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mercoledì 11 dicembre 2019

Profughi . Roma, al Pigneto i 37 mila nomi di chi è morto per arrivare in Europa, scritti sulla strada ... come le pietre d'inciampo.

Avvenire
L'artista Fabio Saccomani scriverà su 80 metri di strada pedonale i nominativi di chi è morto nel Mediterraneo o sui Tir dal 1993 a oggi. «Non sono fatalità, ma il frutto di scelte politiche precise».



Sulla strada di una capitale europea tutti i nomi dei 37 mila migranti che hanno perso la vita cercando di raggiungere Fortezza Europa. Affogati nel Mediterraneo, per la gran parte. O soffocati nei container dei Tir. Comunque morti, nel disperato tentativo di fuggire dalla guerra e dalla miseria, anche a rischio della vita. 

Perché di fatto non esistono efficaci canali di immigrazione regolare o sufficienti corridoi umanitari. I nomi di chi è morto, 36.570 dal 1993 ad aprile 2019 - secondo l'infinita e comunque incompleta lista stilata da United for Intercultural Action, gruppo di 550 organizzazioni - verranno scritti nel tratto pedonale di via del Pigneto, a Roma. 

Riempiranno la strada in un'area lunga quasi centro metri. Circa 500 metri quadri per un'opera - avviata oggi, 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, per essere completata il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato - che è stata ideata dall'artista Fabio Saccomani. Si intitola «(S)ink», con un gioco di parole in inglese tra Ink, cioé «inchiostro», e Sink, che vuol dire «affondare».

Particolarità dell'opera è che i nomi dell'ecatombe di migranti vengono scritti con una speciale resina che, una volta asciutta, è invisibile. Finché non vengono bagnati: «Allora emergeranno tutti, improvvisamente - spiega Fabio Saccomani - nel momento in cui piove. Questo palesarsi, veicolato dall’acqua che richiama il mare dove la maggior parte di queste persone è annegata, consente di far parlare i nomi, di inserirli in una dialettica visibile-invisibile che travolge lo spettatore, stravolge il senso del luogo ed il senso di sicurezza che conferisce l’ordinario e il familiare». 

Nella lista dei morti non sempre è stato possibile dare un nome a tutte le vittime di ogni singolo naufragio. In quel caso la lista riporta «no name» e la nazionalità. (S)ink è un progetto di Fabio Saccomani e della Biennale MArteLive 2019 prodotto da Scuderie MArteLive in collaborazione con "RomaBPA Mamma Roma e i suoi figli migliori".
Come le "Pietre d'inciampo", incastonate sui marciapiedi davanti ai portoni delle case dove vivevano gli ebrei deportati dai nazisti, così i nomi dei migranti affogati ricorderanno a chi li calpesta questa enorme tragedia. 

«Sì, ma con una grande differenza. Quest'opera - spiega l'autore - non propone la pacificazione prodotta da un monumento funebre, che nella sua stabilità cristallizza quella situazione. Questo è differente, è un monumento che purtroppo continuerà a crescere, non vuole essere conciliante come per un avvenimento concluso nel passato. Perché non è il mare che li ha uccisi, non sono catastrofi e fatalità, ma sono morti per colpa delle attuali scelte politiche dell'Europa e dei singoli stati». 

Secondo Saccomani «oggi assistiamo a una grande rimozione collettiva di questo dramma, e questa opera vuole denunciarlo. Più che di tragedia, dovremmo parlare di genocidio, morte in massa di poveri e fuggiaschi, accomunati non tanto da una religione o un’appartenenza etnica, ma da una condizione sociale ed economica».

A far scattare l'idea al giovane artista è la foto pubblicata nel 2015 su tutti i giornali del corpicino senza vita su una spiaggia turca di Alan Kurdi, bimbo siriano di 3 anni di etnia curda, affogato durante il tentativo di fuggire dalle violenze del Daesh, il sedicente Califfato islamico. «Era uguale a mio nipote Roberto quando dorme. Quell'immagine mi ha colpito, mi ha fatto male. E quando ho visto sul Manifesto la lista dei migranti morti, ho deciso che questi nomi dovevano essere monumentalizzati. Quando da studente andai ad Auschwitz - spiega - mi chiesi come era stato possibile che la gente avesse tollerato quell'orrore. Sono due tragedie assolutamente diverse, sia chiaro. Ma oggi che le informazioni circolano liberamente, a differenza di allora, come è possibile che sia tollerata questa brutalità? Come è possibile abituarsi ad accettarla?»

Luca Liverani

martedì 10 dicembre 2019

Non fa notizia la morte di 58 migranti in un naufragio al largo della Mauritania

Adnkronos
E' di almeno 58 morti il bilancio del naufragio di un'imbarcazione carica di migranti al largo delle coste della Mauritania. Secondo quanto reso noto dal governo locale, sul barcone viaggiavano tra i 150 ed i 180 migranti, la maggior parte dei quali giovani di età compresa tra i 20 ed i 30 anni originari del Gambia.


Il barcone, ha comunicato l'Oim, era partito il 27 novembre dal Gambia - sembra con l'intenzione di raggiungere le isole Canarie - quindi era rimasto senza combustibile ed infine era naufragato al largo della costa mauritana. Ottantatre persone hanno raggiunto la riva a nuoto e sono stati assistiti di soccorsi messi a disposizione dal governo, l'Oim e l'Acnur.

Il ministero dell'Interno della Mauritania ha parlato di una "tragedia" conseguente "al fenomeno dell'immigrazione clandestina che decima la gioventù africana" e ha lanciato un appello "ad unire gli sforzi per porre fine a questa spirale mortale".

lunedì 9 dicembre 2019

Brasile. Amazzonia, altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara uccisi dai tagliatori di legna

Corriere della Sera
Altri due leader indigeni dell'etnia Guajajara sono stati assassinati a colpi d'arma da fuoco, mentre due sono stati feriti, in un nuovo attacco armato nel Maranhao, nel nord del Brasile.


È successo in una riserva dei Guajajara, nel mezzo dell'Amazzonia a circa 500 chilometri da Sao Louis, quando persone armate hanno attaccato il gruppo di nativi su una strada, hanno riferito i media brasiliani. 

Si tratta del terzo indigeno dell'etnia assassinato in due mesi, dopo l'uccisione a novembre da parte di tagliatori di legna che erano stati espulsi dalla riserva di Paulinho Guajajara, membro di un gruppo di protezione delle foreste.

Sonia Guajajara, principale leader del gruppo indigeno e candidata vicepresidente nel 2018 con il Psol, ha identificato i due indios uccisi come Raimundo Bernice Guajajara e Firmino Silvino Guajajara, spiegando che stavano tornando in motocicletta da una riunione sulla difesa dei diritti degli popoli nativi.

Secondo la Società del Maranhao sui diritti umani sono 13 gli indigeni assassinati nello Stato negli ultimi 4 anni in conflitti con tagliatori di legna e persone che hanno invaso illegalmente la riserva. Le organizzazioni per i diritti umani imputano la responsabilità dell'aumento degli attacchi alle posizioni e politiche del governo del presidente Jair Bolsonaro, favorevole allo sfruttamento dell'Amazzonia e alla nuova delimitazione delle terre indigene.

"Sono dispiaciuto per l'attentato, accaduto nel Maranhao, terminato con due indios Guajajara uccisi e due feriti. Non appena saputo degli spari, il Funai è stato al villaggio a occuparsene, con le autorità del governo del Maranhao", ha scritto su Twitter il ministro della Giustizia, Sergio Moro. Il Funai è la Fondazione nazionale dell'indio, organo governativo che si occupa delle politiche su indigeni e terre dei nativi. "La polizia federale ha già inviato una squadra sul posto e indagherà il crimine a la sua motivazione. Valuteremo la possibilità di inviare squadre della forza nazionale nella regione", ha aggiunto. Sul posto è stato inviato anche personale della segreteria dei diritti umani del Maranhao.

di Monica Ricci Sargentini

domenica 8 dicembre 2019

Napoli - Presentazione del libro "Liberi dentro - Cambiare è possibile anche in carcere"

Blog Diritti Umani - Human Rights
Napoli
Rassegna "I mercoledì Sant'Egidio"
La Quinta Municipalità e la Comunità di Sant'Egidio

Mercoledì 11 dicembre 2019 - ore 18,00
Sede della 5° Municipalità 
Via Morgen, 84

Presentazione del Volume:
"Liberi dentro
Cambiare è possibile anche in carcere"
Infinito Edizioni
Con l'autore: Ezio Savasta

Le difficoltà, le speranze, la violenza, le delusioni, 
la rabbia, la gioia, della vita in carcere



Ungheria - Il bavaglio di Orban. La censura si abbatte su Amnesty e Human Right Watch e somiglia a quella del periodo comunista

Huffpost
Il governo ungherese silenzia le voci delle Ong. Amnesty: "Sistema mediatico da regime comunista, non da Paese Ue". Come funziona la macchina della propaganda.
“Siamo diventati il nemico pubblico numero uno”. Mentre i telefoni non smettono di squillare nel suo ufficio a Budapest, lo chiosa con certezza netta Demeter Aron, rappresentante di Amnesty International Ungheria, organizzazione finita insieme a Human Right Watch, ancora una volta, nell’inesorabile mirino censorio del governo Orban. 

Il quotidiano ungherese Nepszava pochi giorni fa ha riportato che alla MTVA, agenzia sotto controllo governativo, con una comunicazione interna è stato vietato ai giornalisti di pubblicare o citare report delle due organizzazioni riguardo le violazioni dei diritti umani nel Paese.

Un argomento dopo l’altro, lo spazio per il libero dibattito in Ungheria “si restringe dal 2016, anno della crisi migratoria. Gli spazi di critica al potere si stanno definitivamente contraendo. Non siamo in una situazione paragonabile a quella vissuta nel Paese di Putin o Erdogan, ma la nostra attività è impedita in molti modi: è veramente dura per noi lavorare qui se consideriamo che stiamo parlando di uno Stato europeo”, continua Aron parlando all’HuffPost. Una notizia alla volta, tutte le informazioni avverse al partito di Orban, Fidesz, vengono obliate, secretate o cancellate, insieme a quelle negative in arrivo da Mosca o Istanbul, Paesi alleati.

Aron non vede alcun miglioramento immediato all’orizzonte: “Il super potere del Governo sulla stampa non cambierà a breve”. L’ecosistema mediatico magiaro, mai così stretto nella morsa della sorveglianza governativa dagli anni ’90 e dalla caduta dell’Unione Sovietica, ormai “assomiglia a quello comunista, per il livello di controllo esercitato” ha detto Zselyke Csaky, analista della Freedom House Europa e Eurasia.

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sabato 7 dicembre 2019

Yemen, se la guerra finisse adesso i bambini soffriranno per 20 anni fame e povertà.

Asia News
Il costo del conflitto pari a 29 miliardi di dollari per la comunità internazionale in termini di aiuti. Secondo il rapporto Irc è la nazione in cui un più alto numero di persone sperimenta insicurezza alimentare. Miliband: la situazione attuale specchio di anni di “impunità” e di sostegno delle potenze occidentali.

Sana’a  - Almeno 20 anni: è questo il tempo che servirà, se la guerra dovesse finire oggi e così non sembra, ai bambini nello Yemen per tornare al livello di malnutrizione “minore” fatto registrare prima dell’inizio del conflitto. È un quadro allarmante, quello che emerge dall’ultimo rapporto - pubblicato in questi giorni - dall’International Rescue Committee (Irc), secondo cui il conflitto nel Paese arabo costerà, se dovesse continuare per altri cinque anni, almeno 29 miliardi di dollari alla comunità internazionale in risorse e aiuti umanitari.

Intitolato “La guerra distrugge i nostri sogni”, il documento di 20 pagine conferma che lo Yemen è oggi la nazione al mondo in cui un numero più vasto di persone vivono una situazione di insicurezza alimentare. E la situazione appare in continuo peggioramento: meno di un anno si è parlato di carestia per alcune aree del Paese e sono i più piccoli a subirne gli effetti peggiori.

La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti.

Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”. Circa 24 milioni di yemeniti (pari all’80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria e 16 milioni vivono sull’orlo della soglia di povertà. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.

Secondo il rapporto il conflitto non ha diminuito l’influenza iraniana; anzi, esso avrebbe rafforzato le posizioni separatiste e destabilizzato ancor più la regione, creando al contempo maggiore insicurezza anche in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau). Ripercussioni si sono registrate anche a livello globale in termini di scorte energetiche e diffusione di gruppi terroristi, fra i quali al-Qaeda e l’Isis.

Le “terribili” previsioni odierne, afferma il presidente e Ceo Irc David Miliband, sono specchio e costo di anni di “impunità”. Ciò che è peggio, aggiunge, “è che la guerra in Yemen si è perpetrata con il sostegno attivo sul piano militare e diplomatico di Stati Uniti, Regno Unito e altre potenze occidentali”. 

I soli aiuti umanitari, conclude, “non possono risolvere questa situazione di malessere” ed è oggi più che mai necessaria una forte “azione diplomatica” a sostegno dei negoziati.

Il carcere? Pieno di emarginati, non di corrotti, evasori e bancarottieri. Recensione dei libri: "Liberi dentro" , "La coscienza e la legge", "Giustizia roba da ricchi"

Globalist
Tre libri inquadrano la forte ingiustizia del sistema carcerario, chi finisce dietro le sbarre e le possibilità di cambiare. Contro chi predica odio e vendetta

Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la “centralità” della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto insieme a Raffaele Cantone, La coscienza e la legge (Laterza 2019, pp. 169, € 16.00).

Malgrado il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente. Eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Cost.)», definendo, inoltre, la proporzionalità della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza l’imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l’assenza di qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la privazione dell’affettività, etc.

Paglia: detenuti dimenticati e abbandonati
Occorre rispettare tali indicazioni per restituire al carcere quel “senso di umanità” di cui, appunto, parla esplicitamente la Costituzione e che permette – osserva giustamente Paglia - «di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione». Tanti detenuti – ricorda Paglia - sono per lo più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che l’inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano l’affermarsi della giustizia.
È opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Sono poche parole che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù – seguendo la narrazione dei Vangeli – visse in prima persona le esperienze dei perseguitati dalla “giustizia” umana, fino alla condanna a morte pur essendo innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: «Gesù fece esperienza della rappresaglia e dell’arresto, provò l’angoscia sino a sudare sangue, subì l’arresto, la detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due compagni di croce».

Pazé: patrie galere per gli emarginati, meno per bancarottieri, evasori e corrotti
Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che – s’intende – di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione: per essi l’unica sanzione è la parcella dell’avvocato.
Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati «di strada», abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre – denuncia Elisa Pazénel suo volume Giustizia. Roba da ricchi (Laterza, 2017, pp. 144, € 14.), in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte ‘antisociali’ dei poveri - «debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni – aria, acqua, suolo – che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno».

Quando vanno in galera i poveri «nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la «giustizia ad orologeria», la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia».

Savasta: cambiare è possibile anche in carcere
Sull’umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere (Infinito Edizioni, 2019, pp. 180, € 14,00). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell’incredibile, l’autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi.

Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull’amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l’autore che viene “dalla libertà”. Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant’Egidio all’esterno del carcere).
In tal senso, il libro di Savasta non è un libro “tecnico”, per addetti ai lavori, anzi. È veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere. Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli.

La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una “discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.

Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: «Che corteo!».
Antonio Salvati

venerdì 6 dicembre 2019

Migranti - Emergenza umanitaria lungo la rotta balcanica. Sono migliaia al freddo e al gelo. Condizioni disumane dentro il campo profughi di Vucjak in Bosnia.

Rai News 24
Nonostante le richieste di trasferimento prima dell'arrivo dell'inverno, centinaia di migranti sono ancora bloccati in una tendopoli improvvisata vicino a Bihac nella Bosnia nordoccidentale mentre un'ondata di gelo e neve imperversa sulla regione.

Con le tende che si piegano sotto il peso della neve, i migranti nel campo di Vucjak vicino alla città bosniaca di Bihac accendono fuochi e si avvolgono i coperte per cercare di rimanere asciutti e al caldo. 

Dall'interno delle tende dove il fumo dei fuochi accesi appesantisce l'aria si sentono i colpi di tosse. Fuori dalle tende, l'accampamento è un pantano e i migranti, alcuni con le ciabatte, camminano nel fango. "Questo posto non va bene", dice Tisham Hadi, 21 anni del Pakistan. 

"Nella mia tenda non ho nemmeno lo spazio per dormire." Le istituzioni internazionali e le organizzazioni umanitarie hanno ripetutamente chiesto che il campo di Vucjak fosse chiuso. 

Non ha strutture e si trova in una ex discarica presso un ex campo minato della guerra in Bosnia del 1992-95. Le autorità di Bihac hanno allestito il campo in emergenza per accogliere migliaia di persone rimaste bloccate nel Paese balcanico mentre cercavano di raggiungere Europa occidentale. 

La maggior parte dei migranti si accalca nell'angolo nord-occidentale della Bosnia perché confina con la Croazia, Stato membro dell'Unione Europea. Arrivano lì dopo aver viaggiato attraverso la cosiddetta rotta dei Balcani dalla Grecia, attraverso la Macedonia del Nord, la Bulgaria, la Serbia e il Montenegro. 

Gli operatori umanitari avvertono che i migranti saranno in pericolo di vita se rimangono nel campo di Vucjak durante l'inverno. Dragan Mektic, ministro dell'Interno bosniaco, ha annunciato che la nuova struttura per i migranti vicino a Sarajevo non sarà pronta prima di 20 giorni. Hadi racconta che ha cercato di andare in altri due campi di migranti a Bihac, messi meglio di Vucjak, ma che non c'era posto.

Photo gallery Rai News 24

martedì 3 dicembre 2019

Il Papa accoglie 43 profughi dall'isola di Lesbo - Portati in Italia da card. Krajewski. Ospitalità con S.Egidio

AnsaMed
Città del Vaticano - Oggi l'elemosiniere del Papa, card. Konrad Krajewski, su mandato di Francesco, si è recato nell'isola greca di Lesbo insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio, e rientrerà in Italia mercoledì con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico.

L'operazione si concluderà in dicembre, quando altri 10 profughi saranno accompagnati in Italia, dando così inizio alle procedure per la richiesta di protezione internazionale. L'accoglienza dei profughi sarà a carico della Santa Sede, tramite l'Elemosineria, e della Comunità di Sant'Egidio.


Un comunicato dell'Elemosineria apostolica ricorda che Papa Francesco, in occasione del suo viaggio all'isola di Lesbo nell'aprile 2016, aveva portato con sé in Italia tre famiglie siriane richiedenti asilo, di cui la Santa Sede si assunse l'onere di accoglienza e di sostentamento, mentre l'ospitalità e il percorso di integrazione vennero seguiti dalla Comunità di Sant'Egidio. 

Nello scorso mese di maggio, a tre anni da quell'evento, il Papa ha chiesto all'elemosiniere di tornare nell'isola per rinnovare la solidarietà al popolo greco e ai profughi e, anche in questa occasione, ha espresso il desiderio di compiere un ulteriore gesto di solidarietà e ospitare un gruppo di giovani profughi e alcune famiglie provenienti dall'Afghanistan, dal Camerun e dal Togo.

"Dopo un intenso periodo di trattative ufficiali tra gli organismi competenti al fine di realizzare questo nuovo corridoio umanitario, il Ministero dell'Interno della Repubblica Italiana ha dato l'assenso definitivo a svolgere l'operazione", riferisce la nota. Pertanto oggi, 2 dicembre, l'elemosiniere Krajewski si è recato nuovamente nell'isola di Lesbo, insieme ad alcuni responsabili della Comunità di Sant'Egidio e rientrerà poi in Italia il prossimo 4 dicembre con un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico".

La Comunità di Sant'Egidio è "felice di ospitare i profughi che Papa Francesco ha deciso di portare in salvezza con un corridoio umanitario da Lesbo, attraverso l'Elemosineria Apostolica, e di facilitarne l'integrazione in Italia", afferma la Comunità in una nota, sottolineando che l'accoglienza a 33 rifugiati di diversa nazionalità, così come quella prevista per altri 10 nei prossimi giorni, "ha l'obiettivo di offrire un futuro a chi vive - molti ormai da lungo tempo - nei campi profughi nell'isola greca".

Dopo la visita dello scorso maggio con l'Elemosineria Apostolica, Sant'Egidio aveva organizzato d'estate (tra luglio e agosto) una presenza di volontari a Lesbo e a Samos per manifestare, attraverso numerose iniziative, la sua solidarietà ai profughi presenti nelle due isole. 

Alle 10.30 di mercoledì 4 dicembre è previsto un benvenuto ai profughi in arrivo da Lesbo e una conferenza stampa all'aeroporto di Fiumicino: interverranno il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio.

Migranti, sentenza del Tribunale: "I respingimenti sono illegali e possono chiedere risarcimento e domanda di asilo"

La Repubblica
I respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto a presentare domanda di protezione internazionale in quel Paese. 


E’ una sentenza importante quella emessa nei giorni scorsi dal tribunale civile di Roma che, accogliendo un ricorso dell’Asgi e da Amnesty international Italia, ha deliberato che un gruppo di migranti soccorsi da una nave militare italiana nel 2009 e respinti hanno diritto al risarcimento del danno e all’ ingresso in territorio italiano per presentare domanda di asilo.

I fatti sono del 27 giugno 2009 quando un gommone con 89 persone a bordo (quasi tutti eritrei) partito dalla Libia fu intercettato da una nave militare italiana con il motore in avaria ma i migranti vennero tutti riportati in Libia. 

Nel 2016 per loro conto Asgi e Amnesty international Italia hanno presentato ricorso al tribunale civile di Roma che il 28 novembre scorso ha emesso questa sentenza destinata a costituire un importante precedente. 

Alessandra Ziniti

lunedì 2 dicembre 2019

In Iran 40 anni di repressione, pena di morte anche per i ragazzini. Ne sono stati uccisi 140 dall'anno 2000

Il Riformista
Il popolo iraniano è oggi protagonista delle cronache per le rivolte che si sono estese a oltre 130 città a causa dei rincari del costo della benzina. Ci giungono notizie di centinaia di morti e migliaia di feriti per la cieca repressione in atto da parte dei Pasdaran, complice il black-out di internet e delle comunicazioni imposto dal regime.


A ben vedere, in Iran la repressione è in atto da quarant'anni, da quando, nel 1979, la rivoluzione komeinista ha portato al potere un regime teocratico che ha fatto della sistematica violazione dei diritti umani la leva del suo dominio. [...]

Nel 2019, sono stati impiccati almeno 6 minorenni al momento del fatto secondo quanto riportato da fonti non-ufficiali. Erano stati 7 nel 2018 (comprese due ragazze per l'omicidio del marito che erano state costrette a sposare a 13 e 15 anni), 5 nel 2016, 3 nel 2015 e almeno 17 nel 2014. La Fondazione Abdorrahman Boroumand ha documentato almeno 140 esecuzioni di minorenni in Iran dall'inizio del 2000. Nel Rapporto ufficiale dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l'Iran Javaid Rehman, reso pubblico lo scorso 23 ottobre, vi sarebbero almeno 90 minorenni nei bracci della morte iraniani.

L'Iran primeggia anche tra quei pochi altri Paesi in cui negli ultimi sei anni abbiamo registrato esecuzioni di minori, con un numero di ragazzi impiccati che è più del doppio di quanti mandati al patibolo da Arabia Saudita, Pakistan, Sudan del Sud e Yemen messi insieme. In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d'età.

A seguito delle richieste della comunità internazionale, il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale - approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell'aprile 2013 - abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni. Tuttavia, ai sensi degli articoli 145 e 146 del nuovo codice penale, l'età della responsabilità penale è ancora quella della "pubertà", cioè nove anni lunari per le ragazze e quindici anni lunari per i ragazzi.

Quindi, l'età della responsabilità penale non è cambiata affatto nel nuovo codice penale. Per i reati Hudud, come sodomia, stupro, fornicazione, apostasia, consumo di alcool per la quarta volta, moharebeh (fare guerra a Dio) e i reati Qisas, come l'omicidio, resta per i giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte. Sento dire che di fronte alle proteste di piazza c'è il rischio che alle prossime elezioni si affermino le forze conservatrici.
[...]


Elisabetta Zamparutti

Corridoi Umanitari. Dal caos libanese 113 profughi siriani al sicuro in Italia grazie al progetto di Sant'Egidio, Fcei e Tavola Valdese

Avvenire
Arrivati a Fiumicino i richiedenti asilo salvati. L'abbraccio dei familiari già integrati.
Tremila profughi in tre anni in Europa, arrivati in piena sicurezza, seguiti in un percorso di integrazione diffuso sui territori da comunità, parrocchie, associazioni. Il modello dei corridoi umanitari - lanciato dalla Comunità di Sant'Egidio, Federazione chiese evangeliche in Italia (Fcei) e Tavola valdese - giunge a quota 1.800 in Italia, ma si è diffuso anche in Francia, Belgio, Andorra e prossimamente arriverà in Germania.


In Europa sono complessivamente 3.000, grazie all'ultimo gruppo sbarcato questa mattina all'aeroporto di Fiumicino: 113 richiedenti asilo, tra cui 30 minori, salvati dai campi del Libano, paese a sua volta sull'orlo della guerra civile. 


Originari di Aleppo, Homs, Idlib, le famiglie andranno un po' in tutta Italia: da Roma a Meta di Sorrento, da Genova a Vico Equense, da Sassari, a Formia. E poi Cattolica, Napoli, Pontassieve, Firenze, Luserna, Fossano, Pisa, Pesaro, Pinerolo, Trento, Reggio Calabria, Butrio... Nell'Italia che apre le porte e che aiuta.

Un modello di successo, lanciato a inizio 2016 - e riproposto dalla Cei assieme a Sant'Egidio con un corridoio attivo in Etiopia per i profughi di Eritrea, Somalia, Sud Sudan - e totalmente autofinanziato dalle chiese cristiane che lo gestiscono. 

domenica 1 dicembre 2019

Iraq, le rivolte di piazza come una guerra civile: 400 morti in due mesi

Il Dubbio
Il 28 novembre l’assalto al consolato iraniano di Najaf. Le proteste, nate contro il caro vita e la corruzione, ora si spostano contro Teheran e la sua influenza politica e militare sul paese arabo.


Dopo quasi due mesi di proteste anche violente che hanno causato quasi 400 morti, nuovi scontri e nuove vittime si sono registrate in Iraq, dove un ulteriore salto di qualità si è determinato con l’assalto al consolato iraniano di Najaf. 


Gli scontri più violenti si sono accesi a Najaf e Nassiriya, oltre che a Baghdad. Siamo nell’area sciita, eppure da un po’ di tempo nel mirino degli iracheni c’è l’Iran con la sua influenza crescente sul paese mesopotamico. Najaf è uno dei centri più sacri e importanti dell’islam sciita iracheno, e qui si è sempre vissuto un rapporto altalenante col primo paese sciita al mondo, l’Iran.

Accanto alle affinità e al sostegno anche politico del recente passato, infatti, c’è anche una rivalità etnica tra arabi e persiani e religiosa per la guida del mondo sciita. Così dal 1 ottobre le proteste contro il carovita e la corruzione hanno preso di mira l’attuale governo iracheno. Questo è stato sul punto di dimettersi, ma poi in suo sostegno è intervenuto l’Iran che blindato il premier Adel Abdul Mahdi, e a quel punto la rabbia dei manifestanti si è diretta anche contro Teheran. Anche perché nel frattempo milizie sciite filo iraniane hanno a più riprese avuto responsabilità nella morte di diversi manifestanti iracheni.

Un bilancio che ormai ha quasi raggiunto i 400 morti ufficiali, fra cui le 14 vittime di ieri a Nassiriya, dove si sono registrati almeno 70 feriti quando prima dell’alba le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti. A Najaf, invece, è stato assaltato il consolato iraniano, e le forze armate hanno annunciato la creazione di un’unità di crisi per ripristinare l’ordine.

Una folla di manifestanti ha dato alle fiamme il consolato di Teheran, urlando «l’Iran fuori dall’Iraq». Le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni e pallottole vere per disperdere i dimostranti, due dei quali sarebbero rimasti uccisi. Il personale diplomatico iraniano era stato evacuato prima dell’attacco. Da Teheran è arrivata la condanna per l’assalto, e la richiesta di punire i responsabili. Il ministero degli Esteri dell’Iraq ha subito condannato l’attacco affermando che esso mira a danneggiare ‘ i rapporti storici dell’Iraq con l’Iran’.

Valerio Sofia