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domenica 23 febbraio 2020

In Libia 600 persone sparite e spunta un'altra prigione segreta, ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie

AvvenireIl segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali»


Un’altra prigione segreta, dove nascondere i migranti catturati in mare e tenerli alla larga dalle verifiche delle organizzazioni internazionali. L’ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie. «Mi hanno chiesto 700 euro», dice uno dei migranti che con pochi altri è riuscito a scappare dopo aver fatto arrivare attraverso amici in Europa e parenti in patria il riscatto di mille dinari libici.

Grazie a queste testimonianze è stato possibile individuare un’area, alla periferia di Tripoli e lungo la strada per Zawiyah, nella quale i migranti sarebbero stati ammassati dalle autorità libiche. Le coordinate geografiche indicano una serie di edifici a est della capitale, non lontano da un’arteria costiera in mezzo a edifici governativi e quartieri densamente popolati. La struttura, però, non risulta in nessun elenco ufficiale noto dalle organizzazioni internazionali.

A denunciare ufficialmente la scomparsa di centinaia di persone erano stati i funzionari delle Nazioni Unite. A settembre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti di uomini».

Solo nelle prime due settimane di gennaio «circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell’Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia». L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello alla comunità internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, affinché si trovino «alternative e meccanismi di sbarco sicuri».

Altri rifugiati sono stati spostati nella famigerata prigione di Triq al Sikka, in passato al centro di gravi episodi di sevizie e scontri con i guardiani. «A dieci mesi dall’inizio del conflitto – dice l’Oim – in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza».
Al 21 febbraio 1.737 rifugiati e i migranti sono stati intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera e riportati in Libia in violazione delle norme internazionali sul respingimento.

«La Libia in alcun modo può essere considerato un Paese sicuro di sbarco per migranti e richiedenti asilo», ribadiscono le Nazioni Unite. «Il 18 febbraio c’è stato un netto aumento» delle attività «con tre operazioni registrate quel giorno, per un totale di 535 persone», annota l’ultimo report di Unhcr-Acnur. «La maggior parte sono stati trasferiti in centri di detenzione delle autorità libiche», si legge nell’aggiornamento dell’alto commissariato per i rifugiati.

La maggioranza dei migranti intercettati proviene dal Sudan, dalla Somalia, dall’Eritrea, dall’Etiopia e dalla Palestina, tutte nazionalità che avrebbero diritto alla protezione umanitaria in Europa.

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venerdì 21 febbraio 2020

Tennessee - Pena di morte - Messo a morte con la sedia elettrica Nicholas Sutton di 58 anni. Quarta esecuzione in USA del 2020

Fanpage
Nicholas Sutton di 58 anni, è stato messo a morte nel Tennessee nonostante i suoi legali avessero chiesto una sospensione dell’esecuzione.

I suoi legali avevano chiesto una sospensione per buona condotta: aveva salvato una guardia – Per il detenuto, nel tentativo di salvarlo dalla sedia elettrica, era stata presentata anche una richiesta di grazia al governatore repubblicano del Tennessee, Bill Lee. Richiesta di grazia, supportata da membri dell'amministrazione carceraria, in cui veniva sottolineato che Sutton era intervenuto in diverse occasioni per proteggere i dipendenti delle carceri e i compagni di cella, in particolare "salvando" una guardia durante una rivolta nel 1985.

È la quarta esecuzione negli Stati Uniti dall’inizio dell’anno – Quella di Nicholas Sutton registrata ieri sera rappresenta la quarta esecuzione negli Usa dall'inizio dell'anno ed è la quinta nel Tennessee dal novembre del 2018. Il cinquantottenne ha scelto la sedia elettrica anziché l'iniezione letale.

Due operatori Oxfam uccisi in un attacco in Siria

Oxfam Italia
Due operatori di Oxfam, impegnati nella risposta umanitaria alla crisi siriana, sono stati uccisi il 19 febbraio  in un attacco al veicolo su cui viaggiavano, da parte di un gruppo armato rimasto finora non identificato. Il tragico episodio si è verificato alle 14:00 ora locale, nel governatorato di Dar’a, nel sud della Siria, tra Nawa e Al-Yadudah.
Le vittime sono Wissam Hazim, responsabile della sicurezza del personale e l’autista Adel Al-Halabi. Nel corso dell’attacco è rimasto ferito anche un altro volontario di Oxfam, che era con loro.
“Siamo devastati dalla perdita di due preziosi colleghi che sono stati uccisi mentre lavoravano per fornire aiuti ai civili coinvolti nel conflitto siriano. Il nostro più sincero affetto e i nostri pensieri sono con le loro famiglie. Condanniamo con forza questo episodio. È essenziale che tutti le parti in conflitto garantiscano la sicurezza e l’incolumità degli operatori che lavorano ogni giorno per soccorrere la popolazione”.
 Moutaz Adham, direttore di Oxfam in Siria

giovedì 20 febbraio 2020

Turchia - Osman Kavala filantropo anti-Erdogan assolto ieri nel processo Gezi Park , arrestato di nuovo per tentato golpe

Ansa
La procura di Istanbul ha emesso un nuovo mandato d'arresto per Osman Kavala, l'imprenditore e filantropo assolto oggi nel processo Gezi Park, che doveva essere liberato dopo 840 giorni di carcerazione preventiva. 


Il nuovo mandato è stato emesso nell'ambito di indagini sul fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016.

mercoledì 19 febbraio 2020

Turchia: tutti assolti al processo Gezi Park. Anche il noto imprenditore e filantropo turco Osman Kavala.

AnsaMed
Il tribunale di Silivri a Istanbul ha assolto tutti gli imputati nel processo contro alcune delle figure di maggior spicco delle proteste antigovernative di Gezi Park del 2013. Tra questi anche il noto imprenditore e filantropo turco Osman Kavala, in carcerazione preventiva da oltre due anni, che rischiava l'ergastolo.


I giudici hanno deciso l'assoluzione di tutti i 16 imputati - 7 dei quali processati in contumacia - per "assenza di prove sufficienti" rispetto all'accusa di aver tentato di rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan, decretando anche il rilascio immediato di Kavala, l'unico ancora in detenzione cautelare in carcere.

La sentenza giunge al termine di un processo fortemente criticato dalle ong locali e internazionali per i diritti umani e la libertà d'espressione, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch. Ad assistere all'udienza c'erano oggi in aula deputati di opposizione e rappresentanti diplomatici di diversi Paesi europei, oltre che di Usa e Canada.

Il Governo inglese "deporta" gli ex condannati in Giamaica. Violazione dei diritti umani.

TIO
È decollato l'11 febbraio alla volta della Giamaica il primo volo con a bordo 20 ex condannati di origine familiare caraibica, ma residenti fin da piccoli in Gran Bretagna, espulsi all'atto della scarcerazione e dopo aver scontato la pena su ordine del governo di Boris Johnson.

Il provvedimento, contestato dalle opposizioni in Parlamento e da organizzazioni per i diritti umani, è stato difeso come rispettoso della legge e giustificato da ragioni di «sicurezza dei cittadini» dalla ministra dell'Interno, Priti Patel.


In teoria sarebbero dovuti partire 50 ex detenuti, ma per 30 di loro è stato imposto un rinvio: a causa del verdetto urgente emesso ieri sera da una giudice incaricata di occuparsi di casi d'immigrazione in base a un ricorso per mancata assistenza legale. 


La ministra ombra laburista Diane Abbott ha intanto contestato la decisione del governo, parlando apertamente di «deportazione» e sollevando dubbi sia sulla portata meno grave dei reati commessi di alcuni di loro rispetto a quanto affermato da Patel, sia sul fatto che si tratta di persone sempre vissute nel Regno Unito e senza legami con la Giamaica. 

Ad alimentare le polemiche è pure il ricordo dello scandalo della cosiddetta Windrush Generation, a cui in anni recenti i governi conservatori avevano negato diritti acquisiti da decenni a causa di documenti mancanti o banali disguidi burocratici, salvo essere costretti a far marcia indietro e a scusarsi in seguito alle denunce pubbliche. 

Uno scandalo evocato in questi mesi come potenziale precedente allarmante per il futuro della promessa tutela dei diritti post Brexit dei cittadini di Paesi Ue già residenti nel Regno.

Alessandra Ferrara

martedì 18 febbraio 2020

Bosnia Erzegovina - Tuzla, la stazione sulla rotta balcanica, centinaia di profughi arrivano ogni giorno. La società civile si mobilita.

Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa
La Bosnia Erzegovina si sta lentamente convertendo in una zona-cuscinetto per i migranti. La situazione a Tuzla è al limite dell'emergenza. Lo scaricabarile istituzionale per fortuna è compensato efficacemente dagli attori della società civile locale. Ancora per quanto?



Secondo Dargadan, i migranti e rifugiati che passeranno la notte qui sono “circa 280“, una cifra vicina al massimo raggiunto in passato e circa il doppio della media di quest'inverno. Il totale di quelli che si trovano attualmente nella città di Tuzla e zone limitrofe, che include coloro che dimorano nei parchi, nelle case abbandonate e in strutture coordinate dalle associazioni, potrebbe aggirarsi “tra i 400 e i 500”, principalmente provenienti da Afghanistan e Pakistan, ma anche da altri paesi. Sono dati da confrontare con l'ultimo rapporto UNCHR , secondo cui migranti e rifugiati in Bosnia Erzegovina nel dicembre 2019 erano 7.141, di cui solo 350 nei cantoni di Tuzla e Mostar messi insieme.

Tuzla è uno snodo nevralgico della rotta balcanica. È il primo grande centro urbano che le persone in transito trovano in Bosnia Erzegovina, dopo avere attraversato il confine dalla Serbia nell'area tra Bijeljina e Zvornik. “Là non c’è quasi nulla, sono solo alcune persone che aiutano spontaneamente lungo la strada, ma niente di organizzato. In Bosnia orientale questo è il primo luogo dove c'è una parvenza di struttura. La gente arriva qui stanca e affamata. Chiede un riparo, una tenda”, spiega Dardagan. È noto che l'attenzione di stampa e organizzazioni internazionali attorno alla rotta in Bosnia Erzegovina non è all'altezza della gravità della situazione; ma quando vi è, si concentra per lo più su quanto accade alla frontiera Bosnia-Croazia, per motivi anche comprensibili: le presenze maggiori, la militarizzazione del confine, i respingimenti violenti. Di Tuzla si parla molto poco, anche se i numeri non sono così trascurabili e media indipendenti, attivisti e operatori umanitari da tempo segnalano che la situazione in città si trova al limite dell’emergenza.

Se la crisi umanitaria è stata contenuta, lo si deve alla mobilitazione della società civile locale. Sono numerose le organizzazioni coinvolte nella gestione degli aiuti, che abbracciano religioso e laico, umanitario e politico, sociale e privato: dalla musulmana Merhamet alle cattoliche Emmaus e Caritas, la Croce Rossa, i sindacati, le associazioni di quartiere, singoli volontari e attivisti, esercizi commerciali. Si creano soluzioni per l'alloggio e reti di ospitalità per famiglie, soggetti vulnerabili, donne incinte, bambini, malati.

Il governo statale che si è insediato da poco a Sarajevo, una coalizione modello “tutti-dentro” tra i principali partiti nazionalisti del paese, non sembra avere né la volontà politica, né gli interessi comuni, né le competenze per affrontare le questioni. Si resta quindi nel reciproco limbo di sempre: da una parte la “provvisorietà senza fine” (magistrale definizione di Aleksandar Trifunović) in cui sono bloccate le istituzioni della Bosnia Erzegovina, dall’altro la “transitorietà permanente” delle persone impigliate negli scaricabarili continentali e nazionali della rotta migratoria. Nemmeno dal “modello Tuzla” si vede, al momento, una via d’uscita.

Alfredo Sasso  - Tuzla
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