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domenica 8 dicembre 2019

Napoli - Presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Napoli
Rassegna "I mercoledì Sant'Egidio"
La Quinta Municipalità e la Comunità di Sant'Egidio

Mercoledì 11 dicembre 2019 - ore 18,00
Sede della 5° Municipalità 
Via Morgen, 84

Presentazione del Volume:
"Liberi dentro
Cambiare è possibile anche in carcere"
Infinito Edizioni
Con l'autore: Ezio Savasta

Le difficoltà, le speranze, la violenza, le delusioni, 
la rabbia, la gioia, della vita in carcere



Ungheria - Il bavaglio di Orban. La censura si abbatte su Amnesty e Human Right Watch e somiglia a quella del periodo comunista

Huffpost
Il governo ungherese silenzia le voci delle Ong. Amnesty: "Sistema mediatico da regime comunista, non da Paese Ue". Come funziona la macchina della propaganda.
“Siamo diventati il nemico pubblico numero uno”. Mentre i telefoni non smettono di squillare nel suo ufficio a Budapest, lo chiosa con certezza netta Demeter Aron, rappresentante di Amnesty International Ungheria, organizzazione finita insieme a Human Right Watch, ancora una volta, nell’inesorabile mirino censorio del governo Orban. 

Il quotidiano ungherese Nepszava pochi giorni fa ha riportato che alla MTVA, agenzia sotto controllo governativo, con una comunicazione interna è stato vietato ai giornalisti di pubblicare o citare report delle due organizzazioni riguardo le violazioni dei diritti umani nel Paese.

Un argomento dopo l’altro, lo spazio per il libero dibattito in Ungheria “si restringe dal 2016, anno della crisi migratoria. Gli spazi di critica al potere si stanno definitivamente contraendo. Non siamo in una situazione paragonabile a quella vissuta nel Paese di Putin o Erdogan, ma la nostra attività è impedita in molti modi: è veramente dura per noi lavorare qui se consideriamo che stiamo parlando di uno Stato europeo”, continua Aron parlando all’HuffPost. Una notizia alla volta, tutte le informazioni avverse al partito di Orban, Fidesz, vengono obliate, secretate o cancellate, insieme a quelle negative in arrivo da Mosca o Istanbul, Paesi alleati.

Aron non vede alcun miglioramento immediato all’orizzonte: “Il super potere del Governo sulla stampa non cambierà a breve”. L’ecosistema mediatico magiaro, mai così stretto nella morsa della sorveglianza governativa dagli anni ’90 e dalla caduta dell’Unione Sovietica, ormai “assomiglia a quello comunista, per il livello di controllo esercitato” ha detto Zselyke Csaky, analista della Freedom House Europa e Eurasia.

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sabato 7 dicembre 2019

Yemen, se la guerra finisse adesso i bambini soffriranno per 20 anni fame e povertà.

Asia News
Il costo del conflitto pari a 29 miliardi di dollari per la comunità internazionale in termini di aiuti. Secondo il rapporto Irc è la nazione in cui un più alto numero di persone sperimenta insicurezza alimentare. Miliband: la situazione attuale specchio di anni di “impunità” e di sostegno delle potenze occidentali.

Sana’a  - Almeno 20 anni: è questo il tempo che servirà, se la guerra dovesse finire oggi e così non sembra, ai bambini nello Yemen per tornare al livello di malnutrizione “minore” fatto registrare prima dell’inizio del conflitto. È un quadro allarmante, quello che emerge dall’ultimo rapporto - pubblicato in questi giorni - dall’International Rescue Committee (Irc), secondo cui il conflitto nel Paese arabo costerà, se dovesse continuare per altri cinque anni, almeno 29 miliardi di dollari alla comunità internazionale in risorse e aiuti umanitari.

Intitolato “La guerra distrugge i nostri sogni”, il documento di 20 pagine conferma che lo Yemen è oggi la nazione al mondo in cui un numero più vasto di persone vivono una situazione di insicurezza alimentare. E la situazione appare in continuo peggioramento: meno di un anno si è parlato di carestia per alcune aree del Paese e sono i più piccoli a subirne gli effetti peggiori.

La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti.

Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”. Circa 24 milioni di yemeniti (pari all’80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria e 16 milioni vivono sull’orlo della soglia di povertà. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.

Secondo il rapporto il conflitto non ha diminuito l’influenza iraniana; anzi, esso avrebbe rafforzato le posizioni separatiste e destabilizzato ancor più la regione, creando al contempo maggiore insicurezza anche in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau). Ripercussioni si sono registrate anche a livello globale in termini di scorte energetiche e diffusione di gruppi terroristi, fra i quali al-Qaeda e l’Isis.

Le “terribili” previsioni odierne, afferma il presidente e Ceo Irc David Miliband, sono specchio e costo di anni di “impunità”. Ciò che è peggio, aggiunge, “è che la guerra in Yemen si è perpetrata con il sostegno attivo sul piano militare e diplomatico di Stati Uniti, Regno Unito e altre potenze occidentali”. 

I soli aiuti umanitari, conclude, “non possono risolvere questa situazione di malessere” ed è oggi più che mai necessaria una forte “azione diplomatica” a sostegno dei negoziati.

Il carcere? Pieno di emarginati, non di corrotti, evasori e bancarottieri. Recensione dei libri: "Liberi dentro" , "La coscienza e la legge", "Giustizia roba da ricchi"

Globalist
Tre libri inquadrano la forte ingiustizia del sistema carcerario, chi finisce dietro le sbarre e le possibilità di cambiare. Contro chi predica odio e vendetta

Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la “centralità” della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto insieme a Raffaele Cantone, La coscienza e la legge (Laterza 2019, pp. 169, € 16.00).

Malgrado il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente. Eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Cost.)», definendo, inoltre, la proporzionalità della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza l’imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l’assenza di qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la privazione dell’affettività, etc.

Paglia: detenuti dimenticati e abbandonati
Occorre rispettare tali indicazioni per restituire al carcere quel “senso di umanità” di cui, appunto, parla esplicitamente la Costituzione e che permette – osserva giustamente Paglia - «di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione». Tanti detenuti – ricorda Paglia - sono per lo più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che l’inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano l’affermarsi della giustizia.
È opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Sono poche parole che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù – seguendo la narrazione dei Vangeli – visse in prima persona le esperienze dei perseguitati dalla “giustizia” umana, fino alla condanna a morte pur essendo innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: «Gesù fece esperienza della rappresaglia e dell’arresto, provò l’angoscia sino a sudare sangue, subì l’arresto, la detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due compagni di croce».

Pazé: patrie galere per gli emarginati, meno per bancarottieri, evasori e corrotti
Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che – s’intende – di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione: per essi l’unica sanzione è la parcella dell’avvocato.
Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati «di strada», abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre – denuncia Elisa Pazénel suo volume Giustizia. Roba da ricchi (Laterza, 2017, pp. 144, € 14.), in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte ‘antisociali’ dei poveri - «debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni – aria, acqua, suolo – che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno».

Quando vanno in galera i poveri «nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la «giustizia ad orologeria», la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia».

Savasta: cambiare è possibile anche in carcere
Sull’umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere (Infinito Edizioni, 2019, pp. 180, € 14,00). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell’incredibile, l’autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi.

Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull’amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l’autore che viene “dalla libertà”. Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant’Egidio all’esterno del carcere).
In tal senso, il libro di Savasta non è un libro “tecnico”, per addetti ai lavori, anzi. È veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere. Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli.

La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una “discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.

Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: «Che corteo!».
Antonio Salvati

venerdì 6 dicembre 2019

Migranti - Emergenza umanitaria lungo la rotta balcanica. Sono migliaia al freddo e al gelo. Condizioni disumane dentro il campo profughi di Vucjak in Bosnia.

Rai News 24
Nonostante le richieste di trasferimento prima dell'arrivo dell'inverno, centinaia di migranti sono ancora bloccati in una tendopoli improvvisata vicino a Bihac nella Bosnia nordoccidentale mentre un'ondata di gelo e neve imperversa sulla regione.

Con le tende che si piegano sotto il peso della neve, i migranti nel campo di Vucjak vicino alla città bosniaca di Bihac accendono fuochi e si avvolgono i coperte per cercare di rimanere asciutti e al caldo. 

Dall'interno delle tende dove il fumo dei fuochi accesi appesantisce l'aria si sentono i colpi di tosse. Fuori dalle tende, l'accampamento è un pantano e i migranti, alcuni con le ciabatte, camminano nel fango. "Questo posto non va bene", dice Tisham Hadi, 21 anni del Pakistan. 

"Nella mia tenda non ho nemmeno lo spazio per dormire." Le istituzioni internazionali e le organizzazioni umanitarie hanno ripetutamente chiesto che il campo di Vucjak fosse chiuso. 

Non ha strutture e si trova in una ex discarica presso un ex campo minato della guerra in Bosnia del 1992-95. Le autorità di Bihac hanno allestito il campo in emergenza per accogliere migliaia di persone rimaste bloccate nel Paese balcanico mentre cercavano di raggiungere Europa occidentale. 

La maggior parte dei migranti si accalca nell'angolo nord-occidentale della Bosnia perché confina con la Croazia, Stato membro dell'Unione Europea. Arrivano lì dopo aver viaggiato attraverso la cosiddetta rotta dei Balcani dalla Grecia, attraverso la Macedonia del Nord, la Bulgaria, la Serbia e il Montenegro. 

Gli operatori umanitari avvertono che i migranti saranno in pericolo di vita se rimangono nel campo di Vucjak durante l'inverno. Dragan Mektic, ministro dell'Interno bosniaco, ha annunciato che la nuova struttura per i migranti vicino a Sarajevo non sarà pronta prima di 20 giorni. Hadi racconta che ha cercato di andare in altri due campi di migranti a Bihac, messi meglio di Vucjak, ma che non c'era posto.

Photo gallery Rai News 24

martedì 3 dicembre 2019

Il Papa accoglie 43 profughi dall'isola di Lesbo - Portati in Italia da card. Krajewski. Ospitalità con S.Egidio

AnsaMed
Città del Vaticano - Oggi l'elemosiniere del Papa, card. Konrad Krajewski, su mandato di Francesco, si è recato nell'isola greca di Lesbo insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio, e rientrerà in Italia mercoledì con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico.

L'operazione si concluderà in dicembre, quando altri 10 profughi saranno accompagnati in Italia, dando così inizio alle procedure per la richiesta di protezione internazionale. L'accoglienza dei profughi sarà a carico della Santa Sede, tramite l'Elemosineria, e della Comunità di Sant'Egidio.


Un comunicato dell'Elemosineria apostolica ricorda che Papa Francesco, in occasione del suo viaggio all'isola di Lesbo nell'aprile 2016, aveva portato con sé in Italia tre famiglie siriane richiedenti asilo, di cui la Santa Sede si assunse l'onere di accoglienza e di sostentamento, mentre l'ospitalità e il percorso di integrazione vennero seguiti dalla Comunità di Sant'Egidio. 

Nello scorso mese di maggio, a tre anni da quell'evento, il Papa ha chiesto all'elemosiniere di tornare nell'isola per rinnovare la solidarietà al popolo greco e ai profughi e, anche in questa occasione, ha espresso il desiderio di compiere un ulteriore gesto di solidarietà e ospitare un gruppo di giovani profughi e alcune famiglie provenienti dall'Afghanistan, dal Camerun e dal Togo.

"Dopo un intenso periodo di trattative ufficiali tra gli organismi competenti al fine di realizzare questo nuovo corridoio umanitario, il Ministero dell'Interno della Repubblica Italiana ha dato l'assenso definitivo a svolgere l'operazione", riferisce la nota. Pertanto oggi, 2 dicembre, l'elemosiniere Krajewski si è recato nuovamente nell'isola di Lesbo, insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio e rientrerà poi in Italia il prossimo 4 dicembre con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico".

La Comunità di Sant'Egidio è "felice di ospitare i profughi che Papa Francesco ha deciso di portare in salvezza con un corridoio umanitario da Lesbo, attraverso l'Elemosineria Apostolica, e di facilitarne l'integrazione in Italia", afferma la Comunità in una nota, sottolineando che l'accoglienza a 33 rifugiati di diversa nazionalità, così come quella prevista per altri 10 nei prossimi giorni, "ha l'obiettivo di offrire un futuro a chi vive - molti ormai da lungo tempo - nei campi profughi nell'isola greca".

Dopo la visita dello scorso maggio con l'Elemosineria Apostolica, Sant'Egidio aveva organizzato d'estate (tra luglio e agosto) una presenza di volontari a Lesbo e a Samos per manifestare, attraverso numerose iniziative, la sua solidarietà ai profughi presenti nelle due isole. 

Alle 10.30 di mercoledì 4 dicembre è previsto un benvenuto ai profughi in arrivo da Lesbo e una conferenza stampa all'aeroporto di Fiumicino: interverranno il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio.

Migranti, sentenza del Tribunale: "I respingimenti sono illegali e possono chiedere risarcimento e domanda di asilo"

La Repubblica
I respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto a presentare domanda di protezione internazionale in quel Paese. 


E’ una sentenza importante quella emessa nei giorni scorsi dal tribunale civile di Roma che, accogliendo un ricorso dell’Asgi e da Amnesty international Italia, ha deliberato che un gruppo di migranti soccorsi da una nave militare italiana nel 2009 e respinti hanno diritto al risarcimento del danno e all’ ingresso in territorio italiano per presentare domanda di asilo.

I fatti sono del 27 giugno 2009 quando un gommone con 89 persone a bordo (quasi tutti eritrei) partito dalla Libia fu intercettato da una nave militare italiana con il motore in avaria ma i migranti vennero tutti riportati in Libia. 

Nel 2016 per loro conto Asgi e Amnesty international Italia hanno presentato ricorso al tribunale civile di Roma che il 28 novembre scorso ha emesso questa sentenza destinata a costituire un importante precedente. 

Alessandra Ziniti