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lunedì 17 febbraio 2020

I migranti irregolari e senza diritti fonte di mano d'opera per il caporalato anche in Veneto: pagati 3 euro all’ora per 11 ore di lavoro al giorno

Fanpage
Nelle province di Venezia, Padova e Rovigo lavoratori immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno venivano costretti a lavorare nei campi per undici ore al giorno in cambio di un salario di appena tre euro all’ora. Gli operai erano senza contratto, senza protezioni e non godevano di nessun giorno di riposo.

Nei campi per undici ore al giorno in cambio di una retribuzione di appena tre euro all'ora. L'ennesima storia di sfruttamento arriva dal ricco nordest, dove due giorni fa i carabinieri della Tutela del lavoro di Venezia con il supporto dell’Arma territoriale di Venezia, Padova e Rovigo, a conclusione dell'indagine “Miraggio”, hanno eseguito quattro misure cautelari consistenti nell’obbligo di dimora nei confronti di altrettanti cittadini marocchini responsabili di aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera. 

Le indagini hanno consentito di accertare come i "caporali" impiegassero 13 loro connazionali, alcuni irregolari, nella raccolta dell’uva e potatura dei vigneti privi di ogni dispositivo di protezione.

L'inchiesta ha permesso di scoprire un'organizzazione che operava nella zona di Cavarzere e nelle province di Padova e Rovigo attraverso un'impresa agricola che reclutava la manodopera per lavorare in aziende della zona. Il "business" della società si concentrava nello sfruttamento di operai extracomunitari sprovvisti di permesso di soggiorno. A finire sotto la lente d'ingrandimento dei militari sono stati cinque uomini marocchini: uno era il titolare dell'azienda, un altro aveva il compito di pagare i lavoratori, mentre gli altri svolgevano le funzioni proprie del "caporale", cioè reclutando, trasportando e sorvegliando la manodopera nei campi. Fondamentali per smascherare l'organizzazione sono state le testimonianze di numerosi lavoratori, oltre a servizi specifici di controllo e pedinamento.

Le indagini hanno portato alla luce un'associazione per delinquere che approfittava dei bisogni e della vulnerabilità dei lavoratori, che venivano reclutati con l'inganno di un contratto regolare di lavoro dipendente. In realtà, la manodopera era ridotta ad uno stato di soggezione lavorativa continuata, senza riposo settimanale e ferie. Dei contratti non c'è mai stata traccia e i lavoratori erano costretti ad operare senza le minime precauzioni di sicurezza, salute ed igiene, sotto la minaccia di perdere il lavoro.

mercoledì 4 settembre 2019

In memoria di un bracciante agricolo, morto senza una notizia nel Paese indifferente

Globalist
Aveva 55 anni, l'ha stroncato un infarto mentre raccoglieva meloni per pochi euro. Veniva da Giugliano, Napoli. Non aveva contratto, tutele. Era solo. Con la sua disperazione.


La sveglia alle 4. Tutti i giorni. Poi via nei campi per tirare su 10, 12 euro al giorno, nelle serre dei meloni. 12 euro al giorno per 8 o 12 ore. Il minimo per i caporali, il massimo per te, per la tua famiglia, per chi non può permettersi altro. Poi un malore, poi troppo caldo, poi perfino l'impossibilità di comprare la bottiglia d'acqua che gli sfruttatori ti fanno pagare 2 euro. Meglio farne a meno. 

Così nella campagne d'Italia muoiono i migranti, il sottoproletariato sfruttato che tanto non può ribellarsi, così muore un bracciante napoletano.
Morto mercoledì scorso. Aveva 55 anni. Si alzava alle quattro, l'ha raccontato la moglie disperata. Andava a raccogliere meloni senza contratto, senza tutele, i meloni per le nostre tavole d'estate. La vittima si spaccava la schiena in una azienda agricola all’estrema periferia di Giugliano, in provincia di Napoli.
Nell'estate in cui si moltiplicano i consigli su come usare correttamente l'aria condizionata, nell'estate della crisi di governo, c'è gente che muore come se fossimo nel 1800. Si muore in Campania, in Toscana, a Spinasanta, in Puglia. Ma sono vittime di serie b. Una notizia breve, che nessuno se ne accorga. Che nessuno si ponga una domanda su quanto costa un pomodoro, una pesca in questo mondo di ultraproduzioni dove poi la verdura e la frutta vanno al macero se non ci fossero i dannati della terra a raccoglierne i frutti amari. I malpagati, i reietti, i cancellati. 

Di questo uomo di 55 anni, ucciso da un infarto nelle campagne di Giugliano, Napoli, mentre raccoglieva meloni non si sa neppure il nome. A piangerlo solo una donna che lo ha visto alzarsi per anni alle quattro del mattino. Sua moglie.

sabato 3 agosto 2019

Migranti ... ci rubano il lavoro? Ma in Veneto non si trovano braccianti e i prodotti agricoli non raccolti marciscono

Corriere del Veneto
Zero disponibilità
Perché ci sia bisogno di chiamare i lavoratori stranieri per andare a raccogliere dai campi le eccellenze agroalimentari o passare il guado della stagione estiva è presto detto: «Ci sono decine di migliaia di residenti nelle liste di collocamento ma hanno scarsa disponibilità ad effettuare lavoro di manodopera nei nostri campi» spiega Luigi Bassani, direttore di Confagricoltura. 


La paga oscilla dai 6 ai 7 euro l’ora, nella raccolta il cartellino lo timbra la necessità di non far marcire sugli alberi o in terra i prodotti e quindi si lavora pure dieci ore di fila perché la maturazione non aspetta. E chi fa la campagna di raccolta delle ciliegie non la tira per le lunghe perché poi c’è un ingaggio per le carote novelle, un altro per le pesche, le zucchine, le melanzane ad agosto, a settembre l’uva e i fichi.

Su 500 nominativi, sono rimasti in 15
«Non escludo ci siano persone che sfruttano il lavoro: vanno perseguite – scandisce Bassani. Ma sta di fatto che all’ultima selezione, su 500 persone scelte al Collocamento, alla fine della formazione ce ne sono rimaste 15. Perché molti lavoretti in nero competono le nostre paghe. Se la frutta e la verdura la vogliamo pagare sempre meno, non c’è margine per i lavoratori e gli imprenditori. Bastano 15 centesimi in più al chilo nel prezzo finale a garantire il prodotto locale». Nel turismo la quota stranieri non è un problema da quando sono cittadini europei i lavoratori croati, rumeni e ungheresi che hanno sempre dato una mano al sistema di accoglienza veneto, spiega il presidente di Federalberghi Marco Michielli. La paga è di 1.500 euro al mese e il concorrente adesso è l’Europa perché, eliminata la disoccupazione stagionale in Italia, «i nostri ragazzi scelgono di andarsene a lavorare per meno soldi ma per 12 mesi su 12 in Inghilterra, Francia e Germania: urge un’armonizzazione della legislazione europea».

La tassa
Nel turismo, la tassa di soggiorno è la carta di briscola delle entrate dei Comuni. Secondo la Fondazione Think Tank Nord Est, quest’anno in Veneto i Comuni incasseranno 78 milioni 668 mila euro (più 11% rispetto al 2018: 7,8 milioni). La sola provincia di Venezia arriverà a 50,7 milioni (+8,6% rispetto al 2018) e il capoluogo incasserà 34 milioni. Il litorale ne stima una ventina, più della provincia di Verona che farà incassi per 15,4 milioni; Padova è la terza con 6,3 milioni di euro (quasi metà dei quali fatti da Abano); in coda le province di Belluno (2,8 milioni). Treviso (1,6 milioni), Vicenza (1,2) e Rovigo (530 mila euro, più 14% rispetto allo scorso anno).

lunedì 1 aprile 2019

Braccianti nell'agricoltura, nuovi schiavi. «1.500 morti in 6 anni, fermate la strage»

Avvenire
I medici del Cuamm al British Medical Journal: sfruttamento sovraumano nei campi agricoli d'Italia. Ecco tutte le patologie che sono all'origine di una tragedia dimenticata. La ferocia del caporalato


«Esiste una ferocia nello sfruttamento del lavoro dei migranti che è la causa di condizioni disumane e, quindi, di patologie: di fronte a questo tutti dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e non far finta di niente». 

La denuncia arriva da Francesco Di Gennaro, giovane medico specializzando in malattie infettive al Policlinico di Bari, volontario del Cuamm, i Medici per l’Africa, già impegnato in missioni in Sierra Leone e Mozambico. Di Gennaro è, insieme alla palermitana Claudia Marotta, al docente dell’Università Cattolica di Roma Paolo Parente, a Giovanni Putoto, responsabile della programmazione di “Medici con l’Africa Cuamm” e a Davide Mosca, già direttore del Migration Health Departmentall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, uno dei medici italiani autori di un articolo pubblicato sul British Medical Journal, autorevole rivista scientifica inglese.

Dodici euro per 8 ore di lavoro. Si tratta di un articolo nel quale si rilancia un dato che fa riflettere: sono infatti oltre 1.500 i braccianti agricoli extracomunitari morti negli ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro. «Bisogna fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell’agricoltura in Italia e vengono pagati appena 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di tutto il mondo tutto l’anno – è l’appello dei medici italiani –. A questi morti, inoltre, si aggiungono altre vittime, quelle uccise dal “caporalato”». Queste persone, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, «vivono qui in baraccopoli senza acqua, senza servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base».

Sin dal 2015 il Cuamm, in partnership con istituzioni locali, fornisce anche servizi sanitari di base a questo popolo di migranti – circa 100mila – sparsi per tutta l’Italia, che affollano baraccopoli e tendopoli e che, nonostante la legge di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo (la n. 199 del 2016), sono completamente privi di protezioni e tutele. «Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi – scrivono i medici – ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone “mute”. Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l’egoismo, in qualsiasi forma si presenti», concludono i medici. Il Cuamm è un’organizzazione non governativa impegnata in 8 Paesi africani con oltre 2.200 operatori “sul campo”, sia europei che locali.

Francesco Di Gennaro è uno dei medici della Ong che prestano il loro servizio una volta alla settimana, a bordo di un camper attrezzato, anche nei ghetti della Puglia in cui vivono i migranti braccianti, come Borgo Mezzanone, realtà tristemente nota alle cronache per il ghetto in cui sono ospitati centinaia di persone. E proprio la Puglia è stata teatro l’estate scorsa di una serie di tragedie avvenute a bordo dei "pulmini della morte", dove venivano trasportati braccianti che lavoravano per 12-14 ore sotto il sole. Ammassati sui mezzi di trasporto, pesantemente sfruttati nei campi, rinchiusi in spazi angusti per le (poche) ore di riposo: questa è la situazione, più volte documentata da Avvenire nei mesi scorsi.

Le patologie più diffuse. «Le patologie che rileviamo tra gli abitanti dei ghetti sono soprattutto quelle correlate al massacrante lavoro che sono costretti a svolgere: la disidratazione, in particolare d’estate, quando nei campi di pomodori ci si espone al sole e a una fatica prolungata che può durare anche 10-12 ore al giorno, e i dolori articolari, dovuti ai continui piegamenti del corpo e agli sforzi continui nel trasportare le pesanti cassette; d’inverno invece – prosegue il medico del Cuamm – sono diffuse polmoniti, bronchiti e altre malattie da raffreddamento, perché nelle baracche fa freddo». «L’articolo sul British Medical Journal – precisa Di Gennaro – rilancia dati già conosciuti e vuole favorire un dibattito anche a livello internazionale, nel mondo scientifico e culturale, sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro e del caporalato in Italia, per impedire, per quanto possibile, questa inaudita ferocia. Il nostro compito, come Cuamm – conclude – è quello di essere, insieme ad altre associazioni, a parrocchie e gruppi di volontariato, dei “cani da guardia” che difendono gli ultimi e gli sfruttati, i più fragili».

Fulvio Fulvi

domenica 24 febbraio 2019

Autostrada del Tibet, la tomba dei camionisti. Sono 30 milioni, percorrono fino a 400 mila Km all'anno lavorando 20 ore al giorno.

Asai News
La morte di una coppia getta luce sulle terribili condizioni di lavoro per circa 30milioni di camionisti. Oltre 14 milioni di camion trasportano il 76% di tutto il traffico merci cinese. Percorrono in media circa 100mila chilometri ogni anno. Il trasporto di merci su gomma in Cina è più economico, veloce e flessibile rispetto a quello su rotaia. Una giornata lavorativa può durare 20 ore e ciascuna corsa anche un intero mese.

Hong Kong (AsiaNews/China Labour Bulletin) – Ni Wanhui e sua moglie Li Chan avevano appena festeggiato l'undicesimo compleanno del figlio maggiore nella città natale di Hebei, e stavano guidando il loro camion sulla lunga strada verso ovest, Chongqing, Qinghai e Tibet. Un viaggio di 3.800 chilometri sola andata. Il 27 dicembre 2018, la polizia del Qinghai ha trovato i loro corpi lungo un tratto a detta di tutti pericoloso della strada verso il Tibet. I primi rapporti indicano l'ipossia acuta come causa di morte.

La sezione Wudaoliang dell'autostrada tibetana è nota ai camionisti cinesi come “la zona proibita della vita” (生命 禁区). Ad un'altitudine di 4.600 metri, i conducenti sono a serio rischio di mal di montagna, che causa cefalea, stanchezza, disorientamento e perdita di conoscenza. Per i camionisti, è l'unico modo per entrare ed uscire dal Tibet.

Prima della loro tragica morte, i coniugi erano diventati celebrità minori da social media su Kuaishou, popolare piattaforma per la condivisione di filmati, con oltre 214mila follower e 300 video che documentavano le loro vite sulla strada. Le loro morti hanno gettato luce sulle terribili condizioni di lavoro che i camionisti cinesi devono sopportare ogni giorno. È un lavoro fisicamente impegnativo, a bassa retribuzione e molto stressante. E per i conducenti che hanno sottoscritto un prestito per l'acquisto del proprio camion, vi è l'ulteriore pressione di ripagare il finanziamento quanto prima. Questo li costringe a rimanere sulla strada il più a lungo possibile.

Secondo le stime, i camionisti cinesi sono 30 milioni. Essi percorrono in media circa 100mila chilometri ogni anno, ma alcuni effettuano spostamenti fino a 400mila chilometri. Le statistiche ufficiali riportano che più di 14 milioni di camion trasportano il 76% di tutto il traffico merci cinese e negli ultimi 20 anni tale proporzione è andata aumentando in modo costante. I camionisti hanno consegnato quasi 40 miliardi di tonnellate di merci nel 2017, il doppio del volume nel 2007.

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giovedì 21 febbraio 2019

Il Governo ostacola il Reddito di cittadinanza agli extracomunitari alzando un muro di burocrazia

Globalist
Tutte le certificazioni di reddito e patrimonio e del nucleo familiare degli extracomunitari, dovranno essere rilasciate dallo Stato di provenienza, tradotte in italiano e legalizzata dall'Autorità consolare italiana.


La commissione Lavoro del Senato ha approvato un emendamento della Lega che costringe i cittadini extracomunitari a presentare la "certificazione" di reddito e patrimonio e del nucleo familiare rilasciata dallo Stato di provenienza, "tradotta" in italiano e "legalizzata dall'Autorità consolare italiana".
 


Esentati i rifugiati politici e chi proviene da Paesi dai quali non è possibile ottenere la certificazione. Il ministero del Lavoro avrà però tre mesi per stilare la lista di questi Paesi.

martedì 8 gennaio 2019

Il Giappone ha bisogno di stranieri. Supera le "remore culturali" e apre ai visti per motivi di lavoro

Agenzia Nova
Le aziende giapponesi interessate ad assumere lavoratori stranieri nell'ambito del nuovo sistema di visti per lavoratori qualificati dovranno non soltanto garantire salari pari a quelli dei lavoratori giapponesi, ma anche compilare rapporti trimestrali per attestare il rispetto di questo ed altri requisiti. 


Questo ed altri obblighi sono parte del nuovo sistema di visti per lavoratori stranieri che entrerà in vigore dal prossimo mese di aprile, e di cui il ministero della Giustizia giapponese ha pubblicato una bozza lo scorso fine settimana. 

Del nuovo visto di lavoro, limitato a una serie di competenze professionali specifiche, potranno servirsi aziende in 14 diversi settori produttivi. Tra le altre cose, le autorità giapponesi effettueranno controlli periodici per garantire l'assenza di legami con il crimine organizzato o con "mediatori" che abusino del sistema.

sabato 8 dicembre 2018

Immigrazione: I braccianti - I Centomila schiavi isolati nei campi. A 14 anni i figli non sanno leggere

Corriere della Sera - Roma
I dossier di Caritas e Cgil: il 30% vive senza bagno. Al Nord arrivano i primi caporali.


Jerry Maslo fu il primo ed è rimasto un simbolo. Molti svaniscono come fantasmi dalla nostra cattiva coscienza: i dodici migranti schiantati su un pulmino dei caporali ad agosto, i sindacalisti solitari e coraggiosi come Soumaila Sacko, l’albanese ribelle Hyso Telaray, i cento polacchi spariti in sei anni nel Tavoliere di Puglia, gli italiani resi stranieri in patria dalla miseria e ammazzati dalla fatica come Paola Clemente.


Il rosso del sangue si mischia al rosso dei pomodori, sostiene don Francesco Soddu. Troppo spesso, in certe campagne, in certi ghetti: «Un unicum che sembra legare indissolubilmente l’esistenza di queste persone, la loro vita e la loro morte, alla terra e ai suoi frutti», aggiunge il direttore di Caritas italiana che in queste crepe della nostra convivenza, nei campi dove ci si spezza la schiena per due euro l’ora senza diritti né tutele, è andata a scavare con i suoi volontari ottenendo risultati su cui vale la pena riflettere.

Il 71 per cento dei braccianti immigrati non iscritto all’anagrafe, il 70 per cento senza contratto, il 36 per cento senza acqua potabile, il 30 senza servizi igienici, una stima di diciotto o ventimila accampati negli slum del Sud, l’89 per cento incapace di esprimersi nella nostra lingua: sono solo alcuni dei numeri dolenti raccontati da «Vite sottocosto», il secondo Rapporto Presidio dell’organismo pastorale della Cei. Numeri che, incrociati a quelli dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil (tra i 70 e i 100 mila lavoratori stranieri occupati in forma «para-schiavistica» nel nostro settore agroalimentare), formano il perimetro di una vasta questione nella quale la vergogna del caporalato è soltanto un lato, il più facile da approcciare: prendersela con quattro criminali non costa molto, altro è attaccare i meccanismi della grande distribuzione e della filiera produttiva illegale che, assieme alla cattiva accoglienza, compongono il quadro.
Prigioni di plastica
Un quadro significativo perché esteso da Nord a Sud. I volontari hanno contattato 4.954 lavoratori di 47 nazionalità grazie all’appoggio di tredici diocesi e all’impegno di un gruppo di studiosi coordinato da Piera Campanella: dai 385 immigrati intercettati a Saluzzo, in Piemonte, ai 1.083 di Ragusa in Sicilia, passando per i presidi di Foggia e Caserta, Latina e Cerignola, Melfi e Oppido Mamertina. Un mondo ricurvo sulla terra e su se stesso.

Le serre di Ragusa sono prigioni, «distese prepotenti di plastica», dimensioni di lavoro-dormitorio che inglobano il migrante isolandolo dal mondo. Vincenzo La Monica, uno dei volontari del progetto siciliano, racconta il trucco dell’aeroplanino che vale più d’un trattato di sociologia: siccome i braccianti sono irraggiungibili dentro i poderi dei padroncini e hanno troppa paura per uscirne, «noi li contattiamo piegando i nostri volantini come aeroplani di carta e glieli lanciamo oltre la recinzione». Ulteriore accortezza contro i capoccia: un testo in italiano, «vi diamo vestiti e coperte», e sotto uno in arabo e in romeno, «vi diamo anche assistenza legale». Un compagno di Vincenzo spiega che «qui c’è più che altro l’idea che i lavoratori siano di tua proprietà e quindi hai il possesso delle donne e degli uomini». Il sociologo Leonardo Palmisano racconta questo universo concentrazionario dove spesso si dorme in capannoni accanto al veleno dei bidoni di fertilizzanti: «Casolari, abitazioni diroccate, baracche, rimesse per gli attrezzi (...) delineano una sorta di topografia dello sfruttamento (...). Il datore di lavoro è in grado di assicurarsi oltre alle prestazioni di lavoro agricolo, anche, indirettamente, funzioni di guardiania dei locali aziendali da parte della stessa manodopera». Ultimi contro penultimi, come sempre. La prima immigrazione tunisina, sindacalizzata, combatte una feroce lotta contro i nuovi arrivati, romeni, spesso rom, disposti a diventare in silenzio nuovi servi della gleba, con le famiglie al seguito, i bambini senza scuola abbandonati in baracca tutto il giorno, le ragazze costrette a corvée sessuali. Vincenzo ha ancora negli occhi Laura, 14 anni, che non sa leggere perché deve badare ai quattro fratellini, ma ha imparato a memoria, solo ascoltandola, la sua parte in «Pinocchio e il paese dei farlocchi» che i volontari portano in scena. Il riscatto può stare in un lampo di fantasia.

I caporali al Nord
Ci sono i blitz, la legge del 2016 contro i caporali serve, eccome. Ma il contagio arriva fino all’altro capo d’Italia, con il disastro di Saluzzo, «le condizioni disumane» dei migranti prima accampati nel Foro Boario, poi nell’ex caserma Filippi dentro un progetto di prima accoglienza stagionale (il Pas). Non basta. 

Giovani maliani e gambiani saliti quassù per la raccolta di pesche e mele continuano a vivere in strada, a svendere il proprio lavoro ai primi caporali che iniziano a vedersi anche quassù. Mancano «politiche nazionali e regionali» per regolare il reclutamento della manodopera e l’incontro tra domanda e offerta in agricoltura. I migranti irregolari sono i più vulnerabili. Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione Caritas, è convinto che il decreto Salvini appena convertito in legge peggiorerà le cose, «aumenterà l’illegalità». 

Di sicuro chi è senza permesso di soggiorno è disposto a tutto, la massa che esce in questi giorni dai Cas e dai Cara la ritroveremo sfruttata nelle campagne la prossima estate. La vulnerabilità sale a Nord come la linea della palma di Sciascia. Volendo scovare i famosi «invisibili» che turbano sonni e sondaggi, al governo basterebbe seguirla, o seguire le tappe dei volontari Caritas: ma la nostra agricoltura finirebbe in ginocchio senza schiavi, più facile per tutti lasciare inginocchiati tra le zolle gli schiavi del terzo millennio.

martedì 9 ottobre 2018

In Germania mancano lavoratori e Berlino «chiama» 1.600.000 migranti

Corriere della Sera
Accordo tra i partiti di governo: sei mesi di tempo a chi arriva per cercare un impiego. Servono lavoratori qualificati e che conoscano il tedesco. Il ministro: «Soluzione pragmatica».


La Germania è intenzionata a rispedire in Italia 40.000 migranti arrivati illegalmente dall’Italia ma al tempo stesso ha bisogno di almeno un milione di lavoratori stranieri qualificati per tenere il passo della sua crescita economica. 

La riprova di questo atteggiamento «double face» è l’accordo raggiunto ai primi di ottobre tra i due partiti di governo, la Cdu di Angela Merkel e i socialdemocratici della Spd. Entrambi hanno concordato l’adozione nel 2019 di una legge per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro tedesco di stranieri extracomunitari qualificati. Un atto politico rilevante specie in un periodo in cui la Grosse Koalition deve fronteggiare l’ascesa nei consensi degli estremisti di destra della Afd e l’avvicinarsi delle elezioni europee. Fonti imprenditoriali stimato che il fabbisogno di manodopera straniera oscilla tra 1.200.000 e 1.600.000 unità.

Sei mesi per trovare un impiego
Il provvedimento del governo si rivolge in particolare ai settori trainanti dell’economia, a cominciare da quelli ad alto impatto tecnologico. Il meccanismo prevede la concessione di un permesso di sei mesi a chi arriva in Germania in cerca di lavoro che viene automaticamente esteso nel momento in cui lo straniero sottoscrive un contratto. Unica condizione richiesta: una sufficienza conoscenza della lingua tedesca. «È una soluzione pragmatica che riflette la realtà» ha dichiarato il ministro del lavoro Hubertus Heil. La stima del fabbisogno di 1 milione e 200 mila o 1.600.000 lavoratori era stata formulata a marzo dalla Camera di Commercio e industria nazionale.


Nel 2018 700.000 nuovi posti
Proprio pochi giorni fa era stata diffusa una statistica ufficiale secondo la quale la Germania aveva raggiunto un tasso di disoccupazione del 5%, il più basso dai tempi della riunificazione. Un articolo comparso pochi giorni fa sulla Frankfurter Allgemeine conferma che nell’anno in corso le aziende tedesche hanno creato 700mila nuovi posti di lavoro; di questi 330mila sono stati occupati da cittadini tedeschi, per gli altri è stato necessario fare ricorso a immigrati. 

Il timore è che non sia più sufficiente fare ricorso al tradizionale «serbatoio»di manodopera straniera,rappresentato da Polonia e altri paesi dell’Est; da qui l’idea di fare ricorso al di fuori dei confini della Ue.

mercoledì 26 settembre 2018

Inail, nei primo otto mesi del 2018 aumento dei morti sul lavoro, sono 713

Rai News
Aumentano le morti sul lavoro nei primi 8 mesi dell'anno. Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all'Inail tra gennaio e agosto sono state 713, 31 rispetto alle 682 dell'analogo periodo del 2017 (+4,5%). 


L'aumento, afferma l'istituto, è dovuto soprattutto all'elevato numero di decessi avvenuti nel mese di agosto di quest'anno rispetto all'agosto 2017 (92 contro 51), alcuni dei quali causati da incidenti "plurimi", ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o piu' lavoratori. 

Il crollo del Ponte di Genova e i decessi di braccianti stranieri in Puglia nel mese di agosto provocano un aumento degli infortuni mortali sul lavoro nei primi 8 mesi dell'anno. Secondo l'Inail ad agosto si è contato lo stesso numero di vittime (34) in incidenti plurimi dell'intero periodo gennaio-agosto 2017. 

Nel confronto di periodo dei primi otto mesi, nel 2018 si sono verificati 15 incidenti plurimi che sono costati la vita a 60 lavoratori, rispetto agli 11 incidenti plurimi del 2017, quando le morti furono 34. Nell'agosto di quest'anno, in particolare, si e' contato lo stesso numero di vittime (34) in incidenti plurimi dell'intero periodo gennaio-agosto 2017. Tra gli eventi piu' tragici del mese scorso si ricordano il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti in Puglia, che hanno provocato la morte di braccianti stranieri a Lesina e Foggia. 

sabato 4 agosto 2018

Rovigo, nessuno raccoglie la frutta. "Cerchiamo 300 operai agricoli". Difficile assumere personale straniero.

Il Resto del Carlino
Rovigo - Per gli italiani è un lavoro troppo faticoso e poco redditizio, per gli extracomunitari è la burocrazia fatta di tanti controlli a bloccare gli imprenditori al momento dell’assunzione. Mancano gli operai per la raccolta della frutta e gli agricoltori sono in grave difficoltà, mentre incombe la campagna prevista per agosto e settembre. A lanciare l’allarme è Confagricoltura di Rovigo: alle aziende polesane servono 300 operai agricoli, ma non si trovano. 


Secondo l’associazione già in questi giorni molti agricoltori hanno manifestato difficoltà nel reperire operai disponibili ad essere assunti secondo il contrato nazionale di lavoro per le fasi di raccolta delle pere e mele nelle aziende che operano in Polesine. 

«Ce ne servono – afferma il presidente Stefano Casalini – almeno 300 da adibire a questa mansione. Prima di andare a reperire personale da fuori provincia o appartenenti a società o cooperative di servizio che a volte possono creare problemi in ordine all’applicazione corretta delle norme vigenti, gli stessi imprenditori pensano si debba offrire alle persone che vivono nel nostro territorio un’opportunità economica per un periodo di tempo determinato».

Perché siamo arrivati a questa impasse? «Il problema di trovare manodopera – aggiunge Casalini – si è aggravato con l’abolizione dei voucher come sistema di pagamento. Stiamo vivendo una situazione difficile nel reperire personale adeguato alla raccolta della frutta, un problema che si è accentuato col passare degli anni. Ma non è solo una questione riguardante l’abolizione dei voucher, che ci faceva molto comodo per l’assunzione di ragazzi e pensionati, c’è l’intreccio con il fenomeno storico legato ai flussi migratori, alla difficoltà di avere personale straniero».

Confagricoltura, in accordo con la Provincia, temendo il peggio, è corsa ai ripari. Ed ha invitato gli interessati a rivolgersi oltre che agli uffici dell’associazione anche ai Centri per l’impiego di Rovigo, Adria e Badia a Polesine che sono già disponibili a effettuare una selezione dei candidati da proporre alle aziende. 

Ma il malessere sui campi polesani è diffuso. «Il problema del reperimento di manodopera – testimonia l’agricoltore Gianpietro Lupato – è grande come una casa. E tutti i colleghi sono in affanno, chi più chi meno. Già l’anno scorso erano emersi i sintomi di questa crisi, però qualcuno era riuscito a tappare il buco utilizzando famigliari e parenti o rivolgendosi alle cooperative, ma stavolta la vedo molto brutta».

Giuliano Ramazzina

giovedì 21 settembre 2017

Ilo: 40 milioni di nuovi schiavi nel mondo, 152 milioni di minori da 5 a 17 anni lavorano

Blog Diritti Umani - Human Rights
Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu' moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo




Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu’ moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo, afferma uno studio reso noto oggi dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) Dei 40 milioni di persone costrette a forme di schiavitu’ moderna nel 2016, circa 25 milioni sono vittime di lavoro forzato e 15 milioni di matrimoni forzati, precisa un comunicato.

Lo studio, realizzato dall’Ilo in collaborazione con la Fondazione Walk Free e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), evidenzia che donne e ragazze sono le prime vittime delle forme di schiavitu’ moderna: sono infatti quasi 29 milioni (71% del totale) e rappresentano il 99% delle vittime del lavoro forzato nell’industria del sesso e l’84% delle persone vittima di un matrimonio forzato.

Piu’ di un terzo di tutte le vittime di matrimonio forzato erano minori – quasi tutte bambine – al momento del matrimonio. Il lavoro minorile rimane concentrato soprattutto nell’agricoltura (70,9 % del totale), seguono i servizi (17,1 %) e l’industria (11,9 %). 

Per il Direttore Generale dell’Ilo Guy Ryder e’ necessaria un’intensificazione degli sforzi “per combattere questi drammi” e “queste nuove stime globali possono contribuire a elaborare e sviluppare interventi per prevenire sia il lavoro forzato che il lavoro minorile “, ha aggiunto. Andrew Forrest AO, presidente della Fondazione Walk Free, ha denunciato “la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui”.

venerdì 3 marzo 2017

La Danimarca chiude le frontiere e non trova lavoratori. E a soffrire è il Pil

Repubblica Economia
Lo stato nordico, governato dal centro destra, ha adottato una politica dura contro i migranti, nonostante le sue imprese fatichino a trovare manodopera. Nel 2016 il Pil è cresciuto solo dell'1,1%, al di sotto delle possibilità del Paese



Copenhagen – La piena occupazione è il sogno di ogni paese, ma a volte produce effetti collaterali indesiderati: le aziende in crescita non trovano più giovani qualificati da assumere perché tutti hanno già un lavoro ben pagato. E alla fine rischia di rimetterci la crescita del prodotto interno lordo. Paradosso, ma accade nella prospera, postmoderna, civilissima Danimarca, ritenuta dalle Nazioni Unite il paese col più alto tasso di felicità e qualità della vita nel mondo. Infatti secondo i dati ufficiali appena resi noti la crescita del prodotto interno lordo (pil) danese nel 2016 è stata dell’1,1 per cento, sotto la media Ue dell’1,9 e ben sotto dati come quelli svedese islandese o norvegese.

Il New York Times se n’è appena occupato con un reportage, narrando storie pazzesche. Come quella del signor Peter Enevoldsen, che con la sua azienda d’eccellenza Sjorring Maskinfabrik (specializzata in trattori, macchine agricole di qualità e soprattutto in produzione delle parti meccaniche ed elettroniche più sofisticate di simili veicoli) ha dovuto affrontare ritardi nel rispetto di ordinazioni da tutto il mondo, rischiando di perdere mezzo milione di euro, perché gli manca manodopera. 


L’economia danese sta troppo bene, per cui i lavoratori qualificati a ogni livello (operai, ingegneri, progettisti) non si trovano, e il signor Enevoldsen ha dovuto ritardare la consegna di tre mesi. Alla fine ce l’ha fatta con corse contro il tempo, straordinari, appelli alle maestranze, caccia a specialisti in Europa centro-orientale, ma il futuro appare incerto, dice lui che in quel comparto produttivo concorre a livello globale con Volvo, Caterpillar o altri temibili global players delle macchine agricole di qualità e delle loro componenti.

La Danimarca governata dal centrodestra del premier Lars Lokke Rasmussen (con a volte l’appoggio esterno dei populisti del Dansk Folkeparti) scoppia di salute, economica e non solo. Chiunque voglia trovare un lavoro lo trova. Eppure la crescita è più lenta rispetto, per esempio, alla vicina Svezia, perché mancano braccia e cervelli. E qualcuno dice: anche perché il governo liberamente eletto (2015) ha scelto una linea dura verso l’ondata di migranti, e i pochi che alla fine sono accolti non sono i più qualificati. Mentre in Svezia o in Germania offrono loro corsi di formazione professionale per integrarli nell’economia e non solo nella società al più presto. Oltre un terzo delle aziende danesi, e parliamo di un paese avanzatissimo che vanta giganti in ogni comparto [...]

“Ci servono più lavoratori qualificati”, dice l’appello lanciato da molte aziende danesi, compresa quella del signor Enevoldsen, “altrimenti la mancanza di forza-lavoro qualificata colpirà duramente la nostra crescita”. 

giovedì 13 ottobre 2016

Italia - Gli stranieri producono 127 miliardi di euro (8,8% Pil) - Pagano 640mila pensioni italiane

Vita
Interessante la fotografia scattata dalla Fondazione Leone Moressa nel suo Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione: i 5 milioni di stranieri che al 1 gennaio 2016 vivono in Italia, producono 127 miliardi di euro di fatturato (8,8% Pil), 11 miliardi di contributi previdenziali ogni anno, 7 miliardi di Irpef
I 5 milioni di stranieri che al 1 gennaio 2016 vivono in Italia, producono127 miliardi di euro di fatturato (8,8% Pil), 11 miliardi di contributi previdenziali ogni anno, 7 miliardi di Irpef e pesa solo per il 2% sulla spesa pubblica italiana. Questa è la fotografia scattata dalla Fondazione Leone Moressa nel suo Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione che verrà presentato domani al Viminale. Gli stranieri, dicono i dati dell'anticipazione, sono per lo più giovani: nel 2015, gli italiani in età lavorativa rappresentano il 63,2%, mentre tra gli stranieri la quota raggiunge il 78,1%. Gli anziani, invece, sono il 23,4% tra gli italiani e solo il 3% tra gli immigrati

Il rapporto si sofferma sui benefici economici dell'immigrazione. Essendo prevalentemente in età lavorativa, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 10,9 miliardi e "si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane". A questo va aggiunto il gettito Irpef complessivo versato dagli immigrati (l'8,7% del totale dei contribuenti) pari a 6,8 miliardi. Molti tra loro poi fanno impresa: nel 2015 si contano 656mila imprenditori immigrati (principalmente da Marocco, Cina e Romania) e 550mila imprese a conduzione straniera (il 9,1% del totale). Significativo il trend degli ultimi anni (dal 2011 al 2015): mentre le imprese condotte da italiani sono diminuite del 2,6%, quelle di immigrati hanno registrato un incremento del 21,3%.

Infine i costi. L'Italia è il Paese europeo che spende di più per le pensioni: quasi il 17% del Pil (270 miliardi). Ma oggi gli extracomunitari pensionati sono circa 71mila e i comunitari dell'Europa dell'Est circa 25mila. Quindi i pensionati stranieri sono solo 100mila, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni.

sabato 6 febbraio 2016

Marocco verso legalizzazione 'piccole schiave'. Sono 80.000 bambine da 8 a 15 anni: lavoro per vitto e alloggio

ANSAmed
80 mila le bambine impiegate come domestiche in case facoltosi
Rabat - Le stime non ufficiali parlano di 80 mila piccole domestiche. Un esercito di bambine, 'petites bonnes' secondo l'espressione francese che le identifica, tutte d'età compresa tra gli 8 e i 15 anni, e sono impiegate nelle case dei più facoltosi in cambio di vitto e alloggio. C'è un progetto di legge all'esame del parlamento marocchino che vorrebbe regolamentare questa antica forma di schiavitù, e fissare tra i 16 e i 18 anni, l'età minima per accoglierle in casa.


Bambine, in gran parte, tutte provenienti da famiglie molto povere, che sfuggono alla scolarizzazione e molto spesso anche all'anagrafe. I genitori le affidano a famiglie abbienti, così alleggeriscono il proprio già magro bilancio e assicurano alle piccole almeno un piatto di minestra calda.

Il fenomeno è molto radicato, soprattutto nei piccoli centri rurali, dove è alto il tasso di analfabetismo e il progetto di legge N.19.12, nato con l'intenzione di far emergere il sommerso e regolamentare il lavoro domestico, adesso allarma la società civile. Ong e organizzazioni internazionali come l'Unicef si mobilitano per chiedere almeno che l'età minima dei lavoratori sia fissata a 18 anni.

Le cifre del fenomeno sono scioccanti. Secondo il collettivo di associazioni che si batte per la difesa dei minori, i piccoli impiegati come domestici tuttofare sarebbero tra i 60 e gli 80 mila. Costretti a lavorare per sopravvivere, sopportano condizioni di vita degradanti che non corrispondono alla loro età e nemmeno alle loro capacità fisiche o psichiche.

Sempre secondo le associazioni il 30 per cento di questi piccoli non ha mai varcato la porta di un edificio scolastico; il 49 ha lasciato la scuola nei primissimi anni, il 38 per cento ha tra 8 e 12 anni e dunque rientrerebbe nel primo ciclo di scolarizzazione, il 62 appartiene al gruppo da 13 a 15 anni, solo il 21 per cento è ancora in contatto con le scuole anche se frequenta le aule saltuariamente.

I dati che riguardano le famiglie di provenienza indicano che il 47 per cento sono classificabili come nuclei poveri, il 28 estremamente poveri, per il 16 per cento sono famiglie irregolari e in totale il 94 per cento delle madri e il 72 per cento dei padri sono analfabeti. Quanto alle famiglie che accolgono le piccole schiave, il 54 per cento sono da collocarsi tra le classi medie e il 20 tra quelle agiate, il 53 per cento delle madri e il 68 dei padri hanno un diploma di studi superiori, solo il 5 per cento è analfabeta.

"Dietro le porte chiuse, queste ragazzine sono sottomesse al servizio e talvolta ai capricci dei loro padroni - denunciano le associazioni - Spesso sono private dell'affetto e della protezione parentale diretta, di educazione e istruzione, vittime di malnutrizione se non addirittura denutrizione, soggette a tutte le forme di violenza e d'abusi psichici, psicologici e sessuali".

Il codice del lavoro non basta a mettere ordine, di qui la necessità di una legge speciale ora all'esame del parlamento, tra molte contestazioni.

martedì 12 gennaio 2016

Migranti: Turchia darà permesso lavoro ai rifugiati dalla Siria

ANSAmed
Annuncio dopo visita ad Ankara vicepresidente Ue Timmermans
Istanbul - La Turchia darà ai rifugiati siriani presenti nel Paese la possibilità di ottenere un permesso di lavoro. Lo ha annunciato il ministro turco degli Affari Europei, Volkan Bozkir, al termine dell'incontro ad Ankara con il primo vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans. "Stiamo cercando di ridurre la pressione dell'immigrazione illegale dando il permesso di lavoro ai siriani in Turchia", ha detto Bozkir.
In base alle norme attuali, i circa 2,5 milioni di siriani giunti in Turchia dall'inizio della guerra nel 2011 godono di uno status di protezione temporanea, ma non possono ottenere un permesso di lavoro. Allo studio delle autorità turche c'è una normativa che dovrebbe stabilire quote precise per l'assunzione di lavoratori siriani, specificando anche settori e città di impiego per non danneggiare i lavoratori turchi. La misura rientra nel pacchetto di iniziative che Ankara sta mettendo in piedi nell'ambito dell'accordo siglato a fine novembre con Bruxelles per cercare di ridurre il flusso di arrivi in Europa in cambio di risorse per 3 miliardi di euro.

Secondo i dati forniti oggi dalla Turchia, lo scorso anno oltre 150 mila sono immigrate illegalmente, con una media di 500 migranti fermati ogni giorno alle frontiere.

venerdì 6 novembre 2015

Rifugiati, entro il 2017 in Europa ne arriveranno 3 milioni, e se integrati faranno crescere l’economia

EU News
Per la Commissione l’impatto dell’ondata migratoria senza precedenti sarà “debole ma positivo”. Se accompagnato da sforzi di integrazione da parte degli Stati farà aumentare (anche se di poco) il Pil, in particolare dei Paesi di destinazione
Bruxelles – Arrivano e continueranno ad arrivare: entro il 2017, secondo la Commissione europea, i richiedenti asilo che tenteranno di cominciare una nuova vita in Europa saranno in tutto tre milioni. Un fenomeno dalle proporzioni mai viste e che non è più impossibile ignorare, nemmeno dal punto di vista dell’impatto economico. Così per la prima volta, nelle previsioni economiche d’autunno, l’esecutivo comunitario ha deciso di tentare di valutarne le conseguenze sulla situazione macroeconomica dei Paesi, con risultati forse sorprendenti per chi reputa il massiccio afflusso di migranti come un peso che rischia di schiacciare le economie europee. Per la Commissione, infatti, non solo l’Ue può assorbire senza problemi un flusso di tre milioni di persone in tre anni, ma anzi può anche trarne effetti positivi, seppure moderatamente, sulla crescita.

Secondo le valutazioni effettuate dalla Commissione, l’arrivo dei rifugiati potrebbe avere un impatto “debole ma positivo” sulla crescita europea, “dallo 0,2% allo 0,3% del Pil sino al 2017”, spiega il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, secondo cui i risultati dell’analisi “combattono una serie di idee preconcette e difendono la posizione che Jean-Claude Juncker e la Commissione europea stanno portando avanti in materia”. Ma certo questo possibile impatto positivo non sarà automaticamente garantito dall’arrivo dei migranti. Tutt’altro: “Dipenderà dagli sforzi che gli Stati faranno per integrare i migranti nel mercato del lavoro”, ammonisce Moscovici, secondo cui serve un “comportamento ambizioso” da parte degli Stati membri perché non ci possono essere risultati positivi senza “una politica pubblica di stimolo, accompagnamento e integrazione”.

Gli effetti positivi arriverebbero soprattutto da un aumento della manodopera in Paesi la cui popolazione sta gradualmente invecchiando e dalla disponibilità dei migranti ad accettare anche lavori al di sotto del loro livello di qualificazione, coprendo quelle posizioni lasciate scoperte dai cittadini del Paese. L’arrivo di tre milioni di persone corrisponderebbe ad un aumento della popolazione dello 0,4%, considerando che alcune delle domande saranno probabilmente rigettate con i conseguenti rimpatri. Considerando un tasso di accoglienza delle domande di circa il 50% e valutando che i circa i tre quarti dei rifugiati in arrivo siano in età lavorativa, la forza lavoro in Europa aumenterebbe di circa lo 0,1% entro la fine del 2015 e di circa lo 0,3% sia nel 2016 che nel 2017.

Certo l’afflusso di rifugiati si tradurrà anche in costi aggiuntivi per gli Stati. Per quelli di transito si stimano spese non superiori allo 0,2% del Pil per il 2015 (esattamente la flessibilità richiesta dall’Italia a fronte dei costi straordinari legati agli arrivi), percentuale che dovrebbe rimanere invariata per il 2016. Per i Paesi di destinazione, invece, si considera un impatto massimo dello 0,2% del Pil nel 2015 con un ulteriore “piccola crescita” nel 2016. 

Soltanto in Svezia, Paese con la più alta percentuale di rifugiati rispetto alla popolazione, i costi potrebbero raggiungere, secondo la Commissione, lo 0,5% del Pil, riducendo di conseguenza anche gli effetti positivi dell’arrivo dei rifugiati sulla crescita.

L’impatto in effetti varierà da uno Stato membro all’altro, con effetti più importanti sui Paesi di accoglienza che su quelli di transito. Per fare un esempio concreto, lo studio della Commissione prende il caso della Germania, Stato che ad oggi ha accolto il maggiore numero di migranti. Lo scenario cambia in base al livello di qualificazione dei rifugiati in arrivo: se dovessero avere lo stesso livello di preparazione della popolazione tedesca, il loro arrivo porterebbe ad una crescita del Pil del Paese dello 0,2% quest’anno e dello 0,4% nel 2016 per arrivare ad un +0,7% entro il 2020, visto che l’integrazione richiede comunque tempo. Se invece i rifugiati dovessero essere scarsamente qualificati, l’impatto sulla crescita potrebbe fermarsi al +0,4 o +0,5% nel medio termine.

mercoledì 19 agosto 2015

Italia - Braccianti agricoli: la quarta vittima, una strage infinita

Il Manifesto
Arcangelo è in coma, stroncato da un infarto: raccoglieva uva nel barese. L'operaio, di 42 anni, lavorava per la stessa agenzia interinale di Paola, morta in identiche circostanze poco più di un mese fa. È finito in coma dopo essere stato colpito da un infarto mentre lavorava in una vigna sotto un tendone nelle campagne del nord-barese.
Arcangelo, questo il nome del 42enne di San Giorgio Ionico (paesino della provincia di Taranto), stava svolgendo le operazioni di acinellatura, che consistono nello staccare dal grappolo d'uva gli acini più piccoli, quelli che non si sono sviluppati: un lavoro complesso e stancante visto che comporta lo stare in piedi su una cassetta per ore con la testa all'insù. A un certo punto però, il cuore di Arcangelo ha ceduto di schianto.

L'episodio è avvenuto circa dieci giorni fa, ma la notizia è stata diffusa solo ieri dalla Flai Cgil Puglia. Il bracciante "lavorava circa 7 ore al giorno, alle quali si devono aggiungere le 5 ore di trasporto - spiega Giuseppe Deleonardis segretario generale della federazione pugliese - Proprio per il trasporto l'uomo pagava 12 euro al caporale, a fronte di una paga che supera di poco i 27 euro al giorno. Salario, quest'ultimo, che viene corrisposto alle donne".

L'ennesimo caso di caporalato insomma. Tra l'altro, per un macabro scherzo del destino, il bracciante stava lavorando nella stessa zona di campagna, fra Andria e Canosa di Puglia, nel nord-barese, in cui il 13 luglio scorso è morta per un malore un'altra bracciante di San Giorgio Jonico, Paola Clemente, di 49 anni, madre di te figli. "Quel che è certo - ha aggiunto Deleonardis della Flai Cgil - è che Arcangelo lavorava per la stessa agenzia interinale per cui lavorava Paola".

Il sindacalista Cgil ha poi avanzato un sospetto tutto da approfondire: ovvero che "in quelle campagne si usino fitofarmaci pericolosi che fanno sentire male gli operai". Il segretario ha promesso che la Flai Cgil farà di tutto "per rompere il muro di omertà che copre quelle che sono le reali condizioni di vita dei braccianti agricoli in Puglia". La regione soltanto nell'ultimo mese ha registrato ben tre decessi.

L'uomo originario del tarantino, sarebbe stato colpito da infarto, secondo quanto appreso dalla stessa Flai Cgil che però ha avuto grandissime difficoltà nel ricostruire la vicenda per la solita cortina di silenzio che ogni volta si alza quando accadono episodi del genere. Ora il bracciante si trova ricoverato all'ospedale San Carlo di Potenza.

"Al di là del singolo episodio - ha concluso Deleonardis - da anni denunciamo uno sfruttamento che non riguarda solo gli immigrati ma anche italiani e molte donne. E magari si verificano in aziende finanziate da fondi pubblici. Abbiamo una legge regionale di eccellenza, quella che prevede gli indici di congruità, che però non esplica completamente la sua efficacia per la mancanza di controlli. Basterebbe semplicemente applicarla".

A tal proposito, il 6 agosto scorso, dopo il decesso di Zakaria Ben Hassine, il 52enne tunisino morto il 3 agosto in un'azienda di Polignano a Mare, si svolse nella sede della Regione Puglia a Bari un incontro tra l'assessorato al Lavoro e all'Agricoltura e i sindacati confederali e di categoria per la questione del lavoro nero nelle campagne. "Abbiamo voluto - spiegò nell'occasione l'assessore al Lavoro Sebastiano Leo - affrontare con i sindacati, e lo faremo anche con le parti datoriali, la questione ognuno per le proprie competenze. Abbiamo una convenzione del 2013 per la lotta al lavoro nero e occorre capire come e quanto sia stata applicata, visto pochissime aziende sembrano aver aderito alle liste di prenotazione, utilizzando pochissimo dei fondi a disposizione". Il giorno dopo, i ministeri del Lavoro e delle Politiche Agricole promisero una stretta sui controlli contro il caporalato: la Direzione generale per l'attività ispettiva del ministero del Lavoro informò di aver dato indicazione alle Direzioni interregionali e territoriali di coinvolgere i responsabili dei servizi prevenzione delle Asl nelle attività di vigilanza già programmate e sulla base di intese preventive o prassi consolidate. Il ministero delle Politiche agricole chiese inoltre la convocazione urgente della Cabina di regia della "Rete del Lavoro agricolo di qualità". Introdotta con il provvedimento Campolibero e operativa da febbraio, per la prima volta in Italia si è creato un coordinamento per il contrasto dello sfruttamento nel lavoro agricolo.

Ma di lavoro da fare ce n'è ancora molto. Secondo il rapporto "Agromafie e Caporalato 2014?, redatto dall'Osservatorio Placido Rizzotto per conto della Flai Cgil, sono circa 400 mila i lavoratori che trovano un impiego tramite i caporali, di cui 100 mila presentano forme di grave assoggettamento dovute a condizioni abitative e ambientali considerate paraschiavistiche. Per salari da appena 4-500 euro in due mesi di lavoro. Indegno per un paese che continua a considerarsi civile.

di Gianmario Leone

sabato 13 giugno 2015

Human Right Watch - Bambini sfruttati nelle miniere d’oro del Ghana

Pressenza
“Migliaia di bambini” lavorano nelle miniere d’oro del Ghana, in impianti per lo più “senza licenza o sfruttati in maniera artigianale”. La denuncia arriva dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch che in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile ha reso noti i risultati di una sua indagine.


Ragazzi che spesso non hanno più di 15-17 anni vengono, in particolare, impiegati per il trasporto di pesanti carichi nelle gallerie delle miniere e sono a rischio di sviluppare malattie respiratorie o di essere avvelenati dal mercurio, che altri di loro usano per la lavorazione del minerale.

Ad arrestare il problema – nota Human Rights Watch – non bastano i controlli che sono effettuati regolarmente da 5 delle 6 aziende che si occupano di raffinare l’oro ghanese. In molte di queste ispezioni, infatti, ha spiegato la ricercatrice di HRW Juliane Kippenberg, si riscontrano carenze.

A mancare, in particolare è un monitoraggio costante e anche al governo ghanese, in questo senso, sono state attribuite responsabilità. Il locale ministero del lavoro, tuttavia, ha ribadito di non potere affrontare efficacemente il fenomeno “per un problema di risorse”.

Il dossier, presentato ad Accra, è il risultato di indagini condotte nelle regioni di Western, Central e Ashanti, intervistando decine di bambini-lavoratori nelle miniere d’oro. Questo minerale, dopo il petrolio, è la più importante fonte di reddito per il Ghana, che ne è il secondo produttore africano alle spalle del Sudafrica.

venerdì 24 aprile 2015

Carcere: il lavoro può abbattere recidiva dal 90 al 10% e farebbe risparmiare 210 milioni di euro

ConfCooperative
Tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che lo seguono scende al 10%

L’abbattimento della recidiva porterebbe a un risparmio di 210 milioni di euro. Il recupero dei detenuti è di per sé un fatto umano, sociale di inestimabile valore che ha, anche, un risvolto economico per la collettività. È quanto emerso dal dialogo confronto “Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio” svolto a Roma, al Palazzo della Cooperazione e promosso da Alleanza delle Cooperative Sociali, Cdo Opere Sociali e Forma su come la riforma del sistema penitenziario potrà favorire il recupero umano e sociale delle persone detenute.

«Siamo pronti a dare il nostro contributo agli “Stati generali sul carcere”. Il nostro impegno è rinforzare l'alleanza con le istituzioni per realizzare in ogni carcere d'Italia esperienze lavorative finalizzate al recupero del detenuto. I dati sulla recidiva parlano chiaro: tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che seguono questo percorso di inserimento lavorativo la recidiva si riduce alla soglia del 10%». Lo ha detto Giuseppe Guerini, presidente Alleanza Cooperative Sociali, che ha introdotto e concluso i lavori.

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha dichiarato «le cooperative sono l'attore più idoneo a realizzare gli interventi per il lavoro nelle carceri e a creare il ponte con il dopo carcere per l’inserimento lavorativo».

Riprendendo le parole del ministro Orlando, Monica Poletto, presidente CDO Opere Sociali ha osservato che «per essere sussidiaria nel suo esito, la riforma del sistema penitenziario dovrà essere sussidiaria anche nella sua genesi. Nella sua predisposizione occorre dunque coinvolgere tutti i soggetti che stanno facendo esperienze positive di rieducazione all’interno delle carceri. Affinché si realizzi un sistema più giusto, che tenga più conto della centralità della persona, bisogna sempre partire da ciò che già c’è ed opera e collaborare per capire come possa essere sviluppato».

Ai lavori hanno partecipato, tra gli altri, Luigi Bobba – Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Gabriele Toccafondi – Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca; Edoardo Patriarca – Parlamentare e presidente Centro Nazionale per il Volontariato – Lucca.

Nella mattinata il “villaggio carcere” si è raccontato attraverso le testimonianze di persone recluse che lavorano in Sicilia, a Padova e presso le cooperative sociali Men at Work di Roma e Il Germoglio di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino). Altre esperienze significative sono state quelle di don Claudio Burgio dell’associazione Kayròs del carcere minorile Beccaria di Milano, di un ex detenuto della cooperativaHomo Faber di Como e dei volontari dell’associazione Incontro e Presenza di Milano. Altre voci interessanti sono venute dal mondo della formazione professionalein carcere e dall’esperienza di volontariato Vic, nel carcere di Rebibbia.