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sabato 30 marzo 2019

Brunei - Frustate, pena di morte per lapidazione e amputazioni: entra in vigore il nuovo codice penale

Corriere della Sera
Dice Hassanial Bolkiah, il sultano del Brunei, che "è Dio ad aver ha creato le leggi e quindi noi possiamo usarle per ottenere giustizia, anzi questo è il nostro dovere". 
Così mercoledì 3 aprile, nel piccolo ex protettorato britannico, un'enclave di meno di mezzo milione di abitanti nel Borneo (Malaysia), rischia di entrare in vigore la terza e ultima parte del nuovo codice penale ispirato alla shari'a, il corpus di norme di derivazione islamica. 

Il Brunei è il primo paese asiatico ad aver adottato la shari'a come fonte della legislazione nazionale applicabile alla popolazione musulmana, due terzi del totale.

D'ora in poi i "reati" di adulterio e relazione omosessuale potranno essere puniti con le frustate e la lapidazione, l'apostasia verrà sanzionata con la pena di morte e ai ladri verranno amputati gli arti. 

L'annuncio dell'imminente entrata in vigore delle nuove norme voleva passare sotto silenzio. Le autorità di Brunei hanno cercato di non finire sotto i riflettori, limitandosi a un comunicato sul sito della procura generale che non è stato ripreso dalla stampa locale. 

Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno diffuso la notizia, di cui per fortuna sta parlando il mondo intero. C'è la possibilità che il sultano faccia marcia indietro.

Riccardo Noury

sabato 12 gennaio 2019

Iran. Otto donne condannate alla lapidazione

nessunotocchicaino.it
Otto donne sono state condannate alla lapidazione in Iran, riporta il quotidiano Etemad-Meli, aggiungendo che le donne stanno già scontando delle pene detentive.


"Due di loro sono attualmente recluse nel carcere Evin di Teheran, due nel carcere di Sipedar nella città sud-occidentale di Ahwaz, una nella città settentrionale di Tabriz, una a Varamin, una nel carcere di Chobin nella città occidentale di Qazvin e una nel carcere di Orumieh nell'Iran nord-occidentale".

Per la Presidente del Comitato femminile della Resistenza Iraniana, Sarvnaz Chitsaz, il regime dei mullah ha tutte le intenzioni di continuare ad attuare questa pena particolarmente crudele, per creare il terrore tra la gente. 

La Chitsaz chiede quindi alle Nazioni Unite e alle organizzazioni per i diritti umani, così come agli attivisti per i diritti delle donne, di condannare i crimini del regime e di adottare misure per mettere fine a queste pratiche così disumane.

domenica 9 ottobre 2016

Iran, scrittrice condannata a 6 anni di carcere per un racconto sulla lapidazione

Il MessaggeroSei anni di detenzione per aver espresso il suo disprezzo verso la lapidazione: è questa la sentenza emessa dai giudici di un tribunale iraniano nei confronti della scrittrice e attivista per i diritti umani iraniana Golrokh Ebrahimi Iraee, condannata con l'accusa di "offesa alle figure sacre dell'Islam" e "diffusione di propaganda contro il sistema".
La scrittrice Golrokh Ebrahimi Iraee con il marito 
Arash Sadeghi attivista per i diritti umani
Il 4 ottobre Golrokh è stata convocata alla prigione di Evin, nella capitale Teheran, per iniziare a scontare la pena di sei anni. La donna è stata condannata per aver scritto un racconto, tra l'altro mai pubblicato, sulla lapidazione: la storia narra di una donna che vede un film basato su una storia vera, "La lapidazione di Soraya M.", e s'indigna a tal punto da dare fuoco a una copia del Corano.

Il racconto era stato scoperto il 6 settembre 2014, nel corso di un'ispezione delle Guardie rivoluzionarie nella casa dove Golrokh viveva col marito, l'attivista Arash Sadeghi. In quell'occasione erano stati sequestrati computer, cd rom e altri oggetti personali della coppia. Sadeghi si trova nel carcere di Evin dal giugno 2016: è stato condannato a 15 anni di carcere per "diffusione di propaganda contro il sistema", "collusione contro la sicurezza nazionale" e "offesa al fondatore della Repubblica islamica". Secondo l'accusa, le prove della sua colpevolezza sarebbero costituite da una serie di post su Facebook e mail inviate a giornalisti, attivisti per i diritti umani stranieri e all'emittente Bbc Persian.
Dopo l'ispezione, Golrokh era stata trattenuta per 20 giorni nel carcere di Evin senza poter incontrare avvocati e familiari, subendo estenuanti interrogatori bendata e col volto al muro: angoscia amplificata dalle voci del marito che, secondo Amnesty International, veniva torturato nella cella accanto.

Da quel momento è iniziato il processo: dei due avvocati nominati dall'imputata, una è stata costretta con le minacce ad abbandonare il caso, mentre alla seconda è stato impedito di difendere la donna.

«Le prove contro Golrokh Ebrahimi Iraee, come l'intero processo, sono state una farsa – ha detto ha detto Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International - Le è stato negato il diritto alla difesa: la sua era una sentenza scontata. È stata punita per aver utilizzato la sua immaginazione. Invece di imprigionare una giovane donna per aver esercitato pacificamente i propri diritti esprimendo la sua opposizione alla lapidazione, le autorità iraniane dovrebbero concentrarsi sull'abolizione di questa pena. È spaventoso che l'Iran continui a consentire il ricorso alla lapidazione e lo giustifichi in nome della tutela della moralità. Questo è solo l'ultimo esempio di come le autorità iraniane disprezzino la giustizia e i diritti umani».

Nel loro commento all'ultimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, le autorità di Teheran hanno confermato che la lapidazione è ancora prevista per il "reato" di adulterio e che tale sanzione è «efficace come deterrente per proteggere la morale».

sabato 31 ottobre 2015

Maldive - La Corte Suprema ribalta la condanna alla lapidazione di una donna adultera

Corriere della Sera
Nel paradiso del turismo che attrae più di un milione di visitatori all’anno i diritti umani sono spesso messi in discussione. Ma questa volta la Corte Suprema delle Maldive ha voluto segnare un punto fermo ribaltando una sentenza di condanna a morte per lapidazione inflitta a una donna accusata di adulterio e di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio.

La condanna era la prima di questo tipo pronunciata nel Paese ed aveva suscitato un’ondata di reazioni di proteste e di critiche da parte di gruppi che si battono per il rispetto dei diritti umani. La donna, che ha un figlio di 5 anni, era stata giudicata il 18 ottobre in un’isola sperduta dell’arcipelago, a Gemanafushi, 250 miglia a sud di Male. Per la Corte Suprema il giudice ha mancato di considerare tutti gli aspetti della procedura islamica.

Nel 2013 aveva fatto scalpore il caso di una ragazza di 15 anni condannata a 100 frustate dopo essere stata stuprata dal patrigno. Anche in quel caso la Corte Suprema aveva quindi ribaltato la sentenza.

Le Maldive, popolate da circa 400mila musulmani sunniti, applica un codice penale che è un misto tra sharia islamica e diritto inglese. Il sesso al di fuori del matrimonio è proibito ma il divieto non si applica ai turisti che possono anche girare per le isole a loro destinate in costume e bere alcolici.

La sentenza di lapidazione era stata l’ennesimo colpo alla reputazione internazionale della nazione che ha visto la destituzione del primo presidente democraticamente eletto, Mohamed Nasheed, condannato a 13 anni di prigione dopo un processo farsa per aver ordinato l’arresto di un giudice corrotto nel 2012.

All’inizio di quest’anno le Nazioni Unite ne hanno ordinato il rilascio immediato ma il governo del presidente Abdulla Yameen si è rifiutato di raccogliere l’invito.

mercoledì 26 novembre 2014

Siria, l'Isis ha lapidato due giovani gay e delle donne accusate di adulterio

La Stampa
“Atti osceni con uomini”, giustiziati un 18enne e un 20enne. Lo Stato islamico a Raqqa ha compiuto anche diverse lapidazioni di donne accusate di adulterio


Un nuovo crimine si è aggiunto oggi alla lunga lista degli orrori commessi dallo Stato islamico. Due giovani di 18 e 20 anni sono stati lapidati con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali, secondo una notizia diffusa dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) che cita testimoni locali.

Secondo l’organizzazione, con base in Gran Bretagna ma che fa riferimento a una vasta rete di informatori in Siria, è la prima volta che l’Isis mette a morte delle persone con questa motivazione, dopo avere ucciso donne e uomini sulle pubbliche piazze, spesso perché riconosciuti colpevoli di furto, omicidio e adulterio.

I nomi delle due vittime non sono stati resi noti. Il ventenne è stato messo a morte a Mayadin, nella provincia orientale di Deyr az Zor, dopo che i miliziani jihadisti avevano affermato di avere trovato sul suo cellulare immagini che lo mostravano intento in «atti osceni con degli uomini». Il diciottenne, invece, è stato lapidato nella stessa città di Deyr az Zor, capoluogo della provincia, con le medesime accuse.

Lo Stato islamico ha già compiuto diverse lapidazioni di donne accusate di adulterio, specie nella provincia di Raqqa, nel nord della Siria, che è sotto il suo totale controllo. Recentemente anche due uomini erano stati messi a morte con lo stesso supplizio, sempre per adulterio: uno dall’Isis ad Al Bukamal nella stessa provincia di Deyr az Zor vicino al confine con l’Iraq; l’altro a Saraqeb, nella provincia nord-occidentale di Idlib, ad opera del Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda.

Lo scorso 14 novembre la Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Siria, presieduta dal giurista brasiliano Paulo Pinheiro, ha accusato l’Isis di «crimini di guerra e crimini contro l’umanità», chiedendo che i suoi dirigenti vengano processati davanti alla Corte penale internazionale (Cpi). Tra gli episodi contestati allo Stato islamico, le decapitazioni e le lapidazioni sulle pubbliche piazze, ma anche soprusi sulle minoranze, in particolare cristiani, sciiti e curdi, e la riduzione a schiave sessuali di centinaia di donne della comunità degli Yazidi in Iraq. Secondo l’Ondus, sono state almeno 300 le donne irachene portate in Siria, con molte di loro vendute come `mogli´ per mille dollari l’una a miliziani dello Stato islamico. Ma l’ong afferma di avere potuto verificare la riduzione in schiavitù anche di almeno sei donne appartenenti alla comunità sunnita che erano mogli di soldati siriani uccisi.

domenica 28 settembre 2014

Somalia donna lapidata, "colpevole di poliandria" - Uccisa davanti alla folla da uomini col volto coperto

ANSA

Mogadiscio - Una somala di 33 anni è stata uccisa con la lapidazione in una regione della Somalia controllata dal gruppo estremista Shabaab che l'accusava di "poliandria". 

La donna è stata sepolta fino al collo, con gli occhi bendati, e presa a sassate da uomini col volto coperto davanti a una folla. "La donna è sposata con quattro uomini, ha confessato", ha gridato alla folla radunata a Baraw, nel sud della Somalia, il giudice del tribunale islamico Sheik Mohamud Abu Abdullah.

domenica 20 luglio 2014

Stato Islamico dell'Iraq e del Levante: lapidazione per due donne accusate di adulterio

Corriere della Sera
Una donna accusata di adulterio è stata messa a morte tramite lapidazione in pubblico nel Nord della Siria dai Jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis).
La violenza, denunciata dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani, sarebbe avvenuta a Raqqa, capoluogo dell'omonima provincia, in una piazza nelle vicinanze dello stadio municipale. Si tratterebbe del secondo caso nel giro di ventiquattro ore.

Il primo era stato segnalato venerdì a Al Tabaqa, nella stessa provincia. Vittima, una donna di 26 anni lapidata nel suq della città dopo che un tribunale religioso l'aveva riconosciuta colpevole di infedeltà. 

Nei territori sotto il suo controllo, dove all'inizio di luglio ha proclamato la creazione del Califfato islamico, l'Isis ha introdotto la Sharia, la legge islamica.

lunedì 5 maggio 2014

Brunei: sharia e lapidazione per gli adulteri dopo svolta islamica, rivolta contro il sultano

Corriere della Sera
Nelle parole del sultano Hassanal Bolkiah, l'introduzione del codice penale islamico per il felice popolo del Brunei è "un atto di fede e gratitudine nei confronti di Allah, l'onnipotente". Si tratta di infliggere pene come la flagellazione, l'amputazione degli arti ai ladri e la morte per lapidazione agli adulteri e a chi commette atti sessuali contro natura.
La decisione è stata presa dopo una lunga polemica che ha coinvolto le organizzazioni internazionali per i diritti dell'uomo. Ma il sultano, dall'alto dei suoi 20 miliardi di dollari di ricchezza personale costruita sul petrolio e del diritto divino al regno sui 416 mila sudditi del suo minuscolo Stato incuneato nel Borneo, il primo maggio ha emanato il decreto.

Come riportato dalle cronache mondane, il sultano vive in un palazzo di 1.788 stanze, si fa proteggere da una guarnigione di mille soldati britannici ereditati dall'epoca coloniale ed è noto per la stravaganza: quando festeggiò i 50 anni, ingaggiò Michael Jackson per una serata costata 17 milioni di dollari. Come regalo di nozze alla terza moglie, una star televisiva che ha meno della metà dei suoi anni, pensò a un corano d'oro da quattro milioni.
[...]
Forse si prepara all'aldilà. Il sultano, secondo i sondaggi, gode dell'appoggio di quel 70 per cento della popolazione del Brunei che è formato da musulmani di rito sunnita. Il resto è composto da un 15 per cento di cinesi e da una minoranza cattolica e anglicana. La legge coranica si applicherà anche a loro e i vescovi locali già temono di dover sospendere i battesimi per non incorrere nei rigori del codice.

Bolkiah sostiene che il codice penale islamico difenderà il regno dall'esterno, dalla globalizzazione che porta influssi decadenti, tentazioni che vengono diffuse via Internet: "Queste leggi sono un aiuto di Dio". Il codice legato alla Sharia sarà introdotto in tre fasi. Nella prima subiranno ammende e pene detentive coloro che saranno trovati colpevoli di condotta indecente, metteranno al mondo figli al di fuori del matrimonio o non frequenteranno la moschea il venerdì.

Nella seconda fase, a fine anno, i condannati per furti e rapine saranno frustati pubblicamente o avranno le mani tagliate. L'anno prossimo la fase finale: lapidazione a morte per adulterio e sodomia. La protesta della Commissione diritti Umani delle Nazioni Unite non ha fermato il sultano. Lo ha lasciato indifferente anche la minaccia di Londra di rivedere l'accordo che fornisce al Brunei (a pagamento) il battaglione di soldati di Sua Maestà britannica. Si sta mobilitando anche un fronte di personalità del jet set internazionale, guidato dall'attore inglese Stephen Fry e dalla star americana Ellen DeGeneres.

"Dobbiamo mandare al sultano un chiaro messaggio: cominciamo boicottando la sua catena di alberghi a cinque stelle Dorchester Collection", ha scritto su Twitter Fry, che si rivolge ai suoi 6,7 milioni di followers. Si è unito il designer di scarpe americano Brian Atwood, che ha incitato l'industria della moda a disertare gli alberghi Dorchester di Londra, Parigi e Milano durante le settimane delle sfilate. La catena comprende tra gli altri il Bel-Air di Los Angeles, il Dorchester di Londra, l'Athenée a Parigi, il Principe di Savoia a Milano. I dipendenti degli alberghi hanno diffuso un comunicato: "Noi con le questioni religiose e politiche non c'entriamo".

di Guido Santevecchi

mercoledì 27 novembre 2013

Afghanistan vuole reintrodurre lapidazione in caso adulterio

AFP
 L'Afghanistan sta pensando di reintrodurre la lapidazione contro le donne in caso di adulterio, una punizione che era in vigore durante il regime dei talebani: lo ha rivelato l'ong Human Rights Watch e la notizia è stata confermata dal ministero della Giustizia afgano.

 La punizione per i coniugi fedifraghi, assieme alle frustate per i trasgressori non sposati, appare in una bozza di revisione del codice penale del paese centro-asiatico al vaglio dal ministero della Giustizia di Kabul. 

Il capo del dipartimento penale del ministero, Ashraf Azimi, ha confermato che l'uccisione tramite lapidazione è inclusa nella bozza. La clausola della bozza afferma che "la lapidazione deve avvenire in pubblico in una località predeterminata". Se l'adultero o l'adultera non è sposato, la punizione sarà di "100 frustate". 

"E' scioccante che 12 anni dopo la caduta dei talebani, il governo Karzai reintroduca la lapidazione come punizione", ha attaccato Brad Adams, direttore di Hrw per l'Asia, chiedendo al presidente Hamid Karzai di respingere questa proposta immediatamente.

domenica 9 giugno 2013

Iran: la lapidazione per adulterio ritorna nel codice penale

Corriere della Sera
Il Consiglio dei guardiani, organo costituzionale iraniano non elettivo composto da 12 giuristi religiosi incaricato di vagliare tutta la legislazione per accertarne la compatibilità con la Costituzione e la legge islamica, ha reinserito la pena della lapidazione correggendo una bozza precedente del nuovo codice penale iraniano in cui la lapidazione, come pena esplicita per il reato di adulterio, era stata omessa.

Lo ha reso noto Iran Human Rights Italia, riprendendo una denuncia di Human Rights Watch.

Il 27 aprile l’agenzia di stampa semi-ufficiale Mehr aveva riferito che il Consiglio dei guardiani aveva terminato la revisione e la correzione della bozza del nuovo codice penale e che la normativa sarebbe presto entrata in vigore.

Il Consiglio dei guardiani aveva approvato una precedente versione della bozza del nuovo codice, ma alla fine dello scorso anno aveva deciso di apportarvi ulteriori modifiche prima dell’entrata in vigore.

La versione precedente proponeva l’abolizione delle disposizioni che prevedono la lapidazione a morte come pena per l’adulterio. Peraltro, quella versione avrebbe ancora permesso ai giudici di far riferimento a fonti religiose – tra cui la Sharia e le fatwa (editti religiosi) emesse dal clero sciita di alto rango – che potevano contemplare la lapidazione degli adulteri.

La bozza modificata identifica invece esplicitamente, di nuovo, la lapidazione come forma di punizione per le persone giudicate colpevoli di adulterio o di rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.

Il nuovo codice disciplina in modo articolato i casi in cui un’adultera o un adultero possano essere lapidati, impiccati o frustati.

Ai sensi dell’articolo 225, se il tribunale e il capo della magistratura stabiliscono che “non è possibile”, in un particolare caso, applicare la lapidazione, la persona può essere messa a morte con un altro metodo qualora le autorità abbiano provato il reato sulla base delle dichiarazioni rese da testimoni oculari o della confessione dell’imputato.

Il codice riveduto prevede anche che i tribunali che condannano gli imputati per adulterio sulla base della “conoscenza del giudice” (una dottrina notoriamente vaga e soggettiva che permette condanne in assenza di qualsiasi prova concreta) possono imporre la pena di 100 frustate al posto della lapidazione a morte. La pena per le persone giudicate colpevoli di fornicazione o di rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, che coinvolgano una persona non sposata, è di 100 frustate.

In assenza di dati ufficiali, le organizzazioni per i diritti umani stimano che siano almeno 10 le persone, uomini e donne, attualmente in prigione e a rischio di esecuzione per lapidazione in base all’accusa di adulterio. Almeno 70 persone sono state messe a morte con la lapidazione in Iran dal 1980. L’ultimo caso noto si è verificato nel 2009.

venerdì 8 marzo 2013

Iran: Sakineh da 7 anni in carcere, attivista iraniana lancia appello

AKI


“La vita di Sakineh non è ancora salva, la Repubblica Islamica deve abolire, una volta per sempre, la lapidazione dal proprio codice penale. Chiedo quindi a tutte le organizzazioni internazionali di fare pressione su Teheran affinché venga cancellata questa punizione medievale e barbara”.È l’appello lanciato da Fariba Amini, nota attivista iraniana per i diritti umani, da anni impegnata contro la pena di morte in Iran e a difesa di Sakineh Mohammadi Ashtiani, l’iraniana da sette anni in carcere e condannata alla lapidazione per adulterio che grazie a una campagna di Aki-Adnkronos International e alla mobilitazione internazionale è riuscita ad evitare la pena di morte.
Alla vigilia della giornata internazionale della donna, Amini sottolinea che si tratta di “un’occasione per la comunità internazionale per esercitare pressioni su quei paesi che violano i diritti umani e in particolare quelli delle donne. Bisogna essere severi nei confronti di tutti i paesi che applicano la pena capitale sulle donne - afferma - sia con quelli non allineati all’Occidente, come l’Iran, sia con quelli alleati, come l’Arabia Saudita e il Pakistan”.
Riferendosi alla situazione della Repubblica Islamica, Amini evidenzia le contraddizioni nella linea del governo di Teheran che, da un lato, “parla di modernizzazione del paese e prosegue il suo programma nucleare, mentre, nello stesso tempo, applica punizioni primitive e tribali quali la lapidazione contro donne anche minorenni. È un fatto insopportabile per i cittadini persiani”, conclude la Amini, auspicando la fine di queste violenze nei confronti delle donne nei paesi islamici, in generale, e in Iran in particolare.
Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio, è diventata un simbolo per chi si batte contro la pena di morte nella Repubblica Islamica. La sua vicenda risale al 2006, quando venne arrestata con l’accusa di adulterio e complicità nell’omicidio del marito, messa in prigione a Tabriz e condannata a 99 frustate.
Una sentenza della Corte Suprema nel 2007 condannò Sakineh alla lapidazione, ma la sua esecuzione venne rinviata in seguito alla presentazione di un ricorso. La vicenda balzò all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale all’inizio della primavera 2010, quando una grande mobilitazione internazionale spinse le autorità di Teheran a parlare di sospensione della sentenza.
L’11 agosto Sakineh, dal braccio della morte della prigione di Tabriz, ammise in diretta tv di essere colpevole sia di adulterio che di complicità nell’omicidio del marito. Una confessione che, a detta degli attivisti e dei familiari della donna, venne estorta con la forza, ma che produsse un effetto boomerang, accendendo ancor di più i riflettori sul caso.
Dagli Stati Uniti partì un appello di premi Nobel e star di Hollywood, dalla Francia quello della ex premiere dame Carla Bruni (per questo definita “prostituta” dalla stampa iraniana ultraconservatrice), dall’Italia quello di media come Aki-Adnkronos International, a cui si associarono politici, intellettuali e ‘big’ dello sport, tra cui Francesco Totti.
Intanto, soprattutto in Italia e Francia, le piazze si riempirono di manifestanti pro-Sakineh e di gigantografie della donna, esposte anche sui municipi di Roma. Teheran cominciò a sentirsi alle strette e il ministero degli Esteri, tramite il suo portavoce Ramin Mehmanparast, accusò Italia e Francia di essersi attivate sulla base di informazioni false. Ma poi, l’8 settembre, fu lo stesso Mehmanparast ad annunciare che la lapidazione di Sakineh era stata sospesa.
Poche settimane fa l’ultimo capitolo della vicenda, con il Consiglio dei Guardiani che ha bloccato la bozza del nuovo codice penale, elaborata dal Parlamento, imponendo alla commissione per i diritti civili e penali di inserire, in modo inequivocabile, la lapidazione come pena. L’abolizione della lapidazione è ancora un tema al centro del dibattito politico in Iran e nelle prossime settimane è attesa una decisione definitiva in merito.