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lunedì 6 marzo 2023

Egitto - 15 anni di carcere a Ezzat Ghoniem fondatore di una ong per la difesa dei diritti umani - Pene per altri 14 attivisti

Focus on Africa
Il processo nei confronti di 14 attivisti e difensori dei diritti umani, tra i quali Ezzat Ghoniem, fondatore del Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, è finito come purtroppo si temeva.

Tra i vari imputati, Ezzat Ghoniem è stato condannato a 15 anni. Stessa pena per l’avvocato Muhammad Abu Horeira, dieci anni per la moglie Aishaa al-Shater e per Sumaya Nassef, cinque per l’avvocata Hoda Abdelmoneim.

Il verdetto corrisponde alle politiche criminalizzanti dell’era al-Sisi: chi si occupa di diritti umani è giudicato colpevole di reati quali adesione, finanziamento e sostegno al terrorismo nonché di diffusione di notizie false.

Le udienze del processo, celebrato da un tribunale di emergenza (dello stesso genere di quello che sta processando Patrick Zaki), si sono svolte a porte chiuse all’interno del complesso penitenziario di Badr. Gli avvocati, che non avevano potuto avere accesso agli atti giudiziari nel corso delle indagini, non hanno neanche avuto il permesso di interrogare i testimoni dell’accusa.

Nel processo non si è fatto minimamente cenno alle torture, compresa la violenza sessuale, e alle sparizioni forzate subite dagli imputati, in carcere sin dal 2018. Da quell’anno, nessuno di loro ha potuto vedere i familiari, con l’eccezione di Hoda Abdelmoniem, che li ha incontrati una sola volta.

Riccardo Noury

venerdì 30 aprile 2021

Italia ha esportato nel 2020 quasi 4 miliardi di armi a paesi non UE e Nato. Egitto primo acquirente nonostante violazioni diritti umani e casi Regeni e Zaki

Rete italiana pace e disarmo

La maggioranza delle armi italiane destinate a Paesi non UE e non NATO: tra i primi dieci acquirenti dopo l'Egitto, anche il Qatar, il Turkmenistan e l’Arabia Saudita
Fregate prodotte in Italia vendute all'Egitto

Come era possibile intuire dalle notizie di settore degli scorsi mesi, e come la Rete Italiana Pace e Disarmo aveva più volte anticipato sottolineandone la problematicità, per il secondo anno consecutivo è l’Egitto il principale acquirente di sistemi d’arma esportati dalle aziende italiane a produzione militare. 
Rimangono quindi floridi gli affari armati con il governo autoritario di al-Sisi nonostante le pesanti violazioni dei diritti umani e la non collaborazione nei casi Regeni e Zaki.
Nel corso del 2020 il totale delle nuove autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento ha raggiunto i 3.927 milioni di euro di controvalore, in deciso calo (-25%) rispetto al totale per il 2019 (che era in linea anche con l’anno precedente). Va ricordato però come il 2020 sia stato “l’anno della pandemia” con un impatto molto forte sull’economia del Paese che sembra però non aver travolto in maniera eccessiva il comparto bellico. 

Il volume delle esportazioni militari starebbe quindi gradualmente scendendo dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque di un livello complessivo di un miliardo di euro maggiore rispetto ai valori del 2014, per cui si può confermare l’analisi già fatta in passato: le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo. In decisa ascesa (come già ipotizzato dalla nostra Rete in passato, in conseguenza dell’alto livello di licenze concesse negli anni passati) il dato dell’export reale: l’Agenzia delle Dogane registra infatti avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 3.393 milioni di euro (2.696 milioni per licenze singole e 696 milioni per licenze globali di progetto) con un incremento del 17% rispetto all’anno precedente.

Le autorizzazioni per nuove licenze costituiscono il dato politico saliente rispetto alle decisioni prese al Governo in carica (in questo caso, per il 2020, il Governo Conte II) ed in questo senso vanno analizzate. L’Egitto si conferma il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta aumentando la propria quota fino a 991,2 milioni di euro (+120 milioni) grazie alla licenza di vendita delle due Fregate FREMM. 

Al secondo posto gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni) seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). Dopo le mega-commesse del 2017 e 2018 ritorna tra le prime destinazioni di armi italiane anche il Qatar, con un controvalore di 212 milioni di euro (+195 milioni rispetto all’anno precedente), seguito dalla Germania (con 197,6 milioni in lieve calo) e dalla sorprendente Romania con 169,6 milioni di euro (nel 2019 era a meno di 1 milione in licenze al 54 posto tra le destinazioni). Completano la lista dei primi dieci Paesi la Francia (154,5 milioni, in calo di 120), il Turkmenistan (che scende rispetto al secondo posto 2019 ma mantiene 149,5 milioni di euro di autorizzazioni pur calando di quasi 300 milioni), l’Arabia Saudita (ben 144,4 milioni di euro in licenze nonostante il blocco relativo a missili e bombe d’aereo) e la Corea del Sud (134,8 milioni, in calo di circa 30).
[...]
Si tratta di una situazione ormai strutturale e non episodica: per il quinto anno consecutivo, dal governo Renzi del 2016, sono proprio i Paesi Extra Nato-Ue i principali destinatari di sistemi militari italiani. Ma ancor più preoccupante è il fatto che per il quinto anno consecutivo la maggior parte degli armamenti e sistemi militari italiani sia destinata nella zona di maggior tensione del mondo: il Nord Africa e Medio Oriente.

Questi dati preliminari confermano come la produzione militare italiana non sia indirizzata alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese e a quella comune europea ma risponda sempre più a logiche di profitto delle aziende produttrici di armamenti, sopratutto quelle a controllo statale. 

giovedì 4 marzo 2021

Egitto - Pena di morte - Difensori diritti umani riferiscono 11 esecuzioni per reati comuni, dozzine nel 2020. Confessioni ottenute sotto tortura.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le autorità egiziane hanno messo a morte, martedì mattina, undici detenuti condannati per delitti comuni. I difensori dei diritti umani, riferendo fonti della sicurezza, denunciano dozzine di esecuzioni nel 2020.


Le nuove esecuzioni sono avvenute presso la prigione Borg el-Arab nei pressi di Alessandria, secondo la stessa fonte che specifica che i detenuti uccisi sarebbero stati "condannati per omicidi commessi negli ultimi anni nei governatorati di Alessandria e Beheira" .

Sabato altre cinque persone, tra cui tre donne, sono state uccise a Ismailia, anche loro per delitti comuni.

A dicembre, Amnesty International ha denunciato un incremento preoccupante di esecuzioni in Egitto con l'uccisione di dozzine di detenuti negli ultimi mesi del 2020.

Philip Luther, responsabile della "ONG pour le Moyen-Orient et l'Afrique du Nord", denuncia, oltre all'importante incremento di esecuzioni, che le condanne sono ottenute dopo confessioni ottenute sotto tortura.

Anche Human Rights Watch ha affermato che a ottobre 49 esecuzioni sono avvenute in 10 giorni nello stesso mese e ha chiesto la "fine immediata" delle uccisioni.

L'organizzazione stima che sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, eletto nel 2014, l'Egitto sia diventato uno dei 10 paesi che eseguono più condanne a morte.

Le esecuzioni prendono colpiscono detenuti per reati comuni, ma anche oppositori politici accusati di atti di terrorismo.

Con l'ascesa al potere di Abdel Fattah al-Sisi, si è registrata una crescente repressione che ha colpito tutte le forme di opposizione, islamista o liberale.

ES
Fonte: AFP 

martedì 15 dicembre 2020

Egitto. Rapporto "Committee for Justice": Quei "mille Regeni" spariti nelle carceri di Al Sisi. 100 vittime nel 2020

La Stampa
Il rapporto di Committee for Justice inchioda il regime. Torture, maltrattamenti e negazioni dei diritti basilari hanno provocato 1.058 vittime. E nessuno ha mai pagato.


Ci sono 1.058 Regeni nell'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. Sono le persone morte nelle carceri per torture, maltrattamenti, cure mediche negate, a partire dal 2013, quando l'ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Mohammed Morsi e ha preso il potere. 

Un bilancio sinistro, che ha visto una nuova accelerazione nel 2020, con cento vittime. Sono numeri che aprono una finestra sul sistema di repressione messo in campo per schiacciare l'opposizione dei Fratelli musulmani e l'insorgenza jihadista ma che ha finito per coinvolgere tutta la società, l'opposizione laica, sindacalisti, giornalisti, i ricercatori come Giulio. Il bilancio è stato stilato dalla ong americana Committee for Justice, Cfj, con sede a Washington.

Il rapporto del Cfj è in intitolato "The Giulio Regenis of Egypt", in ricordo del giovane italiano trovato morto il 3 febbraio del 2016 al Cairo, con il corpo martoriato dalle sevizie. Ma per il direttore esecutivo del Cfj Ahmed Mefreh, Regeni "non è l'unica vittima della autorità egiziane, dopo di lui sono venuti un cittadino francese, Eric Lange, l'americano James Henry Lawne, e altri che sono stati uccisi a sangue freddo, senza che i loro assassini e i loro torturatori abbiamo mai dovuto pagare, nel bel mezzo di un silenzio internazionale sospetto, mentre occorre far pressione per far sì che vengano investigate le morti di stranieri ed egiziani nei centri di detenzione". 

È un lungo elenco che i ricercatori del Cfj hanno cercato di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile.

La maggior parte delle 1.058 persone decedute in 7 anni hanno trovato la morte nei commissariati e nei centri comando delle forze di sicurezza, i posti più pericoloso in assoluto, con 584 vittime in totale. 

Seguono le prigioni con il 34 per cento dei casi, vale a dire 359. Poi i veicoli per il trasporto di arrestati e detenuti, dove sono morte 43 persone, e ancora i campi gestiti dalla Sicurezza centrale, 20 casi, e infine i tribunali, 16 decessi, compreso quello dello stesso Morsi, stroncato da un infarto per le mancate cure. Il diniego di un'assistenza medica adeguata è la causa di ben 761 morti su 1.058. Al secondo posto c'è la tortura, 144 vittime. Infine le cattive condizioni di detenzione, come quelle denunciate ieri da Patrick Zaki, sono responsabili di 29 decessi. Sono tutte violazioni dei diritti umani, anche se la più grave è la tortura.

La prima fase dell'era Al Sisi, i sei mesi seguiti al colpo di Stato del luglio 2013, è stata la più brutale. Delle 85 morti in carceri e centri detenzioni in quel periodo ben 57 sono attribuite alla tortura. Il numero di morti ha avuto un picco nel 2015, con 217, poi è calato fino al 2019, quando se ne sono registrate 90, per risalire nel corso del 2020, a 100. La crescita è in parte dovuta all'epidemia di coronavirus, che ha ucciso almeno 17 detenuti. 

Per il Jfj questo è dovuto "all'abuso da parte del ministero dell'Interno delle norme di emergenza, mentre il ministero della Salute è negligente e le infermerie sono incapaci di curare i contagiati". L'area più pericolosa resta quella del Cairo, con 236 vittime. Poi Minya, 104, e Giza, 100. I tre governatorati assommano il 41 per cento di tutti i casi e ciò è dovuto al "proliferare di prigioni e all'alto numero di commissariati".

Giordano Stabile

martedì 8 dicembre 2020

Egitto - Torture, crudeltà, abusi: la vita nel carcere di Tora in Egitto. Il volto del regime nella prigione dove è rinchiuso Patrick Zaki

Il Fatto Quotidiano
Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti. Confermate da chi è potuto uscire.
Carcere di Tora alla periferia Sud de Il Cairo - Foto: HRW

"High security prison 992": benvenuti all'inferno del rettangolo della morte. I blocchi a forma di H del carcere di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, rimandano alla famigerata prigione di Maze, più comunemente denominata Long Kesh, nella cittadina nordirlandese di Lisburn, dove tra il 1971 e il 2000 morirono decine di detenuti, tra cui Bobby Sands, leader dell'Ira stroncato dopo 64 giorni di sciopero della fame e della sete. 

I livelli di crudeltà non sono dissimili, tra condizioni generali pessime, violenze e torture, con una differenza: la struttura alle porte di Belfast è stata chiusa dopo gli Accordi di Pace del 1998 (Good Friday Agreement) e una serie di spettacolari evasioni, mentre l'inferno di Tora è attivo e non sembra per nulla destinato ad abdicare. Proprio nel settembre scorso il tentativo di fuga da parte di un gruppo di reclusi nel braccio 'reati comuni' è stato represso nel sangue dall'apparato di sicurezza: 8 i morti, di cui 4 poliziotti. Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti di Tora. Al resto hanno pensato i racconti dei testimoni oculari, vittime loro stessi di abusi e di pratiche di tortura, una volta fuori da quell'incubo.
[...]
Al massimo della sua capienza ufficiale la '992' dovrebbe ospitare 1500 detenuti, in realtà, a seconda dei periodi, la popolazione supera le 2mila unità. Per aumentare la portata della struttura, una volta esaurita l'area di espansione esterna, Tora ha iniziato a svilupparsi verso l'alto. La conseguenza è stata un peggioramento della vita carceraria vissuta dalla maggior parte dei detenuti in condizioni davvero disumane e le cronache dei racconti in arrivo dall'interno confermano l'interfaccia repressiva di un regime spietato contro i suoi oppositori.
[...]
L'ultimo ritocco all'immagine della prigione in ordine di tempo è stato portato a termine nel 2014 su ordine dell'attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi: la realizzazione di una sezione speciale di massima sicurezza per i prigionieri politici, cioè per gli esponenti dei Fratelli Musulmani. In quella sezione, tra gli altri, hanno trascorso un periodo di detenzione il capo della Fratellanza, Mohamed Morsi, e il numero due, Essam el-Erian, morti in circostanze mai chiarite nel 2019 e nel 2020.

I reclusi: da Zaki ai leader della Rivoluzione di Piazza Tahrir - Fino all'altra sera all'interno della sezione Liman Tora erano reclusi i vertici dell'Eipr, Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Bashir, rilasciati su cauzione e tornati a casa dalle rispettive famiglie dopo alcune settimane di detenzione. Nella vicina sezione Scorpion II, al contrario, Patrick Zaki è appena entrato nel decimo mese di reclusione. Con lui decine e decine di attivisti, tra cui Alaa Abdel Fattah, uno dei leader della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011.
[...]
Le celle e la luce regolata in una sala di controllo - Complessivamente il penitenziario più grande e temuto dell'Egitto è composto da 320 celle, equamente divise per i quattro blocchi ad H. La maggioranza di esse misura 2,5 metri per 3 e sono alte dai 3,5 metri a salire, ma ce ne sono anche di più grandi capaci di ospitare oltre 10 persone alla volta. Ogni cella ordinaria ha una finestra 90 per 80 centimetri e si affaccia o su altri edifici carcerari o sulle mura principali.

Oltre alle brande, spesso senza materasso, e al gabinetto la cella dispone di una lampadina la cui accensione è regolata da una sala di controllo. Originariamente quelle più grandi erano state realizzate per ospitare due detenuti, ma l'aumento della popolazione carceraria ha costretto la dirigenza ad inserire più brande a castello. Ogni sezione dispone del suo refettorio e dello spazio esterno e i detenuti di un'area non si mescolano mai con quelli di un'altra.

Nell'enorme città penitenziaria ci sono anche un campo da calcio e uno più piccolo multiuso nato originariamente come campo da tennis. Sulla parte retrostante dell'area di Tora è stata posta l'appendice per le celle di isolamento. Il cosiddetto "blocco disciplinare" ne comprende sette, tutte senza finestre, dunque senza luce naturale e ventilazione.

Non manca certo una sezione medica, una sorta di punto di primo soccorso, in grado di risolvere diagnosi elementari. I detenuti vengono trasferiti in uno degli ospedali cittadini solo quando non è possibile fare altrimenti. Spesso le richieste d'aiuto rimangono inascoltate. È successo nel maggio scorso al giovane regista Shady Habash, morto dopo aver ingerito del detersivo, non curato adeguatamente e lasciato in agonia dentro la sua cella.

Pierfrancesco Curzi

domenica 15 novembre 2020

L'Egitto arresta Mohammed Basheer direttore dell'Epir, l'ong di Patrick Zaky

La Repubblica
Il direttore amministrativo dell'Eipr è stato fermato nella notte: contro di lui le stesse accuse mosse allo studente dell'università di Bologna. Nei giorni scorsi i rappresentanti del gruppo avevano incontrato gli ambasciatori dei Paesi europei, di Usa e Canada per esprimere preoccupazione sullo stato dei diritti umani


Le autorità egiziane hanno arrestato il direttore amministrativo dell'Eipr, una ong per i diritti umani con cui collaborava Patrick Zaky, lo studente egiziano dell'università di Bologna di 28 anni e che è detenuto al cairo da ormai nove mesi. L'accusa per Mohammed Basheer è di "appartenenza a un gruppo terroristico", "diffusione di notizie false sui social" e di "finanziamento del terrorismo", secondo quanto da detto l'organizzazione. "In un'escalation senza precedenti per l'Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr), una forza di sicurezza ha arrestato in casa sua il direttore amministrativo dell'Eipr", ha detto l'organizzazione.

L'Eipr ha dichiarato che Basheer è stato interrogato dalla Procura suprema per la sicurezza dello Stato (Sssp) sul lavoro dell'organizzazione e una visita specifica all'inizio di questo mese al suo ufficio del Cairo "da parte di un certo numero di ambasciatori e diplomatici" per discutere dei diritti umani. 

Tra gli ambasciatori era presente anche quello dell'Italia, Giampaolo Cantini. E' stato posto in custodia cautelare per 15 giorni e sarà interrogato in un secondo momento, ha aggiunto l'Eipr che chiede alle autorità di rilasciarlo immediatamente.

Secondo la legge egiziana, la custodia cautelare può durare fino a due anni, ma spesso il periodo è prolungato. Basheer è tra gli altri avvocati, attivisti e giornalisti di spicco per i diritti umani accusati in un unico caso noto localmente come causa 855/2020. 

"La detenzione di Mohammed Basheer è solo l'ultimo episodio della repressione in corso che mira a intimidire e spaventare i professionisti legali e dei diritti umani, nonchè gli attivisti", ha evidenziato l'Eipr in una nota.

venerdì 23 ottobre 2020

Egitto - Pena di morte. Human Rights Watch denuncia 49 esecuzioni di prigionieri politici nel mese di ottobre

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un importante gruppo internazionale per i diritti umani giovedì ha denunciato l'esecuzione di 49 persone nel mese di ottobre.


Tra il 3 e il 13 ottobre in Egitto ha messo a morte un totale di 47 uomini e due donne, secondo la dichiarazione rilasciata da Human Rights Watch. 

Il gruppo afferma che 15 delle persone uccise erano state condannate per coinvolgimento nelle violente manifestazioni politiche a seguito del rovesciamento militare nel luglio 2013 del primo presidente democraticamente eletto in Egitto, Mohamed Morsi. 

"In Egitto le esecuzioni di massa di decine di persone nel giro di pochi giorni sono oltraggiose. L'assenza sistematica di processi equi in Egitto, soprattutto in casi nel campo politico rende ogni condanna a morte una violazione del diritto alla vita ". Ha affermato Joe Stork, direttore del Nord Africa per HRW. 

Il gruppo per i diritti umani con sede a New York ha detto che 13 delle esecuzioni di questo mese sono avvenute nella famigerata struttura carceraria del Cairo nota come "Scorpion", dove a seguito degli scontri nel mese scorso, all'interno del braccio della morte, ci sono state quattro vittime tra i poliziotti e quattro tra i detenuti.
Dimostrazione delle gravi condizioni del clima all'interno del le carceri speciali per detenuti politici.

ES

Fonte: AP - Rights group slams Egypt’s execution of 49 this month

mercoledì 21 ottobre 2020

Egitto - Il blogger e autore satirico egiziano, Shadi Abu Zeid, è stato rilasciato dopo oltre due anni di detenzione.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Shadi Abu Zeid, 27 anni, è stato arrestato nel maggio 2018 con l'accusa di aver diffuso notizie false e di appartenere a un gruppo terroristico.

Shadi Abu Zeid, 27 anni con la sua famiglia dopo il rilascio

Negli ultimi anni centinaia di attivisti e blogger sono stati condannati per aver diffuso notizie ritenute false e aiutato il gruppo dei Fratelli Musulmani che è attualmente bandito.

I gruppi per i diritti umani hanno accusato il presidente Abdul Fattah al-Sisi di aver messo in atto una repressione senza precedenti del dissenso dopo aver guidato il rovesciamento militare del primo leader democraticamente eletto dell'Egitto nel 2013.

Abu Zeid ha iniziato a pubblicare i sue pubblicazioni satiriche, "The Rich Content", su YouTube e Facebook nel 2015.
Presentava commenti satirici e interviste di strada che evidenziavano una varietà di questioni sociali, come pregiudizi religiosi e molestie sessuali.

La sua famiglia ha pubblicato una foto che lo mostrava riunito con i suoi cari dopo il suo rilascio sabato.

Sarà ancora in libertà vigilata e ogni settimana dovrà recarsi in una stazione di polizia.

ES

Fonte: BBC News

domenica 12 luglio 2020

Egitto - Al Sisi fa scattare la censura. Dall'inizio della pandemia in cella 10 medici e 6 giornalisti arrestati per aver parlato del Covid

Corriere della Sera
Almeno dieci medici e sei giornalisti sono stati arrestati in Egitto dall'inizio della pandemia, per aver messo in dubbio i dati ufficiali o la capacità del governo di Abdel Fattah Al Sisi di gestire la crisi. 
Lo scrive l'Associated Press, citando, tra gli arrestati, un medico che ha scritto un articolo sulle difficoltà del sistema sanitario, un farmacista che lamentava sui social la scarsità di mascherine, una dottoressa incinta che aveva prestato il cellulare a chi voleva denunciare un contagio. A molti altri è stato intimato di tacere.

Un corrispondente del Guardian ha lasciato l'Egitto temendo l'arresto, i colleghi del New York Times e del Washington Post sono stati redarguiti. 

I casi registrati sono oltre 76 mila; i morti 3.300 (il numero più alto nel mondo arabo). Le cifre testimoniano anche il sacrificio del personale sanitario: 117 dottori, 39 infermiere, 32 farmacisti sono morti. Ma chi vive stia zitto, altrimenti è un "nemico dello Stato" che rischia 5 anni di carcere.

lunedì 10 febbraio 2020

Patrick Zaky studente master Univ. di Bologna arrestato in Egitto, i legali denunciano: "Torturato con l'elettroshock".

Globalist
Lo studente iscritto a un master all'università di Bologna era rientrato in patria per far visita alla famiglia. Eʼ accusato di istigazione alle proteste e diffusione di notizie false.
Assume dei contorni seriamente preoccupanti la vicenda di Patrick George Zaki, studente all’università di Bologna e attivista egiziano arrestato al suo arrivo al Cairo con l’accusa di istigazione alle proteste e diffusione di notizie false e successivamente trasferito al carcere di Mansoura.

Zaki nelle prime 24 ore tra arresto e detenzione stando quanto riferito da Eipr è “è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato sul suo lavoro e sul suo attivismo”. La procura egiziana ha ordinato poi quindici giorni di custodia cautelare.

Riccardo Noury, presidente di Amnesty Italia, che si sta occupando di seguire il caso di Zaki cercando di raccogliere e filtrare più informazioni possibili, ha espresso la sua preoccupazione: “se parte questo stillicidio dei 15 giorni di detenzione rinnovabili rischia di essere dimenticato". Noury si è comunque voluto mostrare un minimo ottimista: “Non sottovalutiamo di aver fatto questo 'rumore'" per Patrick: "E' una deterrenza per chi pensa che nessuno nel mondo sappia cosa succede e che quindi crede di poterlo trattare come gli pare, come accaduto con Giulio”

Inevitabile dunque che la mente non torni al caso Regeni, dal quale sono passati quattro anni. Nel frattempo la Farnesina si è attivata direttamente per la vicenda.

venerdì 10 gennaio 2020

Egitto: le carceri, “cimiteri” dove un raffreddore può portare alla morte. 22 morti nei primi 7 mesi 2019

Sicurezza Internazionale 
Manifestanti e attivisti egiziani hanno dato vita ad una nuova campagna contro le violazioni e gli abusi perpetrati a danno dei prigionieri reclusi nelle carceri egiziane, a seguito della morte di un attivista, Mahmoud Abdel-Majeed Saleh, il 4 gennaio scorso.
Secondo quanto riferito dalla sorella del detenuto, questo è deceduto a causa della negligenza delle autorità di fronte alle cattive condizioni igienico-sanitarie e al freddo estremo in cui imperversa la prigione in cui si egli si trovava, la prigione di massima sicurezza di al-Aqrab, “lo scorpione”, situata nel complesso penitenziario di Tora. 

Alla morte di Abdel-Majeed ha fatto seguito un ennesimo sciopero dei prigionieri e l’avvio di una nuova campagna lanciata sui social, in cui si invita chi di competenza a chiudere tale prigione. L’hashtag di riferimento è proprio #closeScorpion ma si invita il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, a far fronte alle violazioni e agli abusi che interessano anche altre carceri egiziane.

A tale hashtag hanno fatto seguito, su Twitter, diverse testimonianze. In una di queste, la prigione di al-Aqrab viene descritta come un luogo grande ma suddiviso in celle minuscole, dalle dimensioni pari a circa un metro e mezzo, senza alcuna apertura o ventilazione, ed in cui vengono riunite numerose persone di diversi ordini e categorie. In un’altra dichiarazione, il carcere viene definito un cimitero, in cui i detenuti muoiono per freddo, fame e torture sia di tipo psicologico sia fisico. “I detenuti muoiono lentamente a causa di una mancata assistenza medica e per mancanza di coperte” è stato altresì affermato, mettendo in luce la violazione dei diritti umani perpetrata in tale luogo. “Avere un raffreddore equivale a morire”, “Il freddo è un’arma nelle mani dei militari” sono altre dichiarazioni pubblicate sul social.

Non vi sono cifre esatte sul numero di detenuti che muoiono nelle prigioni egiziane. Tuttavia, il centro Adalah per i Diritti e le Libertà ha documentato la morte di almeno 22 detenuti nei primi sette mesi del 2019, a causa di negligenza medica.

domenica 13 ottobre 2019

Egitto, Alaa Abdel Fattah, picchiato e costretto a denudarsi dopo il fermo e durante l’interrogatorio

Nena News
A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che l’attivista dei diritti umani ha riferito agli avvocati di essere stato bendato e minacciato di non uscire vivo dalla prigione di Tora

Arrestato nei giorni scorsi durante le retate seguite alle proteste contro il regime di Abdel Fattah el Sisi, il noto attivista egiziano Alaa Abdel Fattah, è stato picchiato e costretto a denudarsi dopo il fermo e durante l’interrogatorio da parte della polizia. A denunciarlo è la famiglia. Ieri la sorella, Mona Seif, ha scritto su Twitter che Alaa ha riferito agli avvocati di essere stato anche minacciato di non uscire vivo da Tora, prigione tristemente famosa del Cairo. All’attivista, ha spiegato la sorella, è stato imposto di camminare in un corridoio pieno di persone che lo picchiavano sulla schiena e sul collo. Si tratta della cosiddetta “parata di benvenuto”, un abuso di routine nelle carceri egiziane al quale sono soggetti in particolare i detenuti politici. Inoltre gli sono stati rubati gli abiti ed è stato lasciato per ore con addosso solo la biancheria intima.

Seif ha detto che suo fratello ha presentato una denuncia per questi abusi durante l’audizione di mercoledì per il rinnovo della sua “detenzione preventiva” e, pertanto, si teme che possa subire nuovi maltrattamenti ed essere picchiato in prigione. Il mese scorso è stato arrestato anche l’avvocato dell’attivista, Mohamed al-Baqer, un noto difensore dei diritti umani.
Alaa Abdel Fattah, 37 anni, fu uno dei protagonisti della rivolta del 2011 che rovesciò il presidente Hosni Mubarak. Negli anni successivi è diventato bersaglio della repressione del regime di El Sisi, salito al potere con il golpe militare del 2013 contro il presidente islamista Mohammed Morsi. 
L’attivista era stato rilasciato a marzo dopo aver scontato cinque anni di prigione per aver partecipato a una protesta pacifica. Quindi nei giorni scorsi è stato arrestato di nuovo – con l’accusa di appartenere ad una “organizzazione terroristica” e di usare i social media per diffondere “notizie false a danno della sicurezza nazionale – assieme ad oltre 3.000 persone in seguito alle proteste scoppiate al Cairo e in altre città egiziane contro il regime.

martedì 8 ottobre 2019

Egitto, in atto la più ampia ondata di arresti di massa dall'arrivo al potere di Al-Sisi. 2300 arresti dal 20 settembre, 111 minorenni.

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International. Gli arresti sono oltre 2300, ci sono almeno 111 minorenni. "Il governo ha orchestrato tutto per abbattere ogni dissenso".


Da Amnesty International arriva la denuncia secondo la quale dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni. Tra gli arrestati ci sono centinaia di manifestanti pacifici così come “bersagli” più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. 


La vasta maggioranza delle persone imprigionate è indagata nell’ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in Procura.

Si cercano prove di "incitamento alla protesta". “Il governo del presidente al-Sisi - ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International - ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”. Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall’ufficio della procura egiziana, “meno di 1000 persone” sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di “incitamento alla protesta”, che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il “reato” di “manifestazione non autorizzata”.

mercoledì 25 settembre 2019

Egitto: arrestato il prof. Hazem Hosni, noto intellettuale oppositore di Abdel Fattah el Sisi

Ansa
Un noto intellettuale e attivista politico è stato imprigionato ieri sera al Cairo nell'ambito di un'ondata di arresti avvenuti negli ultimi giorni in seguito alle limitate manifestazioni di piazza anti-governative avvenute lo scorso fine settimana in diverse città egiziane. 

A finire in manette è stato Hazem Hosni, docente di Scienze politiche e impegnato sulla scena politica nazionale.

Ne danno notizia i suoi avvocati con un comunicato diffuso via Facebook, precisando che il docente è stato tratto in arresto davanti alla sua abitazione nel quartiere di Mohandesin.
Hosni è un aperto critico del presidente Abdel Fattah el Sisi e nel 2018 sostenne la candidatura dell'ex generale Sami Anan alla presidenza della Repubblica, bocciata dal Comitato nazionale elettorale.

Nel loro comunicato due degli avvocati di Hosni chiedono di essere informati sul luogo di detenzione del loro assistito "per potere incontrarlo e comprendere le ragioni del suo arresto".

Il Centro per i diritti economici e sociali, un'organizzazione egiziana per i diritti umani, afferma che sono 1.298 le persone arrestate in tutto il Paese a partire dal 20 settembre, dopo le manifestazioni di protesta. 

Secondo Amnesty International tra loro ci sono giornalisti, esponenti di movimenti dell'opposizione, attivisti e avvocati.

venerdì 17 maggio 2019

Egitto. Al Sisi concede la grazia a 560 detenuti, tanti gli attivisti politici

Nova
Il presidente dell'Egitto, Abdel Fatah al Sisi, ha concesso la grazia a 560 detenuti, in buona parte attivisti politici finiti in carcere tra il 2013 e il 2017. Lo si apprende dalla Gazzetta ufficiale. Il detenuto più noto a essere rilasciato sarà il giornalista Abdel-Halim Qandil, ex direttore del quotidiano "Sawt al Omma".


La maggior parte dei prigionieri graziati erano stati condannati sulla base di una controversa legge sulla regolamentazione delle manifestazioni pubbliche e per altri reati correlati alla situazione politica.
 

Tra i detenuti che verranno rilasciati vi sono anche attivisti che sono stati processati dai tribunali militari, in particolare nell'Alto Egitto.

domenica 31 marzo 2019

Egitto: scarcerato blogger icona Primavera araba Alaa Abdel Fattah resterà per 5 anni sotto stretto controllo

AnsaMed
Il Cairo - E' stato scarcerato oggi in Egitto Alaa Abdel Fattah, il blogger icona della Primavera araba che ha scontato 5 anni di carcere per aver preso parte a una manifestazione non autorizzata nel 2013. 


Sebbene sia stato scarcerato, per i prossimi cinque anni il blogger dovrà però restare a disposizione della polizia quantomeno con obbligo di firma quotidiano nel commissariato della sua zona. Lo riferiscono vari media come il sito arabo della Bbc.

Dalle informazioni in circolazione sui media non é chiaro al momento se saranno imposte ad Alaa Abdel Fattah altre limitazioni previste dalla normativa egiziana e applicate ad esempio al fotoreporter Mahmoud Abu Zaid, detto "Shawkan", condannato per la copertura giornalistica della sanguinosa repressione dell'agosto 2013: anch'egli rilasciato dopo cinque anni di reclusione questo mese, dovrà passare la notte in una stazione di polizia per il prossimo lustro e non potrà gestire proprietà finanziarie per lo stesso periodo. In teoria c'è anche la possibilità che la firma venga raccolta presso l'abitazione di Alaa da un poliziotto dato che lo scopo delle autorità e controllare che non si allontani.

venerdì 22 febbraio 2019

In Egitto 9 esecuzioni capitali, 15 a febbraio. La «giustizia» di al-Sisi: processi di massa e confessioni sotto tortura.

Il Manifesto
La «giustizia» al tempo di al-Sisi. Processi di massa e confessioni estorte con la tortura. Vertiginoso aumento delle impiccagioni dal golpe del 2013. Le ultime eseguite a pochi giorni da attacchi jihadisti in Sinai, un osso per l'opinione pubblica



Sono stati impiccati il 20 mattina in una prigione del Cairo: i nove prigionieri uccisi ieri dal regime egiziano sono solo gli ultimi di una campagna di esecuzioni che ha raggiunto un nuovo apice nelle ultime settimane. 


A guardarne in foto i volti giovani e sorridenti, lo zainetto in spalla, Ahmed Wahdan, Abul Qassem Youssef, Ahmed Gamal Hegazy, Mahmoud al-Ahmady, Abu Bakr Abdel Megid, Abdel Rahman Soliman Kahwash, Ahmed al-Degwy, Ahmed Mahrous e Islam Mekkawy non sembrano affatto gli spietati esecutori di un omicidio.

Sono stati accusati, sulla base solo delle loro confessioni sotto tortura, di aver pianificato ed eseguito l’assassinio dell’ex procuratore generale Hisham Barakat, ucciso nel giugno 2015 da un’autobomba. Alle famiglie, dice il loro legale, è stato comunicato la notte precedente ma non è stato dato il permesso (un diritto sancito) di far loro visita: venite a prendervi i corpi in obitorio, il messaggio.

Dubbi sulla loro colpevolezza erano stati sollevati su Facebook dalla figlia dello stesso Barakat, Marwa, la notte prima delle impiccagioni: «Questi giovani non sono i killer di mio padre, moriranno ingiustamente». Un post poi sostituito da uno di tutt’altro tenore con il fratello di Marwa che si affrettava a parlare di un hacker infiltrato nel suo profilo Fb.

Qualunque sia l’opinione della famiglia dell’ex procuratore, restano i corpi dei nove giovani. Che si aggiungono a quelli dei sei giustiziati nelle ultime due settimane, denuncia il gruppo contro la pena di morte Reprieve: tre accusati dell’omicidio di un funzionario di polizia e tre per quello del figlio di un giudice, entrambi nel settembre 2013, un mese dopo il massacro di Rabaa (un migliaio di sostenitori del deposto presidente Morsi uccisi dalle forze armate egiziane).

Tutte e tre le ultime esecuzioni sono avvenute a pochi giorni da attacchi islamisti in Sinai contro l’esercito, a sancire quella che sembra un osso da lanciare all’opinione pubblica.

«Le esecuzioni sono salite alle stelle – dice la direttrice di Reprieve, Maya Foa – tra abusi diffusi, violazioni giudiziarie, torture, confessioni false e l’uso ripetuto di processi di massa». In sintesi il sistema giudiziario plasmato dall’ex generale al-Sisi dopo il golpe del luglio 2013. A condannare le ultime esecuzioni è stata Amnesty, il giorno prima, sperando di fermare il boia: «Giustiziare prigionieri o condannarli sulla base di confessioni estratte con la tortura non è giustizia», il commento di Najia Bounaim, direttrice di Ai per il Nord Africa.

Dal luglio 2013 le corti militari e civili egiziane hanno condannato a morte 1.451 persone, per lo più membri (o sospetti tali) dei Fratelli musulmani, alla fine di processi di massa che violano i principi standard di equità e spesso sulla base di confessioni estorte e di detenzioni cautelari lunghe anni. Di queste, secondo Reprieve, ne sono state eseguite 83 tra gennaio 2014 e febbraio 2018. Più alti i numeri forniti dal database della Cornell Law School, costruito sulla base dei report di organizzazioni per i diritti umani: dal 2013 sono stati uccisi almeno 143 condannati a morte; tra il 2007 e il 2012 se ne contarono 12.

Non solo pena di morte: la scorsa settimana delle 156 persone condannate da una corte militare 26 erano minori al tempo dell’arresto, nel 2014. Dopo quasi cinque anni di detenzione cautelare, a ragazzini che all’epoca avevano tra 14 e 17 anni sono state comminate pene dai tre ai cinque anni di prigione, in violazione della legge egiziana che proibisce l’arresto sotto i 15 anni di età e impone il giudizio da parte di una corte minorile. Dal luglio 2013 sono stati detenuti in Egitto quasi 3.200 minori.

venerdì 25 gennaio 2019

25 gennaio 2019 - 3 anni fa la scomparsa di Giulio Regeni si aspetta ancora la verità. Fiaccolate e presidi in oltre cento città italiane

Rai News
Il 25 gennaio 2016 il nome di Giulio Regeni si aggiungeva a quelli dei tanti egiziani vittime di sparizione forzata. 


Il 3 febbraio, veniva ritrovato morto con addosso i segni delle torture inferte. A 3 anni dalla scomparsa, Fiumicello, paese natale di Giulio e oltre 100 città italiane ricorderanno il giovane ricercatore friulano e chiederanno che sia fatta piena luce sul suo assassinio.

mercoledì 16 gennaio 2019

Dall'Egitto al Pakistan, quando gli Imam proteggono I cristiani

Famiglia Cristiana
Al Cairo, il 5 gennaio, lo sheikh Saad Askar ha sventato un attentato in una chiesa copta. Negli stessi giorni, oltre 500 guide spirituali islamiche pakistane hanno firmato la Dichiarazione di Islamabad contro la discriminazione religiosa, a difesa di tutte le minoranze, con un riferimento particolare ad Asia Bibi.


«Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l'uno dell'altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani». E' un messaggio forte, di grande speranza, quello lanciato dall'imam egiziano Saad Askar, ripreso dall'agenzia Asianews. Un richiamo al dialogo e all'unità tra fedeli di diverse religioni in un Paese che vive sotto la minaccia del terrorismo.

Lo scorso 5 gennaio, alla vigilia delle celebrazioni del Natale ortodosso, è stato proprio lo sheikh Saad Askar a sventare un attentato nella chiesa copta della Vergine Maria e Abu Seifin a Ezbat al-Haganah, nel quartiere di Nasr City al Cairo: l'imam e un dipendente della vicina moschea Diaa al-haq hanno notato dei movimenti sospetti di uomo con un pacco in mano nei pressi del luogo di culto. Ad accorgersi del tizio sospetto sono stati due studenti dell'università al-Azhar, che lo hanno visto scappare di corsa e hanno avvertito l'imam. Lo sheikh Askar ha così avvertito i fedeli copti del pericolo lanciando un grido di allarme dal suo microfono: "Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente". Lui stesso si è poi recato nel luogo dove il pacco era stato lasciato. Sul posto sono intervenuti gli agenti e purtroppo un artificiere è morto a causa dell'esplosione di una delle bombe che erano contenute nel pacco.
[...]
Un appello alla tolleranza religiosa è stato lanciato, negli stessi giorni, in Pakistan: più di 500 imam del Paese hanno formato la Dichiarazione di Islamabad contro il terrorismo di matrice islamista, contro le violenze che vengono perpetrate in nome delle fatwa, gli editti emessi sulla base della legge coranica dagli ulema - ovvero gli esperti della legge religiosa islamica o sharia - più radicali, schierandosi contro la discriminazione di tutte le minoranze religiose - non solo cristiane - presenti nel Paese. Il documento riconosce che il Pakistan è un Paese multietnico e multireligioso, condanna gli omicidi compiuti "con il pretesto della religione", affermando che nessuna setta può essere dichiarata "infedele". Pertanto, nessun uomo, musulmano o di altra religione, può essere ucciso sulla base di sentenze emesse al di fuori dei tribunali e i fedeli di qualunque confessione hanno il diritto di vivere in Pakistan secondo le loro consuetudini religiose e culturali.

La Dichiarazione degli imam contiene inoltre un riferimento specifico al caso di Asia Bibi, la donna pakistana cristiana del Punjab arrestata nel 2009 e condannata a morte con l'accusa di blasfemia, assolta dalla Corte suprema a ottobre del 2018. La travagliata vicenda, tuttavia, non è ancora terminata: un gruppo di estremisti islamici ha presentato richiesta di revisione del verdetto e, fino al pronunciamento definitivo, Asia Bibi, che è stata scarcerata, è costretta a vivere in un luogo segreto.

La donna è stata arrestata sulla base della controversa legge contro la blasfemia, entrata in vigore nel Paese nel 1986 e che, nei casi più gravi, contempla la pena di morte. Asia Bibi nel 2010 è stata la prima donna condannata alla pena capitale sulla base di questa legge che, di fatto, si presta a molte strumentalizzazioni e in molti casi è un pretesto giuridico per colpire e punire le minoranze religiose, come i cristiani.


Giulia Cerqueti

domenica 13 gennaio 2019

Cairo, un imam, Saad Askar, ha sventato strage di cristiani alla vigilia del Natale copto

Asia News
Lo sceicco Saad Askar ha lanciato l’allarme da un microfono, dopo aver raccolto segnali di alcuni fedeli. Fondamentale la testimonianza di due studenti di al-Azhar. L’imam invita a “restare vicini”. Cristiani e musulmani devono prendersi “cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione”. 


Il Cairo - “Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani”. È quanto ha affermato l’imam egiziano Saad Askar (nella foto), che nei giorni scorsi ha scongiurato con il proprio intervento un attentato contro una chiesa nel sobborgo orientale del Cairo. L’allarme lanciato dal leader musulmano ha portato all’intervento di una squadra di artificieri, che ha disinnescato due dei tre ordigni. L’ultimo è esploso, uccidendo sul colpo uno dei poliziotti.

La vicenda risale alla sera del 5 gennaio, alla viglia dei festeggiamenti per il Natale copto-ortodosso. Nel mirino la chiesa della Vergine Maria a Ezbat al-Haganah, Nasr City, sobborgo orientale della capitale egiziana. Un dipendente della vicina moschea Diaa al-Haq, il 63enne Gouda Shaaban Khalifa e l’imam Askar hanno notato movimenti sospetti, in particolare un uomo (clicca qui per il filmato) che si muoveva con in mano un pacco sospetto.

A preoccupare il guardiano e l’imam, il fatto che l’uomo - secondo la testimonianza di due studenti di al-Azhar - sarebbe scappato via di corsa dall’area dopo aver lasciato nei pressi dell’edificio il pacco sospetto. L’intervento della polizia ha poi chiarito che si trattava di una valigia di medie dimensioni contenente, al suo interno, tre ordigni esplosivi. Il capitano della polizia Mustafa Ebeid, funzionario della Direzione della sicurezza del Cairo, ne ha disinnescati due prima che il terzo esplodesse uccidendolo sul colpo.

Fonti locali riferiscono che l’obiettivo dell’attacco erano i cristiani copti, pronti a celebrare il Natale. Lo sceicco Saad Askar, imam della moschea che si trova dal lato opposto della chiesa, ha avvertito i fedeli invitandoli a lasciare il luogo di culto. Un video, diventato virale sui social, mostra lo sceicco che grida attraverso un microfono: “Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente”.

L’imam racconta di essersi recato lui stesso nell’area e di aver visto la borsa vicino all’ingresso della chiesa. Le forze di sicurezza, prosegue, “sono intervenute immediatamente” e hanno “creato un cordone di sicurezza”. Disinnescato gli ordigni, gli agenti hanno “pattugliato la zona alla ricerca di altri esplosivi”.

In una nazione di quasi 95 milioni di persone a larga maggioranza musulmana, i cristiani [soprattutto copti ortodossi] sono una minoranza consistente, pari al 10% circa del totale della popolazione. Fra il 2016 e il 2017 il Paese dei faraoni ha registrato una serie di attentati sanguinosi, che hanno coinvolto la stessa comunità cristiana.

In vista delle feste, le autorità avevano innalzato il livello di allerta e rafforzato la sicurezza nei pressi dei luoghi di culto. Tra gli obiettivi sensibili vi sono proprio le chiese e gli edifici cristiani, visti come “anello debole” della catena e target “facile” e “accessibile” per i fondamentalisti. Un obiettivo che, secondo gli esperti, garantisce “ampia visibilità” sul piano internazionale.