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sabato 24 settembre 2022

Mozambico, la guerra dimenticata di Cabo Delgado nel Nord. Imperversa da 5 anni, 4 mila morti e un milione hanno abbandonato i villaggi

Vita
Cabo Delgado è una provincia dell’estremo nord mozambicano, scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene


I primi attacchi si sono scagliati contro i simboli dell’autorità statale e del governo. Uffici, sedi amministrative, stazioni della polizia. Poi hanno appiccato il fuoco a scuole e ospedali, poi il loro obiettivo sono diventati le donne e gli uomini, aggrediti, uccisi barbaramente nelle loro incursioni notturne, senza badare a distinzioni etniche e religiose.
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La guerriglia è scoppiata nelle remote aree del nord del Mozambico dal 2017, seminando una violenza che a oggi è costata la vita a oltre 4mila persone, secondo i dati raccolti dall’osservatorio Cabo Ligado. E che negli ultimi due mesi si è spinta sempre più a sud, nei distretti di Ancuabe, Chiure e Mecufi. Le strade che si diramano da Metoro sono diventate scenari di potenziali imboscate per le jeep in transito. Fino a superare lo scorso giugno, per la prima volta, il confine del fiume Lurio che divide le province di Cabo Delgado e Nampula e oltre cui si trova la missione di suor Maria, a Chipene.

La situazione è fluida ma sono circa venti i campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie, molti di questi agglutinati intorno a Metuge, a due ore dalla capitale provinciale Pemba. Sono cresciuti a dismisura in distese di tende o capanne di fascine e fango confusamente allineate sui dorsi delle colline, attorno ai piccoli villaggi preesistenti, e dove qualche rifugiato ha iniziato a praticare agricoltura di sussistenza o microscopici commerci fra i sentieri polverosi, lontani dall’ombra degli alberi. E dove si va avanti con le razioni del World Food Program, che arrivano una volta al mese.
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I rifugiati arrivano dalle zone di Mocímboa da Praia, Palma, Macomia e Quissanga, Muidumbi e Nangade dalla parte più settentrionale di Cabo Delgado che ora è avvolta nel buio. Qualcuno dei profughi va e viene anche per badare a quel che resta dei propri villaggi, si entra con pass speciali ma è difficile valutare lo stato attuale delle infrastrutture per chi vi è rimasto a vivere, circa un milione di persone, mentre le autorità stanno spingendo le persone a ritornare a Mocímboa da Praia, considerata relativamente normalizzata.
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Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie da parte di persone arrivate da fuori, dalle multinazionali, da funzionari corrotti, sono una formidabile arma di propaganda per i jihadisti tra i giovani delle piccole comunità disseminate nel mato, la foresta, che non vedono futuro davanti a loro. S’intuisce dalle parole di Bernardo, agricoltore e capo villaggio del campo profughi di Ngalane, dove Cuamm gestisce un progetto di supporto antiviolenza per le donne e persone con disagio psichico. Dietro agli attacchi non ci sono problemi etnici, né religiosi. È tutta una questione d’interessi, di affari privati”, racconta. Bernardo delle imprese estrattive di gas nella sua provincia dice di sapere poco, spiega però che i suoi compaesani conoscono molto bene la gigantesca miniera di rubini nel distretto di Montepuez, nel cuore di Cabo Delgado, Ruby Mining, di proprietà d’una holding inglese: “È in mano a persone che vengono da fuori. Noi dei villaggi siamo sempre stati a guardare, nelle miniere non ci lavoriamo, non ci resta mai nulla”. E spalanca le mani in un gesto di frustrazione comune a tanti, che da generazioni si vedono deturpati delle loro risorse e incamerano una rabbia muta.

Marco Benedettelli


giovedì 22 settembre 2022

Guerre dimenticate - Etiopia: rapporto Onu denuncia nuove violazioni dei diritti umani nel Tigrè. Crimini di guerra, esecuzioni extragiudiziali e stupri.

Nova News
La commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l'umanità”

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite accusa le parti in conflitto di essere responsabili dei numerosi crimini contro l’umanità commessi nella regione settentrionale del Tigrè, in guerra dal novembre 2020.

Nel suo primo rapporto pubblicato dopo la sua costituzione, nel dicembre scorso, la Commissione di esperti in materia di diritti umani sull’Etiopia ha affermato di aver riscontrato violazioni, come esecuzioni extragiudiziali e stupri, e ha evidenziato quelle che ha definito “informazioni credibili” circa omicidi su larga scala commessi dalle Forze di difesa nazionale etiopi (Endf), accusate di aver preso di mira uomini e ragazzi di etnia tigrina in età da combattimento.

La commissione, creata lo scorso anno dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e composta da tre esperti indipendenti di diritti umani, ha affermato di avere “ragionevoli motivi per ritenere che, in diversi casi, queste violazioni equivalgano a crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Gli investigatori affermano inoltre che ci sono anche prove che la fame sia usata come arma di guerra, e che tutte le parti hanno commesso violazioni dei diritti umani da quando sono scoppiati i combattimenti, descrivendo la crisi umanitaria nel Tigrè come “scioccante”, ulteriormente aggravata dal fatto che il governo e i suoi alleati continuano a negare alle persone l’accesso ai servizi di base, tra cui Internet, le banche e l’elettricità.

Questo, combinato con la scarsità di cibo, medicine e carburante, nonché con le severe restrizioni all’accesso umanitario, ha lasciato circa 20 milioni di persone bisognose di assistenza e protezione, quasi tre quarti delle quali donne e bambini. “L’effetto combinato di queste misure, che rimangono in vigore più di un anno dopo, ha costretto gran parte della popolazione del Tigrè a mangiare di meno e vendere il raccolto e il bestiame riproduttivo. Fonti hanno anche riportato un aumento dei mezzi disperati per sopravvivere, come i matrimoni precoci e il lavoro minorile, la tratta di esseri umani e il sesso transazionale”, afferma il rapporto.

In una dichiarazione, il presidente della Commissione Kaari Betty Murungi ha descritto la crisi umanitaria causata dal conflitto nel Tigrè come “scioccante, sia in termini di portata che di durata”. “La diffusa negazione e ostruzione dell’accesso ai servizi di base, al cibo, all’assistenza sanitaria e all’assistenza umanitaria sta avendo un impatto devastante sulla popolazione civile e abbiamo ragionevoli motivi per ritenere che rappresenti un crimine contro l’umanità”, ha affermato. “Abbiamo anche ragionevoli motivi per ritenere che il governo federale stia usando la fame come metodo di guerra”, ha aggiunto, invitando il governo a “ripristinare immediatamente i servizi di base e garantire un accesso umanitario pieno e illimitato”.

Murungi ha anche chiesto alle forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (Tplf) di “assicurarsi che le agenzie umanitarie siano in grado di operare senza impedimenti”, dopo che la commissione ha ricevuto informazioni secondo cui le forze tigrine avrebbero saccheggiato o sottratto indebitamente aiuti umanitari.

In risposta al rapporto le autorità del Tigrè hanno affermato di “aver sempre sostenuto” che il governo etiope fosse responsabile di crimini contro l’umanità, mentre nessun commento è ancora giunto da parte del governo etiope.

venerdì 6 maggio 2022

La guerra in Yemen, periferia dimenticata dal mondo - 30 milioni di persone in grave sofferenza - A rischio la vita di 2,2 milioni di bambini

Vatican News
La guerra in Ucraina può aggravare la grave crisi umanitaria e la fame nello Yemen: lo spiega il vicario apostolico emerito dell'Arabia meridionale, ricordando che 30 milioni di persone soffrono gravemente nel Paese della penisola in guerra da tempo, nel silenzio dei media. In un'ampia intervista con Vatican News, il vescovo mette anche in guardia dal trarre profitto dalla produzione di armi.


L'emergenza umanitaria nello Yemen che affama milioni di persone, ricordata dal Papa in tante occasioni ma dimenticata dal mondo e da quanti si sono stancati di sentir parlare di conflitto. La considerazione è al centro della lunga intervista a Vatican News del vescovo Paul Hinder, che ha ricoperto per più di un decennio l'incarico di vicario apostolico della penisola arabica, e le cui dimissioni per raggiunti limiti di età, sono state accettate domenica primo maggio dal Papa. 
Tragici i dati del Paese: su una popolazione di 31,9 milioni di persone, 23,4 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, secondo l'ONU. 17,4 milioni, cioè più della metà del totale, sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta, e 2,2 milioni di bambini rischiano la vita.
Deborah Castellano Lubov 

Leggi l'intervista >>>

domenica 16 gennaio 2022

Guerre dimenticate - Il conflitto decennale nel Sahel produce 2,5 milioni di rifugiati in Burkhina Faso, Mali, Niger.

UNHCR
L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, chiede un’azione internazionale concertata per porre fine al conflitto armato nella regione del Sahel centrale, in Africa, che ha costretto più di 2,5 milioni di persone a fuggire dalle loro case negli ultimi dieci anni.

Rifugiati in Burkina Faso

I movimenti forzati di popolazione all’interno della regione sono aumentati di dieci volte dal 2013, da 217.000 alla cifra impressionante di 2,1 milioni alla fine del 2021. I rifugiati nei paesi del Sahel centrale, Burkina Faso, Mali e Niger, sono ora 410.000; la maggior parte è fuggita dalle violenzein Mali, dove il conflitto è iniziato nel gennaio 2012.

Un’ondata di attacchi violenti in tutta la regione nel 2021 ha costretto alla fuga quasi 500.000 persone, ed in questo computo non e’ ancora incluso il mese di dicembre.

Secondo le stime dei partner di UNHCR, l’anno scorso i gruppi armati hanno compiuto più di 800 attacchi mortali. Tale violenza ha sradicato circa 450.000 persone all’interno dei loro paesi e ne ha costrette altre 36.000 a fuggire in un paese vicino.

Nel solo Burkina Faso, il numero totale di sfollati è salito a più di 1,5 milioni entro la fine del 2021. Sei sfollati su dieci nella regione del Sahel sono, ad oggi, burkinabé.

In Niger, il numero di sfollati nelle regioni di Tillabéri e Tahoua è aumentato del 53% negli ultimi 12 mesi. Nel vicino Mali, più di 400.000 persone sono sfollate all’interno del paese – un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.

Nel frattempo, la situazione umanitaria in Burkina Faso, Mali e Niger si sta rapidamente deteriorando a causa di crisi che agiscono su più fronti. L’insicurezza è il fattore principale, peggiorato dalla povertà estrema, dalla pandemia di COVID-19 e dall’acuirsi degli effetti della crisi climatica, con le temperature nella regione che aumentano 1,5 volte più velocemente della media globale. Le donne e i bambini sono spesso i più colpiti e sproporzionatamente esposti all’estrema vulnerabilità e alla minaccia della violenza di genere.

Nonostante le loro scarse risorse, le comunità ospitanti hanno continuato a mostrare resilienza e solidarietà nell’accogliere le famiglie costrette alla fuga. Le autorità governative hanno dimostrato un impegno incrollabile nell’assisterle, ma stanno cedendo sotto una pressione crescente.
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lunedì 1 novembre 2021

Guerre dimenticate - Yemen: 460 scuola colpite, 400 mila dei bambini (60%) senza istruzione, il 20% rischia la vita

RaiNews
Yemen: Il 60% dei bambini lascia le scuole attaccate. 1 su 5 rischia violenze e la vita Sono 460 le scuole colpite dal fuoco incrociato, nella guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 400mila il numero della dispersione scolastica.

'Quando siamo a scuola, sentiamo delle esplosioni. Corriamo dentro la scuola e quando finiscono, usciamo di nuovo a giocare. Uno dei miei amici è rimasto ferito in una delle esplosioni". 

In tre righe un bambino di 8 anni racconta un ordinario giorno di scuola nello Yemen. Ma non c’è nulla di ordinario in un paese dove si combatte, da anni, una guerra civile per il controllo dei pozzi di petrolio. 


Non c’è nulla di ordinario se le scuole sono diventate dei rifugi, dei bersagli e il 60% dei bambini non è tornato tra i banchi. 

 È il quadro del nuovo rapporto di Save the Children, 'Will I see my children again?' pubblicato per la quarta Conferenza Internazionale sulla Dichiarazione delle Scuole Sicure, che si terrà da oggi al 27 ottobre per proteggere l'istruzione durante i conflitti armati. 

I numeri. I pericoli Scorrendo le pagine del rapporto non è solo la scuola il “pericolo” ma anche la strada per arrivarci. 

Un bambino su 5 ha raccontato del rischio di perdere la vita, di violenze e rapimenti. Il 90% va a scuola, ogni giorno a piedi. Negli ultimi cinque anni, più di 460 scuole sono state attaccate, comprese quelle colpite da fuoco incrociato. Più di 2.500 istituti sono stati danneggiati, utilizzati come rifugi per le famiglie sfollate o occupate da gruppi armati. La dispersione scolastica è di 400mila bambini.

 ''La situazione qui è allarmante – racconta Lamia, 30 anni, insegnante a Taiz una delle città al centro dei combattimenti- I gruppi armati si muovono in sicurezza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e gli studenti li vedono ogni giorno. 

In qualsiasi momento, ci aspettiamo che sparino, e spesso accade intorno al cancello in quanto gli uomini armati hanno reso questa scuola un bersaglio militare. Questo mette bambini e ragazzi in grave pericolo. Hanno persino rubato materiali da costruzione. Si studia nella paura studiando nella paura''. La paura Non c’è nulla di ordinario in tetti colpiti dall'artiglieria, in muri e classi ridotte in macerie. 

Non c’è nulla di ordinario in bambini che fanno lezione con il rombo degli aerei da guerra in sottofondo, o in tende improvvisate in campi profughi. Chi non torna a scuola, si legge nel rapporto, è per la paura ma anche perché a scuola, il luogo sicuro, hanno visto morire compagni, amici e insegnanti. Hanno visto volare via pagine di libri e quaderni.

domenica 27 giugno 2021

Yemen - La guerra dimenticata - 111 morti in 3 giorni e 22 mila sfollati per attacco Houthi su Marib

Blog Diritti Umani - Human Rights
Almeno 111 tra ribelli e forze filogovernative hanno perso la vita negli ultimi giorni nella città yemenita di Marib nel corso di scontri seguiti ad una rinnovata offensiva dei ribelli Huthi: lo hanno reso noto fonti vicine al governo. Da giovedì scorso a oggi, sono morti negli scontri 29 combattenti filogovernativi e almeno 82 ribelli.


Il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha annunciato che più della metà della popolazione dello Yemen affronta l'insicurezza alimentare e 5 milioni di persone sono a un passo dalla fame.

Il conflitto continua senza sosta nello Yemen, compresa la città di Marib, dove la violenza ha provocato lo sfollamento di oltre 22.000 persone dall'inizio di febbraio, ha spiegato Dujarric durante una conferenza stampa tenutasi presso la sede delle Nazioni Unite a New York il 26 giugno.

Il funzionario dell'ONU ha anche osservato:
L'economia dello Yemen è crollata, poiché il valore della sua valuta è sceso a livelli record all'inizio di questo mese, il che significa che più persone non potranno permettersi cibo e beni di prima necessità. Senza finanziamenti aggiuntivi e flessibili per il nostro piano di risposta umanitaria in Yemen, affronteremo una perdita dei finanziamenti e milioni di persone vedranno una riduzione dell'assistenza salvavita di cui hanno disperatamente bisogno.

Marib ha assistito dallo scorso febbraio agli attacchi degli Houthi che puntano a conquistare la città ad ogni costo, in quanto è considerata la più importante roccaforte del Governo yemenita, oltre al fatto che è ricca di petrolio e gas. Ciò avviene nonostante tutti gli appelli internazionali per fermare l'escalation Houthi per il timore delle conseguenza che avrà per quasi un milione di sfollati nel Governatorato.

Settimane fa, è stata lanciata una mediazione dell'Oman sotto gli auspici delle Nazioni Unite per arrivare ad un cessate il fuoco nel Paese, ma la milizia continua ancora i suoi attacchi, minando gli sforzi internazionali per raggiungere questo obiettivo.

Fonte: expartibus.it - Ansa

mercoledì 24 marzo 2021

Guerre dimenticate - Yemen, sei anni di guerra. 18.557 vittime civili, 4,3 milioni di sfollati, sistema sanitario al collasso.

Corriere della Sera
Nel nord del Paese, la situazione più critica riguarda la provincia ricca di petrolio di Marib. A Taiz i civili esposti a mine, ordigni e cecchini. L'inviato Onu: una battaglia inutile. Sei anni di guerra e un conflitto che si allarga mentre i civili sono allo stremo. 


Lo Yemen prosegue nella sua spirale verso una nuova escalation di violenza che sta coinvolgendo sempre più fronti: dallo scontro tra ribelli sciiti Houthi e governo riconosciuto di Aden, al confronto tra filo-sauditi e separatisti del sud, alla guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. 

Sullo sfondo di questa crisi, il divario sempre più ampio tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti, in particolare dopo la decisione dell'amministrazione Biden di sospendere il sostegno alla coalizione araba guidata da Riad nella lotta contro i ribelli sciiti e cancellare dalla lista dei gruppi terroristici il gruppo Ansar Allah a cui fanno riferimento gli insorti sciiti filo-iraniani.

La crisi umanitaria dunque non si ferma, con oltre 18.557 vittime civili segnalate tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% della popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria.
Solo nel 2020 i fronti sono aumentati da 33 a 49, provocando 172mila nuovi sfollati interni in un anno. In totale oggi sono 4milioni gli sfollati interni, di cui il 76% sono donne e bambini. Il conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. Secondo la comunità internazionale, nel 2021 si prevede che 16,2 milioni di persone nello Yemen dovranno affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta.

"Il sistema sanitario nazionale è al collasso", è l'allerta lanciata da Medici Senza Frontiere. La popolazione non ha accesso a cure mediche di base e servizi essenziali e la situazione è aggravata dalla crisi economica e problemi di sicurezza. 
[...]
Il conflitto impedisce alla popolazione di accedere ad acqua potabile e cure tempestive, e malattie curabili e prevenibili diventano cause di morte. Tra queste ci sono epidemie di morbillo, colera o decessi in gravidanza.

Marta Serafini

sabato 13 marzo 2021

Guerre dimenticate - Yemen si riaccende il conflitto dopo che la presidenza Biden ha cambiato gli equilibri nella zona

Osservatorio Globalizzazione
Nelle ultime settimane nello Yemen abbiamo assistito ad una forte offensiva delle forze ribelli Houthi. Le forze antigovernative stanno marciando senza sosta verso il governatorato di Marib, provincia ricca di gas e petrolio con l’obiettivo di soggiogare l’intero territorio e poter occupare l’omonima capitale. 

Secondo quanto dichiarato da Arab News le forze houthi che hanno circondato la capitale sono ormai a circa 10 km dalla periferia della capitale Marib.

L’esito dei primi scontri a fuoco tra i ribelli e le forze governative dell’Irg (internationally-recognized government) sta arridendo alle forze di Ansar Allah, le quali dopo aver posto in stato di assedio la prigione di Marib si sono assicurati la liberazione dei ribelli incarcerati. 

Come riporta il centro studi Jamestown la provincia del Marib è considerata strategica per gli interessi di tutte le forze in gioco in terra yemenita. L’eventuale occupazione di Marib sarebbe un duro colpo per il Presidente Abdrabbuh Mansur Hadi alfiere delle mire egemoniche ed imperialiste dell’Arabia Saudita, nonché unico interlocutore ufficiale per la comunità internazionale.

Nonostante le pesanti diffamazioni di Hadi sugli houthi accusati di terrorismo e codardia, gli eventi recenti ci mostrano come la presa di Marib possa causare nel futuro prossimo uno stravolgimento degli equilibri e dei ruoli nel piccolo paese della penisola arabica. E anche oltreoceano dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden sia l’Irg che l’Arabia Saudita godono di scarso consenso. Le posizioni bellicose di Riyad, nei confronti degli houthi per voce del ministro degli esteri saudita da lui definiti disprezzanti per i luoghi di culto e i soli responsabili dello spargimento di sangue in Yemen, non trova supporto a Washington. La politica Usa in Medio Oriente con Biden è cambiata.


Nicola Francavilla

venerdì 26 febbraio 2021

Guerre dimenticate - Congo - Altri 13 morti il 24 febbraio nel Nord Kivu, oltre mille morti in quindici mesi nel paese.

Quotidiano.net
Altri tredici morti a Kisima il 24 febbraio, nel nord del Kivu, fanno salire ad almeno 1.013 il numero di civili uccisi nel territorio di Beni dal novembre 2019. A segnalarlo è una ong mista statunitense e congolese insieme per la difesa dei diritti umani "Human Rights Watch".

In tutto il Kivu le vittime civili di violenze registrate dall’inizio delle rilevazioni dell’osservatorio, nel giugno 2017, sono "oltre 10mila": tra cui, 4.265 uccisioni, 174 stupri di gruppo, 2.183 sequestri di persona con richiesta di riscatto nota e 3.411 rapimenti.

martedì 2 febbraio 2021

Guerre dimenticate. Etiopia, in Tigray uccisioni di civili e rimpatrio a rifugiati eritrei imposto da Asmara

Avvenire
A 3 mesi dall'inizio delle operazioni dell'esercito, i leader della regione ribelle non si arrendono. Testimonianze sulle uccisioni di civili e sul rimpatrio imposto dall'Asmara ai rifugiati eritrei.
© UNHCR/Olivier Jobard

Guerra a oltranza nel Tigrai contro gli invasori, promette il leader del Tplf, Fronte di liberazione del popolo tigrino. E dopo tre mesi di guerra nella martoriata regione settentrionale dell’Etiopia si moltiplicano le testimonianze di massacri di civili, saccheggi e deportazioni di rifugiati eritrei che sarebbero stati commessi dalle truppe eritree alleate dei soldati etiopi. 

Da Addis Abeba smentiscono ogni addebito, ma cresce la pressione internazionale sul governo di Abiy Ahmed per far entrare gli aiuti umanitari distribuendoli a tutta la popolazione dopo gli allarmi delle agenzie dell’Onu e delle poche Ong sul campo per l’avanzare della malnutrizione e la mancanza di farmaci e acqua potabile.

«La situazione alimentare nel Tigrai era già estremamente grave prima che iniziassero i combattimenti a causa di un’epidemia di locuste e della pandemia di Covid-19», ha dichiarato all’Associated Press il direttore di Oxfam in Etiopia, Gezahegn Kebede Gebrehana. 

«Quando hanno avuto luogo i combattimenti, molte persone sono fuggite nella boscaglia. Ma quando sono tornati, la maggior parte ha trovato le proprie case distrutte o tutti gli averi saccheggiati», ha aggiunto.

Dopo un silenzio di due mesi è intanto tornato a farsi sentire Debretsion Gebremichael, l’ex presidente della regione settentrionale del Tigrai e leader del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), deposto assieme al suo governo in seguito all’operazione militare lanciata dal governo di Addis Abeba lo scorso 4 novembre. 

In un audio diffuso su Facebook e rilanciato dall’emittente radiotelevisiva tigrina Dimitsi Weyanee dai principali media internazionali – che tuttavia chiariscono che non è possibile verificarne l’attendibilità – il leader tigrino ha ringraziato il popolo per la sua resistenza e ha assicurato che la guerra continua, sebbene il governo federale il 27 novembre abbia dichiarato concluse le operazioni nel Tigrai con la presa del capoluogo Macallé.

[...]

Paolo Lambruschi

domenica 31 gennaio 2021

Dopo 100 mila morti nella guerra in Yemen finalmente l'Italia blocca la vendita di 12.700 ordigni in Arabia Saudita ed Emirati Arabi

Il Manifesto
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.

La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.

Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
[...]
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.

"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".

martedì 24 novembre 2020

Guerre dimenticate - Yemen in arrivo la peggiore carestia nel mondo da decenni, conseguenza della guerra

EuroNews
Lo Yemen è in "pericolo imminente" di cadere nella "peggiore carestia che il mondo
abbia visto da decenni", ha avvertito venerdì il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, chiedendo un'azione immediata per salvare milioni di vite.


Un bambino malnutrito nello Yemen
 Diritti d'autore Hammadi Issa/Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.

La crisi, secondo le Nazioni Unite, è il risultato della forte riduzione dei fondi forniti alle operazioni umanitarie nel Paese, della mancanza di supporto esterno all'economia yemenita e dell'impatto del conflitto armato e degli ostacoli posti alle agenzie di aiuti umanitari, oltre alle inondazioni e agli effetti di un'infestazione di locuste.

Guterres, in una dichiarazione, ha chiesto un'azione urgente per evitare una "catastrofe" e ha esortato tutte le parti ad astenersi da qualsiasi azione che possa peggiorare la situazione.

"Rischiamo una tragedia non solo per l'immediata perdita di vite umane, ma anche per le conseguenze che si faranno sentire indefinitamente in futuro", ha detto il diplomatico portoghese.

Guterres ha anche messo in guardia contro qualsiasi "iniziativa unilaterale" che potrebbe rivelarsi negativa in un momento così fragile, con il rischio di carestia e con l'ONU che cerca di mediare per arrivare a una soluzione politica al conflitto tra il governo yemenita e i ribelli Houthi.

Quando in conferenza stampa gli è stato chiesto della possibilità che gli Stati Uniti sanzionassero gli insorti, legati all'Iran, Guterres ha risposto: "Penso che non dovremmo smuovere le acque in questo momento", ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite.

Guterres ha sottolineato il fatto che le Nazioni Unite sono in stretto contatto con tutte le parti per cercare di farle incontrare e adottare un cessate il fuoco e stabilire un dialogo politico, in un momento in cui c'è un "drammatico degrado della situazione umanitaria".

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mercoledì 23 ottobre 2019

Guerre dimenticate - Yemen: oltre 15 milioni di persone senz'acqua a causa della mancanza di carburante per le pompe. Dilaga il colera

AnsaMed
Oltre 15 milioni di persone in Yemen sono senz'acqua per bere, cucinare, lavarsi a causa della gravissima carenza di carburante che colpisce il Paese già messo in ginocchio da oltre 4 anni e mezzo di conflitto. 


E' l'allarme lanciato oggi da Oxfam, che rivela che nelle ultime settimane 11 milioni di persone, che sino ad oggi sopravvivevano grazie all'acqua erogata dalle poche reti idriche ancora in funzione, e altri 4 milioni già costretti a rifornirsi da autocisterne private, hanno dovuto ridurre al minino il consumo di acqua.

Mentre in tre grandi città come Ibb, Dhamar e Al Mahwit, che contano oltre 400 mila abitanti, non funzionano più le principali infrastrutture idriche.

A scatenare questa emergenza, spiega l'organizzazione non profit, c'è l'aumento esponenziale del prezzo del carburante, provocato dalle recenti restrizioni alle importazioni imposte sia dal Governo riconosciuto dalla comunità internazionale, che dalle autorità Houthi. 

Limitazioni che hanno interrotto l'attracco di navi nei principali porti del Paese, come Hodeida, con il risultato che il prezzo di 1 litro di benzina nella capitale Sana'a è schizzato alle stelle da agosto con un aumento del 300%. 

Scarseggia dunque paurosamente tutto il carburante necessario per pompare acqua sotterranea o per trasportarla con autocisterne nei campi profughi dove vivono 3,6 milioni di yemeniti rimasti senza una casa. 

"L'accesso all'acqua fa la differenza tra la vita e la morte, soprattutto per 7 milioni di yemeniti, tra cui circa 400 mila bambini colpiti da malnutrizione acuta, che in questo momento sono già debilitati dalla mancanza di cibo", afferma Riccardo Sansone, responsabile dell'ufficio umanitario di Oxfam Italia.

Restare senz'acqua pulita in Yemen, sottolinea, "significa essere contagiati da malattie come il colera che in meno di tre anni ha contagiato oltre 2 milioni di persone, uccidendone 3.700 solo dall'aprile 2017. Continuare a girarsi dall'altra parte è prima di tutto un crimine verso il popolo yemenita".

"I danni provocati dalla guerra alle infrastrutture essenziali, come quelle idriche, sono incalcolabili e rendono quasi impossibile il lavoro delle organizzazioni umanitarie che operano sul campo", denuncia Sansone, ricordando che dall'inizio del conflitto 8 impianti idrici realizzati da Oxfam sono stati distrutti o gravemente danneggiati con una riduzione della capacità di erogazione del 50%. L'aumento del prezzo del carburante nelle ultime settimane, ha inoltre costretto Oxfam a ridurre la distribuzione di acqua pulita con autocisterne.

"Di fronte a tutto questo, chiediamo alle parti in conflitto di porre immediatamente fine alle restrizioni sulle importazioni di carburante da cui dipende la sopravvivenza della popolazione - conclude Sansone - Facciamo appello alla comunità internazionale per un immediato cessate il fuoco e al Governo italiano perché sostenga attivamente il processo di pace e aumenti gli aiuti diretti alla popolazione, fermi a 5 milioni l'anno".

venerdì 6 settembre 2019

Primo giorno di scuola in Yemen, la foto simbolo di un Paese devastato da una guerra che è ignorata

Rai News 24
Primo giorno di scuola in Yemen, la foto simbolo di un Paese devastato dalla guerra Un rapporto Onu presentato oggi a Ginevra denuncia i crimini di guerra perpetrati da tutte le parti in conflitto e punta il dito contro le potenze occidentali che forniscono armi e sostegno logistico. 


Save The Children denuncia: "I responsabili dell'uccisione, del ferimento e di altre gravi violazioni contro migliaia di bambini dello Yemen continuano a non pagare per i crimini commessi"

Lo scatto di Ahmad Al-Basha, fotografo per AFP, che mostra una classe di bambini che ascolta attentamente il maestro durante il primo giorno del nuovo anno scolastico a Taez, la terza città del Paese, in una scuola sventrata lo scorso anno da un attacco aereo durante i combattimenti tra le forze governative sostenute dai sauditi e il ribelli Houti, racconta più di mille parole il dramma che ormai da anni vive lo Yemen. 

Il rapporto Onu sui crimini di guerra in Yemen presentato oggi a Ginevra proprio oggi in un rapporto presentato a Ginevra, gli esperti per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno denunciato una serie di crimini di guerra con accuse di stupro, violenza sessuale e violenza di genere commesse da tutte le parti coinvolte nella guerra civile dello Yemen. 

Secondo gli esperti dell'Onu, il governo yemenita e la coalizione a guida saudita che lo sostiene, i ribelli Houti ed i comitati popolari a loro affiliati hanno finora beneficiato di una sostanziale impunità che ha consentito loro di non rispondere di queste violazioni. 

"Cinque anni dopo l'inizio del conflitto, le violazioni contro i civili yemeniti continuano senza sosta, con totale disprezzo per la difficile situazione della popolazioni", ha affermato Kamel Jendoubi, alla guida del gruppo di esperti sullo Yemen che chiedono alle parti in conflitto di porre immediatamente fine agli atti di violenza contro i civili e agli altri Stati di astenersi dal fornire armi che potrebbero essere utilizzate nel conflitto. 

La relazione sollecita il Consiglio per i diritti umani a rinnovare il mandato del gruppo di esperti e suggerisce di estenderlo per includere la raccolta di prove delle possibili violazioni. Il rapporto inoltre denuncia l'inerzia della comunità internazionale per porre fine a tali violazioni ed annuncia di aver compilato un elenco riservato di possibili sospetti di crimini di guerra, consegnato all'alto commissario Onu per i diritti umani. 

Il rapporto riferisce di raid aerei, bombardamenti indiscriminati, atti di tortura, violenza sessuale, ostacoli agli aiuti umanitari e ricorso alla fame come metodo di guerra, nel contesto della più grave crisi umanitaria nel mondo. Il documento punta anche il dico contro alcune potenze occidentali per il rifornimento di armi alle parti in conflitto. 

Stati Uniti, Regno Unito e Francia potrebbero essere considerati complici dei crimini di guerra commessi in Yemen, dato che hanno fornito armi, sostegno logistico e d'intelligence alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita, che ha ucciso migliaia di civili e affamato la popolazione come tattica di guerra. Gli esperti, che hanno trovato dei potenziali crimini commessi da entrambi i fronti, hanno sottolineato il ruolo dei Paesi occidentali a sostegno degli Stati arabi e dell'Iran ai ribelli Houthi. 

lunedì 2 settembre 2019

Guerre dimenticate - Yemen, Croce Rossa: più di 100 morti in un raid della coalizione sul carcere di ribelli Houthi

Corriere della Sera
Il bombardamento a sud della capitale San’a’ su una prigione dei ribelli Houthi. I corpi estratti dalle macerie.
Si ritiene che siano più di 100 le vittime di un raid della coalizione guidata dai sauditi su un carcere a sud della capitale dello Yemen, San’a’. Lo ha riferito il Comitato internazionale della Croce Rossa.



«Stimiamo che siano state uccise oltre 100 persone», ha detto il capo della delegazione, Franz Rauchenstein, aggiungendo che le possibilità di trovare sopravvissuti sotto le macerie sono «molto poche». In precedenza un portavoce dei ribelli sciiti filo-iraniani Houthi aveva riferito che più di 50 corpi erano stati recuperati dalle macerie, aggiungendo però che nella prigione, colpita all’alba da 7 missili, si trovavano circa 170 detenuti.

Precedentemente la coalizione militare a guida saudita aveva annunciato di avere lanciato raid aerei contro obiettivi militari houthi che «immagazzinano droni e missili». Diversa la versione della tv houthi Al-Masirah, che aveva riferito che «decine di persone sono state uccise e ferite» in sette raid aerei che hanno colpito un edificio che i ribelli usano come prigione.

Residenti locali, tuttavia, hanno denunciato che nel carcere erano detenuti membri delle loro famiglie, arrestati e imprigionati per avere espresso critiche nei confronti degli stessi Houthi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riferito su Twitter di aver inviato sul posto una squadra in grado di curare fino a 100 feriti, equipaggiata 200 sacche per cadaveri e forniture mediche urgenti

Nel 2014 gli Houthi, un gruppo sciita da tempo in lotta con il governo dello Yemen, hanno occupato la capitale Sana’a. In risposta al sostegno fornito loro dall’Iran, l’Arabia Saudita ha formato il 26 marzo 2015 una coalizione militare internazionale a sostegno del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale. 


Houthi era in origine il nome di un clan dello Yemen, e non di una setta o un gruppo religioso.Di recente si è registrata l’apertura di un «terzo fronte» in Yemen tra le forze di Hadi e i separatisti del Consiglio meridionale di transizione (Stc). Le forze fedeli all’Stc hanno preso il controllo di Aden il 10 agosto dopo violenti scontri con i militari fedeli al governo riconosciuto del presidente Hadi. 

Lo scorso 26 agosto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno chiesto un cessate il fuoco e colloqui di pace tra il governo riconosciuto dello Yemen e i separatisti. L’appello, tuttavia, sembra essere caduto nel vuoto dal momento che separatisti e governativi continuano a contendersi il controllo della città con gli scontri armati.

mercoledì 10 luglio 2019

Guerre dimenticate - Yemen - Il colera fa strage di bambini.

OnuItalia
Proprio mentre si moltiplicano le manifestazioni contro la fornitura di armi all’Arabia Saudita che guida una coalizione di stato che bombarda da mesi lo Yemen  Save The Children tenta di fare un bilancio dell’epidemia di colera in corso nel paese. 


Secondo l’ong dall’inizio dell’anno almeno 193 bambini sono morti a causa del colera. Nei primi sei mesi del 2019 sono stati registrati quasi 440.000 casi sospetti, di cui circa 203.000 tra i minori sotto i 15 anni, un numero che ha già superato quelli relativi all’intero anno precedente

La battaglia per sconfiggere il colera nel Paese è ben lontana dall’essere vinta e la stagione delle piogge ormai alle porte rischia di aggravare ulteriormente la situazione, con le inondazioni già in corso e la minaccia di violenti rovesci che potrebbero portare a una nuova escalation della malattia.

Nei primi sei mesi dell’anno in corso, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le persone che hanno perso la vita per il colera sono nove volte in più. Oltre 9 milioni di bambine e bambini, inoltre, non hanno adeguato accesso all’acqua potabile, a causa di un conflitto che ha reso fuori uso buona parte delle infrastrutture per l’acqua pulita e i servizi igienici. Anche la disponibilità di carburante è molto precaria, limitando fortemente così la possibilità di pompaggio delle fogne e la raccolta dei rifiuti con il rischio che vaste aree del Paese possano diventare terreno fertile per lo sviluppo di malattie infettive,come il colera, che si trasmettono attraverso le acque. 

Particolarmente vulnerabili in questo contesto sono soprattutto i bambini malnutriti, che hanno tre volte in più la probabilità, rispetto ai loro coetanei, di morire di colera.
Epidemie come quella in corso si diffondono facilmente a causa di un sistema sanitario e servizi igienici ormai al collasso e si abbattono su una popolazione sempre più vulnerabile per via della malnutrizione e della fuga dalle proprie abitazioni. In Yemen, attualmente, funziona solo la metà delle strutture sanitarie, il resto sono chiuse o operano solo in parte. 

Finché il conflitto continuerà a imperversare, i sistemi per l’acqua pulita a collassare e gli aiuti a non essere sufficienti, tutto ciò che possiamo fare, afferma Save The Children, è continuare a lavorare per cercare di salvare quanti più bambini possibile. L’Organizzazione chiede quindi alle parti in conflitto di ripartire dall’accordo di Stoccolma dello scorso dicembre e di impegnarsi per una pace duratura.

lunedì 24 giugno 2019

Guerre dimenticate - La strage silenziosa della fame in Yemen, in 3 anni morti 85 mila bimbi sotto i 5 anni

La Stampa
Quasi 85mila bambini sono morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto tuttora in corso nel paese arabo. 

Lo riferisce un rapporto pubblicato oggi dall’ong Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. 

Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef) ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen. 

La guerra ha provocato in tutto oltre 10mila vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. 

L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

mercoledì 19 giugno 2019

Guerre dimenticate - ONU: l'aggressione saudita allo Yemen causerà 500.000 morti entro il 2020

l'Antidiplomatico
Le Nazioni Unite avvertono che il bilancio delle vittime a causa dell'aggressione dell'Arabia Saudita allo Yemen potrebbe salire a 500.000 nel 2020.


"Se i combattimenti continuano fino al 2022, possiamo aspettarci un totale quasi mezzo milione di morti, tra cui più di 300.000 persone che moriranno di fame, mancanza di assistenza medica e cause correlate", è l'allarme lanciato dal vice segretario generale della Onu per gli affari umanitari, Mark Lowcock.


Citando le previsioni di questa guerra, determinata dall'Università di Denver su richiesta del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), Lowcock ha sottolineato che, se l'Arabia Saudita e i suoi alleati pongono fine quest'anno alla sua campagna di aggressione contro lo Yemen il numero di morti sarà due volte inferiore.

Inoltre, il funzionario delle Nazioni Unite ha menzionato i problemi di finanziamento che devono affrontare le operazioni umanitarie nello Yemen.

domenica 19 maggio 2019

Guerre dimenticate, Yemen. Sauditi bombardano la capitale, 6 morti tra cui donne e bambini, 52 feriti.

Il Post
La coalizione guidata dai sauditi nella guerra in Yemen ha bombardato Sana’a, la capitale del Paese in mano ai ribelli houthi, in risposta agli attacchi che avevano compiuto martedì con droni armati contro due stazioni di pompaggio del petrolio in Arabia Saudita. 


Il ministro della Sanità houthi ha detto che i bombardamenti hanno ucciso sei persone, tra cui donne e bambini, e ne hanno ferite 52, comprese due donne russe che lavoravano in ambito medico.

Reuters scrive che gli attacchi a Sana’a hanno preso di mira nove siti militari dentro e attorno alla città. La coalizione, come riportato dalla tv saudita Al Arabiya, ha detto di aver reagito per «neutralizzare la capacità dei miliziani houthi di compiere atti di aggressione».

martedì 30 aprile 2019

Guerre dimenticate - Yemen. Il massacro senza fine: previsti 230mila morti entro la fine dell'anno

Avvenire
Otre 230.000 morti, fra vittime dirette del conflitto e per le sue conseguenze: fame, malattie e mancanza di cure. A tanto potrebbe arrivare il bilancio della guerra civile in Yemen entro la fine di quest'anno, secondo uno studio commissionato dall'Onu che delinea un quadro ben più tragico rispetto alle cifre circolate finora. "È peggio di quello che ci si aspettava", ha detto al sito


Middle East Eye Jonathan Moyer, tra i responsabili della ricerca, condotta dall'Università di Denver, secondo il quale la grande maggioranza delle vittime è composta di bambini sotto i cinque anni. Nella ricerca si sottolinea che ogni 12 minuti un bambino muore per la guerra o gli effetti collaterali. 

"E tutti usciranno perdenti da questa tragedia", dice il regista iraniano Mehdi Khorramdel, che in questi giorni ha presentato un suo documentario sul conflitto al festival cinematografico Fajr di Teheran. Proprio l'Iran è considerato il principale sponsor dei ribelli sciiti Houthi che, partendo dalla loro regione montagnosa d'origine nel nord, hanno preso il controllo di vaste aree del Paese, compresa la capitale Sanaa. Contro gli Houthi è intervenuta a partire dal marzo del 2015 una coalizione araba a guida saudita che compie frequenti bombardamenti con un gran numero di vittime civili. E i combattimenti non si sono fermati nemmeno dopo un accordo di tregua sottoscritto dalle parti nel dicembre scorso in Svezia.

Secondo lo studio commissionato dall'Onu, 102.000 persone potrebbero essere morte a causa del conflitto entro la fine del 2019, a cui si aggiungerebbero altre 131.000 per le sue conseguenze. Tra queste, un'epidemia di colera che dall'inizio del 2016 ha già provocato più di 3.000 morti e 1,3 milioni di contagi. Il costo stimato degli oltre quattro anni di guerra è di 89 miliardi di dollari. Tutto questo per niente, afferma Khorramdel, che per il suo documentario, "Yemen, a dubious war" (Yemen, una guerra sospetta), ha utilizzato centinaia di video realizzati da combattenti Houthi e da civili, oltre che immagini della coalizione a guida saudita. "L'idea che mi sono fatto - dice il regista iraniano - è che nessuno potrà vincere questa guerra".

Quello che emerge dal suo documentario, infatti, è un braccio di ferro senza fine tra una coalizione araba che conta su una superiorità di mezzi militari, in particolare l'aviazione, e dall'altra parte milizie Houthi che possono contare su una conoscenza secolare del terreno, in particolare delle montagne del nord. Ma quello che emerge dalle immagini è una guerra che è solo l'ultima di lunghi secoli di conflitti tra diversi clan tribali o con potenze straniere. In una scena del documentario si vedono uomini impegnati in una danza tradizionale con in pugno coltelli e fucili. Poi uno di loro dice: "Basta ballare, adesso torniamo a combattere".