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giovedì 23 settembre 2021

India - A 3 mesi dalla scomparsa, ricordo di padre Stan Swamy, difensore dei diritti degli indigeni, morto in carcere a 84 anni.

Osservatorio Diritti
Padre Stan Swamy è morto in India a 84 anni dopo nove mesi di carcere. Aveva dedicato la sua vita a popoli indigeni ed emarginati. Incastrato sulla base di accuse mai provate, era accusato di essere un fiancheggiatore dei terroristi. Lo ricordiamo a 2 mesi dalla morte


Padre Stan Swamy si è spento lo scorso 5 luglio, in un ospedale di Mumbai, in India, dove era stato trasferito dal carcere in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Il prete gesuita, che ha combattuto tutta la vita per i diritti degli Adivasi (i popoli indgeniautoctoni del Subcontinente) nelle foreste più remote del Paese, era in cella da 9 mesi, nella prigione di Taloja a Mumbai, nonostante avesse 84 anni e fosse gravemente malato di Parkinson. Ma, soprattutto, come altri attivisti e voci critiche, era in carcere sulla base di accuse mai provate.

La sua morte è arriva dopo accese proteste e accorati appelli internazionali per la scarcerazione dei prigionieri politici in India, soprattutto in tempo di Covid-19.

È proprio nella cella in cui era rinchiuso da mesi, in condizioni deplorevoli, che l’anziano gesuita-attivista aveva contratto il coronavirus durante la violenza della seconda ondata pandemica, che ha messo in ginocchio il Paese.

Nei giorni precedenti la sua morte, l’Alta Corte di Mumbai stava valutando una petizione avanzata dallo stesso Swamy per il suo rilascio su cauzione per motivi medici. Come in altri casi, la giustizia non ha fatto in tempo a mostrare un volto umano: padre Stan è morto da arrestato, in un caso costruito ad arte per incastrare attivisti e pensatori liberi che il governo guidato dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party bolla come elementi “anti-nazionali”.

Il gesuita-attivista vicino agli indigeni dell’India
Father Stan, come il gesuita era chiamato da quanti erano vicini a lui e alle sue battaglie, aveva combattuto contro le brutali uccisioni, gli stupri, le torture, le morti in custodia e i casi di false accuse mosse dalla National Investigation Agency (Nia) – l’agenzia federale che si occupa di terrorismo – contro migliaia di Adivasi innocenti.

Maria Tavernini

martedì 14 luglio 2020

Venezuela - Onu: "Gravi violazioni dei diritti umani. Le vittime sono donne, indigeni, ambiente

Il Fatto Quotidiano
Il nuovo report sulla situazione dei diritti umani in Venezuela realizzato da Michelle Bachelet (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani) e reso pubblico il passato 2 luglio questa volta non ha fatto “tanto rumore”. Il Venezuela è sotto i riflettori dell’Italia e dell’Europa già da diverse settimane e le violazioni dei diritti umani non sembrano più suscitare così tanto scalpore.


Le 17 pagine del report analizzano i fatti accaduti tra giugno 2019 e maggio 2020, denunciando esecuzioni sommarie, torture, sparizioni forzate e ancora una volta la prassi della persecuzione alla dissidenza politica accompagnata da incarceramenti arbitrari. Un quadro generale molto grave che dimostra come la situazione non sia certo migliorata rispetto a quanto denunciato nel precedente report del 4 luglio 2019.


Questa volta Bachelet non fa specifico riferimento alla condizione delle donne, ma altre organizzazioni e la stessa Assemblea Nazionale (alla cui guida si trova Juan Guaidó) hanno recentemente parlato del tema. Proprio l’Assemblea Nazionale ha reso noto a fine giugno alcuni dati relativi al fenomeno della tratta di esseri umani (per la maggior parte donne) verso la vicina Trinidad e Tobago. Si parla di quasi 4000 vittime che sono state trafficate dalla Güiria (città portuale dello Stato Sucre in Venezuela) verso Trinidad e Tobago a partire dal 2014.

Le mafie della zona attirano le donne (spesso adolescenti) con promesse di lavoro approfittando della drammatica situazione economica e sociale nella quale versa il Venezuela. Una volta fatte salire sulle imbarcazioni clandestine che lasciano il porto di Güiria dirette a Trinidad e Tobago, vengono tolti loro i documenti e vengono successivamente vendute per 300 dollari alle mafie che operano sull’isola. Dalle indagini, partite dalla denuncia del padre di Omarlys, una giovane di 16 anni venduta come schiava e tragicamente affogata nel naufragio dell’imbarcazione che la stava portando a Trinidad e Tobago, risulterebbe che il 43% delle donne vittime di tratta provengono dallo Stato Sucre.

Altre organizzazioni locali e internazionali, come Utopix e Save the Children, stanno denunciando la grave situazione di vulnerabilità e violenza che soffrono le donne in Venezuela. Utopix, organizzazione che si dedica alla difesa dei diritti delle donne, attraverso uno strumento chiamato Monitor dei femminicidi ha denunciato che solo tra il 16 e il 31 maggio 2020 sono stati commessi 42 femminicidi nel paese. Nello stesso periodo “soltanto” 23 persone sono morte di Covid-19 in Venezuela: i femminicidi per quel periodo sono quindi quasi il doppio delle morti per coronavirus (in totale erano 109 i femminicidi registrati nel 2020 fino al 31 maggio).

D’altro canto, Save the Children il 24 giugno riportava che “da metà a marzo a metà giugno si è registrato un aumento del 33% delle richieste di sostegno per casi di violenza di genere in Venezuela… Un quadro straziante che comporta, nella maggior parte dei casi, violenza psicologica e violenza fisica contro le donne da parte dei propri partner.”

Dati che dimostrano che le donne stanno pagando ancora una volta il prezzo più alto dell’emergenza umanitaria multipla, che colpisce il paese sudamericano. A completare il quadro, il report di maggio 2020 dell’organizzazione Kapé Kapé Minería ilegal en comunidades indígenas(‘Miniere illegali e comunità indigene’) che rivela le agghiaccianti condizioni di vita alle quali sono sottoposte le comunità indigene nell’Arco Minerario dell’Orinoco (una delle riserve di coltano e oro più grandi del mondo).

Contrabbando, traffico di persone, torture, sequestri, schiavitù infantile, abusi fisici e sessuali, violenza costante da parte di numerose bande armate, estorsioni, omicidi: tutto nella più completa impunità. Il popolo indigeno Pemón (che si divide in tre gruppi principali: Taurepan, ​Arekuna e Kamarakoto) risulterebbe essere il più colpito da questa massiva violenza che ruota intorno ad un progetto mastodontico (l’Arco Minerario dell’Orinoco) che mira a cambiare visceralmente l’economia venezuelana che si basa oggi (cosi come in passato) completamente sul petrolio. Il governo di Nicolas Maduro difende il progetto definendolo ecomineria, mentre da più parti si parla di ecocidio: un disastro ambientale che riguarda il 12% dell’intero territorio venezuelano.

Diego Battistessa

sabato 23 maggio 2020

Avanzata della pandemia Covid in Amazzonia. Le popolazioni indigene a Onu, “misure urgenti o mancanza di azioni porterà a sterminio”

SIR
Le popolazioni indigene dell’Amazzonia si rivolgono direttamente alle Nazioni Unite, nella persona del segretario generale Antonio Guterres, oltre che alla Commissione interamericana per i diritti umani, rivolgendo un “appello urgente” alla comunità internazionale per l’avanzata della pandemia di Covid-19 nel territorio amazzonico. 
La lettera è firmata dal Coica (il Coordinamento dei popoli indigeni del bacino amazzonico) e dalle organizzazioni che rappresentano i popoli nativi a livello nazionale nei nove Paesi della Panamazzonia: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese.

I firmatari affermano di voler fare una “dichiarazione d’emergenza” a nome dei 511 popoli indigeni amazzonici, di migliaia di comunità, dei 66 popoli indigeni in isolamento volontario, “nella certezza che la mancanza di azioni chiare da parte dei nostri Governi condurrà allo sterminio dei difensori dell’Amazzonia”.

Il Coica e le altre organizzazioni chiedono all’alto commissario per i diritti umani e al relatore speciale sui diritti delle popolazioni indigene dell’Onu di elaborare dei rapporti informativi sulla condizione delle popolazioni indigene, da inviare agli Stati, “con l’obiettivo di prendere misure urgenti di fronte a questa pandemia. In secondo luogo, la lettera chiede, “di fronte all’inerzia dei Governi, “aiuti e assistenza umanitaria internazionale, con l’obiettivo di proteggere la salute e la vita degli indigeni dell’Amazzonia, che si trovano di fronte alla catastrofe sanitaria, dal momento che se non verranno prese misure urgenti, rischiamo di trovarci alle porte dell’etnocidio”.

I Governi sono quindi “invitati a dare risposte e a intraprendere azioni immediate rispetto alle richieste delle organizzazioni”; tutti sono invitati a partecipare e sostenere la raccolta di fondi avviata dal Coica e da altri soggetti, con l’obiettivo che gli aiuti umanitari vadano direttamente alle popolazioni indigene.

mercoledì 1 gennaio 2020

Anno nero del Brasile di Bolsonaro, diritti umani e territori devastati, macabro record di indigeni assassinati

Remo Contro
2019 anno nero del Brasile col nero Bolsonaro presidente. Aumento delle diseguaglianze, negazionismo climatico e mano libera alle violenze della polizia mentre ‘l’Amazzonia è mia e la gestisco io’.


Peggio di quanto temuto

Bolsonaro fascista e forse oltre, l’ex capitano delle forze speciali che rimpiange i generali al potere ed esalta Pinochet. Qualcosa si sapeva, molto si temeva, ma il primo anno di potere si rivela peggio del temuto.
«Se la prima misura varata dall’ex capitano aveva riguardato il taglio del salario minimo a milioni di lavoratori, l’ultimo atto si è compiuto a metà dicembre alla Conferenza sul clima di Madrid. Nella capitale spagnola il presidente brasiliano si è posto alla testa di quella ‘coalizione fossile’ che non vuole fissare regole per una cooperazione climatica, e l’Amazzonia è stata utilizzata come arma di ricatto nei confronti degli organismi internazionali e dei paesi che perseguono gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi», l’amara ma puntale sintesi di Francesco Bilotta sul Manifesto.
Il Trump latino dell’America a sud
Un Bolsonaro reazionario politicamente incontinente che a livello internazionale, «pur con tutto il discredito che lo circonda, è favorito dalla stretta alleanza con Trump con cui condivide una visione ultraliberista condita di sovranismo in campo economico e una posizione negazionista in campo ambientale». Il ‘braccio violento (e sbragato) della reazione’ il ruolo che qualcuno gli ha chiesto di interpretare sul piano internazionale. Ma in casa è peggio. « Sul piano interno le politiche economiche, sociali e ambientali perseguite Bolsonaro stanno producendo effetti disastrosi su vasti strati della popolazione brasiliana. Le disuguaglianze sociali si sono approfondite come conseguenza della riduzione dei sussidi destinati ai più poveri».
L’Amazzonia è mia e la gestisco io
Ormai storica la provocazione di Bolsonaro all’assemblea Onu di fronte al dramma degli incendi che hanno devastato la foresta amazzonica. «L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, e nemmeno il polmone del mondo. Tutte frottole». Le parole di Bolsonaro accolte da un silenzio incredulo e sguardi straniti di capi di Stato. Bolsonaro che attacca senza citarlo il francese Macron ed elogia apertamente Trump. «L’Amazzonia non è del mondo ma nostra e gli indios non sono rappresentati da quei pochi soggetti ‘manipolati dai governi stranieri’ nella guerra per far avanzare i propri interessi sulla foresta». Il resto del discorso dedicato alle ossessioni del duce brasiliano, sopratutto l’ideologia marxista che si è infiltrata nelle scuole e «vuole distruggere l’innocenza dei nostri bambini, pervertendo la loro identità più basica ed elementare, quella biologica».
[...]
Terre indigene e genocidio
Ferma anche la ‘demarcazione delle terre indigene’, la definizione delle zone protette dei popoli nativi. Governo Bolsonaro fermo a zero demarcazioni rispetto alle 500 richieste in corso. «Per questo, invasioni, attacchi alle comunità indigene, incendi, all’ordine del giorno. La Commissione pastorale della Terra indica che il numero di indigeni assassinati nel 2019 è il più alto degli ultimi 11 anni». Dall’organizzazione dei popoli indigeni del Brasile, dopo gli assassini di queste settimane dei rappresentanti indigeni nello Stato del Maranhao: «Siamo in un campo di battaglia e sono forze politiche conservatrici, autoritarie e razziste a disseminare l’odio, con un governo fascista che sta superando ogni limite».
Tribunale internazionale
A fine novembre un gruppo di giuristi brasiliani ha presentato al Tribunale penale internazionale dell’Aia una denuncia contro Bolsonaro per istigazione al genocidio degli indigeni brasiliani, ci informa sempre Bilotta. Denuncia a documenti sullo smantellamento degli organismi di controllo, l’omesso intervento di fronte ai crimini ambientali, l’attacco ai difensori dei diritti. «Intanto, in nome della lotta alla criminalità, la polizia opera in forma sempre più estesa e violenta nei quartieri poveri e degradati dei centri urbani». La precedente denuncia di Remocontro: https://www.remocontro.it/2019/12/27/brasile-impunita-agli-sbirri-assassini-dono-natalizio-di-bolsonaro/. 

Il governo Bolsonaro teme che le forti tensioni sociali che si sono manifestate in Cile, Bolivia e Colombia possano propagarsi anche al Brasile a causa delle misure antipopolari che sono state varate.
[...]

domenica 24 marzo 2019

Costa Rica. Ucciso il leader della comunità indigena e difensore dei diritti umani Bribri Sergio Rojas Ortiz

Notizie Geopolitiche
In Costa Rica è stato ucciso nei giorni scorsi il leader della comunità indigena Bribri, Sergio Rojas Ortiz. 

Nel paese centroamericano, come nel resto dell’America Latina, ci sono dei conflitti tra popolazioni indigene e proprietari terrieri. Le popolazioni autoctone nel mondo sono costituite da circa 370 milioni di persone, vale a dire più del 5% della popolazione mondiale e purtroppo sono inserite tra le popolazioni più svantaggiate e povere del mondo.

In America Latina ci sono 42 milioni di indigeni, che rappresentano l’8% della popolazione totale della regione. I paesi come Messico, Brasile, Colombia, Venezuela, Ecuador, Cile e Bolivia hanno già incorporato nei loro parlamenti rappresentanti delle comunità autoctone. In Costa Rica, nonostante siano state fatte diverse proposte di legge in tal senso, le popolazioni native sono sempre di più lasciate sole e senza diritti. 

Per l’assassinio di Sergio Rojas, più di 200 organizzazioni indigene, appartenenti una ventina di paesi imputano le istituzioni costaricane responsabili dell’assassinio del leader autoctono. 

Le autorità stanno indagando se le cause della morte d Sergio Rojas Ortiz sono legate alla lotta che il gruppo Bribri sta compiendo per mantenere propri quei territori. Gli indigeni affermano che queste terre appartengono a loro per tradizione, mentre gli agricoltori sostengono di essere i proprietari per legge e che gli indigeni cercano di occupare illegalmente la loro terra.


Alberto Galvi

lunedì 19 novembre 2018

Cile. Ucciso dai corpi speciali Camillo Catrillanca, nuovo abuso contro del popolo mapuche

Il Manifesto
Proteste a Santiago per la morte di Camillo Catrillanca, a cui i carabinieri del corpo antiterrorismo hanno sparato alle spalle mentre guidava il suo trattore. Si aggiunge un nuovo capitolo, l'ennesimo, alla storia di violenza e abusi nei confronti del popolo mapuche. 



L'ultima vittima, appena 24enne, era un weichafe (un "guerriero" della causa mapuche) della comunità di Temucuicui, a Ercilla, nell'Araucanía: Camillo Catrillanca - questo il suo nome - era il nipote di Juan Segundo Catrillanca, lonko (guida) della comunità, e figlio di Marcelo Catrillanca, storico attivista per i diritti indigeni.

Il 14 novembre Camillo stava a bordo del suo trattore accanto a un adolescente, di ritorno dai campi, quando il Comando Jungla - il corpo antiterrorista dei carabinieri cileni - gli ha sparato alla nuca, nel quadro di un'operazione scattata in seguito al furto di tre veicoli nella zona. 

La reazione del ministro dell'Interno Andrés Chadwick è stata quella che ci si poteva attendere: quanto accaduto non è che "un episodio di delinquenza comune, senza alcun nesso con il cosiddetto conflitto mapuche". Secondo le autorità, insomma, Camilo Catrillanca sarebbe stato coinvolto nel furto di auto e poi raggiunto da un proiettile durante lo scontro a fuoco tra i ladri e i carabinieri.

Non ha però spiegato, il ministro, come mai il giovane mapuche sia stato colpito alle spalle, né, soprattutto, per quale ragione un comando speciale con compiti di antiterrorismo si occupasse di un reato comune. Per non parlare del controverso ruolo del corpo dei carabinieri, addestrato in Colombia e poi spedito nell'Araucanía dal governo di Sebastián Piñera come se la realtà del narcotraffico e dei paramilitari colombiani possa essere anche solo lontanamente paragonata a quella della regione più povera del paese.

Subito smentito è stato anche l'intendente dell'Araucanía Luis Mayol, che aveva accusato Catrillanca di avere "precedenti per ricettazione di veicoli rubati", malgrado la fedina penale del giovane comunero, come ha dimostrato il deputato socialista Leonardo Soto, dicesse tutt'altro. La morte di Camilo, che lascia una figlia di 6 anni e una moglie incinta, va così ad aggiungersi a un lungo elenco di vittime, come Alex Lemum, Matias Catrileo, Mendoza Collio, tutti giovanissimi, assassinati durante l'occupazione di terreni rivendicati dalle loro comunità.

Solo briciole dei 5 milioni di ettari usurpati dallo Stato cileno e rivenduti all'oligarchia o alle multinazionali, di cui i mapuche esigono la restituzione, insieme al riconoscimento della propria identità culturale e al risarcimento per il genocidio realizzato durante più di 150 anni nel sud del Cile e dell'Argentina, il Wallmapu, il Paese Mapuche dalla terra fertile e generosa.

E se il nuovo omicidio ha scatenato un'ondata di proteste nel paese (giovedì, a Santiago, la storica Plaza Italia si è riempita di manifestanti contro il governo), la promessa del ministro dell'Interno di investigare sull'accaduto - fondamentale sarà la testimonianza dell'adolescente che era accanto a Catrillanca sul trattore - andrà probabilmente ad aggiungersi a tutte le altre promesse mancate.
Claudia Fanti

giovedì 19 luglio 2018

Indigeni: Kenya vìola i diritti umani della tribù africana Ogiek

Osservatorio Diritti
La Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli condanna il Kenya per violazione dei diritti umani degli indigeni africani della tribù Ogiek. Una sentenza che arriva dopo un secolo di abusi e che potrebbe avere un significato solo simbolico. Ecco una ricostruzione della vicenda, chi sono gli indigeni Ogiek e un'analisi delle conseguenze di questa decisione.


Il governo del Kenya non poteva espellere gli Ogiek dalla foresta Mau. E facendolo ha violato sette articoli della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli di cui il Paese è firmatario dal 1992. Lo stabilisce una sentenza della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli con sede ad Arusha, in Tanzania. Un verdetto emesso ormai un anno fa, il 26 maggio 2017, ma di cui da queste parti hanno parlato davvero in pochissimi.
Chi sono gli indigeni africani Ogiek
Gli Ogiek, una tribù composta da circa 40.000 persone in tutto il Paese, sono conosciuti per essere tradizionalmente cacciatori, raccoglitori e apicoltori,storicamente insediati nella foresta Mau e del Monte Elgon del Kenya sud-occidentale, oggi entrambe aree protette.

L’ambiente della foresta, con la sua selvaggina e le sue piante, ha assicurato per secoli la sopravvivenza degli Ogiek, e ha continuato a svolgere un ruolo centrale nella loro cultura anche quando gli Ogiek iniziarono ad adottare uno stile di vita meno dipendente dalle risorse forestali.
Indigeni Ogiek: storia di una tribù discriminata
La storia di questo gruppo indigeno è segnata da discriminazioni. Durante il governo coloniale britannico, la loro identità è stata spesso non riconosciuta, con annessi tentativi di assimilazione a tribù più numerose. Sia in quel periodo, sia nella successiva fase post-coloniale, le loro terre sono state ripetutamente sottratte e destinate all’insediamento di altri gruppi etnici.

Queste iniziative erano accompagnate dalle rimozioni degli Ogiek dalla foresta, spesso notificate con il preavviso di poche ore e realizzate dalla polizia e dalle guardie forestali. Alle rimozioni seguiva la distruzione di case, campi, scuole e il sequestro del bestiame. Tali operazioni erano giustificate dal governo in nome della conservazione della riserva forestale, ma celavano una gestione politica ed etnica delle risorse naturali, fenomeno che ha portato alla formazione di vinti e vincitori in tutto il paese, con gli Ogiek e altre minoranze tra i primi.

domenica 22 aprile 2018

Olivia Arévalo Lomas, uccisa perché proteggeva i diritti degli ultimi indigeni in Perù

TPI
La donna si batteva per proteggere i diritti del popolo indigeno degli shipibo-konibo, in Perù. È stata uccisa da 5 colpi di arma da fuoco.

Olivia Arévalo Lomas, 81 anni
Olivia Arévalo Lomas era una donna di 81 anni, leader degli shipibo-konibo, una tribù indigena del Perù che vive lungo il fiume Ucayali.

È stata uccisa da 5 colpi di arma da fuoco nella comunità interculturale di Victoria Gracia, nella regione di Ucayali, nel centro del paese.

Saggia indigena e studiosa delle tradizioni degli shipibo-konibo, si era battuta per anni in difesa dei diritti culturali e ambientali di questo popolo. L’identità degli assassini è ancora sconosciuta.

Olivia conservava le conoscenze legate alla medicina tradizionale degli shipibo-konibo e i canti sacri, dichiarati patrimonio culturale a giugno del 2016 dal Ministro della cultura peruviano.

La Federazione delle comunità native di Ucayali e Affluentes (FECONAU) e altre organizzazioni hanno condannato l’omicidio e hanno chiesto allo Stato del Perù di tutelare i leader delle popolazioni indigene.

Questo il comunicato stampa e la foto di Olivia, pubblicate su Facebook dalla Federazione:
“Comunicato stampa:Assassinata l’attivista per i diritti culturali del popolo shipibo-konibo.Nella comunità interculturale “Victoria Gracia”, situata a 20 minuti dalla località di Yarinacocha, oggi [19 aprile 2018] alle 12.30 circa, la nostra sorella shipibo-konibo Olivia Arévalo Lomas e saggia (meraya) è stata assassinata con 5 colpi di pistola al cuore, da degli sconosciuti.FECONAU e COSHICOX, gli organi più importanti del popolo shipibo-konibo, condannano energicamente questi fatti di sangue che insultano la famiglia e il popolo shipibo-konibo.Facciamo appello all’opinione pubblica nazionale e internazionale affinché lo Stato peruviano ci dia delle garanzie sulla sicurezza degli altri leader indigeni del popolo shipibo-konibo che oggi devono affrontare altre minacce di morte.Yarinacocha, 19 aprile 2018FECONAU e COSHICOX,”

mercoledì 14 febbraio 2018

Messico - Uccisi a Oaxaca tre difensori dei diritti umani e ambientalisti (Codedi)

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tre difensori dei diritti umani a Oaxaca, membri del Comitato per la difesa dei diritti indigeni (Codedi), sono stati uccisi a bordo di un furgone mentre tornavano da un incontro con le autorità locali.

Secondo una dichiarazione rilasciata dal CODEDI, Abraham Ramirez Vasquez, capo della delegazione, ho viaggiato accompagnato da tre giovani Lunedi notte quando improvvisamente sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati. Dopo l'attacco i tre giovani sono hanno perso la vita.

Gli eventi sono stati segnalati nelle vicinanze di Cerro Metate, a Miahuatlán, vicino alla città di Porfirio Díaz.
Le vittime si stavano dirigendo verso gli altipiani meridionali dello stato dopo aver incontrato i funzionari del governo dello stato.

mercoledì 24 gennaio 2018

In Honduras c’è un movimento di lotta che si batte per salvare il popolo Lenca e la sua terra

Lifegate
Dopo la morte di Berta Cáceres, la lotta per tutelare i territori e i diritti delle popolazioni indigene dall’industria mineraria e idroelettrica non si ferma. È il caso del popolo Lenca, in Honduras.
L'indigena lenca Julia Francisco Martínez: il marito è stato ucciso
per aver difeso le terre ancestrali © Giles Clarke/Global Witness
Nonostante l’attenzione internazionale per il caso dell’omicidio dell’attivista Berta Cáceres, leader del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh) rimasto impunito a due anni di distanza, continuano nel paese dell’America centrale le violazioni dei diritti dei popoli indigeni e le concessioni a compagnie straniere di porzioni di territorio indigeno senza rispettare il consenso libero, preventivo ed informato delle comunità. 

In occasione della maratona di Amnesty International Write for rights che ha fatto tappa in Italia dal 4 al 10 dicembre scorso, abbiamo intervistato gli attivisti Martin Gómez Vasquez e Margarita Pineda Rodriguez, leader dei Milpah, il Movimento indipendente degli indigeni Lenca di La Paz, in Honduras.

Quali sono gli obiettivi del movimento, Milpah?
L’obiettivo del Milpah è tutelare il territorio, i diritti del popolo indigeno e l’ambiente. La visione del Milpah considera l’uomo in armonia con il pianeta e la natura in generale. Questo portare rispetto e tutelare la madre terra ci ha purtroppo portato esclusione, incarcerazione, miseria ed estrema povertà. Al momento siamo di fatto esclusi da qualsiasi progetto amministrativo del governo dell’Honduras, solo in quanto Lenca.
Qual è la situazione che vive il vostro popolo in Honduras?
Da anni ormai siamo vittime di persecuzioni, torture, assassini da parte delle aziende e del governo honduregno che vende il nostro fiume, le nostre terre e tutto ciò che è al loro interno come minerali e fauna, senza il nostro consenso. Ci sono leggi internazionali che tutelano le nostre terre e poi leggi nazionali che, in contraddizione alle prime, le concedono a compagnie straniere. In questi anni è stato venduto circa il 35 per cento del nostro territorio per creare nuove infrastrutture. Ad esempio il progetto idroelettrico Aurora 1 è situato all’interno di una riserva naturale Lenca. Non c’è interesse da parte del governo nel rispetto dei diritti dei popoli indigeni. Abbiamo dovuto adire i tribunali internazionali affinché il diritto interno venisse rispettato. Ci siamo appellati alla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), alla Convenzione americana sui diritti umani per denunciare la nostra condizione.
Se il diritto nazionale non vi tutela come mai rivolgervi alle organizzazioni internazionali?
Anche se la nostra contestazione non avrà alcun effetto immediato, vogliamo creare una base per poter intraprendere una denuncia dipartimentale, poi nazionale ed infine internazionale. Ed è grazie alle organizzazioni internazionali a tutela diritti umani che alcuni di noi possiedono la protezione internazionale come difensori dei diritti umani validata dalla Corte interamericana dei diritti umani. Si tratta per noi di in un periodo di grande tensione dove rischiamo la vita ogni giorno.

Il governo non vi ha dato alcun tipo di compensazione, una riparazione per i territori sottratti?
Ci hanno promesso tanto, soprattutto progetti di natura sociale, ma alla fine non è stato fatto nulla. L’ho vissuto con un’esperienza diretta all’interno del mio municipio, quello in cui si trova il progetto idroelettrico Aurora 1. Avevano promesso di portare l’acqua potabile in quattro municipi, sono passati cinque anni ma nessun progetto a vantaggio della comunità è stato realizzato Alcuni sindaci che si sono opposti ai progetti sono stati inoltre minacciati, feriti e imprigionati.

Cosa può fare ognuno di noi per supportare la causa del Milpah?
Chiediamo alle organizzazioni internazionali, soprattutto europee, che finanziano abitualmente progetti in Honduras di vincolare il loro sostegno economico al rispetto dei diritti umani e della Convenzione 169 dell’Ilo. Chiediamo invece alle organizzazioni non governative come Amnesty International di continuare a monitorare la situazione in Honduras, venire a visitare il nostro Paese per confermare che ciò che raccontiamo è reale, è vero, e di aiutarci a diffonderlo. Ogni cittadino poi, può supportare i Lenca e tutte quelle popolazioni cui diritti non vengono rispettati informandosi e sostenendo maratone e campagne che aumentino la pressione internazionale facendo luce sulle violazioni e sui soprusi. La maratona di Amnesty, ad esempio, grazie alla mobilitazione internazionale è riuscita a raccogliere oltre 150mila firme per sostenere i difensori dei diritti umani che ogni giorno rischiano la vita.

lunedì 1 maggio 2017

Amazzonia, gli indigeni hanno vinto: la mega diga non sarà costruita

Globalist
Revocata la licenza: la mega struttura avrebbe sommerso 729 chilometri quadrati di foresta.


Gli indigeni dell'Amazzonia hanno vinto la loro battaglia: la mega diga Sao Luiz do Tapajos non si farà. L'Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) ha infatti annullato la licenza di costruzione del progetto. 


La gigantesca diga idroelettrica che, come ha spiegato Greenpeace "avrebbe stravolto il cuore dell'Amazzonia brasiliana" e "avrebbe causato danni irreversibili per l'ambiente e minacciato le terre e la sopravvivenza del popolo indigeno Munduruku", non sarà più costruita.

Con un bacino di 729 chilometri quadri (circa l'estensione di New York), la diga avrebbe sommerso 400 chilometri quadrati di foresta pluviale incontaminata e portato alla deforestazione un'area di 2.200 chilometri quadrati per la costruzione di strade e infrastrutture necessarie alla realizzazione dell'opera.

Lo stop al progetto è un risultato "molto importante", ha sapere tramite Greenpeace Arnaldo Kaba Munduruku, rappresentante generale del popolo Munduruku. Ora, ha spiegato, "continueremo a combattere contro le altre dighe che minacciano il nostro fiume". L'organizzazione ricorda che sono altri 42 i progetti idroelettrici previsti per il bacino del fiume Tapajos e centinaia previsti per l'Amazzonia.

giovedì 16 febbraio 2017

Papa Francesco: “Tutelare gli indigeni e i loro territori” Non distruggere la saggezza dei popoli

Vatican Insider
Udienza ai partecipanti al Forum internazionale dei popoli autoctoni promosso dall’Ifad: «Non permettete che le nuove tecnologie distruggano la saggezza dei popoli»
In un momento in cui l’umanità «sta peccando gravemente nel non prendersi cura della terra», le popolazioni indigene non permettano che «le nuove tecnologie» che «distruggono la terra», «l’ecologia», «l’equilibrio ecologico», finiscano anche «per distruggere la saggezza dei popoli». 

Questo il mandato consegnato oggi da Papa Francesco ai partecipanti al terzo Forum internazionale dei popoli autoctoni, che si è svolto dal 10 al 13 febbraio a Roma, nella sede dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), di cui ricorre quest’anno il 40esimo anniversario dell’istituzione.

Il Pontefice li ha incontrati nell’auletta dell’Aula Paolo VI, poco prima dell’udienza generale, accompagnati da monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso le Organizzazioni e gli Organismi delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, e il vicepresidente dell’Ifad, Michel Mordasini.

Soffermandosi sui temi del Forum, Papa Francesco ha sottolineato quale sia «il problema essenziale» di una maggiore responsabilizzazione economica dei Popoli autoctoni, ovvero «conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori». Questo, ha detto Bergoglio, è evidente soprattutto «quando si vanno a strutturare attività economiche che possono interferire con le culture indigene e la loro relazione ancestrale con la terra». In quel caso deve prevalere l’esigenza di un «consenso previo e informato» da parte delle popolazioni locali, ha rimarcato il Pontefice citando l’articolo 32 della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni. «Solo così è possibile assicurare una collaborazione pacifica tra autorità governative e popoli indigeni, superando contrapposizioni e conflitti».

Il Papa ha quindi incoraggiato l’elaborazione di linee-guida e di progetti che siano «inclusivi dell’identità indigena, con una speciale attenzione per i giovani e le donne». «Inclusione e non solo considerazione!» ha affermato, che per i governi significa «riconoscere che le Comunità autoctone sono una componente della popolazione che va valorizzata e consultata e di cui va favorita la piena partecipazione, a livello locale e nazionale». «Non si può permettere una emarginazione o una divisione in classi: prima classe, seconda classe... Integrazione con piena partecipazione», ha ribadito Papa Francesco.

E ha concluso sottolineando che a questa necessaria «road map» può contribuire efficacemente l’Ifad «con i suoi finanziamenti e la sua competenza», tenendo ben presente che «uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso».

PAOLO PETRINI

giovedì 29 ottobre 2015

Brasile - Consiglio missionario denuncia: nuovo attacco ai diritti dei popoli indigeni

MISNA
Si chiama Pec, Proposta di emendamento alla Costituzione 2015, il nuovo nemico dei popoli indigeni del Brasile. A Palmas, capitale di Tocantins, la prima edizione dei Giochi mondiali dei popoli indigeni è l’occasione per rilanciare una battaglia storica, quella per il diritto al possesso e all’utilizzo esclusivo dei territori ancestrali dei popoli nativi che sopravvivono agli interessi politici ed economici in un contesto da sempre ostile.
“La nuova stesura della Pec 2015 minaccia di essere ancora peggio della precedente” scrive Egon Heck, del segretariato nazionale del Consiglio indigenista Missionario (Cimi). “Originariamente l’emendamento mirava ad assegnare al Congresso la facoltà di decisione sulla demarcazione delle terre indigene che spetta oggi al governo. In realtà – sottolinea Heck – le terre indigene, in base all’articolo 231 della Costituzione appartengono originariamente a questi popoli e al governo spetta stabilirne i limiti e tutelarle”.

Ma l’ultima bozza della Pec 2015 si spinge anche oltre: ritira agli abitanti ancestrali l’usufrutto esclusivo delle risorse naturali presenti nei territori indigeni – su cui ricadono gli appetiti della grande industria estrattiva e dell’agrobusiness – e dà al Congresso il potere di imporre i nuovi criteri a tutte le terre indigene, anche quelle già demarcate, ‘regolarizzate’ o in processo di ‘regolarizzazione’.

Ovvero: le terre indigene del presente, del passato, del futuro saranno sotto il giogo dei parlamentari, in larga maggioranza anti-indigeni, così come la definizione di qualsiasi diritto degli indios sui loro stessi territori” evidenzia l’esponente del Cimi.
Ma i popoli indigeni brasiliani non si arrendono e sono pronti a intraprendere una nuova lotta per la delimitazione e la protezione delle loro terre tradizionali “che sono sacre per i nostri popoli – ripete il dirigente nativo Antonio Apinajé - e necessarie per l'equilibrio e la sostenibilità del clima sul pianeta Terra".

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domenica 6 settembre 2015

Indigeni di Etiopia sfrattati e violati diritti umani per far spazio a piantagioni industriali e dighe

greenMe
Nella bassa valle dell’Omo, in Etiopia, vivono circa 200.000 indigeni. Una vita difficile la loro, visto che spesso subiscono repressioni brutali e reinsediamenti forzati per far posto alle piantagioni industriali e alle grandi opere.


Secondo i rapporti, pubblicati questa settimana, da due gruppi di diplomatici UE inglesi, americani e che hanno visitato le aree di reinsediamento nella Bassa Valle dell'Omo in Etiopia meridionale lo scorso anno, la vita di Mursi, Bodi e altre tribù semi-nomadi sono stata stravolte dalla diga Gibe III.

“Forse moriremo. Il fiume ci tiene in vita. Dove andremo a vivere se portano via l’acqua dal letto del fiume? Se non ci saranno più pesci, cosa daremo da mangiare ai bambini?” aveva detto un uomo Kwegu nel 2012, quando erano iniziate le operazioni per spianare la loro terra.

La diga Gibe III da 5 miliardi di dollari, alta 243 metri, genererà 1.870 megawatt (MW) di energia elettrica una volta completata entro la fine dell'anno e utilizzerà 175.000 ettari di terreni precedentemente usati da pastori e piccoli agricoltori.

Secondo Survival International, il governo britannico ha cercato di nascondere le violazioni dei diritti umani subite dalla popolazione di quest'area da parte del governo etiope come il reinsediamento forzato dei Bodi e di altre tribù. Per compiacere il governo, infatti, la Gran Bretagna avrebbe tentato di non mostrare le gravi violazioni dei diritti umani subite dagli indigeni.

Facciamo un passo indietro. Nell’agosto 2014, i principali donatori di aiuti all’Etiopia – tra cui il Dipartimento britannico per lo Sviluppo Internazionale (DFID), l’USAID, l’Unione Europea e l’Italia – avevano inviato due missioni nella bassa valle dell’Omo.

L'obiettivo? Sapere se le tribù fossero state realmente costrette a lasciare le loro terre per far spazio alle piantagioni industriali.

Nonostante gli obblighi imposti dal Freedom of Information Act, le autorità britanniche non hanno resi pubblici i due documenti, motivando la loro decisione in questo modo: la loro divulgazione avrebbe messo a rischio le relazioni internazionali. Survival, che ne aveva fatto richiesta, si è quindi appellata alla Commissione Europea, che li ha resi noti.

Secondo quanto emerso dai due dossier, il governo etiope non ha ottenuto il consenso delle tribù della bassa valle dell’Omo al reinsediamento. Inoltre esse sono state costrette anche ad abbandonare le loro terre a seguito di minacce e pressioni da parte del governo stesso.
Addirittura, un gruppo indigeno avrebbe detto ai donatori: “Prima che possiate tornare l’anno prossimo, il governo verrà a ucciderci e a finirci”.

Come se non bastasse, il land grabbing nega alle tribù l’accesso alle rive del fiume, di cui hanno bisogno per le loro coltivazioni. Le piantagioni industriali privano le tribù anche dei pascoli e delle loro antiche terre da cui dipendono per sopravvivere.

Anche la vita nei villaggi per questi gruppi è diventata molto dura: Racconta il rapporto: “La loro situazione durante la nostra visita era deplorevole; a causa dell’assenza di servizi igienici, gli abitanti dei villaggi soffrono di malattie come diarrea emorragica, malaria e mal di testa aspecifici… Nonostante le terribili circostanze riscontrate a ‘X’ [nome del villaggio cancellato], i residenti affermano che il governo non permette a questo gruppo impoverito e vulnerabile di andarsene”.

Sull'orlo di una catastrofe umanitaria dunque.

Tutto questo finora era stato celato. Nella lettera ufficiale inviata al governo etiope, e pubblicata nel febbraio scorso, i donatori, secondo Survival, avevano omesso i risultati più importanti delle loro missioni sul campo spiegando che essi “non hanno trovato prove di persone costrette ad andarsene per essere reinsediate o per [far spazio] ai progetti agricoli nelle aree che hanno visitato”, e che non hanno “riscontrato nessuno dei problemi di cui parlano Survival International, Human Rights Watch e altri…”

Ma a marzo 2015 Survival ha ricevuto rapporti preoccupanti secondo cui gran parte della piccola tribù dei Kwegu è già ridotta alla fame a causa della distruzione della foresta e della morte del loro fiume, seguiti alla costruzione della diga Gibe III e ai progetti di irrigazione ad essa collegati.

domenica 15 dicembre 2013

Perù: dopo le nuove leggi, nessun miglioramento per gli indigeni

Radio Vaticana
Nonostante la pubblicazione ufficiale, avvenuta due anni fa, della legge di consultazione dei popoli indigeni, in Perù la situazione di queste popolazioni resta molto precaria, come denuncia all’agenzia Fides la Commissione nazionale per i Diritti umani. 

Diverse sono le problematiche che contribuiscono a peggiorare le condizioni degli indigeni: l’assenza di qualunque tipo di istituzione indigena in grado di avviare un dialogo con lo Stato e la loro criminalizzazione innanzitutto. 

Ciò, naturalmente, esaspera il conflitto sociale: secondo i dati della Commissione, durante l’attuale esecutivo peruviano, una quindicina di indigeni sono morti per incidenti che sarebbero da correlare con la questione della violazione dei loro diritti e molte sono le false accuse che vengono indirizzate nei loro confronti. 

Pochi giorni fa il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti degli indigeni, James Anaya, ha partecipato all’incontro delle popolazioni indigene peruviane di Pastaza, Tigre, Corrientes e Maranon: i capi tribù hanno chiesto misure urgenti per porre fine alla violazione dei loro diritti e soluzioni sul tema dell’inquinamento causato dal massiccio sfruttamento del petrolio nell’area e il responsabile Onu ha promesso il suo interessamento. (R.B.)