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venerdì 15 novembre 2019

Gli anziani aumentano, ma mancano le badanti: meno 210mila in 7 anni. La chiusura agli immigrati causa disagio agli anziani, lavoro nero e mancato gettito da contributi

Avvenire

Le richieste sono in crescita, ma aumenta il lavoro nero o "grigio". Stranieri penalizzati per la mancanza di "quote" di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti "decreti flussi".


L’«esercito della salvezza» per centinaia di migliaia di anziani (e di loro famiglie) conta oltre 850.000 uomini; anzi, per la maggior parte si tratta di donne... E sono una "legione straniera". Parliamo dei lavoratori domestici, cioè colf e badanti, che a fine 2018 ammontavano esattamente – secondo gli elenchi Inps – appunto a 859.233, di cui 613.269 immigrati: un quarto esatto dei 2,4 milioni di lavoratori stranieri presenti nel Belpaese. 


Eppure le badanti risultano in calo: come mai? Ci sono forse meno anziani da assistere? Tutt’altro: l’utenza è in crescita ma – con essa – è in aumento purtroppo il lavoro nero. «Nel 2012 – spiega infatti Andrea Zini, vice-presidente dell’Associazione nazionale Datori di lavoro domestico (Assindatcolf) – i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. Quindi in 7 anni si sono persi 210mila contratti, a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro 'nero' o 'grigio' che nel settore ha percentuali altissime: si stima infatti che 6 domestici su 10 siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori». 

La stessa Assindatcolf presenta una fotografia aggiornata del settore grazie al Dossier Statistico Immigrazione 2019 elaborato da Idos Centro Studi e Ricerche e presentato ieri a Milano. Gli stranieri sono indispensabili soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza domiciliare, dove la loro incidenza supera il 70% del totale, ma di fatto sono penalizzati per la mancanza di 'quote' di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti 'decreti flussi'.

«Dal 2011 in poi – chiarisce Luca Di Sciullo, presidente Idos – l’Italia ha sostanzialmente bloccato i canali d’ingresso legali agli stranieri che intendano venire stabilmente per motivi di lavoro. Tanto che ad oggi, per molti migranti economici, l’unica possibilità di entrare in Italia è quella di unirsi ai flussi di chi arriva come richiedente asilo, pur non avendo i requisiti per il riconoscimento. Una situazione che da una parte penalizza il mercato del lavoro, lasciando scoperti ambiti a forte domanda di manodopera estera e aumentando il lavoro nero, e d’altra parte complica la già critica gestione dell’immigrazione, sciupando un potenziale beneficio per la società e lo Stato».

Da qui l’appello alla politica: «È necessario tornare a una programmazione dei flussi d’ingresso, prevedendo quote dedicate a lavoratori non stagionali e modificando anche il sistema di rilevazione del fabbisogno. Si devono prendere in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie, superando così una delle tante contraddizioni di una gestione miope».

giovedì 14 novembre 2019

Libano - L'inferno del carcere di Roumieh che racchiude disperazione, disgraziati e minori. 4.000 detenuti per 1.000 posti

Il Manifesto
Medio Oriente. Viaggio dentro il carcere di Roumieh, il più grande del paese: 4mila detenuti, profughi senza permesso, persone ai margini, bambini. Lo specchio di una società che chiede equità


Bisogna inerpicarsi su una strada tortuosa, che dal lungomare sale sui colli orientali della città, per scendere in uno dei peggiori inferni di Beirut e del Libano intero. Tutto intorno, a punteggiare uno scenario di cave e calanchi, una miriade di villette affacciate sul baratro raccontano di una speculazione edilizia che è diventata ormai un tratto distintivo di quella che chiamano la Parigi del Medio Oriente.

Una discesa, che è salita, agli inferi. Una contraddizione tra le molte che vive un paese scosso dai tumulti di quella che viene definita la nuova «primavera araba». Ma per capire le ragioni di una protesta così esplosiva – tanto da aver provocato in pochi giorni la caduta del governo – bisogna partire dalle radici. Scendere all’inferno per poter parlare di ciò che accade in superficie.

E Roumieh un inferno lo è. Un penitenziario che da solo assorbe più della metà dei detenuti di tutto il Libano: 4.000 prigionieri tra criminali comuni, profughi senza permesso, disgraziati rimasti ai margini di un sistema tra i più dispari che esistano, terroristi o presunti tali, minori.

A fronte di una capacità massima che si aggira attorno ai mille posti. Tuttavia, nella sua pancia, si agita molto di più. Ed è probabilmente la testimonianza più preziosa delle ragioni di una rivolta, che giura di diventare rivoluzione.

Non certo la prima che si promette all’ombra dei Cedri, senza che sia mai cambiato molto. Ma di sicuro finora capace di mettere in discussione la stessa architrave portante del paese. Quella fragile ma inespugnabile tela di ragno, intessuta tra 18 confessioni, che è sopravvissuta a tutti gli sconvolgimenti che l’Oriente Medio e Vicino ha vissuto negli ultimi settant’anni.

Il viaggio nell’inferno di Roumieh comincia di fronte a una sbarra mobile, pilotata dal braccio muscoloso di un agente della Isf (Internal Security Force). Cioè la polizia libanese, dipendente dal ministero dell’Interno che in Libano – altra amara contraddizione – è responsabile del settore penitenziario.

Quella che segue è un’interminabile via crucis di check point. La stessa che ogni settimana i familiari sono costretti a percorrere per incontrare i detenuti. Quindici minuti, one shot. Attraverso pannelli e inferriate e mediati dagli apparecchi, se il prigioniero è ancora in attesa di sentenza – e lo è nel 60% dei casi. In uno stanzone comune, se invece c’è già stata una condanna o se il detenuto è minorenne.

Come Youssef – nome di fantasia, per ovvie ragioni – che a dodici anni sconta una pena per omicidio. E nello strazio a guardarlo e ad ascoltarlo non può che tornare alla mente quel Cafarnao che nel 2018 è valso alla regista Nadine Labaki il premio della giuria al Festival di Cannes.

Ma i problemi non si fermano qui. «Il sovraffollamento è il più evidente – spiega Charlotte Tanios di Mouvement Social, una delle principali associazioni libanesi che da decenni lavora nelle prigioni – celle spesso da 70-80 persone, promiscuità e sporcizia ne sono allo stesso tempo cause ed effetti. Nessuna assistenza offerta dallo Stato, né servizi di socializzazione e riabilitazione. Le uniche attività svolte all’interno del carcere sono realizzate dalle associazioni».

Mouvement Social e Ajem (Association Justice et Miséricorde) sono i partner locali di un progetto presentato da Arci e Arcs e finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Si chiama «Droit» e ha l’ambizione di migliorare le condizioni detentive in Libano con azioni mirate e il potenziamento dei servizi socio-assistenziali prestati dalle associazioni.

Manal El Dika e Salma Maalouf lavorano dentro Roumieh proprio grazie ad Ajem. Assistente sociale la prima e psicologa la seconda. Raccontano delle paure dei detenuti. Che quella dei secondini – personale non formato, che nel carcere lavora praticamente per punizione – sarebbe la minore, visto che le guardie sono solo 90 in tutta la struttura.

«Semmai il detenuto ha paura degli altri prigionieri – dicono – Scoppiano continui scontri, specie tra sciiti e sunniti. Ma anche tra libanesi e stranieri (dall’inizio della guerra in Siria si stima che il numero di internati in Libano sia aumentato di oltre il 30%, ndr). A causa della scarsità di personale penitenziario, l’ordine è mantenuto grazie ai cosiddetti shawish: detenuti, che un po’ come i kapò gestiscono l’organizzazione interna di ciascuna sezione e cercano di evitare i problemi. Anche se i problemi rimangono».

Come le scarse condizioni igieniche: ogni sezione del carcere ha a disposizione un gallone al giorno di acqua – fredda, ovviamente – per la doccia. O il cibo, che tanto è pessimo che spesso non viene consumato. Oppure la mancanza di servizi sociali, con solo il 4% dei detenuti che ha accesso a formazione e assistenza. O ancora le condizioni psico-fisiche degli stessi. «Sono frustrati, depressi – continuano – Moltissimi si isolano e vivono in una realtà immaginaria. Aiutare queste persone è difficilissimo e i tentativi di suicidio sono all’ordine del giorno».

Problemi che, sommati all’analfabetismo, alla povertà, al vasto consumo di droga e alla mancanza di prospettive, fanno di Roumieh uno specchio aumentato della realtà sociale libanese. Quella che non sta all’inferno, ma che abita una superficie oggi scossa dalle rivendicazioni e dalle proteste popolari. Quella che magari questa volta riuscirà a farla, la rivoluzione.

Marco Pagli

mercoledì 13 novembre 2019

Migranti - Esame della proposta di legge popolare "Ero straniero" alla Camera - Realismo e non propaganda per il governo del fenomeno migratorio in Italia

Avvenire
Riprende alla Camera l'esame della proposta di legge popolare "Ero straniero". Meno nero, più regolarizzazione e un'entrata aggiuntiva per le casse italiane di circa un miliardo di euro l'anno. Sarebbero questi gli effetti del superamento della Bossi-Fini, la legge che dalla prossima settimana sarà rimessa in discussione. Riprende infatti alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero".



Il testo era stato incardinato un anno fa con la sola illustrazione da parte del relatore Riccardo Magi (+Europa). "Si tratta di una operazione di legalità a beneficio di circa 670 mila persone irregolari che saranno nel nostro Paese nel 2020" spiega Paolo Pezzo di Action Aid Italia, presentando la proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale nel 2017 sono state raccolte 90mila firme, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari".

La proposta prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati"; l'effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l'abolizione del reato di clandestinità.

La campagna è stata promossa da diverse associazioni fra cui, solo per citarne alcune, Fondazione Casa della Carità, Acli, Asgi, Centro Astalli, Legambiente, Federazione chiese evangeliche in Italia e con il sostegno di diversi sindaci ed altre organizzazioni. "Con un provvedimento di emersione dal nero e regolarizzazione, entrerebbe almeno un miliardo di euro ogni anno per lo Stato - spiegano i promotori.

Considerando l'emersione per 400 mila persone, quindi non per tutti, e considerando che il reddito medio mensile di un lavoratore in Italia è di 20.000 euro lordi l'anno, si avrebbe a regime una entrata di 2.232 euro all'anno a persona, che per 400 mila persone fa 893 milioni di euro di gettito fiscale".

"Sono tanti a sostenere - aggiunge il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), annunciando l'inizio della discussione che modifica la Bossi-Fini - che il decreto flussi annuale non garantisce più i fabbisogni del mercato del lavoro.

Lo dimostrano i dati: a inizio luglio erano più di 44mila le domande presentate per i lavoratori stagionali a fronte di 18mila ingressi autorizzati". Oggi, con un question time in commissione, Brescia chiederà al Ministero dell'Interno un aggiornamento sul numero di domande presentate. "La realtà parla sempre più forte della propaganda".

Nigeria. Hrw: migliaia di persone con problemi psichiatrici tenute in catene e vittime di abusi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un rapporto di Human Rights Watch denuncia  diffusione in tutta la Nigeria dell'abuso e della tortura dei pazienti con problemi di salute mentale, afferma che le persone vengono incatenate e subiscono violenze fisiche e sessuali inclusa la terapia con elettroshock nei centri gestiti da organizzazioni pubbliche e private.


Il rapporto di HRW mostra che gli interventi operati dal governo non sono riusciti a risolvere un problema diffuso in tutta la Nigeria. 
Stigma e idee sbagliate, comprese le convinzioni secondo cui le condizioni di salute mentale sono causate da spiriti maligni o demoni, di conseguenza i pazienti sono spesso detenuti, abusati e costretti a "dormire, mangiare e defecare all'interno dello stesso spazio confinato", spesso di fronte ad altri.

Sono presenti meno di 300 psichiatri in una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, la loro carenza aumenta il ricorso a centri di guarigione religiosa con trattamenti inadeguati. 

Una donna detenuta in un tradizionale centro di cura vicino alla capitale, Abuja, è stata trovata vincolata a un tronco d'albero con un anello di ferro. Era lì da tre settimane "con la parte superiore del corpo nuda ... non era in grado di muoversi e quindi è stata costretta a mangiare, urinare e defecare dove sedeva"

ES

Fonte: The Guardian: Abuse and torture of mental health patients ‘rife’ across Nigeria, says report

martedì 12 novembre 2019

Viterbo. Nuovo suicidio in carcere, ventenne trovato impiccato in cella

fanpage.it
Ennesimo suicidio nel carcere di Mammagialla. Ieri, poco dopo le 14, un ragazzo sudanese del 1995 si è tolto la vita appendendosi con le lenzuola. Il giovane era recluso nell'istituto penitenziario viterbese da poco tempo, secondo quanto appreso aveva dei problemi psichiatrici. Gli agenti della penitenziaria che lo hanno soccorso non hanno potuto far nulla, quando sono entrati in cella aveva già smesso di respirare.
Non è la prima tragedia che accade a Mammagialla. Lo scorso anno furono due i ragazzi morti suicidi in cella: Andrea De Nino a maggio e Hassan Sharaf a luglio. Avevano 36 e 21 anni. "Il problema - afferma il segretario dell'Uspp, Danilo Primi - è sempre lo stesso e lo abbiamo denunciato più volte. Non è possibile gestire la mole di detenuti psichiatrici, devono essere inseriti in strutture adeguate che possano seguirli. Viterbo sta diventando un putiferio".

Il Garante dei detenuti: "Dare risposta a disperazione stranieri in carcere" - "Ancora un suicidio in carcere, oggi a Viterbo. Un ragazzo di ventiquattro anni, detenuto da marzo, fine pena nel 2020, un anno circa il totale. Sudanese, non faceva colloqui né telefonate. Impressionano la giovane età, la solitudine, il fine pena breve, alla faccia di quelli che dicono che tanto in carcere non ci va nessuno, che sotto i due-tre anni di pena stanno tutti fuori". Lo ha dichiarato in un post su Facebook Anastasia, denunciando la vicenda.

"C'è una disperazione tra i giovani stranieri in carcere a cui non sappiamo dare risposta, minacciando loro solo la pena aggiuntiva della espulsione. Ancora una volta: non perdiamo tempo su presunte colpe individuali, della mancata assistenza, della mancata vigilanza, e pensiamo piuttosto se tutto questo carcere per cose da niente serva davvero a qualcosa".

Siria, sacerdote cattolico armeno Hovsep Petoyan, con suo padre uccisi dal Daesh

Avvenire
I due erano in auto, impegnati in una ricognizione sullo stato della chiesa armena di Deir ez-Zor, quando è scattato l'agguato, rivendicato dal Daesh.
Padre Hovsep Petoyan
Un prete cattolico armeno e suo padre sono stati uccisi oggi in un agguato rivendicato dal Daesh nel distretto siriano di Busayra, nella regione di Deir ez-Zor sotto controllo delle forze curdo-siriane. La zona si trova nel nord-est lungo il confine con la Turchia. Le prime informazioni parlavano di due preti, ma poi la radio pubblica dell'Armenia ha chiarito la dinamica.
Le vittime sono padre Hovsep Petoyan, della Comunità cattolica armena di Qamishli, e suo padre Abraham Petoyan. Quest'ultimo è rimasto ucciso sul colpo, mentre il sacerdote è deceduto poco dopo. Ferito il diacono Fati Sano, della chiesa di al-Hasakeh, che viaggiava con loro.
I tre erano in missione, a bordo di un Suv grigio, per ispezionare i lavori di restauro della chiesa cattolica armena di Deir ez-Zor. Lungo la strada che collega Hasakeh a Deir ez-Zor l'auto su cui viaggiavano è stata crivellata di colpi.

Nella rivendicazione, apparsa sui suoi canali Telegram, il Daesh afferma che «due sacerdoti cristiani sono stati uccisi oggi dal fuoco di combattenti dello Stato islamico» e pubblica la foto del documento di identità del sacerdote.

Nella stessa zona, sempre oggi, almeno sei civili sono stati uccisi dall'esplosione di tre bombe, scoppiate simultaneamente in un mercato. Si sarebbe trattato di una motocicletta imbottita di esplosivo e di due auto-bombe.

La Chiesa cattolica armena è una piccola ma antica comunità cristiana riconosciuta ufficialmente nel 1742. Oggi conta all’incirca seicentomila fedeli. Si tratta di una Chiesa patriarcale sui iuris cioè in piena comunione con Roma pur mantenendo una certa autonomia di riti. È presente prevalentemente in Libano, Iran, Iraq, Egitto, Siria, Turchia, Israele, Palestina. Ha sede centrale a a Bzoummar in Libano e il suo primate è il patriarca di Cilicia (Beirut). Attualmente Krikor Bedros XX Ghabroya, classe 1934, in carica dal 2015.

La comunità armena in Siria, i cui numeri attuali sono sconosciuti, è rappresentata dai sopravvissuti al genocidio ottomano degli armeni all'inizio del XX secolo. A Deir ez-Zor si trovano una chiesa e un memoriale dedicato ai martiri del genocidio armeno. La chiesa - scrive il portale curdo Rudaw - era stata fatta saltare in aria nel 2014. Sebbene i responsabili non siano mai stati identificati, alcuni hanno incolpato il Daesh, che all'epoca deteneva il controllo della maggior parte della provincia. Altri hanno puntato il dito contro Jabhat al-Nusra, ex affiliato di al-Qaeda in Siria.

lunedì 11 novembre 2019

Migranti. Patto "segreto" e illegale tra Libia e Malta per riportarli indietro

Il Riformista
Spunta un accordo segreto far Malta e Tripoli. Avrebbero stretto un patto in base al quale le Forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti diretti verso l'isola e riportarli in Libia. A rivelarlo è il giornale Times of Malta, che parla di accordo di "mutua cooperazione" siglato tra l'esercito della Valletta e la guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà come intermediario.
Il quotidiano maltese pone in evidenza la figura di Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione privati. Come controversa, peraltro, è anche l'attività della guardia costiera della Libia. "Abbiamo raggiunto quello che potreste chiamare un'intesa con i libici: quando c'è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità", ha dichiarato una fonte a Times of Malta.

La guardia costiera libica è stata accusata di violazioni dei diritti umani tra cui tortura, ostacolo alle attività di salvataggio delle organizzazioni umanitarie, legami con le gang del traffico di esseri umani. Fonti interpellate dal giornale maltese giustificano l'intesa in quanto - sostengono - si basa sul modello di quella già raggiunta tra Libia e Italia. Immediata l'accusa della ong che si occupa di soccorso ai migranti Alarm Phone che stigmatizza l'accordo come grave violazione del diritto: "Sebbene non sia una sorpresa - sottolinea - ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone in fuga da una zona di guerra di raggiungere un porto sicuro e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani".

La Valletta puntella l'accordo che fa già discutere. Un portavoce del primo ministro maltese spiega che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare e assicura che il Paese "rispetta sempre" le convenzioni e le leggi internazionali. "L'Ue - dichiara - si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l'ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall'Unione europea per la gestione dei migranti e contro il traffico di esseri umani".

Rassicurazioni di La Valletta a parte, la notizia dell'accordo qualche imbarazzo potrebbe crearlo, visto che proprio a Malta a settembre era stato firmato l'accordo fra cinque Paesi Ue, oltre a La Valletta, Francia, Germania, Finlandia e anche Italia.Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana usa toni durissimi e parla di "spregio" al diritto internazionale con l'unico obiettivo "di non avere grattacapi anche se ci sono esseri umani a rischio della vita". E chiede alla Ue e agli organismi internazionali, a partire dall'Onu, di avviare una commissione di inchiesta, perché "formalizzare i respingimenti, che sono illegali, è un'ombra pesante sul governo maltese".