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giovedì 12 agosto 2021

Bielorussia - Non si ferma la repressione, violenze contro i giornalisti per cercare di nascondere le proteste iniziate dopo le elezioni di un anno fa.

Il Domani
Nell'ultimo
anno sono aumentate le violenze nei confronti dei giornalisti. L'obiettivo è bloccare l'informazione indipendente. A un anno dall'ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni del 9 agosto 2020, la repressione delle opposizioni e della libertà di stampa in Bielorussia non si è mai fermata. 


Le manifestazioni di un anno fa contro l'autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano richiamato l'attenzione dei paesi europei e delle organizzazioni internazionali. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, che coinvolge anche le testate straniere, rende difficile mantenere quel livello di attenzione.

"Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall'indipendenza della Bielorussia nel 1991", si legge in un rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf). La battaglia contro la libertà di stampa è parte integrante della politica del governo che mira a eliminare qualsiasi spazio di informazione al fine di monopolizzare tutti i contenuti. L'obiettivo è quello di impedire un'informazione libera, plurale e indipendente che racconti la reale situazione del paese, mettendo in atto una repressione che Rsf definisce "massiva, sistemica e duratura".
Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall'Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Un totale di 856 casi di arresto, detenzione, cause amministrative e penali, contro una media di 104,8. Nello specifico l'associazione parla di 447 detenzioni nel 2020: 97 i giornalisti in carcere nell'ambito di un processo amministrativo, almeno 62 hanno subito violenze da parte delle forze di sicurezza e 15 rappresentanti della stampa sono stati incriminati nell'ambito di un procedimento penale. 
Nel 2021 la situazione non è cambiata, anzi si può dire peggiorata poiché le autorità hanno iniziato a perseguire i giornalisti con accuse formali e procedimenti penali.

Le modalità di repressione - La repressione della libertà di stampa ha assunto diverse forme, dalle più manifeste alle più subdole. Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, censura, licenziamenti, sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà dei giornalisti. Già nei giorni successivi alle elezioni il governo aveva impedito la circolazione di notizie, attraverso il blocco della rete dati dei cellulari. È stato poi bloccato l'accesso ai siti web di molti media indipendenti (almeno 50 siti di informazione). Sono numerosi i quotidiani indipendenti che hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dei divieti di stampa e distribuzione e le limitazioni hanno colpito anche i giornalisti stranieri, che si sono visti negare l'accredito.

Uno degli strumenti più comuni, con cui sono state esercitate pressioni, è il procedimento penale. Secondo Rsf, è un meccanismo messo in atto dal regime bielorusso da almeno trent'anni. Le detenzioni per accuse infondate sono prolungate e le garanzie dell'equo processo vengono violate. "Nel 2020-2021 i giornalisti sono stati perseguiti penalmente per il solo fatto di svolgere la propria attività professionale", dice Rsf. Dal 15 luglio 2021 infatti i gli operatori dell'informazione detenuti sono 29: tra questi, 12 sono in carcere nell'ambito del caso tut.by, un sito web indipendente che nel 2019 veniva letto dal 62,58 per cento di tutti gli utenti bielorussi e che si è visto revocare le credenziali giornalistiche.

Sono molti i giornalisti, bielorussi e stranieri, che hanno denunciato violenze fisiche, torture e trattamenti inumani durante le manifestazioni. Secondo il rapporto le responsabilità ricadono sul ministero degli Interni e, nello specifico, sulle unità speciali e su cellule non identificate che, con l'ordine di perseguire i giornalisti, hanno commesso violenze nelle strade, nei dipartimenti di polizia e nelle carceri. La repressione non è solo individuale, il regime ha un piano di soffocamento di tutti gli organi di stampa, attraverso la chiusura obbligata dei media, il blocco dei siti, le sanzioni, o il divieto di stampa o di diffusione.

Le testimonianze - Iryna Arakhouskaya, una giornalista freelance che collaborava con il canale televisivo The Belsat, è stata ferita alla gamba da una pallottola di gomma. Stava seguendo le manifestazioni del 10 agosto a Minsk ed è stata inseguita da un agente della sicurezza "Quando alcune persone con il volto coperto e uniformi nere si sono avvicinate a un gruppo di giornalisti, ho smesso di filmare e ho iniziato a correre. Due persone con uniformi nere e volto coperto e lunghi fucili ci hanno inseguito. In quel momento, uno dei due mi ha sparato e io ho continuato a correre", racconta. "Qualcuno mi ha dato un calcio in faccia. Quando sono caduto, due persone hanno iniziato a calciarmi e colpirmi con dei bastoni. Mi hanno dato circa 10 colpi. Gli stessi agenti mi hanno portato su un autobus, continuando a colpirmi nello stesso modo", dice Yan Roman, un giornalista di Televizija Polska che stava raccontando le manifestazioni a Hrodna l'11 agosto 2020 ed è stato arrestato e portato nel dipartimento di polizia. A causa dei pestaggi ha perso quattro denti, ha avuto un ematoma all'occhio, una frattura al braccio sinistro e numerosi lividi e abrasioni.

Marika Ikonomu

lunedì 30 dicembre 2019

Nel "nuovo" Iraq la repressione uccide, sparizioni, milizie spadroneggiano. 450 morti e 10.00 feriti nelle ultime manifestazioni.

L'Espresso
Esecuzioni, sparizioni, milizie che spadroneggiano. Però le manifestazioni contro la corruzione, dopo 450 morti e diecimila feriti, non si placano. "Resteremo in piazza, sempre", dicono i militanti dal quartier generale nel garage Sinak. 


L'entrata del garage Sinak è un cancello chiuso da un lucchetto. Di fronte, seduti su sedie di plastica due ragazzini: cappellini con visiera in testa, ai piedi scarpe da ginnastica lise. Sono il servizio d'ordine dell'autorimessa, uno dei due edifici occupati dai manifestanti iracheni che dall'inizio di ottobre stanno animando proteste di massa nella capitale e nel resto del paese. Sorvegliano chi entra e chi esce, controllano borse e giacche, documenti e identità per evitare che si infiltrino sconosciuti in combutta con le milizie. Per evitare un altro massacro al garage Sinak.

Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre scorso gruppi di uomini armati non identificati hanno assaltato l'edificio uccidendo venti manifestanti e ferendone più di cento. Un attacco sanguinoso, coordinato, parte della campagna di violenza e intimidazione contro i manifestanti che hanno riempito le strade.

Il dottor Muslim Ben Aqeel Ismael al garage Sinak conosce uno per uno i sopravvissuti, era qui anche la mattina dopo il massacro, tra le stanze date alle fiamme sul tetto e gli angoli delle pareti ancora sporchi del sangue delle vittime. Stringe la mano a Hussein, che quella notte era lì. È stato pugnalato alla mano e al braccio destro. Alza la manica della tuta per mostrare i segni delle ferite.

I pochi che restano a Sinak, oggi, sono quelli che hanno visto. Erano lì quando i corpi senza vita dei compagni venivano lanciati dal sesto piano del garage, e una dottoressa trascinata via, uccisa, il suo corpo abbandonato sul ponte antistante. Chi resta oggi a Sinak aspetta il ritorno dei manifestanti picchiati e catturati. Ammesso che ritornino. Mohammed ha il braccio fasciato da una benda, un panno blu lo sostiene intorno al collo. 

È stato colpito da un proiettile, un pezzo è ancora all'interno del braccio. Ma in ospedale Mohammed non va. Perché ha paura di essere schedato. "Chi veniva trasportato negli ospedali pubblici all'inizio delle proteste", dicono, "non è mai tornato indietro".

di Francesca Mannocchi

mercoledì 17 aprile 2019

Nicaragua - Un anno di dura repressione: 325 uccisi, 2000 feriti, migliaia fuggiti in Costa Rica

Corriere della Sera
Il 18 aprile 2018 iniziava in Nicaragua un periodo di brutale repressione nei confronti delle manifestazioni contro le riforme, poi ritirate, in materia di sicurezza sociale.



Da allora i morti sono stati almeno 325, uccise soprattutto dalle forze di sicurezza e da gruppi armati filo-governativi; oltre 2000 persone sono state ferite, centinaia arrestate arbitrariamente e decine di migliaia costrette a fuggire in Costa Rica.

Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno documentati casi di grave violazione dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale, tra cui torture ed esecuzioni extragiudiziali che hanno chiamato in causa la Polizia nazionale e i gruppi armati filo-governativi.

Il governo del Nicaragua ha espulso dal paese l’Ufficio dell’Alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti e il Meccanismo speciale di monitoraggio sul Nicaragua, ha annullato lo status giuridico di organizzazioni locali della società civile e ha continuato a minacciare giornalisti e difensori dei diritti umani.

Riccardo Noury

sabato 2 marzo 2019

Sudan: Omar al-Bashir ordina la repressione delle proteste. 51 morti e 2400 arrestati

Osservatorio Diritti
Omar al-Bashir risponde con violenza all'ondata di proteste in corso da dicembre. Il dittatore di Khartoum, assediato dalla rivolta per il caro-vita, ha incarcerato oltre 2.400 persone. Morti almeno 51 manifestanti.


Il 23 febbraio Omar al-Bashir ha dichiarato lo stato di emergenza in Sudan, ritrovandosi così ad avere mano libera nella repressione del dissenso. Da dicembre 2018, nel paese africano è in corso una protesta che potrebbe abbattere il regime di Omar al-Bashir, ininterrottamente al potere dal 1989. Il dittatore di Khartoum ha risposto a suo modo, con una brutale repressione in cui sono coinvolte non solo forze ufficiali, ma anche una sorta di esercito di agenti in borghese.

La Corte penale internazionale dell’Aja ha spiccato su Bashir due ordini di arresto internazionali, nel 2009 e nel 2010, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a partire dal 2003. I processi sono entrambi in corso.

Secondo Human Rights Watch, sono almeno 51 le vittime fino ad oggi delle proteste in Sudan. Altre statistiche riportate dal New York Times ne indicano 57. Il governo sostiene invece siano 30. A questi si aggiungono migliaia di desparecidos: la polizia, infatti, trattiene in carcere per tempi indeterminati e senza alcun processo attivisti e manifestanti. A volte vengono poi rilasciati, a volte no.

Intorno a vittime e detenuti c’è una guerra dei numeri tra organi governativi e opposizione. Il 20 febbraio, riporta il Sudan Tribune, il governo ha pubblicato un comunicato stampa per annunciare il rilascio di 2.430 persone.

Quasi in contemporanea, stava per cominciare una manifestazione annunciata dalla Sudan professional association (Spa), sigla che raccoglie al suo interno insegnati, medici, avvocati, giornalisti, professori universitari, ingegneri, artisti e tutti quei professionisti ai quali è vietato organizzarsi in sindacati. La Spa è una delle principali organizzazioni dietro alle proteste di questi mesi e per questo è ritenuta uno dei nemici di Bashir.

Il ministro dell’Interno Ahmed Bilal Osman ha ribadito la volontà di reprimere «ogni tentativo di portare instabilità» nel Paese con momenti di protesta non autorizzati, come quello della Spa. Ha sostenuto inoltre che la rivolta, nata per richieste legittime, sia ora guidata da «mani invisibili».


Lorenzo Bagnoli

lunedì 25 febbraio 2019

Venezuela: in due giorni di repressione, 25 morti alla frontiera con il Brasile

Ansa
In due giorni di repressione, da sabato scorso, le forze di sicurezza e gli irregolari chavisti hanno ucciso 25 persone e ne hanno ferite almeno 84 a Gran Sabana, alla frontiera venezuelana con il Brasile. Lo ha denunciato il sindaco della località, Emilio Gonzalez, che si è rifugiato in Brasile, attraversando il confine clandestinamente.


Domenica il leader dell'opposizione venezuelana Juan Guaidò ha detto che chiederà alla comunità internazionale di mantenere "tutte le opzioni aperte" nella lotta per cacciare il presidente Nicolas Maduro. 

L'appello di Guaidò è giunto dopo una turbolenta giornata in cui una campagna di aiuti umanitari sostenuta dagli Stati Uniti da inviare in Venezuela ha incontrato una forte resistenza da parte delle forze di sicurezza, che hanno sparato lacrimogeni sui manifestanti lasciando almeno due morti e circa 300 feriti.

Sabato sera il leader dell'opposizione proclamatosi presidente ad interim ha twittato: "Gli eventi di oggi mi hanno obbligato a prendere una decisione: proporre in modo formale alla comunità internazionale di mantenere tutte le opzioni disponibili per liberare questo Paese, che lotta e continuerà a lottare".

Guaido' ha detto che incontrerà oggi il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, nel vertice d'emergenza dei ministri degli Esteri del gruppo di Lima sulla crisi del Venezuela nella capitale colombiana Bogotà.

Sono ore drammatiche in Venezuela. La "valanga umanitaria" di aiuti, annunciata da Guaidò e destinata alla popolazione stremata del Venezuela, è stata bloccata con la forza alle frontiere da Nicolas Maduro. Le sue forze di sicurezza hanno lanciato una brutale repressione contro i manifestanti al confine con la Colombia, mentre i "colectivos" (gruppi irregolari chavisti) fedeli al presidente hanno sparato vicino a quello con il Brasile.

[...]

domenica 27 gennaio 2019

Iran - Arresti, torture ed esecuzioni in carcere. Così si reprimono le rivolte per il pane

La Stampa
Rapporto di Amnesty fa il bilancio del giro di vite dopo le proteste del 2018. Giornalisti, studenti e attiviste fra le vittime. Centinaia condannati a pene detentive e alla fustigazione. Il regime piegato dalle sanzioni Usa, ma l'economia resiste.


Il 2018 è stato per l'Iran l'anno della grande repressione, con settemila persone arrestate. Le manifestazioni per la crisi economica sono state stroncate a gennaio, ma la macchina delle forze di sicurezza ha continuato a lavorare a pieno ritmo contro altre forme di protesta, come quelle delle attiviste peri diritti umani. 

Un clima cupo che ha segnato il secondo mandato del presidente riformista Hassan Rohani, messo all'angolo dalle nuove sanzioni americane e dall'erosione della sua base di consenso, che ha favorito il ritorno dei metodi oltranzisti.

I numeri del giro di vite sono stati rivelati da un rapporto di Amnesty International. Nel corso dell'anno sono state arrestate settemila persone. Fra loro "studenti, avvocati, giornalisti, ecologisti, sindacalisti e attivisti per i diritti delle donne".

Centinaia sono "stati condannati a pene detentive e alla fustigazione". Nove sono morti in prigione, 26 sono stati uccisi durante le proteste. Lo spettro sociale degli arrestati mostra anche la vastità del malcontento, come ha sottolineato il direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa, Philip Luther: "Dagli insegnanti che non ricevono lo stipendio agli operai delle fabbriche che faticano a nutrire le loro famiglie, tutti quelli che osano chiedere il rispetto dei loro diritti pagano un prezzo alto".

La repressione è stata dura nei confronti dei lavoratori salariati, i più toccati dalla crisi e dall'inflazione. Almeno 467, compresi insegnanti, camionisti, operai delle fabbriche sono stati arrestati e decine hanno ricevuto condanne pesanti. Trentotto anche la fustigazione. Il giro di vite non ha però fermato le proteste, che hanno assunto altre forme. Migliaia di donne che hanno cominciato a togliersi il velo in pubblico e 112 sono state arrestate. Fra loro l'attivista Nasrin Sotoudeh, accusata di reati contro "la sicurezza nazionale".

Mercoledì anche il marito Reza Khandan, che si è battuto per la sua liberazione, è stato condannato a sei mesi di prigione. Accanto alle femministe sono cresciuti i movimenti ecologisti, anche questi nel mirino del regime. Almeno "63 attivisti e ricercatori" sono stati arrestati. Sono accusati in genere di "spionaggio", cioè di raccogliere "dati sensibili" nelle aree investite dalle proteste, per esempio vicino a dighe che hanno devastato l'ambiente.

Cinque di loro - Morad Tahbaz, Niloufar Bayani, Houman Jokar, Sepideh Kashani, Taher Ghadirian sono statti accusati di "mofsed-e-filarz", cioè di "spandere corruzione sulla Terra", una imputazione con sfumature religiose che può condurre alla pena capitale. Stesso rischio corrono duecento persone della confraternita sufi dei Gonabadi, protagonisti di una protesta lo scorso febbraio. Uno di loro, Mohammad Salas, è stato giustiziato a giugno per aver investito e ucciso tre poliziotti con il suo pullman.

Altri 20 sufi sono stati condannati a lunghe pene detentive e alla fustigazione, così come il giornalista azero Mohammad Hossein Sodagar, accusato di diffondere "fake news". Con l'inizio del 2019, mentre la Repubblica islamica si prepara a festeggiare il 40esimo anniversario della Rivoluzione khomeinista, le proteste sembrano soffocate.

A dare il fiato al regime, anche se il presidente Rohani è indebolito, sono alcuni miglioramenti economici. Le sanzioni americane hanno incluso "eccezioni" per l'export di petrolio a otto Paesi. Anche se, secondo i dati ufficiali, le esportazioni sono calate da 2,5 milioni di barili al giorno dello scorso aprile ai 1,3 milioni di dicembre, quelle reali, secondo il sito specializzato Cargo Metrics, sono vicine ai 2 milioni e questo dà fiato all'economia. Un altro spiraglio di speranza è stata l'elezione a novembre del riformista Pirouz Hanachi a sindaco di Teheran. Potrebbe essere il nuovo volto dell'Iran.

Giordano Stabile

venerdì 7 settembre 2018

Nicaragua: Centro per i diritti umani, 14 persone arrestate nelle ultime 72 ore

Agenzia Nova
Managua - Almeno 14 persone sono state arrestate dalle forze di polizia del Nicaragua nelle ultime 72 ore in quattro comuni del paese. 


Lo denuncia il Centro nazionale per i diritti umani (Cenidh), che attraverso uno dei suoi legali, Juan Carlos Arce, ha denunciato “i continui arresti, le detenzioni arbitrarie e di massa di persone che manifestano pacificamente per la giustizia e la democrazia”. 

I 14 nuovi arresti, rende noto l’organizzazione, si sommano alle 332 persone attualmente detenute nel quadro delle manifestazioni di protesta in corso nel paese. Gli ultimi arresti, denuncia il Cenidh, sono avvenuti a Managua, Estelí, Masaya e Catarina.

mercoledì 23 maggio 2018

Egitto, arrestato uno dei principali attivisti e blogger del mondo arabo, Wael Abbas

La Repubblica
Uno dei principali attivisti del mondo arabo è stato portato via dalla sua casa la scorsa notte: l'ultimo di una lunga serie di fermi che riguardano chi denuncia abusi e violenze.
Wael Abbas
Il Cairo - Wael Abbas, uno dei padri della rivoluzione egiziana, il più famoso blogger del Paese, è stato arrestato la scorsa notte nella sua casa del Cairo. Abbas è stato bendato e portato via verso un luogo che non si conosce, senza che gli fosse consentito di avvertire il suo avvocato secondo quanto riferito dagli attivisti dell'Arab Network for human rights al giornale on line egiziano Mada Masr. Le stesse fonti sostengono che dalla casa dell'attivista sono stati sequestrati telefoni, computer, libri e altri oggetti.

Abbas è uno dei nomi più importanti della Rete araba: con il suo lavoro, da anni, ha esposto violenze, soprusi e torture da parte della polizia sui civili. Un'azione che ha dimostrato, sin dal 2007, le potenzialità di Internet in società chiuse e controllate come quella dell'Egitto dell'ex presidente Hosni Mubarak. Proprio per questo e per aver costruito quel network di profili, personalità e capacità che ha poi animato Piazza Tahrir nel 2011, è considerato uno dei padri della rivoluzione. Abbas è da tempo nel mirino del governo del presidente Al Sisi, come lo era stato nell'era di Mubarak: i suoi account Twitter, Facebook e Youtube sono stati a più riprese sospesi o hackerati.

L'arresto di Abbas, che ha ricevuto diversi premi internazionali per il suo lavoro, è l'ultima dimostrazione della repressione a cui sono sottoposti gli attivisti in Egitto. Di qualche giorno fa era la notizia dell'arresto di Amal Fathy, attivista arrestata al Cairo l'11 maggio scorso insieme al figlio di tre anni e al marito, Mohamed Lotfy, poi scarcerati. Fathy è accusata di "terrorismo" dopo aver pubblicato un video su internet in cui denunciava le autorità egiziane di non difendere le donne dalle molestie sessuali: suo marito è il fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà e consulente legale della famiglia Regeni che ha promosso uno sciopero della fame per chiedere la sua liberazione

sabato 6 gennaio 2018

Egitto. Carcere e multe agli attivisti per i diritti umani

Il Manifesto
Il fronte democratico e di sinistra del paese si ritrova costretto ad una battaglia sulla difensiva, dentro i tribunali. All'avvocatessa El-Massry due anni di prigione, altri tre per Abdel Fattah. E domani si riapre il caso Khaled Ali. Decine di condanne, ancora anni di carcere e multe pesantissime a carico degli imputati. Così si sono conclusi i processi del 30 dicembre, molti dei quali ad attivisti democratici e di sinistra in tre diversi tribunali tra Il Cairo e Alessandria.

Per Mahienour El-Massry, giovane avvocatessa per i diritti umani, è arrivata una condanna a due anni di carcere. Stessa sorte per Moatasem Medhat del partito Pane e Libertà e tre anni in contumacia ad altri tre attivisti. Le condanne riguardano la protesta del 14 giugno ad Alessandria, contro l'accordo che ha ceduto all'Arabia saudita le due isole Tiran e Sanafir. 


Il caso ha suscitato una tale indignazione da scatenare nuove manifestazioni nonostante una legge che proibisce di fatto la protesta. Durante l'udienza la polizia ha arrestato tre solidali che avevano improvvisato un sit-in fuori dal tribunale.

Intanto al Cairo una corte penale ha condannato a multe di 30mila lire egiziane (1.700 dollari) oltre venti imputati accusati di aver "insultato la magistratura" e ordinato a ognuno di pagare un risarcimento da un milione di lire egiziane (56mila dollari) al capo del Club dei giudici, organizzazione indipendente a cui aderisce il 90% dei magistrati egiziani. Tra i condannati Alaa Abdel Fattah, ingegnere informatico e blogger icona della rivoluzione del 2011.

Il suo caso risale al settembre 2012, quando i Fratelli Musulmani erano al potere. Ironia della sorte, nella stessa udienza la corte ha condannato anche decine di membri della Fratellanza, tra cui esponenti di spicco come il deposto presidente Morsi e l'ex Guida Suprema el-Badie. Alaa ha già scontato tre anni e mezzo di una condanna a cinque per una protesta del 2013, in un caso che secondo gli avvocati è stato pieno di violazioni.

E per domani è attesa un'altra importante decisione di una corte cairota sul ricorso presentato da Khaled Ali, avvocato alla guida del partito di sinistra Pane e Libertà, che recentemente ha lanciato la sua candidatura alle presidenziali del 2018. Ali è stato condannato in prima istanza per aver commesso un "gesto osceno" in tribunale dopo la storica vittoria contro l'accordo sulle isole di Tiran e Sanafir. Oltre a rischiare il carcere, se il ricorso non venisse accolto Ali potrebbe perdere il diritto a candidarsi alle prossime elezioni.

La sua decisione di candidarsi, sebbene abbia fatto storcere il naso a molti attivisti favorevoli al boicottaggio, ha anche riacceso le speranze di tanti, soprattutto giovani, profondamente scoraggiati dalla difficile fase di contro-rivoluzione che sta attraversando il paese. Un'eventuale esclusione eliminerebbe l'unico polo realmente di sinistra e in continuità con le parole d'ordine della rivoluzione del 2011. Il campo democratico e progressista in Egitto si ritrova a dover combattere una battaglia sulla difensiva, scandita da udienze e condanne, per poter assicurare la propria sopravvivenza politica oltre che umana. E mentre l'Italia punta alla normalizzazione con qualche contentino sul caso Regeni, non una condanna si è alzata dagli ambienti istituzionali del nostro paese per la stretta mortale che il regime di al-Sisi impone a qualsiasi voce di dissenso.

di Pino Dragoni

mercoledì 26 aprile 2017

Turchia: maxi-blitz contro presunta rete Gulen, oltre 1000 nuovi arresti in 72 province

AnsaMed
Operazioni simultanee in 72 province condotte da 8.500 agenti
Istanbul - Nuova maxi-operazione in Turchia contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Una serie di retate condotte simultaneamente in 72 province, con la partecipazione di 8.500 agenti, ha portato all'arresto di oltre mille sospetti affiliati alla struttura considerata eversiva. 



Lo ha annunciato il ministro degli Interni, Suleyman Soylu. A finire in manette, ha spiegato, sono stati 1.009 sospetti 'imam', cioè figure di coordinamento dell'organizzazione.
I sospetti arrestati "si erano infiltrati nella polizia" e "hanno cercato di guidarla dall'esterno formando una struttura alternativa", ha sostenuto il ministro Soylu, secondo cui l'operazione di oggi rappresenta un "passo importante" nello "smantellamento" della presunta rete eversiva di Gulen.
Dal fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, sono oltre 47 mila le persone arrestate in Turchia per presunti legami con i 'gulenisti'. Tra questi, ci sono almeno 10.700 poliziotti e 7.400 militari.

mercoledì 31 luglio 2013

Diritti Umani - Birmania, repressioni senza fine sui dissidenti e le diverse etnie

La Repubblica
Pur avendo iniziato una serie di riforme "democratiche", il paese asiatico continua l'annientamento dei diritti della popolazione e le diverse etnie che compongono il variegato mosaico del Paese
ROMA - Le agenzie di viaggi di casa nostra descrivono la Birmania, ribattezzata Myanmar dalla giunta militare centrale nel 1989, come il Paese dalle mille pagode, che ci riporta a culture millenarie non ancora contaminate dalla modernità. Le grandi multinazionali occidentali, invece, vedono nella Birmania, incuneata tra le potenze dell'India e della Cina, una possibile nuova "Tigre asiatica" dove poter fare grandi affari, grazie alle numerose risorse naturali che il Paese offre e grazie alla manodopera, spesso molto giovane, a bassissimo costo. Quello che però di solito non viene detto è che la Birmania, pur avendo iniziato una serie di riforme "democratiche", continua la sua brutale repressione verso la popolazione e le diverse etnie che compongono il variegato mosaico del Paese.

Leggi repressive ancora in vigore. Il presidente birmano, l'ex-generale Thein Sein, per rispettare l'impegno assunto nel recente viaggio diplomatico in Europa, dove ha promesso la liberazione, entro la fine dell'anno, di tutti i prigionieri politici, ha annunciato di aver appena liberato 73 dissidenti. Il problema, però, come sottolinea Thet Oo, un attivista per i diritti umani in Birmania, è che le "leggi repressive che permettono di mettere i prigionieri politici in carcere sono ancora in vigore". Ed è dunque necessario "fermare gli arresti e far cadere le accuse verso coloro che si battono per i diritti dei cittadini". Attualmente, secondo quanto riferito dal governo birmano, il numero dei prigionieri politici rimasti in carcere è di circa un centinaio.

Dieci anni di reclusione per una manifestazione. A conferma di quanto viene detto da Thet Oo, c'è il caso di Aung Soe, membro del People's Support Network che è appena stato condannato a scontare dieci anni di reclusione per "minaccia alla sicurezza nazionale". La colpa di Aung Soe è quella di aver promosso una serie di manifestazioni contro la realizzazione di una discussa miniera di rame sino-birmana - situata nei pressi del monte Letpadaung, in una regione agricola della Birmania settentrionale - che potrebbe avere un impatto devastante sull'ambiente. La costruzione della miniera, attualmente ferma, fa parte di un progetto congiunto tra il Ministero birmano delle Miniere e dell'Industria - molto vicina alla leadership militare - e la Myanmar Wanabo Mining Copper, una componente del gigante statale cinese North China Industries Corp. (Norinco).

Scontri a fuoco contro i Kachin. Nel nord-est della Birmania, al confine con la Cina, si registrano scontri a fuoco contro l'etnia Kachin, rincominciati, nel giugno del 2011, dopo diciassette anni di "cessate il fuoco". Anche qui, molto probabilmente, a dispetto della volontà degli abitanti della regione, si celano interessi economici che la Birmania vuole mantenere con il suo storico partner cinese. I combattimenti, infatti, sono iniziati quando i leader Kachin si sono rifiutati di abbandonare una postazione considerata strategica, vicino a dove deve essere realizzata la diga Myitsone, sul fiume Irrawaddy. Il progetto, promosso in collaborazione tra il governo birmano e quello cinese, è stato sospeso, ma non annullato, alla fine del 2011.

I birmani non fermano i rifornimenti militari. Anche a nord dello Stato Karen, al confine tra Birmania e Thailandia, la guerriglia del Karen National Liberation Army, contraria allo sfruttamento incontrollato dei propri territori a favore di grandi multinazionali, sta opponendo una forte resistenza contro la costruzione della diga Hat Gyi, sul fiume Salween. In queste zone, nonostante l'inizio di un accordo firmato nel gennaio del 2012 tra la Karen National Union, componente politica dei Karen, e il governo birmano, la minaccia che la guerra torni in maniera continuativa è sempre alle porte. "Molte persone sono preoccupate perché i militari birmani avanzano nei territori Karen rafforzando le loro basi militari che sono anche state ricostruite con materiali più moderni e resistenti". A sostenere questa posizione è Saw Greh Moo del Salween Institute for Public Policy, che aggiunge: "Molti Karen sono stati cacciati dalle proprie terre per far spazio alle costruzioni idroelettriche".

Scontri a carattere religioso. Nella Birmania dei processi "democratici" non mancano neanche gli scontri a carattere razziale-religioso. Nell'ovest del Paese, nello Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, le violenze tra la maggioranza buddista - spesso accusata di essere appoggiata dalla polizia - e la minoranza musulmana dei Rohingya, hanno provocato centinaia di morti. Secondo le Nazioni Unite, i Rohingya sono una delle etnie più perseguitate al mondo. Questo gruppo etnico, presente in Birmania in circa 800mila unità, vive nella povertà più assoluta e non è riconosciuto dalle autorità, anche se i suoi componenti emigrarono nel Paese a partire dal VIII secolo.

Il business prima di tutto. Da una parte, è chiaro, il presidente Thein Sein, vuole aprire tutti i contatti possibili con l'Occidente, anche sfruttando l'entrata in Parlamento del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Dall'altra, tutto il mondo, è interessato alle grandi potenzialità economiche della Birmania, ricca - soprattutto nelle zone controllate dalle diverse etnie - di petrolio, gas e legname. Meno interesse, purtroppo, viene dato ai diritti umani, alle richieste dei diversi gruppi etnici e ai numerosi territori incontaminati che vorrebbero rimanere tali.
di FABIO POLESE