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venerdì 10 luglio 2020

La Corte Costituzionale boccia il decreto Salvini: irragionevole negare l'iscrizione all'anagrafe ai rifugiati

Globalist
La Corte ha dichiarato la norma in contrasto con l'art. 3 della Costituzione, per irrazionalità intrinseca (non ha nulla a che vedere con la sicurezza) e per disparità di trattamento.


L'Ufficio stampa della Corte Costituzionale fa sapere che la disposizione del primo Decreto Sicurezza che preclude l'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo non è stata ritenuta dalla Corte in contrasto con l'articolo 77 della Costituzione sui requisiti di necessità e di urgenza dei decreti legge ma è tuttavia in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione 

("Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"

sotto un duplice profilo: per irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza; per irragionevole disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l'accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti. Per questo la norma è stata dichiarata 'irragionevole'.

giovedì 9 luglio 2020

Italia - Decine di bambini "detenuti" con le loro mamme. La prima parola che imparano è "apri"

CorrierePL
Il problema dei bambini detenuti in carcere con le madri è un tema spesso dimenticato e relegato nel silenzio delle celle dove i piccolissimi imparano a dire “apri” prima che “mamma o papà”; dove nessun bambino dovrebbe essere costretto a vivere e a scontare una pena non sua.


Purtroppo non è una realtà inventata: è una amara realtà che esiste in molti istituti di pena del nostro paese. I bambini ospiti delle “patrie galere” sono quasi tutti figli di stranieri, e quasi sempre di etnia rom, ultimi fra gli ultimi nella nuova scala sociale della solitudine e dell’emarginazione.


Negli anni la normativa dell’ordinamento penitenziario, ha affrontato il problema in modo diverso e più articolato, ma segnato ancora dall’ideologia tradizionale nei confronti delle madri detenute.

Strutture penitenziarie pensate per gli adulti, con problemi di sovraffollamento, che si sono dovute adattare per piccoli “ospiti”, modificando le celle in nidi: malinconiche figure di Topolino e Principesse Disney che impattano su muri grigi , spazi gioco improvvisati, nessuna divisa nelle sezioni che accolgono i bambini. Insomma, parvenze di normalità.

La normativa sulle detenute madri può brevemente riassumersi in pochi passaggi normativi, frutto di una sterile evoluzione basata su esigenze punitive e di sicurezza, vano tentativo di arginare il problema dei piccoli detenuti.

La legge n. 354 del 26 luglio 1975 “Ordinamento Penitenziario” all’art. 11 comma 9 prevedeva che alle detenute madri fosse consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni.

Per la cura e l’assistenza dei bambini l’Amministrazione penitenziaria organizzava appositi asili nido secondo le modalità indicate dall’art. 19 del Regolamento di esecuzione – D.P.R. 30 giugno 2000.

L’art. 47 ter della citata legge prevedeva, tra le misure alternative alla detenzione, che le detenute madri di bambini di età inferiore ai tre anni conviventi potessero espiare la pena presso la propria abitazione od in altro luogo pubblico di cura o di assistenza, entro i limiti consentiti dalla legge.

Nel 1998 la legge n. 165 (Simeone – Saraceni) all’art. 4 estese la possibilità di usufruire della detenzione domiciliare alle detenute madri di bambini di età inferiore ai dieci anni, sempre che non dovessero scontare pene per gravi reati di cui agli art. 90 e 94 del testo unico 309/90.

La legge 8 marzo 2001 n. 40 – la c. d. legge Finocchiaro – introducendo modifiche al all’art. 146 e 147 c.p., ha ampliato l’ambito di operatività degli istituti del differimento e del rinvio obbligatorio della pena, introducendo i nuovi istituti della detenzione domiciliare speciale e dell’assistenza all’esterno dei figli minori (artt. 21bis e 47 quinquies dell’ordinamento penitenziario).

Tuttavia questa legge non ha risolto il problema a causa della rigidità dei requisiti per la concessione dei benefici, subordinata all’assenza del pericolo di commissione di nuovi reati, requisito quasi sempre insussistente trattandosi di condanne a carico di donne recidive, in particolare per reati connessi allo spaccio di stupefacenti e contro il patrimonio.

Viene da sé che da questi benefici è restata esclusa una notevole percentuale di donne, per lo più straniere, senza fissa dimora e gravate da numerosi precedenti penali.

Nel 2011 la legge n. 62 è stata vista come un “faro di speranza”, perché ha ampliato la possibilità di espiazione della pena, fuori dalle mura carcerarie, da parte della madre, in presenza di figli con età compresa tra zero e sei anni ( il limite era 3 anni) , così da facilitare l’accesso delle madri alle misure cautelari alternative e privilegiando di contro strutture alternative e più consone allo sviluppo psicofisico del minore.

Anche questo scoglio non pare superato poiché soprattutto in presenza di donne straniere o senza fissa dimora, l’esiguità di strutture come gli ICAM (istituti di custodia attenuata) e delle case protette, ha di fatto reso impossibile l’attuazione della legge, mantenendo inalterata la presenza dei minori negli istituti penitenziari.

Secondo il XV rapporto sulla detenzione dell’Associazione Antigone “al 30 aprile 2019 sono 55 bambini di meno di tre anni d’età che vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane. Un numero nuovamente in calo, dopo il picco di 70 bambini in carcere raggiunto a metà 2018.

In particolare, i bambini si trovano negli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per detenuti Madri) di Lauro (13), Milano San Vittore (10), Torino (8), Venezia Giudecca (5), nell’istituto femminile di Rebibbia (8) e nelle sezioni femminili di Firenze Sollicciano (3), Milano Bollate (3), Bologna (2), Messina (1), Forlì (1) e Avellino (1).

Per quanto la cosa possa apparire di marginale importanza, non può ignorarsi l’effetto che la carcerazione indotta, determina sui bambini che soffrono di disturbi derivanti dal sovraffollamento e alla mancanza di spazio, condizionando lo sviluppo della sfera emotiva e cognitiva, provocando irrequietezza, facilità al pianto, difficoltà di sonno, inappetenza, apatia.

A questo si aggiunga, dato non meno importante, che al compimento del sesto anno di età, il bambino viene “scarcerato” ed affidato, se privo di affetti familiari, a case famiglia o ad altre soluzioni ritenute idonee per lui. Un distacco dalla madre che com’è intuibile aggrava enormemente la sfera psicologica ed emotiva, già fortemente compromessa

Recentemente la cronaca ha rappresentato il caso del piccolo Edward, che dopo un isolamento di due anni nel carcere di Rebibbia con la madre, sarà affidato ad una struttura per minori perché i suoi genitori sono stati dichiarati non idonei a ricoprire il ruolo, per la lunga lista di condanne riportate.

Non resta che sperare in un intervento normativo che si uniformi alle molteplici Raccomandazioni Internazionali sul tema minori e carcere e dia attuazione concreta ai progetti per l’ampliamento di strutture per madri e bambini, rispettose delle esigenze di custodia, ma certamente più idonee alla piccola popolazione carceraria.

Avv. Roberta Schiralli

mercoledì 8 luglio 2020

Libia - Caroline Gluck (UNHCR): la situazione dei migranti continua a essere grave, 2462 detenuti in 11 centri "regolari"

L'Espresso
Poco cibo, situazioni igieniche scadenti, accesso negato alle agenzie internazionali. E trafficanti che continuano ad arricchirsi. Parla Caroline Gluck, responsabile delle relazioni esterne Missione Unhcr in Libia.


Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta ancora lavorando nei centri di detenzione libici? Come è cambiata e sta cambiando la situazione con il conflitto a Tripoli?

L'accesso di Unhcr ai centri di detenzione del governo, gestiti nella parte occidentale del paese dal Dcim (dipartimento anti immigrazione clandestina del Ministero dell'Interno, ndr) è variabile, a causa delle restrizioni di sicurezza e di accesso imposte dalle autorità locali. L'accesso non è sistematico ed è subordinato a una autorizzazione. Dall'inizio dell'epidemia Covid, Unhcr ha garantito il rilascio di alcuni richiedenti asilo altamente vulnerabili e sostenuto l'assistenza di base a persone che sono state liberate o fuggite dalla detenzione.

La Libia non smette di essere un luogo complesso per rifugiati e migranti: è un punto di partenza per chi vuole raggiungere l'Europa ma è ancora un paese di destinazione per i lavoratori migranti. Nonostante questo non ha una legislazione che criminalizzi il traffico di esseri umani e molti trafficanti continuano a essere protetti da note milizie.

Il gruppo di esperti sulla Libia, nella sua relazione piu' recente al Consiglio di Sicurezza (S/ 2019/914) osserva che il traffico di uomini sia rimasto redditizio anche se i traffici sono crollati rispetto al pre-2018. Le modifiche alle normative dei paesi limitrofi e gli scontri lungo le rotte del traffico hanno modificato le rotte consuete rendendo le migrazioni piu' lunghe, costose e pericolose. Il gruppo di esperti sottolinea che la maggior parte di chi ha raggiunto la Libia sia diventata vittima delle reti del traffico all'interno del paese. Significa lavoro a basso costo anche da parte dei gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione e le strutture di detenzione informali in tutta la Libia.

Quali sono i vostri dati aggiornati sul numero di persone nei centri di detenzione?
Al 26 giugno, il numero stimato di detenuti nelle 11 centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dcim nelle aree occidentali e centrali della Libia è 2.462 persone (di cui 1.341 sono persone registrate dall'Unhcr). 

Nelle ultime settimane il numero di persone nei centri è aumentato nelle aree occidentali e centrali, in gran parte a causa delle numerose operazioni di intercettazione seguite da sbarchi sulla costa occidentale della Libia. 

Le condizioni in numerosi centri di detenzione ufficiali continuano a destare preoccupazione, soprattutto a causa delle cattive condizioni di vita, del sovraffollamento e dell'igiene. La fornitura di cibo è spesso irregolare. L'Unhcr ha a lungo sostenuto la fine della detenzione arbitraria per rifugiati e migranti in Libia. Continuiamo a chiedere il rilascio ordinato delle persone dalla detenzione in contesti urbani. Continuiamo inoltre a chiedere alternative alla detenzione per rifugiati e migranti che vengono intercettati o salvati in mare.

Unhcr fa parte della Commissione tecnica italo libica sulle modifiche al Memorandum d'intesa del 2017?

L'Unhcr non fa parte di alcun accordo bilaterale tra i due governi.
di Francesca Mannocchi

martedì 7 luglio 2020

Pakistan, Wazirah Chahchar lapidata dal marito a 25 anni: nessun arresto, è un "delitto d'onore"

Globalist
La ragazza si chiamava Wazirah Chahchar. Il padre ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie.

Una donna di 25 anni è stata lapidata dal marito nella provincia meridionale di Sindh, in Pakistan. L'omicidio è avvenuto il 28 giugno scorso ma solo oggi gli attivisti per i diritti umani hanno diffuso la foto della giovane. Si chiamava Wazirah Chahchar ed è stata vittima di un 'delitto d'onore'.

Il padre, Gul Muhammad, ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie. Nessuno dei responsabili è stato ancora arrestato.

lunedì 6 luglio 2020

Ucciso Hachalu, la voce della libertà, e l’Etiopia brucia: oltre 80 morti

Corriere della Sera
Violenti scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti di etnia oromo in varie città. Attivisti e familiari litigano sul luogo di sepoltura. Poca gente ai funerali: la polizia blocca l’accesso allo stadio 


Hachalu Hundessa ha vissuto 5 dei suoi 34 anni dietro le sbarre: non era maggiorenne quando fu condannato per aver manifestato contro il governo nel 2003. Il padre andava a trovarlo e gli diceva che «la prigione rende più forti». Su di lui aveva avuto un effetto collaterale, rendendo quel ragazzino che amava cantare mentre badava alle vacche un artista: «Come trovare i versi e la melodia l’ho imparato da detenuto», amava raccontare uno dei cantanti più amati dell’Etiopia, ucciso lunedì sera a colpi di arma da fuoco mentre era alla guida di un’auto ad Addis Abeba. I nove brani del primo album, Sanyii Mooti (la corsa del re) li aveva scritti da prigioniero.

Proiettili e machete
Per l’omicidio la polizia avrebbe arrestato due persone, senza rivelarne l’identità. L’uccisione di Hachalu ha scatenato le proteste di molti cittadini di etnia oromo, proiettili e machete: almeno ottanta persone sono morte negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, e una trentina sono state arrestate (compreso il leader dell’opposizione Bekele Gerba). 

Un bilancio terribile, che Hachalu avrebbe accolto con dolore. Una reazione che rischia di acutizzare i contrasti (come la mossa di «spegnere» Internet nella capitale) intorno a un delitto che in tanti considerano «politico». 

Il cantante era un simbolo per la più numerosa etnia del Paese, a lungo marginalizzata sulle vie del potere. Nei periodi bui aveva rifiutato l’esilio. Ora persino i suoi funerali e la tomba sono terreno di tensione: la polizia ha impedito a molta gente l’accesso allo stadio di Ambo, la sua città natale, dove si è svolta la cerimonia funebre. Molti attivisti vorrebbero che le spoglie fossero tumulate ad Addis Abeba, la capitale federale al centro di una disputa antica: gli oromo la considerano terra dei clan Tulama, poi «cacciati» dall’imperatore Menelik II (il vincitore degli italiani ad Adua). Vicende remote e attualissime: pochi giorni fa lo stesso Hachalu ha fatto infuriare i sostenitori dell’imperatore sostenendo che avesse rubato i cavalli degli Oromo, quando fece di Addis la capitale nel lontano 1886.


di Michele Farina

Turchia, Amnesty "colpevole di terrorismo". Condannati i vertici dell'organizzazione. 6 anni di carcere a Taner Kilic

La Repubblica
L'ex presidente a 6 anni e 3 mesi, l'ex direttrice a 2 anni e 1 mese. Undici in tutto le condanne. Noury: "Così si riducono al silenzio coloro che difendono i diritti"


Amnesty è colpevole di terrorismo. Con questa sentenza, paradossale per i più, si è concluso a Istanbul il processo a 11 attivisti locali dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.
 

I massimi vertici dell'ong in Turchia sono stati condannati: il suo ex presidente Taner Kilic a 6 anni e 3 mesi per "associazione terroristica" e l'ex direttrice Idil Eser a 2 anni e un mese per "sostegno a un'organizzazione terroristica". Pene inflitte anche ad altri due imputati. Mentre gli altri sette, fra cui due stranieri, il tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, già liberi e rientrati nei loro Paesi, sono stati assolti. Tutti e undici erano stati arrestati con una retata nel 2017 mentre stavano facendo una riunione nell'isola di Buyukada, al largo di Istanbul. Kilic rimase 14 mesi in cella prima di essere liberato solo su cauzione. Altri otto imputati passarono 4 mesi in carcere prima di essere liberati.

Kilic, in particolare, oggi presidente onorario di Amnesty in Turchia, è stato accusato di appartenere al movimento del predicatore Fethullah Gulen, l'imam turco in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, designato da Ankara come il cervello del fallito putsch dell'estate 2016, di cui fra pochi giorni, il 15 luglio, ricorre il quarto anniversario. Il motivo principale del file di addebito nei confronti di Kilic è stato l'uso nella messaggistica di ByLock, un'applicazione di comunicazione crittografata utilizzata dai sostenitori di Gulen. Tuttavia, un rapporto della polizia aveva stabilito che Kilic non aveva questa applicazione sul suo telefono cellulare.

Marco Ansaldo

Rotta Balcanica: il “game” disperato dei migranti. Respinti più volte con metodi violenti ritentano la sorte per entrare nella UE

Non dalla guerra
Lo chiamano “the game”, il gioco, perché se si viene fermati e forzati a tornare indietro, l’unica cosa che si può fare giunti in quel punto è rimettersi a camminare e ricominciare il viaggio da capo. Come quando si perde in un gioco.


Per i migranti questo sembra essere l’unico modo possibile per entrare all’interno dell’Unione Europea: mettere la propria vita in uno zaino e iniziare a camminare -meglio al buio, per non essere scoperti- attraverso le foreste di confine della regione dei Balcani col rischio di essere attaccati dagli animali selvatici o respinti dalla polizia.


Nonostante la continua militarizzazione della frontiera da parte di Bosnia, Croazia e Slovenia i flussi di persone che cercano di raggiungere l’Italia non si sono fermati nemmeno durante il periodo di pandemia, segno che i motivi che portano queste persone a lasciare il proprio paese sono ben più gravi dei rischi che questi sono portati a subire durante il percorso. Approfondiamo ciò che succede lungo la rotta balcanica grazie al contributo di Eleonora Camilli, giornalista ed esperta di immigrazione.

Le violenze sulla rotta balcanica, infatti, sono sistematiche e reiterate, documentate dalle numerose associazioni e ong attive con progetti a sostegno dei migranti che attraversano a piedi l’Europa centro-orientale e dai giornalisti che seguono le famiglie per un tratto del loro percorso. Moltissime sono le persone respinte, anche più volte, con metodi violenti e aggressivi durante i numerosi tentativi di oltrepassare la frontiera e continuare il viaggio verso il nord Europa.
Chi riesce ad arrivare in Italia è stremato, senza cibo e segnato sia a livello fisico che psicologico da un viaggio sempre più precario. La Bosnia, infatti, negli ultimi anni è diventata luogo chiave sia per la vita dei migranti, sia per i governi europei. Da una parte viene vista come la “porta ad est” per entrare in Unione Europea, dall’altra come uno dei principali ed importanti stati cuscinetto nella strategia di esternalizzazione delle frontiere che, come nel caso degli accordi con la Turchia e la Libia, punta a tenere le persone ai margini dell’Unione nonostante le disperate richieste di aiuto di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

ph: Michele Lapini