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giovedì 21 marzo 2019

Giappone, gli anziani che si fanno arrestare per combattere la solitudine

La Repubblica
La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni e le carceri faticano a ospitarli. “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno", dice una signora 80enne.


Pechino - “Quando sono uscita la seconda volta mi sono promessa di non cascarci più. Ma poi là fuori sentivo troppa nostalgia”. Così N. è entrata in un negozio e lo ha fatto di nuovo. Ha rubato un ventaglio, il terzo taccheggio della sua vita, una recidiva che le è costata una condanna a tre anni. Costata, o forse valsa: “Mi piace di più la vita in prigione. Ci sono sempre delle persone intorno, non mi sento sola qui”, racconta a Bloomberg questa signora 80enne. Già, anche con un marito, due figli e sei nipoti, in Giappone gli anziani possono sentirsi tremendamente soli. Specie le donne, spesso recluse in casa da una società tra le più maschiliste al mondo. Per questo per molte di loro la prigione è una necessità, se non addirittura una scelta.

La carcerazione volontaria nel Paese sta crescendo, al punto da preoccupare anche il governo. Nella nazione più vecchia del mondo, un detenuto su cinque ha più di 65 anni. E per molti di loro, nove su dieci nel caso delle donne, i reati sono minori, soprattutto piccoli furtarelli nei negozi. “Mio marito è morto lo scorso anno”, racconta una detenuta. “Non avevamo figli ed ero sola. Ho visto un pacco di carne al supermercato e lo volevo, ma pensavo che sarebbe stato un fardello economico. Così l’ho preso”. Il risultato è che le carceri ora faticano a ospitare tanti anziani. Il costo delle spese mediche nei penitenziari è salito dell’80% negli ultimi dieci anni. Di giorno molti detenuti senior ricevono assistenza da parte di personale specializzato, ma di notte sono i secondini che devono occuparsi di tutto.

Il governo ora assicura ai recidivi dai capelli bianchi una forma di assistenza pubblica. E indagando sul fenomeno, ha scoperto che il 40% di loro viveva da solo prima di commettere un reato. Una condizione sempre più frequente in Giappone, dove il tradizionale welfare familiare si sta velocemente sgretolando e quello statale fatica a tenere il passo. Provocando sofferenze economiche, ma anche sentimentali. “Mio marito ha avuto un ictus sei anni fa, e da quel momento è paralizzato a letto”, racconta a Bloomberg T., 80 anni e due figli, ora alla quarta condanna tutte per furtarelli. “Era durissima prendersi cura di lui, non potevo parlarne con nessuno perché me ne vergognavo. Quando ho rubato avevo soldi in tasca, ma non volevo tornare a casa e chiedere aiuto in prigione era l’unico modo”.

In questa reclusione pubblica questi anziani ritrovano, con le compagne di cella ma anche con il personale delle prigioni, delle relazioni umane che nella reclusione domestica avevano perso. “Non posso dire quanto mi piaccia lavorare nel laboratorio della prigione”, racconta N., 79 anni. “L’altro giorno mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e ho capito la gioia del lavoro. Mi dispiace di non aver mai lavorato. La mia vita sarebbe stata differente”.




FILIPPO SANTELLI

Siria: Onu, più di 70mila civili ammassati nel campo di al Hol

AnsaMed
Beirut - Il campo profughi di al Hol nell'est della Siria al confine con l'Iraq contiene più di 70mila civili, per lo più donne e bambini fuggiti dalle zone teatro del conflitto tra forze curde e Isis nel sud-est. 

Lo riferisce l'Ufficio dell'Onu per il coordinamento umanitario (Ocha). Il campo di al Hol è stato creato a metà degli anni '90 a seguito della Guerra del Golfo del 1991. Ed era stato progettato per ospitare non più di 15mila persone.

mercoledì 20 marzo 2019

Condizioni abitative dei Rom in Italia: presentato un ricorso al Comitato europeo dei diritti sociali

Amnesty Italia
Sgomberi forzati, uso di campi segregati con condizioni abitative al di sotto degli standard e mancato accesso all’edilizia sociale: sono questi i principali punti sulla base dei quali abbiamo presentato il nostro primo ricorso al Comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa.


“È uno scandalo che in una delle maggiori economie europee del 21° secolo alcune delle persone e famiglie più vulnerabili continuino a vivere in condizioni agghiaccianti e a subire un’endemica discriminazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lucy Claridge, direttrice dei Contenziosi strategici di Amnesty International.

Il nostro ricorso mette insieme anni di documentazione di violazioni diffuse e sistemiche della Carta sociale europea e di altri trattati internazionali e regionali vincolanti per l’Italia e mostra come, nonostante iniziative come la strategia nazionale d’integrazione adottata nel 2012, la realtà per i rom resta quella di discriminazione ed esclusione sociale.

“Amnesty International ha documentato numerosi casi di sgomberi forzati, nonostante siano assolutamente proibiti dal diritto internazionale, così come di famiglie che vivono in condizioni terribili e segregate dal resto della popolazione. Dopo il recente sgombero del Camping River di Roma, eseguito nel luglio 2018 col pieno appoggio del ministro dell’Interno e che ha lasciato decine di persone senza un tetto, siamo preoccupati per la determinazione dell’attuale governo a smantellare i campi rom senza fornire alcuna opzione abitativa alternativa adeguata“, ha proseguito Claridge.

Le condizioni abitative inadeguate in cui si trovano migliaia di rom comprendono l’assenza di infrastrutture e servizi di base come l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, riscaldamento ed energia elettrica. Prive di un titolo di possesso dell’alloggio, persino nei campi autorizzati, queste persone restano a rischio di sgomberi forzati, frequentemente eseguiti.

Le autorità locali continuano a perpetuare la segregazione trasferendo i rom in altri campi, spesso considerati come l’unica soluzione abitativa per famiglie rom che non sono in grado di mantenersi autonomamente. Questa situazione è esacerbata dalla loro esclusione di fatto dall’accesso all’edilizia sociale in molte città.

“Le prove presentate al Comitato dei diritti sociali dimostrano che siamo di fronte a un problema che non solo dura da tempo ma che le autorità italiane non intendono affrontare, nonostante i loro obblighi di diritto internazionale“, ha proseguito Claridge.

Sulla base di denunce simili già due volte, tra cui nel 2010, ai tempi della cosiddetta “emergenza nomadi” proclamata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Comitato aveva stabilito che l’Italia aveva violato gli obblighi previsti dalla Carta sociale europea.

Come dimostra il nostro ricorso, i rom sono stati abbandonati da un governo dopo l’altro e il loro futuro si presenta tetro anche sotto l’attuale amministrazione”, ha commentato Claridge.

Secondo studi recenti, in Italia circa 26.000 rom vivono in campi e insediamenti, sia informali che allestiti dalle autorità, così come in centri segregati dove sono a continuo rischio di subire sgomberi forzati. La continua assenza di dati relativi alla composizione e ai bisogni della popolazione rom in Italia è stata ripetutamente criticata da organismi internazionali per i diritti umani, da ultimo nel 2017 da parte del Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente criticato l’Italia perché alimenta intolleranza, razzismo e xenofobia. La pressione internazionale rimane fondamentale per dare voce alla disperazione di queste famiglie e delle singole persone marginalizzate. Ci auguriamo che il Comitato dei diritti sociali esprima una netta condanna nei confronti dell’Italia per non essere venuta incontro ai bisogni della comunità rom. Nel ricorso abbiamo suggerito quali provvedimenti l’Italia dovrebbe prendere: tra questi, il divieto di sgomberi forzati sia nella legge che nella prassi, l’offerta di alternative adeguate alle persone segregate nei campi, la revisione del sistema dell’edilizia sociale per eliminare le norme discriminatorie e l’aumento dell’offerta di case popolari disponibili secondo gli attuali bisogni”, ha concluso Claridge.

martedì 19 marzo 2019

Migranti: Unicef, 650mila bambini frequentano scuole turche

AnsaMed
A 3 anni da patto Ue, investiti 85 milioni di euro.

Adana (Confine Turchia-Siria) - Sono 645.000 i minori rifugiati che frequentano le scuole in Turchia, circa il 60% del totale di quelli in età scolare. È la stima dell'Unicef, che insieme ai ministeri del Welfare e dell'Educazione di Ankara e alla Mezzaluna Rossa turca gestisce il maggior programma di sostegno nel Paese contro la dispersione scolastica dei profughi (Ccte).
Il progetto è finanziato fino al luglio prossimo con 85 milioni di euro della prima tranche di 3 miliardi di aiuti previsti dall'accordo Ue-Turchia, che oggi compie 3 anni, e verrà riproposto anche con le nuove risorse, già impegnate da Bruxelles.
Attraverso il Ccte, 487.000 minori rifugiati - l'85% dei quali siriani - ha ricevuto finora un sostegno economico legato alla regolare partecipazione alle attività educative, in modo da incentivare le famiglie più vulnerabili a mandarli a scuola.

Siria, una difficile pace dopo otto anni di guerra - di Andrea Riccardi

Corriere della Sera
Andrea Riccardi
La conferenza sulla ricostruzione conclusa il 14 marzo a Bruxelles non ha chiarito in quale situazione potrà fare ritorno una parte dei profughi.


Da otto anni si combatte in Siria. Tutto cominciò il 15 marzo 2011 con alcune manifestazioni nel clima della «primavera araba», che portò alla fine di Mubarak in Egitto e di Ben Ali in Tunisia. 


Bashar el-Assad, succeduto al padre nel 2000, aveva deluso con novità di facciata nella continuità del potere alauita. La primavera si risolse subito in un lungo inverno che tuttora dura e ha distrutto la Siria. Parlano le cifre: quasi mezzo milione di morti; sei milioni di rifugiati all’estero, molti in condizioni inumane (come nei campi libanesi); sei milioni e mezzo di sfollati interni; otto persone su dieci sotto il livello di povertà. Un patrimonio artistico unico danneggiato o distrutto: il millenario minareto della moschea degli Omayyadi atterrato ad Aleppo, città-patrimonio dell’umanità, bombardata e ferita dalla lotta per le strade. Ci sono bambini siriani che hanno conosciuto solo la guerra: almeno quattro milioni mai andati a scuola. Ricordo un disegno di un piccolo siriano, regalatomi in un campo in Libano: rappresentava una casa che brucia e gente che fugge. L’umanità siriana, vissuta in secoli di convivialità tra religioni e comunità, è stata ferita a morte. Domenico Quirico, rapito dai ribelli per cinque mesi nel 2013, ha raccontato dall’interno la disumanizzazione dei siriani: non ho mai visto un sorriso — ha detto — nemmeno sul volto di un bambino.

È il prezzo di una guerra senza fine. C’è chi ne vede l’origine nell’utopismo di quanti volevano la fine della dittatura e appoggiarono i ribelli: prima di tutto europei e americani. Altri accusano il cinismo di Assad, che ha bombardato il suo popolo. Come non concordare? La minoranza alauita, pronta a tutto, era nel panico e temeva di essere sommersa dalla maggioranza e dall’odio sunnita. Najah Alnukai, artista siriano rifugiato in Francia, ha disegnato l’inferno delle torture nelle carceri siriane, dove è stato detenuto dopo l’arresto per la partecipazione alle manifestazioni antiregime. Ricordo l’amarezza di Paolo Dall’Oglio, indomito gesuita disperso in Siria dal 2013 (di cui speriamo il ritorno), contro un regime che per lui doveva finire.

Otto anni di guerra non si spiegano però con un solo motivo o un responsabile. C’è stata un’incredibile concentrazione di cause e d’interessi contrastanti. Si sono incrociati tanti e diversi conflitti. La Siria è scoppiata e sono emersi i «demoni» del Medio Oriente. Lì si è vista la più vistosa espressione della frammentazione della comunità internazionale. La Russia di Putin ha resistito tenacemente alla minaccia di perdere il Paese, appoggiando Assad, anche se la sua strategia non sempre coincide con il presidente. Dall’autunno 2015 le forze russe sono scese al fianco del governo che, in quel momento, controllava meno del 30% del territorio e sembrava agli sgoccioli. L’Iran ha sempre appoggiato Damasco, temendo che la sua fine rompesse la continuità sciita da Teheran al Libano, passando per un Iraq instabile. Nel campo opposto non si possono seguire le crisi e le trasformazioni dei vari gruppi ribelli che, sebbene in perenne conflitto tra loro, sono giunti a contestare il controllo governativo delle città più importanti. La ribellione antigovernativa si è radicalizzata, anche per l’afflusso di combattenti d’ogni provenienza, appoggiata da numerosi Paesi arabi, tra cui i sauditi.

Sulla scena siriana, si è levato un minaccioso protagonista, Daesh,l’autoproclamato califfato di Al Baghdadi, che ha fatto saltare, con la frontiera Iraq-Siria, l’ordine imposto dopo la prima guerra mondiale e ha occupato la storica città di Palmira nel 2015. Daesh, a un certo punto, si è proiettato come minaccia globale all’Occidente. Nella coalizione anti-Daesh, sostenuta dagli americani, si sono affermati i curdi dello Ypg, che hanno creato una regione autonoma, Rojava, con l’appoggio americano: fatto insopportabile per Erdogan. Così, per la prima volta dal 1918, i turchi sono tornati in Siria e, dal 2016, controllano una terra che fu parte della Sublime Porta. Con nostalgia ottomana, hanno sempre presidiato, come extraterritoriale, la tomba d’un capostipite della dinastia Osman vicino a Aleppo.

Oggi i combattimenti si concentrano su quel che resta del Free Syrian Army attorno a Idlib e nelle sacche di resistenza di Daesh. Assad, cui gli Stati arabi cominciano a fare aperture, ormai controlla il 65% del Paese, mentre il resto è dei curdi (che dovranno negoziare, per quel che potranno, uno spazio nella Siria di domani) e, in parte minore, dei turchi e dei ribelli. L’esito finale è scontato, ma il Paese è in ginocchio. La conferenza sulla ricostruzione della Siria a Bruxelles, conclusa il 14 marzo, ha chiesto importanti risorse. Una parte dei profughi forse potrà tornare. In quale Siria? La nuova Siria non potrà essere la restaurazione di quella di otto anni fa. Troppi abissi aperti e troppo sangue versato. Si potranno conciliare le esigenze del potere (a suo modo vincitore) e della rappresentanza democratica? Sono risposte da trovare con l’aiuto della comunità internazionale che, però, è stata impotente e divisa negli otto anni passati. La guerra non è finita, né finirà senza serie premesse per la pace.

lunedì 18 marzo 2019

Nave " Mare Jonio" di Ong italiana soccorre 49 migranti tra loro 12 minori. La reazione del Viminale: "Bloccare le azioni illegali delle Ong"

Repubblica
La Mare Jonio adesso è diretta verso Lampedusa. I libici arrivano dopo e tornano indietro. Salvini sta per firmare la direttiva per stoppare le navi umanitarie

Un gommone in avaria con 49 persone a bordo. Alla sua quarta missione di salvataggio nel Mediterraneo la nave mare Jonio, partita sabato dal porto di Palermo, ha effettuato il suo primo soccorso e ora, diretta verso Lampedusa, chiede l'assegnazione di un porto sicuro. E subito dal Viminale arriva la notizia che è pronta la direttiva per chiudere anche le acque territoriali italiane alle navi Ong.

"Il ministro Salvini - fanno sapere fonti del Viminale - sta per firmare una direttiva che sarà inviata a tutte le autorità interessate per stoppare definitivamente le azioni illegali delle Ong". 

La direttiva ( già annunciata subito dopo l'ultimo braccio di ferro con la Sea Watch) dovrebbe inibire l'accesso alle acque italiane a tutte le navi umanitarie che soccorrono i migranti non osservando le procedure stabilite. 

"La priorità - dicono al Viminale - rimane la tutela delle vite ma subito dopo è necessario agire sotto il coordinamento dell'autorità nazionale territorialmente competente secondo le regole internazionali della ricerca e del soccorso in mare. Qualsiasi comportamento difforme può essere letto come un'azione premeditata per trasportare in Italia immigrati clandestini e favorire il traffico di esseri umani".

E così, secondo il Viminale, avrebbe agito anche la Mare Jonio. La nave umanitaria italiana, che batte bandiera italiana, ha incrociato l'imbarcazione in difficoltà ad una quarantina di miglia dalle coste libiche e ha subito informato la sala operativa della Guardia costiera di Roma e a quella di Tripoli. I volontari hanno lanciato i giubbotti di salvataggio e preso a bordo i migranti ( tra cui 12 minori), tutti dell'Africa subsahariana partiti dalla Libia. Sul luogo del soccorso è arrivata una motovedetta libica ma dopo pochi minuti ha fatto marcia indietro ed è tornata verso le coste.

Adesso si profila un nuovo braccio di ferro che, però, per la prima volta vede coinvolta una nave umanitaria italiana. L'equipaggio della Mare Jonio ha comunicato ai libici di aver preso a bordo i migranti e ha chiesto a Roma l'assegnazione di un porto sicuro. La risposta del Viminale è arrivata con l'annuncio della firma della direttiva.
"Sono contentissimo - dice Luca Casarini, uno degli armatori - abbiamo salvato persone dai campi libici. La motovedetta libica è arrivata quando avevamo già in mano la situazione. Ma nessun problema. Adesso stiamo dirigendo verso nord per evitare il maltempo e chiederemo il porto sicuro".
"Operazioni illegali delle Ong? L'unica cosa illegale e immorale è lasciare morire persone in mare o nei lager libici", il commento del segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni.

Il gommone era partito dalle coste libiche, dimostrazione di come - a fronte dell'ormai minimo numero di persone che riescono a sbarcare in Italia - le imbarcazioni continuano comunque a partire. A fronte dei 346 arrivati in Italia nel 2019 sono stati 885 quelli riportati indietro dalla guardia costiera libica.

Alessandra Ziniti E Giorgio Ruta

Nicaragua. Il governo annuncia la liberazione di detenuti politici, condizione per la ripresa dei negoziati.

L'Osservatore Romano
Era stata posta come condizione per riprendere il dialogo con l'opposizione. Il governo del Nicaragua ha annunciato la liberazione di un numero imprecisato di persone detenute per motivi politici. La decisione è stata presa in considerazione della richiesta in tal senso fatta nei giorni scorsi dall'Alleanza civica e democratica, e che era stata posta anche come condizione indispensabile per la ripresa dei negoziati.

La piattaforma che racchiude organizzazioni economiche, studentesche e politiche d'opposizione, che da domenica scorsa aveva interrotto ogni trattativa con il governo, da oggi tornerà dunque a sedersi al tavolo del negoziato, con "l'assicurazione che la richiesta di vedere liberati un numero notevole di persone detenute è presa in conto". L'Alleanza continua a esigere prove indiscutibili della volontà governativa di negoziare una soluzione alla crisi che ha già provocato molti morti e ha portato il Nicaragua alla recessione economica.

Nel primo giorno di negoziati, il governo aveva concesso gli arresti domiciliari a un centinaio di prigionieri politici. Una mossa che tuttavia non aveva soddisfatto l'Alleanza, la quale invece richiedeva la loro libertà incondizionata. Attualmente sono più di 600 le persone ancora dietro le sbarre, alcune delle quali avevano avviato nei giorni scorsi lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Nell'annuncio del governo non si specifica quante di loro verranno scarcerate. Le parti sono arrivate a un accordo - si spiega in un comunicato governativo - dopo una riunione alla quale hanno preso parte il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e l'inviato speciale del Segretariato generale dell'Organizzazione degli stati americani, Luis Angel Rosadilla. Il governo ha spiegato che ora i negoziati riprenderanno dal punto esatto in cui si erano interrotti.