Pagine

domenica 16 giugno 2019

Messico. Mattanza di giornalisti, già 10 vittime da quando Obrador è presidente

Il Manifesto
L'ultima a essere uccisa, Norma Sarabia, indagava sulla corruzione nella polizia. Lo scrittore Juan Villoro: "In questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita". Marco Miranda, giornalista dello Stato di Veracruz, è stato sequestrato nella giornata di mercoledì, mentre martedì una giornalista che si occupava di cronaca nera, Norma Sarabia, è stata uccisa in un agguato mentre tornava a casa nel Tabasco, lo Stato nel sud-est del Messico dov'è nato il presidente Andrés Manuel López Obrador, Amlo. 

Norma Sarabia
Due uomini mascherati a bordo di una moto le hanno sparato numerosi colpi. Il suo giornale, Tabasco Hoy, ha fatto sapere che indagava su episodi di corruzione nella polizia e che aveva ricevuto minacce anonime.

Si tratta dell'ottavo omicidio di un giornalista dall'inizio dell'anno in Messico, il decimo dall'inizio del governo Obrador. Lo scorso anno furono 8 tra giornaliste e giornalisti ad essere uccisi. Se iniziamo a contare dal 2000 arriviamo a quota 129. 

Spesso non si sa nulla del perché dell'omicidio, a volte chi è stato ucciso si era imbattuto nelle promiscuità tra trafficanti di droga, apparati dello Stato e operatori di economie legali. Quasi sempre si è data la colpa ai fantomatici "cartelli", soggetti quasi mitologici a cui vengono attribuite le colpe di ogni male del Paese, quasi come un mantra buono e utile a non affrontare i singoli casi.

Juan Villoro, scrittore e giornalista ci dice: "Da quando Obrador è presidente la violenza non è diminuita. Non si tratta certo di una responsabilità dell'attuale governo, perché siamo davanti a un problema strutturale che esiste da decine di anni. Jorge Ramos, giornalista messicano che lavora negli Usa, ha assistito a una delle conferenze stampa mattutine di Amlo e ha fatto domande sulla violenza. Il presidente ha risposto dicendo che l'aritmetica non è il suo forte ma in sostanza ha confermato i tragici numeri elecati da Ramos. Non tenta di negare il problema". 

Secondo Villoro "in questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita. C'è il timore che gli uffici pubblici che si occupano di comunicazione si convertano in uffici di propaganda. L'agenzia Notimex ha licenziato tutti i suoi corrispondenti per assumere persone vicine al governo Obrador. Preoccupa che invece che attivare percorsi di protezione dei giornalisti si chiudano gli spazi di critica. Gli organi informativi pubblici debbono essere di Stato e non di governo".

Se guardiamo alla violenza, continua lo scrittore: "A città del Messico pochi giorni fa è stato ucciso uno studente universitario. Non ci sono passi in avanti nell'inchiesta su Ayotzinapa, anche se è stata creata una commissione d'inchiesta. Ma il governo di Obrador è in carica da soli sei mesi, impossibile pensare che potesse cambiare tutto in un periodo così breve. 

Ha creato la Guardia nazionale, scelta molto criticata da settori che pensano che accresca la militarizzazione del Paese, e per attribuirle poteri e competenze son stati modificati 10 articoli della Costituzione. Però con l'accordo firmato con gli Usa di Trump la Guardia nazionale sarà usata soprattutto per arrestare migranti, e non contrastare la violenza nel Paese".

Andrea Cegna

Italia - I reati negli ultimi 10 anni sono la metà, ma i media favoriscono l'aumento della paura e la politica dell'odio incassa consenso.

Il Dubbio
Il ruolo dei Tg, il racconto mediatico, il lavoro svolto dai giornalisti: così si crea una percezione sbagliata. Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio.


Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio. Se accendete la tv o leggete i giornali o andate a un comizio di Matteo Salvini, vi convincerete che le persone accusate e condannate per aver sparato a un ladro che stava entrando in casa, siano mille, duemila, un milione. Comunque tanti, troppi casi, al tal punto da pensare che la questione sia una emergenza e che ha fatto bene il ministro dell’Interno a modificare la legge.


Stesso ragionamento, vale per i reati. I dati del Viminale dicono che negli ultimi dieci anni sono dimezzati furti, rapine, omicidi. Ma la percezione delle persone è opposta, a tal punto che tra gli italiani crescono – come raccontato in questi anni dal Censis – odio e paura. Come mai? È la domanda che si sono fatti sul Corriere della sera Milena Gabanelli e Luigi Offedu. La risposta la hanno trovata mettendo sotto accusa i nostri Tg. 

Nei cinque principali telegiornali il 36,4 per cento dei servizi è occupata dalla cronaca contro il 18,2 per cento della tv tedesca. La considerazione è esatta ma va ampliata tenendo conto di tutta la televisione italiana e ancora più in generale di tutta l’informazione. Sembra infatti che la responsabilità sia sempre degli altri (in questo caso i Tg) quando tutto il sistema mediatico italiano in questi anni ha soffiato sul fuoco, costruendo l’idea diffusa che siamo un Paese ad alto rischio criminalità e che lo Stato è assente in difesa dei propri cittadini.

Qualche tempo fa, partecipando a una trasmissione, il conduttore mi ha chiesto: «Ma se i reati diminuiscono perché le persone hanno questa percezione?». La risposta era insita nel suo programma, nelle ore e ore di servizi dedicati alle rapine, ai furti, ai furbetti del cartellino sottoposti alla gogna del pubblico e dopo qualche tempo assolti senza avere diritto di replica. L’attenzione va infatti posta non solo e non tanto sui Tg, quanto sull’intera programmazione della tv pubblica e privata. Dalla mattina fino a tarda notte chi guarda il piccolo schermo viene bombardato da servizi dedicati alle rapine, ai furti, alle persone che delinquono o alle persone che vengono accusate di aver commesso un reato e solo per questo sono considerate colpevoli.

È una dinamica che si fonda su alcuni fattori chiave. Proviamo a metterne in risalto alcuni. Il primo è quello della ridondanza: la stessa rapina viene mandata in onda più volte, con un montaggio e una musica che tendono a enfatizzare gli elementi violenti. Il secondo è quello della saturazione: tutto il palinsesto è costruito mettendo in evidenza gli aspetti negativi che accadono nella realtà. Il terzo è quello della “colpevolezza”: se si parla di una inchiesta viene presentata come una sentenza. Basta cioè un avviso di garanzia per essere giudicati colpevoli.

Se questo vale per l’informazione di carta, su cui bisogna rileggere la validissima ricerca fatta dall’Osservatorio informazione dell’Unione Camere penali, ancora di più è vero per la televisione, in cui l’impatto emotivo è più forte. Le immagini abbassano il livello di criticità, siamo più proni a pensare che ciò che vediamo sia vero, dimenticando – anche quando lo sappiano – che dietro c’è un punto di vista, una costruzione discorsiva, una visione del mondo. Per questo leggendo Gabanelli, domenica scorsa sul Corriere, sono rimasta un po’ allibita. Report per primo ha fatto passare l’immagine di un Paese allo sbando, in preda a bande di corrotti, dove tutto va male. In linea con l’attacco alla cosiddetta “casta” che ha conquistato un pezzo del giornalismo nostrano, il programma di Rai3 ha contribuito ad aumentare la sfiducia nei confronti della politica e dello Stato.

[...]


In Siria la guerra non è finita. I bimbi nell'inferno di Idlib, per i bombardamenti ne muoiono 4 al giorno

Avvenire
Nelle ultime due settimane gli attacchi si sono intensificati. La guerra colpisce i civili intrappolati negli scontri. E nei campi profughi le condizioni di vita peggiorano.


Lanà Fahman, minore, età imprecisata, provincia di Idlib. Il suo è uno dei tanti nomi che compaiono freddamente ogni sera sui bollettini di guerra e che le famiglie siriane, anche all’estero, leggono con attenzione, con la speranza di non trovarvi mai i nominativi di amici, parenti o anche solo di persone conosciute. Il nome di Lanà, però, è scritto nero su bianco. E spicca tra gli altri perché solo pochi giorni fa la piccola ha perso, a causa dei bombardamenti sulla sua casa, la madre e tre fratellini. Lanà non aveva armi, come non ne avevano i suoi fratellini, né la madre. La loro tragedia, scolpita nello sguardo disperato del padre, unico superstite della famiglia, ricorda ancora una volta che nella provincia siriana sono i civili a pagare il tributo di sangue più alto.

È di almeno venticinque vittime civili e cinquanta feriti l’ultimo bilancio dei bombardamenti russo-governativi su Idlib e Hama, in Siria. Ben tredici delle persone che hanno perso la vita erano del villaggio rurale di Jabala. L’esclation militare non accenna a placarsi, tanto da costringere diversi gruppi di medici a rinunciare a dare le coordinate delle cliniche per evitare che le stesse continuino ad essere colpite.

Solo nel mese di maggio ben 25 strutture medico-sanitarie sono state distrutte. Secondo la Ong “Physicians for Human Rights”, dall’inizio del conflitto, nel 2011, ci sono stati 566 attacchi contro ben 350 strutture sanitarie; 890 persone, tra medici, infermieri e paramedici, hanno perso la vita. “Save the Children” ha lanciato, nei giorni scorsi, un nuovo allarme sulla tragica situazione in cui vivono i bambini nelle zone sotto bombardamento. Nelle ultime due settimane, riferisce l’organizzazione, hanno perso la vita più di sessanta bambini; 35 scuole sono state danneggiate e oltre 70mila minori in età scolare hanno urgente necessità di un supporto educativo.

La presenza sul territorio controllato dai ribelli di pericolose milizie legate ad al-Qaeda non può far dimenticare l’esistenza di circa tre milioni di sfollati, che necessitano protezione. Secondo le Nazioni Unite, circa mezzo milione erano già stati sfollati da altre zone della Siria.

Al confine con la Turchia, il campo di Atmeh è diventato negli anni il punto di raccolta di sfollati interni più grande al mondo. Un’infinita distesa di tende blu dove circa 800mila persone vivono in condizioni di grave precarietà. Tra i civili che chiedono un cessate il fuoco immediato a Idlib ci sono anche allevatori e contadini, in particolare nella zona di Khan Sheikoun, dove centinaia di ettari di campi coltivati hanno preso fuoco a causa dei bombardamenti, distruggendo gli unici mezzi di sostentamento della gente del posto. Idlib e Hama non sono le uniche zone dove la tensione è ancora alta.

Media panarabi hanno riferito di un vasto incendio scoppiato nei giorni scorsi a Baghouz, tra l’Eufrate e il confine iracheno, in quella che è stata considerata l’ultima roccaforte del Daesh. Un altro incendio, nella Valle della Bekaa, in Libano, divampato tra le tende del campo profughi che ospita oltre seicento siriani, ha scatenato nuove tensioni tra i profughi e gli abitanti del posto, tanto da spingere il capo del governatorato di Baalbek-Hermel a imporre l’isolamento del campo.

«A Baalbak – ha dichiarato il dirigente – ci sono centinaia di campi profughi, se un incidente provoca tanti problemi, la pace stessa viene minacciata».

Secondo Nasser Yassin, direttore di ricerca dell’Issam Fares Institute all’Università americana di Beirut, i profughi sono oggetto di «punizioni collettive» e subiscono forti pressioni. Ad Arsal, almeno venticinquemila rifugiati hanno saputo che le loro baracche verranno demolite entro il primo luglio.

Asmae Dachan

sabato 15 giugno 2019

Nicaragua. Rilasciati oltre 100 detenuti politici dopo legge su amnistia

agensir.it
Cinquanta detenuti politici liberati lunedì, altri 56 ieri, tra cui il direttore e la giornalista di "100% Noticias", Miguel Mora e Lucía Pineda, in carcere dal dicembre scorso con l'accusa di terrorismo e incitazione all'odio. 


Sono gli effetti della legge sull'amnistia approvata in Nicaragua dal Parlamento sabato scorso, con i soli voti della maggioranza sandinista e la contrarietà dell'opposizione riunita nel cartello dell'Alianza Cívica.

Secondo le opposizioni sono ancora 89 gli oppositori che si trovano in carcere. La legge è stata contestata perché viene presentata come un provvedimento di clemenza, peraltro previsto dai precedenti accordi raggiunti al tavolo del dialogo nazionale nei mesi scorsi, senza garantire le libertà e i diritti dei cittadini. 

La liberazione dei detenuti è stata comunque accolta in modo festoso ed è stata anzi l'occasione perché a Managua si formassero gruppi di manifestanti che chiedevano il ritorno a una piena libertà nel Paese. 

L'arcidiocesi di Managua, sui propri profili social, ha rilanciato una frase pronunciata domenica scorsa, in un colloquio con alcuni giornalisti, dall'arcivescovo, il card. Leopoldo Brenes: "Che escano dal carcere tutti i detenuti darà gioia a tutte le famiglie, speriamo che questa legge non le danneggi e che tutti coloro che sono stati privati della loro libertà possano vivere liberamente nel loro Paese".

Sud Sudan, 7 milioni soffrono la fame. La guerra civile a causato migliaia di vittime e il blocco dell'economia.

Africa - Missione e cultura
Almeno sette milioni di persone soffrono la fame in Sud Sudan, un numero mai raggiunto prima: a lanciare l’allarme, le tre agenzie Onu Fao, Unicef e World Food Program, in una nota congiunta

«Nei prossimi mesi si prevede che il 61% della popolazione dovrà affrontare livelli estremi di insicurezza alimentare – riferiscono le tre agenzie – ed entro la fine di luglio circa 6,96 milioni di sud-sudanesi dovranno affrontare livelli acuti, o addirittura peggiori, di mancanza di cibo».

Saranno circa 21.000 le persone, si stima, esposte a una catastrofica mancanza di accesso al cibo, mentre circa 1,82 milioni di persone saranno nella Fase di emergenza e altri 5,12 milioni di persone nella Fase 3 della scala delle carestie. 

Tra le cause del peggioramento della situazione, le piogge scarse e giunte in ritardo, e il prezzo elevato del cibo che ne limita l’accesso a una grande parte della popolazione, che si aggiungono alla scarsità di scorte del misero raccolto del 2018.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo. Raggiunta l’indipendenza nel 2011, è subito sprofondato in una sanguinosa guerra civile che ha causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati. L’insatbilità diffusa ha bloccato l’economia locale.

Migranti - Sea Watch con 52 naufraghi ferma a 15 miglia da Lampedusa: "Noi non riporteremo nessuno in Libia"

La Repubblica
La nave, con a bordo 52 migranti, è a 15 miglia dall'isola di Lampedusa. L'Ong: "Una persona ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni".



"Noi non riporteremo mai nessuno in Libia", così la portavoce della Ong Sea Watch Giorgia Linardi ribadisce quello che il comandante aveva già detto ieri ovvero sia che "la Libia non è un porto sicuro", dicendo così di volgere la prua verso Lampedusa e chiedere all'Italia la concessione del porto sicuro mentre il ministro Salvini la accusava di essere una "nave illegale" e di "sequestrare i migranti" che avrebbero dovuto essere riportati a Tripoli, un porto che sia l'Unhcr che l'Oim hanno indicato come non sicuro invitando le autorità a fornire alla Sea Watch una diversa destinazione.

"Le persone a bordo ci hanno raccontato di aver trascorso lunghi periodi di detenzione in Libia - continua Linardi in un video postato su Twitter - e di aver subito vessazioni inenarrabili. Una persona ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni cercando di renderlo più presentabile. 

Anche il più piccolo dei naufraghi che ha solo 12 anni è stato imprigionato, senza un valido motivo. Un'altra persona ha raccontato di essere stata venduta ed ha lavorato come servo per riconquistarsi la libertà e partire per mare. Molte persone raccontano di essere state riportate indietro. Un altro naufrago ci ha raccontato di aver assistito all'uccisione di un familiare con un colpo di kalashnikov sempre mentre era in detenzione. Noi non riporteremo mai nessuno in un Paese in cui avvengono queste cose e ci aspetterremmo che i nostri Governi si impegnassero perché questo non avvenga invece di alimentare la spirale del traffico".

La nave Sea Watch 3 con a bordo 52 migranti, è a 15 miglia dall'isola di Lampedusa. Da due giorni è in acque internazionali. Le questione, per la portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, si risolve in partenza: "Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia". Quanto allo sbarco, "in generale la Commissione non ha le competenze per decidere se e dove" può avvenire, rimarca Bertaud, "è una questione sotto la responsabilità del Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo (Mrcc), che ha in carico le operazioni"

venerdì 14 giugno 2019

Il bilancio dell'ecatombe migranti - Msf e Sos Mediterranee, 1.151 morti in 1 anno e 10.000 migranti riportati a forza in Libia

AnsaMed
Ad un anno dall'annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie almeno 1.151 persone, uomini, donne e bambini, sono morte, e oltre 10.000 sono state riportate forzatamente in Libia, esposte ad ulteriori ed inutili sofferenze. 
Lo scrivono Sos Mediterranee e Medici senza frontiere che chiedono di garantire con urgenza un sistema di ricerca e soccorso in mare adeguato, "compreso un coordinamento delle autorità competenti nel Mar Mediterraneo, per evitare morti inutili". 

"La risposta dei governi europei alla crisi umanitaria nel Mar Mediterraneo e in Libia è stata una corsa al ribasso" sostiene Annemarie Loof, responsabile per le operazioni di MSF. "Un anno fa abbiamo implorato i governi europei di mettere al primo posto la vita delle persone. Abbiamo chiesto un intervento per mettere fine alla disumanizzazione delle persone vulnerabili in mare per finalità politiche.

Invece, ad un anno di distanza, la risposta europea ha raggiunto un punto ancora più basso". Da quando è stato bloccato l'ingresso nei porti italiani alla nave di ricerca e soccorso Aquarius, gestita da Sos Mediterranee in collaborazione con Msf, esattamente un anno fa, "lo stallo è diventato la nuova regola nel Mar Mediterraneo centrale, con oltre 18 incidenti documentati", fanno sapere le due organizzazioni. 

Questi blocchi si sono protratti per un totale di 140 giorni, ovvero più di 4 mesi in cui 2.443 uomini, "donne e bambini sono rimasti trattenuti in mare mentre i leader europei decidevano il loro futuro. 

La criminalizzazione del salvataggio di vite in mare non solo porta conseguenze negative per le navi umanitarie, ma sta erodendo il principio fondamentale del prestare assistenza alle persone che si trovano in pericolo. Le navi commerciali, e addirittura quelle militari, sono sempre più riluttanti nel soccorrere le persone in pericolo a causa dell'alto rischio di essere bloccate in mare e di vedersi negato lo sbarco in un porto sicuro. 

Per le navi mercantili che effettuano un salvataggio, in particolare, diventa estremamente complicato rimanere bloccati o essere costretti a dover riportare le persone in Libia, in contrasto con il diritto internazionale". 

"Un anno fa chiedevamo che stalli politici pericolosi e disumani in mare non costituissero un precedente. Invece, è esattamente quello che è successo - afferma Sam Turner, capomissione MSF in Libia - questa impasse politica tra i paesi europei e la loro incapacità di mettere la vita delle persone al primo posto, è ancora più scioccante oggi mentre i combattimenti continuano a imperversare a Tripoli". 

Solo nelle ultime 6 settimane, un numero crescente di persone ha cercato di fuggire dalla Libia, con oltre 3.800 persone che sono salite a bordo di imbarcazioni insicure per tentare l'attraversata. 

Anche se l'UNHCR e altre organizzazioni come MSF hanno chiesto un'evacuazione umanitaria di rifugiati e i migranti dalla Libia dall'inizio del conflitto a Tripoli, la realtà, dicono le organizzazioni umanitarie, è che per ciascuna persona che viene evacuata o trasferita nel 2018, più del doppio viene riportato forzatamente in Libia dalla Guardia costiera libica. "L'assenza di navi umanitarie nel Mediterraneo centrale in questo periodo mostra l'infondatezza dell'esistenza di un fattore di attrazione - dichiara Frédéric Penard, direttore delle operazioni di Sos Mediterranee - la realtà è che anche con un numero sempre minore di navi umanitarie in mare, le persone con poche alternative continueranno a provare questa attraversata mortale a prescindere dai rischi. 

L'unica differenza, ora, è che queste persone corrono un rischio quattro volte maggiore di morire rispetto all'anno scorso, secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni".

Carceri. La Corte di Strasburgo condanna l'Italia per l'ergastolo "ostativo". Il "fine pena mai" viola la dignità umana.

Avvenire
Il "fine pena mai" viola la dignità umana in quanto «è inammissibile deprivare una persona delle sue libertà, senza tendere alla sua riabilitazione» e senza offrirgli una speranza.

Le disposizioni che in Italia regolano la pena dell'ergastolo ostativo, più comunemente noto con l'espressione "fine pena mai", violano l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani (divieto di trattamenti degradanti e inumani) e il generale rispetto della dignità umana, alla base della Convenzione stessa. 

Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, nella sentenza sul caso Marcello Viola, condannato all'ergastolo a fine anni '90 per i reati di associazione mafiosa, omicidi e rapimenti e che si è visto respingere le richieste di uscita dal carcere, nonostante l'accertata buona condotta e un cambio positivo della sua personalità.

I giudici, che hanno condannato l'Italia al pagamento di 6mila euro a Viola per i costi legali, hanno stabilito che «è inammissibile deprivare una persona delle sue libertà, senza tendere alla sua riabilitazione e offrirgli la possibilità di riottenere la libertà in futuro».

L'ergastolo ostativo, infatti, prevede tra le altre cose che il condannato non possa ottenere, come gli altri detenuti, nessun sconto di pena e permessi d'uscita, a meno che non collabori con la giustizia. 

Questa scelta, però, - fa notare la Corte di Strasburgo - non è «libera», perché alcuni condannati hanno paura che questo «metta in pericolo la loro vita e quella dei loro familiari»; inoltre, collaborare non implica automaticamente che il condannato «non sia più fedele a valori criminali o abbia tagliato i legami con organizzazioni di tipo mafioso».

giovedì 13 giugno 2019

Migranti - «Io accolgo»: parte la campagna promossa da 42 organizzazioni sociali italiane ed internazionali del Terzo settore

Vita
Verrà lanciata a Roma, il 13 giugno, la campagna promossa da organizzazioni sociali italiane ed internazionali del Terzo settore. L’iniziativa vuole dare visibilità a tutte quelle esperienze diffuse di solidarietà che contraddistinguono il nostro Paese. Contro il linguaggio dell'odio e contro la retorica dei porti chiusi

Si tiene a Roma, giovedì 13 giugno, alle 12, all’Hotel delle Nazioni, in via Poli 6, la conferenza stampa di presentazione della campagna Io accolgo, promossa da 42 organizzazioni sociali italiane ed internazionali. L’iniziativa, come si legge nel comunicato di lancio dell’evento, vuole dare visibilità a tutte quelle “esperienze diffuse di solidarietà che contraddistinguono il nostro Paese”.


Alla campagna aderisce anche la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, e in particolare il programma rifugiati e migranti Mediterranean Hope, attraverso il quale si realizzano i corridoi umanitari e l’accoglienza diffusa, tra le altre attività.

“Dalle famiglie che ospitano stranieri che non hanno più un ricovero alle associazioni che organizzano corridoi umanitari per entrare nel nostro Paese, dai tanti sportelli legali e associazioni di giuristi che forniscono gratuitamente informazioni e assistenza ai migranti, a chi apre ambulatori in cui ricevere assistenza sanitaria gratuita, a chi coopera a livello internazionale per accompagnare le migrazioni forzate e ridurre l’insicurezza umana nei paesi di origine e transito. Centinaia di esperienze diverse che la Campagna vuole mettere in rete, perché vengano condivise e riprodotte, perché finalmente vengano conosciute, se ne dia notizia, l’opinione pubblica ne prenda consapevolezza”.

La campagna prevede anche iniziative di mobilitazione, per aprire vertenze “che inducano le istituzioni ad assumersi la responsabilità dell’accoglienza e dell’integrazione, cancellando le scelte discriminatorie e superando gli effetti perversi del Decreto sicurezza (Legge 132/2018)”.

A tutte le persone e le organizzazioni aderenti verrà proposto di schierarsi, di sottoscrivere il manifesto della campagna e di indossare o esporre un oggetto simbolo di questa iniziativa.

Nell’incontro di giovedì 13, aperto da due esponenti del Comitato promotore, che parleranno a nome della coalizione promotrice dell’iniziativa, verrà data voce ad alcuni dei protagonisti di queste esperienze di solidarietà e accoglienza, oltre che ai richiedenti asilo e rifugiati destinatari di questi interventi.

Fanno parte del Comitato promotore della Campagna:

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, AOI, ARCI, ASGI, Casa della Carità, CEFA, Centro Astalli, CGIL, CIAC, CIAI, CIR, CNCA, Comunità di S.Egidio, CONGGI, Ero Straniero, EuropAsilo, Federazione Chiese Evangeliche in Italia – FCEI, FOCSIV, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Migrantes, Gruppo Abele, ICS Trieste, INTERSOS, Legambiente, LINK-coordinamento universitario, Lunaria, Medici Senza Frontiere, NAIM (National Association Intercultural Mediators), Oxfam, Rainbow4Africa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, SaltaMuri, Save the Children Italia, UIL, Unione degli studenti, Unione degli universitari, UNIRE.

mercoledì 12 giugno 2019

La tragedia migranti nel Mediterraneo non fa notizia. Lesbo affonda barcone, 7 morti: 2 bambine, 4 donne e un uomo

AnsaMed
Un barcone carico di migranti è affondato questa mattina davanti alle coste dell'isola di Lesbo, in Grecia, provocando la morte di almeno sette persone: lo riportano i media internazionali, che citano la Guardia Costiera greca. 



58 persone sono state tratte in salvo.
Secondo fonti della Guardia costiera di Atene, riprese da media turchi, i corpi recuperati sono di 4 donne, un uomo e 2 bambine. Non è stata resa nota la loro nazionalità.

martedì 11 giugno 2019

Siria: media, curdi consegnano 12 orfani figli di francesi dell'Isis a Parigi

AnsaMed
Beirut - Le autorità curdo-siriane hanno consegnato alla Francia dodici bambini, orfani di jihadisti francesi e alcuni dei quali nati in Siria durante la guerra


Lo riferiscono media panarabi, secondo cui le autorità curde che controllano la Siria orientale col sostegno americano hanno incontrato una delegazione governativa proveniente da Parigi e hanno consegnato 12 bambini, il più grande di 10 anni di età.

Da due settimane le autorità curdo-siriane hanno cominciato a consegnare a diverse autorità straniere, tra cui americane e dell'Uzbekistan, minori e familiari di membri dell'Isis. Questi civili fanno parte degli oltre 70mila profughi ammassati nel campo di accoglienza di al Hol, al confine con l'Iraq. 

Nei giorni scorsi l'Iraq aveva annunciato di aver condannato a morte nove jihadisti francesi catturati in Siria dalle autorità curde a febbraio e consegnati, col placet di Parigi, alle autorità di Baghdad.

Il Papa striglia l'Europa: "Porti aperti alle armi e chiusi alle persone"

Globalist
Il jʼaccuse del Pontefice: "Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni". Poi rivela: "Il prossimo anno voglio andare in Iraq"

"Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che pero' apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini". 
Lo ha detto il Papa all'udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali.
"Non posso qui non menzionare i migranti e i profughi che raggiungono i maggiori aeroporti con la speranza di poter chiedere asilo o trovare un rifugio, o che sono bloccati in transito". Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti all`Incontro mondiale dei Cappellani dell`Aviazione civile. 

"Invito sempre le Chiese locali alla dovuta accoglienza e sollecitudine nei loro confronti, pur se si tratta di una responsabilità diretta delle Autorità civili. Fa parte anche della vostra cura pastorale vigilare che sia sempre tutelata la loro dignità umana e siano salvaguardati i loro diritti, nel rispetto della dignità e delle credenze di ciascuno. Le opere di carità nei loro confronti costituiscono una testimonianza della vicinanza di Dio a tutti i suoi figli".

L'Iraq - ha detto il Papa nell'udienza alla Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali - "possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della societa', e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali". 

"E non dimentico l'Ucraina - ha aggiunto il Papa ripercorrendo le aree piu' 'calde' del pianeta -, perche' possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l'iniziativa caritativa alla quale molte realta' ecclesiali hanno contribuito. In Terra Santa - ha proseguito il pontefice -, auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunita' cristiane dello Statu quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perche' giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore"

lunedì 10 giugno 2019

Messico. Per evitare le sanzioni economiche di Trump, un muro di 6mila militari al confine con il Guatemala per fermare i migranti

Il Manifesto
Amlo fa marcia indietro e chiude le porte. E per evitare i dazi statunitensi si impegna a costruire nuovi centri di detenzione per migranti e altri posti di blocco. Ma a Trump non basta.
 

Il Messico si accinge a fare il lavoro sporco per conto degli Stati uniti, mettendo decisamente tra parentesi il tanto sbandierato discorso sulla protezione dei diritti umani dei migranti e sulla fraternità universale.

È stato lo stesso ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard, a capo della delegazione incaricata di negoziare con la controparte statunitense, a confermare la versione secondo cui il governo dispiegherà 6mila elementi della nuova Guardia nacional alla frontiera con il Guatemala: non un muro di cemento come quello tanto caro a Trump, ma una non meno devastante barriera militare.

Per supportare tale azione il governo di Amlo, secondo quanto ha rivelato il Washington Post, dovrà anche provvedere alla costruzione di ulteriori centri di detenzione per migranti e di altri posti di blocco finalizzati a ridurre il flusso di centroamericani in fuga dalla violenza e dalla povertà estrema dei rispettivi paesi, spesso e volentieri - e in maniera clamorosa nel caso dell'Honduras - provocate, mantenute e alimentate proprio dalle politiche statunitensi.

Non è tutto. Sempre secondo il Wp, si starebbe anche negoziando un piano regionale in base a cui i migranti centroamericani dovrebbero cercare asilo nel primo paese in cui entrano dopo aver lasciato le proprie case, di modo che gli Stati uniti potrebbero rispedire ogni guatemalteco in Messico e ogni salvadoregno e honduregno in Guatemala. Nient'altro che una variante della pretesa statunitense - sempre respinta dalle autorità del paese confinante - di imporre al Messico lo status di "paese terzo sicuro" dove rimandare tutti i richiedenti asilo.

Già annunciato invece da parte del governo il blocco dei conti di diverse persone e organizzazioni presumibilmente impegnate nel traffico di migranti e nell'organizzazione di carovane illegali dirette verso gli Stati uniti. Nulla di tutto questo però potrebbe essere sufficiente a placare il presidente Usa, scongiurando l'entrata in vigore, lunedì prossimo, dei dazi - inizialmente del 5%, ma con aumenti progressivi fino al 25% - su tutti i prodotti messicani.

[...]
Claudia Fanti

domenica 9 giugno 2019

Venezuela arrivati a 4 milioni i rifugiati nei paesi vicini. 1,3 milioni il Colombia. (Dalla guerra in Siria sono fuggiti in 5,3 milioni)

Corriere della Sera
Non si ferma la fuga dal Paese investito dalla crisi economica. Il Fmi prevede un’ ulteriore contrazione del Pil del 25%. Angelina Jolie in visita in Colombia 


Venezuelani al confine con la Colombia - Foto LaPresse
Un milione e mezzo in meno rispetto alla Siria, travolta dalla guerra, e un esodo definito «sconcertante». Secondo quanto reso noto ieri dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) il numero dei venezuelani che hanno lasciato il loro paese per fuggire alla crisi politica ed economica in corso ha raggiunto i quattro milioni.

«Questi numeri allarmanti mettono in luce il bisogno urgente di sostenere le comunità ospitanti nei paesi che ricevono i flussi», ha commentato Eduardo Stein, inviato speciale dell’Unhcr e dell’Oim per il Venezuela. A contribuire alla crisi la difficoltà di accesso degli aiuti e l’embargo cui il Paese è sottoposto. 

«L’America latina e i Paesi dei Caraibi stanno facendo la loro parte per rispondere a questa crisi senza precedenti, ma non ci si può aspettare che lo facciano senza aiuto internazionale».

Tra i Paesi della regione ad ospitare il maggior numero di migranti e rifugianti venezuelani è la Colombia (1,3 milioni), seguita da Perù (768 mila), Cile (288 mila), Ecuador (263 mila), Brasile (163 mila), Argentina (130 mila). 

Anche il Messico e i paesi dell’America centrale e dei Caraibi ospitano un numero significativo di migranti e rifugiati venezuelani, rendono noto le agenzie.«Le persone con cui ho parlato hanno dipinto un’immagine molto cupa della situazione sanitaria nel Paese», ha detto la direttrice Comunicazione del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), Paloma Escudero.

Marta Serafini

Continua leggere l'articolo >>>

sabato 8 giugno 2019

Emergenza carceri - Il sovraffollamento reale è del 129%. La soluzione del Ministero? Più carceri e più espulsioni non pene alternative.

Il Dubbio
La capienza regolamentare effettiva è di 46.824 posti. Per il Ministro Bonafede va affrontato "puntando all'incremento dei posti detentivi, combinato con un'accorta politica di espulsione degli stranieri". Il sovraffollamento carcerario non accenna a diminuire.



Secondo i dati del Dap pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, al 31 maggio di quest'anno risultano presenti 60.472 detenuti su una capienza regolamentare di 50.528 posti. Quindi risulterebbe una presenza di 9.944 reclusi in più.

Ma, grazie all'operazione trasparenza del ministero e quindi l'aggiornamento telematico delle schede di ogni singolo detenuto, Rita Bernardini del Partito Radicale ha potuto analizzare i dati delle celle inagibili e quindi non utilizzate, estrapolando quindi un dato importante: dalla capienza regolamentare ha sottratto i 3.704 posti non disponibili.

Cosa vuol dire? La capienza regolamentare effettiva è di 46.824 posti, quindi abbiamo, di fatto, un sovraffollamento del 129 percento. Un dato che ci riporta alla vera dimensione del problema e quindi dell'effettiva emergenza sovraffollamento, criticità non nascosta dal ministro Bonafede in risposta all'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Pd Alfredo Bazoli.

Il sovraffollamento carcerario, ha risposto il guardasigilli, va affrontato "puntando all'incremento dei posti detentivi, combinato con un'accorta politica di espulsione a favore dei paesi di origine dei detenuti stranieri anziché con i provvedimenti svuota-carcere. 


In questo binario si incanala il progetto di edilizia penitenziaria del governo attraverso il decreto semplificazione che ha conferito al Dipartimento amministrazione penitenziaria la possibilità di individuare immobili nella disponibilità dello Stato per riconvertirli in strutture carcerarie. È stata avviata una collaborazione con il ministero della Difesa e il Demanio per reperire caserme da convertire in penitenziari.

Ci sono poi molti interventi in atto come il completamento di tre padiglioni da 200 posti ciascuno a Parma, Lecce e Trani, la realizzazione in corso di due padiglioni detentivi da 200 posti presso le carceri di Sulmona e Taranto e interventi di ammodernamento in molte strutture tra cui Poggioreale, Secondigliano, Aversa, Palmi, Augusta, Trapani, Ragusa, Catania Piazza Lanza". Quindi più carceri, ampliamento di quelle esistenti e rimpatri. 

Una linea che però si scontra con altre scuole di pensiero, le quali puntano alle pene alternative e garantirle anche per coloro che ne avrebbero diritto, ma non hanno gli strumenti per accedervi. D'altronde, lo stesso consiglio d'Europa ha più volte prodotto dossier e direttive per la promozione delle misure alternative, utili anche per abbassare la recidiva.

di Damiano Aliprandi

venerdì 7 giugno 2019

Migranti - Pozzallo - Porti aperti per 62 naufraghi. Saranno accolti in strutture della Chiesa

Avvenire
La nave cargo Asso 25 approda al porto ragusano. Le persone accolte nelle strutture della Caritas, come confermato anche dalla Cei.


Il rimorchiatore italiano Asso 25 con 62 naufraghi salvati a Sud di Lampedusa è approdato al porto di Pozzallo, scortato da due motovedette della Guardia costiera e della Guardia di Finanza. Sulla banchina ad attendere le persone salvate ci sono i responsabili del servizio di prima assistenza, identificazione e accoglienza.


Il caso della nave cargo che batte bandiera tricolore ha messo in crisi le direttive del governo contro i vascelli di salvataggio. Il rimorchiatore, che supporta le attività delle piattaforme petrolifere italiane, difficilmente avrebbe potuto essere dirottato verso porti lontani, come avvenuto alcuni giorni fa con una nave della Marina militare dirottata verso Genova. Il rischio, infatti, sarebbe stato quello di danneggiare le attività petrolifere.

Proprio per questa ragione a Lampedusa si erano già preparati nella notte di giovedì ad accogliere i migranti che sarebbero dovuti arrivare a bordo del rimorchiatore Asso 25. Ma colpo di scena, a poche miglia di distanza da Lampedusa, alla nave cargo veniva impartito l'ordine dalle autorità italiane di dirigersi in un altro porto di approdo: Pozzallo, nel Ragusano. Dove le operazioni di sbarco - come confermato dalla Prefettura di Ragusa e dal sindaco di Pozzallo - sarebbero avvenute a partire dalle 14.30 del pomeriggio. E così è stato.
"Il nostro porto non è mai stato chiuso, così come quelli del resto d'Italia, semplicemente perché i porti non si possono chiudere", aveva sottolineato Roberto Ammatuna, sindaco di Pozzallo, poco prima delle operazioni di sbarco.

Nel frattempo a distanza di poche ore dall'approdo nel porto ragusano si apriva la questione dell'accoglienza: il ministro dell'Interno per primo affermato che i 62 migranti saranno ospitati in "strutture della Cei": attraverso poi una nota del Viminale Matteo Salvini ha poi ringraziato la Conferenza episcopale italiana "per la disponibilità a prendersi carico dell'accoglienza" di queste persone che - come confermato in seguito dalla Cei - verranno prese in carico in strutture Caritas.

Ci sono anche due donne, ma nessun minore, tra le 62 persone migranti approdate a Pozzallo, nel Ragusano. Nel porto cittadino la Prefettura sin dalla tarda mattinata aveva messo in moto la task force dell'accoglienza. A bordo del rimorchiatore non sarebbero state segnalate situazioni sanitarie di emergenza. Le persone soccorse arrivano dal Gambia, dalla Costa d'Avorio e dal Senegal.

Per la cronaca, quello di oggi 7 giugno, è il primo sbarco dell'anno nel porto di Pozzallo, dove gli ultimi naufraghi erano stati accolti il 24 novembre 2018.

Sudan cento dimostranti uccisi nello scontro tra militari e organizzazioni della società civile.

Il Dubbio
Feroce repressione della giunta militare: i corpi ripescati nel Nilo. Con oltre cento persone uccise si aggrava sempre di più il bilancio di sangue degli scontri tra i militari e le organizzazioni della società civile sudanese. 


Dopo la deposizione del presidente Omar Bashir, avvenuta l'11 aprile scorso, la popolazione guidata principalmente dallo Spa (Associazione dei professionisti sudanesi) non ha mai smesso di occupare le piazze della capitale Karthoum, da settimane erano in corso trattative con l'esercito per concordare un periodo di transizione che avrebbe portato il paese verso elezioni democratiche.

I negoziati, almeno nelle intenzioni, prevedevano un lasso di tempo di tre anni durante i quali il governo sarebbe stato gestito dai esponenti non militari. Lunedì però si è verificato un radicale cambio di rotta. I generali, attraverso una dichiarazione del leader, Abdel Fattash al- Burhan, hanno fatto sapere che ogni dialogo sarebbe stato interrotto e che si sarebbe tornati alle urne entro nove mesi, immediatamente dopo è iniziata una violenta repressione.

Ieri la BBC ha aggiornato la macabra contabilità dei morti parlando di almeno 60 vittime, il doppio rispetto solo a due giorni prima. Secondo moltissime testimonianze dei manifestanti la repressione è stata affidata ai famigerati gruppi paramilitari dei Janjaweed, che si distinsero per la loro efferatezza già durante il conflitto in Darfur nel 2003. 

Questa milizia è poi stata integrata nelle Forze Armate sudanesi come forza di intervento rapido. Uno dei suoi compiti, ad esempio, è quello di bloccare i migranti che tentano di arrivare il Libia. Dietro la mossa dei militari si nasconde probabilmente il tentativo da parte del vecchio apparato di mantenere intatto il suo potere. Bashir era ormai diventato impresentabile e la sua destituzione appare ora come un "male necessario" per conservare l'equilibrio preesistente. In questo contesto un reale protagonismo popolare riformatore non trova evidentemente spazio.

Un ragionamento rilanciato anche da diversi osservatori come l'analista ed ex ambasciatore britannico in Sudan, Rosalind Marsden il quale parlando al Newsday della BBC, ha argomentato che le elezioni anticipate "avrebbero semplicemente spianato la strada a gran parte del vecchio regime per tornare al potere". I militari inoltre possono contare su un contesto internazionale frammentato. 

Nonostante Regno Unito e Germania abbiano diffuso una bozza di dichiarazione al Consiglio di sicurezza dell'Onu che condanna la morte di civili e sollecita i militari e i manifestanti a "continuare a lavorare insieme" verso una soluzione, Cina e Russia hanno subito respinto ogni tentativo di mettere in pratica misure concrete.

di Alessandro Fioroni

mercoledì 5 giugno 2019

Libia - L'appello disperato dell'Unhcr: chiudere il lager di Zintan, condizioni disumane.

Globalist
L'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale.




Novantasei migranti sono stati trasferiti dal centro libico di detenzione di Zintan, a sudovest di Tripoli, dove, secondo l'Unhcr, 'le condizioni sono terribili' e che va, a giudizio dell'Agenzia, al piu' presto smantellato. 

Lo afferma l'Unhcr in una nota. Nel centro - afferma l'Unhcr - "le aree comuni sono sovraffollate e non dispongono di sufficiente aerazione. In alcune zone i servizi igienici sono intasati e necessitano urgentemente di riparazioni. Di conseguenza, rifiuti solidi e organici si sono accumulati da giorni nelle celle e comportano seri rischi per la salute.

Le tensioni fra i detenuti aumentano, a causa di agitazione e disperazione". Del gruppo rilasciato, composto da detenuti provenienti da Somalia, Eritrea ed Etiopia, fanno parte anche due neonati. Ma nel centro sono rimasti ancora 654 rifugiati e migranti. "E' necessario percorrere immediatamente tutte le opzioni disponibili per liberare i detenuti restanti - insiste l'Agenzia dell'Onu -. 

Dal momento che a Tripoli non vi è attualmente alcun centro di detenzione adeguato per ospitare rifugiati e migranti, in parte a causa delle ostilità in corso, l'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale".

E aumentano, intanto, gli arrivi: nel solo mese di maggio la Guardia Costiera libica ha ricondotto in Libia, secondo l'Agenzia - un numero di persone (1.224) piu' elevato di quello registrato nell'insieme dei restanti mesi del 2019, e nel Paese "non vi e' alcun porto sicuro dove i rifugiati e i migranti soccorsi possano essere fatti sbarcare".

Iran. Peggiora la salute di Narges Mohammadi la difensora dei diritti umani, condannata a 16 anni di carcere.

Corriere della Sera
Dopo mille insistenze dei medici, a maggio la difensora dei diritti umani iraniana Narges Mohammadi è stata autorizzata al ricovero ed è stata sottoposta a un intervento di urgenza per asportarle l'utero. 


Nel 2012 Narges Mohammadi era stata condannata a sei anni di carcere ma era stata presto rilasciata a causa delle sue condizioni di salute. Proprio per questo motivo, non avrebbe mai dovuto trascorrere un giorno in più in carcere. Invece, nel 2016 le è stata inflitta un'altra condanna, stavolta a 16 anni.

La "colpa" di Narges Mohammadi è di aver invocato l'abolizione della pena di morte, aver parlato di diritti umani con rappresentanti di istituzioni internazionali e aver preso parte a manifestazioni pacifiche per i diritti delle donne, in un periodo in cui erano frequenti gli attacchi con l'acido nei loro confronti.

I suoi familiari chiedono ora che sia scarcerata per motivi di salute o, almeno, che possa trascorrere in ospedale tutto il periodo post-operatorio necessario. La situazione di Narges Mohammadi ricorda quella di Ahmadreza Djalali, scienziato esperto in Medicina dei disastri, condannato alla pena capitale e che rischia di morire in carcere a causa del rapido deterioramento delle condizioni di salute. Sua moglie Vida Mehrannia lancerà da Roma dopodomani un appello per la sua scarcerazione.

di Riccardo Noury

martedì 4 giugno 2019

Nuovo esposto all’Aja contro l’Italia e l’Ue. «I politici responsabili di crimini contro l’umanità»

Corriere della Sera
La denuncia di un esperto di diritto internazionale e di un giornalista. «I Paesi europei tentano di aggirare il diritto affidando i respingimenti ai libici». Un testimone: «Così la guardia costiera libica è collusa coi trafficanti».

I primi ministri italiani Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Il ministro dell’Interno Marco Minniti. E poi Matteo Salvini. Ma anche il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. 

Sono questi i nomi che compaiono nelle 250 pagine che compongono l’esposto che verrà presentato alla Corte Penale internazionale dell’Aja dall’esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, l’israeliano Omer Shatz, e dal giornalista franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. L’accusa è di crimini contro l’umanità a seguito delle politiche migratorie dell’UE nel Mediterraneo centrale. 

In particolare — si legge nella denuncia di cui il Corriere ha avuto il testo in anteprima -«esternalizzando le pratiche di respingimento dei migranti in fuga dalla Libia alla Guardia costiera libica, pur conoscendo le conseguenze letali di queste deportazioni diffuse e sistematiche (40 mila respingimenti in 3 anni), gli agenti italiani e dell’UE si sono resi complici degli atroci crimini commessi contro nei campi di detenzione in Libia».

Il periodo preso in esame è dal 2014 ad oggi mentre le accuse riguardano, le morti in mare, i respingimenti e «crimini di deportazione, omicidio, carcere, riduzione in schiavitù, tortura, stupro, persecuzione e altri atti disumani». Secondo l’analisi, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 l’Unione europea ha cambiato linea politica lasciando i migranti in difficoltà in mare, «al fine di dissuadere altri in simili situazione dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa». Questa scelta ha trasformato «il Mediterraneo centrale nella rotta migratoria più letale del mondo, dove tra il 1 ° gennaio 2014 e la fine di luglio 2017, sono morte oltre 14.500 persone». La denuncia si basa in parte su documenti interni di Frontex, l’organizzazione dell’Ue incaricata di proteggere le frontiere esterne e che, secondo gli avvocati, avrebbe avvertito che abbandonare la missione di salvataggio italiana Mare Nostrum avrebbe portato a un «più alto numero di vittime». I legali non individuano nel loro documento responsabilità specifiche di singoli politici o funzionari ma citano messaggi diplomatici e commenti di leader nazionali, tra cui Angela Merkel e Emmanuel Macron.

Sempre in modo consapevole, l’Ue avrebbe deciso di espellere le Ong dal Mediterraneo decidendo di collaborare con la guardia costiera libica, «diventato un attore chiave nell’intercettazione e nel respingimento illegale dei migranti». Il meccanismo si aggrava proprio a causa di quest’ultimo provvedimento. «Attraverso un complesso mix di atti legislativi, decisioni amministrative e formali accordi, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito alla guardia costiera libica sostegno materiale e strategico, incluso ma non limitato a navi, addestramento e capacità di comando e controllo». Una decisione che avrebbe permesso agli Stati membri di aggirare il diritto marittimo e internazionale.

Se il riferimento è alla creazione di una Sar Zone libica, confermata dall’Imo (organizzazione marittima internazionale) il giugno scorso, a dimostrazione dell’impianto accusatorio, viene allegata la testimonianza di un migrante, proveniente dal Darfur settentrionale che proverebbe la collusione della Guardia costiera libica con i trafficanti. «Eravamo 86 migranti, tutti sudanesi. La barca era troppo pesante. Abdelbasit (uno dei trafficanti, ndr) si è messo alla guida del barcone mentre un piccolo scafo guidato da Fakri (l’altro trafficante, ndr) faceva ricognizione», racconta. Una volta che i trafficanti se vanno, il barcone viene avvicinato da un’altra imbarcazione. «C’erano otto uomini in uniforme, con un mitragliatrice, che hanno speronato la nostra barca», spiega ancora l’uomo. Secondo il testimone, i militari dopo essersi fatti dare il numero di telefono dai migranti avrebbero telefonato uno dei trafficanti, Abdelbasit. «”Are you Ammo?”, hanno detto. Ma poi lui ha spento il telefono». A quel punto il barcone viene riportato indietro verso la Libia. «Sulla via del ritorno, hanno intercettato altre 4 barche. Al mattino presto, quando abbiamo raggiunto Zawiya, ne erano rimaste solo tre. Le altre due barche erano state rilasciate perché avevano raggiunto un accordo con la guardia costiera libica». Una volta riportati a terra, i migranti vengono trasferiti in una prigione. «Le guardie ci hanno detto: “Ognuno di voi deve pagare 2000 dinari, e noi poi vi riporteremo al punto in cui sarete salvati. Paga o se non hai soldi telefona, chiama la tua famiglia in modo che ci mandino dei soldi. Un agente può riscuotere denaro a Tripoli. Chiunque non riesca a pagare, lo trasferiremo nella prigione di Osama (noto anche come Al-Nasr detention center, ndr)”».

Il racconto del migrante prosegue. «Siamo stati detenuti per 15 giorni, io e mia moglie eravamo separati. Non voglio parlare di cosa è successo a lei. Alla fine, mia moglie è riuscita a chiamare i suoi fratelli che hanno mandato i soldi per tirarci fuori. Sono stati giorni molto difficili. Abbiamo bevuto una tazza d’acqua al giorno. Anche il cibo era disgustoso». Dopo 15 giorni «ci hanno rimesso in mare, siamo stati mandati sulla stessa barca di legno, con altri due gommoni. La barca che ci ha scortato era la stessa barca della guardia costiera libica che ci ha intercettato la prima volta. Gli uomini armati che erano sulla barca delle Guardie costiere libiche erano gli stessi uomini armati che erano sulla barca quando siamo stati intercettati la prima volta. Ci hanno scortato per due o tre ore, finché la luce della città non è diventata sbiadita». Superata la piattaforma petrolifera di fronte Sabratha gli uomini se ne vanno. «Le onde erano così alte e la gente ha iniziato a farsi prendere dal panico. Eravamo 87 sulla nostra barca - gli stessi passeggeri che erano con noi quando siamo stati intercettati per la prima volta, tranne quattro persone che non potevano pagare. Al mattino abbiamo scoperto che erano stati sostituiti da cinque libici che erano sulla barca. Poi siamo stati avvistati e salvati da una barca che ci ha portato a Trapani».

L’ufficio della procura dell’Aja dovrà decidere ora se acquisire la denuncia, un passaggio che non garantisce automaticamente l’avvio di un’inchiesta, ma è comunque evidentemente il primo passo che può portare ad essa. A gennaio è stata acquisita le denuncia di razzismo fatta contro il governo italiano dal “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo.

Brasile. Massacri in quattro carceri del Nord. 57 morti in una settimana

agensir.it
Suor Pfaller (Pastorale carceraria) al Sir, "luoghi infernali, nessun rispetto per i diritti umani". "I presidi carcerari brasiliani sono veri e propri luoghi infernali. Luoghi violenti, sporchi, affollati, nei quali l'unica attitudine è la repressione. Luoghi dove a essere penalizzati sono soprattutto le persone povere e di colore". 


L'accusa, rivolta attraverso il Sir, è di suor Petra Silvia Pfaller, coordinatrice nazionale della Pastorale carceraria brasiliana, al termine di una delle settimane più drammatiche per le carceri brasiliane, in seguito agli scontri che hanno provocato la morte di 57 detenuti in quattro distinti istituti penali nello Stato di Amazonas.


Proprio al termine di questa settimana una delegazione della Pastorale carceraria si è recata a Manaus, capitale dell'Amazzonia brasiliana, per capire meglio cosa è accaduto. Prosegue la coordinatrice nazionale: "La situazione delle carceri è precaria in tutto il Paese, ma è particolarmente grave nel Nord, soprattutto nello Stato di Amazonas, dove gran parte delle carceri è privatizzata". 

Di conseguenza, l'attenzione di chi gestisce queste carceri è di guadagnare e di limitare al massimo le spese, con l'assenza di progetti di reinserimento. Il risultato è quello di "carceri violente, con frequenti scontri, come quelli accaduti in questi giorni, ma non è certo la prima volta. La Pastorale carceraria cerca di intervenire e anche in questi giorni sta appoggiando e accompagnando i familiari dei detenuti e in particolare delle vittime".

lunedì 3 giugno 2019

Migranti - Nuova tragedia. 2 morti, 20 dispersi, 73 riportati in Libia. Nel 2019 i morti accertati sono 519.

RSI
Nuova tragedia del Mediterraneo al largo della Libia, dove un barcone che trasportava oltre 95 persone si è capovolto. Almeno due sono morte e i loro corpi sono stati recuperati. 73 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati soccorsi e riportati a terra dalla guardia costiera libica.
Foto Archivio
Venti persone restano ancora disperse e la conta delle vittime potrebbe dunque allungarsi ulteriormente, mentre continuano le ricerche di possibili altri sopravvissuti. 

Il naufragio, avvenuto al largo della città di Gasr Garabulli, arriva a neppure un mese di distanza da quello del 10 maggio, in cui hanno perso la vita 70 migranti.

Proprio domenica, l'agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni ha fatto sapere che nel 2019, fino ad ora, 519 persone sono morte in mare. L'anno scorso erano state 662.

domenica 2 giugno 2019

"The Guardian" pubblica un documento ONU - Fame, tubercolosi, violenza: nei campi libici si muore ammazzati. Con la complicità dei paesi europei.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Migliaia di rifugiati detenuti nei centri di detenzione libici sono a rischio a causa del deterioramento della situazione di sicurezza a Tripoli e dintorni, secondo un documento interno dell'ONU analizzato dal "The Guardian".



Il documento dell'UNHCR e dell'Organizzazione internazionale per la migrazione, dal titolo Libya Detention Update 29 maggio 2019, rileva che 3.919 delle 5.378 persone detenute nei centri sono portatori di particolari vulnerabilità.


Molti migranti respinti dalla guardia costiera libica finanziata dall'UE mentre cercano di attraversare il Mediterraneo verso l'Europa vengono successivamente riportati in centri di detenzione.

Secondo il documento, 4.148 di quei rifugiati nel paese sono nella zona a rischio di Tripoli o nel nord-ovest. Più di un quarto (27%) sono bambini, compresi neonati e bambini piccoli.

L'UNHCR ha chiesto che tutti i rifugiati siano evacuati dai centri di detenzione. Cibo e acqua scarseggiano, i casi di tubercolosi sono numerosi e molti stanno morendo.

The Guardian ha riferito che il mese scorso una milizia libica ha fatto irruzione in un centro di detenzione, Qasr bin Ghashir, vicino a Tripoli. I giovani rifugiati hanno descritto di essere stati sparati indiscriminatamente dalle milizie che avanzavano su Tripoli, in un attacco che secondo come riferito avrebbe lasciato almeno due persone morte e 20 feriti.

Dopo l'incidente, molte persone sono state evacuate, ma anche altri centri sono pericolosi. I rifugiati hanno denunciato la morte di 22 persone a causa di malattie 
negli ultimi sette mesi,  tra cui tubercolosi e infezioni polmonari e per la fame nel centro di Zintan, nel nord-ovest della Libia.

I rifugiati hanno fatto uscire i filmati di una montagna di spazzatura nel centro che dormono accanto e un'infestazione di vermi e altri insetti. Il documento interno dell'UNHCR identifica 744 persone su 754 a Zintan sono persone vulnerabili.

Un portavoce dell'UNHCR ha dichiarato: "I resoconti delle morti nel centro di detenzione di Zintan sono profondamente preoccupanti. A Zintan e nei centri di detenzione di Tripoli le persone stanno affrontando condizioni terribili. I detenuti vengono lasciati senza cibo e acqua a sufficienza. I bagni e le docce sono rotti. Le persone hanno bisogno di cure mediche. Un focolaio di tubercolosi si sta diffondendo rapidamente. È fondamentale che le persone trattenute a Zintan e in altri centri di detenzione di Tripoli siano evacuate ".

Giovedì scorso, l'UNHCR ha evacuato 149 rifugiati vulnerabili, tra cui 65 bambini, in sicurezza a Roma.

Sam Turner, capo missione di Médecins Sans Frontières in Libia, ha dichiarato: "Il livello di sofferenza nei centri di detenzione libici è aumentato in modo significativo dall'inizio dei combattimenti a Tripoli e nei suoi dintorni."

"La fornitura di cibo solitamente scarsa a coloro che si trovano in questi centri è diventata ancora più scarsa e alcune persone riferiscono di passare giorni senza mangiare".

Giulia Tranchina, un avvocato per i diritti umani di Wilsons Solicitors, che è in contatto quotidiano con i rifugiati all'interno di vari centri di detenzione tramite WhatsApp, ha invitato l'Europa a smettere di finanziare la guardia costiera libica.

"Se i governi europei non evacueranno i profughi dalla Libia senza indugio, saranno complici delle orribili sofferenze e della lenta morte di centinaia di uomini, donne e bambini".


sabato 1 giugno 2019

Migranti. Sea Watch dissequestrata, la nave dell’Ong libera di riprendere il mare

La Stampa
Per la procura di Agrigento sono cessate le esigenze probatorie. L’imbarcazione aveva salvato 47 migranti al largo della Libia


Dodici giorni dopo lo sbarco dei migranti ordinato dalla procura di Agrigento, la Sea Watch è libera di riprendere il mare. Il procuratore aggiunto Salvatore Vella e il pm Cecilia Baravelli hanno infatti dissequestrato la nave della Ong che era stata posta sotto sigilli il 20 maggio scorso, quando era alla fonda al largo di Lampedusa con 47 migranti a bordo.

Quel giorno la procura aveva deciso di sequestrare la nave per procedere con un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In quanto corpo del reato, la Sea Watch era stata posta sotto sequestro e i migranti erano stati fatti sbarcare in quanto, se fossero rimasti a bordo, i magistrati siciliani avrebbero commesso il reato di sequestro di persona. 

Il sequestro della nave, infatti, è una misura reale che si applica alle cose e non alle persone. Il sequestro era necessario per esigenze probatorie, si voleva congelare la situazione in modo da valutare l’esistenza di possibili reati.

Una soluzione che aveva fatto andare su tutte le furie il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aveva appreso dello sbarco in diretta mentre era ospite in tv. In quell’occasione il ministro aveva minacciato di denunciare i magistrati e aveva accusato i ministri Cinquestelle di aver aperto i porti. 

Accuse rispedite al mittente prima dal ministro ai trasporti Danilo Toninelli e quindi dal capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, che aveva spiegato come lo sbarco fosse stato ordinato dalla magistratura senza alcun intervento da parte del governo.

Ora, 12 giorni dopo quegli avvenimenti, i magistrati hanno svolto gli accertamenti a bordo della nave. La Sea Watch è stata dunque dissequestrata essendo venute meno le esigenze probatorie.

Il libro "Liberi dentro" presentato nella Moschea della Magliana a Roma. Dal carcere un messaggio di fratellanza tra cristiani e musulmani al servizio di chi è più povero.

Blog Diritti Umani - Human Rights
La collaborazione e l'amicizia tra cristiani e musulmani trova un suo frutto nella vicinanza a chi è più povero ed in difficoltà.

Da molti anni all'interno delle carceri il sostegno e l'aiuto agli immigrati privati della libertà che professano la fede musulmana è svolto da rappresentanti di fede islamica sostenuti da volontari della Comunità di Sant'Egidio e del Movimento Genti di Pace.

Uno dei risultati è la realizzazione, in collaborazione, dal 1998 della festa dell'Aid al Fitr, per la fine del mese santo di digiuno del Ramadan all'interno di alcune carceri del Lazio.

Tratti di questa realtà la troviamo raccontata nel libro di recente pubblicazione: "Liberi dentro - cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

La presentazione del libro all'interno della Moschea della Magliana, con l'Imam Sami Mohamed Salem Ali, e il regista  e scrittore Gualtiero Peirce, si  è svolta ieri venerdì 31 maggio.

Dagli interventi che si sono succeduti è emerso come dal libro parte un messaggio alla società civile, in un tempo dove si semina odio, dove i diritti dei più poveri con difficoltà vengono rispettati, dal carcere, luogo separato e da molti ignorato, viene un esempio di umanità e di fratellanza tra uomini di fede diversa che si mettono al servizio di chi è in difficoltà, segno di speranza di cui abbiamo tutti un grande bisogno.


Scheda del libro >>>

Venezuela, Ong "Monitor di Vìctimas": 561 esecuzioni extragiudiziali a Caracas in 2018

ANSA
L’iniziativa “Monitor de Vìctimas”, progetto dell’ong venezuelana Caracas Mi Convive, ha riferito oggi che a Caracas e nella sua periferia sono stati 1.364 omicidi durante il 2018, di cui 561 morti sono state esecuzioni extragiudiziali e conseguenza di resistenza alle autorità.

I dati raccolti da Monitor de Vìctimas evidenziano che gli omicidi commessi da civili sono stati 608, mentre 601 sono quelli realizzati dalle forze di polizia, e 975 sono stati causati da armi da fuoco. Secondo i dati, 259 omicidi sono stati realizzati dalla Forza di azione speciale della polizia nazionale bolivariana (Faes).

Le statistiche, pubblicate dal quotidiano El Nacional, mostrano una violenza sociale incontrollata, ma anche l'impunità nelle azioni delle forze di sicurezza dell'amministrazione di Nicol s Maduro. Secondo quanto pubblicato dal giornale, il rapporto indica che 1.292 delle vittime erano civili, sette soldati e quattro guardie del corpo. Di tutte le vittime, 1.277 sono uomini, 83 donne e un transgender.

"Le esecuzioni extragiudiziali sono il motivo di omicidio più segnalato nel 2018. Il furto, che tra il maggio 2017 e il 2018 era stato la prima causa delle morti, è passato al secondo posto con 263 vittime", ha detto Manuel Parejo, coordinatore del Monitor de Victimas.

La ong ha indicato che i fattori socio-economici sono correlati con le morti violente. Come segnalato da El Nacional, Guillermo Sardi, coordinatore dell’ong, ha riferito che il 53% delle morti violente nella capitale nel 2018 sono state di giovani delle aree popolari di età compresa tra 15 e 29 anni.