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martedì 10 novembre 2020

Riportati nel "porto sicuro" in Libia 119 migranti, sono donne e bambini. Sono 10.000 nel 2020 i migranti riportati nell'inferno libico.

AnsaMed
Tunisi - "La notte dell'8 novembre, 119 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati intercettati e riportati in Libia dalla Guardia costiera". 


Lo scrive l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia su Twitter aggiungendo che "mentre il personale dell'Oim era al punto di sbarco per fornire assistenza di emergenza, ribadiamo che la Libia non può essere considerata un porto sicuro".

"Finora quest'anno oltre 10.000 uomini, donne e bambini che hanno tentato di fuggire dal Paese, sono stati rimpatriati andando incontro a detenzione, sfruttamento e abusi", ha twittato in riferimento a quest'ultimo episodio la portavoce di Iom-UN Migration Safa Msehli.

domenica 29 dicembre 2019

Pozzallo porto sicuro per 32 migranti salvati dalla nave "Alan Kurdi". Avviata procedura di ricollocamento della Commissione europea.

TgCom24
La Alan Kurdi sbarcherà a Pozzallo. Il Viminale ha deciso infatti di assegnare il porto sicuro tenendo conto della presenza a bordo di migranti in condizioni di vulnerabilità, per alcuni dei quali è stata anche chiesta l'evacuazione medica.


Dei 32 migranti sulla imbarcazione della ONG Sea eye 10 sono minori, alcuni in tenera età, e 5 sono donne, di cui una incinta. La Commissione europea ha già avviato, su richiesta dell'Italia, la procedura per il ricollocamento dei migranti sulla scorta del pre-accordo di Malta.

venerdì 5 luglio 2019

Migranti - Sea-Eye, salvati 65 naufraghi al largo della Libia. Rifiutano di riportarli nei lager libici e aspettano l'offerta di un porto sicuro

La Repubblica
La nave Alan Kurdi, che ha rifiutato di attraccare in Libia, aspetta una risposta da Roma, Malta e Tripoli. Salvini: "In Italia non arrivano", poi dà l'ok per fornire una nave dove trasportare i migranti dal veliero di Mediterranea a La Valletta.
AFP
La nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea-Eye ha soccorso e salvato stamani 65 migranti al largo della Libia. Ora attende una risposta da Malta, Roma e Tripoli per la presa in carico dei migranti. A bordo del gommone soccorso c'è una giornalista.

"In Italia non arrivano: c'è un porto maltese a disposizione, vanno a Malta, e la ong tedesca può scegliere fra la Tunisia e la Germania". Così il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, rispondendo a una domanda dei cronisti a Trieste. "Chiunque difenda i confini e la sicurezza del mio Paese è benvenuto", ha aggiunto. 

E poi raggiunto al telefono avrebbe detto: "Si può fare", acconsentendo a fornire una nave per trasportare i migranti che si trovano sul veliero Alex a Malta.

"Salvare vite in mare è un compito europeo": così una portavoce del governo tedesco Martina Fiez. "Siamo al corrente della notizia della nave Alan Kurdi", ha proseguito, "sottolineiamo ancora una volta che il nostro obiettivo come governo tedesco è trovare una soluzione veloce: si tratta di trovare un porto sicuro e di chiarire la questione della redistribuzione" in ambito europeo.

Berlino precisa anche che "al momento il governo federale non ha ricevuto alcuna richiesta di accoglienza delle persone" sbarcate a Lampedusa alcuni giorni fa dalla nave dell'ong tedesca Sea Watch. All'indomani dello sbarco, la Germania aveva infatti annunciato la propria disponibilità di accogliere un terzo dei 40 migranti sbarcati dopo il contestato ingresso in porto della nave. Allo stato attuale però secondo Berlino non sono giunte richieste formali.

"La guardia costiera libica ci ha inviato un'e-mail di assegnazione di un porto in Libia" per far sbarcare le 65 persone a bordo di Alan Kurdi ma "abbiamo respinto questa indicazione". Lo scrive su twitter la ong tedesca Sea Eye. "La guardia costiera finanziata dall'Ue ci chiede di violare il diritto internazionale. Non riporteremo le persone salvate nelle prigioni di tortura libiche"

lunedì 25 febbraio 2019

La Libia è un inferno, ed è la Farnesina a dirlo, paese molto rischioso per gli italiani. Ma Salvini continua a rimandare indietro i migranti

Linkiesta
Il ministro dell'Interno ripete da mesi che riportare i migranti in Libia significa salvarli. Ma quando vengono rispediti a Tripoli finiscono in carcere in condizioni spaventose, senza acqua né cibo per giorni, sottoposti a torture, a rischio di epidemia e alla compravendita.

Riportare i migranti in Libia significa salvarli, ripete da mesi il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ma se sei italiano è meglio non metterci piede: non ci sono «adeguati standard di sicurezza». Un paradosso certificato dal sito del ministero degli Affari esteri, che nel suo periodico aggiornamento del portale “Viaggiare sicuri” inserisce la Libia tra i Paesi maggiormente a rischio, invitando gli italiani a non partire o ad abbandonare quella zona, in virtù di una «assai precaria situazione di sicurezza». 
[...]
Ma è lo stesso governo di cui fa parte a smentire il ministro dell’Interno. L’aggiornamento risale infatti soltanto al 12 febbraio, dunque pochi giorni fa e in piena era gialloverde. «I viaggi (in Libia, ndr) sono assolutamente sconsigliati in ragione delle precarie condizioni di sicurezza nel Paese», si legge proprio in cima alla scheda delle informazioni generali. Poi tutta una sezione riguarda le condizioni di sicurezza del Paese, con l’invito ai connazionali «a non recarsi in Libia e, a quelli presenti, a lasciare temporaneamente il Paese in ragione della assai precaria situazione di sicurezza». 

Una situazione determinata dagli «scontri tra gruppi armati» che interessano «varie aree del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha)». Il pericolo è alto anche nella capitale, segnala la Farnesina, zona in cui imperversa «la minaccia terroristica» e ad «elevato rischio rapimenti». Elevati i tassi di criminalità, «anche nelle principali città e strade del Paese, tra cui il tratto stradale costiero dalla Tunisia all'Egitto».

Una volta riportati in Libia, i migranti intercettati in mare finiscono in carcere in condizioni spaventose, spesso senza acqua né cibo per giorni, sottoposti a torture, a rischio di epidemia e sottoposti alla compravendita degli aguzzini locali.

Tra i pericoli segnalati anche la presenza di cellule jihadiste in varie zone del Paese, inclusa la capitale. «Attacchi terroristici rivolti a libici e stranieri, anche con ricorso ad autobombe, hanno avuto luogo a Tripoli (da ultimo contro la Commissione Elettorale il 2 maggio e contro la National Oil Corporation il 10 settembre 2018 - continua il report - Si sottolinea che standard adeguati di sicurezza non sono garantiti nemmeno nei grandi hotel della capitale, che sono anzi considerati ad alto rischio. Si richiama inoltre l'elevato rischio di sequestri di cittadini stranieri, a scopo di estorsione o di matrice terrorista, in tutto il Paese».

Spostarsi sul territorio è rischioso, al punto che tra le raccomandazioni vi è quella di evitarlo, assieme a riprese video o fotografie «a qualsiasi sito di rilevanza politica (ministeri, ambasciate, eccetera) nonché militare (inclusi porti, aeroporti e check point)», raccomandazioni che confermano una situazione socio-politica tutt’altro che serena. Così come la situazione sanitaria: le strutture sul territorio «sono inadeguate», tanto da consigliare lo spostamento di eventuali pazienti in Italia, Tunisia o Malta, anche se «le evacuazioni mediche dalla Libia sono per il momento estremamente problematiche», mentre molti medicinali risultano irreperibili. E per concludere, gli aeroporti sono spesso chiusi per «eventi sul piano della sicurezza», mentre si registrano attacchi aerei «sulla città di Misurata», in particolare contro l’aeroporto internazionale, il porto e alcune strutture industriali. Così come si verificano di frequente chiusure al valico di frontiera libico-tunisino di Ras Jadir. E in ogni caso, conclude la Farnesina, «ogni spostamento nel Paese, su ruota, comporta un elevatissimo rischio ed è fortemente sconsigliato».

La Libia, dunque, non è un posto sicuro. E se non bastassero le raccomandazioni del ministero degli Affari esteri, anche il report dell’Unhcr evidenzia una situazione drammatica: una volta riportati in Libia, i migranti intercettati in mare finiscono in carcere in condizioni spaventose, spesso senza acqua né cibo per giorni, sottoposti a torture, a rischio di epidemia e sottoposti alla compravendita degli aguzzini locali. Col rischio, poi, di pagare una seconda volta nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e scappare dall’inferno. Al punto da arrivare a dire «meglio morire in mare che tornare in Libia»

mercoledì 2 gennaio 2019

Sea Watch e Sea Eye, continua la vergognosa odissea. 49 naufraghi senza un porto sicuro per approdare da 10 giorni. Urgente mettere in sicurezza donne, uomini e bambini in condizioni sempre più critiche.

Adnkronos
Continua l'odissea delle navi Sea Watch e Sea Eye, da giorni in mare con a bordo 49 naufraghi soccorsi nel Mediterraneo. Nello specifico, 32 persone dal 22 dicembre si trovano sulla Sea Watch e altre 17 dal 29 dicembre sono sulla Sea Eye. 


"Nessuno potrà dire che non lo sapeva. A causa della lunga permanenza a bordo con cattive condizioni meteo, molti degli ospiti soffrono di forte mal di mare. Per una persona malnutrita e indebolita, la conseguente disidratazione può mettere a repentaglio la sua condizione” scrive Sea-Watch Italia in un tweet allegando il rapporto del team di medici a bordo della nave che lanciano un appello chiedendo la disponibilità di un porto sicuro.

Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, lancia un appello attraverso l'Adnkronos: "Non rimangano un minuto di più a bordo. E' rischioso, fateli approdare". "Sono molto preoccupato - dice - la situazione è drammatica e si aggrava sempre più sia dal punto di vista delle condizioni meteo, che sono in peggioramento, sia dal punto di vista sanitario: troppi giorni e troppe persone a bordo, anche donne e bambini, il rischio di epidemie è alto". 

"Ciò di cui ho paura, e spero di sbagliarmi, è che questo gioco cinico sulla vita di esseri umani venga portato fino all'estremo possibile perché, complice il clima, la distrazione per via delle feste e il fatto che non sono 300 ma 49, questa volta non si vede l'ombra di un governo disponibile". 

Per quanto riguarda la questione sicurezza e immigrazione, Noury afferma che "se noi analizziamo la cronaca degli attentati terroristici in Europa, possiamo constatare che il terrorismo nasce in casa e non arriva da fuori. E se noi continuiamo ad agitare lo spettro dell'approdo del terrorismo via mare dimenticandoci che in realtà lo abbiamo già in casa, dal punto di vista della sicurezza è un esercizio inutile e anche dannoso. 

E dal punto di vista del rispetto dei diritti umani è uno scempio completo. Abbiamo l'Europa - conclude - contro 49 persone".

giovedì 27 dicembre 2018

Migranti: Sea Watch, 4 giorni navigazione alla ricerca di un porto sicuro con 32 persone salvate in mare di cui 4 donne, tre adolescenti e tre bambini

Ansa
Capo missione,"aiutiamo queste persone, unica cosa umana da fare".


Quarto giorno di navigazione per la SeaWatch senza un porto sicuro assegnato. L'imbarcazione della Ong si trova tra Lampedusa e Malta con a bordo 32 persone, salvate in mare sabato scorso, di cui 4 donne, tre adolescenti e tre bimbi.
 

Nei giorni scorsi l'organizzazione aveva chiesto, senza successo, il permesso a Malta e Italia a sbarcare. E precedentemente aveva sollecitato l'intervento delle autorità tedesche. Il capo missione Philip Hahn ha lanciato in un audio un appello: "cerchiamo un porto sicuro, sappiamo che l'Italia ha già fatto molti sforzi per i migranti ma questa gente ha bisogno di aiuto perchè aiutarli è l'unica cosa umana da fare".

L'Italia "ha aperto il cuore e anche il portafoglio abbastanza. Contiamo sui tedeschi, sugli spagnoli, sugli olandesi, sui francesi. L'Italia negli anni passati ha fatto sbarcare più di 700mila persone. Direi che il cuore e il portafoglio li abbiamo aperti abbondantemente: adesso tocca agli altri", ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini.