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lunedì 17 ottobre 2022

La Grecia denuncia all'ONU di aver accolto 92 migranti completamente nudi provenienti dalla frontiera con la Turchia

Ansa Med
Il ministro greco per l'Immigrazione, Notis Mitarakis, ha annunciato che incontrerà lunedì prossimo il Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per sottoporre alla sua attenzione il caso dei 92 migranti che sono stati recuperati dalle autorità greche, spogliati interamente dei loro vestiti, venerdì scorso lungo il fiume Evros, nella regione greca della Tracia al confine con la Turchia.

Mitarakis ha annunciato l'incontro durante un'intervista con la televisione greca Skai, e ha aggiunto di avere già informato la Commissione europea a proposito della vicenda. 
"La Turchia si è trovata in una posizione molto difficile, poiché le 92 persone sono state trovate da Frontex, che ha confermato l'incidente" ha dichiarato Mitarakis, aggiungendo: "Queste persone, purtroppo, sono state sottoposte a trattamenti degradanti in Turchia. Ora sono in territorio greco e saranno trasferiti al Centro di registrazione di Fylakio".

In base a quanto dichiarato dalle autorità greche, i 92 migranti, tutti uomini principalmente di origine afghana e siriana, hanno testimoniato di essere stati condotti al confine da tre camionette della Guardia di frontiera turca. Ankara, a sua volta, nega ogni coinvolgimento nella vicenda e accusa la Grecia di violare sistematicamente i diritti umani dei richiedenti asilo con la collaborazione di Frontex.

Nella sua intervista, il ministro Mitarakis ha definito concreto il rischio che la Turchia strumentalizzi i flussi migratori per mettere in difficoltà la Grecia. "Nonostante la pressione a cui siamo sottoposti, quest'anno registriamo il secondo numero più basso di arrivi che si è verificato negli ultimi dieci anni" ha annunciato il ministro. 

"Per avere un'idea, nel 2015 è entrato nel nostro Paese circa 1 milione di persone, nel 2019 72.000, l'anno scorso 8.500 e quest'anno 11.000" ha spiegato Mitarachis, aggiungendo che delle 121 strutture di accoglienza operative in Grecia, ne sono rimaste solo 34.

sabato 15 ottobre 2022

Turchia - Stretta sui media, governo vuole zittire voci critiche prima delle elezioni, Amnesty contro la nuova legge

Ansa
Amnesty International ha criticato la legge, approvata ieri dal Parlamento turco, che prevede pene fino a tre anni di reclusione per chi diffonde "disinformazione" o "fake news" su internet. "Oggi è un altro giorno buio per la libertà di espressione on-line e la libertà di stampa in Turchia", ha affermato Guney Yildiz, ricercatore della sezione turca di Amnesty International.

Citando un "maggiore controllo del governo sui media negli ultimi anni", Yildiz ha affermato che "con il pretesto di combattere la disinformazione" il nuovo provvedimento "consente al governo di censurare ulteriormente e mettere a tacere le voci critiche in vista delle prossime elezioni in Turchia", che si terranno nella primavera del 2023. Secondo Amnesty, con la nuova legge, ci potrebbero essere arresti per persone che semplicemente ritwittano contenuti ritenuti "disinformazione".

Il provvedimento, voluto dal partito Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, prevede infatti sanzioni penali per chi viene ritenuto colpevole di avere diffuso on-line informazioni false o fuorvianti e richiede ai social network e ai siti internet di consegnare dati personali di utenti sospettati di "propagare informazioni ingannevoli". 

La legge consente ai tribunali di condannare, a pene che vanno da 1 a 3 anni di reclusione, giornalisti accreditati e regolari utenti dei social media che "diffondono apertamente informazioni fuorvianti".

giovedì 3 febbraio 2022

Orrore al confine Grecia-Turchia. 22 rifugiati respinti dalla Grecia privandoli di abiti pesanti e scarpe, in 12 muoiono di freddo

Avvenire
La denuncia del ministro dell’Interno Soylu: li hanno rimandati indietro senza scarpe né vestiti. Erdogan attacca l’Ue: «Insensibile di fronte a chi fugge per salvarsi»


Li hanno trovati nel villaggio turco di Pasakoy. Dodici corpi privi di scarpe e vestiti, stesi sul terreno a meno di dieci chilometri dalla frontiera greca, da sette anni porta principale della “fortezza Europa”. Là, giorno dopo giorno, sfilano, nascosti nella boscaglia, uomini, donne, bambini in fuga dal Medio Oriente o dall’Asia in fiamme. Obiettivo: attraversare il fiume Evros, in bilico tra Turchia e Grecia, e varcare la soglia del Vecchio Continente. La gran parte delle volte non ci riesce.

Come i dodici di Pasakoy, nel distretto di Ipsala, nell’Edirne. Secondo le autorità turche, le vittime facevano parte di un gruppo più ampio, di ventidue persone. 


Il ministro dell’Interno Suleyman Soylu ha denunciato sui social che i profughi sarebbero riusciti a raggiungere la Grecia ma sarebbero stati bloccati e ricacciati indietro della guardie di confine. Non prima, però, di essere privati dei pochi averi, inclusi gli indumenti indispensabili per proteggersi dal freddo che, dunque, li ha stroncati. Quando la polizia di Ankara li ha trovati, undici erano già morti congelati. Il dodicesimo si è spento poco dopo in ospedale. 
«Ancora una volta, l’Europa si è dimostrata priva di soluzioni, debole e insensibile», ha tuonato Soylu che non ha precisato la nazionalità, il genere o l’età dei profughi.

Dalle foto, diffuse dallo stesso ministro su Twitter, uno sembra un ragazzino. Gli ha fatto subito eco il capo della Comunicazione del governo turco, Fahrettin Altun, che ha definito l’Unione Europea «complice » di Atene. Bruxelles «non sa cosa significhi accogliere chi cerca di salvarsi la vita», ha affermato il presidente Recep Tayyp Erdogan. 

La Grecia, da parte sua, non ha risposto alle accuse, per altro non nuove. Da tempo Ankara, che ha chiesto più fondi all’Ue per i profughi, sostiene che Atene faccia respingimenti sistematici. Una pratica illegale perché impedisce loro di presentare richiesta di asilo, come garantito dal diritto internazionale. Affermazioni confermate da vari attivisti e associazioni.

Appena tre settimane fa, l’Aegean monitor reporter ha rivelato l’espulsione di oltre 26mila profughi in due anni dalla guardia costiera greca lungo la rotta dell’Egeo. È di poco tempo fa, inoltre, la vicenda dell’interprete di Frontex scambiato per migrante e ricacciato in Turchia. Quest’ultima, dalla guerra in Siria, si è ritrovata al centro dell’esodo: nel suo territorio ci sono circa 3,7 milioni di profughi. Il braccio di ferro con la Grecia è cominciato due anni fa quando Erdogan ha spinto questi ultimi a sconfinare.

Le immagini dei profughi nella morsa delle polizie dei due Stati che li rimpallavano come merce hanno fatto il giro del mondo. Poi di nuovo il silenzio. Eppure, intrappolati tra i conflitti fra Stati e l’indecisione europea, i migranti muoiono. Di malattie e di fame. Annegati o congelati. Corpi in genere senza nome, a volte perfino senza vestiti, abbandonati lungo le linee di faglia della geopolitica.

martedì 20 luglio 2021

Grecia - Migranti picchiati e respinti con forza in Turchia via mare e terra, in violazione del diritto internazionale sui rifugiati. Notizia ignorata

Blog Diritti Umani - Human Rights
Le guardie di frontiera turche hanno arrestato dozzine di migranti irregolari che sono stati perquisiti e picchiati da funzionari greci oltre il confine, comunica il ministero della Difesa. La notizia non ha avuto reazioni adeguate in Europa

I rifugiati che tentano di entrare in Grecia
vengono spogliati e costretti a tornare in Turchia
Il ministero ha osservato che circa 42 migranti irregolari, tra cui 12 individui nudi, sono stati detenuti nella provincia di Edirne, vicino al confine greco.
I migranti hanno detto alle unità di frontiera turche che la parte greca non ha dato loro cibo o acqua, li ha maltrattati, li ha spogliati e li ha costretti a entrare in Turchia.


Si registrano altre notizie e segnalazioni simili sul maltrattamento dei migranti da parte della Grecia.

La reazione greca ai rifugiati è dura. Diversi rifugiati sono stati uccisi e molti maltrattati, attaccati e lacrimogeni dalle forze greche. Le forze greche hanno persino tentato di affondare i gommoni dei profughi che cercavano di attraversare l'Egeo.

La Turchia ospita già quasi 4 milioni di migranti siriani, più di qualsiasi altro Paese al mondo. I funzionari dicono che il paese non può gestire un'altra ondata di rifugiati.

Negli ultimi anni, Turchia e Grecia sono stati punti di transito chiave per i migranti che miravano a entrare in Europa, fuggendo da guerre e persecuzioni per iniziare una nuova vita.

Diversi gruppi per i diritti umani e la Turchia hanno accusato la Grecia di respingimenti su larga scala e deportazioni sommarie senza accesso alle procedure di asilo, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Accusano anche l'Unione Europea di chiudere un occhio su quello che dicono essere un palese abuso dei diritti umani.

I respingimenti sono considerati contrari agli accordi internazionali di protezione dei rifugiati che stabiliscono che le persone non dovrebbero essere espulse o rimandate in un paese in cui la loro vita o la loro sicurezza potrebbero essere in pericolo a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un gruppo sociale o politico.

Il 3 marzo, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha affermato che la pratica greca di respingere i migranti irregolari in Turchia costituisce una chiara violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e del diritto dell'Unione europea.

Inoltre, un'indagine congiunta di diverse testate giornalistiche internazionali ha riferito a ottobre che Frontex, l'Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, era stata complice in operazioni di respingimento marittimo per allontanare i migranti che tentavano di entrare nell'UE attraverso le acque greche.

ES

Fonte: HRW - Daily Sabah 

mercoledì 14 aprile 2021

Turchia, diritti umani violati: Erdogan imprigiona centinaia di avvocati e giudici. Negata libertà di azione per gli avvocati: chi difende un presunto terrorista viene accusato di terrorismo

Osservatorio Diritti
Ogni settimana la Turchia di Erdogan arresta legali e magistrati, accusati di terrorismo dal nuovo codice penale. L’associazione turca Arrested Lawyers denuncia gravi violazioni dei diritti umani e per difendersi chiede l'uso di strumenti come il Magnitsky Act

Manifestazione degli avvocato in Turchia

L’ultimo arrestato in ordine cronologico è stato il parlamentare curdo Ömer Faruk Gergerlioğlu, domenica 21 marzo, accusato di affiliazione al partito Pkk. Ma l’attacco a qualunque tipo di opposizione al regime ha già colpito duro molte volte negli ultimi anni.

Dal fallito presunto colpo di stato, che nel 2016 aveva cercato di destituire il presidente Recep Tayyip Erdogan, ad oggi, sono oltre 1.600 gli avvocati e giudici arrestati e in attesa di processo, detenuti in custodia cautelare, in Turchia. La generica accusa di terrorismo mossa contro gli oppositori del regime è utilizzata per imprigionare anche i legali che rappresentano i propri clienti.

«Quegli avvocati che difenderanno persone accusate di terrorismo non possono che essere dei terroristi. Se agiscono in questo modo, devono pagare anche loro», ha detto Erdogan all’apertura dell’anno giudiziario.
Codice penale turco cambiato per fermare l’opposizione


Il report 2021 dell’associazione Arrested Lawyers Initiative denuncia come 450 avvocati siano stati condannati in questi ultimi cinque anni a 2.786 anni di prigionia per i reati di terrorismo e propaganda contro il regime.
[...]
La persecuzione è peggiorata dopo la morte per sciopero della fame della giurista Ebru Timtik. Dall’estate 2020, infatti, gli ordini degli avvocati delle principali città sono stati indagati per terrorismo, portando in carcere in pochi mesi oltre un centinaio di legali.

La Turchia si trova così a non rispettare i principi base dell’Onu relativi al ruolo degli avvocati, adottati a L’Avana nel 1990, che determinano la libertà di azione per rispettare lo stato di diritto.
Avvocati e giornalisti: diritti umani violati in Turchia

Laura Fazioni

mercoledì 7 aprile 2021

Turchia: maxi-processo golpe, ergastoli aggravati (una sorta di 41 bis) per 22 alti ufficiali, sono tra i 497 accusati di partecipazione al tentato golpe

AnsaMed
Un tribunale turco ha condannato all'ergastolo aggravato - una sorta di 41 bis - diversi imputati nel maxi-processo contro 497 persone accusate di aver partecipato alle azioni eversive la notte del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. 


Il carcere a vita, riferisce Anadolu, è stato deciso tra gli altri per l'ex tenente colonnello Umit Gençer, che lesse sulla tv di stato Trt la dichiarazione dei golpisti, e l'ex colonnato Tanju Poshor, che guidò l'occupazione della stessa sede della Trt. Ergastolo anche per l'ex capo della guardia del palazzo presidenziale di Recep Tayyip Erdogan, l'ex maggiore Osman Koltar.

Gli ex militari condannati all'ergastolo risultano in tutto 22. Tra i reati di cui sono stati giudicati colpevoli ci sono quelli di "tentato rovesciamento dell'ordine costituzionale" e "tentato omicidio del presidente". 

La maggioranza degli imputati, già epurati dalle forze armate dopo il fallito putsch, aveva servito presso la guardia presidenziale di Ankara. 

La Turchia ritiene responsabile del tentativo di colpo di stato la rete del magnate e imam Fethullah Gulen, auto-esiliatosi negli Usa, a lungo alleato di Erdogan contro la vecchia guardia kemalista dell'esercito.

venerdì 4 dicembre 2020

Rifugiati - Il Parlamento Europeo mette sotto accusa Frontex per respingimenti illegali in Turchia e Libia di migranti che dovevano chiedere asilo

La Repubblica
Al Parlamento europeo i deputati democratici e socialisti chiedono le dimissioni di Fabrice Legeri. "Gli aerei europei aiutano le guardie costiere a rispedire in Libia e Turchia persone che hanno diritto a chiedere asilo"


Gli aerei di Frontex individuano i gommoni e i barconi dei migranti che tentano la traversata nel Mediterraneo e nell'Egeo e li segnalano alle autorità libiche e turche per farli riportare indietro. Respingimenti veri e propri mascherati da soccorsi delle guardie costiere dei Paesi da cui i migranti fuggono.

E' un caso la messa sotto accusa ufficiale di Fabrice Legeri, direttore esecutivo di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere di cui ieri i deputati europei democratici e socialisti della Commissione per le libertà civili e gli affari interni della Ue hanno chiesto le dimissioni. L'accusa mossa a Frontex è di "pratiche illegali e violazioni dei diritti fondamentali".

L'Unione europea infatti condanna i respingimenti dei migranti e li ha sempre dichiarati illegali ma in moltissimi casi e anche in inchieste aperte dalla magistratura le organizzazioni civili e umanitarie hanno testimoniato e documentato il coinvolgimento della guardia di frontiera europea nei respingimenti nonostante gli accordi internazionali sanciscano che nessuno può essere rimpatriato in un paese in cui è minacciata la sua incolumità.

Le accuse del gruppo parlamentare S&D fanno riferimento ad alcuni pushback al confine marittimo greco-turco ma - secondo le organizzazioni umanitarie - coordinando la guardia costiera libica " l'Agenzia europea per la difesa dei confini ha contribuito alla cattura e alla deportazione di 11.000 donne, uomini e bambini in Libia dall'inizio dell'anno. Persone a cui spettava il diritto di richiedere asilo".

Alla richiesta di dimissioni di Legeri si associa la Ong italiana Mediterranea: "Chiediamo anche che venga istituita una commissione di inchiesta europea sulle attività criminali di pushback che avvengono ai confini. Chiediamo l'immediata cessazione dell'utilizzo degli assetti aerei e navali di Frontex impiegati illegalmente per collaborare con le forze militari di paesi che non rispettano i diritti umani. Chiediamo che vengano trasmesse tutte le prove raccolte dalla Commissione sulle attività illegali di Frontex al tribunale penale internazionale".

Alessandra Ziniti

venerdì 27 novembre 2020

Turchia - Altri 337 ergastoli al maxi processo con 475 imputati per il fallito golpe. Ad oggi celebrati 289 processi con 4100 condanne, 2500 ergastoli.

AnsaMed
Sono 337 le condanne all'ergastolo emesse oggi da un tribunale di Ankara al termine di uno dei principali maxi-processi per il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016 in Turchia, relativo alle azioni organizzate nella base aerea di Akinci, che fu il quartier generale dei golpisti. 

Tra i condannati ci sono decine di ex alti ufficiali e piloti di jet delle forze armate, accusati tra l'altro di aver bombardato il Parlamento e altre istituzioni simbolo la notte del putsch. Altri 60 imputati sono stati condannati a pene minori e 75 assolti.

Almeno 27 imputati sono stati condannati a decine di ergastoli aggravati a testa, cioè al carcere duro. Lo riporta l'agenzia Anadolu. Tra i capi d'accusa figuravano "tentato rovesciamento dell'ordine costituzionale", "tentato omicidio del presidente della Repubblica" e "omicidio volontario".

L'ergastolo è stato inflitto anche ad almeno 4 civili, tra cui l'uomo d'affari Kemal Batmaz, tutti accusati di aver agito per conto della rete dell'imam e magnate Fethullah Gulen, ex alleato del capo dello Stato Recep Tayyip Erdogan, accusato di aver orchestrato il golpe. La giustizia di Ankara ne ha chiesto ripetutamente l'estradizione dagli Stati Uniti, dove è residente dal 1999, che è stata finora negata dalle autorità americane.

Complessivamente, al maxi-processo sulla base Akinci erano imputate 475 persone, di cui 365 in custodia cautelare in carcere. A oltre 4 anni dal putsch, i processi conclusi in relazione a quegli eventi sono almeno 289, per un totale di oltre 4.100 persone condannate, di cui più di 2.500 alla pena dell'ergastolo. Altri 10 processi risultano ancora in corso, tra cui quello con oltre 500 imputati per le azioni eversive della guardia presidenziale.

sabato 21 novembre 2020

Arrestata in Turchia l’attivista anti-velo Nasibe Semsai, condannata a 12 anni, in fuga da Teheran. Rischia l'espulsione.

La Stampa
Questione di pochi metri e una manciata di minuti e Nasibe Semsai, architetta di 36 anni, avrebbe raggiunto il suo posto sull’aereo diretto in Spagna. Non ce l’ha fatta. L’attivista iraniana in fuga dalla Repubblica islamica è stata arrestata all’aeroporto di Istanbul dalle autorità turche mentre cercava di imbarcarsi. Aveva un passaporto falso, dicono ora da Ankara.

Nasibe Semsai è una delle attiviste della protesta del «Mercoledì bianco», bianco come lo hijab che le donne si tolgono e sventolano come una bandiera, una «blasfemia» in Iran, una sfida al regime degli Ayatollah e alle leggi islamiche che impongono alle donne di coprirsi sempre il capo e i capelli. 

Nasibe, condannata a 12 anni di carcere per aver partecipato alle proteste nel 2018 contro l’obbligo del velo, è chiusa in un centro per migranti irregolari a Edirne, vicino al confine con la Grecia. Ora l’attivista rischia l’espulsione verso il suo Paese d’origine. E in Iran rischia di uscire dal carcere alla soglia dei 50 anni, se non peggio.

L’arresto dell’architetta appassionata di montagna non è che l’ultimo esempio di come la Turchia vìoli le regole internazionali che prevedono di non deportare nel Paese d’origine le persone che rischiano di finire in prigione a causa delle proprie idee. 

Lo scorso 9 settembre Ankara aveva arrestato Maryam Shariatmadari, un’altra attivista del «Mercoledì bianco» che aveva cercato rifugio in Turchia. Ora anche lei rischia l’estradizione. E Nasibe Semsai non sarà l’ultima ad essere arrestata per aver sventolato uno hijab, o per aver semplicemente partecipato alle proteste. Anche a fine ottobre, in Iran, una giovane donna era stata arrestata per «aver insultato l’hijab islamico». Sui social era apparso un video - girato da qualcuno con un telefonino - che la mostrava in bicicletta senza velo e con un braccio alzato nel centro di Najafabad.

«La mia libertà nascosta»
Dal 2014 sono state decine le donne incarcerate, punite con frustrate e perseguitate per la «rivolta del velo», il movimento nato online da un’idea di Masih Alinejad, attivista di origine iraniana in esilio a New York. Tutto era iniziato con una pagina Facebook, «My Stealthy Freedom», dove le donne in Iran pubblicavano foto di se stesse senza hijab scattate di nascosto. La pagina raccolse oltre tremila immagini in pochi mesi, fotografie e video di donne che si liberavano dello hijab in pubblico e lasciavano «che il vento scompigli i nostri capelli». 

Ma dal 2017 qualcosa è cambiato, e le donne con un coraggio eccezionale hanno preso a manifestare apertamente in pubblico. Ha iniziato, il 27 dicembre 2017, la 31enne Vida Movahed, conosciuta anche come «La ragazza di Enghelab Street»: un video la mostrava in piedi, nel centro di Teheran, mentre sventolava silenziosamente il suo hijab bianco. Fu arrestata dopo un’ora. Nei giorni successivi altre 29 donne furono fermate per aver seguito l’esempio di Vida. Da allora non hanno mai smesso.

La rivoluzione islamica
Prima della rivoluzione islamica del 1979 molte donne iraniane indossavano abiti in stile occidentale, comprese minigonne e top sbracciati, ma tutto è cambiato quando il defunto Ayatollah Khomeini è salito al potere. 

La legge islamica oggi prevede che le donne che non indossano lo hijab possano essere incarcerate da dieci giorni a due mesi e fino a dieci anni se commettono «atti immorali e prostituzione». 

I reati previsti dagli articoli 638 e 639 del codice penale islamico sono appunto quelli che vengono contestati alle donne, poiché togliersi il velo in pubblico, simbolo della «modestia» femminile, equivale a sfidare la rispettabilità e il proprio ruolo nell’obbedienza. 

E Teheran non risparmia neanche gli avvocati che tentano di difenderle: Nasrin Sotoudeh, la famosa e pluripremiata avvocatessa iraniana 56enne, dovrà scontare la condanna a 33 anni di carcere e 148 frustate. La pena più severa mai inflitta finora in Iran ad attivisti per i diritti umani.

Monica Perosino

martedì 3 novembre 2020

La guerra dimenticata nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni, di nuovo gli armeni attaccati dai Turchi e l'Europa con tutto l'Occidente stanno a guardare - di Domenco Quirico

La Stampa
Nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni si annienta un popolo
Gli armeni sono un ostacolo ai piani imperialisti turchi. Mentre l’Europa con tutto l’Occidente sta a guardare

Nel Caucaso esiste un angolo di terra che si chiama Armenia e un altro, ancor più piccolo, che si chiama Alto Karabakh. È un luogo. Pianure e montagne vi sono, e fiumi, laghi, foreste, città e burroni di pietra, e tutto è bello, non meno bello che in un altro luogo qualunque al mondo. Soltanto armeni vi sono e abitano da secoli questa terra. Ecco: esiste la terra e su di essa gli uomini, tre milioni di uomini.

Il dolore di una madre sulla tomba in cui è stato appena sepolto il 
figlio morto in combattimento (foto di Roberto Travan)

Dalla fine di settembre, da quando gli azeri e i loro alleati turchi hanno attaccato l’Alto Karabakh per conquistarlo, c’ è la guerra. Gli armeni la conoscono. Possono aprire un libro e raccontare un genocidio, il primo del secolo. Fulmineamente sembra che il tempo non sia passato per questo popolo risorto; abitano quella terra e pensavano di essersi finalmente meritati la benedizione di quella bellezza, il dono della sua ricchezza, per gli anni che hanno passato, e le città che erano state distrutte, i padri figli i fratelli uccisi, i cuori viventi ottenebrati dall’odio.
[...]
è un tentativo di eliminare gli armeni, un altro, l’ennesimo di distruggere questa piccola tribù cristiana che per i suoi nemici è gente che non ha nessuna importanza, e la cui storia è finita, le cui guerre sono state già tutte combattute e perse.
[...]
Questo massacro non è una appendice delle guerre del fanatismo, delle guerre di dio. È semplicemente un passaggio del disegno del nuovo impero ottomano che Erdogan ha raccolto dalle mani del subdolo sultano Abulhamid, dalle elucubrazioni omicide dei Giovani turchi che firmarono l’eliminazione di un milione e mezzo di armeni durate la Prima Guerra mondiale. Il progetto prevede che la Turchia e l’Azerbaigian si colleghino in questa area turcofona dell’asia centrale. Il Karabakh armeno sta in mezzo, bisogna spazzarlo via.
Domenico Quirico

mercoledì 16 settembre 2020

Turchia - Arrestati 60 avvocati difensori di dissidenti accusati di complicità con gruppi terroristici

Corriere della Sera
In Turchia 60 persone tra avvocati, praticanti, laureati in legge e giudici sono stati arrestati perche’ stavano difendendo persone accusate di reati collegati al terrorismo e sono stati a loro volta accusati di complicita’ con gruppi terroristi. 


A riferirlo l’agenzia di stampa Anadolu, secondo cui tutti stavano seguendo casi di persone sospettate di far parte del gruppo del chierico Fetullah Gulen, oppositore del presidente Racep Tayyip Erdogan considerato la mente del fallito colpo di stato del 2016.

Sempre secondo Anadolu, le indagini condotte dalla procura hanno portato a spiccare 60 mandati d’arresto per affiliazione al movimento, e venerdi’ in sette diversi comuni della provincia di Ankara la polizia ha arrestato 48 avvocati, sette praticanti, quattro giudici gia’ precedentemente licenziati e un laureato in giurisprudenza.

Secondo Arrested Lawyers (Al), organizzazione che si batte per i diritti degli avvocati in Turchia, i professionisti sono stati arrestati come atto di “ritorsione per il lavoro che stavano svolgendo, in difesa di persone sospettate di affiliazione terroristica”. 
Un atto che viola la Convenzione internazionale dell’Avana, secondo cui “gli avvocati non possono essere identificati con i loro clienti o con i casi dei loro clienti nello svolgimento delle proprie funzioni”.

All’appello rivolto alla magistratura turca a non criminalizzare la professione hanno aderito gli ordini degli avvocati di Ankara, Istanbul, Smirne, Mardin, Sanliurfa, Gaziantep e Van, insieme alla Progressive Lawyers association e ad altri otto raggruppamenti con sede ad Istanbul.

In una nota, Arrested Lawyers denuncia che dopo la riforma degli ordini degli avvocati che il governo ha promosso a luglio le autorita’ hanno accelerato la pratica di criminalizzare quei legali che seguono casi di prigionieri di coscienza finiti in manette per la loro dissidenza politica. I 60 professionisti arrestati venerdi’ – fa sapere Al – si occupavano di persone che avevano a loro volta denunciato torture da parte delle forze di sicurezza oppure erano state vittime di sparizioni forzate.

L’ong calcola che migliaia tra giornalisti, attivisti, oppositori, intellettuali e avvocati siano attualmente incarcerati a causa di “una legge sul terrorismo molto generica che permette di far ricadere in questa fattispecie di reato ogni atto di critica o opposizione all’autorita’”.

A confermare il sospetto di un processo di criminalizzione contro giudici e avvocati, Arrested Lawyers cita parole di Erdogan pronunciate durante il suo discorso per l’apertura dell’anno giudiziario: “Quegli avvocati che difenderanno persone accusate di terrorismo non possono che essere dei terroristi. Se agiscono in questo modo, devono pagare anche loro”.

lunedì 6 luglio 2020

Turchia, Amnesty "colpevole di terrorismo". Condannati i vertici dell'organizzazione. 6 anni di carcere a Taner Kilic

La Repubblica
L'ex presidente a 6 anni e 3 mesi, l'ex direttrice a 2 anni e 1 mese. Undici in tutto le condanne. Noury: "Così si riducono al silenzio coloro che difendono i diritti"


Amnesty è colpevole di terrorismo. Con questa sentenza, paradossale per i più, si è concluso a Istanbul il processo a 11 attivisti locali dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.
 

I massimi vertici dell'ong in Turchia sono stati condannati: il suo ex presidente Taner Kilic a 6 anni e 3 mesi per "associazione terroristica" e l'ex direttrice Idil Eser a 2 anni e un mese per "sostegno a un'organizzazione terroristica". Pene inflitte anche ad altri due imputati. Mentre gli altri sette, fra cui due stranieri, il tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, già liberi e rientrati nei loro Paesi, sono stati assolti. Tutti e undici erano stati arrestati con una retata nel 2017 mentre stavano facendo una riunione nell'isola di Buyukada, al largo di Istanbul. Kilic rimase 14 mesi in cella prima di essere liberato solo su cauzione. Altri otto imputati passarono 4 mesi in carcere prima di essere liberati.

Kilic, in particolare, oggi presidente onorario di Amnesty in Turchia, è stato accusato di appartenere al movimento del predicatore Fethullah Gulen, l'imam turco in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, designato da Ankara come il cervello del fallito putsch dell'estate 2016, di cui fra pochi giorni, il 15 luglio, ricorre il quarto anniversario. Il motivo principale del file di addebito nei confronti di Kilic è stato l'uso nella messaggistica di ByLock, un'applicazione di comunicazione crittografata utilizzata dai sostenitori di Gulen. Tuttavia, un rapporto della polizia aveva stabilito che Kilic non aveva questa applicazione sul suo telefono cellulare.

Marco Ansaldo

venerdì 8 maggio 2020

323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco: muore Ibrahim Gokcek il bassista dei Grup Yorum.

La Stampa
Addio a Ibrahim Gokcek. E’ il secondo membro della band a morire per questo tipo di protesta. Erdogan, che ritiene il gruppo legato al Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, aveva proibito agli artisti di tenere concerti in patria dal 2016.


Non ce l'ha fatta: Ibrahim Gokcek, bassista della band turca Grup Yorum, è morto oggi dopo 323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco, attuato in segno di protesta per le restrizioni del governo nei confronti del gruppo musicale. 

Lo riferiscono i media locali. Il bassista 41enne è morto in un ospedale di Istanbul, dove era stato messo in terapia intensiva dopo aver abbandonato lo sciopero della fame due giorni fa, ma purtroppo le conseguenze del prolungato digiuno gli sono state fatali.

E' il secondo membro del popolare gruppo musicale bandito in Turchia a morire dopo uno sciopero della fame. La band Grup Yorum, che si è formata a Istanbul nel 1985, è conosciuta per le sue canzoni di protesta ed è composta di membri che si alternano a rotazione. Al gruppo era stato vietato di esibirsi in Turchia dal 2016, e le autorità avevano incarcerato alcuni dei suoi membri. I

l governo di Erdogan ha accusato Grup Yorum di legami con il Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, il gruppo militante indicato come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'UE. 

Il digiuno di Gokcek era stato interrotto due giorni fa, dopo che Erdogan aveva ceduto alle pressioni internazionali accettando che la band potesse tornare a suonare. 

lunedì 27 aprile 2020

Turchia - Erdoğan svuota le carceri per il covid-19 liberando 90.000 detenuti, ma lascia dentro oppositori politici e giornalisti

Linkiesta
Con una contestata riforma giudiziaria, il Parlamento turco metterà in libertà circa 90mila detenuti, ma non gli intellettuali e i politici critici col governo, incarcerati con l’accusa di vicinanza a organizzazioni terroristiche.


Una controversa riforma, votata d’emergenza per svuotare le carceri sovraffollate: è questo, in Turchia, uno degli effetti della crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Poco dopo la morte per Covid di 3 detenuti su un totale di 17 contagiati – registrata lo scorso 13 aprile – il parlamento di Ankara ha approvato un nuovo regolamento sull’esecuzione penale, proposto dal partito di governo AKP del presidente Erdoğan, che permette a circa 90mila carcerati di uscire di prigione prima dei termini di condanna.

Di questa riduzione possono beneficiare i detenuti che abbiano già scontato almeno metà della pena, mentre chi verrà condannato per reati commessi entro il 30 marzo non finirà in carcere, ma sarà costretto alla libertà vigilata. Non tutti i carcerati possono però avvalersi degli sconti di pena: la riforma esclude infatti i prigionieri in attesa di giudizio e quelli condannati per reati relativi a traffico di droga, omicidi premeditati, abusi sessuali e violenza su donne e bambini.

Resta in carcere anche chi è stato condannato per reati relativi al terrorismo, ed è su questo punto che le critiche dei partiti di opposizione e delle associazioni per i diritti umani si sono concentrate.

Se il provvedimento allevia indubbiamente il dramma del sovraffollamento nelle carceri in Turchia – dove prima delle legge erano recluse quasi 300mila persone in strutture con una capienza nettamente inferiore – la riforma ha ricevuto numerose critiche ed è stata approvata, il 14 aprile, dopo una dura battaglia parlamentare.

Le formazioni politiche contrarie, come anche molte associazioni di avvocati, contestano il fatto che l’ampia definizione di “reati per terrorismo” costringerà a restare in prigione anche molti giornalisti, intellettuali e politici critici del governo che negli ultimi quattro anni sono stati incarcerati con l’accusa di vicinanza ad organizzazioni terroristiche.

Si tratta di qualche centinaio di persone, tra cui spiccano nomi noti anche a livello internazionale come quello dello scrittore e giornalista Ahmet Altan, dell’uomo d’affari impegnato politicamente a favore delle minoranze Osman Kavala e dell’ex co-presidente del partito filo curdo HDP – il “Partito Democratico dei Popoli”, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco – Selahattin Demirtaş.

Secondo i critici, queste persone sono in realtà in prigione a causa di opinioni politiche critiche nei confronti di Erdoğan e non per i reati di terrorismo per cui sono stati condannati. Sarà questa una delle motivazioni che il socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale partito di opposizione, porterà nei prossimi giorni davanti alla Corte Costituzionale nel presentare ricorso contro la riforma.

venerdì 6 marzo 2020

Così scompare l'umanità dell'Europa al confine Grecia-Turchia. Giovane siriano ucciso, un bambino di 6 anni affogato mentre cercava di approdare a Lesbo

Vita
Un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. 

Attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività e violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio

Ancora una volta al confine Grecia-Turchia numerose persone rischiano la propria vita in fuga dalla morte generata dalla guerra. Sono siriani, afghani e iracheni che hanno cominciato ad avvicinarsi al confine europeo più vicino, la Grecia. 

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni, OIM, nei 120 chilometri di confine terrestre fra Grecia e Turchia si troverebbero circa 13.000 persone, molti dei quali bambini , che trascorrono le notti all’esterno, in cammino o davanti ai valichi di frontiera con temperature vicine allo zero. 

All’indomani dell’offensiva lanciata dalla Turchia alla Siria e dell’inasprimento del conflitto nella zona di Iblid, il Presidente turco Erdogan ha, infatti, annunciato l’apertura dei confini riaprendo quella rotta che era stata ipocritamente chiusa dal costoso accordo siglato con l’Unione Europea nel 2016.

A queste persone disperate si aggiungono coloro i quali, con imbarcazioni di fortuna, si spostano verso le isole greche di fronte alla Turchia. Paradigmatica è in questo caso la situazione dell’isola di Lesbo e, in particolar modo, del campo profughi di Moria dove già, a fronte di tre mila posti previsti, lo scorso mese di ottobre si trovavano, secondo dati Oxfam, quasi 20.000 persone in condizioni disumane e inaccettabili, in uno degli ultimi lembi d’Europa in attesa della valutazione della richiesta di asilo presentata.

Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi.

A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio.

Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.

Regina Catrambone

giovedì 5 marzo 2020

Grecia, al confine turco nessuno ferma i neofascisti di Alba Dorata, armati, danno la caccia ai profughi e operano in collaborazione con le forze di polizia greche.

TGCom24
Raid alla frontiera per fermare il flusso dei disperati. Gli estremisti catturano i profughi arrivati in territorio ellenico e li consegnano alla polizia che li rispedisce indietro
Sul fronte rovente della linea di confine tra Turchia e Grecia ci sono anche loro, gli uomini di Alba Dorata, il partito ellenico di estrema destra. 

Danno la caccia ai migranti che hanno varcato la frontiera, li catturano e li consegnano alla polizia che li rispedisce indietro. Gli agenti e i militanti di estrema destra fanno fronte comune in questo momento di tensione ai confini. E Dinos Theoharidis, leader di Alba Dorata, non ne fa mistero.

Pattuglie al confine - Il "colonnello" degli estremisti agisce nella regione di Evros ed è alla guida dei Cacciatori, racconta la "Repubblica". I suoi uomini, circa 500, pattugliano le zone di confine: sono tutti armati, "alcuni con fucili da caccia, altri, come me, con roba militare, visori notturni, pistole automatiche, cose così". Comunicano via chat e appena si segnalano presenze sospette uno dei gruppi attivi si mette in movimento. Dinos assicura che "non facciamo niente di male, li fermiamo e li consegniamo alla polizia che ci ringrazia".

I Cacciatori e i poliziotti - Quasi una collaborazione, quella tra l'estrema destra e le forze dell'ordine, che si vede anche a Lesbo, dove i gruppi si occupano dei respingimenti in mare insieme alla Guardia costiera. Dinos spiega che "abbiamo dovuto organizzarci dopo essere stati abbandonati dalla politica". E vorrebbe che i suoi uomini potessero agire anche sulla linea del filo spinato, insieme ai militare dell'esercito, dove sono ripresi gli scontri. Il colonnello spiega che la guerra è con "i professionisti turchi dei servizi segreti. Sono loro quelli in prima linea, gente preparata che sa fare la guerra. Per questo dovremmo andare anche noi cacciatori lì davanti, perché con la Turchia è una guerra".

martedì 3 marzo 2020

I profughi alle frontiere dell'Europa ... "fine della compassione"? Molte donne e bambini disperati respinti e attaccati come nemici. Il coronavirus non deve ammalarci di disumanità.

Avvenire
Siamo proprio alla «fine della compassione», per citare Alejandro Portes, uno dei massimi esperti di fenomeni migratori. Lui si riferisce però agli Stati Uniti d’America, mentre noi vediamo finire la compassione ai confini d’Europa. 
Distratte dal coronavirus, assuefatte dalle ripetute notizie degli arrivi di profughi, ma soprattutto fuorviate dalla propaganda sovranista e da un’informazione ansiogena, le opinioni pubbliche europee non appaiono più capaci di umanità nei confronti di chi fugge dall’ultima battaglia del tormentato teatro bellico siriano e di chi dalla Turchia cerca di raggiungere il territorio della Ue. 

Nella regione di Idlib una popolazione stimata dall’Onu in 950.000 persone, di cui 560.000 minori, ha lasciato le proprie case e cerca scampo varcando il confine con la Turchia.

Respinta con durezza, spesso dopo aver speso il poco che ancora aveva per pagare i passatori. Già diversi bambini sono morti di freddo perché rimasti senza riparo. A sua volta Ankara ha lanciato un sinistro avvertimento ai governi europei, consentendo il passaggio di alcune migliaia di profughi verso la Grecia e la Bulgaria: circa 13.000 secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, una cifra dieci volte superiore secondo il governo turco che ha interesse a drammatizzare la crisi.

Il governo greco sta reagendo con una durezza contro civili inermi mai vista negli ultimi decenni, almeno nella Ue: come se si trattasse di un’invasione armata di orde di nemici. Non hanno (ancora) sparato proiettili veri, ma non hanno lesinato tutte le altre armi a loro disposizione, dalle bombe lacrimogene ai cannoni ad acqua, dai proiettili di gomma, alle granate stordenti.

Quel che è peggio, gli abitanti dell’isola di Lesbo che in un passato non lontano avevano dato prova di umanità nei confronti dei rifugiati, si sono ora scagliati contro di loro (circa 600 arrivi negli ultimi giorni, non certo uno tsunami umano), respingendo in mare i gommoni, attaccando le Ong, minacciando gli operatori dell’accoglienza, malmenando i giornalisti. 

Certo, nei campi profughi di Lesbo e delle isole vicine sono stipati in condizioni deplorevoli circa 40mila richiedenti asilo, in strutture progettate per accoglierne 7.500. Ma si tratta di un tipico caso di emergenza prodotta dalla politica: le persone arrivate dalla Turchia sono state lasciate lì, pressoché prive di assistenza, invece di essere redistribuite in Grecia e in altri Paesi.

Maurizio Ambrosini

lunedì 2 marzo 2020

Grecia - Di fronte all'arrivo massiccio di migranti dalla Turchia, rafforza la "protezione" delle frontiere marittime e terrestri e sospende le richieste di asilo

TGCom24
La Grecia in stato di massima allerta di fronte al flusso di migliaia di migranti dalla Turchia. 

"Il consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere", ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo. Atene ha rafforzato le pattuglie alle frontiere marittime e terrestri e sospeso le richieste di asilo per coloro che entreranno illegalmente nel Paese.

domenica 1 marzo 2020

Mentre il mondo è concentrato sul "coronavirus" al confine Grecia-Turchia ormai più di 13.000 migranti, respinti dai greci, hanno passato la notte al gelo, 2.000 arrivati questa mattina, tra loro donne e bambini.

Ansa
Una nuova ondata di migranti, almeno 2 mila, tra cui donne e bambini, sono giunti stamani alla frontiera tra Turchia e Grecia per cercare di attraversare l'Europa dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato l'apertura delle frontiere. Lo hanno constatato i giornalisti sul posto. Provenienti da Istanbul, i migranti, tra cui siriani, afghani e iracheni, marciano in fila indiana attraverso i campi verso il valico di frontiera di Pazarkule.



Nei giorni scorsi, circa 13.000 migranti si sono radunati lungo il confine turco-greco dopo che il presidente turco Erdogan ha minacciato di consentire a molti dei rifugiati in Turchia di entrare in Europa, hanno reso noto le Nazioni Unite. 

"Migliaia di migranti, tra cui famiglie con bambini piccoli, stanno passando una fredda notte lungo il confine tra Turchia e Grecia", ha dichiarato l'Organizzazione internazionale per le migrazioni in una nota, aggiungendo che il suo staff ha osservato "almeno 13.000 persone riunite lungo i 212 chilometri di confine".

Scontri tra migranti e la polizia greca sono stati segnalati al confine turco dove gli agenti hanno usato i gas lacrimogeni per respingere migliaia di profughi siriani che a loro volta si sono difesi con il lancio di pietre. 

Ieri, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso di aprire il confine europeo ai siriani in fuga da Idlib dopo l'escalation della guerra in Siria.

sabato 29 febbraio 2020

Siria. La Turchia spinge i profughi verso l'Europa. Reazione di Ankara dopo l'uccisione di 33 soldati turchi a Idlib. Riparte l'esodo, gas per fermarli.

Avvenire
Durissima la reazione di Ankara dopo l'uccisione di 33 soldati turchi a Idlib: "Abbiamo colpito oltre 300 soldati siriani". Riaperti i confini con l'Unione Europea ai migranti, già partito l'esodo.



Nuovi venti di guerra a Idlib, nel Nordovest della Siria al confine con la Turchia, dove da settimane si fronteggiano le forze turche con l'esercito di Damasco, sostenuto dalla Russia. 


A innescare il rischio concreto di una escalation fatale è stato l'attacco aereo di Damasco contro i turchi nella regione, che ha ucciso almeno 33 soldati di Ankara. Il presidente Recep Tayyip Erdogan - che ha sentito telefonicamente il collega russo Vladimir Putin - ha subito convocato un Consiglio di sicurezza straordinario per decidere la controffensiva. E in questa riunione, con i vertici militari del Paese, è stato deciso anche di aprire i confini dell'Ue ai migranti e non trattenerli più nel Paese.

Dalle Nazioni Unite arriva il monito che "il rischio di una maggiore escalation cresce di ora in ora" se non si interviene in Siria. Gli sfollati da Idlib sono già centinaia di migliaia. Sul campo, il portavoce della presidenza turca, Fahrettin Altun, ha comunicato che "tutte le posizioni note del regime siriano sono state prese di mira dalle unità di terra e aeree" turche "per vendicare i soldati turchi uccisi".