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sabato 7 dicembre 2019

Il carcere? Pieno di emarginati, non di corrotti, evasori e bancarottieri. Recensione dei libri: "Liberi dentro" , "La coscienza e la legge", "Giustizia roba da ricchi"

Globalist
Tre libri inquadrano la forte ingiustizia del sistema carcerario, chi finisce dietro le sbarre e le possibilità di cambiare. Contro chi predica odio e vendetta

Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la “centralità” della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L’indifferenza (o l’ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto insieme a Raffaele Cantone, La coscienza e la legge (Laterza 2019, pp. 169, € 16.00).

Malgrado il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente. Eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Cost.)», definendo, inoltre, la proporzionalità della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza l’imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l’assenza di qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la privazione dell’affettività, etc.

Paglia: detenuti dimenticati e abbandonati
Occorre rispettare tali indicazioni per restituire al carcere quel “senso di umanità” di cui, appunto, parla esplicitamente la Costituzione e che permette – osserva giustamente Paglia - «di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione». Tanti detenuti – ricorda Paglia - sono per lo più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che l’inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano l’affermarsi della giustizia.
È opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi» (Matteo 25,36). Sono poche parole che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù – seguendo la narrazione dei Vangeli – visse in prima persona le esperienze dei perseguitati dalla “giustizia” umana, fino alla condanna a morte pur essendo innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: «Gesù fece esperienza della rappresaglia e dell’arresto, provò l’angoscia sino a sudare sangue, subì l’arresto, la detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due compagni di croce».

Pazé: patrie galere per gli emarginati, meno per bancarottieri, evasori e corrotti
Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che – s’intende – di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione: per essi l’unica sanzione è la parcella dell’avvocato.
Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati «di strada», abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre – denuncia Elisa Pazénel suo volume Giustizia. Roba da ricchi (Laterza, 2017, pp. 144, € 14.), in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte ‘antisociali’ dei poveri - «debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni – aria, acqua, suolo – che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno».

Quando vanno in galera i poveri «nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la «giustizia ad orologeria», la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia».

Savasta: cambiare è possibile anche in carcere
Sull’umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere (Infinito Edizioni, 2019, pp. 180, € 14,00). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell’incredibile, l’autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane “Regina Coeli” e “Rebibbia”, realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi.

Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull’amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l’autore che viene “dalla libertà”. Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c’è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant’Egidio all’esterno del carcere).
In tal senso, il libro di Savasta non è un libro “tecnico”, per addetti ai lavori, anzi. È veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere. Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli.

La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una “discarica sociale” di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l’extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.

Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: «Che corteo!».
Antonio Salvati

venerdì 22 febbraio 2019

In Egitto 9 esecuzioni capitali, 15 a febbraio. La «giustizia» di al-Sisi: processi di massa e confessioni sotto tortura.

Il Manifesto
La «giustizia» al tempo di al-Sisi. Processi di massa e confessioni estorte con la tortura. Vertiginoso aumento delle impiccagioni dal golpe del 2013. Le ultime eseguite a pochi giorni da attacchi jihadisti in Sinai, un osso per l'opinione pubblica



Sono stati impiccati il 20 mattina in una prigione del Cairo: i nove prigionieri uccisi ieri dal regime egiziano sono solo gli ultimi di una campagna di esecuzioni che ha raggiunto un nuovo apice nelle ultime settimane. 


A guardarne in foto i volti giovani e sorridenti, lo zainetto in spalla, Ahmed Wahdan, Abul Qassem Youssef, Ahmed Gamal Hegazy, Mahmoud al-Ahmady, Abu Bakr Abdel Megid, Abdel Rahman Soliman Kahwash, Ahmed al-Degwy, Ahmed Mahrous e Islam Mekkawy non sembrano affatto gli spietati esecutori di un omicidio.

Sono stati accusati, sulla base solo delle loro confessioni sotto tortura, di aver pianificato ed eseguito l’assassinio dell’ex procuratore generale Hisham Barakat, ucciso nel giugno 2015 da un’autobomba. Alle famiglie, dice il loro legale, è stato comunicato la notte precedente ma non è stato dato il permesso (un diritto sancito) di far loro visita: venite a prendervi i corpi in obitorio, il messaggio.

Dubbi sulla loro colpevolezza erano stati sollevati su Facebook dalla figlia dello stesso Barakat, Marwa, la notte prima delle impiccagioni: «Questi giovani non sono i killer di mio padre, moriranno ingiustamente». Un post poi sostituito da uno di tutt’altro tenore con il fratello di Marwa che si affrettava a parlare di un hacker infiltrato nel suo profilo Fb.

Qualunque sia l’opinione della famiglia dell’ex procuratore, restano i corpi dei nove giovani. Che si aggiungono a quelli dei sei giustiziati nelle ultime due settimane, denuncia il gruppo contro la pena di morte Reprieve: tre accusati dell’omicidio di un funzionario di polizia e tre per quello del figlio di un giudice, entrambi nel settembre 2013, un mese dopo il massacro di Rabaa (un migliaio di sostenitori del deposto presidente Morsi uccisi dalle forze armate egiziane).

Tutte e tre le ultime esecuzioni sono avvenute a pochi giorni da attacchi islamisti in Sinai contro l’esercito, a sancire quella che sembra un osso da lanciare all’opinione pubblica.

«Le esecuzioni sono salite alle stelle – dice la direttrice di Reprieve, Maya Foa – tra abusi diffusi, violazioni giudiziarie, torture, confessioni false e l’uso ripetuto di processi di massa». In sintesi il sistema giudiziario plasmato dall’ex generale al-Sisi dopo il golpe del luglio 2013. A condannare le ultime esecuzioni è stata Amnesty, il giorno prima, sperando di fermare il boia: «Giustiziare prigionieri o condannarli sulla base di confessioni estratte con la tortura non è giustizia», il commento di Najia Bounaim, direttrice di Ai per il Nord Africa.

Dal luglio 2013 le corti militari e civili egiziane hanno condannato a morte 1.451 persone, per lo più membri (o sospetti tali) dei Fratelli musulmani, alla fine di processi di massa che violano i principi standard di equità e spesso sulla base di confessioni estorte e di detenzioni cautelari lunghe anni. Di queste, secondo Reprieve, ne sono state eseguite 83 tra gennaio 2014 e febbraio 2018. Più alti i numeri forniti dal database della Cornell Law School, costruito sulla base dei report di organizzazioni per i diritti umani: dal 2013 sono stati uccisi almeno 143 condannati a morte; tra il 2007 e il 2012 se ne contarono 12.

Non solo pena di morte: la scorsa settimana delle 156 persone condannate da una corte militare 26 erano minori al tempo dell’arresto, nel 2014. Dopo quasi cinque anni di detenzione cautelare, a ragazzini che all’epoca avevano tra 14 e 17 anni sono state comminate pene dai tre ai cinque anni di prigione, in violazione della legge egiziana che proibisce l’arresto sotto i 15 anni di età e impone il giudizio da parte di una corte minorile. Dal luglio 2013 sono stati detenuti in Egitto quasi 3.200 minori.

mercoledì 12 settembre 2018

Ingiusta detenzione. Accertati 158 innocenti in carcere nel 2107. 8 milioni di risarcimenti

Corriere della Sera
Malagiustizia, quanto costi allo Stato? Gli indennizzi pagati per ingiusta detenzione hanno raggiunto cifre record. La media nazionale è di oltre mille indennizzi annui, per una spesa superiore ai 29 milioni di euro. Cifre record a Catanzaro, che nell'ultimo anno ha registrato 158 casi costati 8 milioni e 600mila euro.



Tra le prime dieci, Reggio Calabria con un milione 39mila euro. I dati sono stati forniti a metà agosto dalla commissione Giustizia, dove il sottosegretario Vittorio Ferraresi ha risposto a un'interpellanza del deputato di Forza Italia Enrico Costa. A mettere i soldi è il ministero del Tesoro, che ha una procedura di pagamento specifica prevista per questi casi.

"Il fenomeno - ha detto il rappresentante del governo - è costantemente monitorato dal ministero". Un'attività che avviene "attraverso le periodiche ispezioni ordinarie nel corso delle quali si sottopone a un approfondito scrutinio tutta l'attività svolta dai magistrati".
Paola D'Amico

domenica 29 luglio 2018

Aprilia, lo credono un ladro: marocchino di 43 anni inseguito e pestato a morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Pubblicano con molta preoccupazione questa notizia che conferma il clima avvelenato che si è diffuso nel paese, si moltiplicano episodi sempre più gravi in cui sono vittime sopratutto i migranti.
Non ci dimentichiamo che la pena, in uno Stato di diritto, viene comminata dalla magistratura dopo un regolare processo e ... non è prevista la pena di morte per nessun reato e tanto meno per un tentato furto. Non è consentito farsi "giustizia" da sé  e tantomeno mettere in opera un linciaggio. 

La Repubblica
Due uomini di 40 anni sono stati denunciati dai carabinieri per omicidio preterintenzionale. Convinti che l'uomo alla guida di un'auto sottocasa volesse rubare, gli hanno dato la caccia e ucciso.



Aprilia - Inseguito e pestato a morte. La caccia ad un uomo, presunto ladro, è sfuggita di mano la notte scorsa ad Aprilia, nel nord della provincia di Latina, e i giustizieri della porta accanto si sono all'improvviso trasformati in assassini. Ne sembrano convinti i carabinieri, che dopo alcune indagini hanno denunciato due uomini di 40 anni, del posto, ipotizzando l'omicidio preterintenzionale.

A far scattare la giustizia fai da te sarebbe stata un'auto, una Renault Megane che si aggirava attorno alle 2 in via Guardapasso, una zona periferica. I residenti, sicuri che si trattasse di ladri, hanno prima dato l'allarme al 112 e poi, senza aspettare l'arrivo di una pattuglia, si sono messi direttamente all'inseguimento dell'utilitaria. Il conducente della Megane, dopo aver tentato la fuga, è finito fuori strada nei pressi di via Nettunense e quando i militari dell'Arma sono giunti sul posto vicino all'auto hanno trovato il corpo senza vita di un uomo di 43 anni, di nazionalità marocchina, con attrezzi da scasso in uno zaino.

Visionate le immagini di alcune telecamere di sorveglianza e convinti alcuni testimoni a parlare, i carabinieri ritengono che il presunto ladro sia stato aggredito e ucciso. Sono così scattate le due denunce a piede libero. Uno degli indagati era rimasto sul luogo della tragedia, mentre l'altro si è infine costituito.

domenica 9 luglio 2017

Turchia, centinaia di migliaia in piazza a Istanbul per la "giustizia" e contro Erdogan

La Repubblica
La manifestazione, la più grande organizzata dall'opposizione dal 2013, conclude la marcia partita da Ankara il 15 giugno. Il leader del Chp: "Questo è il giorno della rinascita. Romperemo i muri della paura"

Istanbul - Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a Istanbul per la manifestazione che conclude la "marcia per la giustizia" partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del Partito repubblicano del popolo (Chp), principale forza di opposizione al presidente Recep Tayyip Erdogan.


La "marcia per la giustizia" è stata organizzata per protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu, condannato a 25 anni di detenzione per aver fornito informazioni riservate al quotidiano d'opposizione Cumhurriet. 

Alla testa della marcia il leader del partito, Kemal Kilicdaroglu, che alla manifestazione nel quartiere di Maltepe ha esortato la folla a proseguire nella battaglia:
"Che nessuno pensi che questa sarà l'ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita. Abbiamo marciato per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell'esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura". 
 E la folla l'ha più volte interrotto al grido di "Diritti, legalità, giustizia".

La più grande manifestazione organizzata dall'opposizione contro il governo di Erdogan dal 2013 a questa parte si è svolta su una grande spianata non lontana dal carcere in cui è detenuto Berberoglu, a conclusione della marcia di circa 450 chilometri che ha attraversato la Turchia senza insegne di partito e con "Giustizia" come unica parola d'ordine, richiamando sempre più gente a ogni tappa. Come chiesto da Kilicdaroglu, i dimostranti avevano soltanto bandiere turche, ritratti di Ataturk, il padre fondatore della repubblica turca moderna e laica, e cartelli che invocavano "giustizia".

Il governo ha cercato di minimizzare la portata della marcia, con il primo ministro Binali Yildirim che venerdì ha detto con disprezzo che cominciava a "diventare seccante". Erdogan, da parte sua, ha accusato Kilicdaroglu di schierarsi con i "terroristi" e l'ha avvertito che potrebbe andare incontro a guai giudiziari. 

Ma le autorità non hanno vietato né la marcia né la grande manifestazione sulla spianata di Maltepe, intorno alla quale sono stati schierati circa 15 mila agenti.

L'opposizione denuncia da tempo la deriva autoritaria di Erdogan, accentuatasi dopo il fallito golpe di un anno fa e dopo la schiacciante vittoria del presidente nel referendum dello scorso aprile, che ha rafforzato i poteri del capo dello stato.

I numeri della repressione sono impressionanti: circa 50 mila le persone arrestate e più di 100 mila licenziate o sospese dal lavoro. 

L'ultima mossa della polizia che ha fatto notizia in tutto il mondo è di mercoledì scorso, quando sono stati arrestati otto attivisti del movimento per i diritti umani, tra i quali la direttrice di Amnesty International Turchia.

giovedì 15 giugno 2017

Turchia: deputato arrestato, migliaia a 'marcia giustizia' da Ankara a prigione di Istambul

AnsaMed
Opposizione camminerà per 450 km da Ankara a prigione Istanbul



Istanbul - Migliaia di persone si sono riunite stamani in Turchia nel parco Guven di Ankara per l'avvio di una 'marcia per la giustizia' di 450 km che giungerà alla prigione di Maltepe a Istanbul, dove da ieri sera è detenuto Enis Berberoglu, deputato del partito socialdemocratico Chp, principale forza di opposizione al presidente Recep Tayyip
Erdogan. 


Il parlamentare è stato arrestato dopo una condanna in primo grado a 25 anni per "rivelazione di segreto di stato" nel processo sulla fuga di notizie relativa al passaggio di armi in Siria su tir dei servizi segreti turchi nel 2014, reso pubblico l'anno successivo da un'inchiesta del quotidiano Cumhuriyet.
"Stiamo affrontando un regime dittatoriale. Non vogliamo vivere in un Paese in cui non c'è giustizia. Quando è troppo è troppo", ha detto il leader del Chp, Kemal Kilicdaroglu, dando il via alla marcia con in mano un cartello con la scritta "giustizia".
Secondo Hurriyet, l'arrivo dei manifestanti a Istanbul è previsto tra 24 giorni.

sabato 23 maggio 2015

Intervista - Paglia: "Romero, una speranza di giustizia, di amore, di pace" - Oggi la beatificazione in San Salvador

Avvenire
Durante la sua ultima visita a El Salvador, la gente gli si accalcava intorno: tutti volevano salutarlo, toccarlo e, soprattutto, dirgli il loro gracias. Era l’11 marzo e l’arcivescovo Vincenzo Paglia era volato nel Paese più piccolo dell’America Latina per annunciare, come postulatore presso la Congregazione delle cause dei santi, la data della beatificazione di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo martire di San Salvador, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava la Messa il 24 marzo 1980. Quasi due mesi dopo, l’atteso giorno è arrivato. Il presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, dunque, è tornato nella nazione per la storica celebrazione, in programma domani, sabato 23 maggio.
Eccellenza, è emozionato?
Direi proprio… Monsignor Romero non ha terminato la Messa il fatidico 24 marzo di 35 anni fa. Anche il funerale è rimasto incompiuto a causa di un attentato. Il 23 maggio ci sarà la conclusione di quelle due Messe interrotte sulla terra, che troveranno il loro compimento nel cielo.

Con il riconoscimento del martirio in «odium fidei» di Romero, il 3 febbraio, il Vaticano ha, in qualche modo, "ampliato" il concetto stesso del termine: l’arcivescovo è stato ucciso da persone che si consideravano formalmente cristiane…
Il martirio di monsignor Romero è il compimento di una fede vissuta nella sua pienezza. Quella fede che emerge con forza nei testi del Concilio Vaticano II. In questo senso, possiamo dire che Romero è il primo martire del Concilio, il primo testimone di una Chiesa che si mescola con la storia del popolo con il quale vivere la speranza del Regno. Una speranza di giustizia, di amore, di pace. In tal senso Romero è un frutto bello del Concilio. Un frutto maturato attraverso l’esperienza della Chiesa latinoamericana che, tra le prime nel mondo, ha cercato di tradurre gli insegnamenti conciliari nella storia concreta del Continente, avendo il coraggio di formulare l’opzione preferenziale per i poveri e di testimoniare, in una realtà segnata da profonde ingiustizie, la via del dialogo e della pace. La Chiesa latinoamericana ha regalato al mondo grandi figure. Per questo mi procura una grande gioia l’inizio della causa di beatificazione di un altro salvadoregno e amico di Romero, padre Rutilio Grande, e del brasiliano Helder Câmara.

Romero martire del Regno e della sua giustizia…
La figura dell’arcivescovo, e in generale dei martiri, ci ricorda Gesù Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore. In Romero tale somiglianza arriva fino al punto di ricordare la scansione temporale della vita di Cristo. Romero, come Gesù, ha vissuto gli ultimi tre anni del suo ministero predicando il Regno e stando vicino ai deboli e ai poveri. Come Gesù è giunto a offrire la sua vita sulla croce, così Romero è giunto a offrirla sin sull’altare. E, come il Signore, Romero ha avuto il cuore trafitto, nel suo caso da un pallottola.

L’annuncio della beatificazione, a marzo, è stato accolto con una travolgente esplosione di gioia dal popolo salvadoregno. Più volte hanno interrotto i suoi discorsi con grida di gioia e canti spontanei. Che cosa l’ha colpita in quell’occasione?
Mi ha profondamente commosso vedere i contadini salvadoregni recarsi ancora oggi sulla tomba del loro arcivescovo, nella cripta della Cattedrale, e parlare con lui come se fosse presente fisicamente. È stata bellissima l’ondata di entusiasmo generale dell’intero Paese. Romero sembra oggi unirli tutti.

Che cosa rappresenta per i salvadoregni la beatificazione di monsignor Romero?
Romero, come il Buon Pastore, non solo raduna le pecore, ma insegna loro ad abbandonare la violenza. Mi riferisco, in particolare, ai giovani delle maras (gang criminali attuali protagoniste dell’attuale mattanza, ndr) con cui l’arcivescovo, se esercitasse adesso il suo ministero episcopale, cercherebbe di trovare un canale di dialogo per convincerli ad abbandonare la violenza e a impegnarsi per una società più giusta e solidale.

martedì 27 gennaio 2015

Tempi della giustizia: in carcere diciannove anni dopo il reato. La storia di Iqbal

Il Fatto Quotidiano
lqbal Muhammad è un signore pachistano che quattro mesi fa, alla soglia dei suoi cinquantasette anni, è stato portato nel carcere romano di Rebibbia per scontare una condanna a oltre nove anni di carcere. Il signor Iqbal è accusato di reati riguardanti un traffico internazionale di stupefacenti. Fin qui niente di strano. Ma si salta sulla sedia leggendo a quando risalgono questi reati. Iqbal entra in carcere per qualcosa che ha commesso diciannove anni prima.

Durante i lunghi anni trascorsi in libertà”, scrive, “oltre certamente a non essermi mai sottratto alla Giustizia come doveroso, ho condotto una vita da cittadino rispettoso, anche per riscattare gli errori del passato che sono certamente innegabili. Non ho più avuto nessun problema con la giustizia, ho lavorato e mi sono dedicato con continuità al volontariato. Vivo da trent’anni in Italia, mia figlia di 26 anni è di cittadinanza italiana. Credo fortemente di essere un uomo diverso, molto diverso da quello tratto in arresto oltre 19 anni fa. Rispetto la giustizia e rispetto le sentenze, ma sommessamente mi interrogo sul significato di una pena così pesante a tanta distanza dai fatti”.
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Come dargli torto? Che senso può avere una pena inflitta con questa tempistica? L’istituto giuridico della prescrizione aveva questa nobile ispirazione: evitare condanne senza senso, che vorrebbero reintegrare nella società qualcuno che ha avuto modo e tempo di integrarsi ben più proficuamente da solo. Invece è stato ridotto a una sfacciata scappatoia per quei colletti bianchi che avevano tempo da perdere e soldi da pagare agli avvocati affinché il tempo si perdesse con i cavilli giusti da loro individuati. Ma invece di pensare ad allungare i tempi di prescrizione, non sarebbe bene pensare ad accorciare quelli dei processi, preoccupazione quest’ultima fatta propria anche dal primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce in apertura dell’anno giudiziario?

Io credo che di fronte a inefficienze giudiziarie come quelle che hanno colpito il signor Iqbal, pur colpevole e pronto a pagare nei tempi in cui ciò era ancora ragionevole, debba intervenire un altro correttivo della giustizia, ben più supremo di quello della prescrizione: la grazia. Il potere sovrano del presidente, di cui la grazia è forse il residuo più appariscente, trova nella vicenda di un cittadino che da vent’anni si comporta in modo onesto, e per il quale dieci anni di carcerazione costituirebbero il percorso diametralmente opposto a quello dell’integrazione sociale, una delle sue massime possibilità di senso.

venerdì 24 ottobre 2014

Giustizia - Unione delle Camere Penali Italiane: dopo le parole di Papa Francesco l'ergastolo va abolito e il 41-bis riformato

Adnkronos
"L'ergastolo deve essere abolito, le carceri devono garantire il rispetto della dignità dell'uomo, il regime carcerario del 41-bis deve essere radicalmente riformato, la custodia cautelare deve essere l'extrema ratio e non l'anticipazione della pena".


È questa la posizione dell'unione camere penali italiane a commento le parole del Papa che condannano ergastolo, carcerazione preventiva e invitano al rispetto di chi subisce "a volte forme di tortura" nella privazione della dignità. Il discorso di Papa Francesco "tocca i temi fondamentali del sistema penale e lo fa come sempre in modo coraggioso e schietto, senza alcuna possibilità di fraintendimento" commentano i penalisti.

"Le parole del Santo Padre esprimono principi da sempre sostenuti dall'unione camere penali, e nei quali essa crede fermamente, che mettono l'uomo, la sua individualità e la sua dignità personale al centro come valore fondante ed imprescindibile di ogni sistema sociale" sottolineano gli appartenenti all'unione camere penali. Su tutti questi temi, concludono i penalisti, "non c'è più tempo da perdere, troppo ne è già stato speso inutilmente e le sofferenze che sono ingiustamente procurate a chi subisce gli effetti e le modalità di pene inique, di carcerazioni inutili, obbligano tutti e ciascuno a rispondere con solerzia e coscienza alle parole illuminate e cariche di umanità del Papa".

domenica 8 giugno 2014

Papa Francesco - Carceri piene di stranieri e poveri anche perché non si possono difendere

La Repubblica
Francesco scrive ad alcuni giuristi: "I più svantaggiati sono più esposti al crimine. I piccoli reati che commettono sono più perseguibili di altri. E aumentare le pene non risolve i problemi sociali"


CITTA' DEL VATICANO - Le carceri, non solo quelle italiane, sono piene di stranieri e poveri, perché gli svantaggiati hanno meno possibilità di difesa giuridica e anche perché questa condizione di bisogno espone al rischio di commettere reati, magari non troppo gravi, ma facilmente perseguibili. Papa Francesco, in un lungo messaggio che ha indirizzato - con insolita procedura - ai partecipanti a due diversi incontri di giuristi latino-americani, unisce quindi la sua voce a quella dei cappellani delle carceri e dei gruppi di volontariato che denunciano questa ingiustzia strutturale.

"Non basta avere leggi giuste". Nel messaggio ai giuristi latino americani denuncia come "non di rado" il reato sia "radicato nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle reti di corruzione e del crimine organizzato", che cerca i propri complici "tra i più forti" e le proprie vittime "tra i più vulnerabili". "Non basta avere leggi giuste" per combattere un tale "flagello", ma "è necessario formare persone responsabili e capaci di attuarle", ha scritto Francesco, che oggi ha incontrato in Vaticano le società sportive che partecipano alla festa promossa dal Centro Sportivo Italiano (Csi) in occasione del settantesimo anniversario della sua fondazione.

"Inasprire le pene non serve". "Fare giustizia", continua Bergoglio, "non è solo punire l'autore di un crimine, né vendicarsi di lui, ma aiutarlo a riabilitarsi dentro di sé e nella società, così come prendersi cura con scrupolo delle vittime. E' un errore identificare la riparazione solo con la punizione, confondere la giustizia con la vendetta, che aumenterebbe solo la violenza, anche se è istituzionalizzata". E inoltre: "Aumentare o inasprire le pene", secondo Francesco, "non risolve i problemi sociali, né porta a una diminuzione dei tassi di criminalità", ma ha importanti e negative "ricadute sociali come le carceri sovraffollate o i prigionieri detenuti senza processo".

I modelli di Francesco. Infine, Francesco suggerisce ai legiferatori di cercare nel Vangelo i modelli da seguire nelle riforme della Giustizia che in molti paesi sono in discussione. Tre modelli, in particolare: il Buon samaritano, il Buon Ladrone e il Buon Pastore, possono essere seguiti per penetrare fin nelle pieghe del diritto e comprendere che amministrare la giustizia è più che mettere le mani sul colpevole ed emettere contro di lui una sentenza.

martedì 17 settembre 2013

Giustizia: innocenti finiti in cella per sbaglio... più di mille l'anno ottengono il risarcimento

Il Tempo
Mettete da parte per un attimo il "fattore B". Dimenticate i guai di Silvio e concentratevi sul problema vero della giustizia, che riguarda tutti noi, cittadini del Belpaese e potenziali vittime di un "errore" che può trascinarci in un'aula di tribunale e poi dietro le sbarre di una cella.

Dal 1989, con l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, a oggi, circa 25 mila italiani (e non) sono stati incarcerati ingiustamente. Per rimborsarli lo Stato ha pagato 550 milioni di euro. Se aggiungiamo altri 30 milioni di risarcimento per errori giudiziari, arriviamo a quasi 600 milioni. Cento abbondanti in più di quanto stanziato giorni fa dal Governo con il "decreto del Fare" per rendere più sicuri i 43mila plessi scolastici italiani e costruirne di nuovi.

Non solo. Bisogna aggiungere le persone alle quali la richiesta di riparazione è stata negata, a volte per un cavillo. Eurispes e Unione Camere Penali parlano di una media di 2.500 domande all'anno di risarcimento per ingiusta detenzione e sottolineano che appena un terzo (800) sono state accolte. Quindi possiamo stimare che da 25.000 casi si arrivi a circa 50.000. Immaginate lo stadio Olimpico: gli innocenti finiti dietro le sbarre ne riempirebbero oltre la metà.

Ma non è un fenomeno degli ultimi 22 anni. Accadeva anche prima e non c'era la legge sulla riparazione di ingiuste carcerazioni (galera preventiva) ed errori giudiziari (sentenza sbagliata). Per il Censis durante la storia repubblicana quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste e sono risultate innocenti. E i giudici raramente hanno pagato.

Dall'entrata in vigore della legge Vassalli (1988), che regolamenta la loro responsabilità civile, le cause contro le toghe sono state 406. Solo 4 concluse con una condanna, meno di una su 100. Le vittime sono sconosciuti e vip, uomini politici e tutori dell'ordine, medici e impiegati, liberi professionisti e, naturalmente, anche magistrati.

Vi racconteremo le loro storie, le sofferenze patite, dalla perdita del lavoro a quella dell'immagine, nel caso di personaggi pubblici. Dopo, a poco servono le smentite e le rettifiche. E perfino i risarcimenti. Perché non è solo una questione di denaro. Quello che resta delle loro esistenze, famiglie, rapporti di amicizia e professionali sono macerie, rovine sulle quali è difficile, a volte impossibile, ricostruire. Vite bruciate. Per uno sbaglio.
[segue]

sabato 14 settembre 2013

I PM ammettono l'errore: "Non è lui il killer". Ma De Luise resta in cella

Il Giornale.it
Condannato a ventidue anni, da sei è detenuto Eppure la stessa procura di Napoli ha chiesto la revisione del processo

Questa è una storia dramma­ti­ca che parla di vicende le­gate alla criminalità orga­nizzata, alla camorra, al traffico di stupefacenti e alle guerre tra faide a Napoli. Una storia che ha come sfondo il profilo peggiore di questa nostra Italia incorniciato nell'incantevole paesaggio parte­nopeo.

Questa è anche la storia di un uo­mo, Giovanni De Luise difeso dall' avvocato Carlo Fabbozzo, prima ac­cusato di essere l'omicida di Massi­mo Marino e poi scagionato dalla stessa procura della Repubblica di Napoli con i pubblici ministeri Le­pore e Castaldi ma ancora oggi do­po otto anni in carcere a Lecce.

La faida vedeva coinvolti alcuni clan camorristici facenti riferime­n­to ai gruppi dei Di Lauro di via Cupa dell'Arco a Secondigliano e degli scissionisti capeggiati dal boss Raf­faele Amato. Era la faida di Scam­pia che da ottobre del 2004 a febbra­io 2005 vide lo svolgersi di una vera e propria mattanza quotidiana a ogni ora del giorno, tra folle terroriz­zate, con l'obiettivo del controllo del traffico di droga. Centinaia di vittime insanguinarono le strade di Scampia; uomini dei clan, familiari in parte vicini alle cosche ma anche vittime innocenti.

Colpire gli innocenti faceva parte di una strategia ben precisa già adottata dalla «Nuova camorra or­ganizzata » di Raffaele Cutolo tesa a costringere gli avversari ad uscire allo scoperto. La faida di Scampia ha inizio il 28 ottobre del 2004 e ha come vittime Fulvio Montanino e Claudio Salerno uccisi dagli scissio­nisti. Poi quotidianamente si spara e si uccide per strada, nelle piazze; cadono tre marescialli dei carabi­nieri­che camminavano in borghe­se nelle vie di Scampia e che furono scambiati per membri di un grup­po rivale. Clamoroso fu il 7 dicem­bre del 2004, quando alle quattro del mattino circa mille uomini del­le forze dell'ordine circondarono Scampia e Secondigliano catturan­do con cinquantun ordini di custo­dia cautelare decine di malavitosi. In quell'occasione le donne del rio­ne «terzo mondo» scesero in piazza aggredendo i poliziotti.

Pochi giorni dopo, l'11 dicembre al­le 16.44 nella Strada Casavatore, fu ucciso Massimo Marino, innocente cugino di Gennaro Marino, ras degli scissionisti. L'omicidio di Massimo Marino per gli investigatori era la ri­sposta dei Di Lauro all'uccisione, av­venuta tre ore prima di Antonio de Luise finito nel mirino degli scissio­nisti. La svolta per queste indagini avviene attraverso le intercettazioni telefoniche. Infatti i carabinieri del­la Dda mettono cimici ovunque per combattere la drammatica faida ca­morristica. Ed è grazie ad una in­tercettazione fat­ta alla sorella di Massimo Mari­no, Cinzia, che i carabinieri arre­stano Giovanni DeLuiseincensu­rat­ofratellodiAn­tonio anche lui vittima della mat­tanza quotidiana.

Cinzia Marino, di­sperata all'obitorio di fronte alla sal­ma del fratello, rivolgendosi a un' amica vede la sagoma di Giovanni De Luise e lo riconosce come il killer del fratello. Giovanni de Luise, fino a quel momento incensurato spedi­zioniere di ventitré anni fu arrestato; movente e testimonianze non lascia­vano spazio ad interpretazioni, era lui l'assassino di Massimo Marino.
Giovanni De Luise viene condanna­to a 22 anni di carcere in via definiti­va. Anche durante il processo le di­chiarazioni testimoniali di Cinzia Marino, sorella della vittima, sono drammatiche e inconsuete. Infatti durante il dibattimento la donna, nell'aula della Corte d'Assise, guar­dando negli occhi Giovanni De Lui­se lo accusa dell'omicidio del fratel­lo.

Cinzia Marino diventa una teste pro­tetta e, in un mondo fatto di omertà, le sue dichiarazioni a viso scoperto appaiono coraggiose e di esempio. Da quel dicembre del 2004 De Luise passa sei anni in carcere, dichiaran­do sempre la propria innocenza, fi­no a quando, all'inizio del 2010, spuntano altri due collaboratori di giustizia; Antonio Prestieri e Anto­nio Pica. Questi, durante un interro­gatorio coperto da omissis, scagio­na­no Giovanni De Luise dall'omici­dio di Massimo Marino. Le dichiara­zioni sono così attendibili che è la stessa Procura di Napoli nel nome del procuratore Giandomenico Le­pore e Stefania Castoldi, a firmare l'istanza di revisione del processo. Un fatto storico, importante e di grande civiltà il mea culpa della Pro­cura che ricono­scendo un errore cerca di porne ri­medio. Tutto que­sto avveniva nell' aprile del 2010.

Oggi a due anni e mezzo da quell' ammissionedier­rore Giovanni De Luise è ancora de­tenuto nel carce­re di Lecce in attesa di giudizio. Non mi sento di esprimere alcun giudi­zio se non quello positivo nei con­fronti di quei pubblici ministeri che cercano di porre rimedio a un errore giudiziario.
Lasciatemi però la possibilità di ri­manere perplesso su un andamen­to giudiziario che vede, a due anni e mezzo dalla richiesta di revisione del processo fatta dalla procura di Napoli, una persona ancora detenu­ta.

giovedì 11 luglio 2013

Papa Francesco abolisce l'ergastolo, ma pene più dure per reati verso minori

La Repubblica
Bergoglio ha adottato un Motu Proprio in materia penale: introdotte figure criminose relative ai delitti contro l'umanità. Le nuove norme si adeguano alle legislazioni internazionali in materia di contrasto del riciclaggio di denaro e del terrorismo e introducono anche nuove fattispecie di delitto come quello di tortura. Prevista la punizione per il genocidio e l'apartheid
CITTA' DEL VATICANO - Niente più ergastolo, ma pene più severe per i reati contro i minori e il riciclaggio. Papa Francesco ha varato un'importante riforma della giustizia penale vaticana (in vigore dal primo settembre), che fino ad oggi era ferma - per molti aspetti - al Codice Zanardelli, adottato nel 1929 all'indomani dei Patti Lateranensi che istituirono la Città del Vaticano. Per questo, ad esempio, Paolo Gabriele, il maggiordomo infedele di Papa Ratzinger, fu giudicato solo per il reato di furto, l'unico applicabile al suo caso nelle norme in vigore che non prevedevano l'attentato alla sicurezza dello Stato.

[...] Continua

giovedì 6 giugno 2013

Commissione Giustizia: accelerato iter del ddl pene alternative

TMNews
"La decisione della capigruppo di questa mattina di calendarizzare il ddl sulle pene alternative al carcere nell`ultima settimana di giugno è una buona notizia. Adesso la commissione Giustizia della Camera lavorerà a ritmi serrati per portare in aula un testo che abbia la più ampia condivisione dei gruppi parlamentari, così da approvarlo in tempi certi". 

Lo ha detto al termine della seduta della commissione Giustizia della Camera la presidente Donatella Ferranti a proposito del provvedimento di cui è relatrice che prevede misure alternative al carcere per chi commette reati con pena massima fino a 4 anni e introduce, per la prima volta nel codice penale, la possibilità della messa alla prova per gli adulti per reati di piccola entità.

"Abbiamo stabilito - rende noto la democratica Ferranti - per martedì prossimo il termine per la presentazione degli emendamenti. Con questo provvedimento si prevedono norme fondamentali per la deflazione dei procedimenti penali che incideranno anche sulla situazione emergenziale delle carceri italiane dove da troppo tempo, e per colpa di politiche securitarie sbagliate, si vive in una condizione inaccettabile per uno stato democratico, in palese violazione del principio costituzionale che garantisce la finalità rieducativa della pena".

mercoledì 29 maggio 2013

Camera - Commissione Giustizia: audizioni su progetto di legge per pene detentive non carcerarie

ASCA
La Commissione Giustizia anche in questa settimana sarà impegnata nella messa a punto della proposta di legge - discussa fino agli ultimi giorni della scorsa legislatura - di delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni per la sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili. 


Un tema sul quale ha molto insistito nei mesi scorsi l’ex Ministro dell’Interno Cancellieri e che viene ora riproposto dalla stessa Cancellieri, in veste di titolare della Giustizia, sollecitando rapide e concrete scelte per attenuare l’emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena. 

Su questa pdl 321, prima firmataria la Ferranti del PD, sono previste audizioni di rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati, di Luciano Panzani, presidente del tribunale di Torino, di Alessandra Salvadori, giudice del tribunale di Torino, di Claudia Cesari, professoressa di diritto processuale penale presso l’Università degli studi di Macerata, di rappresentanti dell’Unione delle camere penali italiane, di Giovanni Tamburino, capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, di Livia Pomodoro, presidente del tribunale di Milano e di Claudio Castelli, presidente aggiunto dell’ufficio Gip del tribunale di Milano.

martedì 30 aprile 2013

Italia - Giustizia: il premier Letta; situazione carceraria è intollerabile... siamo il Paese di Beccaria

ANSA
"La ripresa avverrà anche se i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi delle decisioni della giustizia italiana". Così Enrico Letta, neopremier, alla Camera.
"Tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell'uomo. Ricordiamoci che siamo il Paese di Beccaria. La giustizia deve essere giusta per i cittadini". Lo ha detto il premier Enrico Letta nel suo intervento alla Camera.