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domenica 8 dicembre 2019

Napoli - Presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Napoli
Rassegna "I mercoledì Sant'Egidio"
La Quinta Municipalità e la Comunità di Sant'Egidio

Mercoledì 11 dicembre 2019 - ore 18,00
Sede della 5° Municipalità 
Via Morgen, 84

Presentazione del Volume:
"Liberi dentro
Cambiare è possibile anche in carcere"
Infinito Edizioni
Con l'autore: Ezio Savasta

Le difficoltà, le speranze, la violenza, le delusioni, 
la rabbia, la gioia, della vita in carcere



martedì 26 febbraio 2019

Un abbraccio e il perdono: Yacoubou Ibrahim, il migrante aggredito al rione Sanità incontra i baby aggressori

Fanpage
Incredibile e commovente epilogo dell’aggressione ad un mediatore culturale di colore, avvenuta qualche giorno fa al rione Sanità. I ragazzini che avevano spruzzato spray urticante negli occhi di Yacoubou Ibrahim, facendolo cadere rovinosamente, sono stati rintracciati dalle forze dell’ordine. 
Ma l’uomo li ha voluti incontrare e perdonare. Si tratta di due bambini di 10 e 13 anni che si sono presentati con un disegno: “Scusaci, non siamo una baby gang”.


Yacoubou Ibrahim quando era stato aggredito con uno spray urticante, nel pieno del rione Sanità a Napoli, era stato molto chiaro: intervistato da Fanpage.it aveva detto che non credeva ad una aggressione di stampo razzista. Oggi, di questa storia, c'è stato un epilogo che non solo conferma le sue ragioni ma riafferma anche un altro principio: che c'è bisogno più di ascolto che di rabbia, più di reciproca comprensione che di ostilità.


Cos'è accaduto? Qualche giorno dopo l'aggressione dell'uomo, le forze dell'ordine si sono messe sulle tracce dei ragazzini. E li hanno trovati senza grande sforzo. Ma la storia è andata diversamente da un epilogo teoricamente già scritto. Yacoubou Ibrahim, che di mestiere fa il mediatore culturale e ha contatti con educatori del territorio e parroci, ha chiesto di incontrarli, i ragazzini. 

E cosi i due sono presentati in chiesa, alla San Severo, e si sono mostrati per quelli che sono: birbanti che avevano fatto un pessimo gesto. Hanno portato un disegno. E lui li ha abbracciati. "Assieme agli educatori del territorio e ai parroci ci siamo messi alla ricerca di questi ragazzini, ci abbiano parlato, abbiamo ascoltato le loro famiglie, abbiamo coinvolto carabinieri e polizia. 

Oggi li abbiamo fatti incontrare, tutti attorno ad un tavolo – scrive Ivo Poggiani, presidente della Terza Municipalità, quella in cui ricade il rione Sanità – Vittima e ‘carnefici'. Si sono scusati con Yacoubou, lo hanno abbracciato. E chi sono questi carnefici? 10 e 13 anni, scugnizzi del quartiere, ragazzi che hanno bisogno solo di un po' di affetto e di una chance, che hanno bisogno di modelli positivi, di scuola, di spazi di aggregazione. Iniziamo noi a non chiamarli baby gang, magari poi non ci diventano".

domenica 20 maggio 2018

Migranti, "il contratto non ci considera" 10.000 manifestano a Napoli per diritti, preoccupa il governo Lega

AnsaMed
Napoli - "Contribuiamo per il 10% al dell'Italia ma stanno formando un governo con la Lega, con un contratto che con ci considera, siamo preoccupati e spaventati".


Mamadou Sy, senegalese, dal 2012 in Italia, guarda sorridente dietro di sé e vede oltre diecimila immigrati che oggi hanno sfilato a Napoli, preoccupati per la nascita del nuovo governo contro cui hanno esposto cartelli "Stop Salvini". 

Ma il corteo mirava soprattutto a chiedere l'allargamento agli immigrati del reddito di inclusione e una maggiore velocità nella trafila burocratica per il permesso di soggiorno. 

Mamadou fa parte della comunità senegalese di Castel Volturno, in provincia di Caserta, e conosce bene la situazione di chi aspetta 'il documento'. "Migliaia di immigrati - dice - sono in attesa del permesso di soggiorno e vivono in una situazione particolarmente pesante perché sono alla mercé dello sfruttamento di persone senza scrupoli che li fanno lavorare sottopagandoli. L'Italia dice di combattere caporalato ma esiste ancora nelle campagne e sfrutta migliaia di immigrati senza permesso di soggiorno che alle cinque del mattino cercano lavoro. A chi dice che gli immigrati rubano ricordo che i ladri non si alzano dal letto alle quattro per lavorare ogni giorno".

Il lungo corteo, che domani si replica a Caserta, si è fermato davanti alla Prefettura per chiedere, spiega Giampaolo Mosca del centro sociale Ex Canapificio di Caserta, "l'accelerazione alla concessione di 800 permessi di soggiorno che sono fermi -anche da anni per le cattive pratiche antiche della burocrazia. Parliamo di questioni burocratiche facilmente risolvibili, sarebbe un piccolo passo importante per migliaia di immigrati". 

Con gli immigrati anche tanti giovani dei centri sociali che si impegnano a Caserta e Napoli per aiutarli nell'integrazione e nella quotidianità come spiega Sergio Serraino dell'ambulatorio di Emergency di Castel Volturno : "Migliaia di questi manifestanti - dice - sono nostri pazienti. Dal 2013 ne abbiamo avuto in cura 8.000 nell'ambulatorio che ha tre mediatori, due infermieri e un medico. Ma ormai ci vuole un'inclusione bilaterale perché l'accesso alle cure è difficile anche per molti italiani che non possono pagare il ticket".

domenica 8 ottobre 2017

Scampia scende in piazza per difendere i rom: «Sono parte di noi, uguali diritti per tutti»

Il Mattino
Dopo le rivolte contro i campi rom che nelle scorse settimane hanno occupato le cronache napoletane, scende in piazza anche l'altra parte della città. Sulle strade di Scampia si sono ritrovati in trecento per difendere la comunità nomade. «Diritti uguali per tutti», è stato lo slogan. Una manifestazione promossa dalla Rete Antirazzista, ma a cui hanno aderito molte associazioni tra cui Legambiente, La Gru e l'Unione Inquilini.

«La comunità rom qui esiste da sempre, è parte di noi», spiega Domenico Lopresto, segretario dell'Unione Inquilini. Lopresto ricorda quando, dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980, gli sfollati napoletani decisero di occupare 15mila case. «Faceva un freddo terribile e il più grande accampamento rom dell'epoca si trovava dove ora c'è la stazione metropolitana di Piscinola - racconta -. Loro sono stati gli unici ad aiutarci in quel momento».

Una solidarietà di cui i residenti della zona portano ancora memoria. Lopresto è categorico sulle manifestazioni che nei giorni scorsi hanno attaccato i nomadi: «Questo fuoco razzista da noi non attecchisce - conclude Lopresto. Chiediamo diritti uguali per tutti: acqua, luce, gas e igiene pubblica».

lunedì 29 maggio 2017

Stenti, abusi e torture: in fuga dall'inferno chiamato Libia - Accolti a Napoli

Il Mattino
Quando la prua rossa della Prudence inizia le operazioni di ormeggio, sul molo 29 del varco Carmine c'è un silenzio surreale. Appare chiaro a tutti l'emergenza vissuta a bordo di questa nave di 75 metri di lunghezza, che può ospitare massimo 600 persone e invece ne accoglie oltre il doppio. 


Alla conta finale saranno 1.449 e vengono dalla fascia sub sahariana, Siria e Marocco, stipati uno di fianco all'altro sul ponte, stremati da tre giorni e tre notti di viaggio che dalle acque internazionali a nord delle coste della Libia li ha portati finalmente a toccare terra.
Un viaggio che come sempre è carico di dolore e speranza. 

Per due giovani donne nigeriane il sogno di rifarsi una vita si è infranto nel momento in cui il loro barcone è stato intercettato dall'equipaggio di Medici senza Frontiere. Una 19enne sarà trovata già senza vita sul gommone dei disperati, mentre per una 21enne l'illusione della salvezza dura appena una manciata di minuti. Il tempo diveder salire a bordo della Prudence, sano e salvo, il fratello maggiore, e poi chiudere gli occhi per sempre.
"Sono morte presumibilmente per lo schiacciamento" spiega Michele Trainiti, coordinatore delle operazioni di ricerca e soccorso di Msf che racconta le vari fasi dell'operazione. 

C'è anche una terza vittima, ma il suo corpo è nella sala mortuaria di Lampedusa. "Le sue condizioni erano talmente gravi - prosegue Trainiti che abbiamo ottenuto il permesso di approdare sull'isola sebbene ci fosse il divieto di sbarco per il G7.
Ma è morto a pochi chilometri dalla costa". "Il ragazzo deceduto lo hanno scaricato i libici su un barcone in partenza perché per i suoi carnefici non aveva più senso sfruttarlo. Presentava malnutrizione ed era in coma. Ne è uscito per qualche ora, il tempo di parlare degli abusi subiti per otto mesi: torturato ripetutamente per fare da esempio per gli altri, usato per lavori forzati. È la prassi ormai, una parte dei disperati vengono dirottati in questi campi di detenzione per diventare schiavi", racconta Carlotta Berutto, infermiera torinese che da sette anni segue Mdf.

I racconti di Michele e Carlotta sono orrore allo stato puro. "Anche altri a bordo presentano segni evidenti di torture. La più frequente è quella che eseguono sulla pianta dei piedi: battono con delle mazze mentre sono appesi a delle corde. Lo fanno lì per non lasciare segni evidenti sul corpo. Nel tempo si creano microfratture, con il detenuto impossibilitato a lavorare, e se non lavori non mangi, ti ammali e muori". La tragedia si tinge di altro dolore quando spiegano che l'altra tortura più comune è la violenza sessuale. "Abbiamo molti casi di violenze su uomini, donne e minori. Violenze perpetrate davanti a figli, genitori, fratelli. Per annientare ancora di più la loro personalità e renderli schiavi". C'è poi chi sul braccio ha delle cicatrici a forma di numeri. "Sono incisi con il coltello, da quel momento diventa il loro nome da schiavo".

Poco dopo le 8 iniziano le operazioni di sbarco. I primi a scendere sono gli ammalati. La bandiera gialla issata segnala casi di tubercolosi e di scabbia. Poi tocca alle famiglie. Tra loro alcuni profughi siriani. Un bambino sui 4 anni stringe il bicchiere di latte e il pacco di biscotti che distribuiscono i volontari della Croce Rossa. Poi resta immobile non appena scorge le divise militari. "Non parla per il trauma della guerra".
Poco dopo arrivano le 22 donne incinte e le 5 puerpere - c'è con loro anche un fagottino di 8 giorni - che durante il viaggio sono state nel "container dei vulnerabili". Sotto la tettoia della zona di identificazione vengono rifocillate coi pasti che la Prefettura di Napoli, che ha coordinato l'intera operazione, ha chiesto alla Comunità di Sant'Egidio.A prepararli giovani napoletani, migranti e profughi che frequentano la Scuola di Lingua e Cultura Italiana nel Centro storico. 

Una volta terminate le procedure per 1.000 ricomincia il viaggio. Salgono a bordo dei bus che li porteranno nei centri di accoglienza assegnati. Gli altri resteranno in Campania. Anche l'equipaggio della Prudence riprenderà il suo viaggio per salvare altri disperati. Si riparte a mezzogiorno verso la rotta dell'orrore.

di Mariagiovanna Capone

domenica 23 febbraio 2014

Napoli. Allarme suicidi in carcere: due morti a Poggioreale e Secondigliano il terzo a Santa Maria Capua Vetere

Il Mattino
Due detenuti si sono tolti la vita nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano in sole 48 ore.
Un terzo caso di suicidio si era verificato, poi, martedì scorso tra le mura del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Tre tragedie in pochi giorni che ripropongono prepotentemente l'emergenza carceraria e le condizioni in cui vive la popolazione detenuta negli istituti penitenziari della Campania. Tutti e tre i morti non avevano ancora subìto una condanna definitiva.

Giovedi 20 febbraio
, all'interno dell'Ospedale psichiatrico giudiziario del carcere di Secondigliano è stato trovato impiccato un uomo residente a Frosinone che era stato arrestato per porto di coltello e dal 2012 si trovava recluso in misura di sicurezza provvisoria.

Mercoledì 19 febbraio, a Poggioreale, si era suicidato un altro pregiudicato. Era recluso in una cella del padiglione «Roma» (detenuti comuni) dopo essere stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti. Per uccidersi ha inalato il gas contenuto nella bomboletta collegata al fornello utilizzato per cuocere il vitto.

Martedì 18 febbraio scorso a togliersi la vita era stato un detenuto che scontava la carcerazione preventiva perché indagato in un'inchiesta sulla criminalità organizzata. Anche in questo caso l'uomo si è suicidato impiccandosi

giovedì 14 novembre 2013

Napoli: detenuto 34enne muore in carcere, “sputava sangue” da 10 giorni e non è stato curato

Ristretti Orizzonti
Nessuna “trasparenza” del Dap sui decessi in cella, inapplicata la Circolare del 2011.
La famiglia ha appreso la notizia solo grazie alla lettera di un compagno di detenzione.


Federico Perna, 34 anni, originario di Latina e detenuto nel carcere di Poggioreale (Napoli), l'8 novembre muore per “collasso cardiocircolatorio”. Il pm Pasquale Ucci, titolare dell’inchiesta, apre un fascicolo con l’ipotesi di reato di “omicidio colposo” e dispone l’autopsia, che si svolge oggi. Nobila Scafuro, madre del giovane, denuncia: “Mio figlio è morto venerdì scorso, alle 17 di sera. L’ho sentito al telefono l’ultima volta il martedì precedente, mi disse che perdeva sangue dalla bocca quando tossiva. 

Si trovava nel Padiglione Avellino, nella cella 6, assieme ad altre 11 persone. Federico non doveva restare in carcere, ma essere ricoverato in ospedale: aveva bisogno di un trapianto di fegato ed era stato dichiarato incompatibile con la detenzione da due diversi rapporti clinici, stilati dei Dirigenti Sanitari delle carceri di Viterbo e Napoli Secondigliano. 

Invece da Secondigliano è stato trasferito a Poggioreale, dove le sue condizioni di salute si sono ulteriormente aggravate: sputava sangue, letteralmente, e chiedeva il ricovero disperatamente da almeno dieci giorni lamentando dolori lancinanti allo stomaco.

 Abbiamo appreso della sua morte tramite la lettera di un compagno di cella, con il quale Federico aveva stretto amicizia. Non sappiamo nemmeno dove sia morto, perché le versioni sono diverse: ci dicono che è morto nell'infermeria del carcere di Poggioreale, di attacco cardiaco e senza la possibilità di essere salvato con il defibrillatore... poi ci dicono che è morto in ambulanza... poi ancora che è morto prima di essere caricato in ambulanza... o addirittura in ospedale, e anche su questo ci hanno nominato più di una struttura possibile”.
Con la morte di Federico Perna sale a 139 il numero dei detenuti che hanno perso la vita da inizio anno. [...]

martedì 23 luglio 2013

Napoli: concerto di Enzo Gragnaniello per i detenuti di Poggioreale organizzato da Sant'Egidio

Adnkronos
Concerto di Enzo Gragnaniello per i detenuti del carcere napoletano di Poggioreale. L'iniziativa è promossa dalla Comunità di Sant'Egidio "in uno dei periodi di peggior disagio per la popolazione carceraria perché, all'ormai cronico sovraffollamento, si aggiunge il caldo afoso".

Il concerto si terrà oggi alle ore 14 nel carcere di Poggioreale, recentemente intitolato a Giuseppe Salvia, una delle case circondariali simbolo del problema del sovraffollamento carcerario. 

La Comunità di Sant'Egidio, "presente da anni nell'istituto con iniziative di solidarietà e promozione sociale, ha voluto essere vicina ai detenuti, grazie alla sensibilità di Enzo Gragnaniello, con un pomeriggio di solidarietà e di buona musica". 
Durante lo spettacolo, verrà offerto un gelato rinfrescante per tutti.

venerdì 5 luglio 2013

Napoli, ancora un suicidio in carcere detenuto 40enne si impicca in cella

Il Mattino
Napoli - Un detenuto si è suicidato ieri sera nel carcere di Secondigliano, a Napoli. L'uomo si è impiccato nella cella mentre era da solo. A scoprire il cadavere sono stati gli agenti della polizia penitenziaria in servizio dell'istituto di pena.A dare la notiza il garante per i diritti dei detenuti della Campania, Adriana Tocco.

Il suicida, un tunisino 40enne, stava scontando una condanna legata alla droga e non era in un reparto di alta sicurezza. La notizia getta ancora una volta una triste ombra sulla realtà delle carceri campane e italiane, come denuncia il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Sappe, tramite il segretario nazionale Emilio Fattorello: «Si tratta della quinta morte all'interno delle carceri campane in pochissimo tempo (quattro suicidi e una morte per cause naturali ndr). Da tempo registriamo la completa invivibilità delle carceri in Italia e in Campania. I suicidi sono un campanello d'allarme che dimostrano il drammatico momento che vive il sistema penitenziario.

«La cosa impressionante - spiega Fattorello - è che anche un suicidio, un evento drammatico, doventa un numero, un dato statistico. Come Sappe siamo sicuri che lo svuotacarceri non svuoterà le celle: stando ai nostri dati, infatti, solo il dieci per cento dei detenuti fruirà del provvedimento».