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martedì 31 marzo 2020

Coronavirus - “Pieni poteri a Orban”, allarme in Ungheria: sospensione elezioni, carcere per la "disinformazione", nessuna scadenza allo stato di emergenza. E' un golpe!

La Stampa
Il Parlamento approva le contestate misure anti-virus. Anche i nazionalisti di Jobbik: «È un colpo di Stato»

Stato di emergenza a tempo indeterminato, poteri straordinari a Viktor Orbán, sospensione immediata delle elezioni, carcere per chi fa disinformazione sull’epidemia o sul governo. Sono questi i punti salienti del pacchetto di misure anti-coronavirus approvato ieri dal parlamento ungherese (138 voti favorevoli, 53 contrari) che di fatto lascia carta bianca al premier magiaro ultranazionalista: da oggi Orbán potrà governare per decreto, da solo e senza contestazioni.


Respinta con perdite la mozione dell’opposizione che chiedeva di inserire nel testo di legge almeno un limite temporale di 90 giorni allo stato di emergenza. 

La paura è, ovviamente, che il governo non revochi le misure neppure quando la pandemia sarà sconfitta e che la sospensione della normale pratica costituzionale in Ungheria sarà sine die. D’altronde i timori paiono fondati, visto che uno stato d’emergenza legato alla crisi dei migranti, voluto da Orbán nel 2015, è tuttora in vigore.

Vent’anni al potere
La mossa del premier magiaro arriva come coronamento di una strategia cominciata nel 2010, all’indomani delle elezioni (stravinte) che gli hanno consegnato il Paese. Orbán ha gradualmente esteso il suo potere, incurante dei moniti di Unione europea, comunità internazionale e associazioni dei diritti umani, preoccupati della progressiva erosione dello stato di diritto. 

Le nuove disposizioni prevedono in particolare che il premier possa prolungare indefinitamente lo stato di emergenza in vigore dall'11 marzo scorso, a sua discrezione e senza chiedere il voto del parlamento: questo rende possibile la sospensione per decreto di alcune leggi e l'introduzione di misure straordinarie se queste garantiscono la salute, la sicurezza personale e materiale e l'economia. Inoltre chi diffonderà «notizie false» sul virus o sulle decisioni del governo rischia fino a 5 anni di prigione: negli ultimi giorni, sono stati i pochi giornali indipendenti rimasti ad essere accusati dal governo di diffondere informazioni fasulle che potrebbero provocare «disordini sociali» e «impedire la protezione della popolazione».

Mario Giro: "La gente inizia ad avere fame, serve un reddito di emergenza in tempi rapidi. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli"

Globalist

L'ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale: "Misure rapide altrimenti si rischia l'assalto ai forni magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.

Alla crisi sanitaria si è affiancata quella economica, sempre più grave. Secondo Mario Giro, ex viceministro degli Esteri ed esponente di vertice di Democrazia Solidale, le misure del governo a sostegno del reddito sono giuste ma rischiano di arrivare troppo tardi. C’è bisogno di mettere in campo mezzi straordinari per accelerare i tempi.

Perché?
Il reddito di emergenza - che noi di Demos sosteniamo decisamente, sia detto per inciso - ha bisogno di alcune procedure di verifica e controllo. La nostra amministrazione pubblica è, già in tempi ordinari, notoriamente un po’ lenta, figurarsi in un momento straordinario come quello attuale. Per questo Demos propone misure quasi automatiche e facili da realizzare in poche ore. Servono nei prossimi 15-20 giorni, ovvero nella forchetta temporale di massima sofferenza prima che sia pagata la cassa integrazione e le altre misure previste. Occorre dare un segnale forte alla gente e raggiungere la platea di chi non viene mai raggiunto: i lavoratori discontinui, i piccolissimi artigiani, baristi, barbieri, banchisti, quelli del sommerso e del lavoro nero. Anche loro devono mangiare. Altrimenti si rischia l’ “assalto ai forni” magari manipolato da mafie e politici senza scrupoli.


Come dare un aiuto immediato ai cittadini in grave difficoltà economica?
Proponiamo una ricarica straordinaria di 500 euro come accredito immediato sui conti di chi percepisce reddito di cittadinanza, assegni e pensioni sociali o di invalidità, Naspi, cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Può essere un anticipo in alcuni casi, in altri, come le pensioni più basse, anche a fondo perduto.
Una misura una tantum per superare questo mese. Proponiamo anche un accordo con la grande distribuzione per fare la spesa a credito con autodichiarazione semplice e garanzia del rimborso statale. Invece di rendere i grandi magazzini l’obiettivo dei disperati che li assaltano, facciamone il luogo dove si allevia la sofferenza. 

Non possiamo militarizzare l’Italia: tendiamo la mano a chi ha fame. Se qualcuno ne approfitterà, pazienza. Ma va fatto entro 48 ore, subito. Infine proponiamo il buono acquisto per chi non ha un lavoro regolare e per i più poveri, da compilare online o mediante le associazioni. Una proposta per fare in modo che i 400 milioni messi ieri a disposizione dal governo aumentino e siano facilmente distribuiti.

Lei ha proposto di attivare il cosiddetto Helicopter Money. Cosa vuol dire?
In gergo economico, Helicopter Money sono i soldi che distribuisci a pioggia in un momento di crisi acuta. Chi oggi sostiene che non si vive di sussidi, non sa di cosa parla: la gente inizia ad avere fame. 

Se non si fa qualcosa di rapidissimo, la protesta non si ferma. Se agli occhi di qualcuno 10.000 morti e un lockdown totale di un mese non sono ragioni sufficienti per una forma di sussidio urgente, significa che vive tra le nuvole e non ha mai toccato la povertà umana. 

Inoltre ho proposto l’Helicopter Money anche per le imprese: tra Banca Europea degli Investimenti, Cassa Depositi e Prestiti e Sace, dobbiamo sbloccare almeno 500 miliardi per far ripartire produzione ed economia. Questi soldi possono venire dal mercato, usando le leve della Bei e quelle nazionali della Cdp e della Sace. Se anche la spunteremo sugli EuroBond, sarà già troppo tardi: anche qui bisogna fare in fretta, essere più veloci del riluttante Consiglio europeo.

lunedì 30 marzo 2020

Coronavirus - Africa - Per molti africani sarà impossibile isolarsi dagli altri. Gli slum, i campi profughi, il difficile accesso all'acqua, sistemi sanitari in difficoltà ...

Internazionale
La pandemia di Covid-19 ha già invaso ogni aspetto della nostra vita. Mentre gli ottimisti sperano che la malattia ci costringerà a riflettere sulle disuguaglianze e sugli ostacoli all’accesso alle cure mediche in tutto il mondo, i realisti sono convinti che l’effetto finale sarà quello di aggravare i divari esistenti.
In Africa la crisi non ha ancora raggiunto proporzioni epiche, ma s’intravedono alcune crepe. In Sudafrica, che ha da poco deciso la chiusura totale delle attività con l’obbligo di restare in casa, i lavoratori hanno cercato di evitare il più possibile il contagio anche quando dovevano viaggiare su mezzi pubblici affollati per andare a svolgere impieghi sottopagati, spesso appena sufficienti a garantirgli la sussistenza, mentre le persone più ricche svuotavano i negozi delle grandi catene per accaparrarsi da mangiare e tutta la carta igienica su cui riuscivano a mettere le mani.

In Sudafrica il governo ha proclamato “lo stato di disastro nazionale”tempestivamente, dopo appena sessanta casi confermati di nuovo coronavirus. Anche il Ruanda e il Kenya hanno adottato misure severe subito dopo i primi casi, tra cui restrizioni ai viaggi e divieti di assembramento in pubblico.

La scelta di bloccare le frontiere per frenare la pandemia fa senza dubbio discutere. Il Sudafrica, per esempio, ha dichiarato di voler costruire una recinzione lunga quaranta chilometri sul confine con lo Zimbabwe. La chiusura delle frontiere può contribuire al distanziamento sociale raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ma vale la pena riflettere su come questi provvedimenti possano essere messi in pratica in questi paesi.

Le malattie possono superare con facilità i confini, che sono delle linee immaginarie

Le frontiere nazionali furono tracciate arbitrariamente nell’epoca coloniale ed esistono solo a livello teorico per molte delle comunità che vivono a cavallo di questi confini. Le vediamo su Google maps, ma non impediscono agli scambi commerciali e ai legami familiari che preesistevano al colonialismo di sopravvivere ancora oggi. Si possono chiudere i valichi di frontiera ufficiali, ma non quelli irregolari, sparpagliati lungo centinaia di chilometri di territori, lungo il corso di fiumi e laghi.

Come abbiamo visto con l’epidemia di ebola in Africa occidentale, che è cominciata in Guinea, ma poi ha colpito anche Liberia e Sierra Leone, e con quella di colera scoppiata in Zimbabwe per poi diffondersi in Sudafrica, Botswana e Mozambico, le malattie possono facilmente superare quelle che sono essenzialmente delle linee immaginarie.

Il mito dell’autoisolamento
Conoscendo la realtà sul campo, è curioso che l’Oms e i ministri della salute di alcuni paesi africani raccomandino alle persone di isolarsi volontariamente nelle case se ritengono di essere state esposte al nuovo coronavirus. In Ruanda, per esempio, un uomo arrivato dagli Stati Uniti potrebbe aver infettato la moglie e il fratello, tre dei primi sette casi censiti nel paese. Questo esempio porta a chiedersi: come dovrebbero isolarsi le persone che vivono nella stessa casa?

Gli slum e gli insediamenti informali sono parte integrante di molte città africane. Sono sovraffollati e carenti di servizi anche quando non è in corso un’emergenza sanitaria globale. Ad Alexandra, a Johannesburg, più di 700mila persone vivono in meno di cinque chilometri quadrati; a Mbare, nella capitale zimbabweana di Harare, abitano 800mila persone; Kibera, il più grande slum di Nairobi, ne ospita almeno 250mila e Makoko, a Lagos, conta più di 300mila persone che vivono in palafitte sulla laguna.

Le grandi città sono un problema anche per chi si sposta per andare al lavoro. Chiunque sia rimasto bloccato nel traffico a bordo di un matatu a Nairobi o in un taxi collettivo a Johannesburg con almeno altre dodici persone a bordo sa bene che l’idea del distanziamento sociale tra i pendolari è un mito.

Questi mezzi di trasporto sovraffollati richiedono anche spostamenti e lunghe attese in fila durante le quali un numero ancora maggiore di persone potrebbe essere esposto al contagio

Per chi svolge un lavoro d’ufficio può essere pratico “lavorare da casa”, ma se l’unica fonte di sostentamento della propria famiglia è vendere pomodori o vestiti di seconda mano in un mercato informale di una grande città, come si può pensare di farlo “online”? A quel punto la scelta è tra restare a casa e non potersi permettere di dar da mangiare ai figli, o avventurarsi in città e cercare di cavarsela in qualche modo.

L’Oms raccomanda quindi l’isolamento a chi teme di essere stato esposto al virus. La raccomandazione è non condividere il bagno, il soggiorno o la camera da letto con altre persone. Ma come si fa quando si vive in una casa dove la camera da letto è anche la cucina e il soggiorno, da condividere con una famiglia (a volte allargata)? Queste raccomandazioni sono ancora più assurde se l’unica fonte d’acqua è un rubinetto comune o un pozzo, o se bisogna condividere il gabinetto con una decina di altre famiglie. Questa purtroppo è la realtà di molte persone che vivono ai margini della società.

A volte anche nei quartieri ricchi di molte città africane l’accesso all’acqua è difficile. Da una decina d’anni i rubinetti di Harare sono quasi a secco, eppure raccomandiamo alle persone di lavarsi spesso le mani. La minaccia del nuovo coronavirus ha riportato in primo piano l’importanza dell’accesso all’acqua. Anche se danno certi consigli, i governi e l’Oms conoscono bene le condizioni e le difficoltà che queste comunità hanno sempre dovuto affrontare.

Sistemi sanitari in difficoltà
Si è parlato molto dei sistemi sanitari di molti paesi africani e delle difficoltà che potrebbero incontrare a gestire un virus che si diffonde tanto rapidamente. Ci sono casi di paesi come il Sud Sudan e la Somalia, i cui sistemi sanitari sono praticamente crollati dopo anni di conflitti.

In alcuni paesi nell’area del Sahel – Niger, Burkina Faso e Mali – i conflitti in corso costringono le persone a lasciare le loro case e a vivere in condizioni squallide nei campi profughi. E anche nei paesi dove non si combatte, come l’Uganda e lo Zimbabwe, i programmi di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale hanno portato a una continua diminuzione degli stanziamenti pubblici a favore della sanità. La dichiarazione di Abuja del 2001, in base alla quale ogni paese avrebbe dovuto dedicare almeno il 15 per cento del suo bilancio nazionale alla sanità, sta ancora prendendo polvere negli uffici delle autorità sanitarie. Nessuno dei firmatari della dichiarazione ha raggiunto gli obiettivi.

Karsten Noko, Al Jazeera, Qatar

domenica 29 marzo 2020

Uno ebreo, l'altro musulmano: i due paramedici pregano insieme in Israele contro il coronavirus

La Repubblica
"Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le metti da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme"
Uno in piedi con gli occhi a Gerusalemme, l'altro in ginocchio con il volto in direzione della Mecca. Due mondi da contrapposti da decenni riuniti in uno scatto che sta facendo il giro del mondo. Protagonisti dell'immagine sono Avraham Mintz e Zoher Abu Jama, due paramedici del Magen David Adom, il servizio di soccorso sanitario israeliano, immortalati a pregare insieme durante un momento di tranquillità. Per loro nulla di nuovo, per molti un simbolo di speranza che arriva in uno dei momenti più bui della storia umana.
"Cerchiamo di pregare insieme, anziché prenderci dei momenti separati. Abbiamo molte emergenze da affrontare in questo momento", ha spiegato Mintz in un'intervista al New York Times.

Con oltre 3600 casi confermati e una dozzina di morti, l'emergenza da coronavirus inizia a farsi sentire anche in Israele. Con le richieste d'aiuto arrivate anche 100mila al giorno nelle giornate di punta: dieci volte il volume normale. 

 "Il mondo intero sta combattendo contro il coronavirus", ha aggiunto Abu Jama. "Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le metti da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme. Questa è la nostra vita"

La foto, scattata nella città meridionale di Be'er Sheva (o Beersheva) da un loro collega, è stata pubblicata su Facebook e Instagram dallo "Scudo Rosso di David" accompagnata da un messaggio: "Una bellissima foto che mostra come gli israeliani si uniscono in un periodo di crisi". E poi ancora: "Siamo felici che questa potente immagine abbia ispirato le persone in tutto il mondo in questo momento difficile".

Valentina Ruggiu

sabato 28 marzo 2020

Coronavirus - Bergamo - Il gesto del fruttivendolo Sameh: “Dieci anni fa mi avete accolto, ora vi regalo i miei prodotti”

La Repubblica
Nel Bergamasco l'emigrato egiziano espone fuori dal suo negozio ceste di frutta e verdura che chiunque può prendere gratis.

Bergamo - Le ceste di frutta e verdura sono lì sul tavolo, ananas, mele, arance, pomodori, zucchine, melanzane: sono macchie di colore e di speranza, e il messaggio positivo di Sameh diventa una vitamina che fa bene all'anima. 

Nella valle di lacrime bergamasca c'è una bella storia. L'ha scritta, con il suo gesto nobile, Sameh Ayad, 34 anni, fruttivendolo egiziano di Canonica d'Adda. Da qualche giorno Sameh ha deciso di regalare i prodotti del suo negozio a chiunque abbia bisogno: ha messo un tavolo fuori dalla bottega con sopra ceste di frutta e verdura. Chi vuole passa e prende. 

All'esterno del negozio ha appeso un cartello: 
"Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie. Andrà tutto bene! Se avete bisogno prendete gratis la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo". 
Una bella risposta agli haters sovranisti che in questi giorni, dopo avere detto per anni che gli immigrati ci portano malattie, adesso infestano la rete e i social augurandosi che ci siano più contagi tra gli immigrati. Sameh, bergamasco adottivo, rimette le cose al loro posto: con la sua iniziativa dimostra che la migliore arma contro il coronavirus è la solidarietà, aiutarsi gli uni con gli altri, tendere la mano.

"Mi sento in debito con Bergamo - racconta a BergamoNews - per come sono stato accolto nel 2010. Ero senza lavoro e in cerca di fortuna, questa terra è stata generosa con me e io voglio esserlo coi bergamaschi in questo momento di grande sofferenza. Spero, nel mio piccolo, di poter aiutare le persone a stare un po' meglio"

Dice Sameh che in questi giorni tante persone stanno usufruendo del suo servizio: frutta e verdura gratis, lì, a portata di mano, senza intasare pericolosamente i supermercati. "In poche ore tutti i prodotti finiscono, andrò avanti a metterli a disposizione della gente fino a quando questa emergenza sarà finita". 

Prima pizzaiolo, poi commesso in un negozio di frutta a verdura a Fara Gera D'Adda, poi l'apertura dell'attività in proprio. Adesso che gli abitanti di Canonica lo ringraziano e plaudono alla sua idea, Sameh dice che il suo prossimo sogno è quello di portare in Italia moglie e figlie. "Abbiamo avviato le pratiche. Spero che questa guerra contro il virus finisca presto e che possano raggiungermi qui".

venerdì 27 marzo 2020

Covid-19 - Rispondendo all'appello di Guterres (ONU), proclamato il cessate il fuoco nei Paesi in guerra per paura della pandemia. Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine

La Repubblica
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. E' uno dei pochi effetti positivi del virus.
Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l’avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria. 

Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.

Invece, in un Paese in guerra dopo l’altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un’altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. 

Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull’impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell’Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l’appello di Guterres", ha detto la fonte.

All’origine di quest’operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una “nuova, importante iniziativa” per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l’approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.

Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l’opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l’inviato dell’Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le “risposte positive” per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. 

Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo. Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l’idea di una tregua e si sono dette disponibili «a fermare ogni azione militare» nel nord-est del Paese, mentre il Segreterio generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.

Pietro Del Re

Coronavirus - Usa - Più di 10 Stati definiscono criteri agghiaccianti per scegliere chi salvare: «niente respiratori per i disabili valutando abilità fisiche, intellettive e valore per la società».

Avvenire
Dall’Alabama allo Utah, i criteri dati dalle amministrazioni ai medici escludono i più vulnerabili.

In Tennessee le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno «escluse» dalla terapia intensiva. In Minnesota saranno la cirrosi epatica, le malattie polmonari e gli scompensi cardiaci a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore. Il Michigan darà la precedenza ai lavoratori dei servizi essenziali. 

E nello Stato di Washington, il primo a essere colpito dal coronavirus, così come in quelli di New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita.
Mentre sugli Stati Uniti si sta abbattendo la prima ondata di casi di coronavirus e gli ospedali si preparano a essere invasi da pazienti con difficoltà respiratorie, i vari Stati cercano di fornire ai medici dei criteri guida per prendere le decisioni più difficili: scegliere chi attaccare a un respiratore e chi no. 

Nei piani preparati o rivisti in questi giorni dagli esperti locali emergono approcci diversi. Ma anche una preoccupante tendenza. Fra i circa 36 Stati che hanno reso noti i loro criteri, una decina elenca anche considerazioni di tipo intellettivo, e altri parlano di condizioni precise che possono portare alla discriminazione nei confronti dei disabili. 

L’Alabama è il caso più eclatante. Nel suo documento intitolato Scarce Resource Management sostiene che i «disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione».

Ma anche frasi contenute nelle linee guida di Washington, come «capacità cognitiva», o di Maryland e Pennsylvania, come «disturbo neurologico grave», hanno suscitato l’allarme delle associazioni di difesa dei disabili.

Già tre gruppi (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore dei criteri per l’accesso alle cure salvavita per il Covid-19.

E una mezza dozzina di altre organizzazioni si sono appellate al governo federale affinché imponga alle Amministrazioni locali e agli ospedali il principio che i disabili hanno diritto allo stesso trattamento degli altri. A far paura è che i criteri di accesso alle cure siano costruiti sull’idea in base alla quale alcune vite valgono meno di altre. «Le persone affette da disabilità sono terrorizzate che se le risorse si fanno scarse, verranno inviati in fondo alla fila – sostiene Ari Ne’eman, docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis –. E hanno ragione, perché molti Stati lo affermano in modo abbastanza esplicito nei loro criteri».

Al di là dei singoli documenti, negli Stati Uniti che cercano di prepararsi all’insufficienza di letti di terapia intensiva, si è già affermato un altro principio inquietante per i più vulnerabili. Si tratta della “regola d’oro” presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse: si chiede a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza. O «maggiore valore per la società». Una regola che «impone una pressione inaudita », conclude Ne’eman.


Elena Molinari, New York