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martedì 14 febbraio 2023

In aumento chi vive per strada, tra loro molti italiani - 2.500 a Roma - L'impegno del Terzo settore

Corriere della Sera

Aumenta il numero di chi vive in strada o si adatta a soluzioni d’emergenza. I senza dimora concentrati nelle metropoli. FioPsd: “Bisogna superare le politiche emergenziali”. L’impegno del Terzo settore.

Fanno notizia quando muoiono di stenti o di freddo per strada, ma per ogni vita persa ce ne sono migliaia salvate da enti e associazioni che si prendono cura degli invisibili. Roma è la capitale dei senza dimora: quasi un quarto di tutti quelli che in Italia non hanno un tetto sotto cui dormire vivono nell’area metropolitana capitolina. “In città sono circa ottomila - racconta Augusto D’Angelo della Comunità di Sant’Egidio - e un terzo di loro vive nelle strutture del Comune o della rete delle parrocchie e associazioni, un altro terzo dimora in alloggi impropri e di fortuna. Un terzo sta per strada”. 

Non sono soli, ma stanno aumentando. “Tante cose migliorano - aggiunge D’Angelo - sul versante dei servizi e dell’accoglienza anche grazie a una nuova sensibilità delle amministrazioni e all’aumento del 42 per cento dei posti letto in strutture più piccole e disseminate sul territorio. Negli ultimi cinque anni la Sant’Egidio ha strappato dalla strada, accompagnandole, più di 300 persone. Ma la crisi cronica che stiamo vivendo ne sta spingendo molti altre nella spirale della povertà”.

Non esiste un numero preciso dei senza dimora in Italia: l’ultima stima dell’Istat, datata 2021, è di oltre 96mila, ma nel computo ci sono anche quelli che pur non avendo una abitazione fissa non vivono comunque in condizioni di indigenza e possono tornare ogni sera sotto un tetto dignitoso, magari da parenti, amici o in strutture mobili. Nel 2015, il dato più recente specificatamente dedicato ai senza dimora in condizioni di marginalità, la stima fatta sempre da Istat con il supporto delle associazioni era di oltre 50mila.

Una parte consistente è composta da stranieri con o senza permesso di soggiorno, ma gli italiani sono in forte crescita. “È allarmante - spiega Caterina Cortese, responsabile dell’Osservatorio di FioPsd, la federazione nazionale in cui sono riunite circa 146 realtà che si occupano del fenomeno - l’aumento delle donne in genere e dei giovani problematici fuoriusciti da percorsi istituzionali che hanno perso rapporti con le famiglie di origine. 

E sta crescendo il numero degli italiani: oltre a quelli che hanno una storia di marginalità risalente nel tempo, c’è un’accelerazione dello scivolamento di nuclei che con la perdita del lavoro e poi della casa si ritrovano per strada”. 

di Giulio Sensi

martedì 1 giugno 2021

Migranti - Il suicidio di Moussa Balde svela le gravi criticità e violazioni dei diritti umani nei Cpr, dove vengono reclusi gli immigrati nell'attesa di espulsione

La Difesa del popolo
La morte del ragazzo nei cosiddetti “ospedaletti” di Torino, riapre il dibattito sui Cpr. Il 4 giugno manifestazione dei giuristi davanti la prefettura. Chiesto un incontro urgente con Lamorgese e Cartabia per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi


Link correlato: Moussa Balde, Guinea, 23 anni - Vittima di grave aggressione da parte 3 uomini a Ventimiglia il 9 maggio, non ha documenti, recluso in isolamento nel Cpr di Torino, si suicida.

Una serie di violazioni, sia dal punto di vista del diritto che da quello sanitario. Un trattamento sbagliato che avrebbe potuto evitare “una tragedia annunciata”. 

Le associazioni di giuristi scenderanno in piazza, davanti alla prefettura di Torino il prossimo 4 giugno per chiedere giustizia sul caso Moussa Balde e riportare l’attenzione sulla situazione dei Cpr in Italia. 
Dopo la morte del ragazzo di 23 anni, originario della Guinea, suicidatosi nel centro per i rimpatri di Torino si è riaperto il dibattito sulla legittimità al trattenimento dei migranti in queste strutture.
Non solo, ma il caso di Balde è ancora tutto da chiarire. Dopo una violenta aggressione in strada da parte di tre italiani era stato condotto negli uffici di polizia di Ventimiglia, perché cittadino straniero irregolare, il 9 maggio scorso. 

Secondo le associazioni promotrici della manifestazione, tra cui Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) “la sua condizione di persona offesa è stata immediatamente dimenticata, a causa dell'irregolarità del suo soggiorno”. 

A Balde, dunque, non sono state fornite informazioni come la facoltà di presentare denunce o querele, il diritto di chiedere di essere informato sullo stato del procedimento, la possibilità di avvalersi dell'assistenza linguistica. 

“Gli è stato di fatto negato il diritto di partecipare al procedimento penale - spiegano -. Moussa Balde aveva anzi riferito di non avere neppure compreso che l'aggressione avesse generato delle indagini, che i suoi aggressori fossero stati identificati, né tantomeno sapeva che c'era un video che aveva ripreso quella aggressione”. Secondo i giuristi, dunque, questo conferma per l'ennesima volta che per lo Stato italiano “la persecuzione degli stranieri privi di un permesso di soggiorno è considerata una priorità assoluta, da esercitare a qualunque costo, anche a scapito di diritti fondamentali”.

L'altra grande questione che la tragedia di Moussa Balde solleva riguarda ciò che accade dentro i Cpr italiani, e dentro il Cpr di Torino in particolare. Secondo quanto ricostruito da Asgi Moussa Balde è stato rinchiuso senza alcuna valutazione preliminare sulla sua idoneità psichica al trattenimento e ciò nonostante le presumibili conseguenze di un'aggressione tanto violenta. 

Appena entrato al Cpr, è stato privato del telefono cellulare ed è stato collocato nei cosiddetti “ospedaletti”, vere e proprie celle di isolamento non previste dalla normativa, separate dalle altre aree, lontane dagli uffici e dall'infermeria, dove è impossibile effettuare un controllo o un’osservazione di chi vi è rinchiuso. 

Luoghi in cui una patologia psichiatrica o una semplice depressione sono destinati ad aggravarsi e dove è purtroppo molto facile, in solitudine, compiere gesti anticonservativi. “Lo stesso Cpr, le medesime camere di isolamento dove, nel luglio del 2019, era morta un’altra persona, Faisal Hussein, affetto probabilmente da problemi psichici e abbandonato per cinque mesi nella segregazione del centro di Torino - spiega l’associazione - 
La vicenda di Moussa Balde ci deve ricordare quali sono le effettive priorità, che i diritti fondamentali non possono essere sacrificati e che non possono esistere luoghi di detenzione privi di regole, dove la vita delle persone è consegnata all'arbitrio”. 
Secondo i giuristi, i Cpr oggi sono strutture in cui le persone trattenute vengono private della loro umanità, parcheggiate e abbandonate, in condizioni peggiori rispetto a quelle esistenti in carcere, proprio per la carenza di regole e di garanzie. “Anche i pochi diritti riconosciuti vengono sistematicamente calpestati da quella stessa pubblica amministrazione che le regole è chiamata a far osservare”. 

Tra le violazioni più diffuse il fatto che la verifica dell'idoneità sanitaria al trattenimento venga fatta da medici interni del Cpr, e non, come previsto dall'articolo 3 del Regolamento Cie emanato dal Ministero dell'Interno il 2.10.2014, da medici esterni della Asl o delle strutture ospedaliere, prima dell'ingresso. Inoltre, il sostegno psichiatrico non è stato garantito dal marzo 2020 al febbraio 2021 e rimane comunque insufficiente e discontinuo. 

Vengono trattenute persone presunte minorenni, in aperto contrasto con la normativa vigente. Sebbene la legge non consenta l’isolamento dei trattenuti, poi, la misura viene abitualmente e arbitrariamente utilizzata, senza obbligo di motivazione né possibilità di impugnazione o riesame. Durante l’isolamento, “i trattenuti vengono ristretti in celle pollaio, che ricevono luce solare per poche ore al giorno solo nel cortile (con visuale oltretutto limitata da una tettoia), senza diritto di uscire né di usare un telefono - spiegano i giuristi -. Vengono utilizzati luoghi di trattenimento non ufficiali (le celle di sicurezza nel seminterrato), nemmeno dichiarati al Garante nazionale e scoperti casualmente da quest’ultimo in occasione della visita del 2.3.2018”.

Nel documento firmato dagli esperti di diritto dell’immigrazione si ricorda che, in spregio al diritto alla libertà di comunicazione con l'esterno sancita dall'articolo 14, comma 2 del Testo Unico sull'Immigrazione e dall'articolo 20, comma 3, del Regolamento di attuazione, “i trattenuti vengono privati del telefono cellulare, così perdendo anche l'accesso ad internet, principale strumento di comunicazione e di informazione; le telefonate possono essere effettuate solo verso l'esterno, a pagamento e con linea fissa, con la conseguenza che, in considerazione dei costi, è estremamente difficile mantenere contatti con i parenti all'estero; i trattenuti non possono ricevere, privati del proprio apparecchio cellulare, chiamate dall'esterno, avendo sempre l'amministrazione rifiutato di fornire le utenze dei telefoni installati nel centro”. 
I colloqui con i familiari e i conoscenti sono sospesi da oltre un anno e non è stato attivato alcun sistema di colloqui in videoconferenza, pur a fronte di trattenimenti che possono protrarsi per diversi mesi; i trattenuti vengono costretti in moduli abitativi sovraffollati, con servizi igienici non separati dai luoghi di pernottamento e privi di porte; infine non sono presenti mediatori culturali di lingue e Paesi rappresentati nel Cpr.
A ciò si aggiunge il tema della competenza a decidere in materia di libertà personale ai giudici di pace, che tale competenza non hanno in alcun altro ambito. Nel report si ricorda in merito il risultato delle ricerche dell’Osservatorio sulla giurisprudenza del giudice di pace in materia di immigrazione (Lexilium), che ha rilevato che il tasso di convalida dei decreti di trattenimento da parte dell’ufficio dei giudici di pace di Torino, nel 2015, è stato del 98% e quello di proroga del 97%, all’esito di udienze che, nella maggioranza dei casi, non hanno superato i 5 minuti di durata.

Il documento si chiude con una serie di richieste: innanzitutto si chiede che siano immediatamente chiuse le strutture illegali di detenzione, come i cosiddetti Ospedaletti e le camere di sicurezza nei sotterranei; che vengano ripristinate le condizioni di legalità del trattenimento e, in particolare, il diritto di comunicazione anche telefonica con il proprio telefono cellulare e la ripresa dei colloqui con i familiari; che particolare attenzione venga posta alla salute dei trattenuti, anche attraverso il previo esame da parte di medici dell'ASL sulla idoneità al trattenimento, e che venga garantita la presenza di psichiatri e psicologi, sia al momento dell'ingresso, sia nel corso del trattenimento; in caso di incapacità a rispettare gli standard minimi sopra illustrati, venga disposta la chiusura della struttura.

Si ribadisce, infine, la necessità di rispettare i principi del processo penale e i diritti delle persone offese, siano essi cittadini italiani o stranieri, indipendentemente dal possesso di un permesso di soggiorno.
Le associazioni chiedono un incontro urgente con il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e con il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, per documentare i più gravi episodi verificatisi negli ultimi mesi all’interno della struttura, culminati nel suicidio di Moussa Balde. 

Oltre ad Asgi la manifestazione e il documento sono promossi da Legal tema Italia, Giuristi democratici, Osservatorio carcere Piemonte e Valle d’Aosta Antigone, ADIF Associazione Diritti e Frontiere A.P.I. onlus e StraLi.

Eleonora Camilli

Fonte: Redattore Sociale 

venerdì 30 aprile 2021

Italia ha esportato nel 2020 quasi 4 miliardi di armi a paesi non UE e Nato. Egitto primo acquirente nonostante violazioni diritti umani e casi Regeni e Zaki

Rete italiana pace e disarmo

La maggioranza delle armi italiane destinate a Paesi non UE e non NATO: tra i primi dieci acquirenti dopo l'Egitto, anche il Qatar, il Turkmenistan e l’Arabia Saudita
Fregate prodotte in Italia vendute all'Egitto

Come era possibile intuire dalle notizie di settore degli scorsi mesi, e come la Rete Italiana Pace e Disarmo aveva più volte anticipato sottolineandone la problematicità, per il secondo anno consecutivo è l’Egitto il principale acquirente di sistemi d’arma esportati dalle aziende italiane a produzione militare. 
Rimangono quindi floridi gli affari armati con il governo autoritario di al-Sisi nonostante le pesanti violazioni dei diritti umani e la non collaborazione nei casi Regeni e Zaki.
Nel corso del 2020 il totale delle nuove autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento ha raggiunto i 3.927 milioni di euro di controvalore, in deciso calo (-25%) rispetto al totale per il 2019 (che era in linea anche con l’anno precedente). Va ricordato però come il 2020 sia stato “l’anno della pandemia” con un impatto molto forte sull’economia del Paese che sembra però non aver travolto in maniera eccessiva il comparto bellico. 

Il volume delle esportazioni militari starebbe quindi gradualmente scendendo dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque di un livello complessivo di un miliardo di euro maggiore rispetto ai valori del 2014, per cui si può confermare l’analisi già fatta in passato: le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo. In decisa ascesa (come già ipotizzato dalla nostra Rete in passato, in conseguenza dell’alto livello di licenze concesse negli anni passati) il dato dell’export reale: l’Agenzia delle Dogane registra infatti avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 3.393 milioni di euro (2.696 milioni per licenze singole e 696 milioni per licenze globali di progetto) con un incremento del 17% rispetto all’anno precedente.

Le autorizzazioni per nuove licenze costituiscono il dato politico saliente rispetto alle decisioni prese al Governo in carica (in questo caso, per il 2020, il Governo Conte II) ed in questo senso vanno analizzate. L’Egitto si conferma il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta aumentando la propria quota fino a 991,2 milioni di euro (+120 milioni) grazie alla licenza di vendita delle due Fregate FREMM. 

Al secondo posto gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni) seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). Dopo le mega-commesse del 2017 e 2018 ritorna tra le prime destinazioni di armi italiane anche il Qatar, con un controvalore di 212 milioni di euro (+195 milioni rispetto all’anno precedente), seguito dalla Germania (con 197,6 milioni in lieve calo) e dalla sorprendente Romania con 169,6 milioni di euro (nel 2019 era a meno di 1 milione in licenze al 54 posto tra le destinazioni). Completano la lista dei primi dieci Paesi la Francia (154,5 milioni, in calo di 120), il Turkmenistan (che scende rispetto al secondo posto 2019 ma mantiene 149,5 milioni di euro di autorizzazioni pur calando di quasi 300 milioni), l’Arabia Saudita (ben 144,4 milioni di euro in licenze nonostante il blocco relativo a missili e bombe d’aereo) e la Corea del Sud (134,8 milioni, in calo di circa 30).
[...]
Si tratta di una situazione ormai strutturale e non episodica: per il quinto anno consecutivo, dal governo Renzi del 2016, sono proprio i Paesi Extra Nato-Ue i principali destinatari di sistemi militari italiani. Ma ancor più preoccupante è il fatto che per il quinto anno consecutivo la maggior parte degli armamenti e sistemi militari italiani sia destinata nella zona di maggior tensione del mondo: il Nord Africa e Medio Oriente.

Questi dati preliminari confermano come la produzione militare italiana non sia indirizzata alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese e a quella comune europea ma risponda sempre più a logiche di profitto delle aziende produttrici di armamenti, sopratutto quelle a controllo statale. 

domenica 31 gennaio 2021

Dopo 100 mila morti nella guerra in Yemen finalmente l'Italia blocca la vendita di 12.700 ordigni in Arabia Saudita ed Emirati Arabi

Il Manifesto
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.

La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.

Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
[...]
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.

"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".

sabato 17 ottobre 2020

Migranti. Le navi-quarantena diventate la "flotta della vergogna", sofferenza e contagio. Trasferiti anche migranti positivi provenienti dai centri di accoglienza

Il Riformista
Rubattino, Moby Zazà, Rapsody, Allegra, Aurelia, Azzurra, Adriatico: traghetti da turismo che a molti evocheranno bei ricordi, momenti di svago e vacanza. E invece quelle elencate sono diventate le navi che compongono la flotta italiana della vergogna, allestita a partire dal mese di aprile affinché a bordo di queste imbarcazioni si svolgesse il periodo di sorveglianza sanitaria per i migranti soccorsi in mare o arrivati autonomamente sulle nostre coste.


Questa misura, disposta con provvedimento del Capo della Protezione civile Borrelli, aveva presentato sin da subito problemi sotto il profilo giuridico e dei costi, eppure il trasferimento dei naufraghi su queste navi con una adeguata assistenza sembrò una iniziativa persino migliorativa rispetto allo stallo che li teneva per giorni e settimane bloccati sulle imbarcazioni che li avevano soccorsi.

Già a maggio avevo presentato un'interpellanza al governo per fare luce su queste criticità, ma senza ricevere risposta. Il disagio e la sofferenza causati da questa nuova misura and Covid per soli stranieri si sono rivelati nel modo più tragico in quello stesso mese, con la morte di un ragazzo tunisino di 28 anni che si è gettato dalla Moby Zazà nel mare forza 5 davanti Porto Empedocle. Un esito imprevedibile? Una disgrazia?

No, perché, se ce ne fosse bisogno, è documentato nel dettaglio anche dalle relazioni frutto dei sopralluoghi dei Procuratori di Agrigento quale sia la situazione di esasperazione, di prostrazione e di malessere psichico e fisico che vivono i naufraghi che hanno attraversato il Mediterraneo Centrale fuggendo dalla Libia. Ma questa tragedia non è stata sufficiente a indurre il nostro governo a un ripensamento sulle navi quarantena.

Passano i mesi e altre centinaia di persone vengono portate su quelle navi e altre navi si aggiungono a questa flotta. Tra questa la "Allegra" che - a dispetto del nome - accoglie il dolore, la solitudine e l'agonia di Abou, quindicenne della Costa D'Avorio, salvato in mare dalla Ong Open Arms, tenuto sulla nave quarantena per due settimane di "sorveglianza sanitaria" talmente efficace da non riuscire a evitargli la morte, per cause ancora tutte da accertare.

Nel frattempo l'estate è trascorsa e la misura della quarantena a bordo delle navi degenera: non viene più disposta solo nei confronti di chi viene soccorso in mare o arriva autonomamente sulle coste italiane (come previsto dal decreto del Capo della Protezione Civile di aprile), bensì anche nei confronti di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti e ospitati in centri di accoglienza. 

Come denunciato e documentato da Arci e Asgi, alcuni stranieri risultati positivi al test Covid vengono trasferiti con viaggi di centinaia di chilometri, contro la propria volontà e senza fornire loro alcuna informazione, per essere rinchiusi su queste navi della disperazione, senza ricevere assistenza medica né supporto di alcun tipo.

La degenerazione di questa prassi in vera e propria illegalità è così completata sotto la spinta della paura del virus che si somma alla paura dello straniero (portatore del virus), in una miscela esplosiva per lo stato di diritto.

Le navi quarantena si stanno trasformando in veri e propri hotspot galleggianti - proprio quello che si temeva e che andava evitato - e da luoghi di sorveglianza sanitaria finalizzata alla prevenzione della diffusione del virus in luoghi in cui il virus viene portato. Vengono ristrette in spazi spesso privi di finestre, e notoriamente favorevoli alla diffusione dei contagi, persone che devono solo trascorrere un periodo di osservazione insieme a persone positive.

Cioè, ci si mette dentro il Covid, letteralmente, e poi si butta la chiave. Illustri virologi hanno lanciato l'allarme sull'enorme errore che si sta facendo, ricordando la vicenda della nave da crociera "Diamond Princess". In quel caso il capitano Arma gestì con controllo e saggezza una situazione difficile e improvvisa, ricevendo il ringraziamento del Presidente Mattarella e il titolo di Commendatore. Quale onorificenza meritano gli esponenti del governo e della Protezione Civile responsabili dello scempio delle navi quarantena?

Riccardo Magi

venerdì 9 ottobre 2020

Fondazione Migrantes: Nessuna invasione, smentita la propaganda "Scende il numero dei migranti, rovesciato un trend di decenni"

Il Riformista
Nessuna invasione, i dati smentiscono la propaganda. Appello alla politica: "Bene la modifica dei decreti sicurezza. Ora supportare percorsi di regolarità". "Conoscere per comprendere": dice tutto il titolo del Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas italiana e Fondazione Migrantes.


Il pregiudizio che si è fatto largo, amplificato negli studi TV dalla propaganda di qualcuno, si scontra con la realtà dei numeri. I migranti diminuiscono, rovesciando un trend di alcuni decenni. I 5.300.000 che risiedono da tempo in Italia, l'8,8% della popolazione, a dispetto della sbandierata "invasione africana", provengono essenzialmente da Romania, Marocco, Albania, Cina, Ucraina e India. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più. In calo anche le nascite di figli di immigrati e le acquisizioni di cittadinanza.
[...]
Parchi tanto nelle nascite quanto nelle acquisizioni di cittadinanza. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più, insieme ad un calo delle nascite di figli di immigrati, da 67.933 nel 2017 a 62.944 nel 2019. Scendono anche le acquisizioni di cittadinanza, da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019. E si conferma la tendenza all'inserimento stabile con il 62,3% dei permessi a lunga scadenza. Appena il 5,7% sono i permessi collegati all'asilo e alla protezione internazionale, solo l'1,5% quelli per studio.

A delinquere è una minoranza esigua. La controprova si ottiene confrontando i dati con quelli del Dap, a via Arenula. Su una popolazione carceraria di 60.971 detenuti, a fine gennaio di quest'anno risultano essere presenti 19.841 cittadini stranieri: erano 20.255 nel 2018. "I cittadini stranieri, piuttosto, sono fra le principali vittime di reati collegati a discriminazioni", dice il Rapporto: in generale, si osserva, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di reati denunciati all'autorità giudiziaria dalle forze di polizia è diminuito del -9,8%: nel 2019 sono stati denunciati 2.629.831 delitti rispetto al 2018, quando erano stimati in 2.371.806. Una diminuzione che prosegue dal 2003 e che investe tutte le fattispecie criminose.

Non meno infondato è il Dagli all'untore. "Non c'è stato in questi mesi alcun allarme sanitario ricollegabile alla presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. La prevalenza di casi positivi è analoga a quella della popolazione generale".

[...]
Aldo Torchiaro

domenica 24 maggio 2020

Ambra, italiana bloccata in India dal Covid-19 trasforma il forzato isolamento in un'attività di produzione e distribuzione di mascherine ai poveri

Famiglia Cristiana
La sua storia inizia nell'Uttar Pradesh, a nord del Paese. Qui, insieme con l'associazione Learn for Life e alcune giovani sarte ha creato sistemi di protezione che verranno distribuiti ai poveri dai monaci.


Doveva essere soltanto una vacanza, dopo un lungo e faticoso periodo di lavoro, da trascorrere in compagnia di amici, quella che ha spinto la giovane fiorentina Ambra Schumacher a partire lo scorso novembre per l’ India. 

Nessuno avrebbe potuto prevedere che da lì a poco, la vita delle persone, i ritmi dei mercati, della produzione industriale e dei trasporti, compreso quelli aerei, sarebbero stati stravolti dalla minaccia della pandemia di Covid-19, con i conseguenti “lockdown” in vari Paesi del mondo.

Come Ambra, altri circa 100 mila italiani si trovano ancora bloccati all’ estero, ma la storia di questa ragazza fiorentina colpisce per qualcosa di eccezionale: è riuscita a trasformare l’isolamento e l’angoscia creati dalla pandemia in solidarietà e aiuto concreto alla popolazione del luogo dove si trova costretta a rimanere, producendo mascherine (che in India scarseggiano) insieme alle donne del progetto di sartoria dell’ associazione “Learn for Life”, per distribuirle alla popolazione con l’ aiuto dei monaci della “Hospital Ramakrishna Mission”, gestito da oltre cent’ anni da monaci di diverse confessioni religiose, e che presta servizio a tantissimi poveri della regione dell’ Uttar Pradesh, nel nord del Paese. 

La sua testimonianza ci spiega come l’ angoscia e il dolore possono essere affrontati con le mani, per trasformare la sofferenza in sollievo, con un gesto gratuito di amore verso gli altri.

Katia Fitermann

giovedì 21 maggio 2020

Caso Malta, l'Italia si muove per i 101 migranti dirottati e la "Strage di pasquetta" con 12 naufraghi lasciati morire

Avvenire
Il dirottamento del barcone con 101 migranti da Malta verso l’Italia finirà nell’inchiesta del tribunale de La Valletta sulla “Strage di Pasquetta”. L’operazione cominciata nelle acque territoriali dell’isola, rivelata ieri da Avvenire, sta provocando forti reazioni nella politica maltese come in quella italiana, che registra numerose interrogazioni parlamentari da maggioranza e opposizione.
Lo sbarco dei 101 migranti “dirottati” da Malta a Pozzallo - LaPresse
Ieri tre familiari dei 12 migranti lasciati morire in mare mentre 51 superstiti venivano segretamente rispediti in Libia, hanno depositato una “protesta giudiziaria” contro il premier laburista Robert Abela. 

Nel motivare il ricorso per il mancato soccorso – il capo del governo è indagato con il vertvivai delle Forze armate – i legali hanno spiegato al giudice Joe Mifsud che l’operato degli squadroni navali nei giorni in cui venivano segnalati quattro barconi in pericolo è stato «illegale e pericoloso», come dimostra la ricostruzione e le immagini pubblicate ieri. 

I giornali maltesi hanno commentato con toni amari il comportamento dei militari, da sempre considerati come un intoccabile simbolo nazionale. Il Tribunale potrebbe convocare già nelle prossime ore l’equipaggio del pattugliatore “P02” intervenuto l’11 aprile e che avrebbe condotto l’intera operazione, compresa la sostituzione del motore in avaria per consentire al barcone con 101 persone di raggiungere la Sicilia il giorno successivo.

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lunedì 3 febbraio 2020

Libia - Italia conferma accordo sui migranti senza modifiche, ignorando le gravi violenze e violazioni dei diritti umani diventa complice

La Repubblica
L'accordo "blocca-immigrati": il testo del "Memorandum" con il Paese africano rimarrà così com'è, nonostante gli impegni per cambiarlo. "Il governo italiano ignora le violenze inflitte a migliaia di persone".

Il 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d’intesa sulla migrazione tra Italia e Libia sarà rinnovato per altri tre anni senza modifiche. L’accordo prevede che l’Italia aiuti le autorità marittime della Libia a fermare imbarcazioni in mare e a riportare le persone a bordo nei centri di detenzione libici, dove queste sono trattenute illegalmente e subiscono gravi violenze, tra cui stupri e torture. 
“Nei primi tre anni dalla firma dell’accordo - ha detto Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa. - almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare, riportate in Libia e sottoposte a sofferenze inimmaginabili. Solo questo mese, sono state intercettate 947 persone”.
Una scelta che va oltre possibile comprensione. “Va oltre ogni comprensione - ha ggiunto Marie Struthers - il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell’escalation del conflitto in Libia, l’Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l’Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte". I migranti e i richiedenti asilo trattenuti nei centri libici sono soggetti a terribili condizioni di detenzione, in sovraffollamento, e rischiano gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall’aumento dell’intensità del conflitto.

L'UNHCR sospende ogni attività. Il 30 gennaio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Il Memorandum d’intesa è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 per impedire ai migranti e ai rifugiati di raggiungere le coste italiane, trattenendoli in Libia. L’Italia ha accettato di addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l’obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle in Libia.

Il testo dell'accordo resterà così com'è. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l’accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell’ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. “Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono intrappolati in una zona di guerra. Coloro che cercano di fuggire via mare rischiano di essere intercettati e riportati nei centri di detenzione. Collaborando a fermare le persone in mare e a trattenerle in Libia, l’Italia si è resa responsabile di questa situazione”, ha commentato Struthers.

giovedì 30 gennaio 2020

Immigrazione: in Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta - Appello di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

pierfrancescomajorino.eu
In Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta radicale in materia di politiche di immigrazione.
Per questo rivolgiamo al governo un appello preciso: ci si faccia carico di scelte più nette rispetto a quelle operate fin qui.

Serve una nuova legge quadro su di una materia che fin qui è stata affrontata attraverso le lenti dell’insicurezza, della paura, della fragilità dei progetti di inclusione e integrazione.
E serve una nuova legge sulla cittadinanza che cancelli l’odiosa differenza tra bambini che nascono e crescono in questo Paese e che devono essere sempre riconosciuti come italiani.
La cancellazione dei decreti Salvini, il superamento della Bossi-Fini, il potenziamento dell’accoglienza diffusa, il rilancio di SPRAR, un grande piano nazionale per la piena integrazione, il sostegno al soccorso in mare, la nuova gestione dei flussi contro qualsiasi illegalità, l’annullamento del memorandum con la Libia in cui la situazione non garantisce il rispetto diritti fondamentali e la cancellazione di quella autentica vergogna costituita dai campi di detenzione: tutto ciò deve e può essere il cuore di una nuova pagina da scrivere immediatamente attraverso il nostro Paese.
Un Paese che, ovviamente, non va lasciato solo.
Anche per questo è sempre più necessario che in sede europea si approvi davvero la riforma di “Dublino” e vinca la logica della comune responsabilità nella gestione dei processi di accoglienza e non quella della continua deresponsabilizzazione che aiuta i trafficanti e tratta i migranti come un nemico da respingere.

Di Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Elly Schlein

giovedì 16 gennaio 2020

Migranti. La Svizzera blocca l'espulsione di una donna nigeriana in Italia: "Con il Decreto Sicurezza non sono garantite assistenza e cure mediche di cui ha bisogno."

Corriere della Sera
"Col decreto Salvini assistenza non garantita". "L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.
Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti. 

Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.

Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.

Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".

Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.

Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.

"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".

1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.

Claudio Del Frate

domenica 29 dicembre 2019

Migranti - Conseguenze del Decreto sicurezza: fuori dalle strutture di accoglienza dal 1° gennaio i possessori di soggiorno umanitario, tante donne e bambini.

Avvenire
In Sicilia, famiglie con bambini temono di finire per strada. Una preoccupazione condivisa da migliaia di richiedenti asilo. Il Viminale annuncia una proroga.
In Sicilia, in una struttura ex Sprar in provincia di Caltanissetta, due giovani genitori nigeriani attendono di conoscere cosa sarà di loro e dei loro bimbi, dove vivrà la loro famiglia e come si sfamerà dal giorno di Capodanno. Al momento, papà N. e mamma F. (li chiameremo così) vivono in un’unica struttura, insieme a una bimba di 3 anni e a un frugoletto di 2, nato in Italia. N. è richiedente asilo (in attesa di pronuncia sul suo ricorso) e F. invece ha la protezione umanitaria ed è bisognosa di cure per patologie contratte in seguito a violenze subite in un campo libico.

In base alle recenti circolari del Viminale della scorsa settimana, N. potrebbe essere trasferito in un Centro di accoglienza straordinaria (i cosiddetti Cas), mentre F. teme di dover uscire dal circuito dell’accoglienza, insieme ai due bambini, uno dei quali è malato. In una struttura vicina, un’altra famiglia ha gli stessi timori: mamma e papà del Ghana, entrambi con permesso 'umanitario' e con tre bimbi, temono di dover lasciare quella realtà, dove hanno iniziato un percorso d’integrazione, e finire chissà dove. 

Le loro storie sono solo uno spaccato del coacervo di timori e ansie che agita – in questi giorni di Natale – migliaia di uomini, donne e bambini, accolti in Italia e titolari di forme di protezione umanitaria, ma ora collocati in un angoscioso 'limbo', a causa dell’applicazione di norme generate dai contestati decreti sicurezza varati dal precedente governo e targati Matteo Salvini, che l’attuale esecutivo Conte – nonostante i rilievi del Quirinale e l’impegno a ritoccarli – non ha ancora modificato.

Migliaia nel «limbo». La settimana scorsa, una circolare del ministero dell’Interno ha disposto, a partire dal 1° gennaio, il trasferimento nei Cas dei richiedenti asilo attualmente ospiti nei centri ex Sprar (con termine 31 dicembre). «Una prescrizione illegittima e sbagliata », dice ad Avvenire Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, che nei giorni scorsi ha fatto suonare un campanello d’allarme. In molte province italiane, spiega Miraglia, «i bandi per la gestione dei Cas sono andati deserti» e pertanto molti richiedenti asilo, anziché in zone vicine, «rischiano di essere trasferite anche a centinaia di chilometri di distanza. E chi si dovesse rifiutarsi, potrebbe finire per strada, d’inverno, anche se si tratta di famiglie con bambini».

La proroga in extremis. Anche le preoccupazioni sollevate da enti e associazioni impegnati sul fronte dell’accoglienza hanno indotto, ieri, i tecnici del Viminale a trovare una soluzionetampone, attraverso una 'proroga', i cui contorni sono ancora vaghi: al termine di un incontro con l’Anci, che rappresenta gli 8mila comuni italiani, si è stabilito che «i titolari di protezione umanitaria presenti nei progetti Siproimi potranno rimanere nelle strutture anche oltre il 31 dicembre» grazie a fondi dell’Unione Europea. Con quali modalità e tutele? Non è ancora chiaro, si sa solo che il Servizio centrale del ministero «fornirà le opportune indicazioni ai Comuni». 

Già sabato, sempre l’Interno aveva fatto diramare una nota 'rassicurante', affermando che «nessuno dei 1.428 titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari finirà per strada», precisando che la continuità all’assistenza potrà essere garantita, lasciando aperta la possibilità di mantenere la sede d’accoglienza attuale. A gennaio, potrebbero arrivare dal governo le proposte di modifica ai decreti sicurezza, ma nell’attesa il Viminale ribadisce attenzione «alle condizioni di vita» degli immigrati accolti e alle esigenze di comuni e associazioni.

Le associazioni in piazza. La proroga di ieri viene salutata come «un parziale risultato positivo » dal Tavolo Asilo nazionale (a cui aderiscono una ventina di organizzazioni, fra cui Caritas, Acli, Arci, Cir, Fondazione Migrantes, Asgi, Comunità di Sant’Egidio, Centro Astalli e Papa Giovanni XXIII), che tuttavia conserva «forte preoccupazione ». La via maestra, dice la nota, è «il ritiro delle due circolari, basate su un’interpretazione erronea e illegittima del primo decreto sicurezza», di cui da tempo il terzo settore chiede l’abolizione. Venerdì, le associazioni manifesteranno davanti alle prefetture di tutt’Italia, per chiedere di ripristinare lo Sprar e garantire a richiedenti asilo e rifugiati «un’accoglienza dignitosa, nel rispetto della Costituzione».


Vincenzo R. Spagnolo

mercoledì 13 novembre 2019

Migranti - Esame della proposta di legge popolare "Ero straniero" alla Camera - Realismo e non propaganda per il governo del fenomeno migratorio in Italia

Avvenire
Riprende alla Camera l'esame della proposta di legge popolare "Ero straniero". Meno nero, più regolarizzazione e un'entrata aggiuntiva per le casse italiane di circa un miliardo di euro l'anno. Sarebbero questi gli effetti del superamento della Bossi-Fini, la legge che dalla prossima settimana sarà rimessa in discussione. Riprende infatti alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero".



Il testo era stato incardinato un anno fa con la sola illustrazione da parte del relatore Riccardo Magi (+Europa). "Si tratta di una operazione di legalità a beneficio di circa 670 mila persone irregolari che saranno nel nostro Paese nel 2020" spiega Paolo Pezzo di Action Aid Italia, presentando la proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale nel 2017 sono state raccolte 90mila firme, dal titolo "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari".

La proposta prevede l'introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione; la reintroduzione del sistema dello sponsor; la regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati"; l'effettiva partecipazione alla vita democratica col voto amministrativo e l'abolizione del reato di clandestinità.

La campagna è stata promossa da diverse associazioni fra cui, solo per citarne alcune, Fondazione Casa della Carità, Acli, Asgi, Centro Astalli, Legambiente, Federazione chiese evangeliche in Italia e con il sostegno di diversi sindaci ed altre organizzazioni. "Con un provvedimento di emersione dal nero e regolarizzazione, entrerebbe almeno un miliardo di euro ogni anno per lo Stato - spiegano i promotori.

Considerando l'emersione per 400 mila persone, quindi non per tutti, e considerando che il reddito medio mensile di un lavoratore in Italia è di 20.000 euro lordi l'anno, si avrebbe a regime una entrata di 2.232 euro all'anno a persona, che per 400 mila persone fa 893 milioni di euro di gettito fiscale".

"Sono tanti a sostenere - aggiunge il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5S), annunciando l'inizio della discussione che modifica la Bossi-Fini - che il decreto flussi annuale non garantisce più i fabbisogni del mercato del lavoro.

Lo dimostrano i dati: a inizio luglio erano più di 44mila le domande presentate per i lavoratori stagionali a fronte di 18mila ingressi autorizzati". Oggi, con un question time in commissione, Brescia chiederà al Ministero dell'Interno un aggiornamento sul numero di domande presentate. "La realtà parla sempre più forte della propaganda".

domenica 10 novembre 2019

Migranti - Il Memorandum Italia-Libia firmato con i criminali che gestiscono i lager, luoghi di tortura. Di Emma Bonino

Il Riformista
Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all'epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco. Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati "campi di accoglienza" sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.
Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l'arresto - oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani - è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l'ufficiale della guardia costiera. 

E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.

Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte "autorità libiche", ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all'innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione - come emerge da una recente inchiesta di Euronews, - a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall'Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.

La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che "l'esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse [...] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative". Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.

Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos'altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all'orrore dei campi libici.

E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall'ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l'attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell'Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall'ex ministro in altre circostanze - in particolare di fronte all'alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell'estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili - come gli accordi con la Libia - sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.

Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.

Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l'Italia e l'Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?

Emma Bonino

giovedì 7 novembre 2019

Italia - La vergogna di dover proteggere Liliana Segre con una scorta!

La Repubblica
Segre sotto scorta, dopo le minacce assegnata tutela a senatrice a vita.
Dopo le minacce via web e lo striscione di Forza nuova esposto nel corso di un appuntamento pubblico cui partecipava a Milano, il prefetto Renato Saccone ha deciso di assegnare la tutela alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz quando aveva 14 anni.
 

Da oggi, avrà due carabinieri che la accompagneranno in ogni suo spostamento. La notizia è pubblicata su alcuni quotidiani milanesi, dopo le polemiche che hanno accompagnato il battesimo della commissione “Segre”, la commissione straordinaria che si occuperà del contrasto all'intolleranza, al razzismo, all'antisemitismo e all'istigazione all'odio e alla violenza.

La decisione di assegnare alla senatrice a vita è stata presa durante il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza che si è tenuto ieri. Sugli insulti e minacce ricevuti dalla senatrice via web la Procura di Milano ha aperto un'inchiesta allo stato contro ignoti. A occuparsene è il Dipartimento antiterrorismo. Sono oltre 200 i messaggio di odio online che la senatrice riceve quotidianamente.

lunedì 4 novembre 2019

Amnesty - Onu, sotto la lente i diritti umani in Italia. Le preoccupazioni: criminalizzazione solidarietà, razzismo, xenofobia, migranti, rifugiati, rom, tortura

Amnesty International
Lunedì 4 novembre inizierà presso il Consiglio Onu dei diritti umani l’Esame periodico universale dell’Italia.



L’Esame è un importante meccanismo di valutazione della situazione dei diritti umani, attraverso interrogazioni e raccomandazioni da stato a stato.


Secondo Amnesty International, che ha sottoposto un suo documento di analisi al Consiglio Onu dei diritti umani, la situazione dei diritti umani è peggiorata rispetto all’ultimo Esame del 2014 e, soprattutto nell’ultimo anno, l’approccio delle autorità italiane nei confronti dei meccanismi di monitoraggio internazionali si è fatto teso.
Nel 2014 l’Italia aveva ricevuto 186 raccomandazioni. Ne ha accettate 176, riguardanti soprattutto la ratifica dei trattati; la creazione di un’autorità nazionale per i diritti umani; la lotta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia; il contrasto alla violenza contro le donne; la difesa dei diritti dei rom e la tutela dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo.

Amnesty International ritiene che l‘attuazione da parte dell’Italia delle raccomandazioni da essa accettate sia stata ampiamente insufficiente nel periodo in esame, nonostante i progressi compiuti in alcuni settori.

Il documento inviato da Amnesty International al Consiglio Onu dei diritti umani passa in rassegna gli aspetti più critici in Italia: criminalizzazione della solidarietà, violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti, anche nel contesto della cooperazione con la Libia, debolezze della legislazione in materia di tortura, operato delle forze di polizia e discriminazione nei confronti dei rom in materia di alloggio adeguato.

sabato 19 ottobre 2019

Perchè per essere orgogliosi di essere italiani occorre cercare crearci dei nemici. Quanti motivi abbiamo per essere orgogliosi di essere italiani ....

Blog Diritti Umani - Human Rights
Vogliamo essere orgogliosi di essere italiani senza cercare e creare nemici
#orgoglioitaliano #senzanemico #facciamorete


Ormai essere orgogliosi di essere italiani sta acquistando solo un'accezione sovranista e patrimonio dell'estrema destra. 

Perchè farci rubare tutto il valore di essere italiani siamo orgogliosi perchè è: un paese fondatore dell'Europa,  un paese democratico che combatte la guerra, un paese culla di una cultura millenaria,  fondata sulla Costituzione più bella del mondo, ... e ognuno di noi potrebbe aggiungere altri motivi per essere orgogliosi di essere italiani. 


giovedì 10 ottobre 2019

Italia, vergognosa indifferenza: nessuna istituzione presente ai funerali delle 13 donne annegate a Lampedusa

Globalist
Lo denuncia la Sea Watch: nessuna autorità istituzionale o politica ha sentito il bisogno di recarsi a Lampedusa per omaggiare queste donne e bambine


Il Naufragio in cui sono morte le 13 migranti a largo di Lampedusa è avvenuto a distanza di soli due giorni dal 3 ottobre, giorno in cui ricorreva l'anniversario del terribile naufragio del 2013 in cui oltre 300 persone persero la vita.
Certo, 13 contro 300 è una bella differenza. Ma ormai siamo arrivati a questo, a ridurre l'importanza che diamo alla vita umana a delle cifre. E 13 donne morte, con la più piccola di appena 12 anni, non sono a quanto pare abbastanza da smuovere le coscienze di questo paese. 

Lo abbiamo visto ieri, con gli agghiaccianti commenti piovuti sulla memoria di queste povere donne e di chi è riuscito a sopravvivere. Lo rivediamo oggi, con l'abominevole assenza di qualsiasi istituzione ai funerali delle 13 donne, celebrati presso la Casa della Fraternità dal parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra. 

Sea Watch lo scrive in un tweet: "Dove siete tutti. Nessuno è venuto a poggiare un fiore sulle bare delle 13 donne, a guardare in faccia i sopravvissuti, a sostenere i soccorritori. Una tragedia avvolta nell'indifferenza delle istituzioni". 

Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, lo ribadisce: "È assurdo che nessuno abbia sentito l'esigenza di venire sull'isola per commerare queste persone. Qui ci sono 13 salme di donne, noi siamo presenti insieme alle forze dell’ordine, ai soccorritori, a tutti coloro che si stanno impegnando in questi giorni nel recupero degli altri dispersi. 

Per la tragedia di Trieste le istituzioni si sono mosse, qui non è venuto nessuno, evidentemente ci sono standard diversi rispetto al tipo di disgrazia. E’ ancora più incredibile che tutto questo avvenga nei giorni in cui i ministri degli Interni sono a Lussemburgo per discutere di questo tema.

mercoledì 9 ottobre 2019

Strasburgo. La Corte europea dei diritti: l'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Unione delle Camere penali: "notizia slplendida"!

Avvenire
L'Italia bocciata definitivamente: dovrà rivedere la legge che nega benefici sulla pena ai condannati per mafia o terrorismo che non collaborano con lo Stato.



Non ci sarà un’ulteriore decisione. All’Italia, la Corte Europea dei diritti dell’uomo chiede di riformare la legge sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia.


La Cedu, ieri, ha rifiutato infatti la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal governo italiano dopo la condanna del 13 giugno scorso. Con quella sentenza, che ora diventa definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito come la norma sull’ergastolo ostativo violi il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Ma l’esecutivo e buona parte del Parlamento italiano criticano la decisione e non paiono propensi a modificare la legge, sulla quale comunque entro ottobre è chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale.

Le argomentazioni della Cedu.
In concreto, la Cedu si è pronunciata sul ricorso del detenuto Marcello Viola, all’ergastolo dagli anni ’90 per associazione mafiosa, omicidi plurimi, sequestro di persona e altri reati. Viola (che in carcere ha conseguito due lauree) finora non ha mai collaborato con la giustizia e perciò gli sono stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. 

Ma la Corte afferma che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della decisione di non collaborare. I giudici ritengono che «la non collaborazione» non implichi necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, o che sia ancora in contatto con gruppi criminali o ancora che perciò costituisca un pericolo per la società.
Nell’interpretazione della Corte, la scelta di collaborare con la giustizia non è totalmente libera (come invece ritiene l’esecutivo italiano), ma può dipendere da altri fattori, come il timore di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Così come, argomenta la Cedu, non è detto che collaborare comporti sempre un pentimento e la fine dei rapporti con altri criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola debba essere liberato, ma che l’Italia debba cambiare la legge, in modo che la collaborazione non sia l’unico elemento che impedisce di avere sconti di pena.

Il no del Guardasigilli.
Il verdetto di Strasburgo viene accolto da governo e Parlamento con un misto di contrarietà e scetticismo. Se il premier-avvocato Giuseppe Conte non commenta, protestano invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Non condividiamo nella maniera più assoluta la decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano») e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto».

Duri anche i commenti di diversi esponenti di maggioranza e di opposizione: «La sentenza permetterà a tanti altri ergastolani di poter adire le vie legali, ma non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari – lamenta il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5s) –. C’è soprattutto l’offesa che è stata fatta alla memoria di Falcone, Borsellino e tante altre vittime della mafia». 

Si dice «preoccupato» anche il senatore Pietro Grasso (Leu), mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni ritiene la decisione «scandalosa, è evidente che a Strasburgo non hanno alcuna idea dell’enorme tributo di sangue versato dall’Italia. Il carcere a vita per i mafiosi non si tocca».

I ricorsi alla Consulta.
Secondo i dati dell’associazione "Nessuno Tocchi Caino" (che ritiene la sentenza Cedu una «pietra miliare») attualmente gli ergastolani ostativi sono 1.250, i due terzi dei 1.790 condannati a vita. L’avvocato Antonella Mascia, difensore del detenuto Viola, annuncia l’intenzione di avvalersi subito della pronuncia: «Andremo al Tribunale di sorveglianza dell’Aquila per farla eseguire». 
Esulta pure il presidente dell’Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza: «È una notizia splendida, speriamo faccia da apripista alla decisione della Corte costituzionale».
Il 22 ottobre, infatti, la questione sarà sul tavolo della Consulta, investita da alcuni ricorsi. Secondo Valerio Onida, presidente emerito della Corte e componente del collegio difensivo di Viola, l’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e, qualora il legislatore non intendesse modificarlo, rischierebbe «nuove condanne». A suo parere, tuttavia, «il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale».


Vincenzo R. Spagnolo

giovedì 26 settembre 2019

Enar: "Il virus xenofobo infetta l'Italia, dal 2014 raddoppiano i crimini di stampo razzista.

Open
Un nuovo report pubblicato dalla Rete europea contro il razzismo (Enar), che cita dati dell’Ocse, restituisce una fotografia dei crimini a sfondo razzista in Europa. Dal 2014 al 2017 l’Italia è passata da 413 a 823 casi di violenze legate alla nazionalità e al colore della pelle. 
Leggi il report >>>
Nel documento, che prende in esame 24 Paesi europei, si evidenzia come anche in Italia molti immigrati decidano di non denunciare le violenze subite per paura che questo possa avere delle conseguenze sulla loro fedina penale.

Il report cita poi la Penisola per la buona pratica di aver introdotto nel 2014 un fondo volto a sostenere legalmente le vittime di discriminazione. Un razzismo che colpirebbe individui, ma anche organizzazioni e rappresentanti di comunità religiose e minoranze etniche.

È positivo che anche l’Italia abbia, così come circa la metà degli Stati Ue, delle linee guida per raccogliere dati e indagare sui crimini d’odio a sfondo razzista, ma, sostiene il report, alle forze dell’ordine non sono fornire «risorse sufficienti» (dalla formazione al personale) per gestire questo tipo di reati.

L’Enar denuncia poi «l’esistenza di forme sottili di razzismo all’interno del sistema di giustizia penale europeo». Di conseguenza «un numero significativo di crimini motivati dall’odio finiscono per non essere giudicati come tali».