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venerdì 25 ottobre 2019

Povera Siria! Si è aperto un altro capitolo di una guerra infinita che dura dal 2011 - di Andrea Riccardi

Andrea Riccardi, il Blog
L'ennesima sconfitta per l`Europa: divisa, confusa e impotente. L'offensiva ha travolto anche parecchi cristiani rifugiatisi nel Nord della Siria dopo la Grande guerra




Povera Siria! Si è aperto un altro capitolo di una guerra infinita che dura dal 2011. Poveri curdi siriani! La regione semiautonoma nel Nord del Siria, il Rojava, sta scomparendo sotto l'offensiva turca. Con i curdi, sono travolti parecchi cristiani, rifugiatisi qui dopo la Prima guerra mondiale e le persecuzioni nell'Impero ottomano, fuggendo dalla Turchia. 

Il mondo di Rojava sarà spazzato via? Sembra di sì, se guardiamo a quanto successo nell'enclave curda di Afrin, occupata dai turchi nel 2018, insieme alle milizie arabe, l'esercito libero siriano estremista e qaedista. 

Ad Afrin (dal 2012 unito al Rojava) l'esercito libero siriano ha condotto epurazioni etniche. I curdi sono stati in parte allontanati. I cristiani della città, circa 3 mila, sono scappati e l'unica chiesa bruciata.

Gli yazidi, circa 30 mila, hanno subito violenze e sono fuggiti, temendo il ripetersi delle truci storie del Sinjar, in Iraq, con l'occupazione di Daesh. Nel Rojava ora è il caos. 

È stata assassinata Hevrin Khalaf, leader politico curdo e attivista per i diritti delle donne. Circolano i video del brutale assassinio. Sotto i colpi degli occupanti, turchi e arabi radicali, crolla la costruzione democratica realizzata dai curdi. 

Crolla il sistema carcerario, che deteneva in prigioni o campi i miliziani di Daesh (tra cui i foreign fighters) e i loro familiari. Alcuni sono fuggiti e rappresentano un grave pericolo. 

Con il Rojava, i curdi, la più grossa minoranza in Medio Oriente senza uno Stato, avevano trovato una forma di autonomia di fatto in Siria. I soldati curdi (uomini e donne) avevano combattuto una battaglia per tutti (l'Occidente prima di tutto) contro Daesh, lasciando sul terreno tanti caduti. 

Gli americani erano stati loro alleati, appoggiandoli con una forte e coordinata copertura aerea. Si sapeva che la Turchia considerava negativamente il Rojava e ne temeva i riflessi sulla minoranza curda nelle sue frontiere, ma c'era la copertura americana. A un certo punto il presidente Trump ha dato il via libera all'invasione turca con il ritiro delle sue truppe. La decisione non trova un consenso maggioritario nel Congresso americano. Taluni si chiedono come potrà essere credibile la politica americana in futuro, dopo che ha abbandonato un alleato nella lotta al terrorismo. 

Il Governo di Assad sta inviando truppe nel territorio curdo, considerando l'ingresso dei turchi come un'invasione del territorio siriano. I siriani argineranno l'avanzata turca, mentre la Russia entra nel gioco. Tuttavia la regione curda è ormai finita. 

Decine di migliaia di profughi fuggono: più di 130 mila. L'Europa applicherà sanzioni alla Turchia. Ma noi europei contiamo molto poco e Erdogan minaccia di rovesciare sull'Europa le masse di rifugiati siriani che si trovano in Turchia (sostenuti da ricche sovvenzioni dall'Unione). 

Fin dall'inizio del conflitto, la posizione dei Paesi europei è stata divisa e male impostata. Eppure siamo vicini, accogliamo - in parte - i profughi. È una situazione che fa male: soprattutto per i siriani, ma anche per noi europei. L'Europa dovrà uscire, una volta per tutte, dall'impotenza.

In un quadro internazionale, in cui manca un ordine e in cui non c'è più un Paese guardiano (com'erano gli Stati Uniti), occorre che ciascuno si prenda le sue responsabilità.

domenica 20 ottobre 2019

Siria, l'Onu indaga sull'uso di armi chimiche contro i curdi, numerosi i bambini con ferite da ustioni.

YOUTG.net
ANKARA. Esperti chimici dell'Onu hanno annunciato che stanno raccogliendo informazioni dopo le notizie sul presunto uso di fosforo bianco da parte delle forze turche nell'offensiva in Siria contro i curdi. 




 Anche l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha reso noto che è "al corrente della situazione" e che sta "raccogliendo informazioni in merito al possibile uso di armi chimiche".

venerdì 11 ottobre 2019

La guerra in Siria - Curdi, un popolo senza Stato tradito dall’Occidente

Il Sole 24 Ore
Il popolo curdo - 35-40 milioni - è forse il più grande gruppo etnico senza uno Stato, sparso su un territorio montagnoso che abbraccia Turchia, Siria, Iraq e Iran

Veterani curdi in marcia per protestare contro l’attacco della Turchia (Afp)
Tradimento. Agli occhi dei curdi siriani il ritiro dei soldati americani dalla Siria settentrionale, annunciato domenica sera dal presidente americano Donald Trump - una sorta di semaforo verde all’invasione militare iniziata ieri dall’esercito turco - appare l’ennesimo voltafaccia di un grande potenza ai danni di un alleato considerato sempre troppo piccolo e scomodo. La storia dei curdi è la storia di grandi illusioni seguite da delusioni cocenti.
La nazione senza Stato
Il “grande Kurdistan” è sempre stato un sogno. Niente di più. Anche quando una piccola parte di esso, il Kurdistan iracheno, aveva osato indire un referendum, il 25 settembre 2017, votando un’indipendenza dall’Iraq che non è mai avvenuta. Anzi, che ha decisamente peggiorato le cose rispetto a prima a causa dell’aperta opposizione di Iran, Iraq, Turchia, ma anche del mancato appoggio di Stati Uniti ed Europa. Nessuno voleva il Kurdistan iracheno. Nessuno pare volere un Kurdistan siriano indipendente. Soprattutto la Turchia. Ankara teme che un simile scenario possa rinvigorire le aspirazioni secessioniste degli oltre 20 milioni di curdi presenti sul suo territorio.

Il popolo curdo - 35-40 milioni - è forse il più grande gruppo etnico senza uno Stato, sparso su un territorio montagnoso che abbraccia Turchia, Siria, Iraq e Iran. Dalla scoppio della rivolta contro il regime siriano, nel marzo 2011, il Rojava, così come i curdi siriani (il 10% della popolazione) chiamano la zona dove abitano nel nord est della Siria, è divenuto di fatto autonomo. È qui che ieri è scattata la campagna turca volta a creare una fascia di sicurezza a ridosso del confine.

Il tradimento del 1923
Il primo grande tradimento risale al 24 luglio 1923, a Losanna quando le grandi potenze si rimangiarono quanto promesso tre anni prima in un trattato che gettava le basi per la creazione a uno Stato curdo indipendente. La storia successiva è costellata di tentativi di indipendenza, abbozzati o riusciti, come la Repubblica di Mahabad , fondata in una piccola regione del Kurdistan iraniano il 22 gennaio 1946. Un primo tentativo di autonomismo curdo a cui tutte le potenze alleate voltarono le spalle. E a cui Teheran pose fine dopo 11 mesi.


Argine contro l’Isis
Le due precedenti campagne di Erdogan contro i curdi siriani
L’ultimo tradimento: il ritiro americano voluto da Trump



di Roberto Bongiorni

martedì 23 aprile 2019

Turchia. Le condizioni di salute dei prigionieri in sciopero della fame peggiorano

retekurdistan.it
Il co-portavoce dell'associazione per il sostegno ai prigionieri Tuay-Der, Abdulmenaf Kur, dichiara: "Le condizioni di salute dei prigionieri in sciopero della fame peggiorano costantemente. Bisogna fare qualcosa prima che dalle carceri escano morti".

Attualmente in Turchia e in Kurdistan del nord diverse migliaia di prigionieri sono in sciopero della fame per la revoca dell'isolamento del rappresentante curdo Öcalan, nell'ambito della protesta iniziata dalla politica curda Leyla Güven il 7 novembre 2018, quando anche lei si trovava ancora in carcere. Molti prigionieri hanno superato da tempo i 100 giorni, alcuni sono in sciopero addirittura da oltre 127 giorni.


Le loro condizioni di salute peggiorano a vista d'occhio. Gli scioperanti hanno dichiarato alle loro famiglie di voler scioperare fino a quando sarà rimosso l'isolamento di Öcalan. ANF ha parlato con il co-portavoce dell'associazione per la solidarietà e il sostegno alle famiglie die priogionieri (Tuay-Der), Abdulmenaf Kur. Riferisce che in particolare le madri dopo le visite in carcere sono sempre più infuriate di prima per il fatto che non viene fatto niente per poter mettere fine allo sciopero della fame.

Impedite le visite dei famigliari - Rispetto al comportamento dell'amministrazione delle carceri nei confronti degli scioperanti, il rappresentante dell'associazione afferma: "Appena pochi giorni fa i guardiani nel carcere di Kirikkale hanno spaccato gli armadi dei prigionieri. Applicano isolamento nell'isolamento. Quando le famiglie visitano i loro figli, viene detto che sono in corso misure disciplinari e vengono mandate via. Noi come associazione facciamo il possibile per trovare soluzioni per questi problemi. In particolare i parenti di famiglie che vivono a Amed vengono reclusi nelle province occidentali. Quando qualcuno si rivolge a noi, cerchiamo di portare i problemi soprattutto alla stampa. Poi cerchiamo di fargli avere aiuto e sostegno.

Le condizioni di salute dei prigionieri - "Le condizioni di salute di Ilhami Çinar nel carcere di Sakran a Izmir sono pessime", dichiara Kur. "Soffre di perdita della vista e sputa sangue. Abbiamo saputo che un prigioniero soffre di sanguinamenti addominali. Le famiglie ci hanno riferito che altri prigionieri perdono sangue dalla bocca e dal naso.

I prigionieri a Rize-Kalkandere hanno problemi di salute simili. Con ogni giorno peggiorano le loro condizioni di salute. Non riescono più a recarsi da sé alle visite. Ma si sforzano lo stesso di dare alle famiglie un'impressione di forza. Deve immediatamente essere fatto qualcosa per la soluzione di questi problemi. Ogni istituzione e ogni individuo che parla di diritto e giustizia deve capire che qui è in atto una grave ingiustizia".

Tutti devono essere vigili - Kur conclude con le parole: "Le famiglie sono molto sensibili rispetto a questo argomento. In parte ormai volevano partecipare loro stesse allo sciopero della fame fino alla morte. Ci dicono di essere pronte a fare tutto il necessario. Può essere che nei prossimi giorni entrino insieme in sciopero della fame. Hanno comunque già fatto uno sciopero della fame di tre giorni nella sede dell'ordine degli avvocati di Amed. Chi si considera un essere umano deve fare qualcosa. Non vogliamo che dalle carceri arrivino notizie di altre morti".

martedì 26 marzo 2019

Turchia. Un'altra prigioniera politica curda, Zehra Saglam, morta per protesta per lo sciopero della fame

Ristretti Orizzonti
Come temevo, tre non sono bastati. Un'altra prigioniera politica curda in sciopero della fame si è tolta la vita. Rinchiusa nella prigione di tipo T a Oltu (provincia di Erzurum) Zehra Saglam (amareggiata - ipotizzo - per la scarsa, quasi nulla visibilità che a questa lotta - e alle ragioni di tale lotta - viene data dai media) ha inteso così levare la sua estrema protesta. Come il giorno prima aveva deciso un'altra prigioniera, Ayten Becet.

Zehra Saglam
Un inciso personale, lungo. Questo non è un commento, tantomeno un articolo, ci mancherebbe. Nemmeno un necrologio. Vorrebbe essere - questo sì - un'invettiva contro tutti coloro che, potendo darne notizia, fingono di ignorare l'orrore di quanto sta accadendo e di cui i suicidi di protesta, tre in una settimana (il 17 marzo Zulkuf Gezen, il 23 marzo Ayten Becet, più un altro militante - Ugur Sakar - che si era immolato col fuoco in febbraio e che è morto in questi giorni), rappresentano solo la punta dell'iceberg.

Poi non dite che non lo sapevate. Ho un elenco, piuttosto lungo, di testate (sia cartacee che in rete) e gestori di blog che, di solito almeno, mi pubblicano di tutto e di più (anche cazzate talvolta, lo ammetto). Dalle questioni ambientali alla memorialistica. Dal "come eravamo" ai necrologi. Anche sui curdi, almeno quando si parla dell'eroismo di coloro che combattono lo Stato islamico salvando il culo alla vecchia Europa. Ma stavolta, sulla faccenda del lungo sciopero della fame che coinvolge ormai migliaia di persone, devo amaramente constatare che preferiscono stendere un impietoso silenzio. Anche alcuni che su quello del 1981 dei Repubblicani irlandesi hanno costruito gran parte della loro carriera e reputazione.

Ma i curdi non sono cattolici, peccato! Comprensibile, a questo punto, l'appello di Leyla Guven affinché altri prigionieri non seguano la medesima strada, quella di auto-sacrificarsi per protestare sia contro l'isolamento per Ocalan, sia contro le condizioni carcerarie, sia contro il regime fascista turco.

Nel suo invito a non cedere all'amarezza e alla disperazione Leyla aveva spiegato che "per la prima volta nella nostra storia, migliaia di persone resistono indefinitamente per spezzare l'isolamento. Nessuno può affermare che queste azioni non produrranno alcun risultato. Noi otterremo certamente dei risultati e vinceremo, di sicuro". Me lo auguro anch'io, pur con qualche riserva. Il cinismo, l'indifferenza di cui finora han dato prova l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali non mi inducono all'ottimismo.

Gianni Sartori

venerdì 22 marzo 2019

Turchia. Morto in sciopero della fame il prigioniero curdo Zulkuf Gezen

Il Popolo Veneto
Gran brutta notizia. Purtroppo c’era da aspettarselo. Nella prigione (di tipo F) di Tekirdag, dove scontava l’ergastolo, è morto un prigioniero politico. In carcere dal 2007, Zulkuf Gezen era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. 

Zulkuf Gezen


Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici (e altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri, anche in Europa: a Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles…) che con questa radicale protesta – alcuni da più di cento giorni come Leyla Guven – esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.
Gianni Sartori

sabato 26 gennaio 2019

Turchia: rilasciata Leyla Guven, deputata curda in sciopero della fame da 79 giorni

AnsaMed
Istanbul - Un tribunale turco ha ordinato la scarcerazione in attesa di giudizio della deputata del partito filo-curdo Hdp Leyla Guven, giunta al 79/mo giorno di sciopero della fame per protestare contro l'isolamento imposto al leader del Pkk Abdullah Ocalan, detenuto dal 1999 nell'isola-prigione di Imrali nel mar di Marmara.

Guven, in detenzione preventiva da un anno con accuse di "terrorismo" per le sue dichiarazioni critiche sull'offensiva militare di Ankara contro l'ex enclave curda di Afrin in Siria, verrà rilasciata con divieto di espatrio. Secondo l'Hdp, le sue condizioni di salute hanno raggiunto "uno stadio critico" e nei giorni scorsi un accorato appello era stato lanciato anche dalla figlia.

Durante la protesta, la deputata 55enne si è alimentata solo con liquidi zuccherati e salati e un complesso di vitamina B. Oltre 250 detenuti si erano uniti nelle scorse settimane al suo sciopero della fame in segno di solidarietà. In passato, questo genere di protesta nelle carceri turche ha provocato forti tensioni e scontri anche mortali.

lunedì 12 novembre 2018

Turchia - La matita spezzata di Zehra Doğan artista e giornalista curda, rinchiusa nella fortezza di Tarso

estwest.eu
Condannata per un disegno che esponeva le distruzioni dell’esercito turco, l’artista curda Zehra Dogan ha continuato a esprimersi con ogni mezzo durante la detenzione. Ma il trasferimento in un carcere militare fa temere il peggio a coloro, da Ai Weiwei a Banksy, che si sono mobilitati per lei.
Zehra Dogan vicino ad una sua opera
Tarso è una città amata dal turismo religioso. Da qui veniva l'apostolo delle genti, quel Paolo che pensò di predicare il cristianesimo ai non ebrei, rendendo questa piccola comunità di seguaci di Gesù di Nazareth, la religione più importante dell'Europa. Ma oltre al pozzo di San Paolo e ad altri monumenti che ricordano quanto la storia ami passare spesso per gli stessi vicoli, c'è anche una prigione il cui nome torna spesso sulle pagine dei bollettini delle Ong che si occupano di diritti umani. Parliamo delle carceri turche, tristemente note per la leggerezza con cui vi si dimenticano i diritti dei detenuti e soprattutto delle detenute.

È qui che pochi giorni fa è stata trasferita la giornalista e artista curda, di nazionalità turca, Zehra Doğan insieme ad altre venti carcerate. 

Per capire di che luogo di detenzione stiamo parlando, basta scorrere le notizie sulle morti in cella della scorsa estate: Şafak Demir, una delle migliaia di insegnanti rimosse dal proprio posto di lavoro e imprigionate perché accusate di essere in qualche modo sostenitori del movimento di Gülen, è deceduta per emorragia cerebrale in luglio. 

Le circostanze sono ancora poco chiare, ma l’inchiesta indipendente non è stata autorizzata. La prigione di Tarso, sottoposta alla legge marziale, organizzata per comparti stagni dove possono stare pochissime detenute per evitare i contatti in una situazione di semi isolamento, non è una buona notizia per il futuro della giovane artista che ha mobilitato l’interesse della comunità non solo politica, ma anche artistica internazionale.

Elettra Stamboulis

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venerdì 3 agosto 2018

Siria/Turchia: Amnesty International accusa Ankara di violazioni diritti umani ad Afrin

Agenzia Nova
Ankara - L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha accusato oggi la Turchia di permettere a gruppi armati siriani di commettere una serie di violenze nei confronti dei civili di Afrin, città nel nord della Siria. 



Le forze turche, aiutate dai ribelli hanno ripreso il controllo della città sottraendolo alle Unità di protezione dei popoli (Ypg, milizie curde siriane), che Ankara considera un gruppo terroristico. 

Secondo Amnesty International gli sfollati che hanno fatto rientro nelle loro case d’origine sono stati vittime di abusi. Sulla base di alcune interviste eseguite dall’organizzazione tra maggio e luglio 2018 a 32 persone residenti o ex residenti di Afrin sono emerse accuse di vario titolo. 

Secondo Amnesty, infatti, i residenti di Afrin stanno subendo detenzioni arbitrarie, sparizioni, confische delle proprietà e saccheggi. Tali abusi sono responsabilità di gruppi siriani equipaggiati e armati dalla Turchia. 

Alcuni di questi gruppi insieme alle Forze armate turche hanno preso il controllo delle scuole interrompendo la formazione di migliaia di bambini. 

Secondo quanto riferito dai residenti citati da Amnesty, l’Università di Afrin è stata completamente chiusa dopo essere stata distrutta e saccheggiata e i civili sono stati puniti o hanno subito la confisca delle proprietà sulla base di accuse sulla loro presunta affiliazione alle Ypg. 

La Turchia, da parte sua, ha negato un coinvolgimento nelle accuse di violazione dei diritti umani.

lunedì 21 maggio 2018

Scusate, per il matrimonio di Harry e Megan noi di Afrin non arriveremo in tempo

Globalist
Loro fuggono dal cantone a maggioranza curda invaso dai mercenari al soldo di Erdogan e cercano di raggiungere la Grecia. Per loro niente Mondovisione.

Profughi in fuga da Afrim
Afrin, qualcuno si ricorda di Afrin? Il cantone siriano a maggioranza curda invaso dalle truppe turche e dai jihadisti del sedicente Libero esercito siriano al soldo di Erdogan.
Ora con l’occupazione militare, i saccheggi e le ritorsioni da Afrin sono migliaia gli sfollati.
Nella foto un gruppo di siriani in fuga dal cantone che cerca di attraversare il confine tra Grecia e Turchia segnato da fiume Evros.

La guerra continua, il dramma dei profughi pure. Anche loro vorrebbero assistere al tanto decantato matrimonio principesco tra Harry e Megan che sarà seguito in mondovisione, compresi gli inviati del Tg1 che seguirà il ‘grandioso’ evento in diretta, con tanto di speciali e approfondimenti.
Nel frattempo un augurio sopratutto ai bambini: se non arriverete in tempo per assistere al matrimonio almeno vi sia concesso di di avere un futuro lontano dalla guerra, dalla distruzione e dalla fame.

mercoledì 4 aprile 2018

Afrin, i racconti dell'orrore: ragazze rapite e stuprate dai jihadisti filo-turchi

Globalist
Stando alle testimonianze dai media curdi nella città occupata continuano violenze, furti e vessazioni.
L’accusa è di quelle pesanti e, seppur con le difficoltà del caso, sembra proprio che le denunce dei curdi siano fondate: le bande jihadiste pagate da Ankara si stanno macchiando di veri e propri crimini di guerra contro donne e ragazze di Afrin.

Violenze contro le donne ad Afrin
Qualcosa che ricorda le violenze subite dalle donne yazide quando le loro terre furono invase dallo Stato Islamico.Ora le violenze obbediscono anche all’obiettivo politico di ripulire dai curdi l’intera area e ‘sterilizzare’ un popolo che la Turchia non vuole ai propri confini.

Nei primi giorni dopo l’occupazione della città di Afrin sono stati denunciati e documentati i saccheggi delle case e dei negozi. O l’abbattimento di statue o simboli dell’identità curda.
Ma adesso, secondo le denunce, dozzine di ragazze e donne sono state rapite dopo l’occupazione cominciata il18 marzo. Donne che sono segregate in case del centro della città e che sono sottoposte a sistematiche aggressioni sessuali da parte di soldati turchi e delle milizie jihadiste loro alleate che si sono riunite sotto la bandiera del Libero esercito siriano.


Stando alle testimonianze riportate dai media curdi un testimone residente nel quartiere di Mahmudiya i miliziani "sono entrati nelle nostre case e hanno preso tutti i nostri preziosi oggetti dal giorno in cui sono arrivati. Hanno portato via tutto l’oro e il resto caricandolo sui camion. Quindi hanno radunato le persone che si trovavano in città separando uomini e donne in diverse aree. Sentivamo le urla delle donne. Non so cosa abbiano fatto a loro. Ci hanno torturato dicendo che noi eravamo sostenitori dei terroristi, che avrebbero preso tutti i nostri averi e le donne.

Siamo stati rilasciati dopo due giorni senza cibo e acqua, ma alcune ragazze e donne non sono tornate. Sono state portate da qualche altra parte ma non sappiamo dove. Due ragazze di 14-15 anni sono tra quelle che sono state portate via e poi sono scomparse”.
Stando alla testimonianza di una donna rimasta ad Afrin in un solo quartiere ci sono circa 15 ragazze scomparse e hanno un'età compresa tra i 14 e i 20 anni.

martedì 20 marzo 2018

Afrin, il dramma dei civili curdi: "Oltre 200 mila senza cibo né acqua". Ma Erdogan non si ferma

La Repubblica
L'enclave curda conquistata dai ribelli siriani appoggiati da Ankara. Grazie alla propaganda martellante, la politica aggressiva del presidente turco non conosce opposizione. Damasco: "E' un'invasione, devono ritirarsi". I curdi: "Ora sarà guerriglia".


Istanbul - Esplosioni e saccheggi si susseguono ora ad Afrin conquistata dalle truppe turche con i loro alleati, i ribelli dell'Esercito libero siriano (Els). Adesso la situazione nell'enclave curda della Siria al confine con la Turchia si fa ancora più drammatica: secondo le autorità civili locali, più di 200 mila persone si trovano senza rifugio né accesso a cibo e acqua.

"La gente che ha un'automobile dorme in macchina - dice Hevi Mustafa, dirigente dell'amministrazione curda nell'area - quelli invece privi dormono sotto gli alberi assieme ai loro figli". Molti, nuovamente, i civili uccisi nell'ultima fase della battaglia. Tanti gli atti predatori, come spesso avviene quando una città viene conquistata "manu militari". Gli attivisti dell'Osservatorio libero siriano segnalano che a essere presi di mira sono vetture, case e negozi. I civili in fuga sono migliaia. La bandiera turca e quella dell'Els vengono issate sui palazzi.

Dal corrispondente Marco Ansaldo

sabato 10 febbraio 2018

The Indipendent: La Turchia assolda combattenti ex-Isis per attaccare i Curdi In Siria?

Blog Diritti Umani - Human Rights
La Turchia accusata di reclutare migliaia di combattenti ex-Isis per attaccare i curdi in Siria.
Ex combattente Isis riferisce a "The Independent" che la Turchia usa il nome dell'ex esercito libero siriano occidentale, ormai defunto, per nascondere il suo uso di mercenari jihadisti.

La Turchia sta reclutando e riqualificando i combattenti dell'Isis per guidare la sua invasione dell'enclave kurda di Afrin nel nord della Siria, secondo una fonte dell'ex Isis.

"La maggior parte di coloro che combattono in Afrin contro le YPG [Unità di protezione del popolo] sono ex-Isis, la Turchia li ha addestrati a cambiare le loro tattiche d'assalto", lo ha detto Faraj, un ex combattente dell'Isis della Siria nord-orientale che rimane in stretto contatto con il movimento jihadista.

In un'intervista telefonica con "The Independent", ha aggiunto: "La Turchia all'inizio della sua operazione ha cercato di illudere la gente dicendo che stava combattendo l'Isis, ma in realtà stanno addestrando membri dell'Isis, mandandoli ad Afrin".

L'Isis ha subito pesanti sconfitte lo scorso anno, perdendo Mosul in Iraq dopo un assedio di nove mesi e Raqqa in Siria dopo un assedio di quattro mesi. Il califfato, dichiarato dal suo leader Abu Baqr al-Baghdadi nel 2014, fu distrutto e la maggior parte dei suoi comandanti e combattenti esperti furono uccisi o dispersi.

Ma l'Isis ha cercato di rianimarsi in Siria e in Iraq negli ultimi due mesi, assassinando gli oppositori locali e lanciando attacchi di guerriglia in luoghi fuori mano e poco difesi.

I combattenti dell'Isis si stanno unendo alla FSA e alla forza di invasione dell'esercito turco perché sono messi sotto pressione dalle autorità turche. Dal punto di vista della Turchia, il reclutamento di ex combattenti di Isis significa che può attingere a una grande schiera di soldati professionisti ed esperti. Un altro vantaggio è che non sono turchi, quindi se subiranno gravi perdite questo non danneggerà il governo turco.

Iside e Turchia stanno cercando di servirsi l'un l'altro per i propri scopi. Faraj, 32 anni, arabo della provincia mista curdo-araba di Hasakah, nel nord-est della Siria, dice che non gli piace l'YPG, ma è sospettoso nei confronti della Turchia e crede che stia cercando di manipolare l'Isis. "La Turchia tratta l'Isis come un fazzoletto di carta igienica", dice. "Dopo l'uso saranno gettati via."

ES

Fonte: The Indipendet - Turkey accused of recruiting ex-Isis fighters in their thousands to attack Kurds in Syria

lunedì 29 gennaio 2018

Turchia. Il silenzio sbagliato dell'occidente sui curdi

Corriere della Sera
Difenderli non è solo una questione di giustizia, è nel nostro interesse. 
L'offensiva turca contro i Curdi in Siria
I fatti sono noti. I curdi sono stati fondamentali combattenti contro lo Stato islamico. Lo hanno combattuto perché non accettavano di finire sotto il suo giogo e per calcolo: volevano acquisire meriti davanti alla comunità internazionale allo scopo di guadagnarsi l'indipendenza politica. I duri colpi inferti allo Stato islamico negli ultimi mesi non lo hanno ancora distrutto ma lo hanno ferito a morte. Per conseguenza i curdi hanno perso valore e importanza per gli altri nemici dello Stato islamico. Per questo il vento è ora cambiato. È in corso da alcuni giorni l'operazione "Ramo d'ulivo" lanciata dalla Turchia contro i guerriglieri curdi, alleati degli americani, dello Ypg ("Unità di protezione popolare") in Siria.

I turchi considerano lo Ypg come la filiale siriana del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, lo storico nemico che il presidente/dittatore turco Erdogan combatte con ferocia da molti mesi entro il proprio territorio nazionale. 

Obiettivo dell'operazione "Ramo d'ulivo" è liberare la città di Afrin, ora sotto controllo curdo, in territorio siriano. Ma difficilmente le ambizioni di Erdogan si placheranno. Una volta avuto ragione dei curdi siriani i turchi potrebbero, prima o poi, volere colpire anche quelli irakeni. Con lo scopo di eliminare per sempre la possibilità che al confine turco si formi uno Stato curdo indipendente capace di attrarre anche i curdi di Turchia. Non mancherebbero i complici, ossia gli Stati che ospitano minoranze curde: Iran, Irak, Siria. Nell'operazione ora in corso Erdogan gode dell'appoggio dei russi.

Gli americani, fin qui, hanno solo balbettato. Sono alleati dei curdi ma sono anche alleati (o meglio: credono di essere ancora alleati) della Turchia che è tuttora un Paese membro della Nato. Donald Trump sembra disposto, sia pure con titubanza e fatta qualche protesta di rito, a lasciare mano libera a Erdogan. 

Il presidente francese Macron ha protestato ma, nel complesso, sembra che per gli europei la questione curda sia priva di interesse. È lecito domandarsi se gli americani (e gli europei al seguito) non stiano per commettere un errore permettendo ai turchi di fare i loro comodi contro i curdi. Un errore così grave da ritorcersi, in pochi anni, contro gli uni e gli altri.

La difesa dei curdi non è solo una questione di giustizia. È nell'interesse degli occidentali. Per almeno due ragioni. I diplomatici sono spesso restii ad accettare le novità. Ma sul fronte turco la "novità" (purtroppo) c'è. Fin quando la Turchia era ancora sotto l'influenza dell'eredità di Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, che egli volle europea, essa era alleata degli occidentali. Era un pilastro della Nato, amica di Israele, desiderosa di entrare nell'Unione europea. Tutto ora è cambiato. 

La ri-islamizzazione della Turchia era cominciata da tempo, il contro-colpo di stato di Erdogan del 2016 ne ha solo accelerato i tempi: l'eredità di Ataturk è ormai in soffitta.

[...]L'alleanza con la Russia è un tassello della sua nuova politica estera.

Si ricordi che Erdogan ebbe un ruolo nel far nascere e nel sostenere lo Stato islamico. In questo momento, per giunta, l'operazione contro i curdi di Siria non è condotta solo da truppe turche e da mercenari siriani. Stanno dando una mano a Erdogan anche le milizie armate di Al Qaeda. Non si può restare a lungo con la testa sotto la sabbia. 

Bisogna prendere atto di ciò che è diventata la nuova Turchia. Occorre che essa si trovi finalmente a fare i conti con la fermezza (fin qui inesistente) degli occidentali. I dittatori, infatti, capiscono solo il linguaggio della fermezza.
La seconda ottima ragione per difendere i curdi è che, in caso contrario, si manderebbe un messaggio demoralizzante a tutti coloro che in Medio Oriente sono impegnati, come i curdi, contro l'islamismo radicale tanto nella variante sunnita dello Stato islamico e di Al Qaeda quanto in quella sciita (Iran e i suoi alleati). 

La sfida islamista sia contro i non-islamisti del Medio Oriente sia contro gli occidentali non finirà con la sconfitta dello Stato islamico. È probabilmente destinata a durare per decenni. Appoggiare e difendere i gruppi nemici dell'islamismo radicale è nell'interesse degli occidentali. Prima lo capiremo e prima ci troveremo a disporre di una strategia di contenimento del fanatismo.

Angelo Panebianco

giovedì 2 novembre 2017

I meriti dimenticati del popolo curdo

Corriere della Sera
Paolo Mieli
Nelle ore in cui il mondo intero (e noi con esso) si commuove per le vittime dell’attentato terroristico di Manhattan, ci sembra doveroso — per comprendere se non ci siano falle o anche soltanto opacità nel nostro impegno contro il radicalismo armato degli islamisti — fermarci a riflettere sulla tragedia che sta vivendo il popolo curdo. 


Quei curdi che, dopo aver aiutato per tre interminabili anni l’America e l’Occidente intero a debellare i terroristi di Daesh, sono stati lasciati in preda alle milizie sciite Hashd al-Shaabi guidate dal sanguinario Qasem Soleimani. 

E, con lui, a chiunque nella regione intenda approfittare del loro esser sfiniti dalla lunga guerra contro il Califfato per poterli sbranare una volta per tutte. Un tradimento orribile, il nostro. Quel popolo che, al prezzo di inimmaginabili sacrifici in vite umane, ci ha consentito di far saltare la centrale del terrorismo mondiale (senza che con ciò gli estremisti islamici, a ogni evidenza, possano esser considerati definitivamente debellati) proprio in questi giorni viene dato in pasto ai carnefici venuti dall’Iran e dall’Iraq. Mentre il loro presidente, Massoud Barzani, anche perché tradito da un raggruppamento rivale, è costretto alle dimissioni con parole piene di dignità che tra qualche anno finiranno nei libri di storia. Anche i curdi, negli stessi giorni della Catalogna, avevano promosso un referendum per sancire la propria indipendenza. Il mondo non ha riservato attenzione a questo passaggio della loro vicenda storica.

Pur se, a differenza dei seguaci di Puigdemont , il popolo di Barzani aveva titoli speciali di legittimità morale per procedere in tal senso. Come — per fare un esempio di fantasia (sottolineiamo: di pura fantasia) — li avrebbe avuti il popolo catalano se, nei primi anni 40, fosse rimasto da solo sul terreno a combattere contro le armate naziste. Ai catalani non è capitata l’occasione di far valere questo genere di meriti. Ai curdi sì. 

Ed è una colossale ingiustizia che l’intero mondo occidentale adesso non voglia onorare il debito morale che dovrebbe sentire nei loro confronti. E che, di fronte al dramma di questa gente, giri la testa da un’altra parte. La storia non è nuova a questo genere di orribili voltafaccia. Basta andare con la memoria — prendendone uno a caso — al trattato di Campoformio, che prese il nome del paesino friulano nel quale il 17 ottobre del 1797 Napoleone Bonaparte consegnò all’Austria la città di Venezia, orgogliosamente autonoma da oltre mille anni. Venezia, con la propria neutralità, aveva fino a quel momento favorito l’Armata francese in Italia e le si era addirittura consegnata. Dopodiché il generale francese l’aveva ripagata con Campoformio. Quel cinico gesto di Bonaparte provocò sdegno tra gli intellettuali della penisola nonché, da quel momento in poi, diffidenza estrema nei confronti di Napoleone. E’ sufficiente leggere qualche pagina delle Ultime lettere di Jacopo Ortis per misurare l’intensità di quei sentimenti di riprovazione. Ma adesso per quel che riguarda i curdi non c’è neanche (salvo rarissime eccezioni) qualche Ugo Foscolo che si curi del loro destino.

Quella curda è una storia lunga e travagliata. Per stare solo agli ultimi 150 anni, i curdi furono strumentalizzati dai turchi nella guerra contro i russi tra il 1877 e il 1878. Ma quando, capeggiati da ‘Ubayd Allah, chiesero di ottenere l’autonomia che era stata loro implicitamente promessa, furono brutalmente repressi dai turchi stessi (con il tacito consenso degli inglesi). 

Poi vennero utilizzati dagli ottomani, nel 1915, nell’olocausto armeno, l’unica, indelebile, macchia sul loro passato. E anche stavolta non ottennero nulla. Tra il ’16 e il ’18, furono eccitati contro l’impero della Sublime Porta prima dalla Russia zarista, successivamente, nella fase conclusiva della Prima guerra mondiale, dalla Gran Bretagna che promise anche a loro come ad arabi ed ebrei un “focolare” nazionale.

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sabato 11 marzo 2017

Turchia, Onu: 2.000 morti e gravi violazioni diritti umani nelle città del sudest in gran parte curde

La Presse
Circa 2mila persone sono state uccise e interi quartieri sono stati rasi al suolo nel sudest della Turchia, in 18 mesi di operazioni delle forze di sicurezza del governo caratterizzate da gravi distruzioni e violazioni dei diritti umani. 


Distruzione nella città curda di Diyarbakır nell'est della Turchia
È quanto emerge da un rapporto della Nazioni unite, relativo al periodo fra luglio 2015 e dicembre 2016. Circa 500mila persone, in gran parte curdi, sono state sfollate, mentre le immagini satellitari hanno mostrato "l'enorme portata della distruzione delle abitazioni da parte dei pesanti attacchi armati". Gli investigatori dell'Onu hanno documentato omicidi, sparizioni e torture, così come altre violazioni.
Le più gravi sono avvenute durante i periodi di coprifuoco, afferma il rapporto. L'Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad al Hussein, ha dichiarato che la Turchia ha "contestato la veridicità delle accuse molto gravi". Si è detto particolarmente preoccupato che Ankara sembra non aver avviato alcuna indagine credibile sulle centinaia di uccisioni al di fuori della legge, aggiungendo che indagini indipendenti sono urgenti ed essenziali.

mercoledì 7 dicembre 2016

Turchia: Amnesty, centinaia di migliaia di civili curdi sfollati

ANSAmed
Istanbul - Le operazioni militari della Turchia contro il Pkk nel sud-est del Paese a maggioranza curda hanno provocato dall'estate 2015 "centinaia di migliaia di sfollati" civili, espropriando o distruggendo le loro case.


A denunciarlo è Amnesty International, che ha pubblicato ieri un nuovo rapporto focalizzato sul distretto di Sur, centro storico della 'capitale' curda Diyarbakir, dove gli sfollati sono stimati in almeno 24 mila.

"Il processo in corso nella regione nel suo complesso suggerisce un piano premeditato per allontanare i residenti, distruggere e ricostruire le aree per garantire la sicurezza attraverso modifiche nell'infrastruttura e trasferimenti di popolazione", si legge nel rapporto. Le autorità di Ankara non hanno al momento risposto alle accuse dell'ong.

venerdì 18 novembre 2016

Turchia, nuovi arresti, via i sindaci eletti di Van, Siirt, Tunceli e Mardin amministrate dai Curdi

Ansamed
Istanbul - Commissariati oltre 30 comuni, giro di vite non si ferma
Una dopo l'altra, le città governate dai curdi nel sud-est della Turchia finiscono sotto il controllo del presidente Recep Tayyip Erdogan.


Nelle ultime 48 ore, un'ondata di nuovi arresti di amministratori locali, accusati di legami con i "terroristi" del Pkk, ha aperto la strada al commissariamento di altri 4 grandi centri, dove al posto dei sindaci eletti il governo di Ankara ha inviato i suoi uomini di fiducia. Van, Siirt, Tunceli e Mardin, dove i curdi del Dbp - branca locale dell'Hdp - avevano stravinto le elezioni, sono adesso nelle mani di Erdogan.

Un giro di vite che non si ferma e rischia di scatenare nuove tensioni, dopo che una settimana fa un attacco attribuito al Pkk è già costato la vita all'inviato governativo che aveva preso il posto del sindaco eletto di Derik, nella provincia di Mardin.

Le municipalità curde commissariate dopo la stretta seguita al fallito golpe sono ormai più di 30. In manette erano già finiti anche i co-sindaci della 'capitale' curda Diyarbakir.

venerdì 4 novembre 2016

Turchia: disordini dopo l'arresto di 12 deputati curdi che mina la democrazia parlamentare

Ansa
La polizia turca ha respinto con la forza gruppi di manifestanti a Istanbul, nella capitale Ankara e a Diyarbakir, principale città curda nel sud-est del Paese, che protestavano contro gli arresti di 12 deputati del partito filo-curdo Hdp. Lo riportano media locali. Diverse manifestazioni sono inoltre state impedite in tutta la Turchia.

Manifestanti che protestano contro gli arresti dei deputati curdi
Il leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, è stato condotto al tribunale di Diyarbakir, principale città curda nel sud-est della Turchia, dopo essere stato fermato la scorsa notte con accuse di "terrorismo" con altri 10 deputati dell'Hdp. I deputati curdi sono stati fermati dopo l'entrata in vigore della legge che ha rimosso l'immunità parlamentare, per essersi rifiutati di presentarsi spontaneamente davanti ai giudici. E un tribunale turco ha convalidato l'arresto dei leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Lo riporta l'agenzia statale Anadolu.

E stamattina si è verificata un'esplosione provocata da un'autobomba nei pressi di un edificio della polizia turca proprio a Diyarbakir, principale città curda del sud-est del Paese: sono almeno 9 le vittime, tra cui 2 agenti, e un centinaio i feriti. Le autorità ritengono che l'attacco sia opera del Pkk.

I social media stanno gradualmente tornando alla normalità in Turchia, dopo che erano rimasti bloccati dalla scorsa notte, dopo gli arresti. Facebook, Twitter e Youtube hanno ripreso a funzionare, seppur ancora fortemente rallentati, così come i servizi di messaggistica di WhatsApp e Instagram, bloccati per la prima volta a livello nazionale.

L'arresto dei deputati curdi "compromette la democrazia parlamentare in Turchia e rende ancora più tesa la situazione nel sud est del Paese": in una dichiarazione congiunta, l'Alto rappresentante Federica Mogherini e il commissario Johannes Hahn esprimono la "profonda preoccupazione" dell'Unione europea.

Per il presidente dell'Europarlamento Martin Schulz di un "segnale spaventoso sulle condizioni del pluralismo politico in Turchia". Per Schulz, le ultime iniziative del governo di Ankara "mettono in discussione la sostenibilità delle relazioni tra Ue e Turchia".

Le reazioni di molti Paesi Ue all'arresto in Turchia per "terrorismo" di deputati del partito filo-curdo Hdp sono "inaccettabili". Lo ha detto il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, accusando tra l'altro diversi Paesi europei di "dare un sostegno molto forte al Pkk" curdo, considerato un'organizzazione terroristica sia dalla Turchia che dall'Ue: "Non accetteremo lezioni da loro sullo stato di diritto". Nelle scorse ore la questione è stata al centro di un colloquio telefonico tra Cavusoglu e Federica Mogherini.

Fonti di Palazzo Chigi rendono noto che il premier Matteo Renzi sta seguendo con grande preoccupazione gli eventi delle ultime ore in Turchia. Le stesse fonti ritengono inaccettabile il possibile uso politico della nuova legislazione sull'immunità parlamentare.

sabato 21 maggio 2016

Turchia, abolita l'immunità parlamentare ai deputati filo-curdi: ora rischiano l'arresto

La Repubblica
La norma riguarda le accuse di terrorismo ed almeno 138 deputati dell'Hdp, oggetto di 675 inchieste, rischiano il carcere per "sostegno al Pkk": "E' un colpo di stato". La cancelliera tedesca Merkel "preoccupata", ne parlerà lunedì a Erdogan. Un altro passo che favorisce la riforma in senso presidenziale della Costituzione e accentua il malessere del Kurdistan

Le proteste dei deputati turchi durante 
il voto per l'abolizione dell'immunità 
parlamentare
Il Parlamento turco ha approvato un emendamento costituzionale, proposto dal partito di governo Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, che rimuove l'immunità parlamentare ai deputati del partito filocurdo Hdp sotto inchiesta. La norma è stata votata a scrutinio segreto e approvata con 376 voti a favore, ottenendo il sostegno anche dell'opposizione nazionalista Mhp e di una ventina di deputati del socialdemocratico Chp. Avendo ottenuto una maggioranza superiore ai 2/3 dei seggi (367/550), non è necessario che venga ratificata da un referendum. Erdogan ha definito il voto di oggi "un momento storico".

La rimozione dell'immunità riguarda almeno 138 parlamentari, che ora rischiano l'arresto con accuse di terrorismo per sostegno al Pkk e contro i quali sono state avviate 675 inchieste. Il leader del partito filocurdo Hdp, Selahattin Demirtas è quello con più procedimenti aperti a carico, per un totale di 75.

Il disegno di legge aveva provocato forti tensioni sin dalla sua presentazione. I parlamentari dell'Hdp avevano lanciato l'allarme sul rischio di un'ulteriore stretta agli spazi di democrazia e di un escalation delle tensioni in caso di approvazione e arresto di suoi esponenti, parlando di un "progetto di un colpo di Stato" di Erdogan.

Nel 1994, l'arresto di alcuni deputati curdi aveva scatenato un'ondata di violenza nel sud-est del paese, dove dalla scorsa estate è ripreso il conflitto tra l'esercito e il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Erdogan aveva auspicato più volte la rimozione dell'immunità per i deputati curdi, accusandoli di essere il braccio politico del Pkk.

Dalla Germania, storicamente terra di fortissima immigrazione turca, le reazioni più dure. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta "preoccupata" per lo stato della democrazia in Turchia e intende sollevare il caso con il presidente turco, che incontrerà lunedì prossimo a Istanbul. Lo ha reso noto il suo portavoce, Steffen Seibert, precisando che Merkel ed Erdogan dovrebbero avere un bilaterale a margine del summit umanitario mondiale delle Nazioni Unite.

"L'accresciuta polarizzazione della politica interna in Turchia ci preoccupa", ha detto Seibert, mentre il Partito socialdemocratico tedesco ha definito il voto di oggi in Parlamento "un duro colpo per la democrazia". La segretaria generale dell'Spd, Katarina Barley, ha detto che con quanto successo oggi ad Ankara "il pluralismo democratico in Turchia subirà danni duraturi". "Si tratta unicamente - ha sottolineato - del mantenimento e del consolidamento del potere del presidente Erdogan e dell'Akp".

Timori più che legittimi anche per l'enorme ricaduta politica che un'eventuale 'decimazione' della rappresentanza Hdp avrebbe sugli equilibri del parlamento. L'Akp non ha infatti i numeri per far passare la riforma costituzionale in senso presidenziale che rappresenta il primo obiettivo di Erdogan. Con l'entrata in vigore di questa norma e l'apertura di processi a carico dei parlamentari Hdp, i rapporti di forza e i numeri all'interno del parlamento turco sono destinati a cambiare, e permettere così al presidente di modificare la carta costituzionale e accentrare ulteriormente i poteri esecutivi.

L'eventuale arresto e incriminazione di parlamentari filocurdi potrebbe inoltre ricreare quel vuoto di rappresentanza che in passato ha fatto salire le tensioni nel Kurdistan turco, esacerbando una situazione che sta tornando ai livelli di guerra civile.