di Apure, Venezuela), teatro di scontri armati tra le forze militari venezuelane della FANB (Forza Aerea Nazionale Bolivariana) e i gruppi armati dissidenti colombiani delle FARC. Gli scontri hanno generato un massiccio spostamento di persone in cerca di rifugio e protezione dal Venezuela verso la Colombia. E ancora in migliaia sono bloccati tra le due linee di fuoco.

Secondo i primi dati - parziali - si tratta di circa 4700 ad oggi, ma il numero è in continua crescita. Tra questi, ci sono circa 1700 bambini e adolescenti e 136 donne incinte. 

Il numero di civili rimasti nelle aree delle operazioni militari non è noto ma dai dati dell’ultimo censo si desume che 5000 persone siano rimaste in quelle aree. L’accesso umanitario a La Victoria non è ancora garantito. «I combattimenti sono ancora in corso», spiega al Corriere, Simona Canova, capo missione di Intersos, ong che da due anni, grazie alla collaborazione con il CISP, opera nel dipartimento di Arauca e nello stato di Apure per fornire assistenza umanitaria ai migranti e sfollati in transito nella zona. «Abbiamo fatto prima valutazione dei bisogni urgenti: medicine e accesso ai servizi sanitari, accesso all’acqua e ai servizi igienici sono le priorità in questo momento tra gli sfollati che sono nei diversi insediamenti informali che si sono creati principalmente nella area urbana di Rivera».

Ad aggravare la situazione oltre i rischi di dissesto idrogeologico che la regione presenta ( c’è anche il Covid-19: è già stata accertata la presenza di 4 persone positive e «c’è preoccupazione - riferiscono gli operatori – di ulteriore aumento dei contagi date le scarse misure di protezione e la scarsa possibilità di eseguire test di massa». Inoltre le strutture sanitarie non sono preparate per affrontare nessuna emergenza epidemiologica associata a situazioni simili. 

di Marta Serafini

giovedì 1 aprile 2021

Il futuro incerto dei rifugiati a Lesbo - L'aiuto di Sant'Egidio e la speranza dei corridoi umanitari

www.santegido.org
Il futuro incerto dei profughi di Lesbo. L'aiuto di Sant'Egidio è cibo e la speranza di una porta aperta.
Dal 22 al 26 marzo una delegazione della Comunità di Sant’Egidio è tornata a Lesbo per aiutare i profughi con distribuzioni di cibo e prodotti per l’igiene personale, nella visita in preparazione dei corridoi umanitari.


La primavera inizia con giorni freddi nell’isola di Lesbo, in Grecia, dove migliaia di profughi vivono con pochi vestiti e le loro povere cose, sopravvissute agli incendi del campo. Oltre le recinzioni e i ripari di fortuna, la loro vita è confinata dal lockdown a causa della pandemia: nessuno può uscire liberamente, ogni settimana viene pubblicata la lista dei numeri di tessera che hanno diritto a brevi uscite per motivi di necessità.


Alla distribuzione di generi alimentari, prodotti per l’igiene e buoni spesa portati dalla Comunità si sono recate 450 persone, di cui molte sono arrivate da poco. Sono i capifamiglia, hanno ricevuto l’invito grazie a profughi amici della Comunità, e sono gli unici autorizzati a uscire dal campo recintato.


Nuovi arrivi
Ci sono molti volti nuovi. Negli ultimi tempi sono ricominciati gli sbarchi. Le isole dell’Egeo sono la porta dell’Europa per le migrazioni da Siria, Afghanistan, Congo, Somalia e crescono gli arrivi da altri paesi africani come Sierra Leone, Marocco e Uganda.
Le donne che arrivano, spesso orfane o giovani prese a servizio dalle famiglie già da piccole, fuggono da povertà, matrimoni forzati, violenze e sfruttamento da parte di loro connazionali nei paesi d’arrivo. È il doloroso fenomeno della tratta femminile e delle nuove rotte che si stanno delineando.

Incertezze
Dopo mesi senza servizi igienici nel campo, sono ora funzionanti le docce, dove a turni di sette minuti i profughi possono lavarsi. Le famiglie hanno diritto a delle tende con ambienti separati, che con qualche ironia vengono chiamate ‘appartamenti’.
Se alcuni aspetti della vita del campo stanno migliorando, negli ultimi mesi si sta verificando una nuova situazione: Mitilene, città sull’isola di Lesbo, si sta popolando di occupazioni e alloggi fatiscenti che ospitano le famiglie uscite dal sistema di accoglienza: chi ha ricevuto il diniego dell’asilo e chi un mese dopo aver ottenuto l’asilo non ha più diritto all’assistenza.

La storia di B., da aiutante a senza documenti
Alcuni profughi si nascondono da mesi, senza uscire mai dalla loro “casa”, nella paura di essere rimpatriati. È la storia di B., amico della Comunità dal 2019, che faceva l’interprete per il servizio di asilo greco. Ricevuto il rifiuto alla sua domanda di asilo, ha iniziato a nascondersi, mentre i funzionari del campo che non conoscevano l’esito della sua pratica, continuavano a cercarlo perché avevano bisogno di lui.

Le porte dell’Europa
Nei giorni della visita, gli operatori di Sant’Egidio hanno continuato ad ascoltare le storie dei profughi, in preparazione dei prossimi arrivi dei corridoi umanitari. Molte domande di asilo sono respinte, migliaia di persone, famiglie con bambini non sanno dove andare o dove tornare, non hanno diritto alla ricollocazione in un altro paese dell’Unione europea. Ci si domanda con preoccupazione che fine faranno, mentre si vagliano le condizioni giuridiche che permettono di entrare in Europa. Mentre di discute del futuro del modello di accoglienza dei profughi in Europa e si attende la visita della commissaria europea Ylva Johansson, si consolida il progetto di un nuovo campo chiuso in mezzo alla foresta, al termine di una strada sterrata. Sempre più lontano dagli occhi dell’Europa.


martedì 30 marzo 2021

Migranti, altri soccorsi della Open Arms (unica nave umanitaria presente nel Mediterraneo), ora a bordo sono 219 tra loro molti bambini.

QTS
Dopo un primo soccorso avvenuto sabato mattina e una giornata di ricerche, la Open Arms, con a bordo il personale di Emergency, ha concluso ieri le operazioni di salvataggio di altre due imbarcazioni in difficoltà in zona Sar maltese.


Adesso a bordo della nave della Ong spagnola ci sono 219 persone: 56 sono minori e tra questi diciassette hanno meno di dieci anni.

Durante la prima operazione sono stati recuperati 61 uomini e 23 minori, tra cui un bambino non accompagnato di dieci anni. Nella seconda, sono invece stati trasferiti a bordo 74 uomini, cinque donne – di cui due incinte – e diciotto minori, tra i quali un bambino di appena un anno.

Attualmente la Open Arms è l’unica nave umanitaria presente nel Mar Mediterraneo.

In questi giorni, ha sottolineato la Ong, “abbiamo ricevuto varie segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà. Tuttavia, raggiunte le coordinate indicate, non siamo stati in grado di rintracciare le imbarcazioni in difficoltà, respinte da motovedette libiche presenti nella zona”.

Open Arms ed Emergency hanno richiesto più volte l’assegnazione di un porto sicuro a Malta che lo ha negato “attendiamo ora la risposta dell’Italia. Siamo preoccupati di questo silenzio”.

“È evidente infatti – hanno sottolineato – che a breve i bambini più piccoli non potranno più rimanere sul ponte della nave, e non vogliamo certo che debbano soffrire di più di quanto hanno già patito, prima di poter essere sbarcati in un luogo protetto”.

lunedì 29 marzo 2021

Libia. Nuove fosse comuni scoperte a Tarhouna - Se ne contano 18 con almeno 1000 persone uccise dal 2013

Corriere della Sera
I 13 cadaveri sono avvolti in altrettanti lenzuoli bianchi. Li hanno trovati negli ultimi giorni tra la terra fine del cosiddetto "progetto Rabat", una zona di cantieri alla periferia dei quartieri abitati. 


Qui si trova una delle fosse comuni più grandi. "Vi abbiamo individuato oltre 160 corpi. In tutto, le fosse comuni sono 18, sparse per le campagne attorno a Tarhouna. Stimiamo vi si trovassero i resti di un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. 

 Lorenzo Cremonesi


sabato 27 marzo 2021

L'appello degli intellettuali all'Azerbaigian: "Liberate i prigionieri armeni" - Centinaia di prigionieri di guerra e civili ancora nelle carceri

Corriere della Sera
La richiesta a Baku: rispettate la convenzione di Ginevra dopo il cessate il fuoco. Pubblichiamo l'appello al governo dell'Azerbaigian per il rilascio dei prigionieri di guerra nel 
Nagorno Karabakh cui hanno aderito tra gli altri Dacia Maraini, Antonia Arslan, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco. 

Un bombardamento sul Nagorno Karabakh il 6 ottobre 2020 - Ansa


È estremamente allarmante che, nonostante la Dichiarazione tripartita di cessate il fuoco firmata dai leader di Armenia, Azerbaigian e Russia il 9 novembre 2020, centinaia di prigionieri di guerra armeni e civili, tra cui anche donne, restino prigionieri e non siano ancora stati rilasciati dall'Azerbaigian. Molti di loro sono stati catturati dopo la fine delle ostilità.


Ci appelliamo all'Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria postbellica. La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante.

Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale. Crediamo fermamente che il rilascio immediato di tutte le persone catturate sia una questione puramente umanitaria e non debba essere soggetto ad alcuna manipolazione e politicizzazione. 

Pertanto, sollecitiamo l'Azerbaigian ad astenersi dall'utilizzo di questa questione per scopi politici e a permettere a tutti i prigionieri di riabbracciare i loro cari al più presto possibile. Il rilascio immediato di tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell'auspicio di una pace duratura.

venerdì 26 marzo 2021

Il Kenya ordina la chiusura dei campi profughi di Dadaab e Kakuma che ospitano 410 mila rifugiati, sopratutto somali

africarivista.ir
Il Kenya ha ordinato la chiusura di due vasti campi che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Somalia e ha dato all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) due settimane per presentare un piano in tal senso. 


I campi profughi di Dadaab e Kakuma nel nord del Kenya ospitano più di 410.000 persone soprattutto somali; una piccola percentuale di queste proviene anche dal Sud Sudan.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale, le autorità di Nairobi avevano annunciato per la prima volta la loro intenzione di chiudere il campo di Dadaab, che è più vicino al confine con la Somalia rispetto a Kakuma, nel 2016.

Fred Matiang’i, ministro degli Interni del Kenya, ha concesso ora all’Unhcr 14 giorni per elaborare un piano per la chiusura di entrambi i campi, ha riferito il ministero in un tweet, aggiungendo che non c’è spazio per ulteriori colloqui sulla questione.

“La decisione avrebbe un impatto sulla protezione dei rifugiati in Kenya, anche nel contesto della pandemia covid-19 in corso”, ha riferito da parte sua l’Unchr in una dichiarazione.

La mossa del Kenya arriva in momento in cui le relazioni con la Somalia sono ai minimi: lo scorso dicembre Mogadiscio ha tagliato i rapporti diplomatici con Nairobi accusando il vicino di interferire nei suoi affari interni.

Le due nazioni si stanno inoltre confrontando presso la Corte internazionale di giustizia per una controversia sui confini marittimi, sebbene il Kenya abbia boicottato l’udienza. In commenti affidati alla Reuters, il ministero degli interni del Kenya ha sostenuto che la decisione di chiudere i campi non è collegata a difficoltà diplomatiche con la Somalia.

giovedì 25 marzo 2021

Virginia - Il Governatore Northam sceglie il braccio della morte del Greensville Correctional Center per firmare l'abolizione della pena di morte

Blog Diritti umani - Human Rights
Il governatore ha firmato mercoledì 24 marzo ha firmato la legge che rende la Virginia il 23° stato ad abolire la pena di morte, un importante cambiamento nello stato che ha avuto i più alti numeri di esecuzioni superato solo dal Texas.

Il governatore Ralph Northam firma la legge che abolisce la pena di morte 
in Virginia in una tenda nel Greensville Correctional Center (Foto AP) 

Il governatore Ralph Northam, un democratico, ha firmato i progetti di legge della Camera e del Senato in una cerimonia sotto una tenda mercoledì dopo aver visitato la camera della morte al Greensville Correctional Center, dove 102 persone sono state condannate a morte dall'inizio degli anni '90.

Il governatore Ralph Northam visita la celle dei condannati
a morte 
del Greensville Correctional Center (Foto AP) 

"Non c'è posto oggi per la pena di morte in questo stato, nel sud o in questa nazione", ha detto Northam poco prima di firmare la legge.

La stanza delle esecuzione con iniezione letale
 nel Greensville Correctional Center (Foto AP) 

Northam ha detto che la pena di morte è stata applicata in modo sproporzionato ai neri ed è il prodotto di un sistema giudiziario imperfetto che non sempre lo fa bene. E ha detto inoltre che dal 1973, più di 170 persone in tutto il paese sono state rilasciate dal braccio della morte perchè scoperte innocenti.

La Virginia ha giustiziato quasi 1.400 persone da quando era una colonia. In tempi moderni, lo stato è secondo solo al Texas per numero di esecuzioni eseguite, con 113 da quando la Corte Suprema ha ripristinato la pena di morte nel 1976.

Fonte: AP

mercoledì 24 marzo 2021

Guerre dimenticate - Yemen, sei anni di guerra. 18.557 vittime civili, 4,3 milioni di sfollati, sistema sanitario al collasso.

Corriere della Sera
Nel nord del Paese, la situazione più critica riguarda la provincia ricca di petrolio di Marib. A Taiz i civili esposti a mine, ordigni e cecchini. L'inviato Onu: una battaglia inutile. Sei anni di guerra e un conflitto che si allarga mentre i civili sono allo stremo. 


Lo Yemen prosegue nella sua spirale verso una nuova escalation di violenza che sta coinvolgendo sempre più fronti: dallo scontro tra ribelli sciiti Houthi e governo riconosciuto di Aden, al confronto tra filo-sauditi e separatisti del sud, alla guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. 

Sullo sfondo di questa crisi, il divario sempre più ampio tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti, in particolare dopo la decisione dell'amministrazione Biden di sospendere il sostegno alla coalizione araba guidata da Riad nella lotta contro i ribelli sciiti e cancellare dalla lista dei gruppi terroristici il gruppo Ansar Allah a cui fanno riferimento gli insorti sciiti filo-iraniani.

La crisi umanitaria dunque non si ferma, con oltre 18.557 vittime civili segnalate tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% della popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria.
Solo nel 2020 i fronti sono aumentati da 33 a 49, provocando 172mila nuovi sfollati interni in un anno. In totale oggi sono 4milioni gli sfollati interni, di cui il 76% sono donne e bambini. Il conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. Secondo la comunità internazionale, nel 2021 si prevede che 16,2 milioni di persone nello Yemen dovranno affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta.

"Il sistema sanitario nazionale è al collasso", è l'allerta lanciata da Medici Senza Frontiere. La popolazione non ha accesso a cure mediche di base e servizi essenziali e la situazione è aggravata dalla crisi economica e problemi di sicurezza. 
[...]
Il conflitto impedisce alla popolazione di accedere ad acqua potabile e cure tempestive, e malattie curabili e prevenibili diventano cause di morte. Tra queste ci sono epidemie di morbillo, colera o decessi in gravidanza.

Marta Serafini

lunedì 22 marzo 2021

783 milioni di persone al mondo non hanno acqua pulita. ONU: 115 persone muoiono ogni ora per acqua contaminata in Africa subsahariana e Asia meridionale

Africa Rivista
Dei 783 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua pulita nel mondo, il 40%vive nell’Africa subsahariana. È quanto risulta dalle statistiche fornite dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata mondiale dell’acqua che si celebra oggi, 22 marzo. L’acqua tocca molti aspetti delle vita umana. Il primo è quello igienico-sanitario.


Le strutture igienico-sanitarie separano in modo sicuro i rifiuti umani dal contatto umano, ma quando le persone non hanno accesso a servizi igienici sicuri, sono costrette a fare i loro bisogni all’aperto e i rifiuti umani vengono trasferiti nuovamente nelle risorse alimentari e idriche delle persone. 

Circa un quarto delle persone che non può godere dei servizi igienici vive nell’Africa subsahariana. 


L’uso di acqua potabile contaminata e cattive condizioni igieniche determina una maggiore vulnerabilità alle malattie trasmesse dall’acqua, tra cui diarrea, colera, dissenteria e tifo. 

Più decessi si verificano tra i bambini di età inferiore a 2 anni che vivono in Asia meridionale e Africa subsahariana. 
Secondo le Nazioni Unite, 115 persone in Africa muoiono ogni ora per malattie legate a scarsa igiene, scarsa igiene e acqua contaminata. Le malattie diarroiche, causate principalmente da acqua non sicura e scarsa igiene, uccidono più bambini sotto i 5 anni rispetto a malaria, Aids e morbillo messi insieme. La diarrea uccide un bambino ogni 60 secondi.
Quando una persona non ha accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, è anche a rischio di diminuzione della frequenza scolastica, giornate lavorative perse, malnutrizione e povertà. 

Si stima che ogni anno vengano persi 400 milioni di giorni di scuola a causa di malattie legate all’acqua, con 272 milioni persi solo a causa della diarrea.

In Africa, in particolare nell’Africa subsahariana, più di un quarto della popolazione impiega più di mezz’ora per viaggio per raccogliere l’acqua. Il compito di andare a prendere l’acqua tende a ricadere sulle donne, e questo fardello può anche impedire alle ragazze di frequentare la scuola. Nell’Africa subsahariana, le donne e le ragazze trascorrono 40 miliardi di ore all’anno per procurarsi l’acqua.

Il numero di persone che vivono nell’Africa subsahariana è quasi raddoppiato negli ultimi 25 anni, ma l’accesso ai servizi igienico-sanitari e all’acqua, secondo le Nazioni Unite, è migliorato minimamente, lasciando milioni indietro. Anche dove sono stati apportati miglioramenti nell’accesso all’acqua pulita e alle infrastrutture fognarie, un numero enorme di africani vive senza queste necessità. Nei Paesi dell’Africa subsahariana con i migliori tassi di copertura idrica, una persona su quattro non dispone ancora di servizi igienici adeguati. I residenti nelle aree rurali stanno spesso peggio dei residenti urbani quando si tratta di mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, e il finanziamento è irregolare e insufficiente nell’area.

domenica 21 marzo 2021

Congo - Nord Est, regione del Kivu e Ituri - Negli ultimi mesi, continui attacchi dei gruppi armati: 200 morti e 40.000 sfollati in maggior parte donne e bambini

La Repubblica
Il richiamo dell'UNHCR per le sue attività d'aiuto nella Repubblica Democratica del Congo. Uccise oltre 200 persone e costrette alla fuga altre 40.000 nella provincia del Nord Kivu e di Ituri

L’UNHCR, Agenzia Onu per i Rifugiati, avverte che il numero di attacchi da parte di un gruppo armato contro i civili nelle zone nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC) sta crescendo a ritmi allarmanti. 

Da gennaio, gli attacchi imputati al gruppo armato Forze Democratiche Alleate (ADF), hanno ucciso quasi 200 persone, ferito decine di altre e costretto alla fuga circa 40.000 persone nel territorio di Beni nella provincia del Nord Kivu e nei villaggi vicini della provincia di Ituri. 

In meno di tre mesi, l’ADF avrebbe fatto irruzione in 25 villaggi, incendiato decine di case e sequestrato oltre 70 persone. Tutto ciò si aggiunge ai 465 congolesi uccisi in attacchi attribuiti all’ADF nel 2020.

La maggior parte sono donne e bambini. Attacchi e frequenti, diffuse violazioni dei diritti umani continuano anche in altre parti della provincia del Nord Kivu. Le ragioni principali di questi attacchi includerebbero ritorsioni da parte dei gruppi armati contro le operazioni militari, la ricerca di cibo e medicine, ed accuse contro le comunità di condividere informazioni sulle posizioni dell’ADF. 

Le persone che questo mese sono state costrette alla fuga si sono dirette nelle città di Oicha, Beni e Butembo nel territorio di Beni. La maggior parte sono donne e bambini, mentre gli uomini restano a proteggere le proprietà, esponendosi al rischio di ulteriori attacchi.

Manca acqua pulita e garanzie d'igiene. Chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa vive in condizioni terribili senza riparo, cibo, acqua o assistenza sanitaria. In un contesto caratterizzato dal rischio di contrarre Ebola e COVID-19, la mancanza di accesso a servizi igienici, acqua pulita, sapone e prodotti per l’igiene femminile è particolarmente preoccupante. Inoltre, le famiglie non dispongono di oggetti di uso quotidiano come coperte, stuoie per dormire o materiale per cucinare.

Circa 100 mila gli sfollati interni. Prima degli esodi recenti, erano circa 100.000 gli sfollati interni che necessitavano di protezione e di aiuto per trovare un riparo a Beni. 

La carenza di fondi ha ridotto la capacità dell’UNHCR di intervenire con assistenza umanitaria, alloggi compresi. Nel 2020, l’UNHCR è stato in grado di costruire più di 43.000 rifugi per famiglie nella RDC orientale. Nel 2021, con i fondi attualmente disponibili, potranno essere assistite solo 4.400 famiglie su centinaia di migliaia che ne avrebbero bisogno. Sono necessari finanziamenti aggiuntivi anche per riprendere un programma di assistenza in contanti per donne sfollate a rischio che ha dovuto essere tagliato.

L'appello dell'UNHCR. L’Agenzia Onu ha bisogno urgente di 2 milioni di dollari per rafforzare gli interventi di protezione e la risposta umanitaria a Beni, nel Nord Kivu e nel territorio di Irumu nell’Ituri. Attualmente, l’UNHCR ha ricevuto solo il 5,5% dei 33 milioni di dollari necessari per far fronte ai bisogni in tutta la RDC orientale.

sabato 20 marzo 2021

Afghanistan, ondata di attacchi contro i difensori dei diritti umani. Morti 21 difensori dei diritti umani e 20 giornalisti uccisi lo scorso anno.

Corriere della Sera
Circa tre mesi fa, un decreto della presidenza dell’Afghanistan ha istituito laCommissione congiunta per la protezione dei difensori dei diritti umani, col mandato di “rafforzare la cultura dei diritti umani e venire incontro alle preoccupazioni nazionali e internazionali sulla situazione dei diritti umani nel nostro paese”.

Murale in Afghanistan dedicato al coraggio dei difensori dei diritti umani
Quell’iniziativa si è rivelata vuota, priva di una strategia di attuazione, di condivisione delle informazioni, di attivazione di meccanismi di denuncia e di misure concrete di protezione (scorte, trasferimenti in altre città ecc.)
In Afghanistan, le donne e gli uomini che difendono i diritti umani continuano a morire. Come prima, più di prima.
Dal 12 settembre 2020, quando sono iniziati i negoziati di pace, al 31 gennaio 2021 sono morti almeno 21 difensori dei diritti umani: come Mohammad Yousuf Rasheed, direttore del Forum per elezioni libere e regolari in Afghanistan, assassinato il 23 dicembre nel centro di Kabul insieme al suo autista; o come l’attivista per i diritti delle donne Freshta Kohistani, uccisa insieme a suo fratello a Kapisa.

L’anno scorso sono stati assassinati almeno 20 giornalisti, tra cui molte donne: come la nota giornalista televisiva Malalai Maiwand, uccisa col suo autista a Jalalabad praticamente in concomitanza con l’istituzione della Commissione congiunta. Il 2021 rischia di terminare persino peggio
.

Secondo l’Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2021 sono stati uccisi 32 difensori dei diritti umani.

Riccardo Noury 

Myanmar: centinaia di rifugiati si riversano in Thailandia in fuga dal colpo di stato. Morte 217 persone nelle manifestazioni

Sicurezza Internazionale
Centinaia di persone avrebbero lasciato il Myanmar dal colpo di Stato del primo febbraio scorso per dirigersi in Thailandia, nell’area di confine tra i due Paesi controllata da milizie locali.


La notizia è stata diffusa dall’incaricato per gli affari esteri di uno tra i gruppi armati, Karen National Union (KNU), Padoh Saw Taw Nee, il 18 marzo. 

L’uomo ha dichiarato a The Straits Times che nel territorio controllato dalla KNU vi sarebbero quasi 1.000 persone fuggite dal Myanmar. Tra essi, alcuni sarebbero leader degli scioperi avvenuti nel Paese, altri farebbero parte del movimento di disobbedienza civile, altri ancora sarebbero ex-impiegati statali, legislatori e membri delle forze dell’ordine e dell’esercito. Secondo il membro di KNU, in altre aree controllate da altri gruppi poi vi sarebbero ancora altri rifugiati.

Al confine tra Myanmar e Thailandia vi sono più di venti gruppi armati indigeni, alcuni dei quali hanno condannato il colpo di stato dell’Esercito. Da tale evento KNU ha affermato che i negoziati per un cessate il fuoco con il governo birmano sono stati interrotti.

Intanto, le autorità thailandesi hanno disposto aree in grado di accogliere fino a 43.000 rifugiati . L’Esercito thailandese ha incrementato i controlli al confine.

In Myanmar, intanto, dallo scorso 6 febbraio, in tutto il Paese, sono ancora in corso proteste contro la giunta militare al potere che sono spesso sfociate in violenza, con la polizia che ha sparato sui manifestanti. 

Ad oggi, sarebbero state 217 le persone che hanno perso la vita in tale contesto, secondo dati rilasciati dall’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners. Ciò nonostante i manifestanti stanno continuando a portare avanti il movimento. A detta della giunta militare al potere, le autorità starebbero evitando quanto possibile di reprimere con la forza quelle che definisce “rivolte” che danneggiano la sicurezza e la stabilità nazionali.

venerdì 19 marzo 2021

Oxfam - Migliaia di migranti allo stremo nelle isole greche. Fallimento delle politiche UE per i migranti dopo 5 anni dall'accordo con la Turchia'

ANSAmed
A 5 anni esatti dall'annuncio dell'accordo tra Ue e Turchia, siamo di fronte a un totale fallimento delle politiche europee sulla gestione dei flussi migratori, che hanno di fatto calpestato i diritti fondamentali di decine di migliaia di innocenti. 


Da allora infatti non è passato un giorno senza che moltissime famiglie rimanessero intrappolate nei campi sulle isole greche, in condizioni disumane. 

È la denuncia lanciata oggi da Oxfam, "in occasione dell'infausto anniversario di un accordo, nato con l'esplicito obiettivo di bloccare i migranti in Grecia per poi rispedirli indietro verso la Turchia". 

Una politica che non ha prodotto altro che condizioni di vita spaventose, episodi di violenza sui migranti alle frontiere e ritardi enormi nelle richieste di asilo, rendendole impossibili in molti casi. Tutto questo nonostante le famiglie arrivate sulle isole greche provenissero spesso da paesi in conflitto da molti anni, come Siria, Afghanistan o Iraq.


Nel 2021 gli arrivi in Grecia sono stati 1068 di cui 566 via mare. Da qui l'appello in una lettera aperta diretta all'Unione europea e agli Stati membri, firmata da altre 7 organizzazioni umanitarie, per un radicale cambio di rotta, che implichi uno stop definitivo alla costruzione di nuovi campi nelle isole greche, come prevede proprio il nuovo Patto europeo.

martedì 16 marzo 2021

Birmania: Onu, almeno 149 uccisi da 1 febbraio, ma sono segnalati molti più morti

ANSA
E' salito ad almeno 149 morti il macabro bilancio delle persone uccise in Birmania (Myanmar) dall'inizio delle proteste pacifiche contro il colpo di stato del primo febbraio. Lo ha denunciato oggi a Ginevra l'Alto commissariato Onu per i diritti umani, precisando che si tratta di un dato prudente.


"Ci sono molte altre segnalazioni di ulteriori uccisioni che non siamo stati ancora in grado di confermare", ha detto la portavoce Ravina Shamdasani.