Pagine

Visualizzazione post con etichetta Amnesty International. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amnesty International. Mostra tutti i post

giovedì 8 aprile 2021

Amnesty - Pubblica il "Rapporto Annuale 2020/2021" sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Amnesty International pubblica il Rapporto Annuale 2020/2021 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. La pandemia ha conseguente devastanti per i diritti umani ...

Download Report


giovedì 5 novembre 2020

Scontri etnici in Etiopia - 54 civili uccisi nella regione dell'Oromia. Sono donne , bambini, anziani di etnia Amhara

Blog Diritti Umani - Human Rights
Secondo Amnesty International, almeno 54 persone sono state uccise in un attacco dei ribelli nella regione dell'Oromia in Etiopia nel fine settimana, . 


I sopravvissuti al massacro hanno contato 54 corpi in un cortile della scuola nel villaggio di Gawa Qanqa, che è stato preso di mira domenica. Si sospetta che la strage sia stata effettuata da membri dell'Oromo Liberation Army (OLA). 

La maggior parte delle vittime erano donne, bambini e anziani, secondo i sopravvissuti che si erano nascosti nelle foreste vicine. 

È probabile che l'incidente aumenti la pressione sul primo ministro, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace lo scorso anno, con richieste di migliorare la sicurezza in un paese alle prese con la violenza etnica. 

La violenza si è verificata in un'area dell'Etiopia occidentale nota come Wollega. Gli aggressori hanno preso di mira membri del gruppo etnico Amhara, il secondo più grande dell'Etiopia, e le vittime "sono state trascinate fuori dalle loro case e portate in una scuola, dove sono state uccise". 

Lunedì scorso, il governo regionale di Oromia ha detto che gli autori appartenevano all'OLA, un gruppo accusato di rapimenti e attentati dinamitardi nell'Etiopia occidentale e meridionale. Un sopravvissuto di Wollega ha detto che la violenza è esplosa dopo che le forze di sicurezza di stanza nell'area si sono improvvisamente e inspiegabilmente allontanante, consentendo ai combattenti dell'OLA di radunare i civili e di realizzare il massacro. 

ES

Fonte: The Guardian : At least 54 killed in Ethiopia massacre, says Amnesty

lunedì 6 luglio 2020

Turchia, Amnesty "colpevole di terrorismo". Condannati i vertici dell'organizzazione. 6 anni di carcere a Taner Kilic

La Repubblica
L'ex presidente a 6 anni e 3 mesi, l'ex direttrice a 2 anni e 1 mese. Undici in tutto le condanne. Noury: "Così si riducono al silenzio coloro che difendono i diritti"


Amnesty è colpevole di terrorismo. Con questa sentenza, paradossale per i più, si è concluso a Istanbul il processo a 11 attivisti locali dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.
 

I massimi vertici dell'ong in Turchia sono stati condannati: il suo ex presidente Taner Kilic a 6 anni e 3 mesi per "associazione terroristica" e l'ex direttrice Idil Eser a 2 anni e un mese per "sostegno a un'organizzazione terroristica". Pene inflitte anche ad altri due imputati. Mentre gli altri sette, fra cui due stranieri, il tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, già liberi e rientrati nei loro Paesi, sono stati assolti. Tutti e undici erano stati arrestati con una retata nel 2017 mentre stavano facendo una riunione nell'isola di Buyukada, al largo di Istanbul. Kilic rimase 14 mesi in cella prima di essere liberato solo su cauzione. Altri otto imputati passarono 4 mesi in carcere prima di essere liberati.

Kilic, in particolare, oggi presidente onorario di Amnesty in Turchia, è stato accusato di appartenere al movimento del predicatore Fethullah Gulen, l'imam turco in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, designato da Ankara come il cervello del fallito putsch dell'estate 2016, di cui fra pochi giorni, il 15 luglio, ricorre il quarto anniversario. Il motivo principale del file di addebito nei confronti di Kilic è stato l'uso nella messaggistica di ByLock, un'applicazione di comunicazione crittografata utilizzata dai sostenitori di Gulen. Tuttavia, un rapporto della polizia aveva stabilito che Kilic non aveva questa applicazione sul suo telefono cellulare.

Marco Ansaldo

lunedì 16 dicembre 2019

Torino, prima città rifugio (shelter city) per i difensori dei diritti umani in pericolo

Corriere della Sera
Torino sarà la prima "shelter city" (città rifugio) in Italia per i difensori dei diritti umani in pericolo. L'iniziativa è stata presentata questa mattina nel capoluogo piemontese  nell'ambito di una serie di progetti che coinvolgono Amnesty International Italia, Cifa Onlus, Hreyn e Cooperativa Doc. 
Le "shelter cities" sono città disponibili a offrire rifugio temporaneo (dai tre ai 12 mesi) ai difensori dei diritti umani seriamente minacciati, all'interno dei loro paesi, a causa del loro operato.

In questi anni Amnesty International Italia ha lavorato anche insieme alla Rete "In Difesa Di - per i Diritti Umani e chi li difende" per promuovere la creazione un network di città rifugio in Italia: la Rete ha coinvolto le città di Padova e Trento in cui si sta avviando un percorso simile. Il programma di ospitalità, che Amnesty International ha già sperimentato in alcuni paesi europei, intende costruire connessioni e collaborazioni all'interno della città di Torino per contribuire a costruire una comunità solidale che riconosca i rischi che i difensori dei diritti umani affrontano, provando a facilitare iniziative che sostengano il loro benessere e consentano loro di lavorare in un clima migliore.

Il Comune di Torino predisporrà un alloggio adeguato per il beneficiario per tutta la durata del periodo di accoglienza. Il progetto partirà nel 2020 e, grazie al coinvolgimento della società civile sul territorio, si prefigge di valorizzare in maniera significativa il lavoro del difensore, con il duplice obiettivo di garantire un periodo di riposo temporaneo e promuovere occasioni di approfondimento e scambio con le organizzazioni della società civile.

Riccardo Noury

domenica 8 dicembre 2019

Ungheria - Il bavaglio di Orban. La censura si abbatte su Amnesty e Human Right Watch e somiglia a quella del periodo comunista

Huffpost
Il governo ungherese silenzia le voci delle Ong. Amnesty: "Sistema mediatico da regime comunista, non da Paese Ue". Come funziona la macchina della propaganda.
“Siamo diventati il nemico pubblico numero uno”. Mentre i telefoni non smettono di squillare nel suo ufficio a Budapest, lo chiosa con certezza netta Demeter Aron, rappresentante di Amnesty International Ungheria, organizzazione finita insieme a Human Right Watch, ancora una volta, nell’inesorabile mirino censorio del governo Orban. 

Il quotidiano ungherese Nepszava pochi giorni fa ha riportato che alla MTVA, agenzia sotto controllo governativo, con una comunicazione interna è stato vietato ai giornalisti di pubblicare o citare report delle due organizzazioni riguardo le violazioni dei diritti umani nel Paese.

Un argomento dopo l’altro, lo spazio per il libero dibattito in Ungheria “si restringe dal 2016, anno della crisi migratoria. Gli spazi di critica al potere si stanno definitivamente contraendo. Non siamo in una situazione paragonabile a quella vissuta nel Paese di Putin o Erdogan, ma la nostra attività è impedita in molti modi: è veramente dura per noi lavorare qui se consideriamo che stiamo parlando di uno Stato europeo”, continua Aron parlando all’HuffPost. Una notizia alla volta, tutte le informazioni avverse al partito di Orban, Fidesz, vengono obliate, secretate o cancellate, insieme a quelle negative in arrivo da Mosca o Istanbul, Paesi alleati.

Aron non vede alcun miglioramento immediato all’orizzonte: “Il super potere del Governo sulla stampa non cambierà a breve”. L’ecosistema mediatico magiaro, mai così stretto nella morsa della sorveglianza governativa dagli anni ’90 e dalla caduta dell’Unione Sovietica, ormai “assomiglia a quello comunista, per il livello di controllo esercitato” ha detto Zselyke Csaky, analista della Freedom House Europa e Eurasia.

Continua a leggere l'articolo >>>

lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

giovedì 11 aprile 2019

Rapporto Amnesty 2018: "Declino della pena di morte in tutto il mondo"

Amnesty International
Nel nostro rapporto globale sulla pena di morte registriamo, per il 2018, un dato positivo: l’anno appena passato è stato quello con il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l’eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato.

La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.



Pena di morte 2018: Una buona notizia

Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.

Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.

A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati.

Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita”, ha sottolineato Naidoo

Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere”, ha commentato Naidoo.

mercoledì 20 marzo 2019

Condizioni abitative dei Rom in Italia: presentato un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali

Amnesty Italia
Sgomberi forzati, uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e mancato accesso all’edilizia sociale: sono questi i principali punti sulla base dei quali abbiamo presentato il nostro primo ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.


“È uno scandalo che in una delle maggiori economie europee del 21° secolo alcune delle persone e famiglie più vulnerabili continuino a vivere in condizioni agghiaccianti e a subire un’endemica discriminazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lucy Claridge, direttrice dei Contenziosi strategici di Amnesty International.

Il nostro ricorso mette insieme anni di documentazione di violazioni diffuse e sistemiche della Carta sociale europea e di altri trattati internazionali e regionali vincolanti per l’Italia e mostra come, nonostante iniziative come la strategia nazionale d’integrazione adottata nel 2012, la realtà per i rom resta quella di discriminazione ed esclusione sociale.

“Amnesty International ha documentato numerosi casi di sgomberi forzati, nonostante siano assolutamente proibiti dal diritto internazionale, così come di famiglie che vivono in condizioni terribili e segregate dal resto della popolazione. Dopo il recente sgombero del Camping River di Roma, eseguito nel luglio 2018 col pieno appoggio del ministro dell’Interno e che ha lasciato decine di persone senza un tetto, siamo preoccupati per la determinazione dell’attuale governo a smantellare i campi rom senza fornire alcuna opzione abitativa alternativa adeguata“, ha proseguito Claridge.

Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom comprendono l’assenza di infrastrutture e servizi di base come l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell’alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti.

Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l’unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall’accesso all’edilizia sociale in molte città.

“Le prove presentate al Comitato dei diritti sociali dimostrano che siamo di fronte a un problema che non solo dura da tempo ma che le autorità italiane non intendono affrontare, nonostante i loro obblighi di diritto internazionale“, ha proseguito Claridge.

Sulla base di denunce simili già due volte, tra cui nel 2010, ai tempi della cosiddetta “emergenza nomadi” proclamata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Comitato aveva stabilito che l’Italia aveva violato gli obblighi previsti dalla Carta sociale europea.

Come dimostra il nostro ricorso, i rom sono stati abbandonati da un governo dopo l’altro e il loro futuro si presenta tetro anche sotto l’attuale amministrazione”, ha commentato Claridge.

Secondo studi recenti, in Italia circa 26.000 rom vivono in campi e insediamenti, sia informali che allestiti dalle autorità, così come in centri segregati dove sono a continuo rischio di subire sgomberi forzati. La continua assenza di dati relativi alla composizione e ai bisogni della popolazione rom in Italia è stata ripetutamente criticata da organismi internazionali per i diritti umani, da ultimo nel 2017 da parte del Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente criticato l’Italia perché alimenta intolleranza, razzismo e xenofobia. La pressione internazionale rimane fondamentale per dare voce alla disperazione di queste famiglie e delle singole persone marginalizzate. Ci auguriamo che il Comitato dei diritti sociali esprima una netta condanna nei confronti dell’Italia per non essere venuta incontro ai bisogni della comunità rom. Nel ricorso abbiamo suggerito quali provvedimenti l’Italia dovrebbe prendere: tra questi, il divieto di sgomberi forzati sia nella legge che nella prassi, l’offerta di alternative adeguate alle persone segregate nei campi, la revisione del sistema dell’edilizia sociale per eliminare le norme discriminatorie e l’aumento dell’offerta di case popolari disponibili secondo gli attuali bisogni”, ha concluso Claridge.

domenica 17 marzo 2019

Iran. Amnesty: violenza senza precedenti contro le donne che tolgono il velo

La Stampa
Le iraniane che protestano contro le imposizioni dei religiosi e si tolgono il velo in pubblico devono fronteggiare un "livello di violenza senza precedenti". Botte, arresti, minacce di morte. La nuova ondata di repressione è denunciata in un rapporto di Amnesty International, che ha rilanciato il lavoro delle attiviste de "La mia videocamera, la mia arma".


Il giro di vite arriva in concomitanza della nomina da parte della guida suprema Ali Khamenei dell'oltranzista Ebrahim Raisi a capo del potere giudiziario. Una svolta "a destra", che sembra essersi concretizzata subito con la condanna abnorme subita dall'avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh: 33 anni di carcere e 148 frustate. 

Fra i capi di accusa c'era anche quello di essersi tolta il velo in pubblico e questo dimostra come il tema sia diventato centrale nel tentativo dell'ala radicale del regime di rinsaldare la presa sul Paese. Amnesty International ha raccolto centinaia di filmati delle attiviste. Mostrano i poliziotti "che le insultano e le minacciano, ordinano di rimettersi il velo, distribuiscono fazzoletti per togliere il trucco". Ma non basta. Gli agenti "le schiaffeggiano, le picchiano coi manganelli, le ammanettano".

Un filmato mostra una discussione fra una donna e un uomo in borghese, che alla fine "la insulta e le spruzza in volto spray al peperoncino". Mariti che reagiscono In un video c'è un uomo in borghese accanto a un furgone della polizia, mentre punta con un'arma un uomo e una donna intervenuti per impedire un arresto. Ma ci sono anche casi di mariti o compagni delle donne in strada senza velo che reagiscono alle angherie e minacciano a loro volta gli agenti e i basiji, i volontari filo-governativi, segno di una insofferenza crescente nei confronti delle imposizioni religiose. Il velo obbligatorio è però un simbolo troppo importante della Repubblica islamica.

Il rispetto della "decenza" e del "pudore" sono considerati imprescindibili. Una coppia di fidanzati, domenica scorsa, è finita agli arresti per essersi abbracciata in pubblico alla festa di fidanzamento e dopo che il video "scandaloso" era finito in Rete. Ma proprio Internet è anche il motore delle proteste, per esempio attraverso la pagina Facebook "La mia libertà clandestina", la diffusione dei video di denuncia, o l'organizzazione dei "mercoledì bianchi", quando le donne indossano una sciarpa in segno di protesta.

In base alla sharia le donne debbono coprirsi i capelli in pubblico dopo aver compiuto nove anni e se non rispettano l'imposizione sono punite con un multa o l'incarcerazione fino a due mesi. L'obbligo del velo, come sottolinea Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International, viene ormai utilizzato "per giustificare aggressioni in strada contro le donne e le ragazze".

Giordano Stabile

sabato 23 febbraio 2019

Stati Uniti. Amnesty: "Via pena di morte solo per risparmiare? Ok, purché lo facciano"

gnewsonline.it
Secondo il Wall Street Journal in sei Stati degli Usa si sta discutendo una proposta - avallata anche dai Repubblicani - per abolire la pena di morte. Si tratta di Kansas, Kentucky, Missouri, Montana, Wyoming e New Hampshire. 

In Alabama se ne discuterà nei prossimi mesi. La motivazione non è legata a valori etici. "Va abolita perché costa troppo alle casse dello Stato" è l'opinione dei proponenti. Ne parliamo con Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana di Amnesty International.

"Non bisogna stupirsi - premette Marches, negli Stati Uniti l'approccio a questo tema è molto pragmatico. In Europa i favorevoli e i contrari alla pena di morte si basano su argomentazioni di carattere filosofico, etico o religioso. Negli Usa sappiamo che la maggioranza della popolazione in linea di principio è tendenzialmente favorevole ma poi scattano altre valutazioni".

Quali?
"Si interrogano se la pena di morte sia utile o meno, se serva effettivamente come deterrente ossia se rappresenti uno strumento realmente efficace per la prevenzione dei crimini".
Una domanda a cui voi rispondete no...
"Certo, secondo noi di Amnesty International la pena di morte non funge da deterrente. Ma non lo diciamo soltanto noi, lo testimoniano anche gli studi criminologici delle Nazioni Unite. Però poi entrano in gioco anche altri fattori, per esempio nell'Illinois la pena capitale è stata abolita perché sono stati registrati troppi errori giudiziari. Badi bene, non si è trattato di un'abolizione per principio ma soltanto perché, dopo averle giustiziate, si sono resi conto che molti condannati erano innocenti".

Invece ora subentrano delle considerazioni più strettamente economiche...
"Fino a qualche tempo fa c'era chi sosteneva che la pena dell'ergastolo avesse un costo più alto per la società perché lasciare in carcere un detenuto, che ha commesso un grave crimine, voleva dire mantenerlo in vita per trenta o quarant'anni. In realtà non è così perché il modo in cui si svolgono i processi capitali, gli appelli, le istanze per la grazia, nonché l'esigenza di tenere efficienti tutte le strutture e le strumentazioni necessarie a dare la morte al condannato fanno in modo che una condanna capitale costi di più per lo Stato rispetto a una lunga pena detentiva".

E qual è la vostra reazione di fronte a questi conti?
"A noi di Amnesty International, ma posso dire a tutto il movimento abolizionista, interessa l'obiettivo finale che è quello appunto di cancellare ovunque la pena di morte. Noi siamo fermamente convinti che lo strumento della pena capitale sia ingiusto ma con quei Paesi che decidono, in maniera molto pragmatica, di non praticarla per convenienza economica, dialoghiamo volentieri. E accogliamo la loro decisione. Ci mancherebbe".
Tra gli Stati che starebbero per prendere la decisione di rinunciare definitivamente alla pena di morte ce ne sono due - Kansas e New Hampshire - che da molto tempo non fanno più esecuzioni capitali. Sembra un controsenso...
"No, perché la macchina della pena capitale è molto costosa: si devono mantenere in funzione gli strumenti che servono a mettere a morte, gli uffici giudiziari competenti, il personale, la commissione per valutare le domande di grazia, i bracci della morte. Sono settori vuoti ma ci sono. In realtà stiamo parlando di Stati che di fatto hanno smesso da tempo di fare esecuzioni capitali. Questa decisione comporterebbe lo smantellamento dell'apparato e farebbe diventare questa tendenza una scelta definitiva".

Invece c'è lo Stato del Texas che continua a praticarla convintamente e che neanche si pone il problema economico..."Sì, il Texas continua a mandare a morte, le esecuzioni sono state 559 dal 1976 a oggi. Magari decidesse di tornare sui propri passi".

Sarebbe un esempio importante anche per tutti quei Paesi che continuano a condannare a morte...

"E' chiaro. La strategia per l'abolizione della pena di morte è molto articolata, ha tempi lunghi e si procede un passo alla volta. Però oggi, nel mondo, c'è una sensibilità diversa rispetto a quarant'anni fa: nel 1975 o nel 1980 la maggioranza delle nazioni era favorevole, ormai si va verso l'abolizione".
Come si costruisce una cultura in questo senso?
"Prima le scelte devono essere fatte dalle autorità, secondo proprie motivazioni, poi una volta attuate - quando si vede che non c'è un aumento della criminalità - i cittadini si abituano al fatto di essere in uno Stato abolizionista. Normalmente il consenso all'abolizione cresce successivamente al provvedimento".

Massimo Filipponi

mercoledì 9 gennaio 2019

Indonesia. Rilasciato dopo 11 anni di carcere l'attivista Johan Teterissa

amnesty.it
Dopo 11 anni di carcere, Johan Teterissa, insegnante, attivista e pacifista indonesiano, è stato finalmente rilasciato il 25 dicembre 2018. Johan aveva partecipato ad una protesta pacifica di fronte al Presidente dell'Indonesia nel 2007. Ora vive nella sua città natale sulle isole Molucche, insieme alla sua famiglia.

Con lui è stato rilasciato anche un altro prigioniero di coscienza: Johanis Riry. Sfortunatamente, gli altri sei prigionieri di coscienza di molucchesi sono ancora nella prigione di Ambon. Johan Teterissa ha ringraziato tutti i nostri sostenitori che hanno partecipato alla campagna per chiederne la liberazione. Ha inoltre fatto sapere che le lettere di solidarietà ricevute hanno rappresentato un sostegno per lui e per tutti gli altri prigionieri di coscienza delle isole Molucche che vivono a migliaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie.

La storia di Johan Teterissa - Prima di essere imprigionato, Johan Teterissa era insegnante di scuola elementare. Il 29 giugno 2007, in occasione della Festa nazionale della famiglia, il governo aveva organizzato una cerimonia nel capoluogo delle Molucche, Ambon. Questa città è un luogo strategico per il governo centrale: il cuore dell'irredentismo indipendentista ma, soprattutto, il centro di uno scontro religioso tra cristiani e musulmani che, tra il 1999 e il 2002, ha fatto migliaia di vittime e che non sembra del tutto ricomposto.

All'alba del 29 giugno 2007, Johan insieme ad altri 21 attivisti, insegnanti e contadini, supera i cordoni di sicurezza, inscena davanti al presidente una danza tradizionale di guerra e, al termine, sventola la "Benang Raja", la bandiera simbolo del movimento d'indipendenza per la Repubblica delle Molucche meridionali.

Immediatamente arrestati e presi a calci e pugni non appena fuori dalla vista del presidente, i 22 attivisti furono portati alla stazione di polizia di Ambon e lì torturati per 11 giorni: li hanno fatti strisciare con la pancia sull'asfalto rovente, infilato palle da biliardo in bocca, frustato con cavi elettrici, esploso colpi di fucile vicino alle loro orecchie e colpiti col calcio dei fucili, sempre sulle orecchie, fino a farli sanguinare.

Mentre le denunce di queste torture non sono state prese in considerazione, il 4 aprile 2008 Teterissa è stato condannato all'ergastolo per aver commesso il reato di "ribellione". La pena è stata ridotta a 15 anni. Senza il nostro intervento la sua condanna sarebbe terminata nel 2023. Nel marzo 2009, Teterissa viene trasferito in una prigione sull'isola di Giava, a migliaia di chilometri di distanza da Ambon. Per i suoi familiari, andare a trovarlo è praticamente impossibile.

mercoledì 2 gennaio 2019

Turchia - Dopo 14 mesi scarcerato Taner Kılıç, Presidente onorario di Amnesty International Turchia

Amnesty Italia
Finalmente, dopo oltre 14 mesi di carcere, la sera del 15 agosto il presidente onorario di Amnesty International Turchia, Taner Kılıç, ha potuto riabbracciare la moglie e le loro figlie.


In mattinata un tribunale di Istanbul aveva disposto la scarcerazione del noto avvocato per i diritti umani.

“Siamo felicissimi per questa notizia. C’è voluto oltre un anno di campagne e di mobilitazioni per arrivare a questo punto“, ha dichiarato Kumi Naidoo, nuovo segretario generale di Amnesty International.

Insieme alla gioia e al sollievo, tuttavia, restano dolore, rabbia e una profonda determinazione. Dolore per tutte le cose che Taner si è perso durante la sua crudele prigionia. Rabbia perché le infondate accuse contro di lui e altri 10 difensori dei diritti umani non sono state annullate. Determinazione a continuare la nostra lotta per i diritti umani in Turchia e per il rilascio di tutti gli altri difensori dei diritti umani, dei giornalisti e delle altre persone finite ingiustamente in carcere durante una crudele repressione“, ha aggiunto Naidoo.

lunedì 31 dicembre 2018

Amnesty International - Diritti Umani - Le migliori buone notizie del 2018

Amnesty Italia
25 gennaio - Una corte d'appello dell'Iran annulla la condanna a morte di Saman Naseem, giudicato colpevole di un omicidio commesso a 17 anni. Nel febbraio 2015 gli appelli (quasi 300.000 complessivamente da Amnesty International) avevano consentito la sospensione all'ultimo minuto dell'impiccagione. La condanna a morte è stata sostituita da una pena detentiva di cinque anni.
22 febbraio - Yusuf Ruzimuradov - il giornalista dell'Uzbekistan da più anni in prigione al mondo dopo che l'anno prima era stato rilasciato un altro giornalista uzbeco, Muhammad Bekzhanov - viene rilasciato dopo 19 anni di carcere. Nel 1999 era stato giudicato colpevole di "sedizione", al termine di un processo politico, per gli articoli pubblicati sul quotidiano "Erk" (Libertà), poi messo al bando.

13 marzo - Maira Verónica Figueroa, torna in libertà a seguito della decisione di un tribunale di El Salvador di dimezzare la sua condanna. Nel 2003 era stata condannata a 30 anni di carcere per il reato di omicidio aggravato dopo aver dato alla luce un bambino nato morto.

5 aprile - Tadjadine Mahamat Babouri, un blogger del Ciad conosciuto da tutti come Mahadine, è rilasciato su decisione dell'Alta corte in quanto la sua detenzione preventiva aveva ecceduto i limiti previsti dalla legge. Era in carcere dal 30 settembre 2016 con le accuse di aver minacciato l'ordine costituzionale, l'integrità territoriale e la sicurezza nazionale nonché di aver collaborato con un movimento insurrezionalista, per le quali rischiava l'ergastolo.

15 maggio - In Malaysia viene rilasciato Anwar Ibrahim, il più noto oppositore politico del paese. Per 20 anni le autorità del paese, attraverso accuse e condanne pretestuose per sodomia e corruzione, avevano cercato di tappargli la voce. Sin dal 1998 Amnesty International lo aveva adottato come prigioniero di coscienza.

26 giugno - Noura Hussein, donna condannata a morte in Sudan per aver ucciso in un atto di autodifesa il marito stupratore che era stata costretta a sposare da minorenne, ha ottenuto la commutazione della pena in cinque anni di reclusione e un risarcimento di circa 7200 euro alla famiglia della vittima.

4 luglio - Otto ex militari vengono condannati a 18 anni di carcere da un tribunale del Cile per il sequestro e l'omicidio del cantautore, direttore teatrale e docente universitario Víctor Jara.

20 agosto - Dopo oltre 700 giorni di carcere un provvedimento di grazia del re della Cambogia libera Tep Vanny, la leader del movimento per il diritto alla casa condannata a due anni e mezzo di carcere nel febbraio 2017 per il pretestuoso reato di "violenza intenzionale aggravata".

27 settembre - Dodici stati dell'America Latina e dei Caraibi firmano l'Accordo di Escazú, il primo trattato vincolante in materia di protezione del diritto a ricevere informazioni, partecipazione delle comunità e accesso alla giustizia su questioni ambientali e che contiene precise disposizioni a tutela dei difensori del diritto all'ambiente.

30 ottobre - Haytham Mohamdeen, difensore dei diritti umani e avvocato del lavoro in Egitto, è rilasciato dopo oltre cinque mesi di carcere. Era stato arrestato il 18 maggio per "protesta non autorizzata" e "appartenenza a gruppo terroristico" nel contesto di una serie di manifestazioni pacifiche contro le misure di austerità adottate dal governo, nonostante non vi avesse preso parte.

13 novembre - Il parlamento del Libano approva la Legge sulle sparizioni forzate. Si tratta del primo riconoscimento ufficiale della sofferenza dei parenti delle oltre 17.000 persone scomparse durante il conflitto armato durato 15 anni, dal 1975 al 1990.

17 dicembre - La Corte suprema della Tailandia dichiara innocente e assolve Denis Cavatassi, il cittadino italiano arrestato nel 2011 e condannato alla pena di morte nel 2016 con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del suo socio d'affari. 

giovedì 13 dicembre 2018

121 premi Nobel chiedono la scarcerazione di Ahmadreza Djalali: l’appello al leader supremo dell’Iran

Amnesty Italia
In una lettera aperta pubblicata il 9 dicembre 2018, 121 premi Nobel hanno chiesto al leader supremo dell’Iran Ali Khamenei che il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, un medico e studioso imprigionato in Iran dal 2016, riceva “la migliore assistenza medica possibile“, “sia trattato umanamente e in modo equo” e gli sia permesso “di tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli e continuare il suo lavoro accademico a beneficio dell’umanità“.

Ahmadreza Djalali
La lettera è stata presentata dai sostenitori di Djalali alla cerimonia di premiazione del premio Nobel a Stoccolma il 10 dicembre.

Djalali fu arrestato nell’aprile 2016, dopo un breve viaggio in Iran, e dichiarato colpevole di aver passato informazioni su due scienziati nucleari iraniani al Mossad, prima che venissero uccisi. Condannato a morte al termine di un processo profondamente irregolare, il ricercatore si è sempre professato estraneo alle accuse.

A febbraio 2018, la sezione 33 della Corte suprema iraniana ha di fatto respinto la richiesta di revisione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali, il ricercatore specializzato in medicina dei disastri, nato in Iran e residente in Svezia, già collaboratore dell’Università del Piemonte Orientale.

La moglie di Djalali ha anche dichiarato al Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) che suo marito è stato costretto a leggere una confessione che è stata successivamente trasmessa dalla tv di stato, e che durante gli interrogatori gli è stato intimato di leggere quella confessione sotto la minaccia di morte per i suoi figli e la sua famiglia.

La salute di Djalali è notevolmente peggiorata da quando è stato imprigionato senza un giusto processo più di due anni fa.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente sollevato preoccupazioni sul caso di Djalali riportandole direttamente alle autorità iraniane, inclusa una comunicazione emessa nel febbraio 2017.

lunedì 10 dicembre 2018

Rapporto Amnesty - Italia sotto accusa: "Gestione repressiva dei migranti e attacco ai diritti umani, retorica xenofoba nella politica, sgomberi senza soluzioni alternative"

La Repubblica
L'organizzazione internazionale accusa il governo Conte per la strategia in materia di immigrazione, ma anche l'industria delle armi.

"Gestione repressiva del fenomeno migratorio", "erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", "retorica xenofoba nella politica", "sgomberi forzati senza alternative". Non è un quadro positivo dell'Italia, quello delineato dal rapporto "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019", pubblicato da Amnesty International in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il governo Conte, scrive la ong, "si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio", in cui "le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo". 

Parlando del Dl sicurezza, Amnesty afferma che contiene misure che "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia".

Amnesty International Italia segnala inoltre il "massiccio ricorso" da parte di alcuni candidati e partiti politici a "stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari nel corso della campagna elettorale" di quest'anno. 

Nel 2018 gli sgomberi forzati "sono continuati", colpendo soprattutto famiglie rom e gruppi di rifugiati e migranti, "senza l'offerta di alternative abitative adeguate da parte delle autorità". La "linea dura" dettata dal nuovo esecutivo sugli sgomberi "rischia di fare aumentare nel 2019 il numero di persone e famiglie lasciate senza tetto e senza sistemazioni alternative".
Nel corso del 2018 è proseguita la fornitura di armi a paesi in guerra come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, esportazioni che violano la legge e il Trattato internazionale sul commercio delle armi" ratificato nel 2014. A settembre è partita la sperimentazione sulle pistole a impulsi elettrici (Taser) in dotazione alle forze di polizia, per le quali l'organizzazione ha espresso preoccupazione sui rischi per la salute".

giovedì 20 settembre 2018

Aumenta l'export di armi. Amnesty: Italia complice di crimini di guerra in Yemen

La Repubblica
Con la guerra l'export di armi è cresciuto a dismisura. Le Ong protestano, i governi discutono. Ma a Roma è rimpallo tra Difesa ed Esteri. Davanti ai massacri dello Yemen e allo strazio dei civili, nessuno può nascondere le sue responsabilità. 


Amnesty International punta il dito contro gli Stati produttori di armamenti, che con questa guerra hanno moltiplicato a dismisura i loro affari: "Chi vende armi alla coalizione a guida saudita rischia di essere ricordato come complice di crimini di guerra", denuncia Steve Cockburn, vicedirettore per gli Affari globali.

Nel mirino c'è il governo spagnolo, che il 4 settembre aveva annunciato di non voler più vendere a Riad le bombe a guida laser e il 12 settembre ha fatto una precipitosa marcia indietro, con tutta probabilità legata all'irritazione dell'Arabia Saudita, che avrebbe cancellato anche l'acquisto di cinque corvette per due miliardi di euro.

Madrid deciderà domani, ma il "pentimento" Usa del 2016, in un contesto simile, fa pensare che le pressioni del Regno siano pesanti. Alla potenza economica di Riad ha resistito, solo in parte, la Germania, che ha bloccato però solo le nuove licenze di export verso Arabia, Emirati e Turchia. I governi hanno una foglia di fico ideale nella non lineare situazione yemenita: il Consiglio Onu per i diritti umani l'ha definita "un conflitto armato non internazionale", pur ricordando che il diritto umanitario è comunque cogente.

E la risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza ha dato via libera alla coalizione che doveva sostenere il governo in carica. Ma nonostante in Yemen sia impossibile l'accesso ai giornalisti, in Europa il dibattito è aperto. Ieri Elisabetta Trenta ha scritto su Facebook che aveva chiesto al collega Enzo Moavero Milanesi una verifica di legalità sulla fornitura di bombe italiane RWM all'Arabia Saudita.

La titolare della Difesa ha sottolineato che "finora, erroneamente, si era attribuita la paternità della questione al ministero della Difesa, mentre la competenza è del ministero degli Affari Esteri (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento)". In realtà l'Autorità per gli armamenti, ospitata al ministero degli Esteri e diretta da un diplomatico, è un ente amministrativo, con personale di altri dicasteri.

Come tale si conforma alle linee di indirizzo politico della Farnesina ma anche della Difesa, da cui vengono valutazioni di merito per le diverse autorizzazioni. Il problema è che queste direttive politiche, oltre che su post nei social network, devono passare per procedure formali, e per ora non è successo. Durante la scorsa legislatura le mozioni dei Cinque stelle che chiedevano l'embargo totale sono state respinte.

Il governo potrebbe fermare le consegne già autorizzate, ma aprendo la strada a complicati contenziosi giuridici. E a oggi non c'è traccia del fondo previsto per la riconversione dei lavoratori impegnati nel settore. Le vendite italiane, come per gli altri Paesi esportatori, erano esplose con gli scontri in Yemen: secondo i dati del Sipri da 31 milioni di dollari nel periodo 2008-2012 erano arrivate a 226 milioni fra il 2013 e il 2017.

Nel solo 2016 l'Autorità per gli armamenti ha autorizzato vendite (da diluire in più anni) per 427 milioni di euro. Ora però le nuove licenze sono crollate e non arrivano a otto milioni per i primi sei mesi del 2018: in questa cifra non sono previste nuove autorizzazioni di export per le bombe della RWM.

giovedì 16 agosto 2018

Turchia - Liberato il presidente di Amnesty Taner Kilic in carcere da 14 mesi accusato di legami con Gulen

Ansa
E' uscito dal carcere turco dov'era detenuto Taner Kilic, il presidente onorario di Amnesty in Turchia, in prigione da 14 mesi con l'accusa di legami con la rete dell'imam Fethullah Gulen, considerato responsabile da Ankara del tentato golpe del 2016. Ma resta sotto processo.


Ne da notizia il portavoce Amnesty Italia Riccardo Noury. In precedenza il segretario generale di Amnesty International, Kumi Naidoo, aveva reso noto la decisione della giustizia turca di rilasciare l'attivista.

sabato 11 agosto 2018

Migranti, Amnesty International accusa Italia, Malta e Europa: "Collusi con la Libia"

La Repubblica
In un rapporto di 27 pagine sostiene che fra giugno e luglio sono morte 721 persone in mare e sono più che raddoppiati (da 4.400 a 10mila) gli internati nei centri libici. "L'Ue più preoccupata di tenere le persone fuori piuttosto che salvare vite umane"

Amnesty International accusa l'Italia, Malta e l'Europa di essere "collusi con i libici" e di usare come "moneta di scambio le vite dei migranti". 'Tra il diavolo e il mare blu profondo. I fallimenti dell'Europa su rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale' è il titolo di un rapporto di 27 pagine in cui Amnesty sostiene che soltanto fra giugno e luglio siano morte più di 721 persone in mare, mette in evidenza le nuove politiche italiane che hanno lasciato le persone bloccate in mare per giorni e analizza come i paesi dell'Unione europea stiano cospirando per contenere rifugiati e migranti in Libia, dove sono esposti a torture e abusi.

"Nonostante il calo del numero di persone che cerca di attraversare il Mediterraneo negli ultimi mesi, il numero dei morti in mare è salito. La responsabilità per il numero crescente di vittime ricade sui governi europei che sono più preoccupati di tenere le persone fuori piuttosto che salvare vite umane", ha affermato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty esperto di asilo e migrazione. 
"Le politiche europee hanno autorizzato la Guardia costiera libica a intercettare le persone in mare, tolto la priorità ai salvataggi e ostacolato il lavoro vitale delle Ong di salvataggio. Il recente aumento di le morti in mare non è solo una tragedia: è una vergogna".
Sono più che raddoppiati, dai 4.400 di marzo ai 10.000 di fine luglio (compresi 2.000 fra donne e bambini), gli internati nei centri libici. "Virtualmente - scrive Amnesty - sono tutte persone intercettate in mare e riportate in Libia dalla Guardia costiera libica che è equipaggiata, addestrata e supportata da governi europei".Per questo, secondo l'Ong, "i governi europei sono collusi con le autorità libiche per contenere in Libia i rifugiati e i migranti, a dispetto degli orribili abusi che rischiano per mano della Guardia costiera libica e nei centri di detenzione in Libia. I piani di espandere questa politica di esternalizzazione nella regione sono profondamente preoccupanti", afferma de Bellis.

Durante lo scorso anno, i governi europei non sono riusciti a raggiungere un accordo su riforme cruciali per il sistema di Dublino, che avrebbero potuto aiutare a evitare qualsiasi controversia sullo sbarco in Europa delle persone salvate in mare. "In risposta a ciò, l'Italia ha cominciato a negare l'ingresso nei suoi porti alle navi che trasportavano persone salvate". Questa nuova politica si rivolge alle navi delle Ong, alle navi mercantili e persino alle navi della marina straniera. Ritardi non necessari nello sbarco costringono le persone che necessitano di assistenza urgente - compresi i feriti, le donne incinte, i sopravvissuti alla tortura, le persone traumatizzate da naufragi e minori non accompagnati - a rimanere in mare per diversi giorni.
"Nel suo insensibile rifiuto di permettere ai rifugiati e ai migranti di sbarcare nei suoi porti, l'Italia sta usando vite umane come merce di contrattazione. Le persone disperate sono state lasciate bloccate in mare con insufficiente cibo, acqua e riparo, mentre l'Italia cerca di aumentare la pressione politica per condivisione della responsabilità in altri stati europei"
ha affermato ancora Matteo de Bellis. "Inoltre, le autorità italiane e maltesi hanno denigrato, intimidito e criminalizzato le Ong che cercano di salvare vite in mare, rifiutando alle loro barche il permesso di sbarcare e le ha anche confiscate".

"L'Italia e gli stati e le istituzioni europei devono agire con urgenza per dare la priorità al salvataggio in mare, e assicurare che i soccorsi siano sbarcati tempestivamente in paesi in cui non lo saranno esposti a gravi abusi e dove possono chiedere asilo". Il rapporto descrive anche i casi recenti in cui sono state violate le leggi internazionali segnalati. Questo include un incidente il 16-17 luglio, quando l'Ong Proactiva ha trovato una donna ancora viva e due corpi su un relitto che affondava dopo l'intervento della Guardia costiera libica e il respingimento verso la Libia di 101 persone dalla nave commerciale italiana Asso Ventotto il 30 luglio. "Questi gravi incidenti devono essere tempestivamente e adeguatamente investigati", ha concluso Matteo de Bellis.

martedì 7 agosto 2018

Appello Amnesty - Stop bambini soldato in Congo

Amnesty.it
Nel 2016 nel Kasai, regione centrale della Repubblica democratica del Congo, è scoppia una terribile guerra civile a causa della quale centinaia di bambini sono esposti a orrende violenze. Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel maggio 2018, il 60% dei membri dei gruppi armati sono bambini.


Migliaia di bambini sono stati reclutati con la forza o ingannati per combattere nel conflitto da gruppi armati come il Kamuen Nsapu.
I bambini che hanno parlato con i nostri ricercatori nel 2017, hanno raccontato di essere stati costretti a partecipare al combattimento, a sostenere ferite da proiettili e stupri.

Il governo della Repubblica democratica del Congo deve adottare misure efficaci per proteggere i minori dal reclutamento forzato o volontario o dall’uso nelle forze armate e altri abusi da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto in questa regione; e assicurare che gli ex bambini soldato abbiano accesso a programmi di sostegno a lungo termine funzionali al loro reinserimento nella comunità.

sabato 4 agosto 2018

Amnesty - La Russia ci ha impedito d’incontrare in carcere il regista ucraino Oleg Sentsov

amnesty.it
Le autorità russe hanno negato ad Amnesty International il permesso d'incontrare il regista ucraino Oleg Sentsov, detenuto in una colonia penale della regione artica e in sciopero della fame da oltre 80 giorni. 


"Impedirci d'incontrare Sentsov, che è quasi al terzo mese di sciopero della fame, è una pretesa indifendibile. Avevamo in programma di visitare Oleg insieme a un medico indipendente per esaminare il suo stato di salute. Per sciogliere ogni dubbio sulle condizioni di salute del detenuto e valutare l'adeguatezza dell'assistenza medica che gli viene fornita, questa visita rimane fondamentale", ha dichiarato Oksana Pokalchuk, direttrice di Amnesty International Ucraina.

"Amnesty International continua a chiedere l'immediato rilascio di Oleg Sentsov e chiede che, finché resterà in stato di detenzione, sia visitato da personale medico qualificato che gli fornisca cure mediche coerenti coi principi etici sanitari, tra i quali quelli della confidenzialità, dell'autonomia e del consenso informato. Le autorità russe dovrebbero inoltre consentire al personale del consolato ucraino di visitare il detenuto", ha aggiunto Pokalchuk.

Il 30 luglio 2018, l'ufficio di Amnesty International a Mosca ha ricevuto una lettera da parte di Valery Balan, vicedirettore della Direzione penitenziaria federale della Russia. Nella lettera, oltre a negare senza alcuna spiegazione il permesso di visitare Sentsov nella colonia penale di Labytnangi, si affermava che le sue condizioni di salute sono stabili e che non sono in atto "dinamiche negative". 

Oleg Sentsov è un regista ucraino condannato a 20 anni di carcere, al termine di un processo iniquo, per "terrorismo", solo per essersi opposto all'occupazione russa della Crimea. Dal 14 maggio 2018 è in sciopero della fame per protestare contro la detenzione, politicamente motivata, di decine di cittadini ucraini nella Federazione Russa.