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mercoledì 12 dicembre 2018

La guerra mondiale a pezzi - Ci sono 378 guerre nel mondo, spesa record per le armi. Tante guerre dimenticate.

Globalist
Le guerre nel mondo sono in drammatico aumento: 378 i conflitti totali nel 2017, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità.


Le guerre nel mondo sono in drammatico aumento
: 378 i conflitti totali nel 2017, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità. Lo scorso anno si è registrato anche il record di spesa per gli armamenti dalla Seconda guerra mondiale. A lanciare l'allarme è il sesto rapporto annuale sui conflitti dimenticati 'Il peso delle armi’, presentato a Roma da Caritas italiana, e realizzato in collaborazione con il Miur. Ventisette gli autori coinvolti, assieme a sette enti di ricerca e organizzazioni, 45 scuole medie inferiori, e 25 gruppi Scout Agescu. La presentazione coincide con il 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, "il cui rispetto è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la pace", come sottolinea don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, introducendo lo studio.

L'analisi conferma che sono in aumento produzione e vendita di tutti i tipi di arma, dalle leggere all'atomica. Un fenomeno che, secondo gli esperti, dipende dal fatto che gli Stati sono ormai convinti che, per vincere le guerre, servano arsenali sempre più ricchi e potenti. Allarmante il fatto che tra i sei Paesi massimi esportatori, cinque siano i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu. Una contraddizione, come evidenzia Paolo Beccegato, vicedirettore Caritas italiana, dal momento che "il Consiglio fu concepito per farsi protettore della pace e dei diritti umani fondamentali nel mondo".
In testa, gli Stati Uniti col 34,0%, seguiti da Russia (22,0%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%) e Regno Unito (4,8%). Poi Israele e Spagna con entrambi il 2,9%, quindi l'Italia col 2,5%. Tra i principali importatori invece Arabia Saudita, Emirati Arabi, Australia, Iraq e Pakistan. Paesi che contribuiscono ad alimentare i conflitti in Yemen, Nord Africa e Medio Oriente.

Il report conferma poi con forza un binomio già noto agli studiosi: la povertà è più diffusa nei Paesi in cui si combatte, così come viceversa, laddove sono più drammatici recessione, diseguaglianze e scarso accesso a fonti di reddito risulta altamente più probabile scivolare nei conflitti.
Per contrastare la povertà, osserva ancora Beccegato, diventa allora "fondamentale ragionare sulle dinamiche alla base della guerra e incoraggiare buone politiche, oltre che fornire aiuti".

Infine, il report si concentra sull'impatto dei cambiamenti climatici su guerre e migrazioni - l'Onu stima in 250 milioni i migranti e in oltre 70 milioni i rifugiati e gli sfollati. Tutti gli indicatori del rapporto Caritas su scala globale legati al degrado ambientale, ai disastri e alla scarsità di accesso alle fonti naturali contribuiscono a spiegare altre dinamiche di guerra, e in particolare in aree come il Sahel, il Golfo del Bengala e parte dell'America Latina. Lo studio si conclude con delle proposte che di fatto rilanciano l'applicazione dell'Agenda di sviluppo Onu 2015-2030, che, conclude Beccegato, "oggi più che mai servirebbe per creare un mondo diverso".

Sulle guerre nel mondo in Italia è silenzio stampa. Rivelata anche questa tendenza: se il conflitto supera la fase acuta e non coinvolge direttamente il nostro Paese scompare dai media. L'analisi ha preso in considerazione quattro delle principali crisi in corso: Yemen, Venezuela, Somalia e Ucraina. Altrettante le testate osservate: "Corriere della Sera", "Repubblica", "Avvenire", "La Stampa".

Nel periodo di tempo esaminato - dal 1° novembre al 31 dicembre 2017 e dal 15 maggio al 15 giugno 2018 - risulta che tutti hanno scritto di Ucraina, solo in tre hanno raccontato del Venezuela, mentre soltanto "Avvenire" ha trattato della Somalia. 

Infine, dello Yemen non ha parlato nessuno. Una fotografia allarmante, che secondo i relatori determina un altro grave elemento: il generale aumento del livello di amnesia della popolazione italiana. Ad esempio, il 14% degli intervistati non è stato in grado di citare neanche un attentato terroristico. Il 10% del campione è costituito da giovani. Il 24%, di cui il 29% ragazzi, non ha saputo indicare una guerra in corso. Quasi nulla la conoscenza dei conflitti mondiali: solo il 3% ha saputo indicare una guerra in Africa. Fa eccezione la guerra in Siria, ricordata dal 52% del campione. Se infine sul tema "guerra e conflitti" la televisione resta il principale mezzo di informazione tra gli adulti - il 47% ha confermato tale tendenza - ben il 49% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha detto di fare ricorso ad internet.

Yemen. Gli orrori delle torture raccontati dai prigionieri di guerra. Si spera in uno scambio di prigionieri

TPI
Dall'inizio della guerra, più di 18mila persone sono state catturate dai miliziani houthi e rinchiuse nelle prigioni dei ribelli, dove sono state torturate. Mentre in Svezia continuano i colloqui di pace per mettere fine alla guerra in Yemen, iniziano ad emergere le testimonianze dei civili torturati dai ribelli sciiti houthi.



I racconti evidenziano quanto sia importante giungere ad uno scambio di prigionieri tra i miliziani e il governo sostenuto dalla coalizione araba a guida saudita che dal 2015 bombarda il paese per fermare l'avanzata dei ribelli. 


Secondo gli accordi presi tra le parti, circa 5mila detenuti dovrebbero essere presto rilasciati come segno di fiducia tra le fazioni che si contrappongono in Yemen da tre anni.

Dall'inizio della guerra, più di 18mila persone sono state catturate dai miliziani houthi e rinchiuse nelle prigioni dei ribelli, dove sono state torturate. Secondo gli attivisti per i diritti umani, la stessa sorte è toccata ai detenuti nelle carceri della coalizione araba.

Farouk Baakar, un medico dell'ospedale al-Rashid nel nord dello Yemen, è stato arrestato dai miliziani nel 2016, dopo aver curato un uomo che era stato torturato dagli houthi stessi.

L'uomo, intervistato all'Associated Press, ha raccontato di aver passato 18 mesi nelle carceri controllate dai ribelli sciiti, alcuni dei quali nella "Pressure Room", il seminterrato di un castello ottomano nella città di Hodeidah, sul Mar Rosso. Una volta lì, il medico è stato spogliato, frustato e i carcerieri gli hanno strappato le unghie e i capelli. Sul suo corpo è stata anche versata della plastica fusa. Baakar è stato picchiato e appeso al soffitto per polsi per 50 giorni: i suoi rapitori pensavano che fosse morto.

"Lascialo morire" - "È stato molto doloroso, specialmente durante i prossimi giorni", ha detto il medico, che ha anche raccontato di aver cercato di aiutare altri prigionieri torturati con strumenti rudimentali come cavi elettrici. Un altro uomo ha raccontato di essere stato appeso per i testicoli e di non essere stato in grado di urinare. Su un terzo, invece, i carcerieri avevano versato dell'acido sulla schiena: il liquido era arrivato fino alle natiche, sigillando l'ano.

Il medico Baakar ha usato uno strumento di fortuna per cercare di creare un'apertura. "Quando ho chiesto aiuto alle guardie houthi, dicendo che l'uomo stava morendo, la loro unica risposta è stata: 'Lascialo morirè", ha raccontato Baakar.

Il medico è stato rilasciato lo scorso dicembre: la sua famiglia aveva pagato 5,5 milioni di rialton (circa 8mila dollari). Riconquistata la libertà, Baakar è fuggito a Marib, una roccaforte anti-houthi nello Yemen centrale, dove vive tuttora, in una tenda. Baakar è solo una delle 23 persone che Associated Press è riuscita ad intervistare e che hanno raccontato le torture subite nelle carceri dei ribelli houthi.

Le carceri delle forze alleate - Le testimonianze arrivano pochi mesi dopo le accuse mosse da Human Rights Watch e Amnesty International contro gli Emirati Arabi Uniti e le sue forze alleate, accusate anche loro di torturare i detenuti nelle prigioni segrete nel sud dello Yemen. Secondo quanto rivelato dalle Ong, anche nelle carceri gestite dalla coalizione araba i detenuti sono sottoposti a trattamenti disumani.

Un altro uomo, Anas al-Sarrari, di 26 anni, ha raccontato di essere costretto su una sedia a rotelle dopo essere rimasto paralizzato a seguito delle torture subite in una prigione controllata dagli houthi nella capitale Sanaa. Il ragazzo è stato appeso per 23 ore al giorno fino a quando le manette non gli hanno tagliato i polsi. Dopo essere stato picchiato con una pistola stordente, non è stato più in grado di usare le sue gambe. Diventato invalido, nessuno lo ha aiutato a raggiungere il bagno: è stato costretto a urinare e defecarsi addosso fino a quando non è stato rilasciato.

"Vedere le persone uscire dalle prigioni con una disabilità che prima non avevano a seguito delle torture terrorizza tutti", ha spiegato il giovane. Hussein, un insegnante della città settentrionale di Dhamar detenuto anche lui nelle prigioni yemenite, ha detto ad AP di essere stato tenuto bendato in una cella sotterranea per quattro mesi e 22 giorni. Durante la sua detenzione, i carcerieri lo hanno picchiato con barre di ferro e gli hanno detto che sarebbe morto lì. Monir al-Sharqi, un tecnico di laboratorio, è stato torturato talmente tanto che non riesce più a parlare. La sua famiglia lo ha ritrovato abbandonato sul fianco di un fiume, orribilmente sfigurato.

martedì 11 dicembre 2018

Aversa. Aggrediti volontari Caritas che aiutavano i clochard. L'intolleranza e l'odio contro i migranti, sono arrivati adesso a colpire agli italiani poveri.

Avvenire
Un vero e proprio blitz commesso da dieci ragazzi minorenni italiani. Obiettivo erano i "barboni".


Aggrediti nella notte di sabato tre volontari della Caritas diocesana di Aversa (Caserta) che stavano assistendo i senza fissa dimora che cercano riparo nella zona della stazione. Un vero e proprio blitz commesso da dieci ragazzi minorenni italiani. Obiettivo erano proprio i "barboni", un grave atto di intolleranza, non il primo.

«I volontari - ci spiega il direttore della Caritas, don Carmine Schiavoneche ha presentato denuncia ai Carabinieri - stavano facendo il consueto "giro notturno", attività tesa a fornire sostegno morale e beni di conforto ai senza fissa dimora che abitano le nostre piazze. Il gruppo dei dieci minorenni ha scambiato una delle volontarie per una senza dimora che noi abbiamo tolto dalla strada e sta in accoglienza, e si sono avventati contro di lei insultandola e poi aggredendola fisicamente con schiaffi. I volontari hanno cercato di scappare, ma li hanno inseguiti urlando che non dovevano aiutare i "barboni", chiamandoli in tutti i peggiori modi». 


E proprio i clochard sono l'obiettivo di queste violenze. 
«Alla stazione sono solo italiani - precisa don Carmine - e quindi in questo caso non siamo di fronte a un caso di razzismo verso gli immigrati ma di intolleranza nei confronti dei più poveri, il gusto di picchiare i clochard».
Era già successo cinque anni fa e allora il sacerdote chiamò subito la Polizia e fece arrestare gli aggressori, sempre tutti ragazzi. «Un comportamento che risente del clima di intolleranza - denuncia don Carmine -. È un brutto segno, soprattutto per la nostra terra solitamente aperta e solidale. E poi così tanti, una vera gang».

E scattano i provvedimenti delle forze dell'ordine. Così i Carabinieri hanno invitato la Caritas ad avvertirli sia quando fanno attività sul fronte della prostituzione sia quando assistono i clochard, per mandare una pattuglia. «Ma vi rendete conto, andare ad aiutare con la scorta! - si sfoga don Carmine - È proprio assurdo. Ma siamo arrivati a questo livello...». Ma l'attività dei volontari sulla strada certo non si ferma.

Strasburgo - Via libera da Eurocamera ai visti umanitari per i rifugiati

ANSA
Strasburgo - L'Eurocamera a Strasburgo ha dato il suo via libera a favore della proposta per introdurre i visti umanitari europei con l'obiettivo di diminuire le morti e migliorare la gestione dei flussi dei rifugiati. 


L'iniziativa legislativa è stata approvata con 429 sì, 194 no e 41 astensioni (maggioranza assoluta). Una simile proposta non aveva raggiunto la maggioranza assoluta necessaria al Parlamento europeo alla plenaria di novembre per un errore tecnico durante le votazioni.

In particolare il Parlamento europeo ha chiesto che la Commissione europea presenti, entro il 31 marzo 2019, una proposta legislativa che istituisca tale visto, che darebbe al richiedente l'accesso al territorio europeo esclusivamente nello Stato membro che lo rilascia e al solo scopo di presentare una domanda di protezione internazionale.

Italia - Errori giudiziari: 26.000 innocenti in carcere dagli anni '90

civonline.it
Dagli anni 90 ad oggi le ingiuste detenzioni sono tante quante lo stadio olimpico di Torino pieno. Il dato allarmante è emerso nel corso dell'importante convegno organizzato dalla Camera penale di Civitavecchia Urge un confronto più serrato tra magistratura e avvocatura. Preoccupa l'eventuale abolizione della prescrizione che rischia di peggiorare la situazione.


Ventisettemila errori giudiziari dagli anni novanta ad oggi.
Tanti quanti lo stadio Olimpico di Torino pieno. Errori che hanno portato ad ingiuste detenzioni e sui quali la Magistratura e l'Avvocatura hanno il dovere di riflettere insieme avviando una più forte comunicazione. Un confronto più frequente, perché diritto e giustizia devono andare in un'unica direzione che ha come unico obiettivo la tutela dei diritti costituzionalmente garantiti.

È quanto emerso nel corso dell'importante convegno organizzato dalla Camera penale di Civitavecchia presieduta dall'avvocato Andrea Miroli (moderatore del convegno) in collaborazione con la scuola di alta formazione, Corso per i difensori d'ufficio, coordinata dagli avvocati Paolo Pirani e Remigio Sicilia, rispettivamente della Camera penale di Civitavecchia e Viterbo.

L'appuntamento, svoltosi presso un'affollatissima sala meeting dell'Hotel San Giorgio di Civitavecchia, ha raccolto l'interesse sia di avvocati sia di non addetti ai lavori, gettando le basi per una nuova metodologia volta a superare i dati allarmanti sul tema dell'errore giudiziario.
[...]
I numeri allarmanti sono stati il fulcro dell'intervento dei due giornalisti, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, di errorigiudiziari.com, primo archivio on line di errori giudiziari e ingiuste detenzioni, dal quale è stato creato anche il programma Rai "Sono innocente".
[...]
La conclusione del procuratore ha dato un segnale forte nel dire che sicuramente il dialogo e il confronto sono l'unico modo per poter superare l'errore, fermo restando che là dove il confronto non dovesse esserci è chiaro che necessariamente bisogna fare un'operazione di assoluta coscienza e di difesa di questi diritti.
Luca Grossi

Immigrazione - 164 Paesi dicono sì al Global compact - Ma l’Italia non firma

Avvenire
Una «roadmap per prevenire la sofferenza e il caos» e «una soluzione globale a una sfida globale». Così il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, definisce il «Global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare», al temine della conferenza intergovernativa di Marrakech, in Marocco. 

L’intesa è stata adottata ieri, nel 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, dai rappresentanti di 164 Paesi (sui 193 che a luglio avevano dato un primo sostegno all’iniziativa). Assenti gli Usa del presidente Donald Trump e diversi altri Stati, compresa l’Italia del governo giallo-verde, che ha “congelato” l’adesione in attesa di una pronuncia del Parlamento.

«Sessantamila morti»
Quella in Marocco è una tappa di avvicinamento al voto di ratifica del documento, previsto dall’Assemblea generale dell’Onu per il 19 dicembre. Secondo Guterres, «non bisogna cedere alla paura o alla falsa narrazione in materia di immigrazione». 

L’intesa, sottolinea, non viola la sovranità degli Stati e non crea nuovi diritti per migrare, ma «ribadisce il rispetto dei diritti umani», perché «un’immigrazione non regolata ha un costo terribile ». 

Nel pianeta sono 258 milioni i migranti (il 3,4% della popolazione mondiale). E Guterres ricorda come, dal 2000 a oggi, circa 60mila siano morti durante gli spostamenti: «Una vergogna collettiva», lamenta amaramente il segretario dell’Onu. Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, presente a Marrakech con altri leader mondiali, «è un grande giorno» perché l’accordo è «una pietra miliare verso l’adozione di unapproccio multilaterale al fenomeno migratorio» e «un grande passo nella lotta contro i trafficanti di esseriumani».

Dichiarazione d’intenti
Il Compact è una dichiarazione d’intenti, non produttiva di effetti giuridici vincolanti. Il documento di 41 pagine (frutto di oltre 18 mesi di negoziati) si propone di giungere a un’immigrazione «disciplinata, sicura, regolare e responsabile», attraverso 23 obiettivi da centrare. La sfida cardine resta quella di tessere una rete internazionale per l’accoglienza di migrantie rifugiati.

Gli Usa, l’Italia e le «sedie vuote»
Gli Usa del presidente Donald Trump sono stati fra i primi a sfilarsi, sostenendo che il patto renderà più difficile per i singoli Paesi respingere i profughi. In Europa, mentre Germania, Spagna e Francia hanno aderito, si sono defilate l’Ungheria del premier Vitkor Orban, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Austria, Bulgaria, Croazia. Fuori dall’Ue, hanno detto no Israele e Australia. 
In Belgio, l’adesione decisa dal premier Charles Michel ha provocato una crisi di governo, con N-Va (l’Alleanza fiamminga di destra, primo partito della coalizione) contraria e pronta a ritirare i propri ministri. La Svizzera, come l’Italia, non è andata al vertice, in attesa di un pronunciamento del Parlamento. In estate, al Palazzo di vetro il premier Conte si era detto favorevole, ma nei giorni scorsi il pressing della Lega l’ha indotto a demandare la decisione alle Camere. Critiche le opposizioni di sinistra: «Belle parole a parte, la politica del governo – osserva il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio – è dettata daivalori delle destre nazionaliste».

lunedì 10 dicembre 2018

Rapporto Amnesty - Italia sotto accusa: "Gestione repressiva dei migranti e attacco ai diritti umani, retorica xenofoba nella politica, sgomberi senza soluzioni alternative"

La Repubblica
L'organizzazione internazionale accusa il governo Conte per la strategia in materia di immigrazione, ma anche l'industria delle armi.

"Gestione repressiva del fenomeno migratorio", "erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo", "retorica xenofoba nella politica", "sgomberi forzati senza alternative". Non è un quadro positivo dell'Italia, quello delineato dal rapporto "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019", pubblicato da Amnesty International in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il governo Conte, scrive la ong, "si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio", in cui "le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo". 

Parlando del Dl sicurezza, Amnesty afferma che contiene misure che "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia".

Amnesty International Italia segnala inoltre il "massiccio ricorso" da parte di alcuni candidati e partiti politici a "stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari nel corso della campagna elettorale" di quest'anno. 

Nel 2018 gli sgomberi forzati "sono continuati", colpendo soprattutto famiglie rom e gruppi di rifugiati e migranti, "senza l'offerta di alternative abitative adeguate da parte delle autorità". La "linea dura" dettata dal nuovo esecutivo sugli sgomberi "rischia di fare aumentare nel 2019 il numero di persone e famiglie lasciate senza tetto e senza sistemazioni alternative".
Nel corso del 2018 è proseguita la fornitura di armi a paesi in guerra come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, esportazioni che violano la legge e il Trattato internazionale sul commercio delle armi" ratificato nel 2014. A settembre è partita la sperimentazione sulle pistole a impulsi elettrici (Taser) in dotazione alle forze di polizia, per le quali l'organizzazione ha espresso preoccupazione sui rischi per la salute".