Pagine

martedì 6 agosto 2019

Iran. Il medico detenuto Djalali trasferito in una località sconosciuta

La Stampa
È stato trasferito in una località sconosciuta Ahmadreza Djalali, il medico detenuto in Iran da oltre tre anni e condannato a morte per spionaggio: lo ha raccontato lui stesso in una telefonata, l'unica che gli è concessa. 

Il ricercatore del Centro sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale a Novara ha detto di non sapere dove si trovasse e di aver avuto la possibilità di chiamare qualcuno solo all'interno del Paese.

La moglie Vida, che vive a Stoccolma con i figli, è molto in ansia: "È stato trasferito soltanto lui e non gli è stato detto il perché". La condanna a morte pronunciata a carico di Djalali non è mai stata revocata nonostante la mobilitazione del mondo accademico internazionale e nonostante diversi ricorsi del suo avvocato davanti ai vari gradi del Tribunale della Rivoluzione. 

"Non abbiamo altre informazioni purtroppo - commenta l'amico e collega Luca Ragazzoni - e questo ci preoccupa molto". La Federazione italiana diritti umani ha chiesto all'Unione europea un intervento urgente a favore del medico.

Barbara Cottavoz

Presentazione del libro "Liberi dentro" a Civitavecchia, città che vuol farsi carico della realtà dei due carceri presenti. La solidarietà di Sant'Egidio e il sostegno delle istituzioni.

Il Messaggero
Affollata presentazione, l’altra sera alla Mondadori, di “Liberi dentro”, libro di Ezio Savasta, seduto di fronte ad una platea interessata. Racconti emozionanti, i suoi, di un volontario della Comunità di Sant’Egidio che dal 1992 visita ed aiuta detenuti dei penitenziari romani, instaurando con loro rapporti di autentica amicizia. 
«Il sentirsi importanti per qualcuno, per uno di noi volontari, spesso allontana da gesti inconsulti detenuti soli, lontani da casa o privi di famiglia. – ha sottolineato Savasta – La speranza è che in queste pagine la distanza e la separazione tra il mondo degli uomini liberi e quello della detenzione si possa accorciare e che, dopo averlo letto, passando vicino alle mura di un carcere, che a Civitavecchia sono nella città, si abbia la consapevolezza di quanta umanità e sofferenza ci siano dietro quelle sbarre». 

Una sofferenza forte, dura, come traspare anche dalle sincere parole del giudice onorario del Foro locale, Anna Puliafito, ospite della presentazione. Ma la città quanto sa di tutto ciò? Il libro di Savasta è servito a fare un po' di luce sulla complessa macchina di attività quotidiane nei due penitenziari di Via Tarquinia e via Aurelia Nord, alimentate da una serie di realtà (la Asl è tra queste). 

Attività che sarebbe impraticabile senza la volontà della direzione della Casa Circondariale e della Casa di reclusione, e senza la collaborazione del personale tutto della Polizia penitenziaria con gli educatori. 


«Tra i primi nel Lazio ad entrare nelle carceri con il dipartimento di salute mentale, che abbiamo riorganizzato - ha raccontato il commissario straordinario Asl Rmf 4, Giuseppe Quintavalle – grazie al protocollo d’intesa con la direttrice Bravetti ora abbiamo le linee guida sulla prevenzione dei suicidi. Con la musicoterapia abbiamo avviato una progettualità di riabilitazione per pazienti con disturbi psichici che, subito visitati appena arrivano e sottoposti a test da parte del nostro personale, se valutati "a rischio" sono destinatari del corso di formazione per “Peer supporter” (arrivato alla quarta edizione). Che significa? Su base volontaria un detenuto diventa “coach”, quindi confidente ed amico del detenuto in difficoltà, per alleviare gli effetti dell’esecuzione della pena». 


«La direzione ha consentito alla Asl di svolgere al meglio il suo lavoro all’interno delle carceri per mezzo di attività per detenuti con problemi psichici (attraverso l’azione congiunta di Sert e Csm), per offrire un servizio completo al territorio – ha spiegato la direttrice, Patrizia Bravetti - Era il 2009 quando autorizzai la campagna della Comunità di Sant’Egidio “Liberate i prigionieri in Africa” con la raccolta di 1 euro per liberare altri detenuti nel mondo. Nell’ottica di vicinanza agli ultimi, poi, i pranzi di Natale sono diventati fondamentali, con il risultato, grazie a Massimo Magnano e ai suoi collaboratori, di ben tre fatti quest’anno: uno al femminile e due per gli uomini. 

Ciò affianca innumerevoli altri progetti che come amministrazione penitenziaria portiamo avanti da tempo con il territorio per migliorare la vita del detenuto (Scuole, Associazione teatrale 'Blue in the face', Università, tenimento agricolo, etc.) - ha concluso - frutto dell’enorme lavoro di collaborazione svolto dal personale della Polizia penitenziaria in una ricca interazione tra carcere e territorio».

Stefania Mangia

Approvato il Decreto Sicurezza bis - Il fulcro per la sicurezza del paese è colpire le ONG che salvano naufraghi

Corriere della Sera

 - Il ministro dell’Interno, per motivi di sicurezza potrà limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi, salvo quelle militari o governative.
 
 - Per le imbarcazioni delle ong che violeranno lo stop supermulte fino a un milione di euro. 

 - Possibile anche il sequestro e la distruzione della nave

 - Per il capitano che, come Carola Rackete, forzerà il blocco, scatterà l’arresto in flagranza. 

 - Risorse per operazioni sotto copertura, effettuate da operatori di Stati esteri, per il contrasto dell’immigrazione clandestina.

lunedì 5 agosto 2019

Usa. Stragi con 29 morti tra El Paso e Dayton. Miscela di propaganda di odio e facile accesso alle armi. Attenta Italia!

Notizie Geopolitiche
Gli Usa continuano a pagare cara la libertà di detenere con facilità armi, comprese quelle da guerra. E così in 16 ore si sono consumate altre due stragi, la 249ma e la 250ma dall’inizio dell’anno, conteggio che tiene il sito Gun Violence Archive, il quale riferisce anche che sono 8.574 i morti e 17.013 i feriti da arma da fuoco nello stesso periodo.

Il primo caso è avvenuto ieri verso le 11,00 (ol) a El Paso, in Texas, dove un 21enne è entrato in un supermercato Walmart sparando all’impazzata ed uccidendo 20 persone e ferendone 26. L’aggressore, circondato in pochi minuti dagli agenti di polizia, si è consegnato ed è stato arrestato. si chiama Patrick Cruisis, autore già due anni fa di un manifesto suprematista bianco. 

Poco prima della strage commessa con un kalasnikov, sul web erano apparsi messaggi come “Risposta all’invasione ispanica del Texas”, “Questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”. Gli inquirenti stanno ora indagando che vi sono dei collegamenti con l’autore della strage.

Il secondo fatto di sangue è avvenuto a Dayton, in Ohio, dove all’una di notte (ol) il 24enne Connors Betts ha sparato in un locale notturno uccidendo 9 persone e ferendone 26 prima di venire a sua volta ucciso dagli agenti di polizia. Il sindaco della città, Nan Whaley, ha spiegato in conferenza stampa che l’aggressore indossava un giubbotto anti-proiettile e aveva un fucile calibro 223 ed era attrezzato con dei caricatori ad alta capacità.

domenica 4 agosto 2019

Libia - Al-Sarraj vuole chiudere tutti i centri detenzione per migranti ed espellerli. Quale sarà la sorte di 5000 persone, 3800 a rischio vita?

Il Dubbio
Dopo l'intervento dell'Onu chiuse le strutture di Misurata, al Khoms e Tajoura. Gli stranieri saranno espulsi e rinviati nei loro paesi di origine. In Libia in governo di Tripoli guidato da Fayez al- Sarraj ha preso una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo nello scacchiere africano ma anche sull'Europa.


Secondo il sito web Al Ahrar, che ha raccolto fonti del ministero dell'Interno, le autorità hanno disposto la chiusura immediata di tre centri di detenzione per migranti. Si tratta delle strutture di Tajoura, Misurata e Al Khoms. L'ordine di smobilitazione è stato dato direttamente dal ministro Fathi Bashagha, i migranti rinchiusi nei centri, sempre secondo quanto riportano i media libici, saranno espulsi e riportati nei loro paesi d'origine.

In questa maniera si darebbe seguito ad un annuncio fatto il 2 luglio scorso quando proprio il centro di Tajoura fu bombardato dalle forze del generale Kalifa Haftar. Fu una strage, almeno 60 morti e 130 feriti anche se si pensa che le vittime potrebbero essere molte di più. In quel frangente era stato proprio Bashagha a rendere nota l'impossibilità di garantire la sicurezza dei migranti "reclusi". Inoltre lo stesso Sarraj aveva annunciato che era in animo di liberare tutti coloro che si trovavano nei centri, si è parlato di migliaia di persone che si sarebbero riversate ad attraversare il mediterraneo.

La mossa libica è stata vista come il tentativo di Tripoli di ottenere finanziamenti e armi, in cambio del ruolo di carcerieri dei migranti, da parte dell'Europa. Solo un giorno dopo la strage il ministro dell'Interno si era affrettato a dichiarare: "il governo è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini nei centri stessi, sono tutte cose al di fuori della capacità del governo".

In realtà le bande criminali di trafficanti che controllano il "business dei barconi", vedono nella gestione dei centri di detenzione il nuovo grande affare, perdere la "materia prima" potrebbe costituire un colpo all'economia (molte volte illegale) lucrosa messa in piedi da quando i paesi Ue hanno cominciato a restringere le maglie delle frontiere esterne. Sulla decisione del governo tripolino di chiudere i tre centri ha sicuramente avuto un peso l'intervento dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Lunedì scorso ha riferito di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu sollecitando proprio la fine di queste vere e proprie prigioni per migranti.

Secondo le stime, nelle strutture ufficiali, sono detenute, in condizioni per lo più spaventose, almeno 5000 persone, di queste 3800 sono a rischio della vita perché esposte ai combattimenti. Si tratta di capire ora cosa succederà, se si procederà allo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione. Chi penserà al rimpatrio dei migranti in maniera sicura? Chi garantisce che quelli che saranno liberati non andranno ad ingrossare le fila dei combattenti della guerra civile libica? Quale sarà la sorte dei minori giunti in Libia senza famiglia?

di Alessandro Fioroni

Catania - È nato John Egidio il piccolo salvato dal mare dalla nave "Gregoretti". La famiglia è ospite della Comunità di Sant'Egidio

La Repubblica
Lo hanno chiamato John Egidio, è nato qualche minuto dopo le nove, pesa tre chili e novecento grammi e assieme alla sua mamma sta bene. E’ il bimbo nato dalla mamma incinta sbarcata sette giorni fa dal pattugliatore “Gregoretti” dopo una lunga odissea prima nei deserti africani e poi nel mare della Libia. 

Per Aisafu Saha, la donna nigeriana ventottenne in stato di gravidanza avanzato era stato deciso lo sbarco assieme al marito Gasaeni Saka, meccanico di 35 anni e ai suoi due figli Rafia di 10 anni e Alidi di 5. 

Accudita dai medici dell’ospedale San Marco di Catania dopo sette giorni il parto. Per il papà e i due bimbi invece un alloggio presso la comunità di Sant’Egidio di via castello Ursino nel centro storico della città. In grande segno di riconoscimento per l’accoglienza e la solidarietà la famiglia nigeriana Saka ha deciso di dare il nome al piccolo venuto al mondo stamattina di John e Egidio, due nomi cristiano malgrado loro fossero musulmani. 

Nelle prossime settimane è stato deciso da parte della prefettura di Catania il trasferimento in provincia di ragusa presso una nuova struttura. 

“E’ stato un bel segno di accoglienza” ha commentato Emiliano Abramo, presidente della comunità catanese di Sant’Egidio. La storia dei Saka è quella delle tantissime famiglie in fuga per una vita migliore dalla Nigeria colpita da una carestia senza precedenti. Mamma incinta di tre mesi, papà meccanico, e i due figli sono partititi il 10 gennaio dalla loro città Yoruba nella regione del Lagos in Nigeria e dopo avere attraversato il deserto del Niger, l’Algeria e infine la Libia a Zawari, porto dal quale sono partiti a bordo di un gommone. Dopo due giorni di navigazione è finita la benzina e il barcone è stato salvato dal pattugliatore della Marina Militare “Gregoretti”.

Natale Bruno

sabato 3 agosto 2019

Migranti ... ci rubano il lavoro? Ma in Veneto non si trovano braccianti e i prodotti agricoli non raccolti marciscono

Corriere del Veneto
Zero disponibilità
Perché ci sia bisogno di chiamare i lavoratori stranieri per andare a raccogliere dai campi le eccellenze agroalimentari o passare il guado della stagione estiva è presto detto: «Ci sono decine di migliaia di residenti nelle liste di collocamento ma hanno scarsa disponibilità ad effettuare lavoro di manodopera nei nostri campi» spiega Luigi Bassani, direttore di Confagricoltura. 


La paga oscilla dai 6 ai 7 euro l’ora, nella raccolta il cartellino lo timbra la necessità di non far marcire sugli alberi o in terra i prodotti e quindi si lavora pure dieci ore di fila perché la maturazione non aspetta. E chi fa la campagna di raccolta delle ciliegie non la tira per le lunghe perché poi c’è un ingaggio per le carote novelle, un altro per le pesche, le zucchine, le melanzane ad agosto, a settembre l’uva e i fichi.

Su 500 nominativi, sono rimasti in 15
«Non escludo ci siano persone che sfruttano il lavoro: vanno perseguite – scandisce Bassani. Ma sta di fatto che all’ultima selezione, su 500 persone scelte al Collocamento, alla fine della formazione ce ne sono rimaste 15. Perché molti lavoretti in nero competono le nostre paghe. Se la frutta e la verdura la vogliamo pagare sempre meno, non c’è margine per i lavoratori e gli imprenditori. Bastano 15 centesimi in più al chilo nel prezzo finale a garantire il prodotto locale». Nel turismo la quota stranieri non è un problema da quando sono cittadini europei i lavoratori croati, rumeni e ungheresi che hanno sempre dato una mano al sistema di accoglienza veneto, spiega il presidente di Federalberghi Marco Michielli. La paga è di 1.500 euro al mese e il concorrente adesso è l’Europa perché, eliminata la disoccupazione stagionale in Italia, «i nostri ragazzi scelgono di andarsene a lavorare per meno soldi ma per 12 mesi su 12 in Inghilterra, Francia e Germania: urge un’armonizzazione della legislazione europea».

La tassa
Nel turismo, la tassa di soggiorno è la carta di briscola delle entrate dei Comuni. Secondo la Fondazione Think Tank Nord Est, quest’anno in Veneto i Comuni incasseranno 78 milioni 668 mila euro (più 11% rispetto al 2018: 7,8 milioni). La sola provincia di Venezia arriverà a 50,7 milioni (+8,6% rispetto al 2018) e il capoluogo incasserà 34 milioni. Il litorale ne stima una ventina, più della provincia di Verona che farà incassi per 15,4 milioni; Padova è la terza con 6,3 milioni di euro (quasi metà dei quali fatti da Abano); in coda le province di Belluno (2,8 milioni). Treviso (1,6 milioni), Vicenza (1,2) e Rovigo (530 mila euro, più 14% rispetto allo scorso anno).