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sabato 19 ottobre 2019

Perchè per essere orgogliosi di essere italiani occorre cercare crearci dei nemici. Quanti motivi abbiamo per essere orgogliosi di essere italiani ....

Blog Diritti Umani - Human Rights
Vogliamo essere orgogliosi di essere italiani senza cercare e creare nemici
#orgoglioitaliano #senzanemico #facciamorete


Ormai essere orgogliosi di essere italiani sta acquistando solo un'accezione sovranista e patrimonio dell'estrema destra. 

Perchè farci rubare tutto il valore di essere italiani siamo orgogliosi perchè è: un paese fondatore dell'Europa,  un paese democratico che combatte la guerra, un paese culla di una cultura millenaria,  fondata sulla Costituzione più bella del mondo, ... e ognuno di noi potrebbe aggiungere altri motivi per essere orgogliosi di essere italiani. 


Amnesty denuncia la Turchia: "In Siria crimini di guerra contro i civili"

Globalist
La Ong: "La Turchia mostra un vergognoso disprezzo delle vite dei civili e si è macchiata di crimini di guerra".


Bombe sui bambini; sparatorie sui civili; sodalizi con i prigionieri dell'Isis. Queste sono solo alcune delle atrocità compiute dall'esercito turco in questi giorni di guerra in Rojava. E Amnesty International li chiama per quel che sono: crimini di guerra. 

"Ankara è colpevole di una serie di violazioni e crimini di guerra, omicidi sommari e attacchi illegali e ha un vergognoso disprezzo per la vita dei civili" denuncia Amnesty. 

Tra i casi segnalati che anche la brutale esecuzione sommaria dell'attivista curda Hevrin Khalaf e della sua guardia del corpo da parte di milizie siriane addestrate e armate dalla Turchia. 

La denuncia è stata elaborata sulla base dei racconti di 17 testimoni diretti, tra cui personale medico, giornalisti e sfollati, e di registrazioni video. "Le informazioni raccolte forniscono prove schiaccianti di attacchi indiscriminati in aree residenziali, compresi attacchi a una casa, un panificio e una scuola, condotti dalla Turchia e dai gruppi armati siriani suoi alleati", sostiene l'ong.

venerdì 18 ottobre 2019

Libia, chiusura del centro di detenzione di Misurata: condizioni sempre più disumane per migranti e rifugiati

La Repubblica
Il report di Medici Senza Frontiere. I profughi trasferiti nei due centri di Zliten e Souq Al Khamees. “Urgente creare rifugi per una protezione immediata ai migranti in Libia”

A seguito della chiusura, il 14 ottobre scorso, del centro di detenzione di Misurata, nella regione costiera centrale della Libia, più di un centinaio di rifugiati e migranti sono stati trasferiti nei due centri di detenzione di Zliten e Souq Al Khamees, nella stessa regione. 

Le condizioni di detenzione di questi due centri sono note alle autorità libiche e all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per essere estremamente difficili, come anche riportato dalle équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) in diverse occasioni.

Uomini, donne e bambini detenuti. Trattenuti arbitrariamente per mesi e in molti casi per anni, con poco accesso a cibo, acqua e accesso all’aria, saranno così esposti alle stesse condizioni disumane. Alcuni di loro sono state vittime di torture e traffico durante il loro soggiorno nel Paese. “Chiudere un centro di detenzione sarebbe un passo avanti positivo se rifugiati e migranti avessero la libertà di movimento, protezione e assistenza. Ma in questa situazione sono passati da una condizione di detenzione a un’altra, vedendo le loro condizioni peggiorare ulteriormente, rimanendo bloccati in un ciclo senza fine di disperazione e violenza. Come minimo, dovrebbero essere rilasciati e assistiti in un ambiente più sicuro” dichiara Sacha Petiot, capo missione di MSF in Libia.

L'uccisione di 60 persone. Il conflitto armato iniziato ad aprile intorno a Tripoli ha reso la situazione più pericolosa per rifugiati e migranti detenuti nelle zone di guerra. In questo difficile contesto, la tragica morte di circa 60 persone, secondo le stime, durante l’attacco aereo del centro di detenzione di Tajoura, avvenuto nella notte del 2 luglio, aveva portato a un rinnovato appello per la chiusura dei centri di detenzione in Libia, anche da parte delle stesse autorità libiche.

In Libia nessun luogo è sicuro. Attualmente non ci sono strutture sicure in Libia dove rifugiati e migranti possono trovare protezione e assistenza. L’unica struttura gestita da UNHCR, il Centro di Raccolta e Partenza a Tripoli, è ora satura e l’UNHCR ha affermato che non è più in grado di accogliere persone vulnerabili. “Abbiamo bisogno di un maggior numero di evacuazioni di persone fuori dalla Libia. Ed è urgente sviluppare un’alternativa alla detenzione come creare rifugi che diano una protezione immediata e temporanea in Libia. Altrimenti, i migranti e rifugiati più vulnerabili sono condannati a una condizione di detenzione senza fine ed esposti a maggiori rischi e sofferenze” sottolinea Petiot.

giovedì 17 ottobre 2019

Italia - Carcere - Il sovraffollamento (60.000 detenuti in 47.000 posti) e l'assenza di speranza di miglioramento lo rende un luogo di grande sofferenza


LinkiestaCon 60mila detenuti per appena 47 mila posti disponibili, il nostro Paese non ha ancora trovato una risposta. Stipati spesso in meno di tre metri quadrati di spazio, il rischio che i reclusi possano presentare nuovi ricorsi alla Corte di Strasburgo è sempre più alto.
Dieci anni, senza soluzioni: l'Italia si trova costretta a dovere affrontare il problema del sovraffollamento delle carceri. A conferma c'è il quindicesimo rapporto pubblicato dall'associazione Antigone sulle condizioni di detenzione "Il carcere secondo la Costituzione". 

Dopo un iniziale calo nel 2010, il numero dei detenuti presenti nelle strutture penitenziarie italiane negli ultimi due anni ha ricominciato a crescere. Al 30 settembre infatti si calcolano oltre 60 mila reclusi, con un tasso di sovraffollamento del 120 per cento. L'Italia che, con il Regno Unito, la Polonia, la Germania e la Spagna, si conferma uno dei Paesi con il numero più alto di reclusi nell'Unione europea non è riuscita dal 2013 - quando la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha emesso una condanna per trattamento inumano e degradante al pagamento di migliaia di euro di risarcimento per danni morali nei confronti di alcuni detenuti - a oggi a intervenire in modo incisivo su un problema che, stando anche a quanto dichiarato dal comitato dei ministri del Consiglio europeo, è strutturale. E che non riguarda singole celle o un numero limitato di detenuti.

"Il sovraffollamento è un problema da cui partire, afferma Aldo Di Giacomo, sindacalista del Corpo di Polizia Penitenziaria, ma è solo uno dei tanti che riguardano le carceri italiane". Se negli ultimi dieci anni ci sono stati diversi provvedimenti legislativi per ovviare alla situazione degli istituti penitenziari, anche a fronte di un netto calo dei crimini denunciati alle forze di Polizia, come l'indulto, o il tiepido intervento di depenalizzazione di alcuni reati, secondo Di Giacomo, la questione che non è mai stata affrontata è quella di chi sono i detenuti ospiti nelle 190 carceri italiane. 

"Tra i 60mila detenuti più di un terzo sono stranieri, uno su tre sono persone affette da disturbi psichiatrici, mentre due su tre sono tossicodipendenti o alcoldipendenti", denuncia Di Giacomo. Ma nel frattempo i posti disponibili nelle carceri italiane restano poco più di 50mila, un numero, diffuso dal ministero della Giustizia a luglio 2019, che non tiene conto delle numerose sezioni chiuse: Alba, Nuoro, Camerino - vuota dal terremoto che ha colpito l'Umbria nel 2016 - Como, Brescia, Taranto sono solo alcune. 

Per un totale di almeno 3mila posti non agibili che devono essere sottratti dai 50mila dichiarati dal ministero della Giustizia e che in alcuni istituti penitenziari, come denunciato dall'associazione Antigone, ci sono situazioni limite, con celle che non rispettano il parametro minimo dei tre metri quadrati di spazio per detenuto. E che lascia aperti i margini per la Corte di Strasburgo per nuove pesanti condanne.

Quello del sovraffollamento è solo uno dei tanti elementi di disfunzione delle carceri italiane. Negli ultimi due anni, nonostante il calo dei reati denunciati e la diminuzione degli ingressi nelle carceri, a peggiorare non sono solo le condizioni di vita dei detenuti, ma anche quelle di lavoro dei poliziotti penitenziari. Al drammatico aumento del numero dei suicidi tra i reclusi, si aggiunge quello delle guardie carcerarie, con casi sempre più frequenti di liti, abusi e violenze. Di detenuti in possesso di telefoni cellulari che, come denuncia Di Giacomo, permettono loro di avere contatti con l'esterno e di commettere, seppure all'interno delle mura penitenziarie, altri reati.


Chiara Colangelo e Lucio Palmisano

Russia, stretta contro le ong. A rischio «Per i diritti umani» la più importante del Paese

Il Manifesto
Pugno duro contro l’opposizione. Il ministero della Giustizia intenta una causa per lo scioglimento di «Per i diritti umani», colpita dalla «legge sulle agenzie straniere» voluta da Putin nel 2014.
Il leader di «Per il diritto dell’uomo», Lev Ponomarev, in piazza
Il leader di "Per il diritto dell'uomo", Lev Ponomarev, in piazza. Si stringe sempre di più il cappio del governo russo contro l'opposizione. 

Ieri con una decisione senza precedenti il ministero della Giustizia ha intentato una causa presso la Corte suprema per lo scioglimento del movimento "Per i diritti umani" di Lev Ponomarev, a causa di ripetute violazioni della legge del paese. 

La Corte suprema esaminerà il fascicolo il 14 novembre, ma la sorte della più importante organizzazione non governativa russa, sembra segnata. Ponomarev è una figura notissima in Russia. Fisico di fama e amico personale di Andrey Sacharov, fu nel 1988 tra fondatori della Fondazione Memorial che opera senza posa per far conoscere la tragedia della repressione politica in Urss. Più volte deputato, l'ex fisico di Tomsk ha fondato nel 1997 la ong "Per i diritti umani" che è divenuta ben presto l'associazione umanitaria più estesa geograficamente, con oltre una quarantina di sedi sparse un po' dovunque.

Il ministero afferma che "Per i diritti umani" non solo ha più volte violato la legge e inadempiuto al pagamento di numerose multe comminategli ma soprattutto accusa l'ong di essere un "agente straniero", un'associazione cioè che riceve finanziamenti dall'estero e opera a vantaggio di altri governi.

La "legge sulle agenzie straniere" fu fortemente voluta da Putin nel 2014 per mettere fuori gioco buona parte dei think-thank e associazioni considerate non allineate come la "Open society" di George Soros ma anche strutture apolitiche come "Giustizia Russa" che opera nel Caucaso per difendere principalmente i diritti degli individui Lgbtq e le donne, la quale si è vista in agosto confiscare gran parte dei propri documenti e del proprio materiale.

Yurii Colombo

mercoledì 16 ottobre 2019

Lampedusa - Migranti. Tragico ritrovamento di madre e figlio abbracciati nel relitto in fondo al mare. Dopo i 13 cadaveri, individuati altre 12 vittime.

Avvenire
Ritrovato a 60 metri di profondità il barchino affondato nei giorni scorsi a poche miglia dell'isola.  Soccorsi 180 migranti al largo di Malta.


Abbracciati, sul fondo del mare. Cullati dalle correnti. Così sono stati ritrovati un bambino piccolo e la sua mamma. Sono morti insieme in un naufragio avvenuto la notte tra il 6 e il 7 ottobre a 6 miglia a sud di Lampedusa. Il barchino su cui inseguivano la speranza di una vita migliore è stato ritrovato a 60 metri di profondità a pochi metri dal luogo dell'affondamento.

A individuarlo la Guardia costiera che ha messo in azione tutti i nuclei dei sommozzatori a disposizione. E' stato utilizzato anche un robot subacqueo che ha ripreso le immagini del barchino con il suo carico di morti. Al momento i corpi individuati sono 12, tra i quali quelli della donna e di suo figlio. Ma secondo chi indaga altri cadaveri potrebbero essere sparsi più lontano dal relitto. Le operazioni di recupero partiranno nei prossimi giorni: potrebbero essere necessari almeno tre giornate per ultimare questa delicata procedura di recupero, che sarà effettuata dai sommozzatori.

Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, che ha ringraziato la Guardia costiera e i sommozzatori per l'impegno con cui hanno portato avanti la ricerca, non certo facile: "Ci hanno messo la loro professionalità, ma anche il cuore".
Il naufragio

La tragedia è avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Una strage di donne e bambini a una manciata di miglia da Lampedusa, si disse. Tredici le salme strappate al mare nelle ore successive: tutte donne, alcune incinte, anche una ragazzina di 12 anni. Nei giorni scorsi sono stati seppelliti nei cimiteri della provincia di Agrigento.

Una delle superstiti ha raccontato di avere perso la sorella più grande e la figlia di quest'ultima, di appena 8 mesi. A bordo, hanno raccontato i superstiti, erano in oltre 50. Solo 22 i migranti salvati nelle fasi concitate dei soccorsi da parte di Guardia costiera e Guardia di finanza, diventate tragiche, secondo le ricostruzioni, quando nella notte intorno alle 3, i migranti, in forte agitazione, complici anche le difficili condizioni meteo, si sono affollati su una parte del natante provocandone il ribaltamento a 6 miglia da terra.

La procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e morte quale conseguenza di altro reato. "L'imbarcazione non era in condizioni di affrontare la traversata", aveva spiegato il procuratore aggiunto Vella, "nessuno a bordo sembra avesse strumenti di soccorso individuali e in questi casi un salvagente ti salva la vita". Insomma, in questa situazione sono stati mandati a morte pressoché certa dai trafficanti di esseri umani. "Sono stati molto bravi gli equipaggi che sono intervenuti", aveva poi sottolineato: "Se solo le persone a bordo avessero avuto un giubbotto o soltanto un salvagente, sarebbero oggi vive".

martedì 15 ottobre 2019

Grecia, vasto incendio nella notte nell'hotspot per rifugiati di Samos, 5000 evacuati

Ansa
Scontri tra profughi, otto feriti e forse una vittima


Oltre 5mila persone sono state evacuate dopo che ieri sera un incendio è divampato alle porte del Centro di ricezione e accoglienza dell'isola greca di Samos.

Secondo il quotidiano Kathimerini, il rogo sarebbe legato a scontri tra profughi iniziati nel pomeriggio: otto persone sarebbero state portate in ospedale e, secondo fonti non ancora verificate, un minore non accompagnato sarebbe stato accoltellato a morte. I vigili del fuoco sono all'opera per domare l'incendio.