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giovedì 21 febbraio 2019

Immigrazione - Il neo-schiavismo nelle campagne italiane. 400mila lavoratori stranieri desindacalizzati, sfruttati e ricattati

Diritti Globali
Agromafie e sfruttamento. Intervista a Francesco Carchedi, a cura di Massimo Franchi, dal 16° Rapporto sui diritti globali.


Nel complessivo indebolimento del mondo del lavoro prodotto dalla liberalizzazione globale dei mercati e dal turboliberismo, un settore, quello agricolo, mostra ferite ancora più evidenti. 

Oggi un terzo degli addetti in agricoltura in Italia (400.0000 su 1.200.000) sono stranieri, per lo più desindacalizzati e sottoposti a un intenso sfruttamento perché più facilmente ricattabili dagli imprenditori. Ci sono poi, secondo le stime della FLAI-CGIL, 200.000 i lavoratori informali, molti in nero, ancor più ricattati e sottoposti a condizioni inaccettabili.

Il caso di Paola Clemente, morta di fatica sui campi nel 2015, ha dimostrato però come anche gli italiani siano pesantemente sfruttati e come a fare caporalato siano anche le agenzie interinali. 

La legge 199 del 2016 giustamente attribuisce all’imprenditore la responsabilità dell’ingaggio del caporale e della manodopera. Ma quella buona normativa presenta ancora criticità che vanno sanate. Il caporalato è un fenomeno storico, non limitato, come spesso si crede al Sud d’Italia: è presente anche al Nord, così come in altri Paesi europei, dalla Spagna, alla Francia, alla Germania. 

È dunque necessario guardare al fenomeno con uno sguardo globale, anche perché, ci dice Francesco Carchedi, docente all’Università di Roma e collaboratore dell’Osservatorio Placido Rizzotto sulle agromafie, a esso contribuiscono indirettamente le multinazionali con il land grabbing, un processo neocoloniale di acquisizione delle terre senza il consenso delle comunità che ci abitano, in Africa e non solo; processo che alimenta anche i flussi migratori verso le campagne italiane.

sabato 8 dicembre 2018

Immigrazione: I braccianti - I Centomila schiavi isolati nei campi. A 14 anni i figli non sanno leggere

Corriere della Sera - Roma
I dossier di Caritas e Cgil: il 30% vive senza bagno. Al Nord arrivano i primi caporali.


Jerry Maslo fu il primo ed è rimasto un simbolo. Molti svaniscono come fantasmi dalla nostra cattiva coscienza: i dodici migranti schiantati su un pulmino dei caporali ad agosto, i sindacalisti solitari e coraggiosi come Soumaila Sacko, l’albanese ribelle Hyso Telaray, i cento polacchi spariti in sei anni nel Tavoliere di Puglia, gli italiani resi stranieri in patria dalla miseria e ammazzati dalla fatica come Paola Clemente.


Il rosso del sangue si mischia al rosso dei pomodori, sostiene don Francesco Soddu. Troppo spesso, in certe campagne, in certi ghetti: «Un unicum che sembra legare indissolubilmente l’esistenza di queste persone, la loro vita e la loro morte, alla terra e ai suoi frutti», aggiunge il direttore di Caritas italiana che in queste crepe della nostra convivenza, nei campi dove ci si spezza la schiena per due euro l’ora senza diritti né tutele, è andata a scavare con i suoi volontari ottenendo risultati su cui vale la pena riflettere.

Il 71 per cento dei braccianti immigrati non iscritto all’anagrafe, il 70 per cento senza contratto, il 36 per cento senza acqua potabile, il 30 senza servizi igienici, una stima di diciotto o ventimila accampati negli slum del Sud, l’89 per cento incapace di esprimersi nella nostra lingua: sono solo alcuni dei numeri dolenti raccontati da «Vite sottocosto», il secondo Rapporto Presidio dell’organismo pastorale della Cei. Numeri che, incrociati a quelli dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil (tra i 70 e i 100 mila lavoratori stranieri occupati in forma «para-schiavistica» nel nostro settore agroalimentare), formano il perimetro di una vasta questione nella quale la vergogna del caporalato è soltanto un lato, il più facile da approcciare: prendersela con quattro criminali non costa molto, altro è attaccare i meccanismi della grande distribuzione e della filiera produttiva illegale che, assieme alla cattiva accoglienza, compongono il quadro.
Prigioni di plastica
Un quadro significativo perché esteso da Nord a Sud. I volontari hanno contattato 4.954 lavoratori di 47 nazionalità grazie all’appoggio di tredici diocesi e all’impegno di un gruppo di studiosi coordinato da Piera Campanella: dai 385 immigrati intercettati a Saluzzo, in Piemonte, ai 1.083 di Ragusa in Sicilia, passando per i presidi di Foggia e Caserta, Latina e Cerignola, Melfi e Oppido Mamertina. Un mondo ricurvo sulla terra e su se stesso.

Le serre di Ragusa sono prigioni, «distese prepotenti di plastica», dimensioni di lavoro-dormitorio che inglobano il migrante isolandolo dal mondo. Vincenzo La Monica, uno dei volontari del progetto siciliano, racconta il trucco dell’aeroplanino che vale più d’un trattato di sociologia: siccome i braccianti sono irraggiungibili dentro i poderi dei padroncini e hanno troppa paura per uscirne, «noi li contattiamo piegando i nostri volantini come aeroplani di carta e glieli lanciamo oltre la recinzione». Ulteriore accortezza contro i capoccia: un testo in italiano, «vi diamo vestiti e coperte», e sotto uno in arabo e in romeno, «vi diamo anche assistenza legale». Un compagno di Vincenzo spiega che «qui c’è più che altro l’idea che i lavoratori siano di tua proprietà e quindi hai il possesso delle donne e degli uomini». Il sociologo Leonardo Palmisano racconta questo universo concentrazionario dove spesso si dorme in capannoni accanto al veleno dei bidoni di fertilizzanti: «Casolari, abitazioni diroccate, baracche, rimesse per gli attrezzi (...) delineano una sorta di topografia dello sfruttamento (...). Il datore di lavoro è in grado di assicurarsi oltre alle prestazioni di lavoro agricolo, anche, indirettamente, funzioni di guardiania dei locali aziendali da parte della stessa manodopera». Ultimi contro penultimi, come sempre. La prima immigrazione tunisina, sindacalizzata, combatte una feroce lotta contro i nuovi arrivati, romeni, spesso rom, disposti a diventare in silenzio nuovi servi della gleba, con le famiglie al seguito, i bambini senza scuola abbandonati in baracca tutto il giorno, le ragazze costrette a corvée sessuali. Vincenzo ha ancora negli occhi Laura, 14 anni, che non sa leggere perché deve badare ai quattro fratellini, ma ha imparato a memoria, solo ascoltandola, la sua parte in «Pinocchio e il paese dei farlocchi» che i volontari portano in scena. Il riscatto può stare in un lampo di fantasia.

I caporali al Nord
Ci sono i blitz, la legge del 2016 contro i caporali serve, eccome. Ma il contagio arriva fino all’altro capo d’Italia, con il disastro di Saluzzo, «le condizioni disumane» dei migranti prima accampati nel Foro Boario, poi nell’ex caserma Filippi dentro un progetto di prima accoglienza stagionale (il Pas). Non basta. 

Giovani maliani e gambiani saliti quassù per la raccolta di pesche e mele continuano a vivere in strada, a svendere il proprio lavoro ai primi caporali che iniziano a vedersi anche quassù. Mancano «politiche nazionali e regionali» per regolare il reclutamento della manodopera e l’incontro tra domanda e offerta in agricoltura. I migranti irregolari sono i più vulnerabili. Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione Caritas, è convinto che il decreto Salvini appena convertito in legge peggiorerà le cose, «aumenterà l’illegalità». 

Di sicuro chi è senza permesso di soggiorno è disposto a tutto, la massa che esce in questi giorni dai Cas e dai Cara la ritroveremo sfruttata nelle campagne la prossima estate. La vulnerabilità sale a Nord come la linea della palma di Sciascia. Volendo scovare i famosi «invisibili» che turbano sonni e sondaggi, al governo basterebbe seguirla, o seguire le tappe dei volontari Caritas: ma la nostra agricoltura finirebbe in ginocchio senza schiavi, più facile per tutti lasciare inginocchiati tra le zolle gli schiavi del terzo millennio.

lunedì 2 luglio 2018

Mauritania, due attivisti contro la schiavitù, Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleckin, in carcere da due anni

Corriere della Sera
Oggi e domani i capi di stato dell'Unione africana si riuniscono per il 31° vertice a Nouakchott, la capitale della Mauritania, il paese dove gli apostati possono essere condannati a morte e vengono messi in carcere gli attivisti che lottano contro la schiavitù - ufficialmente abolita ma di fatto massicciamente praticata.


In vista del vertice, Amnesty International ha raccolto decine di migliaia di firme nel mondo per chiedere al presidente mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz di rilasciare 
Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck, detenuti da due anni e sottoposti a tortura. 

L'organizzazione per i diritti umani ha inoltre chiesto ai leader africani di non rimanere in silenzio di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani in atto nel paese che li ospita. Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck sono stati arrestati il 29 giugno 2016 a Nouakchott, a seguito di una protesta contro una serie di sgomberi forzati cui, peraltro, non avevano partecipato.

Torturati nei primi giorni di detenzione segreta, il 23 novembre 2016 sono stati condannati a tre anni di carcere, uno dei quali sospeso, per incitamento alla rivolta e ribellione contro il governo.

Nel corso del processo, la pubblica accusa non è stata in grado di presentare una singola prova sui loro presunti reati.

Amnesty International ritiene che Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck siano stati condannati solo a causa della loro militanza nel movimento antischiavista. 

Dopo il processo, Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck sono stati trasferiti in una prigione situata a 1200 chilometri dalla capitale, che di solito ospita i condannati a morte e che non prevede visite di avvocati e familiari. 

Il governo mauritano continua ostinatamente a negare l'esistenza della schiavitù e a incarcerare chiunque osi sfidare la versione ufficiale. Dal 2014. Amnesty International ha documentato almeno 168 casi di arresti arbitrari di attivisti contro la schiavitù, 17 dei quali sottoposti a torture.
Riccardo Noury

mercoledì 15 novembre 2017

Schiavismo del terzo millennio - Migranti venduti all'asta il Libia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Soddisfazione dell'Italia sulla gestione migranti dalla Libia e tragica condizione di chi non riesce più a mettersi in salvo sulle nostre coste. Stupri, violenze, vendita di uomini donne, oltre l'ipocrisia di chi non vuole vedere. Che fare?

Ansa
Aste di esseri umani, come all'epoca della tratta degli schiavi: avvengono in Libia, secondo la Cnn, che in un reportage in esclusiva mostra un filmato in cui due ragazzi vengono venduti dai trafficanti (VIDEO). "800 dinari... 900, 1.100... venduto per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)", recita la voce dell'uomo che mette all'asta un giovane, che dovrebbe essere un nigeriano, definito "un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi". Dopo aver ricevuto il filmato, la Cnn è andata a verificare, registrando in un video shock la vendita di una dozzina di persone in pochi minuti.

Grazie a telecamere nascoste, la Cnn ha ripreso una vendita a Tripoli, in cui si vende "uno scavatore, qui abbiamo uno scavatore, un omone forte, in grado di scavare", secondo quanto dice il 'venditore'. Dopo che l'agghiacciante transazione è conclusa, i giornalisti avvicinano due dei ragazzi 'venduti', che appaiono "traumatizzati.. intimoriti da qualsiasi persona". 

I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche, che hanno promesso un'indagine. Il tenente Naser Hazam, dell'agenzia governativa libica contro l'immigrazione illegale a Tripoli, ha dichiarato di non aver mai assistito ad una vendita di schiavi, ma di essere a conoscenza di gang criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Mohammed Abdiker, direttore delle operazioni d'emergenza dell'Oim, in una dichiarazione rilasciata lo scorso aprile dopo un viaggio in Libia, aveva definito la situazione "terribile... le notizie di 'mercati degli schiavi' si uniscono alla lunga lista di orrori". 

La troupe ha quindi parlato con Victory, un 21enne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli dove gli immigrati illegali vengono rinchiusi in attesa di espulsione: il ragazzo dice di essere stato venduto all'asta come schiavo "più volte", dopo che i suoi soldi - tutti usati per cercare di arrivare in Europa - erano finiti. "Pagai (ai trafficanti che lo tenevano in ostaggio affermando che doveva ripagare il debito verso di loro) più di un milione (oltre 2.700 dollari) - ha raccontato -. Mia madre è anche andata in un paio di villaggi a chiedere soldi in prestito per salvarmi la vita".

giovedì 14 luglio 2016

Romania, il fenomeno dello schiavismo. Polizia libera 5 persone di cui 2 bambini.

La Repubblica
Blitz della polizia, liberate 5 persone di cui due bambini. "Ci sono decine di casi simili in tutto il Paese"
Un uomo in catene liberato dalla 
Polizia a Berevoiesti (ap)
Incatenati, percossi, maltrattati, nutriti con razioni da fame: così vengono trattati i giovani, spesso minorenni, sequestrati e detenuti come schiavi in Romania dalle gang che organizzano il lavoro illegale guadagnandoci alla grande. 

Accade oggi, nel ventunesimo secolo, in Romania, paese membro dell’Unione europea e della Nato. Dopo indagini di magistratura, DNA (autorità anticorruzione) e polizia, reparti speciali hanno fatto irruzione in una vera e propria prigione per schiavi nel villaggio di Berevoiesti, nei Carpazi meridionali. Gli agenti hanno liberato almeno cinque persone, tra cui due bambini, ma l'inchiesta continua. "Riteniamo che ci siamo decine di casi simili in decine di centri abitati nel Paese", dicono i portavoce.

La magistratura romena, in prima linea e sostenuta dal presidente Klaus Iohannis nella lotta a criminalità e corruzione che minacciano il futuro del Paese, fa già i primi allarmanti calcoli. Almeno quaranta persone sono state identificate quali vittime della mafia dell’industria clandestina del legno. Disboscamento illegale, condotto col lavoro forzato degli schiavi, spiegano le autorità giudiziarie. 

I criminali usano anche handicappati, malati mentali, bimbi e anziani. Li rapiscono dalle zone più povere, li costringono a lavorare a ritmi disumani come taglialegna, e per intimidirli non esitano a usare pestaggi e torture. 

Non si esclude che i nuovi schiavisti impieghino le loro vittime in altri comparti dell’economia, legali o criminali come il mercato della prostituzione. Indagini sono in corso su almeno novanta presunti criminali, sfruttatori di schiavi. Perquisizioni e blitz sono stati effettuati in almeno 40 abitazioni. Secondo Walk free foundation, una ong internazionale che lotta contro lo schiavismo, almeno 46 milioni di persone in 167 paesi del mondo sono ridotte al lavoro servile.

Quando hanno fatto irruzione nel lager degli schiavi, gli agenti speciali si sono trovati di fronte persino due bimbi, rispettivamente di dieci e dodici anni, incatenati. Almeno 160 poliziotti hanno preso parte ai blitz in tutto il Paese. Secondo i primi risultati dell’inchiesta, molte persone venivano rapite dai criminali in stazioni ferroviarie o altri luoghi pubblici. Venivano terrorizzati con ogni mezzo dagli schiavisti: dalle docce gelate alle percosse. Fino, si sospetta, a molti casi di violenza sessuale. "E' un dramma senza precedenti, è scioccante pensare che certe cose avvengano in Europa nel 21mo secolo", ha dichiarato Valentin Preoteasa, procuratore generale della città industriale di Pitesti, uno dei massimi responsabili dell’inchiesta. La polizia, catturati i criminali, ha anche confiscato loro oltre 56mila dollari Usa, un chilo d’oro e tre camion per lavori: profitti e strumenti dello sfruttamento dei nuovi schiavi.

martedì 11 novembre 2014

Il libro: Alganedh Fessaha - Occhi nel Deserto - Gandhi nel deserto del Sinai

Edizioni SUI
Le foto raccolte in questo volume ci mostrano corpi e volti segnati dalla violenza. Si riferiscono tutti ad un’emergenza umanitaria che ha come teatro il Sinai, lungo l'antico percorso che lo collega al Sudan e al Sahel, dove una nuova mafia rapisce, imprigiona e tortura - con logica e pratiche riconducibili alla peggiore tratta degli schiavi - decine di migliaia di donne, uomini e bambini. Un dramma che si consuma nel quadro di una più vasta e diffusa vittimizzazione dei migranti, facili prede di rapine, sfruttamento e violenza nel corso di viaggi difficili e pericolosi, ma con un aggravio di ferocia e di avidità che lo rende, secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, uno dei peggiori traffici di esseri umani di questo secolo. (Andrea Riccardi)

Algnesh Fessaha nata in eritrea, da 40 anni a Milano. Attivista in prima fila nella lotta contro il traffico di esseri umani, rapimenti e torture dei rifugiati Africani nella Penisola del Sinai, in Libia e in Sudan. Fondatrice e presidente della ONG Ghandi (http://www.asefasc.org/), che aiuta donne e bambini disagiati e vittime di abusi in vari paesi dell’Africa Orientale, Occidentale, in Europa e in India. Da oltre 20 anni impegnata nell’ambito nazionale e internazione su vari temi legati alla difesa dei diritti umani. A rischio della propria vita a salvato 650 dalle torture e dalla schiavitù e 3000 persone dalle prigioni egiziane. Ha ricevuto nel 2013 l’Ambrogino d’oro, la massima benemerenza civica milanese. Nel 2009 Il presidente della Regione Lombardia le ha conferito il Premio per la Pace.