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martedì 8 febbraio 2022

Assassinati a gennaio 20 difensori dei diritti umani e dell'ambiente nelle Americhe: 13 in Colombia, 1 in Messico, 3 in Brasile, 2 in Honduras

Corriere della Sera
Tredici in Colombia, tre in Brasile e in Honduras, uno in Messico oltre a quattro giornalisti, sempre in Messico.


Questo è lo sconcertante totale dei difensori e delle difensore dei diritti umani assassinati nel mese di gennaio nelle Americhe, che si confermano ulteriormente come il continente più pericoloso per chi svolge attività sociali, indaga sulle malefatte delle istituzioni o si prende cura dei gruppi più vulnerabili.

Diciotto delle persone assassinate si occupavano di protezione del territorio e dell’ambiente. Come Pablo Isabel Hernandez, leader nativo dell’Hondurasucciso il 9 gennaio, che dalla sua emittente radiofonica denunciava i rischi per l’ambiente nel dipartimento di Lempura. O come Melvin Geovany Mejia, fatto fuori il 22 gennaio a causa del suo impegno nella difesa dei diritti dei nativi Tolupa, sempre in Honduras.

La situazione della Colombia rimane sempre la più grave. Il 17 gennaio, a Puerto Gaitan, è stato ritrovato il corpo di Luz Marina Arteaga, difensora dei diritti dei contadini nel dipartimento di Meta. Una settimana dopo è stato ucciso Albeiro Camayo Guetio, ex coordinatore regionale della Guardia nativa della riserva Las Delicias, nel dipartimento di Cauca.

In Brasile, tre persone di una stessa famiglia sono state uccise il 9 gennaio nello stato di Para. Erano conosciute per il loro impegno nella protezione delle tartarughe e nella difesa dell’ambiente.

Il 27 gennaio la difensora messicana dei diritti umani Ana Luisa Garduno è stata uccisa nello stato di Morelos. Cercava giustizia per il femminicidio di sua figlia e ignoti le hanno riservato la stessa sorte.

Sempre in Messico, sono stati assassinati quattro giornalisti: José Luis Gamboa Arenas, Lourdes Maldonado, Alfonso Margarito Martínez Esquivel e Roberto Toledo.

Riccardo Noury

lunedì 13 settembre 2021

Nel 2020 tragico bilancio: 227 attivisti ambientali uccisi in tutto il mondo.

Blog Diritti Umani - Human Rights

Un numero record di attivisti impegnati per proteggere l'ambiente e i diritti alla terra è stato assassinato l'anno scorso, 227 persone sono state uccise in tutto il mondo nel 2020, il numero più alto registrato per il secondo anno consecutivo, secondo il rapporto di Global Witness.


Secondo quanto riferito, quasi un terzo degli omicidi è stato collegato allo sfruttamento delle risorse: disboscamento, estrazione mineraria, agroindustria su larga scala, dighe idroelettriche e altre infrastrutture.

Da quando è stato firmato l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici nel 2015, l'organizzazione rileva una 
"cifra scioccante": in media sono stati uccisi ogni settimana quattro attivisti e potrebbe essere una cifra sottostimata a causa delle restrizioni che vengono operate ai giornalisti.

Il maggior numero di omicidi con 23 casi si registrano in Brasile, Nicaragua, Perù e Filippine.

I popoli indigeni rappresentato un ulteriore terzo dei casi. La Colombia ha registrato il numero più alto di attacchi con 65 persone uccise lo scorso anno.

Global Witness ha affermato che gli attivisti ancora minacciati includono comunità a Guapinol in Honduras, dove decine di persone hanno protestato contro una concessione mineraria di ossido di ferro concessa dal governo centrale in un'area protetta. Gli attivisti ritengono che il fiume Guapinol, una fonte d'acqua vitale, sia minacciato. L'organizzazione afferma che "molti membri della comunità sono tutt'ora in carcere".

ES

Fonte: BBC

giovedì 18 febbraio 2021

Report "Front Line Defender" - 331 difensori dei diritti umani e dell'ambiente assassinati nel 2020 in 25 paesi, 177 in Colombia.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Due terzi delle persone uccise hanno lavorato per proteggere i diritti dell'ambiente, della terra e delle popolazioni indigene, mentre anche coloro che hanno prestato soccorso a Covid hanno dovuto affrontare rappresaglie.
Almeno 331 difensori dei diritti umani che promuovono la giustizia sociale, ambientale, razziale e di genere in 25 paesi sono stati assassinati nel 2020, con decine di persone picchiate, detenute e criminalizzate a causa del loro lavoro, secondo le analisi. 

L'America Latina, il continente più pericoloso al mondo in cui proteggere l'ambiente, la terra e i diritti umani, ha rappresentato più di tre quarti di tutti gli omicidi di difensori dei diritti umani nel 2020. 

In Colombia, dove gli attivisti sono abitualmente presi di mira dai gruppi armati nonostante un accordo di pace del 2016, sono state registrate 177 morti di questo tipo, più della metà del totale globale. 

Le Filippine sono state il secondo paese più mortale con 25 omicidi, seguite da Honduras, Messico, Afghanistan, Brasile e Guatemala. Mentre la maggior parte (69%) delle persone uccise lavorava per i diritti dell'ambiente, della terra o delle popolazioni indigene, gli attivisti si sono trovati anche nel mirino semplicemente per fornire aiuti Covid-19 alle loro comunità, secondo un rapporto pubblicato giovedì dal gruppo di difesa. 

ES


martedì 14 luglio 2020

Venezuela - Onu: "Gravi violazioni dei diritti umani. Le vittime sono donne, indigeni, ambiente

Il Fatto Quotidiano
Il nuovo report sulla situazione dei diritti umani in Venezuela realizzato da Michelle Bachelet (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani) e reso pubblico il passato 2 luglio questa volta non ha fatto “tanto rumore”. Il Venezuela è sotto i riflettori dell’Italia e dell’Europa già da diverse settimane e le violazioni dei diritti umani non sembrano più suscitare così tanto scalpore.


Le 17 pagine del report analizzano i fatti accaduti tra giugno 2019 e maggio 2020, denunciando esecuzioni sommarie, torture, sparizioni forzate e ancora una volta la prassi della persecuzione alla dissidenza politica accompagnata da incarceramenti arbitrari. Un quadro generale molto grave che dimostra come la situazione non sia certo migliorata rispetto a quanto denunciato nel precedente report del 4 luglio 2019.


Questa volta Bachelet non fa specifico riferimento alla condizione delle donne, ma altre organizzazioni e la stessa Assemblea Nazionale (alla cui guida si trova Juan Guaidó) hanno recentemente parlato del tema. Proprio l’Assemblea Nazionale ha reso noto a fine giugno alcuni dati relativi al fenomeno della tratta di esseri umani (per la maggior parte donne) verso la vicina Trinidad e Tobago. Si parla di quasi 4000 vittime che sono state trafficate dalla Güiria (città portuale dello Stato Sucre in Venezuela) verso Trinidad e Tobago a partire dal 2014.

Le mafie della zona attirano le donne (spesso adolescenti) con promesse di lavoro approfittando della drammatica situazione economica e sociale nella quale versa il Venezuela. Una volta fatte salire sulle imbarcazioni clandestine che lasciano il porto di Güiria dirette a Trinidad e Tobago, vengono tolti loro i documenti e vengono successivamente vendute per 300 dollari alle mafie che operano sull’isola. Dalle indagini, partite dalla denuncia del padre di Omarlys, una giovane di 16 anni venduta come schiava e tragicamente affogata nel naufragio dell’imbarcazione che la stava portando a Trinidad e Tobago, risulterebbe che il 43% delle donne vittime di tratta provengono dallo Stato Sucre.

Altre organizzazioni locali e internazionali, come Utopix e Save the Children, stanno denunciando la grave situazione di vulnerabilità e violenza che soffrono le donne in Venezuela. Utopix, organizzazione che si dedica alla difesa dei diritti delle donne, attraverso uno strumento chiamato Monitor dei femminicidi ha denunciato che solo tra il 16 e il 31 maggio 2020 sono stati commessi 42 femminicidi nel paese. Nello stesso periodo “soltanto” 23 persone sono morte di Covid-19 in Venezuela: i femminicidi per quel periodo sono quindi quasi il doppio delle morti per coronavirus (in totale erano 109 i femminicidi registrati nel 2020 fino al 31 maggio).

D’altro canto, Save the Children il 24 giugno riportava che “da metà a marzo a metà giugno si è registrato un aumento del 33% delle richieste di sostegno per casi di violenza di genere in Venezuela… Un quadro straziante che comporta, nella maggior parte dei casi, violenza psicologica e violenza fisica contro le donne da parte dei propri partner.”

Dati che dimostrano che le donne stanno pagando ancora una volta il prezzo più alto dell’emergenza umanitaria multipla, che colpisce il paese sudamericano. A completare il quadro, il report di maggio 2020 dell’organizzazione Kapé Kapé Minería ilegal en comunidades indígenas(‘Miniere illegali e comunità indigene’) che rivela le agghiaccianti condizioni di vita alle quali sono sottoposte le comunità indigene nell’Arco Minerario dell’Orinoco (una delle riserve di coltano e oro più grandi del mondo).

Contrabbando, traffico di persone, torture, sequestri, schiavitù infantile, abusi fisici e sessuali, violenza costante da parte di numerose bande armate, estorsioni, omicidi: tutto nella più completa impunità. Il popolo indigeno Pemón (che si divide in tre gruppi principali: Taurepan, ​Arekuna e Kamarakoto) risulterebbe essere il più colpito da questa massiva violenza che ruota intorno ad un progetto mastodontico (l’Arco Minerario dell’Orinoco) che mira a cambiare visceralmente l’economia venezuelana che si basa oggi (cosi come in passato) completamente sul petrolio. Il governo di Nicolas Maduro difende il progetto definendolo ecomineria, mentre da più parti si parla di ecocidio: un disastro ambientale che riguarda il 12% dell’intero territorio venezuelano.

Diego Battistessa

venerdì 5 aprile 2019

Migranti climatici - Non si scappa solo dalla guerra. 143 milioni di persone costrette a migrare entro il 2050 per il cambiamento del clima.

Linkiesta
Entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a migrare per via del cambiamento climatico. Ma azioni coraggiose e globali per ridurre l'effetto serra potrebbero ridurre queste cifre dell’80%. Bisogna rendersi conto che non si scappa solo dalla guerra, ma anche dal clima.




Un anno fa la Banca Mondiale pubblicava un report sul tema della migrazione forzata provocata dal cambiamento climatico. Il report ad oggi rappresenta “lo studio più completo che analizza il nesso fra impatto di fenomeni legati al cambiamento climatico nel lungo periodo, schemi migratori interni e crescita nelle tre aree mondiali in via di sviluppo: Africa Sub-Sahariana, Asia del Sud ed America Latina”.

In base alle previsioni, si stima che entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al cambiamento climatico. Di questi 143 milioni, oltre la metà - 86 milioni almeno - saranno in Africa Sub-sahariana, area che soffre ormai da decenni fenomeni quali siccità e carestie ricorrenti, desertificazione e degrado del suolo, scarsità di acqua e piogge insufficienti. I restanti 40 e 17 milioni sarebbero ripartiti rispettivamente fra Asia del Sud e America Latina.

Questi spostamenti peseranno ancora di più su aree già compromesse ed eroderanno le risorse di aree vulnerabili al clima, innescando un circolo vizioso cui di fatto assistiamo già oggi. Eppure, secondo i relatori, ci sarebbe una speranza: con azioni coraggiose e globali per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra queste cifre potrebbero ridursi dell’80%.

Ma, queste azioni coraggiose da chi dovrebbero arrivare se i leader mondiali sembrano ignorare deliberatamente la questione del cambiamento climatico? Se gli allarmi degli scienziati e gli appelli delle Nazioni Unite rimangono inascoltati dai decisori politici, come si tuteleranno i diritti di chi è costretto a migrare per ragioni climatiche?

Probabilmente non si tuteleranno. La questione dei rifugiati o migranti ambientali continua a dividere perfino sulla stessa denominazione e chi si oppone a parlare di “profughi” o “rifugiati” si rifà soprattutto alla Convenzione di Ginevra del 1951 dove manca qualsiasi tipo di riferimento alla questione climatica nella definizione dello status di rifugiato. Di contro, però, non si può negare che il cambiamento climatico inneschi sanguinosi conflitti per le risorse, tanto che sono le stesse Nazioni Uniti a riconoscere al peacekeeping una missione specifica relativa alle controversie sulle risorse.

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martedì 2 aprile 2019

Lo sapevate che il carbone soffoca i Balcani occidentali e l'Europa? - Causati 2013 decessi in EU di cui 1239 nei Balcani Occ nel 2016

Osservatorio Balcani Caucaso
Il 25% dell'inquinamento su tutto il continente europeo legato alle centrali a carbone sarebbe causato da sole due centrali, una in Serbia e l'altra in Bosnia Erzegovina. L'allarme lanciato in un recente rapporto.



I Balcani occidentali (Albania, Bosnia Erzegovina, Serbia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania) si attestano tra i primi posti in Europa per l'inquinamento dell'aria dovuto ai combustibili fossili, con conseguenze anche per i paesi confinanti. Un drammatico problema ambientale sottolineato da un recente rapporto pubblicato il 19 febbraio 2019 nel contesto della campagna di "Europe Beyond Coal " (L'Europa oltre il carbone) e promosso dalle ong HEAL (Health and Environment Alliance), Sandbag, Climate Action Network (CAN) Europe, CEE Bankwatch Network.

Le centrali a combustione di carbone portano, come riportato dagli autori del rapporto, alla morte prematura di migliaia di persone sul continente europeo: nel 2016 sarebbero stati 2013 i decessi avvenuti in paesi dell'Ue e 1239 quelli riscontrati nei Balcani occidentali. A questo vanno aggiunti gravi problemi respiratori e cardiovascolari in adulti e bambini. Danni alla salute dovuti alle sostanze inquinanti che provengono dalla combustione del carbone; tra queste si evidenziano il particolato, il diossido di zolfo (SO2) e gli ossidi di azoto (NO2). Impatti sulla salute – si sottolinea nel rapporto - derivano da un'esposizione sia a breve che a lungo termine.

Queste centrali – notano i ricercatori - non hanno effetti solo sulla salute delle persone ma – di conseguenza - anche sui sistemi sanitari nazionali, i quali devono aumentare continuamente i loro budget annuali. 


Nel rapporto si è stimato che le centrali a carbone siano costate, sempre nel 2016, una cifra che va dai 2 ed i 4 miliardi ai sistemi sanitari dei Balcani occidentali e dai 3,5 ai 5,8 miliardi di euro, lo stesso anno, ai paesi dell'Ue dove i paesi maggiormente colpiti sarebbero la Croazia e la Romania.
Maglie nere: Kostolac B e Ugljevik
Le centrali più inquinanti sul continente europeo si trovano in primo luogo nei Balcani occidentali (8 su 10): una sola centrale a carbone nei Balcani occidentali emette quantità di SO2 e PM venti volte maggiori rispetto ad una centrale sul territorio dell'Unione Europea. 

Kostolac B in Serbia e Ugljevik in Bosnia Erzegovina sono considerate le centrali produttrici di più di metà del diossido di zolfo di tutta l'area dei Balcani occidentali (25% della produzione se si considerano l'Unione Europea e Balcani insieme). Il report sottolinea il fatto che, nel 2016, 16 impianti a carbone collocati nei Balcani occidentali hanno inquinato quanto 250 centrali nell'Unione europea. Un'aggravante a questa situazione già problematica è il fatto che le centrali dei Balcani spesso non presentano impianti per rimuovere l'SO2 (conosciute come tecnologie di desolforazione). Altre volte, pur essendone in possesso, questi impianti non sono funzionanti.
[...]
Alla luce di questi dati per gli autori del report è quantomai necessario affrontare le conseguenze delle centrali a carbone dei Balcani occidentali, in modo da portare ad una maggiore integrazione di questi paesi nel sistema economico e politico europeo. In conclusione, il rapporto individua diverse raccomandazioni per i decisori politici di entrambi i fronti: all'Unione Europea è richiesto di fare propria la lotta contro l'inquinamento rafforzando le politiche restrittive interne ed esterne e dando priorità al controllo delle politiche anti-inquinamento dell'aria nel processo di adesione all'Unione Europea. 

Ai paesi dei Balcani occidentali è richiesto di implementare urgentemente la Direttiva europea sulle centrali ad alta combustione per gli impianti esistenti, di chiudere il prima possibile le centrali a carbone più inquinanti ed implementare gli standard firmati durante l'accordo di Parigi del 2015, optando per forme di energia rinnovabili. In entrambi casi è necessario che gli attori prestino particolare attenzione agli interessi e alle richieste dei loro cittadini, oltre che controllare che qualsiasi investimento per la riduzione dell'inquinamento sia in linea con l'obbiettivo di proteggere l'ambiente in generale.

* Maria Giulia Anceschi sta effettuando una periodo di stage presso la redazione di OBCT

Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0


domenica 24 marzo 2019

Costa Rica. Ucciso il leader della comunità indigena e difensore dei diritti umani Bribri Sergio Rojas Ortiz

Notizie Geopolitiche
In Costa Rica è stato ucciso nei giorni scorsi il leader della comunità indigena Bribri, Sergio Rojas Ortiz. 

Nel paese centroamericano, come nel resto dell’America Latina, ci sono dei conflitti tra popolazioni indigene e proprietari terrieri. Le popolazioni autoctone nel mondo sono costituite da circa 370 milioni di persone, vale a dire più del 5% della popolazione mondiale e purtroppo sono inserite tra le popolazioni più svantaggiate e povere del mondo.

In America Latina ci sono 42 milioni di indigeni, che rappresentano l’8% della popolazione totale della regione. I paesi come Messico, Brasile, Colombia, Venezuela, Ecuador, Cile e Bolivia hanno già incorporato nei loro parlamenti rappresentanti delle comunità autoctone. In Costa Rica, nonostante siano state fatte diverse proposte di legge in tal senso, le popolazioni native sono sempre di più lasciate sole e senza diritti. 

Per l’assassinio di Sergio Rojas, più di 200 organizzazioni indigene, appartenenti una ventina di paesi imputano le istituzioni costaricane responsabili dell’assassinio del leader autoctono. 

Le autorità stanno indagando se le cause della morte d Sergio Rojas Ortiz sono legate alla lotta che il gruppo Bribri sta compiendo per mantenere propri quei territori. Gli indigeni affermano che queste terre appartengono a loro per tradizione, mentre gli agricoltori sostengono di essere i proprietari per legge e che gli indigeni cercano di occupare illegalmente la loro terra.


Alberto Galvi

lunedì 24 settembre 2018

Il deserto che avanza e che spinge i migranti ambientali verso le nostre coste

Gloabalist
Gran parte dei migranti non sono economici, spiega Francois Gemenne, ma ambientali: scappano dalla desertificazione.

Si continua a sostenere che il motivo principale per l'aumento dei flussi migratori sia da ricercare nell'economia, ma Francois Gemenne, esperto in materia, sostiene che la ragione sta nel cambiamento climatico.
"La metà della popolazione africana subsahariana dipende completamente dall'agricoltura per la sua sussistenza" spiega Gemenne, "e ciò significa che la maggior parte di coloro che arrivano in Europa sono anche migranti ambientali. I cambiamenti climatici imporranno una ridistribuzione della popolazione mondiale e dobbiamo essere preparati a questo".

Ma ad oggi, i leader occidentali non concordano su una politica comune né sull'argomento migranti né sullo scottante problema del clima, calamità ridicolmente ignorata e che dovrebbe invece essere al primo posto dell'agenda di ogni governo del pianeta.

"Bisogna creare programmi di migrazione con rotte sicure e legali per coloro che vogliono venire in Europa" spiega Gemenne, "farne una crisi politica conviene ad alcuni governi perché sono in grado di trarne un beneficio personale".

domenica 17 giugno 2018

Guatemala. Sette difensori dei diritti umani assassinati in un mese, sopratutto sostenitori della difesa dell'ambiente

Corriere della Sera
La strage dei difensori dei diritti umani in Guatemala, soprattutto di coloro che si occupano di terra e ambiente, va avanti a un ritmo sempre più spaventoso: dall'inizio dell'anno ne sono stati uccisi 12, sette dei quali solo tra il 9 maggio e l'8 giugno. 

Luis Arturo Marroquín ucciso il 9 maggio
Il 9 maggio Luis Arturo Marroquín, coordinatore del Comitato per lo sviluppo contadino (Codeca) è assassinato da sconosciuti a San Luis Jilotepeque. Il giorno dopo a Cobán viene ucciso José Can Xol, esponente del Comitato contadino dell'altopiano (Ccda).

Il 13 maggio, sempre a Cobán, è la volta di Mateo Chamám Paau, un altro membro del Ccda. Aveva già ricevuto minacce di morte. Il 30 maggio, ancora una volta a Cobán, viene aggredito Ramón Choc Sacrab, leader nativo Q'echi': muore due giorni dopo per le ferite alla gola e al volto. Il 4 giugno nella regione di Jutiapa vengono ritrovati i cadaveri, con ferite da machete, di due esponenti del Codeca, Florencio Pérez Nájera e Alejandro Hernández García. L'8 giugno, nella zona di Jalapa, viene assassinato sempre a colpi di machete Francisco Munguia, del Codeca.

Inutile dirlo, per questi e per i precedenti cinque omicidi di difensori dei diritti umani del 2018 non vi sono indiziati. Quanto sia poco importante assicurare i responsabili alla giustizia lo dimostrano le frasi diffamatorie pronunciate dal presidente Jimmy Morales nelle settimane che avevano preceduto questa ondata di omicidi. L'organizzazione non governativa Unità per la protezione dei difensori dei diritti umani del Guatemala ha registrato lo scorso anno 493 attacchi contro i difensori dei diritti umani.
Riccardo Noury

martedì 5 giugno 2018

5 giugno - Giornata Mondiale dell'Ambiente

Blog Diritti Umani - Human Rights
"La brama egoistica e illimitata di potere e di benessere materiale, conduce tanto ad abusare dei mezzi materiali disponibili quanto ad escludere i deboli e i meno abili" 
Papa Francesco 

Discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite - Settembre 2015

 

mercoledì 9 maggio 2018

Premio Goldman per l’Ambiente a sei donne coraggiose e un uomo

eHabitat
Il Premio Goldman per l’Ambiente, Nobel per l’ecologia 2018 premia il coraggio di sei donne, e un uomo. Sette storie di popoli, di natura preservata e di amore incondizionato per la Terra, provenienti da varie parti nel mondo.


Sono tanti gli uomini per i quali il potere e il denaro hanno la precedenza sulla salute del Pianeta e della popolazione intera. Altrettanti e più tenaci sono gli ecologisti che difendono la Terra. A loro annualmente viene assegnato il Goldman Environmental Prize, considerato il premio Nobel per l’ecologia.

Quest’anno i vincitori sono sette, di cui sei sono donne. Le loro azioni di tutela del patrimonio naturale e della vita degli esseri viventi si sono distinte: proteste pacifiche, denunce, marce e indagini portate avanti con coraggio e fermezza hanno costretto i governi dei loro Paesi a intervenire su delle gravi minacce ambientali.

Makoma Lekalakala, Liz McDaid, Francia Márquez, Khanh Nguy Thi, LeeAnn Walters, Claire Nouvian e Manny Calonzo sono gli attivisti ambientalisti insigniti del premio. Nomi, luoghi ma sopratutto vite, le loro, che meritano di essere narrate. Non eroi per caso, ma esistenze spese in lotte umanitarie, alla conquista del bene e del giusto a discapito della loro vita e, spesso, dei loro affetti più cari.ù

mercoledì 24 gennaio 2018

In Honduras c’è un movimento di lotta che si batte per salvare il popolo Lenca e la sua terra

Lifegate
Dopo la morte di Berta Cáceres, la lotta per tutelare i territori e i diritti delle popolazioni indigene dall’industria mineraria e idroelettrica non si ferma. È il caso del popolo Lenca, in Honduras.
L'indigena lenca Julia Francisco Martínez: il marito è stato ucciso
per aver difeso le terre ancestrali © Giles Clarke/Global Witness
Nonostante l’attenzione internazionale per il caso dell’omicidio dell’attivista Berta Cáceres, leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh) rimasto impunito a due anni di distanza, continuano nel paese dell’America centrale le violazioni dei diritti dei popoli indigeni e le concessioni a compagnie straniere di porzioni di territorio indigeno senza rispettare il consenso libero, preventivo ed informato delle comunità. 

In occasione della maratona di Amnesty International Write for rights che ha fatto tappa in Italia dal 4 al 10 dicembre scorso, abbiamo intervistato gli attivisti Martin Gómez Vasquez e Margarita Pineda Rodriguez, leader dei Milpah, il Movimento indipendente degli indigeni Lenca di La Paz, in Honduras.

Quali sono gli obiettivi del movimento, Milpah?
L’obiettivo del Milpah è tutelare il territorio, i diritti del popolo indigeno e l’ambiente. La visione del Milpah considera l’uomo in armonia con il pianeta e la natura in generale. Questo portare rispetto e tutelare la madre terra ci ha purtroppo portato esclusione, incarcerazione, miseria ed estrema povertà. Al momento siamo di fatto esclusi da qualsiasi progetto amministrativo del governo dell’Honduras, solo in quanto Lenca.
Qual è la situazione che vive il vostro popolo in Honduras?
Da anni ormai siamo vittime di persecuzioni, torture, assassini da parte delle aziende e del governo honduregno che vende il nostro fiume, le nostre terre e tutto ciò che è al loro interno come minerali e fauna, senza il nostro consenso. Ci sono leggi internazionali che tutelano le nostre terre e poi leggi nazionali che, in contraddizione alle prime, le concedono a compagnie straniere. In questi anni è stato venduto circa il 35 per cento del nostro territorio per creare nuove infrastrutture. Ad esempio il progetto idroelettrico Aurora 1 è situato all’interno di una riserva naturale Lenca. Non c’è interesse da parte del governo nel rispetto dei diritti dei popoli indigeni. Abbiamo dovuto adire i tribunali internazionali affinché il diritto interno venisse rispettato. Ci siamo appellati alla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), alla Convenzione americana sui diritti umani per denunciare la nostra condizione.
Se il diritto nazionale non vi tutela come mai rivolgervi alle organizzazioni internazionali?
Anche se la nostra contestazione non avrà alcun effetto immediato, vogliamo creare una base per poter intraprendere una denuncia dipartimentale, poi nazionale ed infine internazionale. Ed è grazie alle organizzazioni internazionali a tutela diritti umani che alcuni di noi possiedono la protezione internazionale come difensori dei diritti umani validata dalla Corte interamericana dei diritti umani. Si tratta per noi di in un periodo di grande tensione dove rischiamo la vita ogni giorno.

Il governo non vi ha dato alcun tipo di compensazione, una riparazione per i territori sottratti?
Ci hanno promesso tanto, soprattutto progetti di natura sociale, ma alla fine non è stato fatto nulla. L’ho vissuto con un’esperienza diretta all’interno del mio municipio, quello in cui si trova il progetto idroelettrico Aurora 1. Avevano promesso di portare l’acqua potabile in quattro municipi, sono passati cinque anni ma nessun progetto a vantaggio della comunità è stato realizzato Alcuni sindaci che si sono opposti ai progetti sono stati inoltre minacciati, feriti e imprigionati.

Cosa può fare ognuno di noi per supportare la causa del Milpah?
Chiediamo alle organizzazioni internazionali, soprattutto europee, che finanziano abitualmente progetti in Honduras di vincolare il loro sostegno economico al rispetto dei diritti umani e della Convenzione 169 dell’Ilo. Chiediamo invece alle organizzazioni non governative come Amnesty International di continuare a monitorare la situazione in Honduras, venire a visitare il nostro Paese per confermare che ciò che raccontiamo è reale, è vero, e di aiutarci a diffonderlo. Ogni cittadino poi, può supportare i Lenca e tutte quelle popolazioni cui diritti non vengono rispettati informandosi e sostenendo maratone e campagne che aumentino la pressione internazionale facendo luce sulle violazioni e sui soprusi. La maratona di Amnesty, ad esempio, grazie alla mobilitazione internazionale è riuscita a raccogliere oltre 150mila firme per sostenere i difensori dei diritti umani che ogni giorno rischiano la vita.

martedì 12 dicembre 2017

I cambiamenti climatici e 20 milioni ogni anno i rifugiati ambientali, una questione tutta da affrontare

eHabitat
“A livello globale gli spostamenti legati alle condizioni meteo colpiscono già circa 20 milioni di persone ogni anno, anche se non tutti possono essere attribuiti direttamente ai cambiamenti climatici“.

Queste le parole, riportate dall’Adnkronos qualche giorno fa, di John Slocum, ricercatore associato senior del CIDOB, Barcelona Centre for International Affairs, impegnato da anni a studiare migrazioni internazionali, sviluppo e politiche di immigrazione. Parole che il dottor Slocum ha proferito all’interno del suo intervento presso l’ottavo Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione del Barilla Center for Food&Nutrition organizzato a Milano il 4 e 5 Dicembre scorsi.
Cambiamento climatico: cosa vuol dire?
Significa che i cambiamenti climatici, ormai sempre più tangibili e preoccupanti, stanno rendendo meno abitabili interi territori i cui abitanti dovranno spostarsi alla ricerca di luoghi più ospitali, più accoglienti, più vivibili.
Da un lato desertificazione, dall’altra aumento del livello del mare. Due conseguenze dell’innalzamento delle temperature che si sta registrando in questi ultimi anni.

Infatti il 2016 risulta essere l’anno più caldo da quando si è iniziato a rilevare le temperature globali ed è il terzo anno consecutivo con questo record. L’aumento della temperatura è di 1,1° C dall’inizio dell’era industriale (fonte: Climate Change, Migration and Displacement, Greenpeace).

Il rifugiato ambientale non rientra dunque in queste situazioni, cosa che, avverte la Spinelli, rende difficile fornire aiuto internazionale se non quando il disastro ambientale è sfociato poi in guerra o persecuzione.

Inoltre cercano rifugio, almeno inizialmente, all’interno del proprio paese: sono Internally Displaced People, mentre il rifugiato “politico” chiede asilo in un paese diverso da quello da cui proviene. Gli Internally Displaced People rischiano così di entrare in una zona d’ombra, poco visibile dalla comunità internazionale.

Emblematica la storia siriana. Il paese fu colpito tra il 2006 e il 2010 da una terribile siccità. Cause ne furono sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive, in altri termini land grabbinge water grabbing. Quasi un milione e mezzo di siriani perse i propri mezzi di sussistenza con l’85 % di bestiame morto e la scomparsa di colture quali grano e orzo. Le prime rivolte possono essere ricondotte a questi fenomeni, a cui il conflitto geopolitico ha poi dato sviluppo e vigore.

Che fare dunque?
Secondo Slocum è necessario per i governi “superare il concetto di sicurezza nazionale che troppo spesso domina il dibattito politico.” E cita il Platform on Disaster Displacement, un’iniziativa volontaria internazionale che “promuove le buone pratiche e lo sviluppo di capacità che possono aiutare i governi e gli stakeholder a proteggere gli sfollati dai disastri naturali e dagli effetti dei cambiamenti climatici“.

Alla base rimane poi l’obbligo di mettere in pratica concretamente e su tutti i livelli le misure più adatte per ridurre le cause del cambiamento climatico a partire dalle emissioni di CO2. Livello di intervento non solo politico ma che riguarda la vita di noi tutti.

Sara Pananella

martedì 7 novembre 2017

La preoccupazione dei grandi del mondo: “Entro il 2050 un miliardo di rifugiati climatici”

Tiscali News
L’allarme nel corso del G7 Salute tenutosi a Milano: i cambiamenti affliggono soprattutto i Paesi poveri


A causa dei cambiamenti climatici si avranno nei prossimi anni milioni di migranti in più, persone costrette a muoversi per necessità. E' questo uno dei fenomeni più gravi sui quali si è concentrata l'attenzione dei rappresentanti dei vari Paesi al G7 Salute, apertosi a Milano
In futuro, avverte il ministero della Salute italiano Beatrice Lorenzin, si potrebbero avere "dieci milioni di persone per volta in movimento per eventi climatici avversi o per gli effetti dei processi climatici a lungo termine". I migranti, "specie quelli per motivi climatici - ha affermato il ministro della salute Lorenzin nel discorso di apertura - sono vittime e non colpevoli, e questo dovrebbe essere sempre ricordato da noi e dal resto del mondo, nel fornire asilo e protezione come ha fatto l'Italia".

Le previsioni non lasciano ben sperare
Per la fine del ventunesimo secolo, il cambiamento della temperatura di superficie sarà probabilmente causa di un aumento di 1,5°C rispetto al 1850. E forti sono le ripercussioni sull'uomo: tra il 2000 e il 2016, il numero di persone vulnerabili esposte alle ondate di calore è già aumentato di circa 125 milioni. Il tema della salute dunque, ha avvertito Lorenzin, "è un tema globale e non locale, così come lo sono i virus". E proprio per questo, ha insistito il ministro, è "fondamentale, come ci dicono gli scienziati, prevedere delle vaccinazioni di massa contro le malattie di ritorno".
Probabile boom di malattie infettive esotiche
Sempre a causa dei fattori climatici e ambientali, ha rilevato, "si registra inoltre un aumento della diffusione degli insetti vettori e, di conseguenza, del rischio di trasmissione di malattie infettive una volta considerate esotiche e ora riemergenti come Chikungunya, febbri Westnile, Dengue, malaria e Zika". Per questo, la presidenza italiana, insieme agli altri Paesi G7, ha già individuato alcune azioni da mettere in campo, a partire dalle politiche di riduzione delle emissioni e dalla promozione della sorveglianza delle malattie infettive anche in collegamento ai fattori climatici e ambientali.
Oltre 2 miliardi di persone avranno problemi di nutrizione
Entro il 2050, evidenziano gli esperti, si prevede una forte riduzione della disponibilità di cibo a livello globale, tanto che, ha avvertito il direttore generale Fao Jose Da Silva, "nel 2030 oltre 2 miliardi di persone soffriranno problemi di nutrizione". Nella prima giornata del G7, tre richieste sono state inoltre avanzate dall'Oms, Organizzazione mondiale della Sanità, ai paesi partecipanti: "Triplicare gli investimenti annuali su ciò che nel cambiamento climatico ha impatto per la salute, entro il 2020; più fondi per prevenire i decessi peri-natali di mamme e bambini; investimenti in ricerca e sviluppo su nuovi antibiotici, per superare le resistenze ai farmaci".
Ricciardi: “Sul clima l’America è interlocutoria”
Quanto all'andamento dei lavori, "c'è al momento una grande armonia tra i paesi G7 e si va avanti in questa direzione", ha fatto sapere il presidente dell'Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi. “La Germania, la Gran Bretagna, il Giappone, sono tutti quanti impegnati e credo che si stia andando nella giusta direzione. L'America in questo momento ha un atteggiamento piuttosto interlocutorio". Quale sarà la posizione finale condivisa, ha aggiunto, "lo vedremo domani quando ci sarà la riunione di tutti i ministri e il comunicato finale". Proprio l'importanza del tema del cambiamento climatico "è la novità di questo G7, grazie all'iniziativa italiana che lo ha messo al centro del dibattito, e questo non era mai successo. Prima se ne parlava in generale, e adesso la correlazione con la salute ci conferma che è importante agire subito".
Prime importanti emergenze anche per l’Italia
Anche in Italia c'è stata ripercussione a causa dei cambiamenti climatici. "Sei Regioni su 10 quest'anno hanno dichiarato l'emergenza per l'acqua - ha concluso - e le zanzare sono tornate a colpire in maniera forte. Abbiamo avuto un'epidemia di Chikungunya. Non c'è stata una sottovalutazione ma un'accelerazione di quello che una volta si verificava in anni e oggi si verifica in mesi".

sabato 28 ottobre 2017

Ambiente - L'isola di plastica minaccia le coste dei Caraibi

La Repubblica
"Pensate mai a dove finisce la plastica che usiamo tutti i giorni?". Quella di Caroline Power non è una semplice domanda ma un invito a riflettere sulle responsabilità di ognuno circa la produzione di rifiuti e l'inquinamento che ne deriva. 

Foto / Caroline Power - Foto gallery >>>
Qualche giorno fa la fotografa navigava al largo di Roatàn, un'isola tropicale del Mar dei Caraibi al largo delle coste dell'Honduras, quando si è trovata ad assistere a uno spettacolo spaventoso: uscita per una gita in barca si è imbattuta in una vera e propra isola di plastica. Bottiglie, buste, contenitori. 

Chilometri di rifiuti galleggianti - trascinati in mare aperto durante la stagione delle piogge e raccolti dalle correnti in enormi agglomerati - si estendevano davanti ai suoi occhi. 

Caroline ha documentato lo scempio e ha pubblicato le fotografie sul suo profilo Facebook denunciando ciò che accade in quello che un tempo era considerato un vero e proprio paradiso incontaminato e invitando più persone possibili a effettuare una donazione al Roatàn Marine Park. L'associazione si occupa, tra le altre cose, di proteggere i mari e la barriera corallina nei pressi dell'isola dall'inquinamento e dall'azione dell'uomo

mercoledì 25 ottobre 2017

Appello - Kenya - A Korogocho i fumi di una discarica avvelenano una scuola e una chiesa.

SIR
Kenya: p. Giudici (missionario), a Korogocho “fumi tossici della discarica illegale su scuola e chiesa. Intervenga la comunità internazionale”


“La cosa nuova è che non molto tempo fa, non più di un anno, si è creata a Korogocho un’altra discarica più piccola proprio sotto la chiesa e la scuola di St. John, da una parte, e le case del quartiere di Ngunyumu, dall’altra. 
In breve tempo lo stagno che si trovava lì è stato riempito di rifiuti che poi vengono bruciati. St. John è rimasta, da allora, preda di un fumo acre costante che copre l’anfiteatro che funziona da chiesa, ma, soprattutto, la scuola che ospita quasi mille bambini”. 

A denunciare al Sir la difficile situazione che vive la popolazione di uno dei più grandi slum di Nairobi, è padre Stefano Giudici, missionario comboniano già parroco della parrocchia di St. John e ora impegnato come formatore nel seminario internazionale della Congregazione nella capitale keniana. 

Padre Giudici non ha però dimenticato la sua gente e ha deciso di lanciare un appello perché “solo lo spostamento della protesta a livello internazionale può, forse, smuovere qualcosa”. Purtroppo, precisa il missionario, non si tratta di una novità assoluta: da trent’anni, infatti, la popolazione dello slum convive con la presenza dell’immensa discarica di Dandora, situata proprio di fronte a Korogocho e sotto le case di Dandora. 

La discarica, chiusa nel 2001, non ha però mai smesso di raccogliere, bruciare e selezionare (da quelli che vi ci lavorano) i rifiuti della capitale. 

Oggi però la situazione è ulteriormente peggiorata con la nascita di questa nuova discarica illegale. “A nulla – precisa padre Giudici – sono valse le pressioni e le proteste della gente, della Chiesa, di parte della società civile. I due ‘cartelli’ che gestiscono questa discarica sono coperti dal potere delle autorità, dalla polizia al ‘chief’ (l’autorità amministrativa a Korogocho) ai rappresentanti locali nell’Assemblea della Contea. 

Tutti sono coinvolti, in un modo o nell’altro, direttamente (prendendo tangenti sul business illegale) o indirettamente, per inazione e indifferenza. La gente prima protesta, poi, come è abituale per i poveri più poveri, impotenti, inascoltati e dimenticati, si adatta e si limita a dire ‘ci siamo abituati, non possiamo fare niente’. E ovviamente ha paura dei cartelli (rigorosamente ‘bipartisan’, cioè appoggiati politicamente dai due maggiori partiti, proprio quelli che si stanno combattendo oggi per le elezioni presidenziali)”. 

“Davvero – conclude il missionario – il senso di impotenza è grande perché quelli a cui ci si dovrebbe rivolgere per ottenere giustizia, sono proprio quelli che beneficiano di questa situazione”.

venerdì 6 ottobre 2017

Ambiente - Siccità - Arrivano le piogge d'autunno, e ci dimentichiamo della terra che ha sete

Globalist
Con l’arrivo dell’autunno e qualche accenno di perturbazioni, la siccità è scomparsa dall’agenda delle notizie portatrici di angoscia mediatica. Eppure il problema resta integro nella sua tragicità e si avvia a diventare la più incisiva catastrofe planetaria dei prossimi decenni. 

I ricercatori danesi della Aarhus University puntano l’indice sulle centrali idriche di produzione dell’energia elettrica. Il loro fabbisogno provocherà un’emergenza entro il 2040. Già dal 2020, però, ne risentirà il 30-40% della popolazione mondiale. 

Il primo firmatario dello studio effettuato in Danimarca, il professor Benjamin Sovacool, non lascia margini di ottimismo e asserisce esplicitamente: «Il fatto che il settore elettrico non si renda nemmeno conto di quanta acqua consuma rappresenta un problema enorme. Non abbiamo risorse idriche illimitate e questo potrebbe portare a una grave crisi se nessuno fa qualcosa al più presto». Per i Paesi più sviluppati, quelli con la maggiore necessità di energia, l’alternativa è il ricorso alle fonti rinnovabili.

L’esaurimento delle falde acquifere, comunque, risente anche di due fattori concomitanti. La sovrappopolazione e i mutamenti climatici. Su questi ultimi, le scuole di pensiero sono due. La più accreditata imputa la crescita della temperatura all’effetto serra causato dall’inquinamento. L’altra, meno appetibile ai media e spesso reclusa fra le teorie complottiste degli apocalittici, consiste nella previsione di un surriscaldamento “naturale” della Terra, dagli esiti molto foschi.
Nel concreto, qualsiasi dei due scenari risulti il più plausibile, l’acqua in via di riduzione rappresenta già un incubo attuale. L’afa che ha infierito sull’Italia dall’inizio della stagione più calda degli ultimi 200 ha fatto dichiarare lo stato di calamità a 10 regioni, fra cui la Puglia. 

Enzo Verrengia

lunedì 25 settembre 2017

Ambiente - Filippine - Alle multinazionali i soldi, ma veleni e rifiuti alla povera gente

Gloabalist
Nestlé, Unilever e Procter & Gamble sono tra i peggiori responsabili dell'inquinamento marino: tutto per fare sempre più profitto.

Un bambino in un corso pieno di rifiuti a Manila
La globalizzazione delle ingiustizie. Con pochi che si arricchiscono a dismisura e tantissima gente che vive nella miseria e non ha più prospettive.
Così intante periferie del mondo, compreso un paese storicamente povero come le Filippine: nella foto un bambino cammina su un vero e proprio corso pieno di rifiuti a Manila.
Greenpeace ha annunciato che i grandi marchi occidentali come Nestlé, Unilever e Procter & Gamble provocano un serio inquinamento marino attraverso l'imballaggio dei prodotti con plastica poco costosa e usa e getta.

Le Filippine, dove le multinazionali fanno man bassa, sono il terzo peggiore paese avvelenatore di oceani al mondo" dietro Cina e Indonesia.
Alle multinazionali i soldi, ai poveri veleni e rifiuti

martedì 19 settembre 2017

Ambiente - Il lato nero del cioccolato. "Così stanno morendo le foreste dell'Africa"

La Repubblica
La denuncia dell'ong Mighty Earth: 80% delle foreste scomparse in Costa d'Avorio. E molto del cacao che mangiamo è "illegale".


Download Report Mighty Earth >>>
Mentre noi ci gustiamo la nostra barretta di cioccolato migliaia di ettari di foreste africane sono già scomparsi uccidendo animali ed interi ecosistemi. Alberi appartenenti a parchi nazionali e zone che dovevano essere protette sono diventate vittime della deforestazione per lasciar spazio all'industria del cacao. 

La denuncia, multipla, che punta il dito contro la complicità del governo ivoriano e le disattenzioni delle principali aziende produttrici di cacao internazionali, arriva da un dettagliato report dell'organizzazione non governativa Mighty Earth (.pdf). 

Per l'ong l'80% delle foreste della Costa d'Avorio, principale esportatrice di fave di cacao dato che è da lì che arriva il 40% del cioccolato al mondo, sono scomparse negli ultimi 50 anni. Non basta: il cioccolato che giunge sulle nostre tavole è spesso "illegale", dato che parte delle fave proviene da aree che dovevano essere protette ma, grazie a un sistema di corruzione e favoritismi, viene mischiato alle partite legali di fave.

Nel report vengono citate decine di aziende, dalla Mars alla Nestlè, la Lindt, Olam, Cargill, Barry Callebaut o l'italiana Ferrero che, come ha specificato il Guardian, testata che ha diffuso i dati in anteprima, non negano il problema spiegando di esserne a conoscenza e si dicono impegnate a fare di tutto per mettere fine alla deforestazione delle riserve.

Foreste un tempo rigogliose di ogni tipo di alberi e biodiversità, come quelle di Goin Debé, Scio, Haut-Sassandra, Tai, i parchi di Mont Peko e Marahoué, oggi stanno pian piano scomparendo e vengono bruciate per lasciare spazio alle fave: muoiono così decine di animali, gli scimpanzé sono costretti a vivere in piccoli fazzoletti di terra o gli elefanti diminuiscono drasticamente.

"Le autorità ivoriane sono talvolta complici o inefficaci" ha dichiarato l'Ong. Rick Scobey, presidente della World Cocoa Foundation, non ha negato il fatto dicendo che "questo è un problema conosciuto da anni. All’inizio dell’anno, 35 aziende del settore hanno deciso di unire le loro forze per lanciare una nuova partnership con il governo ivoriano e terminare la deforestazione in Ghana e Costa d’Avorio".

Intanto negli ultimi mesi il prezzo del cacao sul mercato è sceso del 30% e il prezzo minimo garantito ai produttori è passato da 1.100 a 700 franchi Cfa (1,17 dollari) anche se la domanda di cioccolato resta alta. Nella catena, i commercianti di cacao che vendono ai grandi marchi si rivolgono sempre più a coltivatori illegali che crescono le piante in aree protette, le stesse dove la foresta pluviale si è appunto ridotta dell'80% dal 1960 ad oggi. Il prodotto illegale si mescola così, durante il processo di fornitura, con le fave di cacao lecite, rendendo difficile la tracciabilità.

Di questo passo però, ricorda il report, la Costa d'Avorio (ma anche il Ghana soffre) sta perdendo le sue foreste a un tasso velocissimo: oggi meno del 4% del paese è coperto da foreste pluviali mentre un tempo lo era almeno il 25%. Per Mighty Earth se non si metterà fine a tutto ciò entro il 2030 non rimarrà più traccia delle foreste.

All'interno dei parchi i coltivatori illegali, nonostante le parole e l'impegno di esecutivo e aziende, continuano a bruciare alberi per favorire la crescita delle piante di cacao dato che hanno bisogno di molto sole per crescere. Il governo dice di voler combattere questa pratica e essere impegnato nella conservazione dei parchi ma, secondo Ong e testate internazionali che monitorano il problema, in concreto non fa molto. Negli anni, alcuni attivisti e associazioni che si sono avvicinate alla filiera del cacao nell'Africa Occidentale sono stati minacciati o allontanati e nel 2004 il giornalista Guy-André Kieffer, che lavorava su una storia di cioccolato e corruzione, è scomparso, probabilmente ucciso.

In questo contesto, dove tra l'altro molti dei lavoratori delle piantagioni non hanno nemmeno i soldi per permettersi una barretta di cioccolato, una data molto attesa da parte delle ong è quella di novembre: allora, al vertice sul clima di Bonn, l'argomento dovrebbe essere all'ordine del giorno. A inizio anno il Principe Carlo convocò amministratori delegati e dirigenti di 34 aziende del settore proprio per esortarle ad agire sulla deforestazione: allora, la promessa fu quella di un piano concreto da proporre durante l'incontro in Germania. La speranza, usando i termini del cioccolato, è che stavolta prevalga davvero la linea dolce dell'impegno e non quella amara dell'indifferenza.


Giacomo Talignani

sabato 16 settembre 2017

Ambiente - I nativi del Perú, avvelenati dai metalli e abbandonati dallo stato

Corriere della Sera
Amnesty International ha accusato il governo del Perú di essersi dimenticato della salute di centinaia di nativi.

Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “Uno stato tossico”, denuncia l’assenza di cure mediche adeguate in favore delle comunità native di Cuninico ed Espinar, rispettivamente nella regione amazzonica e andina, le cui uniche fonti d’acqua sono contaminate da metalli tossici dannosi per la salute umana.




Dal 2014 l’acqua del fiume che scorre nella comunità di Cuninico (nella foto), ha iniziato ad avere uno strano odore. Le donne hanno raccontato di avere crampi allo stomaco, bruciore alle vie urinarie, irritazioni cutanee e aborti. I loro figli presentano molti sintomi analoghi e a scuola non riescono a rimanere concentrati.

Uno studio eseguito quell’anno dall’Autorità regionale per la salute (Diresa) ha rivelato che i livelli di alluminio e di idrocarburi da petrolio nelle acque di Cuninico eccedevano quelli ammessi per il consumo umano.

Due anni dopo, nel 2016, uno studio del ministero della Sanità peruviano ha reso noto che più della metà dei residenti della comunità aveva livelli anormali di mercurio nel sangue e che livelli allarmanti di cadmio e piombo erano stati rinvenuti anche nei bambini. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione al mercurio e al piombo può causare gravi problemi di salute e danni irreversibili allo sviluppo fetale.

La risposta dello stato peruviano è stata ampiamente inadeguata. Nonostante nel 2017 il governo abbia proclamato lo stato d’emergenza per la salute pubblica, non è stato preso alcun provvedimento per fornire cure mediche alle comunità colpite e rimediare alla contaminazione delle acque.

Le comunità sono costrette a raccogliere l’acqua piovana per il consumo domestico e a bere quella contaminata del fiume quando le piogge sono insufficienti. L’ambulatorio medico più vicino a Cuninico è a un’ora e mezza di distanza se si percorre con un’imbarcazione veloce e non ha in servizio specialisti in grado di curare persone esposte a metalli tossici.

Nella provincia di Espinar, situata nella regione andina, la situazione è analoga.

Studi condotti dalle autorità statali hanno rilevato che alcune comunità sono state collettivamente esposte a metalli pesanti e ad altre sostanze chimiche e che le loro uniche fonti d’acqua sono contaminate.

Le donne della comunità di Espinar lamentano costanti mal di testa, dolori allo stomaco, diarrea, bruciore agli occhi, difficoltà respiratorie e problemi ai reni.

Già nel 2010 uno studio realizzato dal Centro nazionale per la salute nel lavoro e la tutela della salute ambientale aveva rilevato che quasi tutti i membri delle comunità che erano stati sottoposti a esami avevano presenza di piombo, cadmio, mercurio o arsenico nel sangue. La prolungata esposizione a questi metalli tossici è causa conclamata di una serie di problemi cronici di salute tra cui perdita di memoria, infertilità, perdita della vista, diabete, disfunzioni epatiche e renali e cancro.

Lo stato peruviano è venuto ampiamente meno al suo obbligo di proteggere le comunità native di Cuninico ed Espinar e garantire il loro diritto alla salute. Ora deve rimediare, assicurando che queste comunità abbiano accesso ad acqua pulita e individuando e rimuovendo le cause della contaminazione.


Riccardo Noury