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venerdì 20 settembre 2019

Libia, migrante "salvato" dalla Guardia Costiera libica tenta la fuga dopo lo sbarco: ucciso con un colpo d’arma da fuoco

TPI
La tragedia è stata denunciata dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Un migrante di origine sudanese è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco a Tripoli, in Libia: l’uomo si era rifiutato di essere trasferito nel centro di detenzione subito dopo lo sbarco e aveva tentato la fuga.


La tragedia è avvenuta nella giornata di ieri, giovedì 19 settembre, ed è stata denunciata dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che era presente con il proprio staff sul luogo dove è avvenuta la sparatoria.


Secondo quanto riferito dall’Oim, nel centro di Abusitta erano appena sbarcati 103 migranti, i quali hanno opposto resistenza al trasferimento nei vari centri di detenzione che si trovano nel paese nordafricano.

Alcuni di loro hanno tentato la fuga e un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco, colpendo allo stomaco uno dei migranti, il quale è deceduto poco dopo nonostante l’intervento immediato degli uomini dell’Oim.

La vittima faceva parte di un gruppo di migranti appena riportati a terra dalla Guardia Costiera libica, che negli ultimi cinque giorni ha "soccorso" e riportato in Libia quasi 500 persone.

“L’uso di armi da fuoco contro civili inermi è inaccettabile in ogni circostanza” ha affermato il portavoce dell’Oim Leonard Doyle, denunciando l’accaduto.

L’organizzazione considera la morte del migrante sudanese un “severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato trafficanti per essere portati in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione in condizioni disumane”.

Migranti - La sfida degli arrivi. L'Onu premia i corridoi umanitari. Dal 2016 sono arrivati 2100 profughi in modo sicuro.

Avvenire
Riconoscimento internazionale al progetto nato dalla collaborazione tra Chiese cristiane e istituzioni Dal 2016 una via legale e sicura che ha permesso di accogliere 2.100 profughi.
Un modello per l’Europa, una buona pratica replicabile, una via sicura di accesso per chi parte e per chi accoglie. Sono i corridoi umanitari, inventati dalla collaborazione tra chiese cristiane e istituzioni, che da febbraio 2016 hanno accolto e integrato circa 2.100 profughi siriani, somali ed eritrei. Più altri 600 tra Francia, Belgio e Andorra. E presto anche in Germania, grazie alla chiesa evangelica di Vestfalia. 

Una scommessa vinta, che ieri ha ricevuto dall’Acnur, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, il prestigioso Premio Nansen 2019 per la regione Europa. Il 24 e 25 settembre a Fiumicino si replica, con l’arrivo di un altro centinaio di siriani. L’annuncio del premio – intitolato a Fridtjof Nansen, esploratore norvegese e primo Alto commissario per i rifugiati della Società delle nazioni dal 1920 al 1930 – è arrivato ieri nella nuova sede dell’Ac- nur in zona piazza Vittorio, presenti i promotori: Caritas italiana per la Cei, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), Tavola Valdese.

Con loro anche i funzionari dei ministeri dell’Interno e degli esteri - Michele Di Bari e Luigi Maria Vignali – che curano l’aspetto amministrativo, legale e diplomatico. Il primo protocollo, firmato a dicembre 2015 da S.Egidio, Fcei e Valdesi, ha visto il trasferimernto di 1.035 rifugiati, soprattutto siriani fuggiti in Libano. Il secondo, attivato a gennaio 2017 dalla Cei attraverso la Caritas, in collaborazione con Sant’Egidio, ha portato in Italia 498 eritrei e somali rifugiatisi in Etiopia. Il terzo, aperto a novembre 2017 per altri 1.000 rifugiati, per ora ne ha portati 595, tutti siriani.

A maggio 2019 la Cei ha firmato un altro protocollo al Viminale che per il trasferimento di 600 persone: siriani dalla Giordania, somali ed eritrei dall’Etiopia, subsahariani dal Niger. Tutti prevedono accoglienza e integrazione totalmente a carico dei promotori, cioè diocesi, parrocchie e comunità cristiane riformate. «I corridoi umanitari rappresentano una grande sfida e allo stesso tempo dimostrano che gestire in modo umano e sicuro l’arrivo dei rifugiati è possibile», spiega Roland Schilling, rappresentante Acnur per il Sud Europa. «Un canale sicuro che permette alle persone di arrivare in dignità, senza dover ricorrere ai trafficanti rischiando la vita». I corridoi «rappresentano un segno tangibile di solidarietà internazionale anche nei confronti di quei Paesi, come il Libano e l’Etiopia, che accolgono un numero altissimo di rifugiati. Si parla molto di quelli che arrivano in Europa, ma è fuorviante: la maggior parte, oltre l’80%, vivono in Paesi in via di sviluppo».

«La prima motivazione è nata da un moto di indignazione – spiega per la Comunità di Sant’Egidio Claudio Cotatellucci - e cioè la volontà di interrompere le morti in mare: è paradossale che la protezione cui si ha diritto sia inaccessibile e si debba rischiare la vita». 
«Per noi i corridoi sono soprattutto una sfida culturale - dice Oliviero Forti della Caritas italiana – perché l’accoglienza dei profughi è un tema divisivo e che crea conflitti sui territori, cioè lì da dove nascono le scelte politiche fatte dai governi. È un modo per far capire alle nostre comunità che questo è un tema da affrontare con consapevolezza e non da delegare a Terzo settore e istituzioni». Alessandra Trotta della Tavola Valdese sottolinea «il valore ecumenico dei corridoi, portati avanti dalle Chiese cristiane attraverso un’accoglienza diffusa e accompagnata». 

Luca Maria Negro della Fcei sottolinea che «è una buona pratica replicabile». Oltre a Francia (390 rifugiati), Belgio (150) e Andorra (12), «presto i corridoi esordiranno anche in Germania». L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi da Annette Kurschus, presidente della Chiesa evangelica della Vestfalia: il progetto si chiama Neustartim Team cioè «ripartire in squadra», abbreviato in NesT, che in tedesco significa «nido». «Questo premio lo dedichiamo a tutte le persone ancora rinchiuse nei lager libici – aggiunge Luca Maria Negro – perché finalmente l’Unione europea realizzi corridoi umanitari per un’evacuazione umanitaria distribuita nei paesi membri». E ricorda che «intanto va salvato chi è costretto a prendere la via del mare: come i corridoi, così sono altrettanto legali i salvataggi operati dalle ong, che agiscono come il buon samaritano che salva il viaggiatore ferito».

Che i corridoi funzionino anche come strumento di integrazione lo testimonia Danait Guush Grebreselassie, insegnante di 28 anni, arrivata dall’Etiopia, accolta a Trivento dall’arcidiocesi di Campobasso-Bojano. «Sono fuggita dall’Eritrea – dice in perfetto italiano perché lì non si può vivere. C’è un regime dittatoriale che impone il servizio militare obbligatorio che dura quasi tutta la vita. Nessuno di noi è in grado di avere una vita dignitosa: non possiamo studiare, avere una famiglia o lavorare. Ora ho ripreso i miei studi e lavoro come come mediatrice: voglio aiutare altri ragazzi a ricostruire le loro vite da zero».

Luca Liverani

giovedì 19 settembre 2019

Migranti - Tra i disperati di Lesbo, in coda per un uovo e un futuro in Europa

La Repubblica
È accanto alle latrine che si snoda la coda per il cibo, sulla collina dov'è stato allestito il campo profughi di Moria, che coni suoi diecimila ospiti è il più affollato e malconcio d'Europa. "Due ore d'attesa per un uovo, un pomodoro e una patata bollita", si lamenta Mohamed, 32 anni, afgano di Herat, sbarcato la notte scorsa assieme a 194 persone dalle coste turche, che dalle spiagge di Lesbo distano meno di tre miglia marine.


"Mi hanno registrato, messo una coperta in mano e detto che per me al campo non c'è posto e che devo arrangiarmi come posso". Come lui, dall'inizio dell'anno sono già arrivati 40mila disperati, la maggior parte dall'Afghanistan e dalla Siria, gli altri dall'Iraq, dal Congo e dalla Striscia di Gaza.


"Ogni giorno, sulla nostra isola approda una mezza dozzina di barconi ed è soltanto l'inizio di una nuova catastrofe migratoria", dice Giannis Balpakakis, che la settimana scorsa per protestare contro il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche di Moria s'è dimesso da direttore del campo. È vero, la struttura è colma fino all'inverosimile: prevista per tremila persone ne ospita adesso diecimila, con quattro famiglie per container, la cui privacy è assicurata soltanto da un telo divisorio.

Tutto ciò per colpa della nuova politica migratoria del presidente Recep Tayyip Erdogan, che da qualche mese ha reso più poroso il confine turco: da un lato, perché in questo modo spera di sollecitare il saldo dei 6 miliardi promessi dall'Europa nell'accordo del 2016, dei quali gliene sono stati versati un po' più della metà; dall'altro per evocare la possibile sciagura che comporterebbe l'evacuazione degli oltre due milioni di rifugiati ammassati nella regione siriana di Idlib, che è ancora nelle mani delle rivolta e che dallo scorso aprile è pesantemente bombardata dall'aviazione di Mosca e del regime di Damasco.

Eppure, tornata a essere il principale punto di arrivo dell'immigrazione illegale nell'Unione europea, superando Spagna e Italia, la Grecia è totalmente inadeguata ad affrontare una futura, massiccia crisi migratoria. Basti dire che Atene ha mobilitato due soli medici per i diecimila ospiti di Moria, dove si registra una doccia per 440 persone e una latrina per 83.

Per fortuna, a Lesbo sono accorse anche le organizzazioni non governative, prima tra tutte Medici senza frontiere che ha aperto una clinica pediatrica fuori dal campo e una di salute mentale a pochi chilometri da li, al porto di Mitilene. L'altro dato agghiacciante è che questa nuova massa di migranti è composta per il 43% da bambini, che qui vengono morsi da scorpioni, serpenti e topi, che giocano tra escrementi umani e che patiscono la fame.

Negli ultimi due mesi, quasi un centinaio è stato indirizzato verso la clinica di Msf: tre di loro avevano tentato il suicidio, e diciassette avevano compiuto gesti di autolesionismo, ferendosi con dei coltelli o strappandosi con violenza ciocche di capelli. "Sono sempre più numerosi i bambini che smettono di giocare, che hanno incubi, che hanno paura di uscire dalle loro tende e che iniziano a isolarsi dalla vita. Alcuni di loro smettono di parlare.

Con il costante aumento di sovraffollamento, violenze e insicurezza nel campo, la loro situazione peggiora di giorno in giorno. Per prevenire danni permanenti, devono essere immediatamente portati via da Moria", ci spiega Tommaso Santo, capomissione dell'organizzazione umanitaria in Grecia. Intanto, l'afgano Mohamed ha finalmente trovato un angolo dove pernottare, a pochi metri dalla recinzione del campo di Moria, in quello che chiamano il "giardino degli ulivi" o anche, usando un toponimo già tristemente noto sulle coste della Manica, la "giungla".

Al momento, sono già duemila le persone che vi hanno trovato rifugio, accampate alla meglio, senza alcuna protezione e usufruendo delle poche e malandate strutture predisposte per gli ospiti di Moria. "C'è chi sta molto peggio di lui. Qui, fuori dal campo ufficiale, giace in una tenda senza materasso una donna all'ottavo mese di gravidanza. Poco lontano, nelle sue stesse condizioni c'è un malato di cancro", dice Maurizio Debanne, operatore di Msf che ci fa da guida in quest'inferno.

"C'è poi una bimba afgana con una brutta ferita di guerra a una gamba che viene a farsi curare nella nostra clinica e che invano, da settimane, aspetta di essere evacuata sul continente o verso altri Paesi europei". Tutto ciò avviene a pochi passi dalle splendide spiagge e dagli affollati locali di Lesbo dove ancora si divertono i molti villeggianti, per lo più nordeuropei, che riempiono gli hotel dell'isola.

"Siamo ancora in piena stagione turistica, ma l'inverno è diverso: può anche nevicare e l'isola è spazzata da venti gelidi, il che in passato ha provocato vittime a Moria. Non oso immaginare quello che accadrà quest'anno tra le tende della "giungla"", dice ancora Debanne. Fatto sta che quattro anni dopo la più grande crisi migratoria dei tempi moderni, c'è il rischio che la storia si ripeta. I migranti possono liberamente circolare per tutta Lesbo, ma sono prigionieri sull'isola.

Molti di loro aspettano da più di un anno la decisione delle autorità greche e nell'attesa sono l'angoscia, l'inattività e la promiscuità a minare la loro salute mentale, soprattutto per chi fugge la guerra, la tortura o la miseria. Mohamed sembra consapevole del destino che l'aspetta. "Ma adesso sono troppo stanco per pensarci", dice, infilando la testa sotto la coperta.

Pietro Del Re


Africa - “Pace senza confini”: Touadera (presidente Repubblica Centrafricana), “voglio abolire la pena di morte”

SIR
Non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Africa senza l’Europa e non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Europa senza l’Africa. La voce del continente africano irrompe a Madrid, al convegno internazionale della Comunità di Sant’Egidio ‘Pace senza confini’. 


È quella di Faustin Archange Touadera, Presidente della Repubblica Centrafricana, un Paese che sembrava condannato alla frammentazione e alla violenza e che invece ha trovato la sua identità nel processo di pace. 
“Per quanto mi riguarda – ha sottolineato Touadera – voglio abolire la pena di morte. Sarebbe un segno di pacificazione, il segno di un Paese che entra definitivamente in una nuova fase storica”. 
Altre tre prospettive, avverte il presidente, possono nel frattempo rendere più solida una visione “eurafricana”: il sostegno al disarmo (Touadera si è impegnato a “riabilitare” il suo Paese in questo senso), progetti contro il cambiamento climatico (altrimenti “le conseguenze saranno le guerre e le migrazioni”), il diritto alla salute con l’accesso alle cure mediche per tutti, fermare ovunque la pena di morte (“L’Europa ha una grande tradizione e il continente africano si sta muovendo sempre più nella giusta direzione”)

Touadera ha infine ringraziato la Comunità di Sant’Egidio per come sta aiutando il processo di pace nel Paese e per la sua presenza con il centro Dream per la cura dei malati di Aids in Africa.


mercoledì 18 settembre 2019

L'immigrazione non è un'emergenza ma un fenomeno perfettamente gestibile

La Stampa
Ogni giorno ci svegliamo con l'ennesimo naufragio nelle acque del Mediterraneo. Ogni giorno dobbiamo fare i conti con le decine di migranti e rifugiati che perdono la vita cercando di raggiungere l'Europa. Ogni giorno siamo confrontati a retoriche opportunistiche di coloro che sembrano avere dimenticato la loro umanità. Eppure quei morti si possono evitare, perché dobbiamo smettere di pensare all'immigrazione come una emergenza.
 

Bisogna smettere di trasformare in tragedia, un fenomeno perfettamente gestibile alzando muri e fili spinati, chiudendo i porti o scaricando la responsabilità sui paesi di arrivo.

Sembra impensabile che un progetto politico visionario quale l'Unione europea che, lasciandosi alle spalle la tragedia di due conflitti mondiali e la guerra fredda, sapendo garantire per oltre sessant'anni la pace nel continente, si areni davanti a un fenomeno perfettamente gestibile. Sembra inaudibile che in un paese come l'Italia, che per secoli ha visto i suoi cittadini emigrare in America e Australia e che ancora soffre di una grande emigrazione di giovani all'estero, si trovi oggi a stigmatizzare l'immigrazione seminando odio e paura in casa, fomentando tensioni e divisioni in Europa. 

A pochi giorni dall'inizio di un nuovo esecutivo europeo con a capo la tedesca Ursula von der Leyen, ci sembra opportuno puntare i riflettori sul fatto che bisogna smettere di puntarci il dito addosso e metterci intorno a un tavolo per trovare una soluzione.

La prossima presidente della Commissione europea dovrà accelerare il dialogo tra gli stati per eliminarne le contrapposizioni, e trovare una sintesi per forgiare un consenso politico sulle misure necessarie ad affrontare il fenomeno migratorio, in primo luogo la riforma del Sistema europeo comune di asilo. Nel 2016, anno in cui sono stato presentato il maggior numero di richieste d'asilo nell'UE, tali domande sono state 1,3 milioni vale a dire circa lo 0,26% della popolazione europea. Non si tratta certo di un'invasione. Non si tratta di un problema di numeri o di mancanza di risorse, ma di assenza di coraggio e volontà politica.

Trovare soluzioni durature è una sfida, ma è anche un dovere morale che deve essere affrontato non da un solo paese, ma da tutti i paesi. Per vincere è necessario porre in essere un partenariato globale e inclusivo in cui solidarietà e responsabilità siano condivise da tutta la comunità internazionale, e non solo da alcuni paesi e donatori ospitanti. Il Patto Globale sulla Migrazione ci fornisce una possibilità in tal senso. Il dibattito europeo, alimentato da dati falsi e stereotipi, è frutto di un'impostazione distorta della realtà, che non amplifica e condivide i numerosi vantaggi dell'immigrazione sia in termini di sviluppo economico che sociale. Per contrastare tale narrativa negativa, spesso intollerante e xenofoba, è necessario dissipare pregiudizi e false paure, abbandonando la cultura dello "scarto e del rifiuto", come Papa Francesco ha ripetutamente richiesto.

Le persone che sbarcano sulle nostre coste animate dalla ricerca di un futuro migliore non rappresentano una minaccia, ma un'opportunità per il modello economico e sociale europeo. A tal fine, dovrebbero essere attuate politiche d'integrazione sostenibili di lungo periodo, che prevedano il vaglio e il riconoscimento delle competenze, istruzione e formazione, allo scopo di stimolare l'economia. 

Una società fiorente senza una politica migratoria sicura e ordinata, sostenuta da tutti gli Stati Membri, è impensabile. L'unanimità tuttavia non può continuare ad essere l'alibi per l'immobilismo, come è stato sottolineato da Enrico Letta nei giorni scorsi. Ecco perché non bisogna più rimandare la ricerca di soluzioni.

Abbiamo bisogno di canali di ingresso legali, corridoi umanitari e una gestione ordinata e condivisa, nonché il consolidamento delle frontiere comuni. Occorrono vere politiche di investimento nei paesi terzi, non solo in quelli alle frontiere dell'Europa, per affrontare le situazioni di conflitto, di cambiamento climatico e povertà. Il cambiamento strutturale nella natura delle relazioni UE-Africa è già in atto, da una relazione donatore-destinatario a un dialogo tra pari basato sulla complementarità di reciproci interessi. 

Questo processo sarà sicuramente facilitato dalla creazione dell'area di libero scambio continentale (Afcfta), che sarà la più grande del mondo. Questo deve essere il momento del coraggio, il momento in cui si decide del futuro del progetto europeo, è il momento di dimostrare se siamo all'altezza della nostra storia e delle responsabilità che abbiamo verso le nuove generazioni. Dobbiamo fermare questa logica irrazionale, abbracciare un pragmatismo ambizioso, identificando le soluzioni che sono già a portata di mano. Basta slogan e tweet, è ora di agire insieme.

Luca Jahier, Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo

Pietro Bartolo, Parlamentare europeo

martedì 17 settembre 2019

Migranti - Affonda barcone al largo della Tunisia, almeno 8 morti e 14 dispersi

Ansa
A largo Malta Guardia Costiera salva 90, ma La Valletta chiude.
Tunisi - Un peschereccio con a bordo un gruppo di migranti è affondato al largo delle coste tunisine di El Aouabed, nel governatorato di Sfax. 


Lo ha reso noto alla radio locale Mosaique fm il portavoce della Guardia nazionale, Housseddine Jebabli, precisando che la marina militare ha tratto in salvo 9 migranti mentre altri 14 risultano dispersi. 

Le autorità tunisine hanno quindi recuperato almeno 8 cadaveri in mare, scrive su Twitter Alarm Phone citando 'fonti tunisine' e senza precisare se si tratti di persone che erano a bordo del peschereccio affondato. "Si temono altri morti - scrive ancora Alarm Phone - Guardia costiera e pescatori locali sono ancora alla ricerca".

La scorsa notte, su richiesta delle autorità maltesi, unità della Guardia costiera italiana hanno soccorso un barchino con a bordo 90 migranti in acque di responsabilità di Malta.

Successivamente, la Guardia Costiera ha chiesto a La Valletta di inviare un pattugliatore per il trasbordo delle persone recuperate, ma Malta per ora ha risposto negativamente. Le navi italiane stanno comunque dirigendosi verso l'isola.

Sudan e Sud Sudan alla ricerca della pace. Il nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, per 2 giorni in visita in Sud Sudan

Africa - Missione e cultura
ll nuovo premier del Sudan, Abdalla Hamdok, è volato in Sud Sudan per una visita di due giorni.
Il tour servirà per consolidare il processo di pace tra i Paesi cercando di mettere fine alle tensioni che si sono registrate negli ultimi anni. Hamdok, un ex diplomatico delle Nazioni Unite, è entrato in carica tre settimane fa in virtù di un accordo tra i partiti militari e civili in Sudan dopo mesi di manifestazioni contro i generali che hanno preso il potere dopo aver rovesciato il presidente Omar al-Bashir.

Il governo sudanese si è posto subito l’obiettivo di porre fine ai conflitti che per anni hanno coinvolto direttamente o indirettamente il Sudan e messo il Paese ai margini della comunità internazionale (va ricordato che la Corte penale internazionale ha perseguito Bashir per genocidio nella regione del Darfur).

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile. Da allora i due Paesi si sono spesso accusati di ospitare o aiutare i ribelli a combattere contro i loro governi.

«È giunto il momento di fermare la guerra nel Sudan e nel Sud Sudan», ha dichiarato Awut Deng Acuil, ministro degli Esteri del Sud Sudan. Mercoledì, i rappresentanti del Sudan hanno firmato un accordo con diverse fazioni di ribelli (tra cui quelli del Darfur nonché quello di Abdelaziz Al-Hilu, leader di un’ala della SPLM -N) che delinea una road map. Partendo da questo accordo, si dovrebbe poi riuscire a comporre le dispute anche in Sud Sudan

Buone relazioni tra le due nazioni sono fondamentali anche per garantire il flusso di petrolio dai campi nel Sud Sudan al Mar Rosso attraverso le condotte che passano per il Sudan. Per questo motivo, Hamdok avrà colloqui anche con funzionari del Sud Sudan per dirimere le controversie sui confini e la libera circolazione delle persone tra i due Paesi. «Sto cercando di raggiungere un rapporto molto strategico tra le nostre due nazioni», ha detto.