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domenica 22 settembre 2019

Migranti. La tratta delle ragazze dalla Nigeria all'Italia via Libia: "Preghi di morire"

Il Manifesto
Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese).


Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".

Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.

La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).

Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.

Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.

La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.

Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".

Fabrizio Floris

sabato 21 settembre 2019

Inferno Yemen, il dramma dei bambini tra fame e bombe: videoreportage

La Repubblica
Nello Yemen, il Paese più povero del golfo, la guerra ha portato milioni di persone sull'orlo della carestia. 

Da un lato, il blocco imposto dalla coalizione a guida saudita ha rallentato l'arrivo di beni primari e cibo e ha contribuito a un vertiginoso aumento dei prezzi: milioni di persone hanno perso il lavoro e sono ridotte in povertà estrema. 

Dall'altro gli Houti, i ribelli sciiti sostenuti dall'Iran, hanno ostacolato il lavoro delle agenzie umanitarie nelle zone settentrionali sotto il loro controllo e sono accusati di aver trattenuto e rivenduto aiuti alimentari e aver favorito parenti e sostenitori del movimento, affamando chi ne aveva invece diritto.

Secondo Save the Children, sono 85 mila i bambini sotto i 5 anni morti per malnutrizione acuta da quando è iniziata la guerra civile nel 2015. Secondo ICRC, su 27 milioni di persone che vivono nello Yemen, 20 milioni non hanno accesso alle cure sanitarie: quasi il 75 per cento della popolazione.

Questo video, girato nello Yemen a Luglio 2019, contiene immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità.




Filippine. Preoccupazione per la situazione dei diritti umani. Uccisioni di massa e arresti degli agricoltori.

NEV.it
Mentre sempre più persone nelle Filippine perdono i propri cari a causa di omicidi extragiudiziali e sono falsamente accusati di crimini da parte delle autorità, il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) sta aumentando il suo sostegno e l’accompagnamento delle persone che lottano per i diritti umani nelle Filippine.


Il 16 settembre si è svolto presso il Centro ecumenico di Ginevra un evento dal titolo: “Difendere la santità della vita e la dignità della creazione: la situazione dei diritti umani nelle Filippine”.


Peter Prove, direttore della Commissione delle Chiese per gli affari internazionali (CCIA) del CEC, ha sottolineato l’importanza della risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sulle Filippine, che impone un’indagine sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Due brevi video, “War on Drugs: Ang Pagbangon (Rising Up)” e “Defend Negros”, hanno denunciato la guerra contro i poveri e i massacri di agricoltori e indigeni, condotta sotto la copertura della cosiddetta “guerra alla droga” e della risposta del governo alle insurrezioni armate.

Le uccisioni di massa e gli arresti degli agricoltori arrivano dopo la chiusura unilaterale del governo dei negoziati di pace con il Fronte nazionale democratico delle Filippine (NDFP). Da quando si sono conclusi i negoziati per la pace nel paese si vive paradossalmente un clima crescente di ostilità relazionato soprattutto ai conflitti per la terra e allo sfruttamento minerario. 

Un rapporto del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite dell’ottobre 2016, parla di violazioni diritti umani in relazione alle attività estrattive che provocano deforestazione, spostamenti forzati di popolazioni e accaparramento delle aree più fertili e redditizie da parte di imprese transnazionali che ricevono sostegno dal governo. 

Nel dicembre del 2017 le relatrici speciali delle Nazioni Unite, Victoria Tauli-Corpuz e Cecilia Jimenez-Damary avevano denunciato la militarizzazione ed evidenziato che molte delle violenze nei confronti delle comunità rurali sarebbero frutto dell’errata convinzione che i contadini appoggino i gruppi ribelli del New People’s Army.

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venerdì 20 settembre 2019

Libia, migrante "salvato" dalla Guardia Costiera libica tenta la fuga dopo lo sbarco: ucciso con un colpo d’arma da fuoco

TPI
La tragedia è stata denunciata dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Un migrante di origine sudanese è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco a Tripoli, in Libia: l’uomo si era rifiutato di essere trasferito nel centro di detenzione subito dopo lo sbarco e aveva tentato la fuga.


La tragedia è avvenuta nella giornata di ieri, giovedì 19 settembre, ed è stata denunciata dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che era presente con il proprio staff sul luogo dove è avvenuta la sparatoria.


Secondo quanto riferito dall’Oim, nel centro di Abusitta erano appena sbarcati 103 migranti, i quali hanno opposto resistenza al trasferimento nei vari centri di detenzione che si trovano nel paese nordafricano.

Alcuni di loro hanno tentato la fuga e un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco, colpendo allo stomaco uno dei migranti, il quale è deceduto poco dopo nonostante l’intervento immediato degli uomini dell’Oim.

La vittima faceva parte di un gruppo di migranti appena riportati a terra dalla Guardia Costiera libica, che negli ultimi cinque giorni ha "soccorso" e riportato in Libia quasi 500 persone.

“L’uso di armi da fuoco contro civili inermi è inaccettabile in ogni circostanza” ha affermato il portavoce dell’Oim Leonard Doyle, denunciando l’accaduto.

L’organizzazione considera la morte del migrante sudanese un “severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato trafficanti per essere portati in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione in condizioni disumane”.

Migranti - La sfida degli arrivi. L'Onu premia i corridoi umanitari. Dal 2016 sono arrivati 2100 profughi in modo sicuro.

Avvenire
Riconoscimento internazionale al progetto nato dalla collaborazione tra Chiese cristiane e istituzioni Dal 2016 una via legale e sicura che ha permesso di accogliere 2.100 profughi.
Un modello per l’Europa, una buona pratica replicabile, una via sicura di accesso per chi parte e per chi accoglie. Sono i corridoi umanitari, inventati dalla collaborazione tra chiese cristiane e istituzioni, che da febbraio 2016 hanno accolto e integrato circa 2.100 profughi siriani, somali ed eritrei. Più altri 600 tra Francia, Belgio e Andorra. E presto anche in Germania, grazie alla chiesa evangelica di Vestfalia. 

Una scommessa vinta, che ieri ha ricevuto dall’Acnur, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, il prestigioso Premio Nansen 2019 per la regione Europa. Il 24 e 25 settembre a Fiumicino si replica, con l’arrivo di un altro centinaio di siriani. L’annuncio del premio – intitolato a Fridtjof Nansen, esploratore norvegese e primo Alto commissario per i rifugiati della Società delle nazioni dal 1920 al 1930 – è arrivato ieri nella nuova sede dell’Ac- nur in zona piazza Vittorio, presenti i promotori: Caritas italiana per la Cei, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), Tavola Valdese.

Con loro anche i funzionari dei ministeri dell’Interno e degli esteri - Michele Di Bari e Luigi Maria Vignali – che curano l’aspetto amministrativo, legale e diplomatico. Il primo protocollo, firmato a dicembre 2015 da S.Egidio, Fcei e Valdesi, ha visto il trasferimernto di 1.035 rifugiati, soprattutto siriani fuggiti in Libano. Il secondo, attivato a gennaio 2017 dalla Cei attraverso la Caritas, in collaborazione con Sant’Egidio, ha portato in Italia 498 eritrei e somali rifugiatisi in Etiopia. Il terzo, aperto a novembre 2017 per altri 1.000 rifugiati, per ora ne ha portati 595, tutti siriani.

A maggio 2019 la Cei ha firmato un altro protocollo al Viminale che per il trasferimento di 600 persone: siriani dalla Giordania, somali ed eritrei dall’Etiopia, subsahariani dal Niger. Tutti prevedono accoglienza e integrazione totalmente a carico dei promotori, cioè diocesi, parrocchie e comunità cristiane riformate. «I corridoi umanitari rappresentano una grande sfida e allo stesso tempo dimostrano che gestire in modo umano e sicuro l’arrivo dei rifugiati è possibile», spiega Roland Schilling, rappresentante Acnur per il Sud Europa. «Un canale sicuro che permette alle persone di arrivare in dignità, senza dover ricorrere ai trafficanti rischiando la vita». I corridoi «rappresentano un segno tangibile di solidarietà internazionale anche nei confronti di quei Paesi, come il Libano e l’Etiopia, che accolgono un numero altissimo di rifugiati. Si parla molto di quelli che arrivano in Europa, ma è fuorviante: la maggior parte, oltre l’80%, vivono in Paesi in via di sviluppo».

«La prima motivazione è nata da un moto di indignazione – spiega per la Comunità di Sant’Egidio Claudio Cotatellucci - e cioè la volontà di interrompere le morti in mare: è paradossale che la protezione cui si ha diritto sia inaccessibile e si debba rischiare la vita». 
«Per noi i corridoi sono soprattutto una sfida culturale - dice Oliviero Forti della Caritas italiana – perché l’accoglienza dei profughi è un tema divisivo e che crea conflitti sui territori, cioè lì da dove nascono le scelte politiche fatte dai governi. È un modo per far capire alle nostre comunità che questo è un tema da affrontare con consapevolezza e non da delegare a Terzo settore e istituzioni». Alessandra Trotta della Tavola Valdese sottolinea «il valore ecumenico dei corridoi, portati avanti dalle Chiese cristiane attraverso un’accoglienza diffusa e accompagnata». 

Luca Maria Negro della Fcei sottolinea che «è una buona pratica replicabile». Oltre a Francia (390 rifugiati), Belgio (150) e Andorra (12), «presto i corridoi esordiranno anche in Germania». L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi da Annette Kurschus, presidente della Chiesa evangelica della Vestfalia: il progetto si chiama Neustartim Team cioè «ripartire in squadra», abbreviato in NesT, che in tedesco significa «nido». «Questo premio lo dedichiamo a tutte le persone ancora rinchiuse nei lager libici – aggiunge Luca Maria Negro – perché finalmente l’Unione europea realizzi corridoi umanitari per un’evacuazione umanitaria distribuita nei paesi membri». E ricorda che «intanto va salvato chi è costretto a prendere la via del mare: come i corridoi, così sono altrettanto legali i salvataggi operati dalle ong, che agiscono come il buon samaritano che salva il viaggiatore ferito».

Che i corridoi funzionino anche come strumento di integrazione lo testimonia Danait Guush Grebreselassie, insegnante di 28 anni, arrivata dall’Etiopia, accolta a Trivento dall’arcidiocesi di Campobasso-Bojano. «Sono fuggita dall’Eritrea – dice in perfetto italiano perché lì non si può vivere. C’è un regime dittatoriale che impone il servizio militare obbligatorio che dura quasi tutta la vita. Nessuno di noi è in grado di avere una vita dignitosa: non possiamo studiare, avere una famiglia o lavorare. Ora ho ripreso i miei studi e lavoro come come mediatrice: voglio aiutare altri ragazzi a ricostruire le loro vite da zero».

Luca Liverani

giovedì 19 settembre 2019

Migranti - Tra i disperati di Lesbo, in coda per un uovo e un futuro in Europa

La Repubblica
È accanto alle latrine che si snoda la coda per il cibo, sulla collina dov'è stato allestito il campo profughi di Moria, che coni suoi diecimila ospiti è il più affollato e malconcio d'Europa. "Due ore d'attesa per un uovo, un pomodoro e una patata bollita", si lamenta Mohamed, 32 anni, afgano di Herat, sbarcato la notte scorsa assieme a 194 persone dalle coste turche, che dalle spiagge di Lesbo distano meno di tre miglia marine.


"Mi hanno registrato, messo una coperta in mano e detto che per me al campo non c'è posto e che devo arrangiarmi come posso". Come lui, dall'inizio dell'anno sono già arrivati 40mila disperati, la maggior parte dall'Afghanistan e dalla Siria, gli altri dall'Iraq, dal Congo e dalla Striscia di Gaza.


"Ogni giorno, sulla nostra isola approda una mezza dozzina di barconi ed è soltanto l'inizio di una nuova catastrofe migratoria", dice Giannis Balpakakis, che la settimana scorsa per protestare contro il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche di Moria s'è dimesso da direttore del campo. È vero, la struttura è colma fino all'inverosimile: prevista per tremila persone ne ospita adesso diecimila, con quattro famiglie per container, la cui privacy è assicurata soltanto da un telo divisorio.

Tutto ciò per colpa della nuova politica migratoria del presidente Recep Tayyip Erdogan, che da qualche mese ha reso più poroso il confine turco: da un lato, perché in questo modo spera di sollecitare il saldo dei 6 miliardi promessi dall'Europa nell'accordo del 2016, dei quali gliene sono stati versati un po' più della metà; dall'altro per evocare la possibile sciagura che comporterebbe l'evacuazione degli oltre due milioni di rifugiati ammassati nella regione siriana di Idlib, che è ancora nelle mani delle rivolta e che dallo scorso aprile è pesantemente bombardata dall'aviazione di Mosca e del regime di Damasco.

Eppure, tornata a essere il principale punto di arrivo dell'immigrazione illegale nell'Unione europea, superando Spagna e Italia, la Grecia è totalmente inadeguata ad affrontare una futura, massiccia crisi migratoria. Basti dire che Atene ha mobilitato due soli medici per i diecimila ospiti di Moria, dove si registra una doccia per 440 persone e una latrina per 83.

Per fortuna, a Lesbo sono accorse anche le organizzazioni non governative, prima tra tutte Medici senza frontiere che ha aperto una clinica pediatrica fuori dal campo e una di salute mentale a pochi chilometri da li, al porto di Mitilene. L'altro dato agghiacciante è che questa nuova massa di migranti è composta per il 43% da bambini, che qui vengono morsi da scorpioni, serpenti e topi, che giocano tra escrementi umani e che patiscono la fame.

Negli ultimi due mesi, quasi un centinaio è stato indirizzato verso la clinica di Msf: tre di loro avevano tentato il suicidio, e diciassette avevano compiuto gesti di autolesionismo, ferendosi con dei coltelli o strappandosi con violenza ciocche di capelli. "Sono sempre più numerosi i bambini che smettono di giocare, che hanno incubi, che hanno paura di uscire dalle loro tende e che iniziano a isolarsi dalla vita. Alcuni di loro smettono di parlare.

Con il costante aumento di sovraffollamento, violenze e insicurezza nel campo, la loro situazione peggiora di giorno in giorno. Per prevenire danni permanenti, devono essere immediatamente portati via da Moria", ci spiega Tommaso Santo, capomissione dell'organizzazione umanitaria in Grecia. Intanto, l'afgano Mohamed ha finalmente trovato un angolo dove pernottare, a pochi metri dalla recinzione del campo di Moria, in quello che chiamano il "giardino degli ulivi" o anche, usando un toponimo già tristemente noto sulle coste della Manica, la "giungla".

Al momento, sono già duemila le persone che vi hanno trovato rifugio, accampate alla meglio, senza alcuna protezione e usufruendo delle poche e malandate strutture predisposte per gli ospiti di Moria. "C'è chi sta molto peggio di lui. Qui, fuori dal campo ufficiale, giace in una tenda senza materasso una donna all'ottavo mese di gravidanza. Poco lontano, nelle sue stesse condizioni c'è un malato di cancro", dice Maurizio Debanne, operatore di Msf che ci fa da guida in quest'inferno.

"C'è poi una bimba afgana con una brutta ferita di guerra a una gamba che viene a farsi curare nella nostra clinica e che invano, da settimane, aspetta di essere evacuata sul continente o verso altri Paesi europei". Tutto ciò avviene a pochi passi dalle splendide spiagge e dagli affollati locali di Lesbo dove ancora si divertono i molti villeggianti, per lo più nordeuropei, che riempiono gli hotel dell'isola.

"Siamo ancora in piena stagione turistica, ma l'inverno è diverso: può anche nevicare e l'isola è spazzata da venti gelidi, il che in passato ha provocato vittime a Moria. Non oso immaginare quello che accadrà quest'anno tra le tende della "giungla"", dice ancora Debanne. Fatto sta che quattro anni dopo la più grande crisi migratoria dei tempi moderni, c'è il rischio che la storia si ripeta. I migranti possono liberamente circolare per tutta Lesbo, ma sono prigionieri sull'isola.

Molti di loro aspettano da più di un anno la decisione delle autorità greche e nell'attesa sono l'angoscia, l'inattività e la promiscuità a minare la loro salute mentale, soprattutto per chi fugge la guerra, la tortura o la miseria. Mohamed sembra consapevole del destino che l'aspetta. "Ma adesso sono troppo stanco per pensarci", dice, infilando la testa sotto la coperta.

Pietro Del Re


Africa - “Pace senza confini”: Touadera (presidente Repubblica Centrafricana), “voglio abolire la pena di morte”

SIR
Non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Africa senza l’Europa e non ci sarà stabilità e sviluppo dell’Europa senza l’Africa. La voce del continente africano irrompe a Madrid, al convegno internazionale della Comunità di Sant’Egidio ‘Pace senza confini’. 


È quella di Faustin Archange Touadera, Presidente della Repubblica Centrafricana, un Paese che sembrava condannato alla frammentazione e alla violenza e che invece ha trovato la sua identità nel processo di pace. 
“Per quanto mi riguarda – ha sottolineato Touadera – voglio abolire la pena di morte. Sarebbe un segno di pacificazione, il segno di un Paese che entra definitivamente in una nuova fase storica”. 
Altre tre prospettive, avverte il presidente, possono nel frattempo rendere più solida una visione “eurafricana”: il sostegno al disarmo (Touadera si è impegnato a “riabilitare” il suo Paese in questo senso), progetti contro il cambiamento climatico (altrimenti “le conseguenze saranno le guerre e le migrazioni”), il diritto alla salute con l’accesso alle cure mediche per tutti, fermare ovunque la pena di morte (“L’Europa ha una grande tradizione e il continente africano si sta muovendo sempre più nella giusta direzione”)

Touadera ha infine ringraziato la Comunità di Sant’Egidio per come sta aiutando il processo di pace nel Paese e per la sua presenza con il centro Dream per la cura dei malati di Aids in Africa.