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giovedì 27 giugno 2019

Migranti, 10 tunisini sbarcano a Lampedusa mentre la Sea-Watch resta fuori dal porto. Altri 40 in arrivo su due barchini.

La Repubblica
Mentre la Sea Watch è ancora ferma davanti alla costa di Lampedusa, sono approdati direttamente in porto altri dieci migranti, presumibilmente tunisini, con un barchino. 


A bordo della piccola barca anche una donna e un minorenne. I dieci sono arrivati al molo della madonnina, sotto gli uffici della capitaneria di porto. "Per lo sbarco dei dieci tunisini il porto non era chiuso? Non c'erano le telecamere?" ha commentato il sindaco di Lampedusa 


Salvatore Martello.

Altri 40 in arrivo
Ci sono altri due barchini con una quarantina di migranti a bordo che nelle prossime ore potrebbero entrare in acque italiane ma questa volta Matteo Salvini ha dato ordine alle motovedette italiane di fermarli.
"E' una questione di principio", ha detto il ministro dell'Interno a Porta a Porta dando notizia di queste due piccole imbarcazioni che sono state segnalate in zona Sar maltese. "Malta certamente come è solita fare non le fermerà e le lascerà passare in direzione Italia ma questa volta ho dato disposizione di fermarli".

Per fare poi cosa Salvini non lo ha spiegato. Per le motovedette italiane l'intervento di polizia giudiziaria in acque internazionali non è consentito come non è consentito dalla legislazione internazionale il respingimento dei migranti. 

Fino ad ora i cosiddetti sbarchi autonomi, cioè delle imbarcazioni che riescono a raggiungere le acque italiane, si sono susseguiti quotidianamente e le motovedette italiane sono intervenute soltanto per portare a terra i migranti. Sono arrivati così poco meno della metà dei 2500 immigrati sbarcati nel 2019 in Italia

Alessandra Ziniti

26 giugno - Giornata Internazionale Contro la Tortura - Sono decine di migliaia nel mondo ogni anno le vittime di tortura

Vatican News
Il 26 giugno Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, una pratica aberrante, ancora largamente diffusa nel mondo. Intervista con Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty International.

I lager in Libia
La tortura è un crimine sancito dal diritto internazionale, non è mai consentita né giustificata, nemmeno in casi di emergenza, instabilità politica, minaccia di conflitto armato e perfino stato di guerra. Lo ricorda l’Onu, in vista della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, che ricorre il 26 giugno, istituita nel 1997 per rimarcare quanto stabilito già 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, proclamata nel dicembre del 1948: “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.


Una grande sfida non ancora vinta dalle Nazioni Unite
Eliminare la pratica della tortura è stata tra le prime e maggiori sfide affrontate dalle Nazioni Unite, fino all’approvazione nel 1984 della Convenzione contro la tortura, i trattamenti e le punizioni crudeli, inumani e degradanti, entrata in vigore nel 1987 ed oggi ratificata da 163 Paesi, gran parte dei quali si rende però colpevole di trasgressioni, come denunciato da diverse organizzazioni umanitarie.
Oltre 50 mila le vittime registrate ogni anno
La lotta a questa pratica aberrante e vigliacca, che mira ad annientare la personalità della vittima e a negare la dignità della persona, deve continuare e rafforzarsi così come il sostegno a quanti, centinaia di migliaia di donne, uomini, giovani, sono stati in passato e sono ancora oggi torturati. Il Fondo dell’Onu per le vittime della tortura - sorto nel 1981 e finanziato con contributi volontari degli Stati - assiste ogni anno oltre 50 mila persone. Sono vittime di torture fisiche e psichiche, ed è difficile stabilire se i danni permanenti alla persona siano più gravi, in un caso o nell’altro.
La tortura persiste anche negli Stati sviluppati
Allo scopo di prevenire la tortura le Nazioni Unite hanno attivato un sistema di visite regolari nei Paesi da parte di organismi internazionali e nazionali indipendenti, ma l’alto numero di vittime sopravvissute, molte delle quali non riconosciute e non sostenute, è la prova della drammatica persistenza di questa pratica in tutto il mondo, sovente tollerata anche nei Paesi democratici nel contesto della lotta al terrorismo. Altissima resta l’impunità, tanto che in molti Stati le prove d’accusa ottenute con la tortura sono ammesse nei tribunali, nonostante studi in materia ed opinioni di criminologi abbiamo dimostrato l’incertezza e l’infondatezza di questo ‘strumento’ coercitivo d’indagine: sotto tortura la vittima sovente fa il primo nome che ricorda, incolpa chiunque perfino se legato da vincoli affettivi, confessa reati non commessi.
Maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica
La strada per eliminare la tortura nel mondo è ancora lunga e richiede nuovi interventi e maggiore consapevolezza nella pubblica opinione della gravità del fenomeno, come spiega 
Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty international.

R. – Purtroppo non siamo a un punto incoraggiante perché buona parte dei Paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione dell’Onu contro la tortura, negli anni successivi alla sua adozione, si sono resi responsabili di torture saltuarie o sistematiche, non dando la minima idea di voler rispettare il dettato di quel trattato. La tortura in altre parole è universalmente vietata e quasi universalmente praticata. Ogni anno Amnesty international ha riscontrato casi di maltrattamenti e torture in un centinaio di Paesi. Certamente il continente in cui la tortura è maggiormente impiegata resta l’Asia, l’Oriente considerato come vicino e lontano, quindi dal Medio Oriente in poi è pratica sistematica, quasi politica di governo di molti Paesi. Però non c’è un continente nel quale la tortura sia stata definitivamente messa al bando. Può esserlo nelle forme più rudimentali delle torture fisiche. Però oggi in molti Stati, soprattutto quelli più sviluppati, ci sono forme di tortura che non prevedono il contatto tra il torturatore e il torturato. Penso all’isolamento sistematico o a tutta una serie di tecniche di deprivazione sensoriale che sono state praticate a Guantanamo da parte degli Stati Uniti, così come in altri Paesi, come la Cina, nei confronti di prigionieri politici.

La tortura è anche un business.
R. – E’ un grande business. Questo chiama in causa i Paesi più ricchi, quelli che dovrebbero essere all’avanguardia dal punto di vista dello sviluppo di una civiltà giuridica in favore del rispetto dei diritti umani. Questi Stati, invece, usano l’avanzamento tecnologico per produrre marchingegni infernali dalle sedie di contenimento fino ai manganelli elettrici, dalle cinture elettriche ai manganelli acuminati e altre diavolerie che oggi sono da tortura moderna, quella che lascia poche tracce visibili sui corpi delle persone ma segni indelebili nella psiche. Se penso all’orrore di alcuni strumenti, come le sedie o le cinture elettriche - usate in molti Stati negli Usa o nel Sudafrica - che scaricano alta tensione sui reni del prigioniero che ha queste cinture costantemente intorno alla vita… Ci sono pochi altri strumenti dell’orrore come quelli.

La tortura è ancora largamente praticata però se ne parla poco.
R. – E’ vero, è quasi un tabù ma è quasi come non esistesse più. Oppure c’è la consapevolezza che esiste ma è qualcosa che allontaniamo da noi perché incompatibile con il livello di civiltà e sviluppo che abbiamo raggiunto e devo dire anche perché sempre di più la tortura ha obiettivi mirati, serve contro le minoranze, contro i dissidenti, contro i cittadini stranieri, contro gli appartenenti a fedi religiose minoritarie, contro le donne, contro le persone Lgbt. Persone che nella maggioranza dei casi non suscitano grande attenzione o solidarietà. E’ come se venisse riservata in qualche modo agli ‘altri’ e dunque c’è un parte della società che non se ne interessa.

Quest’anno qual è l’impegno di Amnesty su questo importante fronte dei diritti umani?
R. – C’è un’importante scadenza. In questi giorni nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si discute una risoluzione per stringere e rafforzare i controlli sull’esportazione di strumenti di tortura. Nel mondo non c’è ancora un consenso sul fatto che queste ‘diavolerie’ non debbano essere prodotte o commercializzate; perfino l’Unione europea ha regolamenti molto blandi con un sacco di scappatoie. Allora, questa risoluzione dovrebbe rafforzare tutti i controlli impedendo che si facciano soldi letteralmente sulla pelle delle persone e quindi l’intento di questi giorni è di arrivare all’adozione di questa risoluzione all’Onu.


Roberta Gisotti

mercoledì 26 giugno 2019

Il paradosso di Lampedusa, 300 migranti arrivati in un mese con gli scafisti, accolti e assistiti. Se arrivano con le ONG sono sequestrati sulle navi.

La Repubblica
Usano piccoli barchini e il trucco della «nave madre», tutti vengono avviati alle strutture di accoglienza.
A Lampedusa, nell’ultimo mese, sono successe molte cose. Certo, la Sea Watch che oggi ha deciso di forzare il blocco per tentare di far sbarcare i suoi 43 migranti esausti, è la più drammatica. 


Ma nel silenzio, un giorno dopo l’altro, circa 300 migranti hanno toccato le coste dell’isola arrivando con i barconi e sono stati avviati alle strutture di pronto intervento. Gli ultimi 8, secondo quanto fa sapere il sindaco Totò martello, sono approdati stanotte. 

Il paradosso è evidente: chi arriva grazie agli scafisti trova accoglienza, chi viene soccorso dalle ong viene ostacolato con ogni mezzo ed è costretto a trascorrere settimane in balìa del mare. Ma non solo a Lampedusa il confine italiano si sta rivelando molto permeabile: continuano gli sbarchi anche lungo la rotta ionica che ha il suo terminale in Calabria.

[...]

Frontiere non chiuse
Ma nelle settimane precedenti, sempre a piccoli gruppi, altre 200 persone circa sono riuscite ad arrivare a Lampedusa: senza l’ausilio di navi Ong i barchini sono arrivati in prossimità della costa e qui la Guardia di Finanza o la Guardia Costiera hanno soccorso gli occupanti delle imbarcazioni. Nessuno di loro è stato rimandato indietro, tutti hanno trovato accoglienza. 

Così come sono rimaste in Italia le altre persone (anche in questo caso almeno un centinaio) giunte nella zona di crotone e Isola Capo Rizzuto a bordo di barche a vela: sono tutte partite dalla Turchia grazie a skipper russi o ucraini (spesso arrestati) e usano l’espediente della navigazione a vela proprio per sfuggire ai controlli.di Claudio Del Frate

Migranti - Il Mediterraneo è un cimitero. Cadavere trovato in una rete da pesca al largo di Agrigento

TGCom24
Il cadavere di un uomo è stato recuperato in mare, a circa 25 miglia dalla costa di Sciacca (Agrigento), da un motopeschereccio che ha poi avvisato la guardia costiera.
 

Il corpo è stato trovato aggrovigliato in una rete da pesca e portato sulla banchina Marinai d'Italia di Sciacca. Secondo il comandante dell'Ufficio circondariale marittimo potrebbe trattarsi di un migrante annegato nel tentativo di raggiungere il nostro Paese.

Confine USA-Messico - La foto shock mostra le raccapriccianti conseguenze del confine chiuso da un muro

La Repubblica
Lo scatto al confine tra Messico e Stati Uniti. Erano salvadoregni. Trovati morti altre 4 persone, una donna, due bambini e un neonato. La Camera stanzia 4,5 miliardi di aiuti per risolvere la crisi al confine.



Washington - Come la foto del piccolo Aylan. Lo scatto shock di un padre e la sua bimba di due anni morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti evitando il muro indigna l'America. Ed è destinata a diventare il simbolo della tragedia dei migranti dal Centro America così come l'immagine del corpicino di Aylan riverso su una spiaggia turca è divenuta il triste simbolo dell'immigrazione verso l'Europa.

Oramai sulla terribile immagine scattata sul fiume che separa il Messico dal Texas si sa quasi tutto. L'uomo era un cittadino salvadoregno, Oscar Alberto Martinez, la sua figlioletta Angie Valeria. I due corpi sono a faccia in giù, immersi nell'acqua di un canneto sporca di fango, trasportati a riva dalla corrente sulla sponda sud del fiume. 

Si vede la bimba ancora con le scarpette, legata al padre da quella che sembra essere una maglietta con il quale l'uomo forse cercava di tenere la piccola stretta a sè nel disperato tentativo di proteggerla. Il braccio della bimba è ancora attorno al collo del padre. Non ci sono parole, i commentatori in tv a stento trattengono l'emozione e in qualche caso le lacrime.

La disgrazia sarebbe avvenuta domenica e i due corpi sono stati ritrovati lunedì. Saranno rimpatriati nei prossimi giorni. Il ministro degli affari esteri di El Salvador ha intanto invitato le famiglie che tentano di migrare negli Usa di ripensarci: "Non rischiate". Mentre gli agenti federali che vigilano sulle frontiere della zona hanno trovato quattro morti nei pressi del Rio Grande: si tratta di una giovane donna, di due bambini e di un neonato. Le autorità affermano che le vittime sono probabilmente decedute per disidratazione ed esposizione all'eccessivo caldo.

Le principali emittenti Usa e i media sul web ripropongono in continuazione quelle immagini che sono come un pugno nello stomaco. Ma dalle autorità americane silenzio. L'unico fragore che si può sentire è quello delle polemiche politiche, con la Camera a maggioranza democratica che stanzia 4,5 miliardi da destinare alla crisi del confine sud e la Casa Bianca già pronta al veto. Mentre il massimo responsabile dell'agenzia federale che gestisce i campi al confine del Messico dove vengono trattenuti i bambini separati dalle famiglie illegali è costretto a dichiarare le dimissioni, dopo che un gruppo di legali ha testimoniato le condizioni terribili in cui i minori sono costretti a vivere: senza cibo adeguato, con scarsa assistenza medica, i neonati che vengono accuditi da altri minori. Una situazione che ha destato la preoccupazione anche del presidente Donald Trump. Tanto più che nell'ultimo anno sono ben sei i bambini che hanno perso la vita.

martedì 25 giugno 2019

USA - Per il governo i bambini migranti possono fare a meno del sapone e dormire per terra

agi.it
Neanche dormire per terra in celle sovraffollate violerebbe "standard igienico-sanitari" accettabili. Lo rivela Newsweek facendo scattare l'indignazione per la tesi sostenuta dall'amministrazione Trump. Per il governo Usa i bambini migranti detenuti al confine tra Stati Uniti e Messico non hanno bisogno di prodotti fondamentali per l'igiene, come per esempio sapone e spazzolini da denti. E anche dormire "a basse temperature su pavimenti di cemento in celle affollate" non contraddice l'esigenza di mantenerli in condizioni "sicure" e secondo standard sanitario-igienici accettabili.


Se non altro, come rivela il settimanale Newsweek, è quanto l'amministrazione Trump ha sostenuto questa settimana davanti ad un tribunale del nono distretto a San Francisco: davanti ai giudici federali il governo di Washington ha affermato di non aver violato la legge secondo il precedente stabilito da una class action del 1985, che decretò delle linee guida per quello che concerne le condizioni che devono essere garantite ai minori detenuti in strutture federali destinati ai migranti.

È da quel caso - Jenny Lisette Flores versus Edwin Meese - che furono formulate le regole sulla tempistica del riaffidamento dei minori ai loro parenti e sull'esigenza di mantenere i minori in strutture "sicure e igieniche". Alcuni giorni fa l'argomento su cui si è basata la difesa del Dipartimento di Giustizia era che quelle regole non implicano automaticamente che i piccoli debbano usare "spazzolini da denti" o "asciugamani" perché si possa parlare di condizioni sicure e coerenti dal punto di vista sanitario e igienico.

Lo stesso vale per quanto riguarda il dormire per terra. "Voi seriamente state sostenendo che essere messi in grado di dormire non è una questione di un trattamento sicuro e igienico", ha chiesto la giudice Marsha Berzon ai funzionari del dipartimento. Anche altri membri della corte hanno espresso il loro sdegno, rileva il settimanale americano: "Trovo inconcepibile che il governo sostenga che stare tutta la notte al freddo dormendo su un pavimento di cemento, con le luci sempre accese e solo una carta stagnola come lenzuolo, sia sicuro e igienico", ha aggiunto il giudice William Fletcher.

Almeno sette bambini migranti, ricorda ancora Newsweek, sono morti mentre erano detenuti dalle autorità statunitensi sin dalla fine del 2018, da quando cioè è stata avviata la pratica di separarli dalle rispettive famiglie. A detta di John Sanders, commissario responsabile delle autorità di frontiera, la sua agenzia avrebbe bisogno di altri 4,6 milioni di dollari per prevenire ulteriori morti. Il numero esatto di bambini deceduti mentre erano in mano alle strutture del governo federale non è certo, afferma Newsweek, "a causa di una legge che non obbliga le diverse agenzie responsabile di far registrarne i casi".

Circa 15.500 bambini e giovani migranti sono stati registrati dalle autorità messicane per la migrazione nei primi quattro mesi dell'anno, 130 al giorno. Sono queste le cifre riportate dall'Unicef che cita le ultime stime dell'Istituto Nazionale per le Migrazioni. Si tratta di un aumento di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La maggior parte dei minori provengono da Honduras, Guatemala ed El Salvador, Paesi dove il tasso di omicidi adolescenziali è tra i più alti al mondo. 

Il Messico è stato per decenni un Paese di origine, di transito e di destinazione per le famiglie in fuga dalla povertà, dalla violenza delle bande, dall'estorsione e dalle minacce di morte. Da tempo anche i migranti che sono stati rimpatriati dagli Stati Uniti e questi ritorni continueranno.

lunedì 24 giugno 2019

La diocesi di Torino pronta ad accogliere i 43 migranti della Sea Watch - Nosiglia: "Se il Governo è d'accordo ce li andiamo a prendere sulla nave"

Globalist
“La diocesi di Torino è disponibile ad accogliere le 43 persone che sono a bordo della Sea Watch al largo di Lampedusa, senza oneri per lo Stato, perché al più presto si possa risolvere una situazione grave e ingiusta” ha detto l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, al termine della messa per San Giovanni, patrono di Torino.

“Come vescovo e come cristiano sento tanta sofferenza”, ha aggiunto invocando l’aiuto di San Giovanni “che ha sempre difeso i poveri”. “Noi ci siamo. Torino ha un numero abbastanza elevato di famiglie disposte ad accoglierli, è una particolarità specifica della nostra città” prosegue Nosiglia, “non ci sono solo realtà istituzionali o del terzo settore ma anche famiglie che hanno dato la loro disponibilità. Siamo pronti. Se il Governo e il ministro sono d’accordo li andiamo a prendere e li portiamo su, ma credo sia una disponibilità che potrebbe essere accolta per trovare uno sbocco a questa situazione”.