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domenica 18 settembre 2022

Siria, il martirio di un popolo continua ma il mondo ha chiuso gli occhi. La guerra non e finita e il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà

Globalist
In Siria, circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.
Un obbligo morale. Un dovere professionale: non spegnere i riflettori sulla tragedia siriana. Una tragedia che continua undici anni dopo l’inizio della guerra dichiarata dal “macellaio di Damasco”, al secolo il presidente Afez al-Asad, al suo popolo, “colpevole” di essere sceso in strada per reclamare libere elezioni, giustizia, diritti. La Siria, il martirio di un popolo continua.


La testimonianza di Grandi
Una nota ufficiale dell’Unhcr : “A seguito di una visita terminata ieri (15 settembre 2022), l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha esortato ad assicurare maggiore sostegno per far fronte alle drammatiche esigenze umanitarie rilevate in Siria. La visita dell’Alto Commissario mirava ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sui 14,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria nel Paese, di cui oltre 6,9 sono sfollati interni. Circa il 90 per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi 11 anni oltre 13 milioni sono stati costretti a fuggire, con 5,5 milioni di rifugiati accolti in cinque Paesi limitrofi.

“È diritto di tutti vivere al sicuro e avere accesso a cibo, mezzi essenziali di sostentamento, acqua, alloggio e calore”, ha affermato Grandi. [...]

La piaga del colera
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la prima epidemia di colera confermata da anni nella regione: è necessaria un’azione urgente per prevenire ulteriori casi e morti, dicono dal Palazzo di Vetro.

Imran Riza, che rimane per il momento il rappresentante delle Nazioni Unite e il coordinatore umanitario in Siria, ha espresso seria preoccupazione per l’epidemia. Il numero di casi confermati di colera finora è di 20 ad Aleppo, 4 a Latakia e 2 a Damasco. Le Nazioni Unite in Siria chiedono ai paesi donatori di fornire urgenti finanziamenti aggiuntivi per contenere l’epidemia e impedirne la diffusione. [...]
L’epidemia si concentra nelle province di Aleppo e Deir al Zor. Si ritiene che derivi dall’acqua contaminata del fiume Eufrate, che scorre attraverso le province, e che viene usata sui raccolti.
L’epidemia è un indicatore della grave carenza di acqua in tutta la Siria causata dai cambiamenti climatici e dal conflitto. 


I numeri dell’emergenza umanitaria
La guerra ha provocato quasi 400mila morti e 200mila dispersi, secondo le cifre dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Su una popolazione di 21 milioni di persone prima della guerra, 6,6 milioni sono fuggite dalla Siria per cercare rifugio all’estero, principalmente negli Stati vicini. Inoltre le statistiche rivelano che il 90 per cento della popolazione rimasta nel Paese è costretta a vivere sotto la soglia della povertà. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha stimato che più di 12 milioni di siriani, ossia il 60 per cento della popolazione, vive in situazione di insicurezza alimentare. In totale sono 14,6 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario, di cui 9,6 urgente.

L’illusione della pace
Il sanguinoso conflitto in Siria, in corso da più di undici anni e che ha finora ucciso almeno mezzo milione di persone, rischia di riaccendersi dopo l’inasprimento della tensione lungo diverse linee del fronte. Lo afferma o l’ultima relazione della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulle violazioni commesse in Siria. “La Siria non può permettersi un ritorno a combattimenti su larga scala, ma questo è ciò verso cui si sta andando”, ha affermato Paulo Sergio Pinheiro, presidente della commissione d’inchiesta.

“A un certo punto – ha detto Pinheiro parlando ai giornalisti a Ginevra e citato dai media siriani e libanesi – credevamo che la guerra in Siria fosse completamente finita (…) le violazioni documentate hanno dimostrato che non è così”.

La relazione di 50 pagine afferma che nonostante il fatto che numerosi fronti di guerra, a lungo attivi, si siano in apparenza pacificati, negli ultimi sei mesi si sono registrate numerose e gravi violazioni dei diritti umani fondamentali.


In particolare, si legge nella relazione dell’Onu, l’inasprimento di combattimenti e raid aerei nel nord-est e nel nord-ovest della Siria hanno provocato la morte di decine di civili. Le popolazioni sono inoltre private in diverse aree di cibo e acqua potabile.

Secondo la commissione d’inchiesta, negli ultimi tre mesi si è inoltre registrato un aumento dei bombardamenti aerei russi nelle regioni nord-occidentali, dove da anni sono ammassati circa 4 milioni di persone, fuggite negli anni da altre zone del martoriato paese.

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Inferno siriano
Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore.

Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. [...]
Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”, conclude Russell.

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sabato 6 novembre 2021

Corridoi umanitari, a Fiumicino arrivati 44 rifugiati siriani (15 bambini). Accolti in diverse regioni italiane con precisi percorsi di integrazione

Il Faro
Fiumicino – Sono atterrati questa mattina a Fiumicino, con un volo proveniente da Beirut, 44 rifugiati siriani – tra cui 15 bambini – che vivevano da tempo nei campi profughi del Libano e che negli ultimi mesi hanno sofferto un peggioramento delle loro condizioni di vita non solo a causa della pandemia, ma anche della gravissima crisi politica, economica e sociale che sta attraversando questo Paese. 


Il loro ingresso in Italia è stato reso possibile grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, grazie al rinnovo del protocollo firmato lo scorso agosto con i Ministeri dell’Interno e degli Esteri, che prevede l’arrivo di altre 1000 persone in condizioni di vulnerabilità.
Dal febbraio 2016 con i corridoi umanitari sono giunti in Italia dal Libano più di 2050 profughi e, complessivamente, in Europa, circa 4mila richiedenti asilo.
Anche i rifugiati giunti questa mattina saranno accolti da associazioni, parrocchie e comunità in diverse regioni italiane (Lazio, Marche, Piemonte, Sicilia e Toscana) e, dopo aver trascorso un periodo di quarantena nel rispetto delle normative anti-covid, verranno avviati in un percorso di integrazione: per i minori attraverso l’immediata iscrizione a scuola e per gli adulti, subito con l’apprendimento della lingua italiana e, una volta ottenuto lo status di rifugiato, l’inserimento nel mondo lavorativo. I corridoi umanitari, interamente autofinanziati (dalla raccolta fondi di Sant’Egidio e dall’8 per mille della Tavola valdese) e realizzati grazie a una rete di accoglienza diffusa, rappresentano un modello efficace, che coniuga solidarietà e sicurezza, tanto da essere stati replicati in altri Paesi come Francia, Belgio e Andorra.

giovedì 28 ottobre 2021

Siria: Onu, la guerra non è finita. Persone uccise, migliaia di detenuti, 12 milioni di sfollati soffrono la fame, 2% di vaccinati.

AnsaMed
La guerra in Siria continua nonostante molti Stati e analisti preferiscono considerare finito il conflitto: parole di Paulo Pinheiro, presidente della Commissione internazionale indipendente incaricata dall'Onu di far luce sulle violazioni umanitarie durante la guerra siriana.

In un discorso pronunciato nelle ultime ore di fronte ai membri della 3/a commissione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunitisi a New York, Pinheiro ha ricordato che in Siria si contano "diverse centinaia di migliaia di persone uccise", "decine di migliaia di detenuti", "più di 12 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare" e "12 milioni di sfollati".

Nella sua relazione, Pinheiro ha detto: "molti Stati e analisti preferirebbero chiudere con il conflitto siriano. Il governo controlla oltre il 70% del Paese e il presidente Assad è stato rieletto. Ma la realtà è che la guerra contro il popolo siriano continua". "Mentre parliamo - ha proseguito - milioni di civili continuano a essere condannati alla guerra, al terrore e al dolore. Molti degli sfollati hanno visto le loro proprietà distrutte o sequestrate dal governo, da gruppi armati o gruppi terroristici".

"L'inverno sta arrivando di nuovo - ha aggiunto Pinheiro - portando il freddo pungente nelle loro tende improvvisate. I siriani ora affrontano una nuova ondata di pandemia e solo il 2,1% della popolazione è completamente vaccinata". 

Alla luce di questi dati, il presidente della commissione d'inchiesta afferma: "non è il momento di pensare che la Siria sia sicura per il ritorno a casa dei suoi rifugiati. Siamo invece assistendo a un aumento dei combattimenti e della violenza". Pinheiro cita a proposito l'escalation di violenze armate verificatesi dall'estate scorsa nel nord-ovest, nel sud, nel nord e nell'est del paese. "Centinaia di migliaia di siriani si svegliano ogni mattina, preoccupati per il destino e dove si trovano i propri cari scomparsi", ha affermato.

martedì 28 settembre 2021

Siria - Continue e gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni, scomparse, torture, violenze di genere nei centri di detenzione.

AnsaMed
L'Italia rimane profondamente preoccupata per il gran numero di esecuzioni extragiudiziali e di persone scomparse o detenute illegalmente, nonché per le torture e la violenza di genere perpetrata nei centri di detenzione. 


Lo ha affermato la Vice Rappresentante Permanente d'Italia presso le Nazioni Unite, Marie Sol Fulci, intervenuta in occasione del dialogo interattivo con la Commissione d'Inchiesta sulla Siria, presieduta da Paulo Sergio Pinheiro, durante la 48ma Sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Fulci ha ricordato come il popolo siriano continui a subire gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e ha condannato gli attacchi ai civili e alle infrastrutture civili, condotti in aperta violazione del diritto internazionale umanitario. 

La Vice Rappresentante Permanente ha poi esortato tutti gli attori sul terreno a rivelare la sorte di coloro che sono scomparsi o che sono ancora dispersi, invitandoli ad impegnarsi in modo significativo con i meccanismi internazionali competenti in materia. 

Fulci - riferisce una nota della Rappresentanza - ha inoltre condannato la violenza e le atrocità commesse da tutte le parti in conflitto, sottolineando l'importanza di acclarare le responsabilità di chi ha commesso gravi violazioni dei diritti umani. Infine, ella ha espresso il pieno supporto dell'Italia al lavoro della Commissione d'Inchiesta e il Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente sulla Siria e ha ribadito come il contrasto all'impunità sia un prerequisito per una soluzione pacifica del conflitto nel Paese.

martedì 4 maggio 2021

La Danimarca, vuole rimandare nella "città sicura" di Damasco centinaia di rifugiati siriani. Sono stati già privati del permesso di soggiorno.

Amnesty International
Amnesty International ha denunciato che centinaia di rifugiati siriani, cui il governo della Danimarca ha revocato il permesso di soggiorno, rischiano arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate se costretti a un rimpatrio illegale.

Tra il 1° gennaio e il 1° aprile 2021 il Servizio danese per l’immigrazione ha informato almeno 380 rifugiati siriani, bambini compresi, che dovranno rientrare in Siria poiché la Danimarca giudica la capitale Damasco e i suoi dintorni “zone sicure”, contrariamente a quanto hanno dichiarato gli esperti internazionali sui diritti umani e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite sui rifugiati.

Mentre la maggior parte di loro ha presentato appello contro la decisione, per 39 rifugiati il destino pare segnato, soprattutto dopo l’annuncio della ripresa delle relazioni diplomatiche della Danimarca col regime siriano.

Nel frattempo, anche coloro che sono in attesa dell’esito dell’appello sono stati privati del permesso di soggiorno e della protezione temporanea e dunque esclusi dai benefici sociali dall’accesso al lavoro e all’istruzione.

“Fuggiti dalla guerra, per almeno 39 rifugiati siriani la prospettiva appare ora quella di un ritorno ‘volontario’ in Siria o della reclusione nei centri di rimpatrio in attesa della partenza. Il destino di centinaia di altri è incerto. È incredibile che il governo danese consideri sicure alcune zone della Siria, uno stato dove le persone vengono regolarmente arrestate, torturate e fatte sparire”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore per l’Europa di Amnesty International.

Le ricerche di Amnesty International hanno dimostrato che i civili rientrati nelle zone della Siria controllate dal governo, compresa la capitale Damasco, devono passare attraverso “controlli di sicurezza”, ossia interrogatori da parte dei servizi di sicurezza locali, responsabili di violazioni dei diritti umani così gravi da poter essere considerate crimini contro l’umanità.

L’anno scorso la prima ministra danese Mette Frederiksen aveva annunciato l’intenzione di ridurre a zero le domande d’asilo. In seguito, le autorità di Copenaghen hanno deciso di riesaminare la situazione di circa 900 rifugiati siriani residenti nel paese. Tale valutazione ha portato al ritiro del permesso di soggiorno ad almeno 380 di loro.

martedì 13 aprile 2021

Siria - In aumento il numero di vittime causate dall'esplosione di mine. Migliaia di vittime e 11,5 milioni di persone a rischio

Agenzia Nova
Il numero di vittime causate dall’esplosione di mine in Siria è aumentato in tempi recenti, nonostante il relativo calo delle tensioni tra le parti coinvolte nel conflitto nel Paese, perché le mine sono posate in terreni agricoli e aree residenziali e colpiscono soprattutto civili. 
Siria - Bambino vittima di una mina - Foto: Msf

È quanto emerge da un rapporto dell'Osservatorio euro-mediterraneo per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Ginevra. 

Secondo il rapporto, la responsabilità maggiore per l’installazione di mine spetta al governo di Damasco, le cui forze armate possiedono un ampio equipaggiamento militare comprendente diversi ordigni di fabbricazione russa. 

Le province siriane più colpite dalle esplosioni di mine sono secondo il rapporto quelle di Aleppo e Raqqa, dove è morto il 50 per cento delle vittime, mentre seguono quella orientale di Deir ez-Zor (16 per cento), Daraa e Hama. 

Secondo un rapporto del Comitato internazionale della Croce rossa, circa 11,5 milioni di persone in Siria rischiano di essere colpiti dall’esplosione di mine, e secondo l’Onu più di 12 mila persone hanno avuto incidenti con gli ordigni, il 35 per cento delle quali ha perso la vita.

lunedì 15 marzo 2021

10 anni di guerra in Siria - Decine di migliaia di bambini non hanno vissuto un giorno di pace

 Blog Diritti Umani - Human Rights

15 marzo 2011 - 15 marzo 2021 - 10 anni di guerra in Siria

Questi bambini nati in guerra non hanno vissuto
un giorno nel loro paese in pace


venerdì 12 marzo 2021

Siria - Impatto devastante di 10 anni di guerra sui bambini. Unicef: Metà non va a scuola, 90% necessita assistenza sanitaria

Ansa
Dopo dieci anni di violenze armate in Siria, l'impatto sui bambini e, in generale, i minori, è stato devastante. Lo rivela oggi il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), secondo cui il 90% dei bambini ha bisogno di assistenza umanitaria, con un incremento del 20% rispetto allo scorso anno.

Secondo i dati Unicef raccolti tra il 2011 e il 2020, più di 12mila minori sono stati uccisi o feriti, più di 5.700 bambini, alcuni anche di 7 anni, sono stati reclutati nei combattimenti, più di 1.300 strutture sanitarie e scolastiche, con il relativo personale, sono stati attaccati dalle parti in conflitto. 

Nel comunicato diffuso ai media, Unicef afferma che la guerra lunga un decennio in Siria ha avuto conseguenze devastanti sui bambini e sull'infanzia. "All'interno della Siria ci sono 6 milioni di bambini che hanno bisogno di assistenza, molti sono nati durante la guerra e non hanno conosciuto altro se non conflitto, sfollamento e perdite". 

L'agenzia dell'Onu ricorda che "solo lo scorso anno, il numero di bambini indicati con stress psicologico è raddoppiato, indice delle conseguenze di lungo periodo che la guerra continua ad avere sulla salute mentale e sul benessere dei bambini. Metà dei bambini della Siria non va a scuola: una scuola su tre in Siria non può essere utilizzata perché danneggiata, distrutta, utilizzata come rifugio per le famiglie sfollate o usata a scopo militare". 

L'Unicef non dimentica gli effetti negativi della pandemia che "ha ulteriormente complicato la situazione dei bambini della Siria. Il numero di persone che ha bisogno di aiuto è aumentato del 20% solo lo scorso anno, il 65% delle famiglie riportano di non poter rispondere ai bisogni di base e circa l'80% delle persone in Siria vive in povertà". ondo".

venerdì 5 marzo 2021

La guerra in Siria: scomparsi decine di migliaia di siriani, detenuti “arbitrariamente” nel corso del conflitto.

Sicurezza Internazionale - LUISS
Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che decine di migliaia di siriani, detenuti “arbitrariamente” nel corso del conflitto, sono scomparsi e il loro destino è al momento ignoto.
Foto: syrianfamilies.org

Il rapporto, che si prevede verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu l’11 marzo prossimo, si basa su più di 2500 interviste condotte nel corso degli ultimi dieci anni. Il quadro presentato, definito “orribile”, include violazioni dei diritti umani, torture sistematiche, stupri e altri crimini perpetrati all’interno di circa 100 strutture di detenzione in Siria sin dallo scoppio del conflitto, il cui inizio risale al 15 marzo 2011. 

A detta degli autori della relazione, ovvero “investigatori” delle Nazioni Unite, molte di queste violazioni sono paragonabili a crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Quanto raccontato è stato poi definito un “trauma” che influenzerà la società siriana per decenni.

Stando a quanto riferito da un membro della commissione onusiana, Hanny Megally, la detenzione arbitraria ha rappresentato una forma di punizione impiegata contro oppositori e voci critiche legate ad entrambe le parti belligeranti, sebbene sia stata utilizzata soprattutto dal governo di Damasco affiliato al presidente siriano Bashar al-Assad. 

Come precisato da Megally, scopo delle autorità siriane era intimidire e terrorizzare la nazione e, per fare ciò, i siriani detenuti sono stati vittima di “trattamenti brutali”. Sono migliaia i cittadini scomparsi con la forza, per mano del governo damasceno, i quali si pensa siano morti o giustiziati, mentre altri sono tuttora trattenuti in condizioni definite “disumane”.
[...]
Il perdurante conflitto siriano è oramai in corso da circa dieci anni. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, mentre sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Sono diverse le regioni tuttora oggetto di un clima teso. Tra queste, il governatorato Nord-occidentale di Idlib, il quale rappresenta l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione, al centro di una violenta offensiva fino al 5 marzo 2020. In tale data, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Tuttavia, le violazioni, seppur sporadiche, hanno spesso fatto temere il riaccendersi di tensioni.


martedì 19 gennaio 2021

Siria - Maltempo sui campi profughi dimenticati di Idlib. Decine di migliaia di donne, bambini anziani dormono negli acquitrini.

AnsaMed
Decine di migliaia di sfollati siriani ammassati nei campi profughi della Siria nord-occidentale dormono da giorni negli acquitrini causati dalle insistenti piogge abbattutesi nella regione.


L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria ha documentato le sofferenze degli abitanti di diversi campi profughi nella regione di Idlib e a ovest della città di Aleppo a ridosso col confine turco. 

In questa zona fuori dal controllo militare governativo, a causa del conflitto in corso da 10 anni circa due milioni di persone vivono in condizioni umanitarie disperate.
 

Si tratta in larga di donne, bambini e anziani che da diversi anni affrontano le rigide temperature invernali e le intemperie in un contesto di generalizzata carenza di servizi di base come riscaldamento, acqua potabile, medicinali.

domenica 27 dicembre 2020

Incendio nel campo profughi siriano in Libano nella città di Tripoli a seguito di scontri tra rifugiati e libanesi

Blog Diritti Umani - Human Rights 

Un campo profughi siriano è stato incendiato domenica in Libano a seguito di scontri tra due gruppi. Secondo la stampa libanese, scontri armati sono scoppiati tra profughi siriani e gruppi libanesi nella zona di Minieh della città settentrionale di Tripoli, tre persone sono rimaste ferite. 

Incendio in un campo profughi siriano nella regione di Miniyeh, 
nel nord del Libano, il 26 dicembre 2020 (via Twitter).

Un campo profughi che ospitava le tende ha preso fuoco durante gli scontri. Poiché il fuoco si è diffuso rapidamente nel campo, alcuni siriani sono dovuti fuggire a Tripoli mentre altri si sono rifugiati nei campi vicini. 

I vigili del fuoco hanno spento l'incendio. I funzionari statali libanesi non hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sull'incidente. 

Secondo le statistiche ufficiali libanesi, circa 1,5 milioni di siriani, che dal 2011 sono dovuti fuggire dal loro Paese a causa della guerra civile in corso, si sono rifugiati in Libano.

mercoledì 2 dicembre 2020

Siria - "Osservatorio siriano per i diritti umani": più di 16 mila uccisi nelle carceri di governo dal 2011. "Morti sotto tortura", tra loro anche 64 donne e 125 minorenni

AnsaMed
Sono più di 16mila i civili siriani uccisi sotto tortura nelle carceri governative siriane negli ultimi 10 anni: lo riferisce oggi l'Osservatorio siriano per i diritti umani in Siria, che pubblica una lista aggiornata e documentata di 16.224 vittime dal 2011 a oggi. 


Di questi, 16.035 sono uomini maggiorenni, 125 sono minorenni e 64 sono donne. Il governo siriano ha sempre negato di praticare la tortura e di detenere nelle sue carceri attivisti e dissidenti politici.

lunedì 13 aprile 2020

Siria - Appello del Nunzio a Damasco: "Qui metà degli ospedali chiusi, il nemico adesso è il virus, se si diffonde potrebbe essere una catastrofe inimmaginabile"

Corriere della Sera
Il cardinale Zenari, Nunzio a Damasco: «Milioni di sfollati e due terzi e del personale sanitario è partito. La diffusione del virus provocherebbe un disastro di dimensioni inimmaginabili».
«In undici anni che sono qui non ho mai visto un’atmosfera così. In Medio Oriente, sa, c’è vita soprattutto la sera. Ora c’è solo un silenzio di tomba. Sto guardando fuori dalla finestra e non si vede neanche un cane. Alle 18 è scattato al coprifuoco che dura fino alle sei del mattino. La gente ha paura, molta paura…». Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, sospira: «La diffusione del virus, qui in Siria, sarebbe una catastrofe inimmaginabile». 

Eminenza, a metà marzo la Siria è entrata nel decimo anno di guerra, il Papa all’Angelus si è associato all’appello del Segretario generale dell’Onu per un «cessate il fuoco totale» in tutto il mondo… 
«Dal 5 marzo, dopo l’incontro tra Putin ed Erdogan, è cominciata una tregua a Idlib, nel Nordovest, e finora ha tenuto, salvo qualche violazione. Nel Nordest, dove ci sono i curdi e le forze appoggiate dagli Usa, hanno accettato subito. Speriamo che sia la volta buona e tutti abbiano un po’ di buon senso. Adesso il nemico da combattere è il Coronavirus, ed è un nemico che fa una paura enorme». 

Qual è la situazione? 
«Mancano strutture e uomini. L’Oms, alla fine del 2018, calcolava che in Siria funzionasse solo il 46 per cento degli ospedali; gli altri erano chiusi, distrutti dalla guerra, o operavano solo in parte. Nel frattempo le cose sono peggiorate. Inoltre, dall’inizio del conflitto, due terzi dei medici e del personale sanitario sono partiti. E tutto questo in un Paese che ha patito più di mezzo milione di morti e con 12 milioni di persone fuori dalle proprie case, tra sfollati interni e rifugiati nei Paesi vicini».

Il contagio è arrivato? 
«Le autorità hanno cominciato a dichiarare l’esistenza di persone infettate una settimana fa, parlando di un caso positivo arrivato dall’estero. Di lì a qualche giorno hanno riferito di altri quattro in quarantena. Ma chi può sapere la situazione reale… Qui ci sono sei milioni di sfollati, molti ammassati nei campi profughi. Otto persone su dieci vivono sotto la soglia di povertà. La gente si chiede: se va così nei Paesi occidentali, come potremo fermare questo flagello qui?».


Sono state prese delle misure? «Sì, le stesse autorità hanno molta paura. Da una decina di giorni sono state chiuse scuole, università, moschee, anche le chiese non celebrano funzioni, hanno ridotto al 40 per cento il pubblico impiego, limitato i trasporti, ci sono diverse disposizioni per evitare assembramenti, ad esempio nei mercati, la sera scatta il coprifuoco…È una cosa che fa pensare, il segno che si teme un disastro». 

Dal 2017 avete promosso il progetto «Ospedali aperti», sostenuto dal Papa, dalla Cei e dalle donazioni e gestito dalla Fondazione Avsi , come vi state muovendo?
«Sì, abbiamo sostenuto l’ospedale italiano e quello francese a Damasco, e il St. Louis ad Aleppo. In due anni sono stati curati più di trentamila pazienti poveri. Adesso stiamo cercando di procurarci dei respiratori, magari da qualche paese vicino come il Libano, ma è difficile. Qui siamo isolati dal resto del mondo, mancano aerei…Speriamo di farcela».


Gian Guido Vecchi

venerdì 27 marzo 2020

Covid-19 - Rispondendo all'appello di Guterres (ONU), proclamato il cessate il fuoco nei Paesi in guerra per paura della pandemia. Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine

La Repubblica
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. E' uno dei pochi effetti positivi del virus.
Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l’avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria. 

Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.

Invece, in un Paese in guerra dopo l’altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un’altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. 

Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull’impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell’Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l’appello di Guterres", ha detto la fonte.

All’origine di quest’operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una “nuova, importante iniziativa” per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l’approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.

Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l’opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l’inviato dell’Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le “risposte positive” per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. 

Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo. Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l’idea di una tregua e si sono dette disponibili «a fermare ogni azione militare» nel nord-est del Paese, mentre il Segreterio generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.

Pietro Del Re

sabato 21 marzo 2020

Coronavirus. Paura tra i profughi siriani: "Qui non abbiamo neanche l'acqua e il sapone per lavarci le mani"

La Repubblica
Nelle regione di Idlib, pesantemente bombardata da dicembre, sono del tutto assenti le strutture sanitarie per arginare la pandemia. Il regime di Damasco nega possibili contagi nel Paese. Ma fino a ieri sono rimasti aperti tutti i collegamenti con l'Iran, grande focolaio di infezioni.

Quando nel campo di Atmeh, al confine turco-siriano, sono arrivati gli operatori umanitari con le tute blu e le mascherine sul volto, i profughi hanno subito pensato che il Covid-19 li aveva ormai raggiunti. 

E molti di loro sono stati presi dal panico, come racconta Ibrahim Fahal, padre di sette figli fuggito dalla guerra che ancora insanguina il suo Paese: "In molti se l'aspettavano, ma adesso sono ancora più terrorizzati di prima, perché qui non abbiamo neanche l'acqua e il sapone per lavarci le mani". 

E teme il peggio anche lo staff che gestisce il campo, consapevole che sono totalmente assenti le strutture per arginare la pandemia. Nei campi nella regione di Idlib, ancora controllato dalle forze della rivolta contro il regime di Damasco, sono arrivati dallo scorso dicembre circa 900 mila persone, in fuga dall'offensiva delle truppe lealiste spalleggiate dall'aviazione di Mosca. I bombardamenti hanno colpito con stupefacente precisione molte strutture sanitarie della regione, ospedali, cliniche, annientando quindi una possibile risposta al coronavirus.

“Centinaia di migliaia di persone vivono in tende sovraffollate”, spiegano i Caschi bianchi, il corpo civile di intervento e soccorso che opera nelle zone non sotto il controllo di Damasco. I Caschi bianchi hanno lavorato con altre organizzazioni per preparare 60 posti letto nell’eventualità di una crisi sanitaria, e sono state fatte alcune operazioni di sterilizzazione di spazi comuni nella provincia di Aleppo, ma le strutture mediche dell’area sono al collasso, meno della metà degli ospedali è ancora attiva. “Più di 3,5 milioni di civili sono intrappolati nel nord ovest della Siria con ospedali bombardati e servizi sanitari molto limitati. Una epidemia di coronavirus è solo questione di tempo e il numero di persone che potrebbero essere colpite potrebbe essere devastante”, scrive Laila Kiki direttore di Syria Campaign. Ad oggi verificare l’esistenza di casi di Coronavirus è ancora impossibile a Idlib perché non ci sono i test. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha fatto sapere di esser pronta a cominciare a sottoporre la popolazione ai tamponi.

Secondo Adam Coutts, specialista di salute pubblica dell'Università di Cambridge, i profughi sono tra le persone più vulnerabili al virus. "L'Oms ha chiesto a tutti i Paesi di prepararsi per contenere la diffusione del Covid-19, ma molto poco è stato fatto per aiutare in questo senso le popolazioni che vivono nei campi profughi in Medio Oriente e in Europa". La stessa denuncia è giunta da parte del personale dell'Organizzazione per le migrazioni, dell'Alto commissariato Onu e per i rifugiati e di altre ong. "Neanche al campo di Moria, sull'isola di Lesbo, che ospita 20 mila persone quand'era stato pensato per sole 3 mila, c'è abbastanza acqua per lavarsi le mani né c'è la possibilità di mantenere una distanza di sicurezza tra le persone", dice Hilde Voochten, coordinatrice sanitaria di Medici senza frontiere.

Inanto il regime siriano ha smentito che ci siano casi accertati di coronavirus nelle zone sotto il suo controllo, dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi che parlavano di decine di contagiati a Daraa, Latakia e in altre zone del Paese. Ma fino a ieri i collegamenti aerei tra Damasco e l’Iran, che è uno dei focolai di infezioni più virulenti nel mondo, sono rimasti attivi, ed è continuato il passaggio di uomini e mezzi tra i due paesi, sia per i pellegrinaggi religiosi che per le operazioni militari. Teheran è un alleato prezioso del regime nella guerra che dura ormai da 10 anni, nelle zone controllate da Damasco operano diverse milizie che fanno capo all'Iran e alle forze Quds, l’unità dei Pasdaran che si occupa delle operazioni all’estero e che fino al 3 gennaio era diretta dal generale Qassem Soleimani.

Gabirella Colarusso e Pietro Del Re

mercoledì 4 marzo 2020

Siria, un razzo su Idlib 9 morti di cui 5 bambini. In tempi di lotta globale al coronavirus la guerra ci si rivela in tutta la sua follia.

Globalist
Nove le vittime in totale. Mevlut Cavusoglu, ministro degli Esteri turco, ha dichiarato che Ankara non è nelle condizioni di fermare i migranti che vogliono restare in Europa

A Idlib i bambini continuano a morire: un razzo sparato dall'aviazione di Damasco ha centrato una strada del centro cittadino, aprendo un cratere nell'asfalto e uccidendo 9 civili, di cui 5 bambini.
 

Nel frattempo la Turchia annuncia di aver abbattuto un caccia siriano e di aver neutralizzato 327 soldati di Damasco.
Mevlut Cavusoglu, ministro degli Esteri turco, ha dichiarato che Ankara non è nelle condizioni di fermare i migranti che vogliono restare in Europa e ha invitato l'Ue a "rispettare i valori umanitari comuni", accogliendo i migranti. 

Dal canto suo, Dominic Raab, ministro degli Esteri inglese, ha assicurato il suo sostegno alla Turchia come alleato Nato "per arrivare a un nuovo cessate il fuoco a Idlib" in Siria.
"Un attacco della Turchia contro l'Europa". Così il cancelliere austriaco Sebastian Kurz commenta la decisione di Ankara di lasciar passare i migranti verso l'Ue come ritorsione, denuncia Erdogan, per il mancato appoggio ai turchi in Siria.

Sono intanti 130.469 i migranti che si sono diretti dalle zone interne della Turchia verso il confine con la Grecia per cercare di entrare nell'Ue, dopo che Ankara ha annunciato che non intende più fermarli. Lo scrive su Twitter il ministro dell'Interno turco, Suleyman Soylu. La cifra è dieci volte superiore a quella riferita dalle autorità di Atene e dalle ong internazionali.

E mentre l'alto rappresentante Ue Borrell è ad Ankara per incontri ad alto livello, il presidente turco Erdogan se la prende con Bruxelles: 'Abbiamo già speso 40 miliardi, dove sono i sei miliardi promessi per le Ong?', dice.

sabato 29 febbraio 2020

Siria. La Turchia spinge i profughi verso l'Europa. Reazione di Ankara dopo l'uccisione di 33 soldati turchi a Idlib. Riparte l'esodo, gas per fermarli.

Avvenire
Durissima la reazione di Ankara dopo l'uccisione di 33 soldati turchi a Idlib: "Abbiamo colpito oltre 300 soldati siriani". Riaperti i confini con l'Unione Europea ai migranti, già partito l'esodo.



Nuovi venti di guerra a Idlib, nel Nordovest della Siria al confine con la Turchia, dove da settimane si fronteggiano le forze turche con l'esercito di Damasco, sostenuto dalla Russia. 


A innescare il rischio concreto di una escalation fatale è stato l'attacco aereo di Damasco contro i turchi nella regione, che ha ucciso almeno 33 soldati di Ankara. Il presidente Recep Tayyip Erdogan - che ha sentito telefonicamente il collega russo Vladimir Putin - ha subito convocato un Consiglio di sicurezza straordinario per decidere la controffensiva. E in questa riunione, con i vertici militari del Paese, è stato deciso anche di aprire i confini dell'Ue ai migranti e non trattenerli più nel Paese.

Dalle Nazioni Unite arriva il monito che "il rischio di una maggiore escalation cresce di ora in ora" se non si interviene in Siria. Gli sfollati da Idlib sono già centinaia di migliaia. Sul campo, il portavoce della presidenza turca, Fahrettin Altun, ha comunicato che "tutte le posizioni note del regime siriano sono state prese di mira dalle unità di terra e aeree" turche "per vendicare i soldati turchi uccisi".

venerdì 21 febbraio 2020

Due operatori Oxfam uccisi in un attacco in Siria

Oxfam Italia
Due operatori di Oxfam, impegnati nella risposta umanitaria alla crisi siriana, sono stati uccisi il 19 febbraio  in un attacco al veicolo su cui viaggiavano, da parte di un gruppo armato rimasto finora non identificato. Il tragico episodio si è verificato alle 14:00 ora locale, nel governatorato di Dar’a, nel sud della Siria, tra Nawa e Al-Yadudah.
Le vittime sono Wissam Hazim, responsabile della sicurezza del personale e l’autista Adel Al-Halabi. Nel corso dell’attacco è rimasto ferito anche un altro volontario di Oxfam, che era con loro.
“Siamo devastati dalla perdita di due preziosi colleghi che sono stati uccisi mentre lavoravano per fornire aiuti ai civili coinvolti nel conflitto siriano. Il nostro più sincero affetto e i nostri pensieri sono con le loro famiglie. Condanniamo con forza questo episodio. È essenziale che tutti le parti in conflitto garantiscano la sicurezza e l’incolumità degli operatori che lavorano ogni giorno per soccorrere la popolazione”.
 Moutaz Adham, direttore di Oxfam in Siria

martedì 18 febbraio 2020

Siria, nei campi di Idlib migliaia di bambini al gelo per sfuggire ai bombardamenti: ''E' in corso un'ecatombe''

La Repubblica
Più di 800.000 siriani, per lo più donne e bambini, sono fuggiti dalle loro case durante la campagna militare siriana, appoggiata dalla Russia, lanciata a dicembre per eliminare l'opposizione nella Siria nord-occidentale.



Funzionari delle Nazioni Unite affermano che nei campi profughi di Idlib, cui si riferiscono queste immagini, è in corso un'ecatombe di bambini, che muoiono perché denutriti e perché costretti a dormire al gelo, in rifugi di fortuna. 


Secondo Ginevra Elisabeth Byrs del World Food Program, l'esodo dovrebbe continuare, con migliaia di persone in movimento e intere città e comunità che fuggono verso la sicurezza nelle aree vicino al confine turco, ha detto ai giornalisti.
"Le famiglie si stanno spostando verso nord verso campi già sovraffollati vicino al confine tra Siria e Turchia. Più di 140.000 persone sono state sfollate in una sola settimana, tra il 2 e il 9 febbraio"
ha detto Byrs. Le famiglie che fuggono dagli attacchi aerei cercando riparo a Idlib stanno dormendo all'aperto e bruciando fasci tossici di immondizia per cercar di scaldarsi.
Reuters

venerdì 14 febbraio 2020

Siria - Campo profughi - Iman, bambina di 1 anno e mezzo muore di freddo nelle braccia del padre

Adnkronos
Morta di freddo a un anno e mezzo in un campo profughi nel nord-ovest della Siria. Quella della piccola Iman Mahmoud Laila è solo una delle tante tragiche storie della catastrofe umanitaria che affligge il Paese, dove secondo le ong è ormai in corso un'ecatombe di bambini. 
A riportare la vicenda della piccola Iman, è la Rete siriana per i diritti umani che racconta come la bambina e i suoi genitori, scappati dalla Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, avevano trovato rifugio in un improvvisato centro per sfollati nel villaggio di Ma'rata, a ovest della città di Afrin, nella provincia di Aleppo.

Le rigide temperature e le nevicate degli ultimi giorni hanno fatto ammalare la bambina e ieri, quando la piccola ha cominciato ad avere problemi respiratori, il padre ha deciso di portarla all’ospedale Al-Shifa di Afrin, distante pochi chilometri. L'uomo ha avvolto la figlia in una coperta e, stringendola al petto, ha camminato per circa due ore prima di raggiungere la clinica, dove però è arrivata priva di vita.

Secondo quanto ha scritto il dottor Housam Adnan su Facebook, Iman era morta per assideramento un’ora prima, tra le braccia del padre. "Questa mattina presto, una bambina è arrivata nel nostro ospedale di Afrin – si legge nel post – l’ha portata suo padre dalla tenda in cui vivono a pochi chilometri da qui perché accusava problemi respiratori. Gli ha messo addosso tutto ciò che possedeva per tenerla al caldo. Ha fatto tutto il possibile per scaldare il suo cuoricino. L’ha abbracciata forte e piangendo ha camminato dalle cinque del mattino nella neve e nel vento. Ha camminato tra le macerie del suo Paese. I suoi arti erano congelati, ma il suo cuore continuava ad abbracciarla. Ha camminato per due ore prima di arrivare al nostro ospedale. Quando siamo riusciti a separarlo dalla figlia, abbiamo visto il viso angelico della bambina, sorridente. Ma immobile. Abbiamo provato a sentire i battiti del suo cuore ma era morta! Un’ora fa! Quest’uomo ha portato il corpo della figlia senza saperlo".