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sabato 24 settembre 2022

Mozambico, la guerra dimenticata di Cabo Delgado nel Nord. Imperversa da 5 anni, 4 mila morti e un milione hanno abbandonato i villaggi

Vita
Cabo Delgado è una provincia dell’estremo nord mozambicano, scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene


I primi attacchi si sono scagliati contro i simboli dell’autorità statale e del governo. Uffici, sedi amministrative, stazioni della polizia. Poi hanno appiccato il fuoco a scuole e ospedali, poi il loro obiettivo sono diventati le donne e gli uomini, aggrediti, uccisi barbaramente nelle loro incursioni notturne, senza badare a distinzioni etniche e religiose.
[...]
La guerriglia è scoppiata nelle remote aree del nord del Mozambico dal 2017, seminando una violenza che a oggi è costata la vita a oltre 4mila persone, secondo i dati raccolti dall’osservatorio Cabo Ligado. E che negli ultimi due mesi si è spinta sempre più a sud, nei distretti di Ancuabe, Chiure e Mecufi. Le strade che si diramano da Metoro sono diventate scenari di potenziali imboscate per le jeep in transito. Fino a superare lo scorso giugno, per la prima volta, il confine del fiume Lurio che divide le province di Cabo Delgado e Nampula e oltre cui si trova la missione di suor Maria, a Chipene.

La situazione è fluida ma sono circa venti i campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie, molti di questi agglutinati intorno a Metuge, a due ore dalla capitale provinciale Pemba. Sono cresciuti a dismisura in distese di tende o capanne di fascine e fango confusamente allineate sui dorsi delle colline, attorno ai piccoli villaggi preesistenti, e dove qualche rifugiato ha iniziato a praticare agricoltura di sussistenza o microscopici commerci fra i sentieri polverosi, lontani dall’ombra degli alberi. E dove si va avanti con le razioni del World Food Program, che arrivano una volta al mese.
[...]
I rifugiati arrivano dalle zone di Mocímboa da Praia, Palma, Macomia e Quissanga, Muidumbi e Nangade dalla parte più settentrionale di Cabo Delgado che ora è avvolta nel buio. Qualcuno dei profughi va e viene anche per badare a quel che resta dei propri villaggi, si entra con pass speciali ma è difficile valutare lo stato attuale delle infrastrutture per chi vi è rimasto a vivere, circa un milione di persone, mentre le autorità stanno spingendo le persone a ritornare a Mocímboa da Praia, considerata relativamente normalizzata.
[...]
Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie da parte di persone arrivate da fuori, dalle multinazionali, da funzionari corrotti, sono una formidabile arma di propaganda per i jihadisti tra i giovani delle piccole comunità disseminate nel mato, la foresta, che non vedono futuro davanti a loro. S’intuisce dalle parole di Bernardo, agricoltore e capo villaggio del campo profughi di Ngalane, dove Cuamm gestisce un progetto di supporto antiviolenza per le donne e persone con disagio psichico. Dietro agli attacchi non ci sono problemi etnici, né religiosi. È tutta una questione d’interessi, di affari privati”, racconta. Bernardo delle imprese estrattive di gas nella sua provincia dice di sapere poco, spiega però che i suoi compaesani conoscono molto bene la gigantesca miniera di rubini nel distretto di Montepuez, nel cuore di Cabo Delgado, Ruby Mining, di proprietà d’una holding inglese: “È in mano a persone che vengono da fuori. Noi dei villaggi siamo sempre stati a guardare, nelle miniere non ci lavoriamo, non ci resta mai nulla”. E spalanca le mani in un gesto di frustrazione comune a tanti, che da generazioni si vedono deturpati delle loro risorse e incamerano una rabbia muta.

Marco Benedettelli


domenica 18 settembre 2022

Siria, il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi. La guerra non e finita e il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà

Globalist
In Siria, circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.
Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Afez al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.


La testimonianza di Grandi
Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri (15 settembre 2022), l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. [...]

La piaga del colera
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. [...]
L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.
L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto. 


I numeri dell’emergenza umanitaria
La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace
Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.


In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano
Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. [...]
Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

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lunedì 11 aprile 2022

Le parole di Papa Francesco: saldo riferimento per non scivolare nella logica della guerra e cercare la pace in Ucraina

 Blog Diritti Umani - Human Rights

La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia. [Papa Francesco 27 marzo 2022] 

Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie? [Papa Francesco 7 aprile 2022]

27 febbraio 2022 Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» 

1 marzo 2022 - La guerra è una pazzia. Chi fa la guerra dimentica l'umanità. Com'è triste quando persone e popoli pensano a farsi la guerra. Tacciano le armi. 

13 marzo 2022Vorrei ancora una volta esortare all’accoglienza dei tanti rifugiati, nei quali è presente Cristo, e ringraziare per la grande rete di solidarietà che si è formata. Chiedo a tutte le comunità diocesane e religiose di aumentare i momenti di preghiera per la pace. Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace.

14 marzo 2022Mi pare che sostanzialmente il mondo abbia continuato e continui a essere governato da criteri obsoleti. Per non parlare dell’ambito geopolitico-militare, dove diverse guerre regionali e specialmente la guerra in corso in Ucraina dimostrano che chi governa le sorti dei popoli non ha ancora recepito la lezione delle tragedie del XX secolo.

16 marzo 2022E adesso vi chiedo di pensare, di fare un pensiero: pensiamo a tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze che sono in guerra, che oggi in Ucraina stanno soffrendo. Sono come noi, come voi: sei, sette, dieci, quattordici anni e voi avete davanti un futuro, una sicurezza sociale di crescere in una società in pace. Invece questi piccoli, anche piccolissimi, devono fuggire dalle bombe. Stanno soffrendo tanto. Con quel freddo che fa lì … Pensiamo. Ognuno di noi pensi a questi bambini, a queste bambine, a questi ragazzi, a queste ragazze.

18 marzo 2022 - Noi siamo abituati a sentire notizie delle guerre, ma lontane. Siria, Yemen… abituali. Adesso la guerra si è avvicinata, è a casa nostra, praticamente. E questo ci fa pensare sulla “selvaticità” della natura umana, fino a dove siamo capaci di arrivare. Assassini dei nostri fratelli. Pensiamo a tanti soldati che sono inviati al fronte, giovanissimi, soldati russi, poveretti. 

Pensiamo a tanti soldati giovani ucraini; pensiamo agli abitanti, i giovani, le giovani, bambini, bambine… Questo succede vicino a noi. Il Vangelo ci chiede soltanto di non guardare da un’altra parte, che è proprio l’atteggiamento più pagano dei cristiani: il cristiano, quando si abitua a guardare da un’altra parte, lentamente diventa un pagano travestito da cristiano. 

Una guerra sempre – sempre! – è la sconfitta dell’umanità, sempre. Noi, colti, che lavoriamo nell’educazione, siamo sconfitti da questa guerra, perché da un’altra parte siamo responsabili. Non esistono le guerre giuste: non esistono!

Nel contesto provocato dalla guerra in Ucraina risalta ancora di più il valore di questo Patto Educativo, in ordine a promuovere la fraternità universale nell’unica famiglia umana, basata sull’amore. La preghiera per la pace va infatti accompagnata da un paziente impegno educativo, affinché i ragazzi e i giovani maturino la decisa consapevolezza che i conflitti non si risolvono con la violenza, non si risolvono con la sopraffazione, ma con il confronto e il dialogo. Ci saranno sempre dei conflitti: insegnare ai giovani come risolvere un conflitto. Non con la violenza, non con la sopraffazione ma con il confronto, il sano confronto, e il dialogo.

20 marzo 2022Non si arresta, purtroppo, la violenta aggressione contro l’Ucraina, un massacro insensato dove ogni giorno si ripetono scempi e atrocità. Non c’è giustificazione per questo! Supplico tutti gli attori della comunità internazionale perché si impegnino davvero nel far cessare questa guerra ripugnante.

E, per favore, non abituiamoci alla guerra e alla violenza! Non stanchiamoci di accogliere con generosità, come si sta facendo: non solo ora, nell’emergenza, ma anche nelle settimane e nei mesi che verranno. Perché voi sapete che al primo momento, tutti ce la mettiamo tutta per accogliere, ma poi, l’abitudine ci raffredda un po’ il cuore e ci dimentichiamo. Pensiamo a queste donne, a questi bambini che con il tempo, senza lavoro, separate dai loro mariti, saranno cercate dagli “avvoltoi” della società. Proteggiamoli, per favore.

21 marzo 2022A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado del pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre. Camminiamo indietro. 

23 marzo 2022L’odio e la rabbia alla guerra io l’ho imparata da mio nonno che aveva combattuto al Piave nel 1914: lui mi ha trasmesso questa rabbia alla guerra. Perché mi raccontò le sofferenze di una guerra. E questo non si impara né nei libri né in altra maniera, si impara così, trasmettendola dai nonni ai nipoti. E questo è insostituibile. La trasmissione dell’esperienza di vita dai nonni ai nipoti. Oggi questo purtroppo non è così e si pensa che i nonni siano materiale di scarto: no! Sono la memoria vivente di un popolo e i giovani e i bambini devono ascoltare i nonni.

Vorrei prendere un minuto per ricordare le vittime della guerra. Le notizie delle persone sfollate, delle persone che fuggono, delle persone morte, delle persone ferite, di tanti soldati caduti da una parte e dall’altra, sono notizie di morte. Chiediamo al Signore della vita che ci liberi da questa morte della guerra. Con la guerra tutto si perde, tutto. Non c’è vittoria in una guerra: tutto è sconfitto. Che il Signore invii il suo Spirito perché ci faccia capire che la guerra è una sconfitta dell’umanità, ci faccia capire che occorre invece sconfiggere la guerra. Lo Spirito del Signore ci liberi tutti da questo bisogno di auto-distruzione, che si manifesta facendo la guerra. Preghiamo anche perché i governanti capiscano che comprare armi e fare armi non è la soluzione del problema. La soluzione è lavorare insieme per la pace e, come dice la Bibbia, fare delle armi strumenti per la pace. 

25 marzo 2022In questi giorni notizie e immagini di morte continuano a entrare nelle nostre case, mentre le bombe distruggono le case di tanti nostri fratelli e sorelle ucraini inermi. L’efferata guerra, che si è abbattuta su tanti e fa soffrire tutti, provoca in ciascuno paura e sgomento. Avvertiamo dentro un senso di impotenza e di inadeguatezza.

27 marzo 2022 - È passato più di un mese dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, dall’inizio di questa guerra crudele e insensata che, come ogni guerra, rappresenta una sconfitta per tutti, per tutti noi. C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono.

La guerra non devasta solo il presente, ma anche l’avvenire di una società. Ho letto che dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina un bambino su due è stato sfollato dal Paese. Questo vuol dire distruggere il futuro, provocare traumi drammatici nei più piccoli e innocenti tra di noi. Ecco la bestialità della guerra, atto barbaro e sacrilego!

La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell’impegno di domani. Perché, se da questa vicenda usciremo come prima, saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia.

Prego per ogni responsabile politico di riflettere su questo, di impegnarsi su questo! E, guardando alla martoriata Ucraina, di capire che ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti. Perciò rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace! Preghiamo ancora, senza stancarci

30 marzo 2022 E con questo saluto ai bambini, torniamo anche a pensare a questa mostruosità della guerra e rinnoviamo le preghiere perché si fermi questa crudeltà selvaggia che è la guerra.

3 aprile 2022Ma proprio dall’est Europa, dall’Oriente dove sorge prima la luce, sono giunte le tenebre della guerra. Pensavamo che invasioni di altri Paesi, brutali combattimenti nelle strade e minacce atomiche fossero ricordi oscuri di un passato lontano. Ma il vento gelido della guerra, che porta solo morte, distruzione e odio, si è abbattuto con prepotenza sulla vita di tanti e sulle giornate di tutti. E mentre ancora una volta qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti, provoca e fomenta conflitti, la gente comune avverte il bisogno di costruire un futuro che, o sarà insieme, o non sarà. Ora, nella notte della guerra che è calata sull’umanità, per favore, non facciamo svanire il sogno della pace.

Quanto ci serve una “misura umana” davanti all’aggressività infantile e distruttiva che ci minaccia, di fronte al rischio di una “guerra fredda allargata” che può soffocare la vita di interi popoli e generazioni! Quell’“infantilismo”, purtroppo, non è sparito. Riemerge prepotentemente nelle seduzioni dell’autocrazia, nei nuovi imperialismi, nell’aggressività diffusa, nell’incapacità di gettare ponti e di partire dai più poveri. Oggi è tanto difficile pensare con la logica della pace. Ci siamo abituati a pensare con la logica della guerra. Da qui comincia a soffiare il vento gelido della guerra, che anche stavolta è stato alimentato negli anni. Sì, la guerra si è preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi. Ed è triste vedere come l’entusiasmo per la pace, sorto dopo la seconda guerra mondiale, si sia negli ultimi decenni affievolito, così come il cammino della comunità internazionale, con pochi potenti che vanno avanti per conto proprio, alla ricerca di spazi e zone d’influenza. E così non solo la pace, ma tante grandi questioni, come la lotta alla fame e alle disuguaglianze sono state di fatto derubricate dalle principali agende politiche.

6 aprile 2022Dopo la seconda guerra mondiale si è tentato di porre le basi di una nuova storia di pace, ma purtroppo – non impariamo – è andata avanti la vecchia storia di grandi potenze concorrenti. E, nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo all’impotenza della Organizzazione delle Nazioni Unite.

Le recenti notizie sulla guerra in Ucraina, anziché portare sollievo e speranza, attestano invece nuove atrocità, come il massacro di Bucha: crudeltà sempre più orrende, compiute anche contro civili, donne e bambini inermi. Sono vittime il cui sangue innocente grida fino al Cielo e implora: si metta fine a questa guerra! Si facciano tacere le armi! Si smetta di seminare morte e distruzione!

7 aprile 2022 Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?

domenica 3 aprile 2022

La guerra in Ucraina affama l'Africa, vittima collaterale ma non per questo minore. Di Marco Impagliazzo

La Nuova Sardegna
Ha sorpreso paesi che erano già alle prese con fragilità endemiche come sistemi sanitari ed educativi fortemente precari


E l'Africa? In questi giorni, in cui si parla giustamente quasi solo dell'Ucraina, poco ci si interroga sulle conseguenze che la guerra sta già producendo in quel continente. Terre che sono lontane da Kiev e da Mosca, ma solo geograficamente, perché gli effetti del conflitto hanno cominciato già a pesare, e in modo notevole, dal Cairo a Città del Capo. Si tratta di considerare il punto di partenza: una cosa è l'Europa o l'America del Nord, in cui certamente le economie già subiscono e subiranno duri colpi, ma che mostrano redditi pro capite elevati.

Un'altra cosa è l'Africa che nel suo complesso già prima dell'invasione russa dell'Ucraina non poteva certo vantare sicurezza, sviluppo, ricchezza e - in molti casi - anche libertà e democrazia.
In altre parole, la guerra ha sorpreso paesi che erano già alle prese con fragilità endemiche come sistemi sanitari ed educativi fortemente precari, disoccupazione a doppia cifra, disuguaglianze economiche e sociali, senza considerare i danni procurati dall'emergenza climatica e, soprattutto, da conflitti di cui si parla troppo poco ma che a volte esistono da anni.
È evidente quindi che non si possono fare due pesi e due misure tra il Nord e il Sud del mondo. Soprattutto, poi, quando scoppia una guerra che per le sue ripercussioni è già per forza di cose "mondiale" dal punto di vista dei suoi riflessi economici e sociali. 

L'Africa già aveva vissuto, negli ultimi due anni di pandemia, ricadute negative sul suo sistema economico. In molti paesi le misure di prevenzione - adottate con strategie molto diversificate - hanno messo in crisi una parte significativa della popolazione, che vive di economia informale all'80%: i lockdown iniziali e le successive limitazioni hanno costretto alla chiusura molti tra i piccoli mercati che sorgono spontaneamente un po' ovunque e, in particolare, gli ambulanti che vendono da mangiare per le strade delle grandi città.
Ma da quando è cominciata la guerra in Europa si è aggiunto l'aumento, in certi casi il raddoppio, del costo della vita. Il motivo è presto detto: si tratta di paesi importatori di grano e di mais, due prodotti leader di Russia e Ucraina che sono tra i maggiori partner commerciali di molti paesi del continente. 
Basta sapere che se nel 2021 una tonnellata di grano costava 180 euro e quella di mais 175 mentre oggi siamo rispettivamente a 440 e 314 euro. Una crescita esponenziale, che ha portato l'Onu a definire "a rischio" oltre 40 Stati africani, grandi clienti di questi alimenti acquistati dalle terre oggi in conflitto, sia per le popolazioni che per l'allevamento degli animali e per l'agricoltura. Altro grande prodotto di importazione il cui costo sta salendo alle stelle: l'olio di semi. E negli ultimi giorni, come si può immaginare, anche il prezzo della benzina e del petrolio.

Grandi paesi africani - pure in parte produttori di gas e petrolio - come Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya e Sudafrica sono tra i maggiormente colpiti dalle ripercussioni della guerra. 

A tutto ciò si deve aggiungere la crisi climatica che continua a creare, in molte aree della fascia subsahariana, notevoli problemi legati alla progressiva desertificazione e al disequilibrio di zone che fino a qualche anno fa davano lavoro e garantivano la sopravvivenza, alle loro popolazioni. 

Ecosistemi che, entrando in crisi, producono anche conflitti sociali e determinano lo spostamento di intere popolazioni, al pari delle piccole e grandi guerre che ancora interessano alcuni paesi, insieme agli attacchi jihadisti che tengono in ostaggio una parte sempre più consistente della fascia del Sahel che va dal Mali alla Nigeria.

Di fronte a questo scenario, che presenta crescenti criticità socio-economiche, viene logico interrogarsi sulla tenuta delle società civili nei paesi più a rischio in un quadro per molti aspetti più difficile e precario dopo la pandemia. 
Per questo la comunità internazionale non dovrebbe dimenticare l'Africa, vittima collaterale ma non per questo minore dell'attuale guerra. Guerra che si dimostra ancora una volta, come ogni guerra, un grande male.

Marco Impagliazzo 

domenica 20 marzo 2022

Ucraina - Il papà che tenta di fuggire all'arruolamento: "Non voglio uccidere" - L'obiezione di coscienza non è diserzione

Blog Diritti Umani - Human Rights


Un papà tenta di attraversare il confine nascondendosi in auto per sfuggire all'arruolamento forzato degli uomini tra 18 e 60 anni, le sue frasi:
 Lo so che la nostra è legittima difesa, e che se anche dovessi uccidere il nemico per difendere la mia famiglia, mi verrà perdonato. Ma io non prenderò il fucile”. 
Solo che io non voglio sparare a nessuno, non voglio uccidere, ma non voglio neanche morire” 
Quando dovrai scegliere tra la tua vita o quella di chi ti sta di fronte?
“Può darsi che gli tirerò un sasso, oppure avrò così tanta paura da restare paralizzato aspettando che mi ammazzi”. 
Yuri tra le macerie di Kiev:
 “Intanto cerco di dare una mano ai ragazzi che vanno a lottare. Gli spiego che non sono obbligati a farlo, ma che se lo fanno devono farlo per amore della nostra libertà, non per odio”.
Il giovane marito appena sposato con Alessia che viene bloccato alla frontiera con la Moldavia,“Devi combattere per la patria!” e lui risponde tra le lacrime sentendosi un vigliacco: 
“Non andrò a combattere, devo proteggere lei. L’Ucraina è la mia terra, Alessia è la mia patria”.

ES 

venerdì 18 marzo 2022

Ucraina: la protesta dei passeggini vuoti, 'basta bimbi uccisi' - Manifestazione in piazza a Leopoli

Ansa
Centonove passeggini vuoti distribuiti su sei file per dire basta all'uccisione di bambini.
Nella centrale piazza del mercato, a Leopoli, gli ucraini hanno inscenato questa silenziosa protesta per denunciare, ancora una volta, le bombe sui civili da parte dell'esercito russo.


I passeggini sono stati distribuiti di fronte al media center che accoglie, nella città dell'Ovest, giornalisti da tutto il mondo. E, con loro, sono stati piantati anche tre cartelli che raccontano la tragedia della popolazione ucraina e ricordano il bombardamento del teatro di Mariupol.


Finora, secondo la Procura Generale ucraina sono stati 109 i bambini uccisi dalle bombe russe, più di 130 quelli feriti.

domenica 6 marzo 2022

martedì 1 marzo 2022

Accolti gli Ucraini alle frontiere ma gli africani: donne con bambini, studenti, in fuga dall'invasione russa sono bloccati

Europa Today
Diversi video mostrano decine di studenti ma anche madri con bambini fermati dalla polizia e dalle guardie di frontiera, nonostante stessero scappando dalla guerra come gli altri.

Negli ultimi giorni l’Europa ha dato prova di enorme solidarietà nei confronti dei rifugiati ucraini. Tutti gli Stati membri, compresi quelli del gruppo Visegrad come l'Ungheria di Viktor Orban, storicamente restii ad accettare immigrazione, si sono resi disponibili ad accogliere coloro che stanno fuggendo dal conflitto. 



Ma non tutti coloro che scappano, anche in momento come questo a quanto pare c'è chi fa distinzione tra la nazionalità e il colore della pelle di chi scappa dalla guerra.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate suTwitter le testimonianze di studenti di origine africana o araba, che pur vivendo in Ucraina vengono trattati in maniera differente dalle guardie di frontiera dei Paesi confinanti, che li bloccano e gli impediscono di entrare. 

Sotto l'hashtag #AfrikansinUkraine le loro immagini e i loro video sono circolati sul social, immagini che mostrano studenti poco più che ventenni, ma anche madri con i loro bambini appena nati, che vengono abbandonati al loro destino al freddo, a temperature sotto lo zero. 

Senza diritto all'alloggio, senza diritto a viaggiare, con i posti nei bus e nei treni riservati solo agli ucraini.

Eleonora Mureddu

sabato 26 febbraio 2022

Guerra in Ucraina - Appello di Andrea Riccardi, Comunità di Sant'Egidio: Kiev "città aperta", per il cessate il fuoco e salvare la città

santegidio.org
In queste ore drammatiche per la capitale dell’Ucraina, Andrea Riccardi e la Comunità di Sant’Egidio lanciano, con il seguente manifesto - aperto alle adesioni di tutti -, la proposta di giungere ad un immediato cessate il fuoco e di proclamare con urgenza Kiev “città aperta”:


Il testo dell'Appello per la salvezza di Kiev


Kiev, una capitale di tre milioni di abitanti, in Europa, è oggi un campo di battaglia. 

La popolazione civile, inerme, vive in una condizione di pericolo, terrore, mentre trova riparo nei rifugi sotterranei. I più deboli, dagli anziani ai bambini, ai senza dimora, sono ancora più esposti. Ci sono già le prime vittime civili.

Kiev è una città che rappresenta un grande patrimonio culturale. Non si può pensare alla cultura europea, alla storia dell'Europa senza Kiev, così come non si può pensare alla cultura russa, alla storia della Russia, senza Kiev. La città, tra tanti monumenti, ospita siti che sono patrimonio dell’umanità.

Kiev è una città santuario per tanti cristiani, in primo luogo per i cristiani ortodossi del mondo intero. A Kiev ha avuto inizio la storia di fede dei popoli ucraino, bielorusso, russo. A Kiev è nato il monachesimo ucraino e russo. Il grande monastero della lavra delle grotte che sulla collina sovrasta il grande fiume Dnepr è un luogo santo di pellegrinaggio e preghiera millenario. Kiev è una città preziosa per tutto il mondo cristiano. 

Il destino di Kiev non lascia indifferente chi, da oriente e da occidente, guarda con passione e coinvolgimento alla città e alla sua gente. Dopo Sarajevo, dopo Aleppo, non possiamo assistere nuovamente all’assedio di una grande città. Gli abitanti di Kiev chiedono un sussulto di umanità. Il suo patrimonio culturale non può essere esposto al rischio di distruzione. La santità di Kiev per il mondo cristiano esige rispetto.

Imploriamo chi può decidere di astenersi dall’uso delle armi a Kiev, di dichiarare il cessate il fuoco nella città, di proclamare Kiev “città aperta”, di non colpire i suoi abitanti con la violenza delle armi, di non violare una città a cui oggi guarda l’umanità intera. Possa accompagnare questa scelta la ripresa di un percorso negoziale per arrivare alla pace in Ucraina.

Andrea Riccardi
Comunità di Sant'Egidio

venerdì 25 febbraio 2022

Ucraina - La guerra di Putin ma non della Russia - Proteste in 50 città russe contro la guerra, oltre 1700 arresti

RaiNews 24
Proteste contro la guerra in Ucraina si sono svolte dal pomeriggio di ieri in oltre 50 città della Russia. Ma il presidente Vladimir Putin ha ordinato una reazione molto dura. Così, stando a quanto riferisce il sito indipendente Ovd-Info, più di 1700 persone sono state arrestate.

Mobilitazioni ci sono state anche nella capitale Mosca. Un corrispondente di Ria Novosti ha raccontato di aver assistito a oltre una decina di arresti, e a controlli diretti anche su alcuni giornalisti.


Nel Paese non si assisteva a manifestazioni così di massa da quanto tornò in patria l'oppositore Aleksei Navalny, poi arrestato.


sabato 22 gennaio 2022

Nel silenzio del mondo, la strage senza fine in Yemen. Bombe sul carcere: duecento tra morti e feriti

Avvenire
Colpita la struttura nella città di Saada, roccaforte dei ribelli Houthi. Il raid aereo della coalizione militare a guida saudita segna un'ulteriore escalation della guerra
Quel che resta del carcere colpito in Yemen - Ansa

Ennesima strage in Yemen. Almeno duecento persone sono rimaste uccise o ferite la notte scorsa nel nord del Paese in seguito ad un raid aereo della coalizione militare a guida saudita, che segna l'ulteriore escalation di una guerra che ha già causato la morte di centinaia di migliaia di persone. Nel silenzio del mondo.

Il bilancio è ancora parziale. I caccia hanno preso di mira vari obiettivi controllati dagli insorti Huothi filo-iraniani, come hanno riferito fonti sul posto. Difficili anche le comunicazioni, visto che il Paese è rimasto senza alcun collegamento internet, proprio a causa del bombardamento contro installazioni nella città portuale di Hudayda, sul Mar Rosso. 

Nella stessa città, secondo quanto ha riferito Save the Children, tre bambini sono stati uccisi mentre giocavano in un campetto da calcio, quando un missile ha colpito un impianto di telecomunicazioni nella zona. 

Ma la vera carneficina è stata registrata più a nord, nella città di Saada, dove le bombe della coalizione hanno raso al suolo una prigione, causando, secondo l'organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere, la morte di almeno 70 persone e il ferimento di almeno altre 140. 

La stessa fonte ha precisato che si tratta di dati parziali, poiché provengono da solo uno degli ospedali di Saada, mentre "anche altri due (ospedali) in città hanno ricevuto molti feriti e tra le macerie sono ancora in corso delle ricerche" per vedere se vi sono sopravvissuti, feriti o vittime. 

I ribelli Houthi hanno prontamente diffuso filmati raccapriccianti che mostrano corpi tra le macerie e cadaveri maciullati, affermando che si tratta di vittime dall'attacco alla prigione. 

Sono stati però probabilmente proprio i ribelli a causare questa nuova escalation della violenza, mettendo a segno lunedì e poi rivendicando un attacco compiuto con i droni contro installazioni nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, che ha provocato la morte di tre persone. 

Già il giorno dopo la coalizione, di cui gli Emirati fanno parte, ha reagito con un raid contro la regione della capitale Sanaa, in cui sono morte 14 persone. Oggi la drammatica e più vasta replica. 
Questo è avvenuto solo nell'ultima settimana, ma sono sette anni che la guerra civile in Yemen va avanti causando un'ondata di milioni di sfollati, oltre ad una crisi umanitaria che l'Onu definisce la peggiore al mondo. Per non parlare delle vittime.
Sempre secondo le Nazioni Unite, la guerra finora ha provocato la morte di oltre 377.000 persone, sia direttamente che indirettamente, a causa della fame e delle malattie. 
Frattanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito su richiesta degli Emirati Arabi Uniti che ne è membro non permanente, ha condannato all'unanimità quelli che ha definito gli "efferati attacchi terroristici degli Houthi ad Abu Dhabi, così come in altri siti dell'Arabia Saudita". 

Allo stesso tempo, la Norvegia, presidente di turno dei Quindici, ha commentato i nuovi raid in Yemen definendoli "inaccettabili".

giovedì 28 ottobre 2021

Siria: Onu, la guerra non è finita. Persone uccise, migliaia di detenuti, 12 milioni di sfollati soffrono la fame, 2% di vaccinati.

AnsaMed
La guerra in Siria continua nonostante molti Stati e analisti preferiscono considerare finito il conflitto: parole di Paulo Pinheiro, presidente della Commissione internazionale indipendente incaricata dall'Onu di far luce sulle violazioni umanitarie durante la guerra siriana.

In un discorso pronunciato nelle ultime ore di fronte ai membri della 3/a commissione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitisi a New York, Pinheiro ha ricordato che in Siria si contano "diverse centinaia di migliaia di persone uccise", "decine di migliaia di detenuti", "più di 12 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare" e "12 milioni di sfollati".

Nella sua relazione, Pinheiro ha detto: "molti Stati e analisti preferirebbero chiudere con il conflitto siriano. Il governo controlla oltre il 70% del Paese e il presidente Assad è stato rieletto. Ma la realtà è che la guerra contro il popolo siriano continua". "Mentre parliamo - ha proseguito - milioni di civili continuano a essere condannati alla guerra, al terrore e al dolore. Molti degli sfollati hanno visto le loro proprietà distrutte o sequestrate dal governo, da gruppi armati o gruppi terroristici".

"L'inverno sta arrivando di nuovo - ha aggiunto Pinheiro - portando il freddo pungente nelle loro tende improvvisate. I siriani ora affrontano una nuova ondata di pandemia e solo il 2,1% della popolazione è completamente vaccinata". 

Alla luce di questi dati, il presidente della commissione d'inchiesta afferma: "non è il momento di pensare che la Siria sia sicura per il ritorno a casa dei suoi rifugiati. Siamo invece assistendo a un aumento dei combattimenti e della violenza". Pinheiro cita a proposito l'escalation di violenze armate verificatesi dall'estate scorsa nel nord-ovest, nel sud, nel nord e nell'est del paese. "Centinaia di migliaia di siriani si svegliano ogni mattina, preoccupati per il destino e dove si trovano i propri cari scomparsi", ha affermato.

sabato 23 ottobre 2021

Etiopia la guerra fratricida in Tigray oscurata. Combattimenti intensi, emergenza sanitaria e ogni giorno oltre 400 persone muoiono di fame

Avvenire
I combattimenti sono sempre in più intensi nel Nord del Paese e l'area è isolata da quasi un anno. Impossibile fare arrivare gli aiuti umanitari


Ne uccide più la fame che le bombe nella guerra civile fratricida oscurata e dimenticata in Etiopia settentrionale. Intanto la controffensiva di terra e d’aria lanciata da Addis Abeba due settimane fa per riprendersi il Tigrai ha toccato l’apice con i bombardamenti che hanno toccato dopo mesi il capoluogo Macallè provocando tre morti e molti feriti. La notizia è stata confermata da entrambi i contendenti.

Dal punto di vista umanitario, dopo 11 mesi di blocco di viveri e farmaci che passano col contagocce, la situazione è sempre più drammatica, con circa mezzo milione di persone a rischio di morte per carestia.

All’ospedale Ayder di Macallè, quello meglio rifornito della regione, i medici che abbiamo potuto raggiungere al telefono confermano che 24 persone ammalate di diabete sono morte per mancanza di farmaci ed è impossibile somministrare cure adeguate ai piccoli pazienti ricoverati per malnutrizione acuta.

I sanitari, che mantengono contatti con i colleghi delle strutture delle altre città e delle aree rurali, denunciano una situazione complessiva peggiore. Il black-out comunicativo voluto dal governo centrale – zero Internet, telefono e viaggi in molti distretti tigrini – che ha caratterizzato la guerra fin dall’inizio isolando la regione rendono molto difficile delineare un quadro dettagliato anche se giungono le prime immagini di bambini allo stremo anche fuori Macallé.

Ocha, agenzia Onu che coordina gli aiuti, ha reso noto che l’altra settimana sono giunti in Tigrai 211 camion di aiuti. Ancora insufficienti. Il cibo è stato infatti distribuito a 145.000 persone, ma per sfamarne 5.2 milioni in stato di necessità occorre raggiungerne 870.000 a settimana.

Altrettanto grave l’emergenza vaccini per 887.000 bambini che aspettano l’antipolio e più di 790.000 che hanno bisogno dell’antimorbillo. La carenza di corrente e carburante rendono difficoltosa la distribuzione. I prezzi del cibo sono alle stelle. Gli accademici dell’università di Gent, in Belgio, applicando i metodi di calcolo del Programma alimentare mondiale e dell’agenzia governativa americana per gli aiuti, Usaid, hanno stimato che in Tigrai ci sono almeno 425 morti per fame al giorno, dimenticati in una carestia nascosta che ricorda quella degli anni ’80, provocata come quella da mano umana. 

Paolo Lambruschi

sabato 14 agosto 2021

Gino Strada

Blog Diritti Umani - Human Rights

Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. E non mi piace la parola "utopia"; preferisco parlare di "progetto non ancora realizzato".
Gino Strada

domenica 23 maggio 2021

Guerra in Palestina. Il rene di un ebreo linciato a Lod donato a una donna araba

Avvenire
Stava tornando a casa in macchina, a Lod, mentre sui canali radio e Tv di tutta Israele rimbalzava quella parola assurda – linch, linciaggio – che non poteva davvero avere niente a che fare con lui, la sua storia, il suo Paese. Yigal Yehoshua, ebreo di 56 anni, faceva l’elettricista. 
Yigal Yehoshua                Randa Aweis

Aveva sistemato le case di tutti, ebrei e arabi. Mai un problema. Settimana scorsa, quando la violenza è dilagata nelle città miste, un gruppo di arabi ha bloccato la sua auto, l’ha presa a sassate. L’hanno colpito alla testa. È morto lunedì, all’ospedale, dove i medici hanno tentato di tutto senza riuscire a salvarlo.

È riuscito, lui, però a salvare la vita di Randa Aweis, una donna araba di Gerusalemme Est, cristiana, madre di sei figli. Quando la famiglia di Yehoshua ha deciso di donare gli organi, il rene è stato destinato a lei, che da nove anni aspettava un trapianto. 

L'altro rene è andato a un uomo ebreo di 67 anni; il fegato a un ragazzo ebreo di 22. «Ringrazio la famiglia di Yigal, che è diventata la mia famiglia», ha detto Randa dopo l’intervento all’Hadassah Medical Center. 

Randa ha espresso grande tristezza per la morte di Yigal. Ha detto che vorrebbe incontrare la famiglia. «Siamo cresciuti insieme, arabi ed ebrei, e vogliamo solo poter stare insieme, in pace». Il responsabile del reparto trapianti dell'Hadassah, Abed Halaila, ha letto in questa storia un simbolo forte: «Voglio ringraziare con tutto il cuore la famiglia del donatore. Spero solo ci potrà essere pace e tranquillità e salute per tutti noi».

Yigal Yehoshua è stato sepolto nel cimitero del moshav Hadid, nel centro di Israele. Ai funerali hanno partecipato centinaia di persone. Suo fratello Efi ha spiegato che quell'esplosione di rabbia nelle città miste lo aveva molto addolorato, ma sperava che tutto, alla fine, sarebbe andato bene. «Era un testimone della convivenza possibile», ha detto la moglie Irena. «Siamo testimoni della convivenza».

Barbara Uglietti

lunedì 15 marzo 2021

10 anni di guerra in Siria - Decine di migliaia di bambini non hanno vissuto un giorno di pace

 Blog Diritti Umani - Human Rights

15 marzo 2011 - 15 marzo 2021 - 10 anni di guerra in Siria

Questi bambini nati in guerra non hanno vissuto
un giorno nel loro paese in pace


venerdì 12 marzo 2021

Siria - Impatto devastante di 10 anni di guerra sui bambini. Unicef: Metà non va a scuola, 90% necessita assistenza sanitaria

Ansa
Dopo dieci anni di violenze armate in Siria, l'impatto sui bambini e, in generale, i minori, è stato devastante. Lo rivela oggi il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), secondo cui il 90% dei bambini ha bisogno di assistenza umanitaria, con un incremento del 20% rispetto allo scorso anno.

Secondo i dati Unicef raccolti tra il 2011 e il 2020, più di 12mila minori sono stati uccisi o feriti, più di 5.700 bambini, alcuni anche di 7 anni, sono stati reclutati nei combattimenti, più di 1.300 strutture sanitarie e scolastiche, con il relativo personale, sono stati attaccati dalle parti in conflitto. 

Nel comunicato diffuso ai media, Unicef afferma che la guerra lunga un decennio in Siria ha avuto conseguenze devastanti sui bambini e sull'infanzia. "All'interno della Siria ci sono 6 milioni di bambini che hanno bisogno di assistenza, molti sono nati durante la guerra e non hanno conosciuto altro se non conflitto, sfollamento e perdite". 

L'agenzia dell'Onu ricorda che "solo lo scorso anno, il numero di bambini indicati con stress psicologico è raddoppiato, indice delle conseguenze di lungo periodo che la guerra continua ad avere sulla salute mentale e sul benessere dei bambini. Metà dei bambini della Siria non va a scuola: una scuola su tre in Siria non può essere utilizzata perché danneggiata, distrutta, utilizzata come rifugio per le famiglie sfollate o usata a scopo militare". 

L'Unicef non dimentica gli effetti negativi della pandemia che "ha ulteriormente complicato la situazione dei bambini della Siria. Il numero di persone che ha bisogno di aiuto è aumentato del 20% solo lo scorso anno, il 65% delle famiglie riportano di non poter rispondere ai bisogni di base e circa l'80% delle persone in Siria vive in povertà". ondo".

giovedì 11 marzo 2021

Etiopia: si combatte, si muore e si fugge ancora per la guerra nel Tigray, ormai è piena catastrofe umanitaria

La Repubblica
La lotta per il potere tra TPLF tigrino e governo federale vede coinvolta anche l’Eritrea; nella regione si susseguono eccidi e stupri. L'indagine di Amnesty International

Foto: AFP
Migliaia di morti, decine di migliaia di profughi, quattro milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di acqua, cibo, medicine. E’ il bilancio di quattro mesi di combattimenti tra forze armate etiopiche e partito al potere nel Tigray, che rischiano di destabilizzare l’intero Corno d’Africa e che hanno già coinvolto l’Eritrea (implicata nel conflitto con i suoi uomini) e il Sudan (paese verso il quale fuggono i rifugiati).

Caterina Castaldi

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venerdì 5 marzo 2021

La guerra in Siria: scomparsi decine di migliaia di siriani, detenuti “arbitrariamente” nel corso del conflitto.

Sicurezza Internazionale - LUISS
Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che decine di migliaia di siriani, detenuti “arbitrariamente” nel corso del conflitto, sono scomparsi e il loro destino è al momento ignoto.
Foto: syrianfamilies.org

Il rapporto, che si prevede verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu l’11 marzo prossimo, si basa su più di 2500 interviste condotte nel corso degli ultimi dieci anni. Il quadro presentato, definito “orribile”, include violazioni dei diritti umani, torture sistematiche, stupri e altri crimini perpetrati all’interno di circa 100 strutture di detenzione in Siria sin dallo scoppio del conflitto, il cui inizio risale al 15 marzo 2011. 

A detta degli autori della relazione, ovvero “investigatori” delle Nazioni Unite, molte di queste violazioni sono paragonabili a crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Quanto raccontato è stato poi definito un “trauma” che influenzerà la società siriana per decenni.

Stando a quanto riferito da un membro della commissione onusiana, Hanny Megally, la detenzione arbitraria ha rappresentato una forma di punizione impiegata contro oppositori e voci critiche legate ad entrambe le parti belligeranti, sebbene sia stata utilizzata soprattutto dal governo di Damasco affiliato al presidente siriano Bashar al-Assad. 

Come precisato da Megally, scopo delle autorità siriane era intimidire e terrorizzare la nazione e, per fare ciò, i siriani detenuti sono stati vittima di “trattamenti brutali”. Sono migliaia i cittadini scomparsi con la forza, per mano del governo damasceno, i quali si pensa siano morti o giustiziati, mentre altri sono tuttora trattenuti in condizioni definite “disumane”.
[...]
Il perdurante conflitto siriano è oramai in corso da circa dieci anni. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, mentre sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Sono diverse le regioni tuttora oggetto di un clima teso. Tra queste, il governatorato Nord-occidentale di Idlib, il quale rappresenta l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione, al centro di una violenta offensiva fino al 5 marzo 2020. In tale data, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Tuttavia, le violazioni, seppur sporadiche, hanno spesso fatto temere il riaccendersi di tensioni.