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Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
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venerdì 11 dicembre 2020

Gli ultimi atti di Trump - Esecuzione di Brandon Bernard, il più giovane detenuto ucciso dal governo federale in 70 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il detenuto nel braccio della morte Brandon Bernard è stato messo a morte in Indiana dopo che le richieste di clemenza dell'ultimo minuto sono state respinte dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. 


Bernard, 40 anni, è stato condannato per omicidio nel 1999 quando era un adolescente ed è il più giovane detenuto ad essere ucciso dal governo federale in quasi 70 anni. 

Bernard ha detto alla famiglia della coppia che aveva ucciso di essere dispiaciuto, prima di morire giovedì per iniezione letale. 

Sono previste altre quattro esecuzioni prima della fine della presidenza di Donald Trump. Joe Biden sarà nominato presidente il 20 gennaio.
Se si verificheranno tutte e cinque le esecuzioni, Trump avrà deciso il maggior numero di esecuzioni da parte di un presidente degli Stati Uniti in più di un secolo, 13 dal mese di luglio. 

ES

Fonte: BBCNews

mercoledì 28 ottobre 2020

USA - Ancora oltre 500 i bambini migranti separati dai loro genitori, frutto della stretta migratoria di Trump nel 2018

Il Dubbio
A tre anni dalla stretta dell’amministrazione Trump sull’immigrazione clandestina, sono ancora 545 i bambini rimasti soli negli Usa dopo il rimpatrio dei loro genitori, in seguito al tentativo di varcare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Bambini separati a forza e affidati alla poco accurata custodia delle autorità.

È quanto emerge da una denuncia depositata dall’“American civil liberties union”, una delle Ong che sta cercando di ricongiungere i minori alle loro famiglie, che non hanno più loro notizie da due o tre anni.

Nella fretta di applicare la nuova politica di tolleranza zero inaugurata ufficialmente nell’aprile 2018 ( ma di fatto avviata l’anno prima con un progetto pilota riservato), molti adulti erano stati respinti in Messico senza che le loro generalità fossero registrate. Nel frattempo, i loro figli erano rimasti nei centri di detenzione in territorio statunitense.

E, in mancanza di elementi per localizzare i loro genitori, a centinaia restano ancora negli Stati Uniti, presso famiglie affidatarie o lontani parenti.

La politica di separazione dei bambini dalle famiglie era stata interrotta da Donald Trump con un ordine esecutivo nel giugno 2018 in seguito all’ondata di indignazione internazionale ( e – pare – le pressioni della first lady). Nel frattempo, ricostruì il quotidiano britannico Guardian, in un’inchiesta, 2.300 minori di età inferiore ai 12 anni erano stati allontanati dai loro genitori, senza sapere se e quando li avrebbero mai rivisti.


lunedì 19 ottobre 2020

USA - Lisa Montgomery prima donna condannata a morte, dal 1953, dopo il via libera di Trump al Tribunale Federale. Sarà uccisa l'8 dicembre

La Stampa
Usa, chi è Lisa Montgomery la prima donna condannata a morte dopo il via libera di Trump. Sarà uccisa l’8 dicembre: si tratta del primo caso dal 1953. La decisione è del Tribunale Federale dopo l’ok della Casa Bianca.

Lisa Montgomery, 52 anni

Se nulla fermerà il boia nei prossimi cinquanta giorni, Lisa Montgomery diventerà la prima donna ad essere giustiziata per ordine delle autorità federali degli Stati Uniti da quasi settanta anni. Una condanna resa possibile dal ripristino delle esecuzioni a livello governativo voluto dall’amministrazione Trump lo scorso luglio. 

[...]
 A nulla sono valsi gli appelli e le richieste dei legali di Lisa, secondo cui si è in presenza di «una grave ingiustizia»: la donna infatti ha sempre sofferto di gravi disturbi mentali, più volte stuprata dal compagno della madre e poi abusata anche dai due mariti. Il tutto aggravato col tempo dalla dipendenza dall’alcol. 

La donna ha oggi 52 anni. Diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani promettono di dare battaglia fino all’ultimo istante per evitare che si replichi quanto non si vedeva dal 1953, quando furono due le donne ad essere giustiziate. 

Una di loro era Ethel Rosenberg, condannata alla sedia elettrica con l'accusa di spionaggio, per aver passato all'Unione Sovietica informazioni segrete sulla bomba atomica. L’altra detenuta giustiziata nel 1953 è Bonny Heady, condannata alla camera a gas per aver ucciso un bimbo di 6 anni. L’unica altra donna della storia americana mandata a morte per ordine del governo federale é stata nel 1865 Mary Suratt, proprietaria di una pensione, impiccata con l’accusa di aver preso parte a una congiura per assassinare il presidente Abraham Lincoln. 

Nelle prigioni statali, invece, 16 donne sono state giustiziate dal 1976, da quando la Corte Suprema ha terminato la moratoria sulle esecuzioni capitali. Barr ha inoltre fissato per il 10 dicembre l’esecuzione di Brandon Bernard, 40 anni, che nel 1999 in Texas uccise due giovani religiosi. 

Salgono così a nove in soli sette mesi le condanne a morte eseguite dall’amministrazione Trump. Eppure, il tema della pena di morte risulta non intercettato dai radar della campagna elettorale, sia da parte di Biden che da quella di Trump confermando come l’argomento a Washington sia blindato da una sorta di tacita inviolabilità trasversale.

Francesco Semprini

domenica 16 febbraio 2020

USA - Trump manda le truppe speciali a caccia di migranti rifugiati nelle città santuario San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston

Avvenire
Un centinaio di agenti, anche delle forze speciali, fino a maggio saranno schierati nei centri che offrono ospitalità ai profughi senza documenti: San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston.
Una retata di immigrati irregolari della Homeland Security a San Francisco - Ansa
Non ha più freni e con l'approssimarsi del voto di novembre, il presidente Donald Trump vuole dimostrare di essere ciò che ha promesso di essere: il cacciatore degli illegali. A un anno dalle norme che impediscono ai profughi di entrare negli Stati Uniti dall'America Latina per chiedere il visto, ieri sera la Casa Bianca ha annunciato l'inasprimento delle misure per dare la caccia agli illegali che già si trovano sul territorio statunitense.

L'Amministrazione Trump ha deciso di inviare nelle "città santuario" agenti specializzati (si parla di un centinaio di persone che si affiancano al personale federale di controllo delle frontiere, Ice, e della Homeland Security) per contrastare l'immigrazione illegale. 

Gli agenti specializzati, tra cui anche appartenenti a corpi d'assalto, verranno spostati dal confine con il Messico in città come New York, Chicago e altre che hanno dichiarato pubblicamente di non voler perseguire i cittadini sprovvisti di documenti legali. 

Altri agenti sono attesi a San Francisco, Los Angeles, Atlanta, Houston, Boston, New Orleans, Newark e Detroit. 

La decisione arriva dopo l'annuncio dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna dell'adozione di misure speciali per colpire gli immigrati. Gli agenti verranno dislocati nei vari centri fino a maggio inoltrato. 

Obiettivo dell'amministrazione è lanciare una grande campagna contro l'immigrazione clandestina e contrastare il boicottaggio attuato da molte città che starebbe "rendendo più difficile" il lavoro di contrasto degli irregolari.

mercoledì 12 febbraio 2020

Trump distrugge le tombe dei nativi americani protette dall’Unesco per costruire il muro al confine col Messico.

Il Fatto Quotidiano
Esplosioni all’interno della riserva naturale dell’Organ Pipe Cactus National Monument, protetta dall’Unesco, in Arizona, che colpiscono anche antichi siti di sepoltura dei nativi americani. Ad autorizzarlo è stata l’amministrazione guidata da Donald Trump allo scopo di costruire quasi 70 chilometri del muro di separazione tra Stati Uniti e Messico, fortemente voluto dal presidente americano. 
Dopo la denuncia delle comunità locali e delle associazioni, anche le autorità hanno confermato che “esplosioni controllate” sono già iniziate nella zona. Niente hanno potuto le leggi a tutela dei beni culturali e paesaggistici, visto che il tycoon ha invocato motivazioni di sicurezza nazionale.
A esporsi per primo contro la decisione dell’amministrazione è stato Raul Grijalva, Deputato democratico dell’Arizona a capo del Comitato sulle risorse naturali della Camera, che ha parlato di un atto “sacrilego”, spiegando che le autorità non si sono nemmeno preoccupate di avvertire la tribù locale Tohono O’odham. È proprio in questi luoghi, ha poi spiegato, che i nativi americani locali seppellivano i corpi dei rivali Apache, in segno di rispetto. Ed è sempre in quell’area che sono stati ritrovati manufatti risalenti a 10mila anni fa.

A preoccupare i movimenti ambientalisti, però, non sono solo i danni ai siti di sepoltura, ma anche quelli alle falde acquifere e le conseguenze sulle specie selvatiche che popolano la zona desertica, diventata famosa perché esempio di ecosistema intatto tipico del deserto del Sonora. E ad essere distrutti, hanno riferito i locali, sono stati anche degli antichi cactus che caratterizzano l’area e che per i nativi rappresentano la reincarnazione dei propri avi.

FQ

giovedì 25 luglio 2019

Gli Usa di Trump ripristinano le esecuzioni capitali federali che erano sospese da 16 anni. 5 previste nello Stato dell'Indiana

La Repubblica
L'ultima risale a 16 anni fa. Cinque condanne capitali sono già programmate in Indiana. Il ministro della Giustizia William Barr: "Una decisione che rispetta il nostro Stato di diritto"


Dopo 16 anni riprendono le esecuzioni capitali per le persone condannate dai tribunali federali degli Stati Uniti. Il ministero della giustizia americano ha adottato un nuovo protocollo che prevede iniezioni letali: cinque esecuzioni sono già state programmate e avverranno in una prigione federale dell'Indiana. 

I cinque detenuti condannati a morte, spiega una nota del Dipartimento di Giustizia, sono colpevoli di "orribili omicidi e crimini sessuali". Ognuno di loro, continua la nota, ha esaurito tutte le possibilità di appello.

L'annuncio è stato dato dal ministro della Giustizia statunitense, William Barr, e arriva a seguito dell'invito di Trump ad applicare pene più severe per i crimini violenti, in particolare per i trafficanti di droga e i serial killer. "Il dipartimento della Giustizia sostiene lo Stato di diritto, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie dobbiamo applicare la sentenza imposta dal nostro sistema giudiziario", ha detto Barr.

Anche se la pena di morte è legale negli Stati Uniti, il provvedimento si pone in contrasto con le decisioni di diversi Stati che hanno dichiarato illegale la pena di morte o hanno varato delle moratorie. L'ultima esecuzione capitale, riporta l'Huffington Post, ordinata da un tribunale federale americano è avvenuta il 18 marzo 2003.

lunedì 10 giugno 2019

Messico. Per evitare le sanzioni economiche di Trump, un muro di 6mila militari al confine con il Guatemala per fermare i migranti

Il Manifesto
Amlo fa marcia indietro e chiude le porte. E per evitare i dazi statunitensi si impegna a costruire nuovi centri di detenzione per migranti e altri posti di blocco. Ma a Trump non basta.
 

Il Messico si accinge a fare il lavoro sporco per conto degli Stati uniti, mettendo decisamente tra parentesi il tanto sbandierato discorso sulla protezione dei diritti umani dei migranti e sulla fraternità universale.

È stato lo stesso ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard, a capo della delegazione incaricata di negoziare con la controparte statunitense, a confermare la versione secondo cui il governo dispiegherà 6mila elementi della nuova Guardia nacional alla frontiera con il Guatemala: non un muro di cemento come quello tanto caro a Trump, ma una non meno devastante barriera militare.

Per supportare tale azione il governo di Amlo, secondo quanto ha rivelato il Washington Post, dovrà anche provvedere alla costruzione di ulteriori centri di detenzione per migranti e di altri posti di blocco finalizzati a ridurre il flusso di centroamericani in fuga dalla violenza e dalla povertà estrema dei rispettivi paesi, spesso e volentieri - e in maniera clamorosa nel caso dell'Honduras - provocate, mantenute e alimentate proprio dalle politiche statunitensi.

Non è tutto. Sempre secondo il Wp, si starebbe anche negoziando un piano regionale in base a cui i migranti centroamericani dovrebbero cercare asilo nel primo paese in cui entrano dopo aver lasciato le proprie case, di modo che gli Stati uniti potrebbero rispedire ogni guatemalteco in Messico e ogni salvadoregno e honduregno in Guatemala. Nient'altro che una variante della pretesa statunitense - sempre respinta dalle autorità del paese confinante - di imporre al Messico lo status di "paese terzo sicuro" dove rimandare tutti i richiedenti asilo.

Già annunciato invece da parte del governo il blocco dei conti di diverse persone e organizzazioni presumibilmente impegnate nel traffico di migranti e nell'organizzazione di carovane illegali dirette verso gli Stati uniti. Nulla di tutto questo però potrebbe essere sufficiente a placare il presidente Usa, scongiurando l'entrata in vigore, lunedì prossimo, dei dazi - inizialmente del 5%, ma con aumenti progressivi fino al 25% - su tutti i prodotti messicani.

[...]
Claudia Fanti

domenica 26 maggio 2019

Giudice Usa sospeso sei mesi per aver criticato Donald Trump (come la prof italiana)

Globalist
Sospeso sia in tribunale sia sui social network. Ecco cosa significano i populisti al potere.

Tutto il mondo (populista e fascista) è paese. Questa storia ci ricorda quella della prof sospesa in Italia per non aver censurato i suoi studenti che avevano fatto un lavoro di analisi e confronto tra il periodo delle leggi razziali degli anni '30 e il decreto Salvini sugli immigrati di oggi. 

Un giudice statunitense è stato sanzionato con una sospensione di sei mesi per aver criticato Donald Trump in tribunale e sui social network. È quanto emerge da una decisione della Corte Suprema dello Utah di cui la France Presse ha potuto prendere visione.

Secondo questo documento, il giudice Michael Kwan, che è stato in carica per più di 20 anni, ha iniziato a pubblicare, tramite i suoi account Facebook e LinkedIn, commenti sprezzanti su Donald Trump nel 2016, quando era solo candidato per le elezioni presidenziali.

Aveva proseguito dopo la vittoria di Trump, bollandolo ad esempio di "incapacità di governare e incompetenza politica" il giorno stesso della sua investitura alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Qualche settimana dopo, il giudice Kwan aveva parlato di una "presa di potere fascista", chiedendo la vigilanza nei confronti dei parlamentari repubblicani, il partito di Donald Trump, al Congresso per paura che trasformassero il parlamento americano in "Reichstag".

domenica 24 febbraio 2019

Trump - Il muro di demagogia con il Messico - Per completarlo, se finanziato, ci vorrebbero 20 anni.

LimesIntenzionato a completare la barriera esistente tra gli Stati Uniti e il Messico, Donald Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale per arrogarsi circa 8 miliardi di dollari in fondi destinati alla Difesa da convogliare al progetto. L’unico mezzo a sua disposizione per aggirare il Congresso che, trasversalmente, non gli ha voluto concedere tale cifra.
Perché conta: La querelle riguardante il muro dimostra plasticamente quanto sia difficile – quasi impossibile – per un presidente realizzare un progetto domestico in modo unilaterale. Perché certamente Trump non completerà mai il muro. Forse non ne realizzerà neppure un metro. La decisione presidenziale è già stata impugnata in tribunale da 16 Stati federati, da molteplici associazioni umanitarie e ambientaliste, nonché da privati cittadini. Con la certezza che sarà la Corte suprema a decidere della questione.

Per cui nel migliore dei casi, per Trump, il massimo tribunale deciderà in suo favore tra almeno un anno, consentendogli di iniziare la costruzione di alcuni chilometri di barriera – secondo i migliori calcoli, 8 miliardi di dollari bastano per realizzare 376 chilometri (234 miglia) di muro, circa un terzo di quanto già esiste (1.052 chilometri), poco più di un decimo dell’intero confine (3.110 chilometri).

Considerato l’andamento della vicenda, di questo passo ci vorrebbero almeno 20 anni per allocare i fondi necessari al completamento della barriera, decisamente più dei 6 anni scarsi di presidenza (2 più 4) che Trump potrebbe avere a disposizione qualora fosse rieletto. 

Per tacere di cosa (non) succederebbe se la Corte suprema giudicasse invalida la misura presidenziale. Mentre, se pure i giudici dessero ragione a Trump ma nel successivo novembre fosse eletto un presidente contrario allo stato di emergenza, la costruzione si interromperebbe immediatamente, con la consegna ai posteri di una manciata di chilometri di muro edificati ex novo. A fronte di uno sforzo titanico da parte del magnate newyorkese, sfociato nella dimostrazione dell’impotenza presidenziale.

Dario Fabbri

venerdì 11 gennaio 2019

Guantánamo, 17 anni dopo: “Macchia indelebile nella storia dei diritti umani Usa”. L'ordine di chiusura emesso da Obama, revocato da Trump.

Amnesty.it
Dopo 17 anni dalla sua apertura, dopo l’ordine di chiusura emesso dal presidente Obama e poi revocato dall’attuale presidente Trump, la prigione militare di Guantánamo Bay è ancora funzionante e continua a essere luogo di violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti.


“Quando ha revocato l’ordine di chiusura emesso dal presidente Obama, Donald Trump ha aperto la strada a un’intera nuova epoca di orribili violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato in una nota ufficiale Daphne Eviatar, direttrice del programma Sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa, alla vigilia del 17° anniversario dell’apertura del centro.

A Guantánamo si trovano attualmente 40 detenuti di religione musulmana, molti dei quali sono stati torturati nel corso degli anni. Alcuni di loro sono ancora detenuti nonostante il loro rilascio sia stato stabilito da anni.
Il caso di Toffiq Al-Bihani
Tra questi c’è Toffiq al-Bihani, torturato da funzionari della Cia prima del trasferimento a Guantánamo, risalente al 2003. Avrebbe dovuto essere rilasciato già nel 2010.

Al-Bihani, che è stato arrestato 16 anni fa, è uno degli undici detenuti che si trovano in una condizione di detenzione arbitraria, senza che nessuna accusa sia stata formalizzata, né si sia tenuto un processo a Guantanámo.

Al-Bihani è un cittadino yemenita di 46 anni, nato e cresciuto in Arabia Saudita. È detenuto a Guantanamo dal 6 febbraio 2003. È stato arrestato 18 anni fa dalla polizia iraniana e poi trasferito sotto la custodia degli Stati Uniti in Afghanistan.

Secondo la relazione del Senato del 2014 sul programma di tortura della CIA, è stato sottoposto a tortura mentre era sotto custodia negli Stati Uniti.

Al-Bihani è uno dei quaranta uomini che rimangono imprigionati dopo essere stati privati ​​di un giusto processo per oltre un decennio. Uomini che hanno sofferto sia le conseguenze fisiche che psicologiche della detenzione indefinita e della tortura a Guantanámo.

“È fin troppo facile immaginare che Guantánamo resterà il luogo di violazione dei diritti umani sotto un presidente che pensa in modo crudele ed erroneo che la tortura sia accettabile. Perché questa vergognosa istituzione sia chiusa una volta per sempre, i detenuti di cui è stato disposto il rilascio dovranno essere trasferiti immediatamente e tutti gli altri prigionieri dovranno essere incriminati e sottoposti a un processo equo oppure rilasciati”, ha concluso Eviatar.

Amnesty International Usa e altre organizzazioni per i diritti umani manifesteranno per la chiusura di Guantánamo l’11 gennaio a Washington, a partire dalle 14.30 presso il parco Lafayette.

mercoledì 17 ottobre 2018

Il lager di Guantanamo resterà aperto per altri 25 anni: Trump cancella la decisione di Obama che voleva chiuderlo

Globalist
L'ex presidente democratico nel 2009 aveva ordinato di chiudere "appena possibile" il campo di prigionia. L'Onu avverte: "le torture nel carcere Usa a Cuba continuano".


Resterà aperta "almeno per altri 25 anni" la controversa prigione Usa di Guantanamo, a Cuba, che il presidente Barack Obama nel 2009 aveva promesso di chiudere. Lo ha annunciato l'ammiraglio John Ring, responsabile del carcere dove vengono detenuti terroristi e dove si trovavo gli accusati per l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001.

Lo scorso gennaio, il presidente Donald Trump, con un ordine esecutivo ha annullato la promessa di Obama e ha deciso di mantenere Guantanamo aperta, in totale controtendenza con quanto aveva cercato di fare il suo predecessore alla Casa Bianca.
Ring, durante la visita periodica organizzata per i giornalisti dall'esercito Usa ha detto di aver ricevuto l'ordine del Pentagono di tenere aperta la prigione. "Ci hanno detto - ha annunciato Ring - che saremo qui per 25 anni o più: Il Pentagono ci ha inviato un promemoria che dice che il programma è aperto". 

Lo scorso dicembre un esperto dell'Onu, Nils Melzer, ha detto che le torture a Guantanamo sono continuate, almeno nei confronti di un detenuto, Ammar al-Baluchi, sospettato per gli attentati dell'11 settembre.

lunedì 8 ottobre 2018

Ok a Kavanaugh, Corte Usa vira a destra. Proteste e arresti davanti al Capitol Hill

Ansa
I conservatori ora hanno la maggioranza. Nozze gay-aborto a rischio.

II Senato Usa conferma Brett Kavanaugh alla Corte Suprema e regala a Donald Trump la vittoria più importante della sua presidenza a un mese dalle cruciali elezioni di medio termine.

Il tycoon loda il Senato ed esulta: "e' un grande giorno per l'America".

I democratici sconfitti però non mollano la presa e assicurano che continueranno a dare battaglia: se al voto di novembre prenderanno il controllo della Camera, come appare possibile, l'apertura di un'indagine seria su Kavanaugh è data per scontata. E non è esclusa neanche una procedura per impeachment.

Con una maggioranza risicata, 50 voti a favore e 48 contrari, il Senato dice sì al giudice scelto da Trump, che si appresta a sostituire Anthony Kennedy alla Corte Suprema. 

A presiedere lo storico voto il vice presidente Mike Pence, costretto a sospendere le operazioni di voto in seguito alle proteste dei manifestanti in aula, allontanati rapidamente dalle forze dell'ordine. Mentre fuori dal Senato decine di dimostranti venivano arrestati.

lunedì 12 marzo 2018

Trump vuole imitare Cina e Filippine nella lotta alla droga utilizzando la pena di morte.

ANSA
Washington - Donald Trump torna ad evocare la pena di morte per i trafficanti di droga, scaldando per la prima volta con questo argomento la folla di un comizio elettorale. Il presidente ha additato come Paesi modello Cina e Singapore, ma in passato aveva citato anche le Filippine di Rodrigo Duterte. 


Paesi come questi, ha spiegato, hanno meno problemi con le tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori, anche con la pena capitale.

Il tycoon ha fatto l'esempio di un imputato che viene condannato a morte o all'ergastolo per aver ucciso una sola persona, mentre un trafficante di stupefacenti "puo' ucciderne migliaia facendo poca galera". "Stanno uccidendo i nostri bambini, stanno uccidendo le nostre famiglie, stanno uccidendo i nostri lavoratori", ha sostenuto. "L'unico modo per risolvere il problema della droga e' la durezza", ha proseguito.

Poi ha lanciato la sua proposta: "Non so se il paese e pronto per leggi come quelle della Cina e di Singapore, ma dobbiamo iniziare una discussione", ha suggerito ipotizzando la facolta' per i procuratori di chiedere la pena capitale per i 'mercanti di morte'. E' stato questo uno dei passaggi piu' applauditi dagli spettatori, che annuivano con entusiasmo.
E non e' un caso forse che l'amministrazione, secondo quanto riportato dal Wp nei giorni scorsi, stia gia' considerando questa modifica per consentire ai rappresentanti dell'accusa di invocare la pena capitale contro reati di droga.
Il tycoon sembra voler cavalcare elettoralmente questa battaglia sullo sfondo della lotta contro le 'citta' santuario' che tutelano i clandestini, da lui additati spesso come criminali e spacciatori, come ha fatto ieri sera scendendo in campo in Pennsylvania a sostegno del candidato repubblicano Rick Saccone nelle elezioni speciali di martedi' per un seggio alla Camera.

lunedì 5 febbraio 2018

Guantanamo, dove la lotta al terrorismo alimenta il terrorismo non chiuderà

Globalist
Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per "mantenere aperta la prigione di Guantanamo e rivedere le nostre politiche di detenzione militare". 



E' stato lo stesso presidente ad annunciarlo nel discorso sullo stato dell'Unione, in un passaggio in cui ha lasciato intendere che nel campo di prigionia istituito nella base militare di Cuba da George Bush nel 2002, e che Barack Obama aveva deciso di chiudere senza in effetti riuscirci per tutti i suoi due mandati, potranno essere inviati nuovi prigionieri, terroristi dello Stato Islamico, "dovunque essi vengano catturati".

"Chiedo al Congresso di garantire che nella lotta allo Stato Islamico ed ad al Qaeda noi continuiamo ad avere tutti i necessari poteri di imprigionare terroristi in qualsiasi momento e dovunque li catturiamo. E per molti casi ora sarà a Guantanamo", ha detto Trump dopo aver annunciato di aver firmato l'ordine con cui dà indicazioni al capo del Pentagono, James Mattis.
Nell'ordine infatti si afferma che "gli Stati Uniti potranno trasferire nuovi detenuti nella stazione navale di Guantanamo Bay quando sarà necessario e legale per proteggere la nazione". Nell'ordine inoltre si dichiara che le strutture detentive di Guantanamo - contro le quali per anni hanno puntato il dito le associazioni internazionali per la tutela dei diritti umani - sono "legali, sicure, umane e gestite nel rispetto delle leggi Usa ed internazionali".

mercoledì 6 dicembre 2017

Bahrain - Amnesty e HRW: "repressione politica e religiosa contro gli sciiti", con il via libera di Trump

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International e di Human Rights Watch. La piccola monarchia, governata da una famiglia sunnita, in un Paese con il 65% di sciiti.
Beirut - In Bahrain continua la repressione contro l’opposizione politica e religiosa. Il leader del principale partito di opposizione sciita, lo sceicco Ali Salmane, è stato recentemente incriminato dalla procura di Manama per spionaggio con il Qatar. È accusato di avere legami con “un Paese straniero... e di agire per sovvertire l’ordine costituito in Bahrain e danneggiare i gli interessi nazionali”. E' accusato inoltre di “aver rivelato a un Paese straniero informazioni che possono danneggiare lo Stato e la reputazione del Bahrain”. Negli stessi giorni altri dieci esponenti sciiti sono stati condannati a dieci anni di carcere e privati della nazionalità per “complotto terroristico”. Mentre altre 19 persone sono state condannate per “collaborazione con l’Iran per rovesciare il governo.”

Una famiglia sunnita controlla un Paese con il 65% di sciiti. Il piccolo regno, una monarchia costituzionale ereditaria, è guidata dalla famiglia sunnita Khalifa, anche se la popolazione musulmana è per il 65% sciita. La repressione è iniziata nel febbraio 2001 quando, sull’onda delle cosiddette ‘primavere arabe’, anche in Bahrain iniziarono le rivolte. Al centro delle proteste, la denuncia delle discriminazioni contro la comunità sciita. Le dimostrazioni furono represse dal regime con l’aiuto di forze inviate dall’Arabia Saudita. Nel luglio 2016, il partito guidato da Ali Salmane, “al-Wefaq” era stato sciolto dal tribunale del Bahrain. Ali Salmane era stato già arrestato dalle autorità nel dicembre 2014 ed era stato condannato a nove anni di carcere.

Fuorilegge anche leader sunnita di Waad. Poche settimane fa è stato messo fuorilegge anche il “Waad”, movimento alleato di “al-Wefaq”. Il religioso Issa Qassim, massima autorità spirituale sciita del Paese, è stato privato della sua nazionalità, nel 2016, su richiesta del Ministero degli Interni. La repressione del regime non riguarda solo la comunità sciita. Il leader sunnita di Waad, Ibrahim Charif, è stato arrestato nel 2016, con l’accusa di “incitamento all’odio”, per la sua continua richiesta di maggiore democrazia nel Paese. 

A maggio Amnesty International ha denunciato lo scioglimento dei principali partiti politici di opposizione. “Il Bahrain si sta muovendo verso una repressione totale dei diritti umani”, ha detto Lynn Maalouf, direttore presso l’ufficio regionale di Amnesty International a Beirut. “Lo scioglimento di “Waad” è un attacco alla libertà di espressione e associazione. Dimostra ancora una volta che le autorità non hanno intenzione di mantenere gli impegni presi a favore del progresso dei diritti umani.”

Denunciate organizzazioni per i diritti umani. Nella stessa direzione vanno le denunce di altre associazioni per i diritti umani. “Per anni le autorità del Bahrein hanno soffocato la società civile, ma nel 2016 hanno deciso di ridurla al silenzio”, ha dichiarato Joe Stork, vice direttore della divisione Medio Oriente di “Human Rights Watch”. “La stabilità a lungo termine del Bahrain dipende da un processo di riforma politica che rispetta i diritti umani fondamentali, ma per il momento purtroppo sta avvenendo il contrario.”
Anche la mancanza di risposta internazionale alla repressione nel paese è stata ripetutamente denunciata dalle organizzazioni umanitarie.

Il via libera di Donald Trump. Nel marzo 2017, il presidente USA Donald Trump aveva detto al re Hamad del Bahrain; “Non ci sarà alcuna pressione sul Paese con la mia amministrazione”. La piccola monarchia sembra aver interpretato questa dichiarazione come una luce verde per continuare la sua politica di repressione. C’è un chiaro segnale che quella di re Hamad sia l’interpretazione corretta. Nonostante il piccolo regno ospiti la “Quinta Flotta” statunitense, Barack Obama aveva congelato la vendita degli aerei militari F-16, considerando che Manama non aveva fatto abbastanza progressi nel campo dei diritti umani. L’amministrazione Trump a settembre è tornata su questa decisione per autorizzare la vendita.

domenica 3 dicembre 2017

Trump: gli Usa escono dal patto Onu per i migranti e rifugiati che vuole assicurare flussi "sicuri, ordinati e regolari"

Rai News 24
Il Global compact prevede un impegno per assicurare flussi "sicuri, ordinati e regolari". Haley annuncia, 'non è in linea con le nostre politiche' 


Gli Stati Uniti si sfilano dall'accordo delle Nazioni Unite per una migrazione sicura, il Global Compact on migration firmato nel settembre 2016. Lo annuncia l'ambasciatrice americana all'Onu, Nikki Haley, spiegando che la dichiarazione ''non è in linea con le politiche per l'immigrazione e i rifugiati americane e con i principi dell'amministrazione Trump''. 


''Le nostre decisioni sull'immigrazione devono essere sempre prese dagli americani e solo dagli americani'' mette in evidenza Haley.

venerdì 1 dicembre 2017

USA. Immigrato irregolare assolto da un omicidio. Trump: "Verdetto scandaloso"

La Stampa
Ritenuto colpevole solo del possesso di armi. Rischia da 16 mesi a 3 anni. "Un verdetto scandaloso nel caso di Kate Steinle! Nessuno stupore se la gente del nostro Paese è così arrabbiata per l'immigrazione illegale". A twittare è il presidente americano Donald Trump, commentando la decisione di una giuria di San Francisco di assolvere un immigrato messicano irregolare dall'uccisione di una donna (Kathryn Steinle, 32 anni) uccisa da un proiettile mentre camminava su un molo cittadino nel luglio 2015.

Il caso è destinato a sollevare polemiche. Una giuria di San Francisco ha ritenuto Jose Ines Garcia Zarate (45 anni) colpevole non dell'assalto ma solo del possesso dell'arma, con cui ha sostenuto di aver sparato per errore. Ora rischia da 16 mesi a tre anni. Trump aveva cavalcato il caso in campagna elettorale per sostenere la linea dura anti immigrati. La morte della donna suscitò un aspro dibattito sull'opportunità di trattare più severamente gli immigrati senza status legale, come Zarate, e sul ruolo delle forze dell'ordine locali.

Zarate era un senza tetto al momento della sparatoria e aveva alle spalle varie condanne. Era stato scarcerato solo pochi mesi prima della tragedia, ignorando una richiesta delle autorità federali per l'immigrazione, che avevano chiesto di prolungare la detenzione per poterlo espatriare di nuovo. Ma San Francisco è una delle tante città santuario americane e tutela gli illegali, anche sfidando le autorità federali.

"Siamo scioccati e amareggiati, è stata resa giustizia, ma non è stata servita", ha commentato il padre della vittima. Reazioni indignate particolarmente nel mondo di destra. Ha preso posizione anche l'attorney general Jeff Sessions, un paladino del pugno duro sull'immigrazione che ha tentato anche di togliere i fondi federali alle città santuario: "la decisione di San Francisco di proteggere i criminali stranieri ha portato alla evitabile e straziante morte di Kate Steinle. Invito i leader delle comunità della nazione a riflettere sull'esito di questo caso e di considerare attentamente il danno che stanno facendo ai loro cittadini rifiutando di cooperare con le forze dell'ordine federali".

martedì 14 novembre 2017

Dopo l'elezione di Trump aumentati in USA i reati di matrice razziale del 26%

Globalist
Lo afferma l'Fbi in un rapporto in cui evidenzia l'enorme crescita in numeri e percentuali rispetto allo scorso anno
Manifestazione razzista in USA
Dopo l'elezione di Donald Trump, negli Stat Uniti sono in crescita i reati di matrice razziale. Lo sostiene l'Fbi in un rapporto in cui si dice che i reati motivati da un pregiudizio contro una comunità etnica, religiosa o sessuale sono aumentati del 26 per cento, dopo l'8 novembre dello scorso anno, giorno dell'elezione di Trump.
Stando al rapporto, questo tipo di reati nel 2016 erano aumentati del 6 per cento in rapporto 2015, da 5.850 a 6.121. Ma, se si considera solo il quarto trimestre del 2016 (da ottobre a dicembre), questo aumento è salito vertiginosamentre fino al 26 per cento.
Negli Stati Uniti i reati di odio raggruppano una serie di reati, che vanno dagli insulti agli omicidi, passando per le umiliazioni, alle aggressioni, alle molestie. Il tratto comune delle vittime è la loro appartenenza, vera o presunta, ad un gruppo razziale o ad una religione, il loro indirizzo sessuale o la loro disabilià.
Questi reati, ritenuti particolarmentre odiosi, sono perseguiti da leggi federali.

domenica 22 ottobre 2017

Ricordiamoci di Guantanamo: prigionieri lasciati morire dalla politica di Trump

Il faro sul mondo
Ritorna l’immagine divenuta tossica del carcere di Guantanamo, dove cinque uomini in sciopero della fame “sono lasciati alla porta della morte” dalla nuova politica dell’amministrazione Trump nei confronti dei detenuti che protestano. Alcune celebrità stanno digiunando a sostegno dei detenuti.


Era il 2002 quando l’amministrazione di George W. Bush, in “piena guerra al terrore” aprì la super-prigione di Guantanamo nell’isola di Cuba, che ha ospitato fino a 780 detenuti, molti “spazzati” dai campi di battaglia dell’Iraq, la maggior parte non è mai stata formalmente accusata da un tribunale. Dal 2002 sono morti nove prigionieri e di questi si ritiene che sette si siano suicidati. Molti sono stati sottoposti a tortura durante l’interrogatorio; inoltre nel carcere sarebbero stati rinchiusi anche una quindicina di minori.
Ci sono attualmente 41 prigionieri detenuti, ciascuno dei quali costa ai contribuenti americani 10 milioni di dollari all’anno, a differenza dei 78mila dollari necessari per un detenuto in una prigione federale di massima sicurezza negli Stati Uniti, secondo il gruppo Human Rights First. Solo uno è stato inviato negli Stati Uniti per il processo nei tribunali statunitensi. Dei 41 prigionieri, 15 sono considerati di “alto valore”, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, il presunto cospiratore degli attacchi dell’11 settembre.

Barack Obama promise di chiudere il carcere al termine della campagna elettorale nel 2008, promessa sempre ventilata negli anni della presidenza, fino alla presentazione al Congresso di una proposta nel febbraio del 2016, che non è stata rispettata alla fine del suo mandato. 


Di tutt’altro avviso è il presidente Donald Trump, che ha più volte detto di non avere alcuna intenzione di chiudere la struttura, si è anzi impegnato a mantenerla aperta e “caricarla con alcuni dannati cattivi”. “Non ci dovrebbero essere altre scarcerazioni – ha twittato Trump di recente – sono persone estremamente pericolose e non dovrebbe essere consentito loro di tornare sul campo di battaglia”.

Durante l’amministrazione Obama, le guardie carcerarie praticavano sui detenuti in sciopero della fame l’alimentazione forzata prima che il loro peso diminuisse drasticamente. Nel nuovo approccio dell’amministrazione Trump i detenuti in sciopero della fame sono lasciati al deterioramento fisico fino alla “porta della morte” o al rischio di deterioramento degli organi.

Gli avvocati dei detenuti in sciopero della fame hanno parlato ai quotidiani americani (Indipendent, The Guardian) delle condizioni dei detenuti di Guantanamo e in particolare dei cinque detenuti in sciopero della fame. Reprieve, un gruppo umanitario di Londra che rappresenta diversi detenuti, aveva chiesto alle persone di iniziare scioperi della fame a sostegno dei prigionieri che protestano, tra cui Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che rifiutano il cibo dal 20 settembre.

Tra coloro che hanno raccolto la sfida ci sono Roger Waters, co-fondatore dei Pink Floyd, Sara Pascoe, l’attore David Morrissey, il regista e attore Mark Rylance, il politico del lavoro Tom Watson e l’attrice francese Caroline Lagerfelt.

Khalid Qassim e Ahmed Rabbani, che non assumono cibo dal 20 settembre, si trovano a Guantanamo da 15 anni, per una detenzione indefinita senza addebito o prova, e dal 2013 ricorrono allo sciopero della fame come unica arma per protestare la loro innocenza ed affermare la loro umanità.

Gli avvocati sono preoccupati sempre di più per lo stato di salute dei loro clienti. David Remes, avvocato di Washington, che rappresenta Abdul al-Salam al-Hilal, uno dei cinque prigionieri dello sciopero della fame, ha riferito che Hilal, detenuto da oltre 15 anni senza accuse, ha lanciato la sua protesta quando gli è stata rifiutata l’autorizzazione ad una seconda telefonata al mese alla sua famiglia in Yemen. Il peso di Hilal è sceso da 165 a 110 libbre. Rabbani è arrivato a soli 95 libbre e da tempo soffre come Hilal di sanguinamenti interni.

Clive Stafford Smith, il fondatore di Reprieve che sta digiunando anche lui a sostegno dei detenuti, ha riferito le parole di Rabbani: “Non voglio morire, ma dopo quattro anni di protesta pacifica non posso fermarmi perché me lo dicono loro. Mi fermerò definitivamente quando il presidente Trump libererà i prigionieri liberi da accuse e permetterà a tutti gli altri un processo equo”.

di Cristina Amoroso

lunedì 2 ottobre 2017

USA: vescovi contro la decisione di Trump su riduzione numero rifugiati

SIR
(da New York) Nello stesso giorno in cui Papa Francesco ha lanciato con la Caritas internazionale la campagna “Share the journey – Condividi il viaggio”, l’amministrazione statunitense ha deciso di diminuire da 75mila a 45mila il numero dei rifugiati che verranno accolti nel Paese nel 2018, la più bassa dal 1980, anno in cui il programma di accoglienza è stato varato. 



“Siamo turbati e delusi dalla risoluzione del presidente”, dichiara monsignor Joe S. Vásquez, vescovo di Austin, Texas, e presidente della Commissione sulla migrazione per la Conferenza episcopale Usa. 

Proprio nel momento in cui tutte le comunità cattoliche americane hanno aperto le loro braccia per accogliere i rifugiati e i profughi, la decisione presidenziale sembra non tener conto “delle conseguenze umane sulle persone e sulle famiglie che non possono vivere in sicurezza nei loro Paesi di origine a causa di guerre e persecuzioni”

Il vescovo, a nome dei suoi confratelli, sottolinea poi che gran parte dei rifugiati accolti negli Stati Uniti sono sottoposti ad un rigido programma di controlli e molti cercano di ricongiungersi a familiari già presenti nel Paese. 

“La maggior parte comincia subito a lavorare per ricostruire la propria vita – continua mons. Vásquez – e contribuisce in questo modo anche alla forza e alla ricchezza della nostra società, capace di accogliere coloro che hanno un bisogno disperato, anche di sicurezza”. Infine, il vescovo esorta l’Amministrazione ad andare oltre lo scetticismo e la chiusura sul programma dei rifugiati e ricorda che gli Usa sono stati leader nell’accoglienza di chi fuggiva dalla persecuzione. “Dobbiamo e possiamo fare meglio”, ha concluso.