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mercoledì 16 ottobre 2019

Lampedusa - Migranti. Tragico ritrovamento di madre e figlio abbracciati nel relitto in fondo al mare. Dopo i 13 cadaveri, individuati altre 12 vittime.

Avvenire
Ritrovato a 60 metri di profondità il barchino affondato nei giorni scorsi a poche miglia dell'isola.  Soccorsi 180 migranti al largo di Malta.


Abbracciati, sul fondo del mare. Cullati dalle correnti. Così sono stati ritrovati un bambino piccolo e la sua mamma. Sono morti insieme in un naufragio avvenuto la notte tra il 6 e il 7 ottobre a 6 miglia a sud di Lampedusa. Il barchino su cui inseguivano la speranza di una vita migliore è stato ritrovato a 60 metri di profondità a pochi metri dal luogo dell'affondamento.

A individuarlo la Guardia costiera che ha messo in azione tutti i nuclei dei sommozzatori a disposizione. E' stato utilizzato anche un robot subacqueo che ha ripreso le immagini del barchino con il suo carico di morti. Al momento i corpi individuati sono 12, tra i quali quelli della donna e di suo figlio. Ma secondo chi indaga altri cadaveri potrebbero essere sparsi più lontano dal relitto. Le operazioni di recupero partiranno nei prossimi giorni: potrebbero essere necessari almeno tre giornate per ultimare questa delicata procedura di recupero, che sarà effettuata dai sommozzatori.

Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, che ha ringraziato la Guardia costiera e i sommozzatori per l'impegno con cui hanno portato avanti la ricerca, non certo facile: "Ci hanno messo la loro professionalità, ma anche il cuore".
Il naufragio

La tragedia è avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Una strage di donne e bambini a una manciata di miglia da Lampedusa, si disse. Tredici le salme strappate al mare nelle ore successive: tutte donne, alcune incinte, anche una ragazzina di 12 anni. Nei giorni scorsi sono stati seppelliti nei cimiteri della provincia di Agrigento.

Una delle superstiti ha raccontato di avere perso la sorella più grande e la figlia di quest'ultima, di appena 8 mesi. A bordo, hanno raccontato i superstiti, erano in oltre 50. Solo 22 i migranti salvati nelle fasi concitate dei soccorsi da parte di Guardia costiera e Guardia di finanza, diventate tragiche, secondo le ricostruzioni, quando nella notte intorno alle 3, i migranti, in forte agitazione, complici anche le difficili condizioni meteo, si sono affollati su una parte del natante provocandone il ribaltamento a 6 miglia da terra.

La procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e morte quale conseguenza di altro reato. "L'imbarcazione non era in condizioni di affrontare la traversata", aveva spiegato il procuratore aggiunto Vella, "nessuno a bordo sembra avesse strumenti di soccorso individuali e in questi casi un salvagente ti salva la vita". Insomma, in questa situazione sono stati mandati a morte pressoché certa dai trafficanti di esseri umani. "Sono stati molto bravi gli equipaggi che sono intervenuti", aveva poi sottolineato: "Se solo le persone a bordo avessero avuto un giubbotto o soltanto un salvagente, sarebbero oggi vive".

martedì 15 ottobre 2019

Grecia, vasto incendio nella notte nell'hotspot per rifugiati di Samos, 5000 evacuati

Ansa
Scontri tra profughi, otto feriti e forse una vittima


Oltre 5mila persone sono state evacuate dopo che ieri sera un incendio è divampato alle porte del Centro di ricezione e accoglienza dell'isola greca di Samos.

Secondo il quotidiano Kathimerini, il rogo sarebbe legato a scontri tra profughi iniziati nel pomeriggio: otto persone sarebbero state portate in ospedale e, secondo fonti non ancora verificate, un minore non accompagnato sarebbe stato accoltellato a morte. I vigili del fuoco sono all'opera per domare l'incendio.

lunedì 14 ottobre 2019

Yemen diventato il paese più povero del mondo, 2 persone su 3 necessitano di aiuto umanitario. ONU: più grave focolaio di colera con 2 milioni di casi

Huffpost
Nello Yemen su 30 milioni di persone, 24 milioni hanno bisogno di aiuto umanitario. Di queste 18 milioni non hanno accesso ad acqua pulita e soffrono di malnutrizione. Potrebbero bastare questi dati, in continuo aumento da quando, quasi 5 anni fa è scoppiata la guerra a dare il quadro, tragico della situazione nel Paese.


Ma lo Yemen, oltre a essere la più grave crisi umanitaria al mondo secondo le Nazioni Unite, detiene un altro triste record, quello del più grave focolaio di colera da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne registra i casi. A fine agosto in Yemen, i casi sospetti di colera hanno superato i 2 milioni in meno di tre anni, in media quasi 80 ogni ora; 18 milioni di persone esposte al rischio di contagio, con 1 caso su 4 che, dall’inizio dell’anno, ha riguardato bambini sotto i 5 anni.

Nel Paese non cessano i bombardamenti dal cielo e gli scontri via terra, esplosi nel corso dell’estate anche nel sud del Paese, causando tra giugno e agosto il 54% di vittime civili (morti e feriti) con il 79% di abitazioni civili colpite. Solo dall’inizio dell’anno il bilancio è di oltre 700 civili uccisi e 1.600 feriti, che vanno ad aggiungersi alle oltre 17 mila registrate ufficialmente tra il 2015 e il 2018. Anche se alcune autorevoli stime parlano di decine di migliaia di vittime civili dall’inizio della crisi.

A causa del conflitto in Yemen oggi 2 persone su 3 non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base e solo la metà delle strutture sanitarie sono funzionanti. Il resto è stato distrutto o danneggiato gravemente dalla guerra. Una situazione disperata di cui i primi a farne le spese sono proprio donne e bambini, che oltre ad essere esposti a malattie come colera e difterite, rappresentano oltre il 76% degli sfollati interni arrivati al oltre 3,6 milioni dal marzo 2015

Dal luglio 2015 Oxfam, insieme a partner locali, ha aiutato più di 3 milioni di persone in nove governatorati garantendo acqua, servizi igienico-sanitari, cibo. In particolare ripariamo le reti idriche, realizziamo la disinfezione delle fonti idriche con cloro, forniamo alle famiglie attrezzature per la depurazione dell’acqua e distribuiamo materiali per l’igiene. Ma ci confrontiamo quotidianamente con bisogni crescenti.

Di fronte a tutto questo purtroppo, l’impegno italiano e quello della comunità internazionale è del tutto insufficiente: l’Italia ha stanziato nel 2018 e nel 2019 appena 5 milioni di euro in aiuti, l’equivalente di quanto necessario a una singola organizzazione umanitaria come Oxfam per due mesi di lavoro nel Paese. Allo stesso tempo, il piano di risposta delle Nazioni Unite per quest’anno è fermo al 52% di quanto necessario, ossia mancano ancora all’appello 2 miliardi di dollari. 

domenica 13 ottobre 2019

Egitto, Alaa Abdel Fattah, picchiato e costretto a denudarsi dopo il fermo e durante l’interrogatorio

Nena News
A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che l’attivista dei diritti umani ha riferito agli avvocati di essere stato bendato e minacciato di non uscire vivo dalla prigione di Tora

Arrestato nei giorni scorsi durante le retate seguite alle proteste contro il regime di Abdel Fattah el Sisi, il noto attivista egiziano Alaa Abdel Fattah, è stato picchiato e costretto a denudarsi dopo il fermo e durante l’interrogatorio da parte della polizia. A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che Alaa ha riferito agli avvocati di essere stato anche minacciato di non uscire vivo da Tora, prigione tristemente famosa del Cairo. All’attivista, ha spiegato la sorella, è stato imposto di camminare in un corridoio pieno di persone che lo picchiavano sulla schiena e sul collo. Si tratta della cosiddetta “parata di benvenuto”, un abuso di routine nelle carceri egiziane al quale sono soggetti in particolare i detenuti politici. Inoltre gli sono stati rubati gli abiti ed è stato lasciato per ore con addosso solo la biancheria intima.

Seif ha detto che suo fratello ha presentato una denuncia per questi abusi durante l’audizione di mercoledì per il rinnovo della sua “detenzione preventiva” e, pertanto, si teme che possa subire nuovi maltrattamenti ed essere picchiato in prigione. Il mese scorso è stato arrestato anche l’avvocato dell’attivista, Mohamed al-Baqer, un noto difensore dei diritti umani.
Alaa Abdel Fattah, 37 anni, fu uno dei protagonisti della rivolta del 2011 che rovesciò il presidente Hosni Mubarak. Negli anni successivi è diventato bersaglio della repressione del regime di El Sisi, salito al potere con il golpe militare del 2013 contro il presidente islamista Mohammed Morsi. 
L’attivista era stato rilasciato a marzo dopo aver scontato cinque anni di prigione per aver partecipato a una protesta pacifica. Quindi nei giorni scorsi è stato arrestato di nuovo – con l’accusa di appartenere ad una “organizzazione terroristica” e di usare i social media per diffondere “notizie false a danno della sicurezza nazionale – assieme ad oltre 3.000 persone in seguito alle proteste scoppiate al Cairo e in altre città egiziane contro il regime.

Siria, nei giorni dell'offensiva turca, uccisa Hevrin Khalaf, attivista per i diritti delle donne

La Repubblica
Segretaria generale del Partito Futuro siriano, si batteva anche per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era apprezzata da tutte le comunità.
Hevrin Khalaf

I terroristi islamisti hanno assassinato Hevrin Khalaf, segretario generale del Partito Futuro siriano e una delle più note attiviste per i diritti delle donne nella regione. Hevrin si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era apprezzata da tutte le comunità.

Il fuoristrada Toyota che la trasportava è stata fermato sull’autostrada M4, tra Manbij e Qamishlo, da un gruppo di uomini armati. E’ stato ritrovato crivellato di colpi. Hevrin è stata fatta scendere e poi uccisa a colpi di fucile mitragliatore. Ma non è chiaro chi siano i responsabili. Si sa che quel tratto di autostrada è rimasto per alcune ore sotto il controllo del gruppo jihadista Ahrar al-Sharqiya, il gruppo composto da ex appartenente ad Al Qaeda (al Nusra) alleato della Turchia e responsabile di altre esecuzioni sommarie.

C’è il sospetto che Hevrin sia rimasta vittima di un omicidio mirato dell’Isis, che la considerava una pericolosa miscredente. Cellule dello Stato islamico si sono riattivate con l’offensiva turca alla frontiera, e hanno compiuto decine di attacchi con autobombe nell’ultima settimana. E anche l’Isis è solita organizzare agguati a sorpresa lungo le strade.

sabato 12 ottobre 2019

Roma, giornata contro gli sgomberi. Ciani: “Basta immagini di bambini che salvano i loro libri e sgomberi senza valide alternative"

Fanpage
Il tema dell’emergenza abitativa a Roma non è stato ancora risolto. E così, nella giornata contro gli sgomberi, sono stati elencati numerosi dati che devono essere superati se si vuole che le persone possano avere diritto a un’esistenza degna e a un alloggio. “Il 2020 sia l’anno della svolta nelle politiche per la casa”.

Ottanta edifici occupati abitati da 11mila persone. Per ventitré di questi immobili è previsto lo sgombero. 12mila famiglie in attesa dell'alloggio popolare, 3mila senzatetto, 6mila nei campi rom e 3mila in emergenza abitativa. 
Sono i dati del ministero dell'Interno che nella giornata ‘ Sfratti e sgomberi Zero‘ sono stati elencati da Paolo Ciani, consigliere regionale del Lazio di DEMOS – Democrazia Solidale. 

Nonostante per adesso a Roma gli sgomberi ordinati dal Viminale siano stati rimandati, il problema dell'emergenza abitativa non scompare magicamente dalla capitale. È ancora vivido il ricordo di quanto avvenuto con l‘occupazione di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle, dove alcune famiglie sono state smistate in centri lontanissimi dalla zona e altre sono invece finite in occupazioni. Altre ancora, sono finite per strada.

Ciani: "Il 2020 sia l'anno della svolta"
"Abbiamo evitato altre immagini incresciose di bambini che mettono in salvo i libri scortati dalla polizia – ha dichiarato Ciani – ma occorre aprire una stagione nuova. Bisogna uscire dalla contrapposizione tra istituzioni e cittadini: l’abitare è un tema di giustizia sociale ed equità. È evidente anche alla luce degli avvenimenti degli scorsi mesi che, lì dove si debba comunque procedere a sgomberi, questi non possano realizzarsi senza alternative. La ricerca di tali soluzioni non può ridursi ad una offerta solo simbolica e magari last minute. Va compiuta una “fatica sociale” per trovare soluzioni diversificate: recupero di spazi pubblici inutilizzati, garanzie pubbliche sull’affitto, agenzia dell’abitare con la partecipazione di tutte le parti istituzionali e dei costruttori. Il 2020 sia l’anno della svolta nelle politiche per la casa. Al riguardo è allo studio la proposta di una nuova legge con una forte impronta sociale".
Unione Inquilini: "Rivedere canoni territoriali concordati"
L'Unione Inquilini ha invece puntato il faro sulla questione dei canoni territoriali concordati: ossia il limite massimo di affitto che viene stabilito a seconda di alcuni parametri, che vanno dall'ubicazione della casa, ai metri quadrati, all'altezza dello stabile, ecc… "Sin dall'inizio avevamo fatto notare che quell'accordo non era aderente alla realtà – commenta Silvia Paoluzzi di Unione Inquilini – Per questo abbiamo intenzione di aspettare altri sei mesi e poi chiedere la riapertura del tavolo con i sindacati. Abbiamo fatto un bilancio a sei mesi di distanza dall'entrata in vigore del nuovo accordo territoriale e quello che abbiamo registrato è che gli appartamenti vengono pagati in media il 17% in meno di quanto stabilito nell'accordo. Questo perché molti proprietari sanno perfettamente che con quelle cifre si troverebbero davanti inquilini morosi".

Migranti integrati orfani della protezione umanitaria, così in Italia cresce un esercito di prigionieri per legge, destinati alla clandestinità.

L'Espresso
Dopo lo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando non esiste nessuna soluzione per i migranti rimasti nelle tende. E i decreti di Matteo Salvini hanno tolto quei pochi diritti rimasti

Arrivano quasi sempre di notte. Da Saluzzo, Foggia, o dai campi siciliani. Viaggiano in piccoli gruppi, o da soli, trascinandosi dietro vecchie valigie in cui conservano i loro pochi averi. I soldi no, quelli sono sempre addosso. Destinazione, Rosarno, tappa autunnale di una stagione che per i braccianti migranti non termina mai. 

Nella Piana, la raccolta delle olive e degli agrumi è alle porte. E come ogni anno, un esercito silenzioso si presenta puntuale per avviare a forza di braccia il motore dell’economia agricola della zona. Un esercito di fantasmi, oggi in larga parte clandestinizzato per decreto. Fino a qualche mese fa, la maggior parte di loro trovava riparo nella baraccopoli, il ghetto informale nascosto nella zona industriale di San Ferdinando, che per anni ha supplito alla mancanza di alloggi. Nata come “temporanea” tendopoli istituzionale, negli anni è diventata un labirinto di baracche. Ad ogni stagione di raccolta, “un’emergenza” per istituzioni incapaci di proporre soluzioni. Senza acqua, né servizi sono arrivati a viverci in 4mila. E non ci abitavano meno di mille braccianti il 6 marzo scorso, quando oltre 900 agenti delle forze dell’ordine si sono presentati a protezione delle ruspe che, per ordine del Viminale di Matteo Salvini, hanno buttato giù il campo.

Mentre le baracche cadevano come castelli di carta, i più sono andati via. A chi è rimasto, Viminale, Prefettura e istituzioni locali hanno offerto tanti proclami, qualche promessa di immediata bonifica dell’area, alloggi e solo “temporaneamente” nuove tende. Sono passati 7 mesi e sotto un sudario di erba, le macerie ci sono ancora. Percolato, ceneri e brandelli delle lastre di eternit che rivestivano le baracche – avvertono gli ambientalisti - stanno contaminando l’area. Ma dal ministero, i 569 mila euro necessari per rimozione delle macerie e bonifica dell’area non sono arrivati mai. Al pari degli alloggi. Le tende blu ministeriali, invece sono ancora lì.

Messo alle spalle Salvini, serve una politica fondata sul protagonismo della società. Capace di interessarsi davvero agli invisibili
Presidiata notte e giorno dalle forze dell’ordine, la tendopoli è in mano al Comune di San Ferdinando, che ogni sei mesi ne affida (in via diretta) la gestione ad una cooperativa, incaricata di vigilare su ingressi e assenze. Progetti a lungo termine per gli ospiti, nessuno. 

Il cerino è rimasto in mano al sindaco Andrea Tripodi, che adesso tuona contro lo sgombero e sulla stampa locale parla di «campagna mediatica di Matteo Salvini che non è servita ai migranti». Ma per l’ennesimo anno, nessuno sembra avere in mente una soluzione. «Io sono fra i fortunati, almeno sono riuscito ad entrare in tendopoli e per adesso un posto per dormire ce l’ho» dice Janko. Ventidue anni, un passato in Gambia e mesi di Libia di cui non ha voglia di parlare, è in Italia da quando ne aveva 16. È finito a lavorare nei campi. «È dura ma ci si abitua».

A schiena curva ha raccolto pomodori in Sicilia, ortaggi in Calabria, poi è finito a Foggia. Lì aveva un contratto di lavoro regolare, era riuscito a mettere via qualche risparmio e aveva la concreta possibilità di convertire la protezione umanitaria in permesso di lavoro. «Poi è successo il disastro. Stavamo cucinando in tenda, ma l’olio era troppo caldo, la pentola si è rovesciata e in pochi minuti tutto era in fiamme. Abbiamo perso tutto». Vestiti, soldi, ricordi, documenti. «Ho fatto subito la denuncia, ma non è bastato. Da Foggia mi hanno mandato a Palermo, da lì in Calabria, ma continuano a rimpallarmi fra i vari uffici». Janko è finito in un circolo vizioso e a distanza di un anno è ancora lì che si dibatte.
La sua protezione umanitaria era in scadenza, dunque non gli hanno rilasciato un duplicato. Aveva tutte le carte in regola per chiederne il rinnovo, ma nell’Italia del decreto Salvini, per prassi amministrativa è necessario attestare una residenza, dunque essere iscritti all’anagrafe. E per essere iscritti all’anagrafe è necessario esibire quel permesso che solo con una residenza potrebbe avere. «Io sto in tendopoli, sulla mia tenda c’è scritto ministero dell’Interno, ho un certificato che dice che vivo lì, ma in commissariato mi dicono che non basta». Nel frattempo, la sua protezione è scaduta, il contratto è sfumato e lui è un fantasma.
 Ad aiutarlo ci stanno provando Usb, Cosmi e Nuvola Rossa che insieme gestiscono uno sportello a San Ferdinando. Ma Janko sa che nella migliore delle ipotesi la possibilità di stabilizzazione è sfumata per sempre. La protezione umanitaria non esiste più e quella “speciale” con cui è stata sostituita non può essere convertita in permesso di lavoro e va rinnovata ogni anno. Sempre che il rinnovo venga concesso.

«Sono in molti ad inciampare negli stessi gorghi burocratici– spiega l’avvocato Francesco Penna, che supporta l’Usb nelle battaglie legali. L’intero sistema sembra un imbuto, con l’irregolarità come unico sbocco». E ci finiscono in molti, a partire dalle migliaia di braccianti che affollano i casolari diroccati, baracche costruite nel nulla, container o i cosiddetti insediamenti informali. I più grandi sono Testa dell’Acqua, nei pressi di Gioia Tauro, e Contrada Russo, a Taurianova.

Molti dei residenti sono richiedenti asilo usciti dal circuito Sprar e con il decreto Salvini non hanno diritto all’iscrizione all’anagrafe. «Questo – spiegano dall’Usb - significa niente tessera sanitaria e carta d’identità. Quindi nessuna possibilità di avere un contratto di locazione, di impiego o persino un conto corrente». Risultato, per casa e lavoro sono obbligati ad arrangiarsi. I pochi che riescono a trovare un impiego regolare devono necessariamente appoggiarsi a connazionali con un conto corrente su cui dirottare i pagamenti. E il servizio costa circa il 10-20% dell’importo accreditato. Caporali telematici che si aggiungono a quelli che già presidiano gli svincoli.

È lì che all’alba, da anni, ogni mattina apre il mercato delle braccia. E i nuovi schiavi rischiano di essere sempre di più perché ad ingrossarne i ranghi ci sono tutti gli orfani della protezione umanitaria. Come Ibrahim. Trentun anni, ivoriano, in Italia dal 2015. Assunto in un piccolo negozio di ferramenta della provincia di Reggio Calabria, in breve è diventato fondamentale per la coppia di titolari. Cinquantacinque anni lui, un po’ meno lei, storicamente di centrodestra, persino sedotti dalla retorica di Salvini, di fronte a quel ragazzo e al suo impegno si sono dovuti ricredere. Progettavano di regolarizzarlo: l’età avanza, il lavoro in ferramenta è pesante ed è meglio assicurarsi una persona di fiducia.

Ma il permesso umanitario di Ibrahim è scaduto prima che il contratto venisse formalizzato e alla richiesta di rinnovo, la commissione territoriale ha risposto un secco no. Lavoro regolare, una casa in affitto, un discreto livello di conoscenza di lingua italiana, una rete ormai solida di rapporti non solo con connazionali, non sono bastati. 

Per la commissione la situazione in Costa d’Avorio non è sufficientemente tragica da motivarne la permanenza in Italia. Fino a qualche mese fa non era così. 

La stessa commissione, pur non riconoscendo la protezione internazionale a Seykou, omosessuale e per questo perseguitato in Gambia, lo aveva concesso «in ragione dell’inserimento lavorativo e della conoscenza della lingua italiana». Criteri che dopo il decreto Salvini non valgono più. Il titolare della ferramenta si dispera. È andato in commissariato, in prefettura, in questura. Non vuole rinunciare a quell’apprendista. Ma tutti allargano le braccia. Impiccati alla volubilità delle commissioni, precari per decreto: in Italia cresce un esercito di prigionieri per legge, candidati alla clandestinità.


Alessia Candito

venerdì 11 ottobre 2019

La guerra in Siria - Curdi, un popolo senza Stato tradito dall’Occidente

Il Sole 24 Ore
Il popolo curdo - 35-40 milioni - è forse il più grande gruppo etnico senza uno Stato, sparso su un territorio montagnoso che abbraccia Turchia, Siria, Iraq e Iran

Veterani curdi in marcia per protestare contro l’attacco della Turchia (Afp)
Tradimento. Agli occhi dei curdi siriani il ritiro dei soldati americani dalla Siria settentrionale, annunciato domenica sera dal presidente americano Donald Trump - una sorta di semaforo verde all’invasione militare iniziata ieri dall’esercito turco - appare l’ennesimo voltafaccia di un grande potenza ai danni di un alleato considerato sempre troppo piccolo e scomodo. La storia dei curdi è la storia di grandi illusioni seguite da delusioni cocenti.
La nazione senza Stato
Il “grande Kurdistan” è sempre stato un sogno. Niente di più. Anche quando una piccola parte di esso, il Kurdistan iracheno, aveva osato indire un referendum, il 25 settembre 2017, votando un’indipendenza dall’Iraq che non è mai avvenuta. Anzi, che ha decisamente peggiorato le cose rispetto a prima a causa dell’aperta opposizione di Iran, Iraq, Turchia, ma anche del mancato appoggio di Stati Uniti ed Europa. Nessuno voleva il Kurdistan iracheno. Nessuno pare volere un Kurdistan siriano indipendente. Soprattutto la Turchia. Ankara teme che un simile scenario possa rinvigorire le aspirazioni secessioniste degli oltre 20 milioni di curdi presenti sul suo territorio.

Il popolo curdo - 35-40 milioni - è forse il più grande gruppo etnico senza uno Stato, sparso su un territorio montagnoso che abbraccia Turchia, Siria, Iraq e Iran. Dalla scoppio della rivolta contro il regime siriano, nel marzo 2011, il Rojava, così come i curdi siriani (il 10% della popolazione) chiamano la zona dove abitano nel nord est della Siria, è divenuto di fatto autonomo. È qui che ieri è scattata la campagna turca volta a creare una fascia di sicurezza a ridosso del confine.

Il tradimento del 1923
Il primo grande tradimento risale al 24 luglio 1923, a Losanna quando le grandi potenze si rimangiarono quanto promesso tre anni prima in un trattato che gettava le basi per la creazione a uno Stato curdo indipendente. La storia successiva è costellata di tentativi di indipendenza, abbozzati o riusciti, come la Repubblica di Mahabad , fondata in una piccola regione del Kurdistan iraniano il 22 gennaio 1946. Un primo tentativo di autonomismo curdo a cui tutte le potenze alleate voltarono le spalle. E a cui Teheran pose fine dopo 11 mesi.


Argine contro l’Isis
Le due precedenti campagne di Erdogan contro i curdi siriani
L’ultimo tradimento: il ritiro americano voluto da Trump



di Roberto Bongiorni

giovedì 10 ottobre 2019

Forte appello contro antisemitismo e razzismo in Europa. Rispondiamo all'attacco alla sinagoga di Halle con la manifestazione a Roma sabato 12/10

santegidio.org
Dopo il gravissimo attacco alla sinagoga di Halle, in Germania, una manifestazione e un forte appello contro ogni forma di antisemitismo e di razzismo‬.


Roma - Sabato 12 ottobre 2019, ore 19.15

appuntamento a piazza Santa Maria in Trastevere per dirigersi verso Portico d’Ottavia seguendo, a ritroso, il percorso dei deportati del 16 ottobre 1943, che dal quartiere ebraico di Roma vennero condotti fino al Collegio militare a Trastevere, prima di essere imprigionati nei treni con destinazione Auschwitz-Birkenau


Strage di morbillo in Congo: 4 mila morti, il 90% sono bambini. L’Unicef: si tratta della più grande epidemia al mondo

La Stampa
È strage di bambini in Congo a causa del morbillo: da gennaio sono 4.096 le persone morte per il virus, delle quali il 90% è rappresentato da bimbi sotto i 5 anni di età. 
L'allarme arriva dall'Unicef, che denuncia come si sia di fronte alla «più grande epidemia al mondo di morbillo». L'Unicef sta vaccinando altre migliaia di bambini contro il virus e sta distribuendo farmaci salvavita nei centri sanitari. Il numero di casi quest'anno è più che triplicato nel Paese rispetto al 2018. L'epidemia in Congo ha causato più morti dell'Ebola, che, ad oggi, ha ucciso 2.143 persone.

Da gennaio, precisa l'organizzazione, sono stati riportati 203.179 casi di morbillo in tutte le 26 province del paese, 4.096 sono i morti. I bambini sotto i 5 anni rappresentano il 74% dei contagi e circa il 90% dei morti. «Stiamo combattendo l'epidemia su due fronti: prevenendo i contagi e prevenendo le morti - ha dichiarato Edouard Beigbeder, rappresentante Unicef in Repubblica Democratica del Congo -. Insieme con il Governo e i partner principali, l'Unicef sta accelerando le vaccinazioni dei bambini contro il morbillo, e allo stesso tempo sta fornendo alle cliniche medicine che possano trattare i sintomi e migliorare le probabilità di sopravvivenza per tutti quelli già colpiti dalla malattia».

Questa settimana e la prossima, ulteriori 1.111 kit medici saranno distribuiti alle strutture sanitarie delle zone in cui il morbillo è più critico. I kit contengono antibiotici, sali per la reidratazione, Vitamina A, antidolorifici, antipiretici e altri aiuti per più di 111.000 persone colpite da questa malattia virale altamente contagiosa e potenzialmente letale. «Stiamo affrontando questa situazione allarmante perché milioni di bambini congolesi non hanno ricevuto le vaccinazioni di routine e non hanno accesso alle cure mediche di cui hanno bisogno quando si ammalano - ha continuato Beigbeder -. Inoltre, un sistema sanitario debole, l'insicurezza, la diffidenza delle comunità verso i vaccini e gli operatori che li somministrano e le difficoltà a livello logistico hanno contribuito a creare un elevato numero di bambini non vaccinati e a rischio di contrarre la malattia».

Secondo l'OMS, sono raccomandate 2 dosi di vaccino contro il morbillo: inoltre, per assicurare protezione e prevenire epidemie, circa il 95% della popolazione deve essere vaccinata. In Repubblica Democratica del Congo, la copertura vaccinale per il morbillo nel 2018 è stata solo del 57%. «Se nel futuro vogliamo evitare epidemie di morbillo di massa come questa, dobbiamo investire significativamente per rafforzare i programmi di vaccinazione nazionale della Repubblica Democratica del Congo e colmare le gravi lacune della copertura», ha concluso Beigbeder. Il Governo della Repubblica Democratica del Congo sta pianificando il lancio della prossima campagna di vaccinazione nazionale il 22 ottobre, con l'obiettivo di vaccinare i bambini tra i 6 mesi e i 5 anni in ogni provincia. La campagna è sostenuta da diversi partner, fra cui l'Unicef, che sta fornendo i vaccini, oltre ad assistenza tecnica a livello nazionale, provinciale e locale.

Italia, vergognosa indifferenza: nessuna istituzione presente ai funerali delle 13 donne annegate a Lampedusa

Globalist
Lo denuncia la Sea Watch: nessuna autorità istituzionale o politica ha sentito il bisogno di recarsi a Lampedusa per omaggiare queste donne e bambine


Il Naufragio in cui sono morte le 13 migranti a largo di Lampedusa è avvenuto a distanza di soli due giorni dal 3 ottobre, giorno in cui ricorreva l'anniversario del terribile naufragio del 2013 in cui oltre 300 persone persero la vita.
Certo, 13 contro 300 è una bella differenza. Ma ormai siamo arrivati a questo, a ridurre l'importanza che diamo alla vita umana a delle cifre. E 13 donne morte, con la più piccola di appena 12 anni, non sono a quanto pare abbastanza da smuovere le coscienze di questo paese. 

Lo abbiamo visto ieri, con gli agghiaccianti commenti piovuti sulla memoria di queste povere donne e di chi è riuscito a sopravvivere. Lo rivediamo oggi, con l'abominevole assenza di qualsiasi istituzione ai funerali delle 13 donne, celebrati presso la Casa della Fraternità dal parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra. 

Sea Watch lo scrive in un tweet: "Dove siete tutti. Nessuno è venuto a poggiare un fiore sulle bare delle 13 donne, a guardare in faccia i sopravvissuti, a sostenere i soccorritori. Una tragedia avvolta nell'indifferenza delle istituzioni". 

Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, lo ribadisce: "È assurdo che nessuno abbia sentito l'esigenza di venire sull'isola per commerare queste persone. Qui ci sono 13 salme di donne, noi siamo presenti insieme alle forze dell’ordine, ai soccorritori, a tutti coloro che si stanno impegnando in questi giorni nel recupero degli altri dispersi. 

Per la tragedia di Trieste le istituzioni si sono mosse, qui non è venuto nessuno, evidentemente ci sono standard diversi rispetto al tipo di disgrazia. E’ ancora più incredibile che tutto questo avvenga nei giorni in cui i ministri degli Interni sono a Lussemburgo per discutere di questo tema.

mercoledì 9 ottobre 2019

Ghana - Pena di morte - In 180 nel braccio della morte ma non ci sono esecuzioni da 26 anni.

Corriere della Sera
Dal 1993, nessun presidente del Ghana ha mai firmato decreti di esecuzione di condanne a morte. Eppure 174 uomini e sei donne, quasi tutti condannati all'impiccagione per omicidio, si trovano nel braccio della morte della prigione di Nsawam, nella capitale Accra. 

In una recente intervista al quotidiano "Daily Graphic", il portavoce della direzione delle carceri ha detto che "tante persone nel mondo chiedono l'abolizione della pena di morte" e che questo potrebbe essere uno dei motivi per cui nessun presidente ha osato da 26 anni dare via libera a un'esecuzione.

Allora, a che serve questa agonia? Nel paese si parla di una nuova legge di amnistia che potrebbe portare alla commutazione automatica di una condanna a morte se non eseguita entro 10 anni. L'ultima, nel 2016, ha determinato tre di queste commutazioni. 

Alla vigilia della Giornata mondiale contro la pena di morte del 10 ottobre, l'attuale presidente Nana Akufo-Addo potrebbe prendere il coraggio a due mani: svuotare il braccio della morte e abolire una sanzione che da un quarto di secolo in Ghana non si usa più.

Riccardo Noury

Strasburgo. La Corte europea dei diritti: l'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Unione delle Camere penali: "notizia slplendida"!

Avvenire
L'Italia bocciata definitivamente: dovrà rivedere la legge che nega benefici sulla pena ai condannati per mafia o terrorismo che non collaborano con lo Stato.



Non ci sarà un’ulteriore decisione. All’Italia, la Corte Europea dei diritti dell’uomo chiede di riformare la legge sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia.


La Cedu, ieri, ha rifiutato infatti la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal governo italiano dopo la condanna del 13 giugno scorso. Con quella sentenza, che ora diventa definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito come la norma sull’ergastolo ostativo violi il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Ma l’esecutivo e buona parte del Parlamento italiano criticano la decisione e non paiono propensi a modificare la legge, sulla quale comunque entro ottobre è chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale.

Le argomentazioni della Cedu.
In concreto, la Cedu si è pronunciata sul ricorso del detenuto Marcello Viola, all’ergastolo dagli anni ’90 per associazione mafiosa, omicidi plurimi, sequestro di persona e altri reati. Viola (che in carcere ha conseguito due lauree) finora non ha mai collaborato con la giustizia e perciò gli sono stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. 

Ma la Corte afferma che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della decisione di non collaborare. I giudici ritengono che «la non collaborazione» non implichi necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, o che sia ancora in contatto con gruppi criminali o ancora che perciò costituisca un pericolo per la società.
Nell’interpretazione della Corte, la scelta di collaborare con la giustizia non è totalmente libera (come invece ritiene l’esecutivo italiano), ma può dipendere da altri fattori, come il timore di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Così come, argomenta la Cedu, non è detto che collaborare comporti sempre un pentimento e la fine dei rapporti con altri criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola debba essere liberato, ma che l’Italia debba cambiare la legge, in modo che la collaborazione non sia l’unico elemento che impedisce di avere sconti di pena.

Il no del Guardasigilli.
Il verdetto di Strasburgo viene accolto da governo e Parlamento con un misto di contrarietà e scetticismo. Se il premier-avvocato Giuseppe Conte non commenta, protestano invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Non condividiamo nella maniera più assoluta la decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano») e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto».

Duri anche i commenti di diversi esponenti di maggioranza e di opposizione: «La sentenza permetterà a tanti altri ergastolani di poter adire le vie legali, ma non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari – lamenta il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5s) –. C’è soprattutto l’offesa che è stata fatta alla memoria di Falcone, Borsellino e tante altre vittime della mafia». 

Si dice «preoccupato» anche il senatore Pietro Grasso (Leu), mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni ritiene la decisione «scandalosa, è evidente che a Strasburgo non hanno alcuna idea dell’enorme tributo di sangue versato dall’Italia. Il carcere a vita per i mafiosi non si tocca».

I ricorsi alla Consulta.
Secondo i dati dell’associazione "Nessuno Tocchi Caino" (che ritiene la sentenza Cedu una «pietra miliare») attualmente gli ergastolani ostativi sono 1.250, i due terzi dei 1.790 condannati a vita. L’avvocato Antonella Mascia, difensore del detenuto Viola, annuncia l’intenzione di avvalersi subito della pronuncia: «Andremo al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila per farla eseguire». 
Esulta pure il presidente dell’Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza: «È una notizia splendida, speriamo faccia da apripista alla decisione della Corte costituzionale».
Il 22 ottobre, infatti, la questione sarà sul tavolo della Consulta, investita da alcuni ricorsi. Secondo Valerio Onida, presidente emerito della Corte e componente del collegio difensivo di Viola, l’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e, qualora il legislatore non intendesse modificarlo, rischierebbe «nuove condanne». A suo parere, tuttavia, «il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale».


Vincenzo R. Spagnolo

martedì 8 ottobre 2019

Egitto, in atto la più ampia ondata di arresti di massa dall'arrivo al potere di Al-Sisi. 2300 arresti dal 20 settembre, 111 minorenni.

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International. Gli arresti sono oltre 2300, ci sono almeno 111 minorenni. "Il governo ha orchestrato tutto per abbattere ogni dissenso".


Da Amnesty International arriva la denuncia secondo la quale dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni. Tra gli arrestati ci sono centinaia di manifestanti pacifici così come “bersagli” più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. 


La vasta maggioranza delle persone imprigionate è indagata nell’ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in Procura.

Si cercano prove di "incitamento alla protesta". “Il governo del presidente al-Sisi - ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International - ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”. Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall’ufficio della procura egiziana, “meno di 1000 persone” sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di “incitamento alla protesta”, che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il “reato” di “manifestazione non autorizzata”.

Migranti - Lampedusa è strage di ragazze e bambini, disperso un neonato di otto mesi. Poca attenzione nell'opinione pubblica.

Avvenire
La tragedia nella notte tra domenica e lunedì: in salvo 22 persone, già recuperati i corpi di 13 donne, ma a bordo c'erano almeno 50 persone. Una superstite: manca mia nipote di 8 otto mesi


Un naufragio a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Sono intervenute nella notte tra domenica e lunedì le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza, che hanno recuperato fino ad ora i cadaveri di 13 ragazze, tutte intorno ai 20 anni, alcune incinta, tranne una di appena 12, mentre 22 superstiti - tra i quali donne e bambini - sono stati già trasferiti in porto.


Sull'imbarcazione, secondo quanto raccontato dai sopravvissuti, ci sarebbero state circa 50 persone, di cui anche 8 bambini. "Fra i dispersi c'è anche mia sorella con la sua bambina di 8 mesi" ha raccontato una delle donne sopravvissute al naufragio.

Secondo una prima ricostruzione, quando le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno raggiunto l'imbarcazione per procedere al trasbordo, le persone migranti si sono spostate tutte da un lato e, complice il mare mosso, hanno causato il ribaltamento dell’imbarcazione.

Nelle operazioni di soccorso è impegnati un elicottero delle Fiamme gialle che sta sorvolando la zona del disastro, a meno di un miglio dalla costa, oltre all'aereo monoposto Moonbird di SeaWatch.
[...]
"Non si può morire in questo modo. Occorre individuare canali, favorire azioni che rendano il Mediterraneo più sicuro. Servono scelte concordate per impedire queste tragedie. Una strage insensata e dolorosa", è lo sfogo amaro del sindaco di Lampedusa, Totò Martello, a pochi giorni dalla commemorazione delle vittime della strage del 3 ottobre 2013.
[...]
Vella ha anche detto che "i superstiti sono tutti in stato di choc. Da una prima ricostruzione, la traversata è partita dalla Libia, con una sosta in Tunisia. È strano che siano partiti con queste condizioni di mare grosso, non era certamente l'ideale. Il numero delle persone a bordo - ha detto il magistrato - era superiore a cinquanta: i superstiti sono 13 uomini e 9 donne". Il procuratore ha aggiunto che le persone a bordo erano tutte senza salvagente. "Se li avessero avuti, ora sarebbero tutti salvi. La maggior parte dei sopravvissuti è salva solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza".

Pesante l'accusa del presidente e fondatore di Open Arms, Oscar Camps, che ha convocato una conferenza stampa nel porto di Barcellona. La sua nave, ha spiegato, avrebbe potuto essere d'aiuto se fosse stata coinvolta, visto che era vicino al luogo del disastro. "Probabilmente saremmo arrivati in tempo perché la nostra nave era a sole 20 miglia di distanza. È orribile che una nave come quella di Open Arms, che tutti conoscono per la sua capacità di azione e salvataggio, non sia stata attivata per percorrere 20 miglia e poter intervenire". Secondo Camps, c'erano l'aeronautica italiana, quella maltese e Frontex al corrente della situazione e "nessuno è intervenuto per portare aiuto".
"Ancora una tragedia a poche miglia da Lampedusa. Otto bambini dispersi in mare. A poche miglia dalle coste europee. La situazione in mare è drammatica". Lo scrive su Facebook Mediterranea Saving Humans, la rete delle associazioni italiane che con Nave Mare Jonio da un anno monitora il Mediterraneo centrale.

"Salvare vite umane torni ad essere priorità"; è quanto chiede il Centro Astalli, la struttura dei Gesuiti per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo, esprimendo "profondo cordoglio e dolore per le vittime dell'ultimo naufragio avvenuto davanti alle coste di Lampedusa, con almeno nove morti, oltre venti dispersi e tra loro otto bambini" e ricordando che "solo pochi giorni fa, ricordavamo le vittime di una delle più grandi tragedie del mare e oggi ancora una volta piangiamo la morte di innocenti".

lunedì 7 ottobre 2019

Naufragio davanti Lampedusa, si teme una strage. Dispersi anche 8 bambini

Globalist
Sul posto stanno operando le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza che hanno recuperato fino ad ora i cadaveri di due donne e 22 superstiti.
Un naufragio è avvenuto in nottata a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Sul posto stanno operando le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza che hanno recuperato fino ad ora i cadaveri di due donne e 22 superstiti, già trasferiti in porto. Intanto i soccorritori hanno individuato altri 2 corpi al largo dell'isola. In corso le ricerche dei dispersi con l'impiego di unità aeronavali della Guardia Costiera e con una motovedetta della Guardia di Finanza.

C'erano una cinquantina di migranti a bordo del barchino che è naufragato, in maggioranza tunisini e subsahariani. Secondo una prima ricostruzione, quando sono arrivate le motovedette per procedere al trasbordo i migranti si sono spostati tutti da un lato e, complice il mare mosso, hanno fatto ribaltare l'imbarcazione.

Ci sarebbero anche 8 bambini tra i dispersi: secondo quanto si apprende, lo hanno raccontato i sopravvissuti agli uomini della Guardia costiera e della Gdf che li hanno soccorsi.

Iraq, cresce la protesta in un paese stremato da povertà e corruzione, 100 morti

La Repubblica
Anche l’ayatollah Sistani critica il governo: “Risponda alle esigenze del popolo”
Moqtada Sadr, il potente leader politico e clerico sciita, ha chiesto le dimissioni del governo iracheno del primo ministro Adel Abdel Mahdi. Dopo una settimana di violente proteste di piazza, in cui sono morti almeno 100 cittadini, Moqtada prima ha congelato la partecipazione dei suoi deputati ai lavori del parlamento e poche ore più tardi ha chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate. 


"Per evitare ulteriori spargimenti di sangue iracheno, il governo deve dimettersi e le elezioni anticipate devono essere tenute sotto la supervisione delle Nazioni Unite", ha scritto Moqtada Sadr in un messaggio che il suo ufficio ha fatto avere ai media.

L'annuncio di Sadr arriva poche ore dopo l'intervento dell'ayatollah Alì Sistani. La massima autorità sciita dell'Iraq (che ha un profondo seguito anche fra gli sciiti dell'Iran) ha riconosciuto le ragioni dei manifestanti, e ha invitato il governo a scegliere la strada delle riforme politiche ed economiche invece di quella della repressione violenta. "Agite con la politica prima che sia troppo tardi", ha fatto dire Sistani da un suo assistente al sermone del venerdì nella città santa sciita di Karbala.

L'intervento di Sistani in qualche modo ha spinto Moqtada alla dichiarazione che di fatto mette in crisi il governo, che senza i voti del partito sadrista non ha la fiducia dell'Assemblea nazionale. Anche ieri Bagdad e le principali città dell'Iraq sono state infiammate da proteste a cui la polizia ha risposta sparando pesantemente sui civili. Testimoni hanno raccontato ai giornalisti della Reuters di aver visto manifestanti uccisi con colpi alla testa sparati dai cecchini dell'esercito appostati sui palazzi. A Diwaniya la polizia ha confermato di aver sparato e ucciso 3 dimostranti che stavano provando a dare l'assalto alla sede provinciale del governo,
Ma perché l'Iraq è in rivolta? Perché a 2 anni dalla sconfitta dell'Isis, a 16 anni dalla disastrosa invasione americana del 2003, il paese è in condizioni politiche ed economiche miserevoli. Le proteste di piazza che hanno quasi 70 morti (fra cui una decina di poliziotti) sono innescate da questo: dalla povertà e dall'indignazione per la corruzione della leadership politica, sciita o sunnita che sia.

Il primo ministro sciita Adel Abdul Mahdi, originario di Nassirya, ha detto in tv "non ho la bacchetta magica"; i suoi avversari politici ne approfittano per metterlo in difficoltà di fronte alla popolazione. Oggi sabato il parlamento avrebbe dovuto riunirsi in seduta d'emergenza per discutere il taglio del 5% degli stipendi dei funzionari delle istituzioni dello Stato a favore dei "disoccupati" e delle categorie più deboli.

Vincenzo Nigro

Etiopia, cinque giornalisti in carcere per accuse infondate di terrorismo

Corriere della Sera
Dopo un mese di detenzione preventiva Bikila Amenu, Abdisa Gutata, Firomsa Bekele, Gadaa Bulti e Adugna Keso, cinque giornalisti arrestati nella capitale Addis Abeba il 5 settembre, sono comparsi di fronte a un giudice.



Nella prima udienza del 3 ottobre non è stata presentata alcuna prova a sostegno dell’accusa di “incitamento al terrorismo”, mossa nei loro confronti ai sensi della Legge antiterrorismo proclamata a giugno. 


L’unico pezzo di carta esibito è una lettera in cui la polizia chiede ai servizi segreti assistenza nelle indagini.

I cinque imputati, tutti giornalisti, appartengono a “La voce dei giovani per la libertà”. A partire dal 2011 hanno svolto un ruolo importante nella denuncia delle violazioni dei diritti umani e hanno seguito da vicino le proteste del 2015 nella regione di Oromia.


Da allora il governo è cambiato, ma le vecchie abitudini repressive non sono evidentemente terminate.


Riccardo Noury

Carcere - La malattia o il disturbo mentale colpisce il 50% dei detenuti

askanews.it
In Italia il 50% dei detenuti presenta una malattia o un disturbo mentale: il 25% ha una dipendenza da sostanza psicoattiva. 


Osservando le tipologie di disturbo prevalenti sul totale dei detenuti presenti, al primo posto troviamo la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%), disturbi alcol correlati (5,6%), disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%). Sono i dati su cui si confrontano circa 200 specialisti da tutta Italia in occasione del XX Congresso Nazionale Simspe-Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Agorà Penitenziaria 2019, intitolato "Il carcere è territorio", che si è concluso 5 ottobre a Milano.

L'appuntamento, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit - Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, è presieduto da Roberto Ranieri, Coordinatore Sanità Penitenziaria Regione Lombardia, rappresenta un momento di confronto fra tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di sanità e di salute all'interno degli Istituti Penitenziari e che intende fornire spunti per una riflessione approfondita del fare Salute in carcere. 

Analizzando le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini la diagnosi di dipendenza da sostanze psicoattive (50, 8% degli uomini e 32,5% delle donne), e tra le donne la diagnosi di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili e 27,1% delle diagnosi maschili). Arrivano dopo, fra gli uomini, i "disturbi alcol correlati (9,1 % degli uomini e 6,9% delle donne), e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1% delle donne e 4,1% degli uomini), i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini e 3,4% delle donne), disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini e 2,8% delle donne).

"C'è tanto, troppo, disagio mentale dentro le mura - spiega il presidente Simspe, Luciano Lucania - c'è l'uomo recluso, c'è la cognizione del reato, ci sono condizioni detentive troppo spesso ai limiti, ci sono tante espressioni rivendicative di istanze, anche legittime, non soddisfatte. Ma tutto ciò che non piace, dentro le mura viene medicalizzato.

Quindi si chiedono i numeri, i dati. Ma continua a mancare un Osservatorio Epidemiologico nazionale. Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate. Tuttavia manca il raccordo fra "dentro" e "fuori", manca l'interlocuzione diretta dei Presìdi con l'Autorità Giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Ci sono aspetti di sistema, aspetti integrati, che devono essere ripensati e ridefiniti".

domenica 6 ottobre 2019

Nigeria. Rilasciati 25 bimbi rapiti da Boko Haram. Si tenta di riunirli alle famiglie

Avvenire
Con loro sono stati portati via anche due dipendenti. Non è chiaro se siano stati terroristi di Boko Haram o criminali comuni. Ancora prigioniere 100 ragazze sequestrate a Chibok nel 2014.


L'esercito nigeriano afferma di aver liberato e consegnato al governo dello Stato di Borno 25 bambini precedentemente arrestati in relazione alle attività dell'organizzazione terroristica jihadista Boko Haram. Lo riferisce il 'Premium Times', specificando che l'arresto dei bambini, 23 maschi e 2 femmine, è avvenuto durante diverse incursioni militari contro i nascondigli di Boko Haram.

I bambini, assolti da qualsiasi coinvolgimento ostile negli atti di terrore, una volta rilasciati sono stati portati in un centro di riabilitazione gestito dal governo del Borno e dal Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF). La commissaria dello Stato del Borno per le Donne e lo Sviluppo Sociale, Zuwaira Gambo, ha ringraziato i militari e l'UNICEF per la collaborazione: "La partnership tripartita ha assistito 1.627 bambini, tra cui 614 ragazze e 988 ragazzi, associati a conflitti armati". 

Ha aggiunto che i bambini riabilitati "sono stati completamente reintegrati nella società e uniti alle loro famiglie, mentre alcuni hanno continuato a ricevere ulteriori riabilitazioni". In rappresentanza dell'UNICEF, Pernille Ironside, ha dichiarato che i bambini "sono portati via dalle loro famiglie e comunità, privati ella loro infanzia, istruzione, assistenza sanitaria e della possibilità di crescere in un ambiente sicuro e favorevole", aggiungendo che i bambini liberati "sono stati consegnati al ministero degli Affari Femminili e dello Sviluppo Sociale dello stato del Borno e saranno tenuti presso un centro di transito sostenuto dall'UNICEF, mentre sono in corso gli sforzi per riunirli con le loro famiglie e reintegrarli nelle loro comunità".

Questa notizia positiva arriva il giorno dopo un'altra, di segno opposto: ieri infatti sei studentesse di una scuola media e due membri del personale della scuola sono stati rapiti nello stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. Si tratta di un'area del Paese ancora preda dei terroristi islamici di Boko Haram e dell'Isis, ma dove operano anche gang armate di criminali comuni, che chiedono il pagamento di riscatti, che gli inquirenti - scrive la Bbc - ritengono al momento essere i più probabili responsabili.

Il rapimento è avvenuto prima dell'alba all'Engravers College, un collegio vicino al villaggio di Kakau Daji, a sud della città di Kaduna. Secondo le dichiarazioni riportate da Bbc News Africa, gli ufficiali dell'unità anti-rapimento della polizia, così come la polizia regolare, stanno facendo tutto il possibile per garantire che le persone rapite vengano liberate illese.

Circa 100 delle oltre 270 studentesse rapite da Boko Haram nel 2014 dalla città di Chibok, a sud della Nigeria, sono ancora prigioniere, mentre la settimana scorsa la polizia della città di Kaduna ha liberato centinaia di uomini e ragazzi da una presunta scuola islamica, dove erano stati picchiati e maltrattati.

sabato 5 ottobre 2019

Il rapporto Onu: in quattro anni uccisi 3.500 ragazzini in Afghanistan

Avvenire
Oltre 9.000 i feriti in episodi di violenza. Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti"
Sbarco di famiglie afghane nelle isole greche
Il deterioramento della sicurezza in Afghanistan negli ultimi quattro anni ha portato a oltre 14.000 "gravi violazioni" contro i bambini, tra cui circa 3.500 giovani uccisi e oltre 9.000 feriti: lo rivela un rapporto dell'Onu diffuso ieri sera.

Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti e il fatto che i bambini continuino a sopportare il peso del conflitto armato". 

Gravemente preoccupante, afferma Guterres, è che i quasi 12.600 bambini uccisi o feriti nel 2015-2018 rappresentano quasi un terzo di tutte le vittime civili. C'è stato "un aumento dell'incidenza dell'82% delle vittime minorili rispetto a precedenti quattro anni".

Grecia - Emergenza migranti - Piogge torrenziali a Lesbo, 10.000 rifugiati in tende improvvisate. Situazione straziante.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le isole greche sono di nuovo sotto i riflettori, poiché una nuova ondata di eventi tragici ha colpito i richiedenti asilo intrappolati lì.
Il 29 settembre, un grande incendio è scoppiato a Moria - il famigerato accampamento sull'isola di Lesbo - uccidendo una donna e ferendo almeno altre nove persone, tra cui un bambino, secondo quanto riferito dal ministero della salute.
Il 24 settembre, un camion ha ucciso un bambino afgano di cinque anni che stava giocando alle porte di Moria.


Anche il numero di richiedenti asilo che attraversano l'Egeo dalla Turchia è in aumento.
Con i campi già sovraffollati, le condizioni sono orribili per i richiedenti asilo e i migranti intrappolati lì. Secondo i dati più recenti del governo, 26.753 donne, uomini e bambini vivono in campi progettati per circa 6.300.

Il numero è quasi raddoppiato da giugno.

Ma mentre i numeri sono aumentati, né le condizioni orribili né le politiche imperfette che le causano sono nuove. Gli investimenti insufficienti, un sistema di asilo mal funzionante e una scelta politica deliberata per confinare i richiedenti asilo nelle isole hanno lasciato migliaia intrappolati lì per mesi o anni in condizioni disumane e degradanti.

E la vera sfida non è il numero di arrivi via mare sulle isole greche, ma la sofferenza ingiustificata di migliaia di persone.

La narrativa sulla crisi porta solo a risposte guidate dalla sicurezza che mettono i diritti e la dignità dei richiedenti asilo al secondo posto.

La realtà è che pochissimi di quelli bloccati sulle isole sono stati restituiti in Turchia o nei loro paesi di origine. La maggior parte non può essere restituita poiché la Turchia non è un paese sicuro per loro.

E mentre le autorità greche hanno trasferito alcune persone sulla terraferma, hanno rifiutato di cambiare la politica di contenimento, anche dopo una sentenza dell'alta corte.

Nel frattempo, molte persone dormono in tende in campi improvvisati intorno a strutture gestite dal governo, o semplicemente all'aperto.

Si trovano ad affrontare gravi condizioni antigieniche e antigieniche e non hanno accesso alla maggior parte dei servizi di base come acqua e cibo. L'assistenza medica, la consulenza sui traumi e il supporto per la salute mentale sono inadeguati. La violenza fisica e di genere sono abbastanza comuni.
Quasi 1.300 migranti non accompagnati e richiedenti asilo vivono in questo ambiente insicuro. Insieme a migliaia di altri bambini in età scolare, non vanno a scuola e gli viene negata l'istruzione.E' un caos deliberato che va avanti da quattro anni.

I gruppi di aiuto affermano che circa 7000 persone hanno ricevuto il via libera per trasferirsi sulla terraferma, ma i trasferimenti sono estremamente lenti a causa della mancanza di organizzazione e di alloggi disponibili.

Ma anche quando sono in grado di muoversi, non risolverà il problema. La mancanza di un sistema di ricollocazione permanente per i richiedenti asilo in altri paesi europei, nonché i lunghi ritardi nell'elaborazione delle domande di ricongiungimento familiare non fanno che peggiorare la situazione.

Il caos nelle isole greche non è la prova dell'incapacità dell'Europa di gestire la migrazione, ma della sua deliberata riluttanza a farlo.

Fonte: euroobserver

venerdì 4 ottobre 2019

Migranti, Carola Rackete al Parlamento Europeo: "Dov'era l'Ue quando ho chiesto aiuto?" In Europa, culla dei diritti, nessun governo voleva 53 migranti. E' stata una vergogna.

TGCom24
Dopo il caso della Sea Watch 3 "ho ottenuto attenzione dalle istituzioni. Ma dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto?" Lo ha detto, in audizione all'Eurocamera, Carola Rackete, comandante della Sea Watch. "L'unica risposta che ho avuto allora è stata da Tripoli, dove non potevo andare. In Europa, la culla dei diritti, nessun governo voleva 53 migranti. E' stata una vergogna" , ha aggiunto.

"Provo tristezza in questo anniversario in cui si ricorda la perdita di oltre 300 vite umane nel Mediterraneo centrale, perché l'Unione europea ricorre sempre più all'esternalizzazione dei salvataggi con deleghe a Paesi in guerra come la Libia, violando le leggi internazionali". Così la comandante della Sea Watch Carola

"Non agii per provocazione ma esigenza" - "La mia" decisione di entrare in porto con la Seawatch 3 "dopo 17 giorni in mare senza ricevere risposta non fu una provocazione come molti hanno detto. Ma un'esigenza". Rackete nell'audizione all'Eurocamera racconta il caso italiano. "Ritenevo che non fosse più sicuro restare in mare e temevo per quanto poteva accadere", ha aggiunto. "Il nostro caso come quello di altre ong sottolinea la necessità di affrontare la situazione dei salvataggi in mare a livello europeo, che non può essere lasciata a negoziati ad hoc". E anche "un meccanismo di ricollocamenti temporaneo, focalizzato sui rimpatri piuttosto che sull'accoglienza non è una soluzione realistica". "La riforma del regolamento di Dublino è attesa da tempo, ma la soluzione è la creazione di canali legali verso l'Europa", ha detto ancora.

"La legge in Italia vìola il diritto internazionale" - "La ricerca ed il salvataggio in mare sono operazioni che rientrano nel diritto internazionale, non so come abbia fatto l'Italia ad approvare una legge che non rispetta il diritto internazionale". 

Questo l'attacco di Carola Rackete riguardo alla legge italiana che impone sequestro delle navi e multe ai comandanti. "Mentre parlo sono sottoposta a due inchieste penali in Italia per aver salvato vite in mare. Non sono preoccupata perché le mie azioni sono giustificate dalla legge e dalla moralità, e come difensore dei diritti umani. Quello che mi preoccupa è che da allora la Seawatch 3 è sotto sequestro in porto" e non può salvare vite umane. "Non è una distorsione della giustizia punire civili che salvano vite in mare a difesa dello stato di diritto e proteggere una pratica di Stato fuorilegge?".

Standing ovation per Rackete all'Eurocamera - Al termine del suo intervento al Parlamento europeo la comandante della Sea Watch Carola Rackete è stata salutata da una standing ovation. Un lungo applauso, con molti eurodeputati che si sono alzati in piedi in segno di apprezzamento per le parole espresse.
[...]

giovedì 3 ottobre 2019

Yemen. I ribelli Houthi liberano 290 detenuti. Primo passo dell'accordo di pace di Stoccolma per rilasciare 7.000 detenuti

asianews.it
La decisione rientra nelle iniziative di pace promosse dall'Onu nel quadro dell'accordo di Stoccolma. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo della coalizione filo-saudita contro una prigione a Dhamar. Le due parti si sono impegnate a rilasciare circa 7mila detenuti.
 

I ribelli Houthi in Yemen hanno deciso di rilasciare, in modo unilaterale, almeno 290 detenuti. È quanto annunciano gli operatori del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), secondo i quali la decisione nasce all'interno delle iniziative di pace promosse dalle Nazioni Unite per un Paese da oltre quattro anni in guerra. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo contro una prigione a Dhamar, nella parte occidentale del paese, il mese scorso, in cui sono morte oltre 100 persone. A sferrare l'attacco sarebbe stata la coalizione araba a guida saudita, che sostiene il governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale.

L'inviato speciale Onu auspica che il passo compiuto dai ribelli filo-iraniani possa fungere da viatico al rilascio di altri prigionieri su entrambi i fronti. Difatti la liberazione di prigionieri rientra nel processo di pace promosso dalle Nazioni Unite per mettere fine al conflitto. L'accordo - raggiunto in Svezia a dicembre con la mediazione Onu - ritiene prioritario lo scambio di prigionieri tra gli Houthi, che controllano Sana'a e gran parte dello Yemen occidentale, e il governo yemenita sostenuto sul piano militare da una coalizione formata nel marzo 2015 dall'Arabia Saudita.

#3ottobre - Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione. Non dimentichiamo la strage di Lampedusa del 2013

Osservatorio Diritti
Sono passati sei anni da quel 3 ottobre 2013, quando al largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa, nel tentativo di trovare una vita migliore, intorno alle 4.30 del mattino morirono 366 migranti.


Una vera e propria strage, che portò il Parlamento, il 21 marzo del 2016, su proposta del Comitato Tre Ottobre, nato proprio a seguito del naufragio, a istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Che, appunto, si celebra il 3 ottobre.


La legge n. 45 del 2016, entrata in vigore il 16 aprile successivo, con cui è stata istituita la ricorrenza ne spiega la motivazione all’articolo 1:
«Al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria».
Cos’è la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazionePer questa sesta edizione (la giornata di commemorazione esiste dal 2014), sono tante le iniziative che il Comitato Tre ottobre ha messo in campo per non dimenticare le vittime.
Sull’isola di Lampedusa, dal 30 settembre al 3 ottobre sono arrivati oltre 200 studentiprovenienti da più di 60 scuole di 20 Paesi europei. 

Il progetto a capo di tutto, “P(r)onti per l’accoglienza“, ha messo in piedi iniziative tra cui eventi teatrali, musicali e soprattutto formativi: gli studenti sono stati coinvolti in workshop su temi come la tratta di esseri umani, i minori stranieri non accompagnati, i rifugiati e in alcuni di questi incontri hanno potuto conoscere i sopravvissuti alla tragedia del 2013.

E oggi, 3 ottobre, sull’isola si tiene la consueta marcia da Piazza Castello verso la Porta d’Europa che vede il coinvolgimento delle istituzioni, dei superstiti, dei familiari delle vittime degli studenti e della comunità locale.

La giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza – così viene chiamata – è anche legata a una campagna di sensibilizzazione dal titolo #siamosullastessabarca, che ha l’obiettivo, a prescindere dalle ricorrenza annuale,
«di informare correttamente sulle tematiche migratorie e favorire la partecipazione attiva dell’opinione pubblica e in particolare modo delle nuove generazioni, al fine di stimolarle a diventare il motore di un cambiamento duraturo, attraverso il dialogo e la condivisione con l’altro»,
come spiegano i membri del Comitato.


mercoledì 2 ottobre 2019

Migranti - Burundi -Tanzania: rimpatrio dei rifugiati burundesi che riguarderà più di 200 mila persone

Agenzia Nova
Il governo del Burundi inizierà giovedì 3 ottobre a rimpatriare i rifugiati dalla vicina Tanzania. 

È quanto riferito da fonti di governo citate dall’emittente britannica “Bbc”, secondo cui un primo gruppo di circa mille persone rifugiati sarà rimpatriato su base volontaria, nell’ambito di un processo di rimpatrio che dovà riguardare più di 200 mila rifugiati dal Burundi. 

Alla fine di agosto le autorità della Tanzania avevano fissato ad oggi, 1 ottobre, il termine ultimo per il rimpatrio dei profughi burundesi, minacciando in caso contrario di procedere con la loro espulsione. “Ora c'è pace in Burundi, quindi i rifugiati hanno tempo fino al 1 ottobre per rimpatriare. Dopodiché li rimanderemo indietro, che lo vogliano o no”, aveva dichiarato alla “Bbc” il ministro dell’Interno della Tanzania, Kangi Lugola, accusando l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) di non aver rispettato l’accordo raggiunto lo scorso anno tra Tanzania e Burundi per il rimpatrio di duemila rifugiati ogni settimana. 

La Tanzania è firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati che proibisce il ritorno forzato nei paesi da cui la gente è fuggita. I rifugiati burundesi, che si sono stabiliti nei campi tanzaniani di Nyarugusu, Nduta e Mtendeli, nella provincia sud-occidentale di Kigoma, sono fuggiti dai disordini politici scoppiati nel 2015 dopo la candidatura ad un terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza, successivamente rieletto. 

Secondo le stime della Corte penale internazionale (Cpi), che ha aperto un'inchiesta sul caso, almeno 1.200 sono morte e 400 mila si sono allontanate dal paese fra aprile 2015 e maggio 2017.

Carcere e psichiatria - Malati psichici non trovano posto nelle Rems e restano in carcere. Sono 200 in Italia ad attendere il ricovero

articolo21.org
Giacomo Seydou Sy è in carcere da quattro mesi ma dovrebbe essere in una Residenza per l'esecuzione della pena per curarsi. Giacomo ha poco più di 25 anni ed è affetto da bipolarismo motivo per il quale, secondo la relazione psichiatrica, è "inadatto al regime carcerario".


Il suo caso, nonostante sia di dominio pubblico e sia stato preso in carico dal Garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, sembra destinato a non trovare una soluzione.

"Articolo 21 - ha esordito la portavoce Elisa Marincola, aprendo la conferenza stampa che si è svolta in Federazione nazionale della stampa - ha deciso di affiancare la mamma del giovane, Loretta Rossi Stuart, in questa battaglia di giustizia e diritti, raccogliendo il suo appello ad aiutarla a salvare suo figlio. Bisogna fare presto, da una settimana Giacomo è in isolamento a Rebibbia e questo può aggravare le sue condizioni. Ci affianchiamo alla rete di associazioni e alle istituzioni, dal Garante nazionale per le persone private delle libertà, che stanno cercando una soluzione al caso".
Il problema è rappresentato dalla mancanza di posti nelle Rems, le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge. Attualmente nel Lazio sono in 43 ad attendere il ricovero, 200 in tutta Italia. Nell'attesa che se ne liberi uno chi è stato incarcerato con patologia che richiedono assistenza specializzata deve restare dietro le sbarre.
"Mio figlio è bipolare, non dovrebbe stare in carcere, lo dice la legge, ma nelle strutture psichiatriche previste per lui. È esasperato dalla situazione. Continua a resistere ma è assolutamente consapevole che lui non dovrebbe essere in cella. La mia battaglia è per lui e per gli altri che aspettano chiusi in carcere quando dovrebbero essere curati altrove. Spero che la mia battaglia serva almeno a questo: a dare voce a chi non ce l'ha" aggiunge questa madre coraggio che in questi mesi non ha smesso un solo istante di combattere per i diritti di suo figlio.

E gli esperti, le autorità in materia le danno ragione. Come la Garante dei detenuti per il Comune di Roma Gabriella Stramaccioni che ha evidenziato sulla necessità di aumentare i centri Rems spesso "sovraffollati perché le strutture vengono concesse a chi ha misure provvisorie e non a chi ha misure definitive".

di Antonella Napoli