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martedì 26 maggio 2020

Yemen - Allarme ONU - E' arrivata la pandemia Covid in un paese con la sanità collassata da 5 anni di guerra

Internazionale 
Il sistema sanitario yemenita era già duramente colpito da cinque anni di guerra quando è arrivata la pandemia di covid-19. A poco più di un mese dal primo caso, registrato ufficialmente il 13 aprile, il 22 maggio le Nazioni Unite hanno suonato il campanello d’allarme dichiarando che la sanità del paese è “effettivamente collassata”. 

Gli operatori umanitari continuano a lavorare “con la consapevolezza che il contagio sta dilagando nel paese”, ha affermato Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha).

Un numero troppo basso di test, la carenza di dispositivi di protezione e di materiale medico costringono infatti il personale impegnato sul campo a mandare via le persone che non possono curare. 

In due settimane, dal 30 aprile al 17 maggio, l’ong Medici senza frontiere ha registrato 68 morti nel suo centro di Aden, l’unico dedicato ai malati di nuovo coronavirus in tutto il sud del paese. Il personale umanitario è inoltre preoccupato dal fatto che la popolazione yemenita sia più esposta al virus perché la malnutrizione, a cui è gravemente soggetta, abbassa le difese immunitarie.

Due miliardi di dollari è la cifra stimata dalle Nazioni Unite per permettere ai programmi umanitari di continuare a operare. Una conferenza di raccolta fondi promossa dall’Onu è prevista il 2 giugno in Arabia Saudita. “Se non otteniamo questi fondi, quei programmi che possono salvare gli yemeniti e che sono fondamentali per la lotta al covid-19 saranno costretti a chiudere. 

E così il mondo sarà testimone di cosa succede a un paese che combatte il covid-19 senza avere un sistema sanitario efficiente. Credo che nessuno voglia vederlo accadere”, ha avvertito Laerke.

Nello Yemen sono stati ufficialmente registrati 184 casi, con trenta morti, un bilancio gravemente sottostimato secondo molte ong attive nel paese.

lunedì 25 maggio 2020

Colombia - Allarme Covid nelle carceri - In condizioni di detenzione molto critiche aumento contagi e morti

Vatican News
È allarme Covid nelle carceri colombiane. Gli ultimi dati parlano di 1065 casi positivi, 16 ricoverati e 4 morti. 
Giovedì scorso si sono aggiunti altri nove casi nell'istituto La Ternera di Cartagena e un altro a Villavicencio, a 67 chilometri a sud di Bogotà, risultando il principale focolaio della malattia nell'ambito dei penitenziari del Paese.


Sovraffollamento oltre il 51%
- Il tutto in una situazione di sovraffollamento pari al 51 per cento in eccesso rispetto alla capacità di contenimento delle celle, ovvero una palese violazione dei diritti fondamentali. Profonda preoccupazione, di fronte ad una situazione che non accenna a rientrare nella norma, è stata espressa dal Segretariato Nazionale per la Pastorale Sociale-Caritas Colombia per le ripercussioni che l'aumento dei casi potrebbe avere sul sistema sanitario interno.

Umanizzare gli istituti - Richiamando la solidarietà di tutti nei confronti delle persone private della libertà, delle loro famiglie, del personale amministrativo e delle guardie, l'organismo della Conferenza episcopale ha ricordato "l'urgente necessità di affrontare la crisi umanitaria nelle carceri con misure che rispettino la dignità umana e proteggano la salute dei detenuti". In un comunicato viene anche sollecitato l'immediato intervento per "umanizzare gli istituti", che vuol dire creare le condizioni ottimali di permanenza non solo per gli ospiti, ma anche per il personale che presta servizio in loco. "Garantendo, in primis, le misure di sicurezza e prevenzione".

La situazione delle donne - Si chiede inoltre un programma di ridistribuzione della popolazione carceraria, unita ad una accelerazione dei processi, per superare il sovraffollamento. Inoltre il Segretariato ritiene fondamentale la tutela delle donne ristrette. "Pensiamo soprattutto alle mamme con figli sotto i tre anni, a quelle malate e alle anziane che in questo momento sono ancora più vulnerabili". Lo scritto richiama l'attenzione anche alle forze dell'ordine e agli agenti di polizia penitenziaria che, negli istituti più difficili, corrono maggiori rischi.

Gli scontri all'indomani della diffusione del virus - All'indomani della diffusione del Covid, in 13 case di reclusione si sono verificate numerose proteste da parte dei detenuti. Gli incidenti più gravi a Bogotà, nei centri di detenzione maschili, La Picota e La Modelo, e in quello femminile El Buen Pastor. La rivolta scoppiata nella prigione La Modelo, nella capitale, è stata sedata dall'esercito e dalla polizia carceraria, con un bilancio di almeno 23 detenuti morti. In seguito agli scontri, lo scorso 15 aprile il presidente Ivn Duque ha firmato un decreto che ha consentito la scarcerazione per sei mesi di almeno 4.000 detenuti.

Davide Dionisi

Fonte: Vatican News

Bielorussia - Unico paese in Europa ad avere la pena capitale - Confermata la condanna a morte per Stanislau e Illia Kostseu di 19 e 20 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Corte Suprema della Bielorussia ha confermato oggi la doppia condanna a morte pronunciata a Stanislau e Illia Kostseu accusati di aver ucciso il loro ex insegnante nell'aprile 2019. I verdetti di morte sono diventati definitivi.
Durante l'udienza di appello di oggi, gli avvocati dei condannati a morte hanno sostenuto che la sentenza estrema era eccessiva, poiché non teneva conto della loro giovane età (19 e 21 anni), dell'infanzia privata (entrambi i giovani sono stati cresciuti in famiglie affidatarie e orfanotrofi dopo la morte del padre e la carcerazione della madre) e una sincera dichiarazione di colpa.

Contrariamente agli argomenti dell'accusa, il consulente legale del fratello minore, Stanislau, ha sottolineato che l'imputato non è stato spinto dal desiderio di vendetta e, pertanto, la sentenza non è stata appropriata.

Dopo che il verdetto è stato emesso, la famiglia dei detenuti è stata ostracizzata nella loro città natale di Čerykaŭ, compresi i loro nipoti minori.

I detenuti dovrebbero anche pagare 250.000 rubli in danni alla famiglia della vittima. Tuttavia, a causa della loro estrema povertà e della scelta della pena capitale da parte della corte, la richiesta non verrà applicata.

ES

Fonte: dp.spring96.org

domenica 24 maggio 2020

Ambra, italiana bloccata in India dal Covid-19 trasforma il forzato isolamento in un'attività di produzione e distribuzione di mascherine ai poveri

Famiglia Cristiana
La sua storia inizia nell'Uttar Pradesh, a nord del Paese. Qui, insieme con l'associazione Learn for Life e alcune giovani sarte ha creato sistemi di protezione che verranno distribuiti ai poveri dai monaci.


Doveva essere soltanto una vacanza, dopo un lungo e faticoso periodo di lavoro, da trascorrere in compagnia di amici, quella che ha spinto la giovane fiorentina Ambra Schumacher a partire lo scorso novembre per l’ India. 

Nessuno avrebbe potuto prevedere che da lì a poco, la vita delle persone, i ritmi dei mercati, della produzione industriale e dei trasporti, compreso quelli aerei, sarebbero stati stravolti dalla minaccia della pandemia di Covid-19, con i conseguenti “lockdown” in vari Paesi del mondo.

Come Ambra, altri circa 100 mila italiani si trovano ancora bloccati all’ estero, ma la storia di questa ragazza fiorentina colpisce per qualcosa di eccezionale: è riuscita a trasformare l’isolamento e l’angoscia creati dalla pandemia in solidarietà e aiuto concreto alla popolazione del luogo dove si trova costretta a rimanere, producendo mascherine (che in India scarseggiano) insieme alle donne del progetto di sartoria dell’ associazione “Learn for Life”, per distribuirle alla popolazione con l’ aiuto dei monaci della “Hospital Ramakrishna Mission”, gestito da oltre cent’ anni da monaci di diverse confessioni religiose, e che presta servizio a tantissimi poveri della regione dell’ Uttar Pradesh, nel nord del Paese. 

La sua testimonianza ci spiega come l’ angoscia e il dolore possono essere affrontati con le mani, per trasformare la sofferenza in sollievo, con un gesto gratuito di amore verso gli altri.

Katia Fitermann

USA - Georgia - Johnny Lee Gates, 63 anni, disabile mentale libero dopo 43 anni di carcere da innocente

Avvenire
Per metà della detenzione nel braccio della morte, poi per le sue condizioni è sfuggito al boia in Georgia. L'afroamericano subì discriminazioni razziali
Johnny Lee Gates, 63 anni
Johnny Lee Gates, 63 anni, è libero dopo 43 anni di carcere, 26 dei quali trascorsi nel braccio della morte in Georgia. Condannato nel 1977 per omicidio, stupro e rapina, l'afroamericano 63enne si è sempre detto estraneo all'uccisione di Katharina Wright. 

Ma il suo quoziente intellettivo di 65 lo aveva portato prima a contraddirsi poi, secondo gli inquirenti, a confessare e alla fine (in base a quanto affermato) a essere condannato a morte: pena evitata e commutata in ergastolo solo in quanto l'esecuzione di un disabile mentale è anticostituzionale. La scoperta di ulteriori prove e l’accertamento della discriminazione razziale subita, gli avevano garantito un nuovo processo.

Nel 2015 il Georgia Innocence Project (l'organismo indipendente di avvocati che assiste i condannati e spesso riesce a far riesaminare i casi) era riuscito a chiedere nuovi test del Dna su due elementi di prova: una cravatta del marito e una cintura di accappatoio con cui, secondo la giuria del 1977, Gates aveva soffocato Katarina Wright. Il Dna rinvenuto era di almeno cinque persone diverse, ma non di Johnny Gates.

I legali gli sono stati molto vicini e per ottenere la libertà Gates ha accettato il cosiddetto “patteggiamento Alford”: una procedura per cui il ricorrente non dichiara la sua colpevolezza ma ammette che la procura ha avuto a disposizione sufficienti prove per condannarlo. Sulla base del patteggiamento, Gates è stato condannato a 40 anni per omicidio colposo. Avendone già scontati 43, è tornato in libertà

Loretta Bricchi Lee, New York

sabato 23 maggio 2020

Drammatiche cifre degli anziani morti di Covid negli istituti - Firma l'appello di Sant'Egidio: "Senza anziani non c'è futuro"

Ansa
"Nella pandemia del Covid-19 gli anziani sono in pericolo in molti Paesi europei come altrove. Le drammatiche cifre delle morti in istituto fanno rabbrividire".


E' da questa preoccupazione della Comunità di Sant'Egidio sul futuro delle nostre società che nasce un appello - "Senza anziani non c'è futuro" - diffuso oggi a livello internazionale "per ri-umanizzare le nostre società" e contro una "società selettiva". 

Primo firmatario Andrea Riccardi, insieme a personalità come Romano Prodi, Juergen Habermas, Jeffrey Sachs, Felipe Gonzalez, Hans Gert Pottering, il card. Matteo Zuppi, Irina Bokova, Giuseppe De Rita e altri. 

L'appello è rivolto a cittadini e istituzioni, per un deciso cambiamento di mentalità che porti a nuove iniziative, sociali e sanitarie, nei confronti delle popolazioni anziane. 

"Con questo appello - vi si legge - esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani".



Eritrea - Il Covid peggiora le gravi condizioni di migliaia di prigionieri: sovraffollamento, senza sapone e servizi igienici, sospesi colloqui con le famiglie e gli aiuti alimentari

Corriere della Sera
Non possono fare la doccia né lavare i vestiti regolarmente, non hanno accesso ai gabinetti e devono fare i loro bisogni all'aperto: secondo informazioni ricevute da Amnesty International, questa è la situazione di migliaia di prigionieri nei sovraffollati centri di detenzione dell'Eritrea. 

La denuncia riguarda in particolare quattro prigioni: Adi Abeyito, Mai Serwa Maximum Security, Mai Serwa Asmera Flowers e Ala. La direzione delle carceri non fornisce prodotti per l'igiene personale come il sapone. Dal 2 aprile le visite dei familiari sono vietate e dunque la situazione è ulteriormente peggiorata, anche dal punto di vista della consegna di prodotti alimentari.

Ad Adi Abeyito, che ospita 2500 detenuti in uno spazio previsto per 800, la doccia e il lavaggio dei vestiti sono previsti due volte alla settimana. Nelle altre tre strutture la situazione è persino peggiore. Non è consentito portare scarpe o pantofole per evitare il rischio che i detenuti si arrampichino sul fino spinato per evadere. I gabinetti sono situati fuori dalla struttura e ci si può andare due volte al giorno. Quelli interni sono utilizzabili solo nella stagione delle piogge.

A Mai Serwa Asmera Flowers, in realtà un campo di lavoro forzato dove i Testimoni di Geova e altri detenuti sono costretti a lavorare nei campi per un'azienda agricola, non esistono gabinetti. I 700 detenuti devono fare i loro bisogni all'aperto. A Mai Serwa Maximum Security prison ci sono solo 20 gabinetti per 500 detenuti e comunque la capienza massima dovrebbe essere di 230 persone.

La prigione di Ala ha una capienza di 1.200 detenuti ma ve ne sono circa il triplo. La distanza fisica è impossibile. Gli spazi variano da celle d'isolamento di due metri per due a container (come nella foto) dove sono stipate fino a 20 persone. Letti e materassi non sono ammessi.

La maggior parte dei prigionieri non è mai stata incriminata né tanto meno processata e non ha la minima idea di quando la detenzione terminerà. In questa situazione, tantissimi detenuti hanno sviluppato malattie fisiche e mentali ma all'interno delle quattro strutture detentive sono disponibili solo medici formati al primo soccorso.

Nella prigione di Ala i detenuti hanno dovuto comprare a loro spese un termometro e un apparecchio per misurare la pressione che sono stati messi a disposizione di un medico a sua volta prigioniero. L'ospedale più vicino si trova a 26 chilometri di distanza. In queste condizioni, il rischio di diffusione del Covid-19 è altissimo. Amnesty International ha sollecitato il governo eritreo a decongestionare i centri di detenzione, dando priorità ai prigionieri di coscienza, a minorenni, ai detenuti in attesa di giudizio, agli ammalati e agli anziani.

Riccardo Noury

Burkina Faso. HRW chiede indagine su presunte uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti

agenzianova.com
Le autorità del Burkina Faso dovrebbero condurre un'indagine "credibile" e "indipendente" sulle accuse di uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti che sono state fatte ad alcuni agenti di polizia nel quadro di un'operazione antiterrorismo condotta lo scorso 11 maggio vicino alla città di Fada N'Gourma, nella parte orientale del paese.


Lo ha chiesto in un comunicato l'ong Human Rights Watch (Hrw), affermando che testimoni hanno visto gli uomini colpiti alla testa.
 

Il 13 maggio, la procura di Fada N'Gourma, nella regione orientale, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sugli omicidi. Per maggiore indipendenza e imparzialità e per garantire la sicurezza dei testimoni, questa indagine dovrebbe secondo Hrw essere trasferita nella capitale, Ouagadougou, e le sue conclusioni rese pubbliche. Il comandante della stazione di gendarmeria di Tanwalbougou, dove morirono i detenuti, dovrebbe essere immediatamente posto in congedo amministrativo in attesa dell'esito dell'indagine.

Secondo Corinne Dufka, direttrice di Hrw per l'Africa occidentale, il decesso dei detenuti sopravvenuto poche ore dopo la loro presa in custodia "è chiaramente un segno di un atto criminale". "Uccidere i detenuti in nome della sicurezza è sia illegale che controproducente. Coloro che sono stati ritenuti responsabili di questi decessi in custodia dovrebbero essere perseguiti in modo equo", ha aggiunto.

Hrw ha parlato al telefono con 13 persone di questo incidente. Sono residenti di Fada N'Gourma e della zona circostante, nonché di Ouagadougou, tra cui quattro testimoni degli arresti e cinque testimoni del recupero dei corpi e della loro sepoltura. I testimoni hanno fornito un elenco di 12 vittime, tutti membri dell'etnia dei fulani, inclusi due fratelli e un uomo di 70 anni.

Le presunte uccisioni sono state perpetrate sullo sfondo del deterioramento della sicurezza e di una crisi umanitaria in Burkina Faso, un paese che, dal 2016, ha affrontato la violenza dei gruppi armati islamisti affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico nel Grande Sahara.

Avanzata della pandemia Covid in Amazzonia. Le popolazioni indigene a Onu, “misure urgenti o mancanza di azioni porterà a sterminio”

SIR
Le popolazioni indigene dell’Amazzonia si rivolgono direttamente alle Nazioni Unite, nella persona del segretario generale Antonio Guterres, oltre che alla Commissione interamericana per i diritti umani, rivolgendo un “appello urgente” alla comunità internazionale per l’avanzata della pandemia di Covid-19 nel territorio amazzonico. 
La lettera è firmata dal Coica (il Coordinamento dei popoli indigeni del bacino amazzonico) e dalle organizzazioni che rappresentano i popoli nativi a livello nazionale nei nove Paesi della Panamazzonia: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

I firmatari affermano di voler fare una “dichiarazione d’emergenza” a nome dei 511 popoli indigeni amazzonici, di migliaia di comunità, dei 66 popoli indigeni in isolamento volontario, “nella certezza che la mancanza di azioni chiare da parte dei nostri Governi condurrà allo sterminio dei difensori dell’Amazzonia”.

Il Coica e le altre organizzazioni chiedono all’alto commissario per i diritti umani e al relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene dell’Onu di elaborare dei rapporti informativi sulla condizione delle popolazioni indigene, da inviare agli Stati, “con l’obiettivo di prendere misure urgenti di fronte a questa pandemia. In secondo luogo, la lettera chiede, “di fronte all’inerzia dei Governi, “aiuti e assistenza umanitaria internazionale, con l’obiettivo di proteggere la salute e la vita degli indigeni dell’Amazzonia, che si trovano di fronte alla catastrofe sanitaria, dal momento che se non verranno prese misure urgenti, rischiamo di trovarci alle porte dell’etnocidio”.

I Governi sono quindi “invitati a dare risposte e a intraprendere azioni immediate rispetto alle richieste delle organizzazioni”; tutti sono invitati a partecipare e sostenere la raccolta di fondi avviata dal Coica e da altri soggetti, con l’obiettivo che gli aiuti umanitari vadano direttamente alle popolazioni indigene.

venerdì 22 maggio 2020

UNHCR/Kenya - Allarme per i primi casi di Covid nel campo profughi di Dadaab, il più grande al mondo dove vivono più di 500 mila persone

Agenzia Nova
Kenya: due rifugiati positivi a Covid-19 in campo di Dadaab, Unhcr e agenzie Onu rafforzano misure sanitarie


L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), le agenzie umanitarie e il governo del Kenya stanno rafforzando le misure contro il Covid-19 dopo che il governo stesso ha confermato che due persone sono risultate positive ai test nei campi rifugiati di Dadaab, il più grande del mondo. 

In linea con le direttive governative, i due positivi hanno dovuto osservare un periodo di quarantena per poi essere trasferiti in centri di isolamento, una volta reso noto l'esito dei risultati. 

L'unità di sorveglianza e risposta alle malattie del ministero della Salute ha avviato le attività di tracciamento dei contatti. È quanto afferma l’Unhcr in una nota. 

Le condizioni di affollamento dei campi rifugiati di Dadaab, nei quali i servizi medici sono già sotto pressione, sollevano seri motivi di preoccupazione per la vulnerabilità di oltre 217 mila rifugiati e 320 mila membri delle comunità di accoglienza che vivono negli insediamenti e nelle aree circostanti. 

L'Unhcr, i partner e altre agenzie Onu da tempo supportano il piano di risposta nazionale diretto dal governo volto ad attenuare i rischi e a prevenire l'ulteriore diffusione del virus nei campi rifugiati.

Corte Giustiza UE costringe l'Ungheria a chiudere i campi di transito per rifugiati. E' una detenzione ingiustificata

LaPresse/AP
Il governo ungherese ha dichiarato che sta chiudendo le zone di transito al confine meridionale con la Serbia, dove i richiedenti asilo sono trattenuti nell'attesa che vengano esaminate le loro richieste di asilo.

Il capo dello staff del primo ministro Viktor Orban ha riferito che, di conseguenza, circa 280 richiedenti asilo verranno trasferiti nei centri di accoglienza ungheresi.

La decisione del governo arriva dopo che la scorsa settimana la Corte di giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che il blocco dei richiedenti asilo nelle zone di transito ungherese equivaleva a "detenzione" e ha dichiarato che era consentito per un periodo massimo di quattro settimane.

Migranti, la vera emergenza non sono gli arrivi ma il loro abbandono in condizioni drammatiche il Libia, Turchia e Isole greche

Famiglia Cristiana
Presentato il rapporto del Centro Astalli sui rifugiati in Italia. «In tutti i servizi si sono fatti sentire gli effetti dell’ entrata in vigore dei decreti sicurezza», dichiara padre Camillo Ripamonti, presidente del servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia. Nel 2020 il diffondersi della pandemia ha reso il quadro internazionale ancora più drammatico.


Più dei numeri, lo raccontano le cicatrici sul corpo e la paura negli occhi. Gli uomini e le donne che oggi tentano di raggiungere l’ Europa, per scappare da Paesi in guerra o da calamità naturali, in base ad accordi internazionali sono “contenuti” da Libia e Turchia, considerati “Stati non sicuri” da organismi umanitari e della società civile. 

«Nell’ ascolto delle storie personali è emersa in maniera drammatica la rappresentazione dei centri di detenzione libici: luoghi fortemente traumatizzanti, dove torture e violenze di ogni tipo vengono esercitate quotidianamente su uomini e donne inermi. Circa il 35 per cento dei pazienti che si sono rivolti al Centro salute migranti forzati sono risultati vittime di tortura o maltrattamenti, di tratta, di mutilazioni genitali femminili e portatori di disturbi post-traumatici»: padre Camillo Ripamonti, presidente dell’ associazione Centro Astalli, presenta il bilancio di un anno di lavoro. [...]
Il 2019, evidenzia il Rapporto Annuale di Astalli, è stato “l’ anno delle vite sospese”: migliaia di migranti hanno vissuto confinati in una sorta di limbo. Dimenticati nelle carceri libiche, nei campi profughi delle isole greche o persino sulle navi che li hanno soccorsi, «mentre l’ Italia e gli altri Stati dell’ Unione europea ingaggiavano un vergognoso braccio di ferro su chi dovesse accogliere poche decine di persone». 
Sono circa 200mila i rifugiati che vivono in Italia. E i numeri dicono che nel 2019 solo 11.471 sono approdati nel nostro Paese (facendo registrare un calo di oltre il 50 per cento rispetto al 2018 e del 90 per cento in relazione al 2017). 
«Abbiamo più volte denunciato, anche con le organizzazioni del Tavolo nazionale asilo, che la diminuzione degli arrivi è soprattutto legata all’ incremento delle operazioni della Guardia costiera libica: nell’ ultimo anno 8.406 persone intercettate nel Mediterraneo sono state riportate in Libia e lì detenute in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili»,
dice Ripamonti. 

Altissimo il tasso di persone che hanno perso la vita in mare. La traversata dalla Libia, dove si stima che un migrante ogni trentatré muoia, si conferma la rotta più pericolosa del Mediterraneo. D’ altra parte al barcone non c’ è quasi nessuna alternativa.

La situazione in Italia
Il Centro Astalli, nato nel 1981 per volontà del generale dei Gesuiti padre Pedro Arrupe, con la sua rete territoriale (Roma, Vicenza, Trento, Catania, Palermo, Napoli, Padova) in un anno ha risposto alle necessità di oltre 20.000 migranti forzati, di cui circa 11.000 solo a Roma.
Il bilancio del 2019 evidenzia che «le politiche migratorie, restrittive, di chiusura - se non addirittura discriminatorie - acuiscono precarietà di vita, esclusione e irregolarità, rendendo l’ intera società più vulnerabile». 
Meno protezione per i migranti e rifugiati, dice Astalli, significa meno sicurezza per la società, che rende invisibile una parte della popolazione che sul suo territorio è comunque presente. «La vera emergenza non sono gli arrivi ma la precarietà dei migranti forzati. In tutti i servizi del Centro Astalli si sono fatti sentire gli effetti dell’ entrata in vigore dei decreti sicurezza. L’ abolizione della protezione umanitaria, il complicarsi delle procedure per l’ottenimento di una residenza e dei diritti che ne derivano, e più in generale il moltiplicarsi di oneri burocratici a tutti i livelli, escludono un numero crescente di migranti forzati dai circuiti dell’ accoglienza e dai servizi territoriali», spiega Ripamonti.

Vittoria Prisciandaro

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giovedì 21 maggio 2020

Caso Malta, l'Italia si muove per i 101 migranti dirottati e la "Strage di pasquetta" con 12 naufraghi lasciati morire

Avvenire
Il dirottamento del barcone con 101 migranti da Malta verso l’Italia finirà nell’inchiesta del tribunale de La Valletta sulla “Strage di Pasquetta”. L’operazione cominciata nelle acque territoriali dell’isola, rivelata ieri da Avvenire, sta provocando forti reazioni nella politica maltese come in quella italiana, che registra numerose interrogazioni parlamentari da maggioranza e opposizione.
Lo sbarco dei 101 migranti “dirottati” da Malta a Pozzallo - LaPresse
Ieri tre familiari dei 12 migranti lasciati morire in mare mentre 51 superstiti venivano segretamente rispediti in Libia, hanno depositato una “protesta giudiziaria” contro il premier laburista Robert Abela. 

Nel motivare il ricorso per il mancato soccorso – il capo del governo è indagato con il vertvivai delle Forze armate – i legali hanno spiegato al giudice Joe Mifsud che l’operato degli squadroni navali nei giorni in cui venivano segnalati quattro barconi in pericolo è stato «illegale e pericoloso», come dimostra la ricostruzione e le immagini pubblicate ieri. 

I giornali maltesi hanno commentato con toni amari il comportamento dei militari, da sempre considerati come un intoccabile simbolo nazionale. Il Tribunale potrebbe convocare già nelle prossime ore l’equipaggio del pattugliatore “P02” intervenuto l’11 aprile e che avrebbe condotto l’intera operazione, compresa la sostituzione del motore in avaria per consentire al barcone con 101 persone di raggiungere la Sicilia il giorno successivo.

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martedì 19 maggio 2020

USA, alto rischio di contagio Covid per le scarse misure di prevenzione per i 40.000 migranti nei centri di detenzione

Corriere della Sera
Ventuno organizzazioni per i diritti umani degli Usa hanno chiesto il rilascio dei circa 40.000 migranti e richiedenti asilo attualmente detenuti in oltre 200 centri di detenzione federali. 


Questo provvedimento diventa ancora più urgente dopo la prima morte per coronavirus avvenuta in un centro della California e la conferma che in altri centri detenuti e personale sono risultati positivi al Covid-19.

Secondo gli esperti, nell'attuale situazione di sovraffollamento, bastano cinque casi positivi perché il contagio riguardi dal 72 al 100 per cento dei detenuti e del personale interno. 

Dall'inizio della pandemia negli Usa, i centri di detenzione per migranti continuano a non essere dotati di sufficienti prodotti per la sanificazione, la distanza fisica non è rispettata e la prassi di trasferire i detenuti da un centro all'altro aumenta i rischi di contagio.


Riccardo Noury

domenica 17 maggio 2020

Perù. 60 detenuti morti in carcere per coronavirus . Appello del vescovo: " far uscire almeno donne incinte con i figli"

Agensir
Oltre all'affollamento, le carceri del Perù, dove sono già morti per il Covid-19 circa 60 detenuti, sono caratterizzate da carenza di attenzione sanitaria e igienica. 


Lo denuncia, al Sir, mons. Jorge Enrique Izaguirre, vescovo della prelatura di Chuquibamba e presidente della Commissione episcopale di azione sociale (Ceas) della Chiesa peruviana: 
"Mancano medici, infermieri, al di là del Covid-19, nelle carceri circolano la Tbc, l'anemia, molte altre patologie. Spesso manca l'acqua o ci sono poche ore di luce. Mancano pure prodotti per l'igiene personale. Spesso sono i familiari a portare qualcosa ai loro congiunti che sono in prigione: alimenti, medicina, prodotti per l'igiene di base. Ma ora le visite non sono possibili e così non arrivano neanche cibo e generi di prima necessità".
Il sovraffollamento raggiunge livelli al di fuori di ogni immaginazione a Lima, per esempio nel carcere di "Castro Castro": 8mila detenuti, mentre la capienza sarebbe di 1.500. Qui, nelle scorse settimane, c'è stata una rivolta che ha causato più di dieci morti.

Nel vicino istituto "San Pedro" ci sono stati vari contagi, anche per alcuni trasferimenti di detenuti positivi. "Ma a volte la situazione è anche peggiore sulla sierra, nelle piccole località di provincia - denuncia mons. Izaguirre - con carceri piccole, isolate, dimenticate, con poco personale".

Il vescovo conclude con un ulteriore appello: "Il nostro sistema carcerario non rispetta le donne, non ci sono a volte distinzioni negli istituti con quello che ciò comporta in termini di violenza e abusi. Chiediamo al Governo di scarcerare le donne incinte o con figli. Speriamo di essere ascoltati almeno su questo".

Bangladesh - Il Covid-19 è arrivato nel campo profughi di Cox Bazar dove sono rifugiati un milione di profughi Rohingya

Il Manifesto
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.


Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. 

Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.

Giuliano Battiston

giovedì 14 maggio 2020

Appello urgente per salvare la vita di Walter Barton esecuzione prevista per il 19 maggio 2020 in Missouri

www.santegidio.org
Unisciti a questa petizione per chiedere al Governatore del Missouri Mike Parson di fermare l'esecuzione di Walter.


La Comunità di Sant’Egidio invita i credenti e ogni persona di buona volontà a firmare l'appello per la salvezza di Walter Barton

WALTER BARTON ha 51 anni, condannato a morte in Missouri, la sua esecuzione è prevista per il 19 maggio perciò abbiamo veramente pochi giorni per chiedere al Governatore Mike Parson di sospendere l'esecuzione.

E' accusato per un omicidio commesso nel 1991 dell'ottantunenne Gladys Kuehler.

Walter e i suoi avvocati hanno fatto appello chiedendo clemenza e di rivedere ancora il suo caso perchè ci sono dubbi sulla sua colpevolezza. Tre dei quattro testimoni che hanno accusato Walter durante il suo processo hanno ritrattato le loro dichiarazioni, mettendo così in discussione la sua vera colpa. Uno dei testimoni non ritirò l'accusa, ma ci sono dubbi sulla sua testimonianza. Aveva infatti motivi per accusare Walter.

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Difensori dei diritti umani in Tunisia: salvare 140 bambini intrappolati nei centri di detenzione in Libia

SpecialeLibia.it
L’Osservatorio dei diritti e delle libertà in Tunisia, ha inviato l’11 maggio 2020, una lettera alle tre più alte cariche dello Stato affinchè prendano misure urgenti per salvare i bambini tunisini ancora intrappolati in zone di conflitto, nella fattispecie i 36 bambini nei centri di detenzione Libia, e i 104 in Siria. 


I difensori dei diritti umani tunisini hanno accusato lo Stato e i politici di dimenticarli ed ignorarli se non nelle loro promesse politiche e dichiarazioni ai media. “La situazione oggi è diventata molto più pericolosa, soprattutto dopo che l’epidemia di Corona ha impedito il lavoro delle organizzazioni umanitarie e di soccorso, e l’arrivo della maggior parte degli aiuti medici e alimentari è stato interrotto”.
Ha affermato l’Osservatorio nella missiva, chiedendo un intervento urgente e un rapido salvataggio dei bambini bloccati in Siria e in Libia.

Per i 140 bambini l’organizzazione aveva lanciato, lo scorso marzo, la campagna “My Right We Return” con l’obiettivo di restituirli alle loro famiglie in Tunisia, sensibilizzando l’opinione pubblica e la comunità internazionale sulla tragedia di questi minori che sono stati intrappolati per anni in tragiche circostanze e privati ​​di tutti i loro diritti fondamentali, compreso cibo, abbigliamento, salute ed istruzione.

I genitori di questi bambini erano membri dell’ISIS, e molti di loro oggi sono orfani, mentre altri vivono nei centri di prigionia insieme alle madri. Lo scorso febbraio, i difensori dei diritti umani hanno affermato che le madri dei bambini hanno rifiutato di arrendersi e rinnegare la loro fedeltà a Daesh, complicando le procedure legali per riportarli in Tunisia, sulla base delle leggi locali ed internazionali che impediscono che il bambino venga allontanato dalla madre.

Precedentemente, 6 minori orfani, figli di combattenti tunisini uccisi in Libia, a Derna e a Sirte, sono stati riportati in Tunisia ed accolti dal presidente Kais Saied.

Camerun: Sant’Egidio porta aiuti nelle carceri. Amnesty, situazione allarmante per Covid-19

ONUItalia
Per sostenere la crisi umanitaria e sanitaria che si è sviluppata in seguito alla pandemia di Covid-19 la Comunità di Sant'Egidio in Camerun ha organizzato in questi giorni distribuzioni di generi alimentari e coperte in quattro prigioni nell'estremo nord del paese africano. 
Foto: www.santegidio.org
In tutta l'Africa la situazione delle carceri sta continuando ad aggravarsi, ma in Camerun la Comunità ha inoltre promosso la liberazione di 12 prigionieri che avevano diritto ad essere liberati, ma che secondo Sant'Egidio erano stati "dimenticati" in prigione per motivi burocratici. 

Dalle prigioni del Camerun arrivano notizie confuse e allarmanti sulla diffusione del virus, secondo quanto scrive Riccardo Noury di Amnesty International.

Almeno un detenuto della prigione centrale Kondengui di Yaoundé è risultato positivo al tampone ed è stato trasferito in ospedale. Altri due detenuti sono morti pochi giorni dopo il rilascio. Ma i numeri - afferma Noury - potrebbero essere molto alti. 

Un detenuto della stessa prigione ha detto ad Amnesty International che ci sono molti ammalati e non si capisce da dove parta il contagio. I detenuti hanno paura di recarsi nell'infermeria perché lì ci sono molti positivi. A chi presenta sintomi viene somministrata una bevanda a base di zenzero e aglio. In una lettera inviata al ministero della Giustizia, un gruppo di detenuti ha denunciato che l'infermeria è 'satura di prigionieri' e il personale medico non riesce a gestire la situazione.

Il decreto emanato dal governo il 15 aprile ha favorito il rilascio di centinaia di prigionieri: 831 solo nella regione dell'Estremo Nord. Ma il sovraffollamento resta una realtà spaventosa: 432 per cento a Kondengui, 729 per cento nella prigione di Bertoua, 481 per cento in quella di Sangmelima e 567 per cento in quella di Kumba. 

Come in molti altri casi, scrive ancora la ong, il provvedimento non ha riguardato i prigionieri politici e di coscienza. Tra questi Mamadou Mota, vicepresidente del partito di opposizione Movimento per la rinascita del partito del Camerun; Mancho Bibixy Tse, che sta scontando una condanna a 25 anni solo per aver preso parte a proteste pacifiche contro l'emarginazione delle province anglofone del paese; Amadou Vamoulke, 70 anni, in cattive condizioni di salute, ex direttore della tv di stato, in detenzione preventiva dal 2016; e il più recente, Franck Boumadjieu, un attivista politico che aveva denunciato il silenzio del presidente Paul Biya all'inizio della pandemia.

domenica 10 maggio 2020

Silvia Romano è libera! Rappresentate dell'Italia migliore nel mondo

Blog Diritti Umani - Human Rights
Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre del 2018 è stata liberata. Lo annunciato il premier Giuseppe conte ieri nel pomeriggio.



Per la sua liberazione festeggia tutta l'Italia, insieme a tutti i volontari che in questi giorni hanno sostenuto i gravi bisogni nati dell'emergenza Covid-19 e che si fanno carico, insieme ai problemi del proprio paese, del bisogno di chi è più debole e fragile nei luoghi del mondo dove si vivono gravi povertà e vulnerabilità.

“I cooperanti non sono eroi solitari, ma uomini e donne – in maggioranza donne – che portano dentro di sé volti, storie, universi, e li trasmettono. Sono la parte migliore del nostro Paese perché si dedicano con generosità agli ultimi e costruiscono il futuro dell'Italia nel mondo globalizzato” - Andrea Riccardi

venerdì 8 maggio 2020

Emergenza Covid-19 - Dimenticata e sola l'Africa chiede aiuto. di Andrea Riccardi

Andre Riccardi - Il blog
La pandemia, per ora, ha cifre basse, ma una mortalità più alta. Aggravata dalla carenza di cibo, acqua, medicine

Ancora nessuno sa con certezza quale sarà l'effetto del coronavirus in Africa. Per ora le cifre sono basse, anche se molti le attribuiscono alla carenza dei controlli, e il tasso di mortalità percentualmente è già più alto che altrove. Forte preoccupazione poi è per l'impatto economico dell'isolamento. Tra l'80 e il 90% degli africani vive di attività "informali": lavori piccoli o domestici, artigianato e commerci. La chiusura dei mercati e l'impossibilità di muoversi sono devastanti.



In vari Paesi e negli slum delle città ci sono già state delle rivolte per il pane. A parte la difficoltà di imporre il distanziamento sociale, il problema urgente in molti Stati è fornire acqua e cibo a tutti.

Alle prime immagini del disastro europeo, i governi africani hanno chiuso le frontiere e imposto la quarantena a chi arrivava da fuori. Hanno cercato di adottare le stesse regole occidentali, ma non è stato possibile, pena la fame. 


Salvo eccezioni come il Rwanda (dove è possibile lo smart working), generalmente si utilizza il sistema del coprifuoco a tempo. Alcuni Paesi si sono arresi: nessun divieto, ma solo raccomandazioni. Eppure, con un aiuto esterno, gli Stati colpiti dall'epidemia di ebola avevano limitato i danni. 

Ora però l'Africa è sola e l'Occidente totalmente preso da sé.
Vista la precarietà dei sistemi sanitari e la carenza di terapie intensive o respiratorie, bisogna investire fortemente sulla prevenzione. Di questo si occupano per ora solo i cinesi. Il mondo religioso è in effervescenza, specie le sette neopentecostali. Ve ne sono alcune che rispettano le regole. Altre che le sfidano: «È la malattia dei bianchi... Uscite!». Altre ancora - la maggioranza - somministrano cure "miracolose" in affollate cerimonie. La crisi del sistema sanitario ha indotto da tempo gli africani a tornare alle cure tradizionali. Per i più poveri, che sono la maggioranza, è un dramma.


Moltissimi sono senza cibo né cure, con un prevedibile innalzamento del tasso di mortalità non dovuto alla malattia. Sono le "vittime collaterali". Le Ong occidentali ancora presenti sono poche perché i cooperanti sono rientrati.


Soltanto chi ha davvero formato quadri locali funziona, anche riconvertendosi alla lotta alla pandemia, come i programmi Dream anti-Aids di Sant'Egidio, i dispensari delle chiese o gli ospedali di Emergency. La crisi impone agli africani di ripensare l`intero sistema sanitario, ma sul breve periodo occorre aiutare dall'esterno, soprattutto sulla prevenzione.


La nota positiva è che gli africani, per lo più giovani, hanno un livello di resilienza maggiore al virus. Ciò darebbe tempo per reagire. Alcuni però notano che decine di milioni di africani hanno già il sistema immunitario indebolito da Aids, malaria e altro.


Una nuova pandemia potrebbe essere fatale o cronicizzarsi. Si attende il vaccino. Se l'Europa esce dal suo solipsismo impaurito forse potrà aiutare.


L'Africa non può essere dimenticata, la speranza di vivere e di resistere della sua gente deve trovare in tutti noi un approdo. Altrimenti un altro disastro africano da coronavirus costituirebbe un forte push factor per l'emigrazione: siamo tutti avvisati.

Fonte: Andrea Riccardi, il blog

323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco: muore Ibrahim Gokcek il bassista dei Grup Yorum.

La Stampa
Addio a Ibrahim Gokcek. E’ il secondo membro della band a morire per questo tipo di protesta. Erdogan, che ritiene il gruppo legato al Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, aveva proibito agli artisti di tenere concerti in patria dal 2016.


Non ce l'ha fatta: Ibrahim Gokcek, bassista della band turca Grup Yorum, è morto oggi dopo 323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco, attuato in segno di protesta per le restrizioni del governo nei confronti del gruppo musicale. 

Lo riferiscono i media locali. Il bassista 41enne è morto in un ospedale di Istanbul, dove era stato messo in terapia intensiva dopo aver abbandonato lo sciopero della fame due giorni fa, ma purtroppo le conseguenze del prolungato digiuno gli sono state fatali.

E' il secondo membro del popolare gruppo musicale bandito in Turchia a morire dopo uno sciopero della fame. La band Grup Yorum, che si è formata a Istanbul nel 1985, è conosciuta per le sue canzoni di protesta ed è composta di membri che si alternano a rotazione. Al gruppo era stato vietato di esibirsi in Turchia dal 2016, e le autorità avevano incarcerato alcuni dei suoi membri. I

l governo di Erdogan ha accusato Grup Yorum di legami con il Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, il gruppo militante indicato come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'UE. 

Il digiuno di Gokcek era stato interrotto due giorni fa, dopo che Erdogan aveva ceduto alle pressioni internazionali accettando che la band potesse tornare a suonare. 

Bangladesh - Rifugiati Rohingya dopo giorni alla deriva confinati in un'isola invivibile

Notizie Geopolitiche
Lo scorso sabato il governo del Bangladesh ha trasferito sull’isola di Bhasan Char più di 2 dozzine di rifugiati Rohingya che erano stati bloccati in mare da diversi giorni.

I funzionari delle Nazioni Unite dicono che i rifugiati, tra cui 15 donne e 6 bambini, sono stati portati per diversi giorni in un’isola soggetta alle alluvioni nel Golfo del Bengala.
I Rohingya sbarcati fanno parte fanno parte del gruppo delle 500 persone che sono stati bloccati su 2 pescherecci, che sono stati allontanati dalla Malesia a causa di severi controlli alle frontiere imposti dalla pandemia di coronavirus.

Negli ultimi anni sono stati ospitati nei campi di Cox’s Bazar nel sud del Bangladesh circa un milione di Rohingya che sono di fede musulmana.
Il governo del Bangladesh per alleviare la pressione degli accampati ha costruito strutture per 100 mila persone a Bhasan Char.
I Rohingya fanno parte degli strati più poveri della popolazione, da quando sono fuggiti da una brutale repressione militare in Myanmar vivono in Bangladesh dal 2017.
I Rohingya risiedono principalmente in Myanmar nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Negli ultimi mesi in Myanmar la situazione è peggiorata drammaticamente, a causa di alcuni scontri con le forze armate.
Questo paese asiatico è a maggioranza buddista e non considera i Rohingya cittadini, nonostante abbiano vissuto nel paese per generazioni. [...]

Anche i paesi dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) sembrano riluttanti ad accoglierli come rifugiati, poiché le restrizioni alle frontiere si inaspriscono per controllare la diffusione del COVID-19.

La Malesia, che è spesso la destinazione delle barche Rohingya, ha impedito a una nave di sbarcare il 17 aprile scorso dopo che il governo ha chiuso i confini con gli stranieri a causa del COVID-19.

L’emergenza della pandemia diventa così una ottima scusa per il governo malese per impedire ai profughi Rohingya di entrare nel paese.

Alberto Galvi

giovedì 7 maggio 2020

Centinaia di sbarchi di migranti da Libia e Tunisia, la loro disperazione più forte dell'emergenza coronavirus

Vita
Dopo le quattro imbarcazioni arrivate autonomamente nell’isola nel fine settimana, un altro gommone con 156 persone a bordo è stato intercettato nelle acque territoriali italiane. L’emergenza Coronavirus non frena le partenze dalla Libia e dalla Tunisia. Disposto provvedimento di fermo amministrativo per la Alan Kurdi ormeggiata a Palermo

Proseguono senza sosta gli sbarchi autonomi di migranti a Lampedusa. Dopo le quattro imbarcazioni che hanno registrato un totale di 264 migranti arrivati nel fine settimana, un altro gommone, a quanto pare sovraccarico, con 156 persone a bordo è stato raggiunto in acque territoriali italiani da due motovedette della Guardia Costiera e da un pattugliatore della Guardia di Finanza. Delle 156 persone arrivate sull’isola 127 sono nel Bangladesh, mentre si registra un numero elevato di minori e di donne provenienti dalla Costa d’Avorio tra i migranti giunti, in parte autonomamente, nel fine settimana.
Intanto ieri sera al porto di Palermo, dove è ormeggiata la nave Alan Kurdi, la Guardia Costiera ha notificato un provvedimento di fermo amministrativo all’equipaggio della Ong tedesca:

«L'ispezione ha evidenziato diverse irregolarità di natura tecnica e operativa tali da compromettere non solo la sicurezza degli equipaggi ma anche delle persone che sono state e che potrebbero essere recuperate a bordo, nel corso del servizio di assistenza svolto. Accertate anche alcune violazioni delle normative a tutela dell'ambiente marino», scrive la Guardia Costiera in un comunicato, specificando che « Il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto - Guardia Costiera ha, da tempo, avviato un dialogo con gli Stati di bandiera delle navi ONG affinché fossero identificati ed attuati i requisiti di sicurezza e protezione dell'ambiente per queste unità e per il servizio da esse espletato».

Di fronte ai numerosi arrivi di migranti a Lampedusa e all’allarme lanciato dal sindaco di Lampedusa Totò Martello, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato l'arrivo di una nave che stazionerà tra Lampedusa e Pozzallo come avvenuto con la nave Rubattino da dove lunedì si è concluso lo sbarco dei 183 migranti soccorsi precedentemente proprio dalla Alan Kurdi e dalla nave della Ong spagnola Aita Mari.

mercoledì 6 maggio 2020

Coronavirus - Kenya, Uganda, Nigeria, Ghana, Malawi: "In Africa la lotta al Covid diventa repressione: metodi brutali per imporre le restrizioni, attacco a oppositori e giornalisti"

Il Manifesto
Censure e violenze. Il rapporto di Human Rights Watch e la denuncia di Michelle Bachelet: dal Kenya all'Uganda, dalla Nigeria al Ghana polizia e governo usano le misure di contenimento per attaccare giornalisti, cittadini e opposizioni. Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".


È il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in numerosi paesi in Africa. Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (Ohchr), ha dichiarato che le misure di emergenza imposte durante la pandemia "non devono diventare strumento di repressione".

"I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera non discriminatoria e con una durata limitata", ha detto Bachelet. 

Forte la condanna in merito alle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d"arma da fuoco dopo essere stato colpito da quello che la polizia ha descritto come un "proiettile vagante". Come "casuali" sono le morti di almeno altre otto persone, tra cui un motociclista deceduto dopo essere stato violentemente picchiato dai militari.

Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.

Nel vicino Uganda, Hrw ha accusato la polizia di aver usato "forza eccessiva" verso la popolazione e di aver effettuato raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus". Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne".

Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato Bachelet. 

Perplessità anche per quanto riguarda le restrizioni e il loro utilizzo politico. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso di poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto e ci preoccupa il nostro futuro democratico" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.

Critiche ancora più forti nei confronti del presidente del Malawi, Peter Mutharika, che sta usando il coronavirus per "risolvere i suoi problemi politici" schierando l'esercito nelle strade e "annientando le proteste e gli oppositori". 

Ultimo aspetto analizzato da Hrw è "il targeting di giornalisti" in riferimento alla giornata mondiale della libera stampa del 3 maggio, "con la libertà di espressione e informazione sempre più a rischio nel mondo".

In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti televisive per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta contro il coronavirus, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in numerosi paesi dell'Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e del Maghreb (Algeria, Marocco ed Egitto) secondo Reporters sans Frontières. 

"Mentre la pandemia di Covid-19 si diffonde, ha anche dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi, alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale Onu, Antonio Guterres.

Stefano Mauro

lunedì 4 maggio 2020

RD Congo. Human Rights Watch: "Rischio ecatombe causa coronavirus nelle prigioni"

Ansa
Rischio "ecatombe" causa coronavirus nelle prigioni "insalubri e sovrappopolate" della Repubblica democratica del Congo, dove ogni anno già muoiono decine di detenuti. 
Prigione di Makala di Kinshasa 21 aprile 2020 [HRW]
La denuncia è di Human Rights Watch (Hrw) secondo la quale c'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19". Un totale di 43 detenuti è risultato positivi al test negli ultimi due giorni nella prigione militare di Ndolo, nel pieno centro della capitale Kinshasa, che ospita quasi 2 mila persone. 

Ma i dati potrebbero peggiorare poiché "sono in corso i tamponi per tutti i detenuti", ha precisato il ministro della Sanità Eteni Longondo, secondo il quale il virus è entrato in carcere attraverso "una donna che portava del cibo".

Egitto - Shady Habash fu arrestato per un video ironico su Al-Sisi, è morto in carcere a soli 22 anni senza essere soccorso

Il Dubbio
I compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Il ragazzo, in attesa del processo, è morto a Tora, nella stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki.

"Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki".
 


Così all'agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l'8 febbraio scorso con l'accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo. Anche Shady Habash era in attesa del processo: era stato arrestato a marzo del 2018 perché aveva diretto un video clip musicale in cui il cantante Ramy Essam, esule all'estero, faceva della satira sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi.

A dare la notizia della morte del giovane regista è stato Ahmed el-Khawaga, il suo avvocato, secondo cui Shady Habash sarebbe morto dopo aver accusato forti dolori allo stomaco, ma né lui ne' i suoi compagni sono riusciti a far intervenire un medico nonostante abbiano gridato per ore attraverso la cella. Dall'istituto carcerario non avrebbero ancora confermato il decesso tuttavia secondo Abdelwahab, diverse voci sarebbero trapelate dopo la sua morte: "Famigliari e amici di Habash - ha detto ancora l'attivista alla Dire - si sono recati a Tora e in qualche modo hanno ottenuto queste informazioni". Quanto alle cause della morte, "potrebbe essere stato avvelenato".

Oltre al regista Shady Habash, la polizia egiziana aveva arrestato anche l'autore della canzone incriminata, Galal El-Behairy, che ad agosto 2018 è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di reclusione. "Quanto è accaduto - aggiunge Amr Abdelwahab all'agenzia Dire - la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all'interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi".

Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all'interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente Al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre. In Egitto non esistono stime ufficiali sul fenomeno, ma il carcere di Tora è diventato tristemente noto per accogliere i dissidenti che, tramite la legge sul terrorismo promulgata nel 2015, vengono accusati di attività terroristiche anche solo a causa di un post critico contro il governo condiviso sui social network.

Prima della sentenza possono passare degli anni e stando alle associazioni, ai familiari dei detenuti o ai racconti di coloro che sono usciti, dietro le sbarre si subirebbero torture. Le celle sarebbero sovraffollate, il cibo scadente e le cure mediche negate nella maggior parte dei casi. Amr Abdelwahab alla Dire conclude: "Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scritto: "Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all'esterno affinché io sopravviva". "In pratica - dice l'attivista- ci chiedeva di non essere dimenticato".

venerdì 1 maggio 2020

Covid-19 - Mentre nelle città aumentano povertà e fame a Sassuolo la giunta della Lega multa chi chiede e fa l'elemosina

Resto del Carlino
Sanzione pecuniaria non solo a chi chiede l'lelemosina ma anche a chi l’elemosina la fa. Chi cede alle insistenze dei mendicanti rischierà ora una multa di 56 euro, ai sensi del nuovo regolamento comunale di polizia urbana, votato a maggioranza nel corso del Consiglio comunale tenutosi in videoconferenza lunedì sera. 


Cinquantasei euro l’obolo che si verserà nelle casse del Comune se colti a ‘cedere’ alle richieste dei questuanti. "Una piccola ammenda amministrativa, non pensiamo certo di multare la vecchietta o l’anziana che vuole fare la donazione, ma si preserva chi è vittima di condotte moleste da parte dei professionisti dell’accattonaggio", secondo Cristian Misia della Lega. "Non c’entra nulla con la lotta al degrado, sulla quale siamo tutti d’accordo" ha ribattuto Giulia Pigoni del Pd.

Misura "deprimente" e "antistorica" ad avviso, rispettivamente, di Maria Savigni e Matteo Mesini del Pd. Sul punto anche il leghista Bargi ("il messaggio non è sanzionare la carità, è non vogliamo l’accattonaggio") e il consigliere del Pd Lenzotti, che a suo modo si autodenuncia per tempo: "Quando vedo persone in difficoltà è ovvio che non cerco di incoraggiare un comportamento malavitoso, ma di aiutare chi ritengo abbia bisogno e continuerò a farlo rischiando un’ammenda. Io – ha chiuso Lenzotti – non mi giro dall’altra parte, come del resto immagino non facciano altri che siedono in questo consiglio".

Stefano Fogliani

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