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venerdì 29 ottobre 2021

In Russia sale il numero di detenuti politici. Sono 420 come ai tempi pre Gorbaciov

rainews.it
È paragonabile a quello dell'Urss, prima dell'arrivo di Gorbaciov. Secondo le stime del Centro per i diritti dell'uomo "Memorial", nell'ultimo anno il numero di detenuti politici in Russia è salito da 362 a 420 persone, ed è paragonabile a quello ai tempi dell'Unione Sovietica, prima del rilascio dei detenuti politici per ordine di Mikhail Gorbačëv.


Tra i detenuti, 360 sono imprigionati per motivi religiosi ed altri 80 per motivi puramente politici. I dati sono stati diffusi alla vigilia della Giornata della memoria delle vittime della repressione politica che dal 1990 in Russia si commemora il 30 ottobre. 

Tuttavia, sottolinea "Memorial", il numero reale di prigionieri politici e altre persone imprigionate per motivi politici è senza dubbio significativamente più alto. L'aumento maggiore è dovuto alle condanne dei seguaci di Hizb ut-Tahrir, un'organizzazione politica internazionale pan-islamica e fondamentalista, il cui obiettivo è quello di ristabilire un califfato islamico che unisca tutta la comunità musulmana e che implementi la sharia, e dei testimoni di Geova.

lunedì 5 ottobre 2020

Bielorussia - Dai media locali - Come ogni domenica almeno 100.000 in piazza a Minsk - La polizia usa gli idranti

Rai News 24
La polizia ha usato gli idranti per disperdere la folla che si è radunata nel centro di Minsk. Lo riferiscono fonti locali. Una protesta, che arriva proprio nella prima domenica dopo l’annuncio delle sanzioni dell’Unione Europa contro la Bielorussia. 


L’opposizione dunque, che contesta la rielezione di Alexander Lukashenko, anche oggi è riuscita a mobilitare migliaia di cittadini. Sul canale Telegrram NEXTA Live, tramite il quale vengono coordinate le azioni dell'opposizione, si annuncia che la manifestazione di oggi è dedicata ai "detenuti politici". 

Centinaia di manifestanti, leader di movimenti politici, sindacati e giornalisti sono stati arrestati e messi in carcere per aver partecipato o organizzato le proteste. Ogni domenica le autorità bielorusse schierano a Minsk forze antisommossa,veicoli corazzati, jeep rinforzate e cannoni ad acqua. Inoltre, limitano l'accesso a Internet mobile e riducono il funzionamento dei trasporti pubblici per rendere più difficile la mobilitazione. 

In altre parti del paese, dove si svolgono anche grandi manifestazioni, ci sono stati sporadici scontri e sono stati utilizzati gas lacrimogeni e granate stordenti. Ma gli interventi della polizia sembrano meno violenti rispetto ad agosto, quando il governo ha usato ogni mezzo per fermare le proteste. Decine le persone ferite, migliaia gli arresti. 

lunedì 27 aprile 2020

Turchia - Erdoğan svuota le carceri per il covid-19 liberando 90.000 detenuti, ma lascia dentro oppositori politici e giornalisti

Linkiesta
Con una contestata riforma giudiziaria, il Parlamento turco metterà in libertà circa 90mila detenuti, ma non gli intellettuali e i politici critici col governo, incarcerati con l’accusa di vicinanza a organizzazioni terroristiche.


Una controversa riforma, votata d’emergenza per svuotare le carceri sovraffollate: è questo, in Turchia, uno degli effetti della crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Poco dopo la morte per Covid di 3 detenuti su un totale di 17 contagiati – registrata lo scorso 13 aprile – il parlamento di Ankara ha approvato un nuovo regolamento sull’esecuzione penale, proposto dal partito di governo AKP del presidente Erdoğan, che permette a circa 90mila carcerati di uscire di prigione prima dei termini di condanna.

Di questa riduzione possono beneficiare i detenuti che abbiano già scontato almeno metà della pena, mentre chi verrà condannato per reati commessi entro il 30 marzo non finirà in carcere, ma sarà costretto alla libertà vigilata. Non tutti i carcerati possono però avvalersi degli sconti di pena: la riforma esclude infatti i prigionieri in attesa di giudizio e quelli condannati per reati relativi a traffico di droga, omicidi premeditati, abusi sessuali e violenza su donne e bambini.

Resta in carcere anche chi è stato condannato per reati relativi al terrorismo, ed è su questo punto che le critiche dei partiti di opposizione e delle associazioni per i diritti umani si sono concentrate.

Se il provvedimento allevia indubbiamente il dramma del sovraffollamento nelle carceri in Turchia – dove prima delle legge erano recluse quasi 300mila persone in strutture con una capienza nettamente inferiore – la riforma ha ricevuto numerose critiche ed è stata approvata, il 14 aprile, dopo una dura battaglia parlamentare.

Le formazioni politiche contrarie, come anche molte associazioni di avvocati, contestano il fatto che l’ampia definizione di “reati per terrorismo” costringerà a restare in prigione anche molti giornalisti, intellettuali e politici critici del governo che negli ultimi quattro anni sono stati incarcerati con l’accusa di vicinanza ad organizzazioni terroristiche.

Si tratta di qualche centinaio di persone, tra cui spiccano nomi noti anche a livello internazionale come quello dello scrittore e giornalista Ahmet Altan, dell’uomo d’affari impegnato politicamente a favore delle minoranze Osman Kavala e dell’ex co-presidente del partito filo curdo HDP – il “Partito Democratico dei Popoli”, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco – Selahattin Demirtaş.

Secondo i critici, queste persone sono in realtà in prigione a causa di opinioni politiche critiche nei confronti di Erdoğan e non per i reati di terrorismo per cui sono stati condannati. Sarà questa una delle motivazioni che il socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale partito di opposizione, porterà nei prossimi giorni davanti alla Corte Costituzionale nel presentare ricorso contro la riforma.

venerdì 22 marzo 2019

Turchia. Morto in sciopero della fame il prigioniero curdo Zulkuf Gezen

Il Popolo Veneto
Gran brutta notizia. Purtroppo c’era da aspettarselo. Nella prigione (di tipo F) di Tekirdag, dove scontava l’ergastolo, è morto un prigioniero politico. In carcere dal 2007, Zulkuf Gezen era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. 

Zulkuf Gezen


Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici (e altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri, anche in Europa: a Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles…) che con questa radicale protesta – alcuni da più di cento giorni come Leyla Guven – esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.
Gianni Sartori

lunedì 18 marzo 2019

Nicaragua. Il governo annuncia la liberazione di detenuti politici, condizione per la ripresa dei negoziati.

L'Osservatore Romano
Era stata posta come condizione per riprendere il dialogo con l'opposizione. Il governo del Nicaragua ha annunciato la liberazione di un numero imprecisato di persone detenute per motivi politici. La decisione è stata presa in considerazione della richiesta in tal senso fatta nei giorni scorsi dall'Alleanza civica e democratica, e che era stata posta anche come condizione indispensabile per la ripresa dei negoziati.

La piattaforma che racchiude organizzazioni economiche, studentesche e politiche d'opposizione, che da domenica scorsa aveva interrotto ogni trattativa con il governo, da oggi tornerà dunque a sedersi al tavolo del negoziato, con "l'assicurazione che la richiesta di vedere liberati un numero notevole di persone detenute è presa in conto". L'Alleanza continua a esigere prove indiscutibili della volontà governativa di negoziare una soluzione alla crisi che ha già provocato molti morti e ha portato il Nicaragua alla recessione economica.

Nel primo giorno di negoziati, il governo aveva concesso gli arresti domiciliari a un centinaio di prigionieri politici. Una mossa che tuttavia non aveva soddisfatto l'Alleanza, la quale invece richiedeva la loro libertà incondizionata. Attualmente sono più di 600 le persone ancora dietro le sbarre, alcune delle quali avevano avviato nei giorni scorsi lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione.

Nell'annuncio del governo non si specifica quante di loro verranno scarcerate. Le parti sono arrivate a un accordo - si spiega in un comunicato governativo - dopo una riunione alla quale hanno preso parte il nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e l'inviato speciale del Segretariato generale dell'Organizzazione degli stati americani, Luis Angel Rosadilla. Il governo ha spiegato che ora i negoziati riprenderanno dal punto esatto in cui si erano interrotti.

giovedì 23 agosto 2018

Chi sono i "prigionieri politici" nelle carceri russe

euronews.com
Da 100 giorni il regista ucraino Oleg Sentsov, 42 anni, critico dell'occupazione russa in Crimea, è in sciopero della fame e non ha intenzione di interromperlo finché non saranno liberati tutti i prigionieri politici ucraini. Sentsov era stato arrestato il 24 maggio scorso e condannato a 20 anni di prigione con accusa di terrorismo.


Ma chi sono questi prigionieri politici di cui chiede il rilascio? Lo stesso Sensov è uno di loro, considerato tale da numerose ong tra cui Amnesty e l'organizzazione russa per i diritti umani, Memorial. Secondo quest'ultima, ci sono almeno 183 persone dietro le sbarre nelle carceri russe per motivi politici e religiosi. Sergei Davidis, a capo del programma di supporto per i prigionieri politici, ha detto a euronews che il tipo di persecuzione più diffusa nella Federazione Russa è quella religiosa.

I testimoni di Geova - Nel maggio 2017 le autorità russe hanno arrestato Dennis Christensen, testimone di Geova e cittadino danese. Il 46enne emigrato è stato fermato nella città di Orel, nella Russia occidentale, mentre leggeva la Bibbia insieme ad altri credenti. Nell'aprile 2017 la Corte suprema russa ha bollato i Testimoni di Geova come "organizzazione estremista". La confessione cristiana è perseguitata nel paese e sono ben 22 "studenti biblici" sono ora in carcere per "aver compiuto attività estremiste". Agli arresti domiciliari si trovano altri 9 di loro. Christensen è in carcere da circa un anno e mezzo, ma l'Associazione Europea dei Testimoni di Geova ha detto a euronews che non si fa illusioni, crede che la vicenda non avrà un esito positivo. "Ciò che sta accadendo nella Federazione russa si chiama persecuzione religiosa", ha detto un rappresentante della comunità, Yaroslav Sivulsky. "Osserviamo il rifiuto totale della Federazione russa di rispettare i diritti umani, ovvero la libertà di coscienza e di religione", ha aggiunto Sivulsky. Dopo la decisione della Corte Suprema russa, sono stati chiusi circa 400 filiali regionali dell'organizzazione religiosa e il suo bureau principale a San Pietroburgo. Human Rights Watch ha lanciato un appello per il rilascio di Christensen.

Contattato da euronews, Paul Gillies, portavoce internazionale dei Testimoni di Geova presso la sede centrale di New York, ha così commentato: "Anche se per noi è impossibile prevedere se Dennis Christensen sarà rilasciato o meno, confidiamo nel fatto che non è colpevole di alcun reato legato alla sua attività di Testimone di Geova. Il fatto è che la sentenza della Corte Suprema ha liquidato solo le nostre entità giuridiche, le autorità russe hanno sostenuto che i singoli Testimoni di Geova sono liberi di praticare la loro fede".

I tartari della Crimea - Nell'inverno del 2016, sei persone, tra cui l'attivista per i diritti umani dei tartari di Crimea, Emir-Usain Kuku, sono state arrestate a causa della loro appartenenza all'organizzazione politico-religiosa Hizb ut-Tahrir, che dal 2003 è stata riconosciuta come organizzazione terroristica in Russia. Il gruppo è vietato in Russia ma è legale in Ucraina. Secondo l'accusa, il gruppo si sarebbe riunito per studiare a tenuto riunioni in cui hanno studiato la letteratura di Hizb ut-Tahrir, discusso le relazioni tra Russia e Ucraina e pianificato di rovesciare l'attuale governo.
Naira Davlashyan

venerdì 18 maggio 2018

Venezuela - A Caracas la rivolta dei prigionieri politici contro i pestaggi

La Stampa
Caos, disordine e degenerazione travolgono il Venezuela a tre giorni dal voto presidenziale, considerato dai più l'ennesima farsa del regime di Nicolas Maduro. Ai colpi di mano di Caracas, alla devastazione economica e sociale, alle fughe di massa e al marcio della corruzione, si aggiunge anche il dramma delle popolazioni carcerarie.




Come quella di Sebin dove un gruppo di detenuti, fra i quali oltre 50 prigionieri politici, hanno preso parte a una rivolta con reiterati pestaggi. Non è chiaro ancora quali siano state le cause anche per le informazioni frammentate e filtrate delle autorità della sede centrale del Servizio Bolivariano di Intelligence, nella capitale, dove si trova il carcere. La notizia si è appresa dalle immagini pubblicate su social e siti, dove sono apparsi l'ex sindaco Daniel Ceballos e l'americano Joshua Holt, un missionario mormone accusato di trame golpiste.

Sono stati loro a raccontare che la rivolta è scoppiata a causa della mancata scarcerazione di alcuni detenuti, malgrado sia stato ordinato dalla giustizia. "Violati i diritti umani" "Vogliamo vedere se esiste qualcuno capace che venga a mostrare la sua faccia in questa prigione sotterranea dove uccidono la gente, si violano i diritti umani", ha implorato Ceballos. A far inorridire è stata la foto di Gregory Sanabria, un manifestante oppositore in attesa di giudizio dal 2014, con il viso tumefatto dai colpi ricevuti, probabilmente dal personale di sicurezza della prigione. Il Procuratore generale, Tarek William Saab, da parte sua, ha assicurato di aver inviato una delegazione al Sebin "per parlare con i reclusi e ricevere le loro richieste".

La missione diplomatica Usa a Caracas ha invece diffuso un comunicato nel quale esprime la sua "forte preoccupazione" per la situazione, che ha messo in pericolo Holt e altri cittadini americani. "Il governo del Venezuela - prosegue - è direttamente responsabile della loro sicurezza e saranno chiamati a rispondere se succedesse qualcosa ai detenuti". Sulla stessa linea l'Alto Commissariato Onu per i Diritti umani (Unhchr) che ha "deplorato" il "severo pestaggio" di Sanabria.

"Chiediamo che sia garantito un trattamento umano a tutti i prigionieri e sollecitiamo che sia aperta un'inchiesta sul ricorso a tortura e maltrattamenti ", ha aggiunto l'agenzia su Twitter, sottolineando che "tutti i prigionieri politici devono essere liberati ". La Conferenza episcopale del Venezuela ha invece chiesto al governo di Maduro di "rispettare la vita di chi si trova sotto la sua responsabilità", perché lo Stato è responsabile della "vita e dell'integrità fisica delle persone detenute".

Francesco Semprini

sabato 23 aprile 2016

Ucraina: nelle carceri oltre 1500 prigionieri politici e violazioni diritti umani

Contropiano.org
E a proposito dei prigionieri politici in Ucraina, l'agenzia Novorosinform scrive di oltre 1.500 di essi, sottoposti a torture, condizioni inumane e degradanti; parla di arresti indiscriminati e processi illegali in massa. Altri attivisti per i diritti umani parlano di cifre anche più elevate e di luoghi segreti di detenzione. Novorosinform, riporta anche alcune testimonianze sullo sciopero della fame dichiarato da alcuni prigionieri politici a Kiev e sulle pessime condizioni di salute di altri, con problemi alla spina dorsale, ai reni e al fegato, dovuti alle condizioni di detenzione, praticamente senza nessuna assistenza medica.

Sarebbero già cinque i prigionieri morti nelle carceri ucraine a causa dello sciopero della fame. D'altro canto, secondo Novorosinform (che, ovviamente, parla dal proprio punto di vista ultranazionalista e accusa DNR e LNR di tradimento, e rinfaccia a Mosca di non intervenire militarmente nel Donbass), le Repubbliche popolari avrebbero "unilateralmente" rimesso in libertà moltissimi prigionieri di guerra ucraini, così che ora Kiev non è disposta a scambiare i pochi militari ucraini ancora detenuti in Donbass, con le centinaia di carcerati "filorussi".
Il sito Ukraina.ru, per altri versi vicino alle posizioni di Novorosinform, scrive di alcune centinaia di detenuti politici in varie prigioni dell'Ucraina: a Kiev, Odessa, Nikolaev, Mariupol, Kharkov e in alcune città del Donbass controllate dall'Ucraina; tutti accusati di separatismo, tradimento, reclutamento di miliziani, aiuto a DNR e LNR. Secondo la responsabile per i diritti umani della DNR, Darja Morozova, in Ucraina il numero esatto di detenuti politici sarebbe di 1.354, o quantomeno, "questo è il numero delle certificazioni ufficiali ucraine; 459 persone risultano scomparse. Ma anche queste potrebbero essere detenute", ha detto.

Lilija Rodionova, della Commissione per i prigionieri di guerra della DNR, mentre sostiene che la maggior parte dei detenuti in Ucraina non sono prigionieri militari, bensì persone accusate di simpatizzare con le milizie, lamenta anche lo scarso interessamento della Croce Rossa, che si limita a registrarne il numero e non porta loro alcuna assistenza. Purtroppo, scrive Ukraina.ru, la maggior parte dei detenuti attende solo lo scambio coi prigionieri ucraini detenuti nel Donbass e, quando questo viene sabotato da Kiev, accusano la stessa Morozova di disinteressarsi della loro sorte. Secondo Rodionova, alla morgue di Dnepropetrovsk, ci sarebbero da 80 a 200 morti del Donbass, ma nemmeno con l'intervento dell'ONU i parenti hanno il permesso di riprendersi le salme.

Anche secondo Ruspravda.info, il numero di detenuti politici in Ucraina cresce di giorno in giorno. Rimangono in prigione - coloro che riuscirono a sfuggire al massacro - gli arrestati del 2 maggio 2014 mentre difendevano la Casa dei sindacati data alle fiamme dai nazisti. In generale, tra gli arrestati ci sono non solo simpatizzanti di DNR e LNR, anche se, poi, l'accusa viene formulata quasi sempre per "finanziamento del separatismo e istigazione all'odio tra le nazionalità"(!), come è il caso dell'ex vice capogruppo del Partito delle Regioni alla Rada, Aleksandr Efremov, o del giornalista Ruslan Kotsaba, accusato di tradimento della patria, per aver promosso a Ivano-Frank l'azione "Rifiuto la mobilitazione". Al blogger e ufficiale a riposo Sergej Pevrukhin è stata la mossa l'accusa, ripetuta sempre più spesso, di "partecipazione a organizzazioni terroristiche"; così i giornalisti Elena Blokh o Andrej Zakharcuk. Alla direzione dell'Istituto "Repubblica", scrive Ruspravda.ru, sostengono che non ci sarebbe un numero ufficiale di detenuti politici, anche perché le accuse vengono mischiate con pretesti quali "porto d'armi abusivo" o "rissa"; ma comunque si parla di diverse centinaia di rinchiusi, soprattutto nelle regioni di Kharkov, Odessa, Dnepropetrovsk e Ivano-Frank.
L'attivista per i diritti umani di Kharkov, Dmitrij Gubin, parla di oltre 600 detenuti politici nella sola Kharkov. Sempre più, si fa ricorso agli articoli del codice penale 109 (cambiamento violento dell'ordine statale), 110 (attentato all'integrità territoriale), 111 (tradimento), 161 (istigazione all'odio nazionale), 436 (propaganda della guerra!!!) e altri, che comportano pene da 5 a 15 anni. Al di là degli arresti, ai giornalisti che diffondono "propaganda antiucraina" vengono generosamente somministrate bastonature in strada o inflitte condanne amministrative. Anton Gerašcenko, consigliere del Ministro degli interni, ha detto in TV che i partecipanti ai meeting - ma non ai raduni delle bande neonaziste - verranno fermati e si prenderanno loro le impronte e ha apertamente parlato della necessità di ricorrere alla tortura. Alla Rada, è stato depositato un disegno di legge per la confisca dei cellulari ai soldati inviati nel Donbass, per impedirgli di fornire informazioni dal fronte in contraddizione con le notizie diffuse dal Ministero dell'informazione. Inutile poi parlare degli agguati portati dalle bande neonaziste contro chiunque sia sospettato di simpatie "anti-ucraine" o "rifiuto della mobilitazione".



lunedì 18 aprile 2016

Birmania: il presidente concede l'amnistia a altri 83 prigionieri politici dopo i 100 liberati lo scorso mese

interris.it
Dopo la decisione presa agli inizi di aprile di concedere l'amnistia a oltre 100 detenuti, che erano stati arrestati per motivi legati alla politica, il nuovo presidente birmano Htin Kyaw ha annunciato di aver ordinato la liberazione di ulteriori 83 prigionieri politici. 

Htin Kyaw fedelissimo Aung San Suu Kyi
La decisione è stata pubblicata sulla pagina Facebook dell'Ufficio del presidente.
"Gli 83 detenuti saranno liberati il primo giorno dell'anno nuovo birmano", cioè lo scorso 17 aprile, si legge nel comunicato, con un indulto con cui si vuole "far sentire la popolazione felice e in pace, promuovendo la riconciliazione nazionale". 

In un discorso diffuso dalle tv nazionali, Htin Kyaw - un fedelissimo del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi - ha inoltre aggiunto che "in futuro eviteremo tale tipo di arresti"

Tra i detenuti rimessi che sono stati rimessi in libertà nella giornata di domenica, ci sono anche cinque giornalisti condannati nel 2014 a sette anni ai lavori forzati, per la loro inchiesta su una fabbrica che produceva armi chimiche. 

Si calcola che nelle carceri birmane rimangano meno di un centinaio di prigionieri politici con condanne passate in giudicato, mentre oltre 200 sono in attesa di giudizio dopo gli arresti avvenuti negli ultimi anni, nonostante le aperture fatte dal precedente governo Thein Sein.

di Edith Driscoll

domenica 7 giugno 2015

Vescovi del Venezuela: amnistia per i prigionieri politici. Maduro cancella visita e Roma e l'incontro con papa Francesco

Radio Vaticana 
Questa intervista è stata rilasciata prima della cancellazione della visita di Maduro a Roma dove doveva incontrare Papa Francesco (Vedi articolo in coda al post)
Il presidente della Conferenza episcopale venezuelana, mons. Diego Padròn ha chiesto una legge di amnistia per la liberazione dei prigionieri politici e il ritorno di quelli che sono in esilio. 

In visita, ieri, ai dirigenti dell’organizzazione Gioventù Unita del Venezuela, che scioperano nella chiesa di Guadalupe a Caracas in solidarietà con i politici detenuti, l’arcivescovo di Cumanà si è unito alle voci che sollecitano il governo a dare accesso all’assistenza medica ed alla visita dei familiari e dei legali di Leopoldo Lòpez, di Daniel Ceballos e degli altri prigionieri che da circa 15 giorni sono in sciopero della fame. “Uno sciopero della fame deve essere fatto in piena libertà e consapevolezza dei propri rischi, ma lo Stato deve comunque offrire delle garanzie perché è in gioco la vita e la salute degli scioperanti” ha affermato mons. Padròn

Mons. Padròn fiducioso dell’incontro domani tra Maduro e Papa Francesco
In dichiarazioni al giornale “El Nacional”, mons. Padròn si è detto “fiducioso” degli esiti positivi che avrà l’incontro di domani tra il Presidente Nicolàs Maduro e Papa Francesco. “Il Papa conosce bene la nostra situazione e, magari, darà dei consigli al nostro Presidente e anch’io confido che il Presidente ascolterà il Santo Padre”, ha detto. Infine, il presidente della Cev ha affermato che le tensioni nel Paese potrebbero ridursi se il governo fissasse la data delle elezioni parlamentari che è una delle richieste degli scioperanti. 

L’incontro con gli studenti è avvenuto all’indomani della diffusione di un comunicato della Commissione di giustizia e di pace dell’episcopato venezuelano che chiede il rispetto dei diritti umani dei prigionieri.

L’episcopato denuncia la violazione dei Diritti Umani dei prigionieri politici.
La nota dei vescovi critica “lo sconcertante trasferimento” dell’ex-sindaco Daniel Ceballos, lo scorso 23 maggio, ad un carcere giudiziario a 150 km da Caracas, senza avvertimento previo dei legali e dei familiari. “Questo ha generato - si legge nel documento - il deterioramento della salute fisica che, unito alle condizioni disumane della reclusione, hanno messo in grave rischio la vita e l’integrità personale di Ceballos”.

Appello dei vescovi: garantire la salute e l’integrità personale dei prigionieri politici
Il comunicato condanna anche il rifiuto delle autorità all’assistenza medica e alla visita dei familiari al dirigente politico Leopoldo Lòpez, promotore dello sciopero della fame per chiedere al governo di fissare la data delle elezioni legislative e la presenza di osservatori internazionali come l’Unione Europea e la Oea (Organizzazione degli Stati Americani). Nel testo, l’episcopato esorta il governo a rispettare le raccomandazioni dell’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i diritti umani, affinché vengano garantite la salute e l’integrità personale dei prigionieri politici. Inoltre, i vescovi sollecitano i permessi per gli organismi di carattere umanitario, come la Croce Rossa e la stessa Commissione episcopale di giustizia e pace.

Appelli dal mondo al Papa
Domani, è prevista l’udienza di Papa Francesco al presidente venezuelano Nicolas Maduro, in visita a Roma per partecipare all’Assemblea annuale della Fao. L’annuncio della visita in Vaticano ha mobilitato innumerevoli organizzazioni di diritti umani e leader politici del mondo che hanno scritto al Pontefice, chiedendo la sua mediazione per la liberazione dei prigionieri politici nel Paese sudamericano. Tra questi, gli ex presidenti di Colombia e Bolivia, il leader dell’opposizione in Venezuela, Henrique Capriles, il responsabile per l’America Latina di Human Rights Watch e i membri del Club di Madrid che, dal 2002, riunisce più di un centinaio di ex Presidenti ed ex premier democratici del mondo. (A cura di Alina Tufani)


Euro News
È stato cancellato il viaggio del presidente Nicolas Maduro a Roma. Il capo di stato venezuelano avrebbe dovuto incontrare Papa Francesco e partecipare alla conferenza generale della Fao. Maduro ha spiegato in un’intervista televisiva di non poter viaggiare perché affetto da otite e influenza.

Per molti osservatori all’origine della cancellazione c‘è più che altro la lettera aperta inviata da Human Rights Watch a Papa Bergoglio in cui si chiede al Pontefice di affrontare nell’incontro con Maduro la violazione dei diritti umani e la repressione dell’opposizione nel paese.

Temi cari a Papa Francesco reduce dal viaggio a Sarajevo,città simbolo della guerra balcanica del 92-95. Nella capitale bosniaca il Pontefice davanti a una folla di migliaia di fedeli si è presentato come “un pellegrino di pace e di dialogo”.

giovedì 22 gennaio 2015

Sudan: partiti e Ong chiedono a governo liberazione dei politici arrestati lo scorso settembre

Nova
Partiti politici e Ong sudanesi stanno esercitando forti pressioni sul governo di Khartoum per ottenere la liberazione di una serie di esponenti politici arrestati dal regime del presidente Omar al Bashir. 

In particolare sono 16 i partiti che hanno accettato il dialogo nazionale col governo i quali hanno deciso di congelare la loro partecipazione alle sedute per chiedere la liberazione dei politici in carcere senza processo da mesi. Tra i detenuti c'è anche l'avvocato Faruq Abu Isa e Amin Mekki detenuti dal 6 settembre.

lunedì 12 gennaio 2015

Filippine visita del Papa, appello dei prigionieri politici per il loro rilascio

MISNA
“Ora che Papa Francesco sta arrivando nel paese, speriamo di convincerlo ad unirsi a noi nella nostra richiesta di rilasciare tutti i prigionieri politici e dare giustizia a tutte le vittime di violazioni dei diritti umani” ha detto in una conferenza stampa un rappresentante degli attivisti per i diritti del gruppo Karapatan. 

Papa Francesco visiterà le Filippine dal 15 al 19 gennaio dopo la breve visita in Sri Lanka.

Menbri di Karapatan hanno anche letto una lettera aperta preparata da 32 detenuti, molti membri del Partito comunista delle Filippine e del Fronte nazionale democratico delle Filippine (Ndfp), rinchiusi a a Camp Bagong Diwa, che sabato scorso hanno iniziato uno sciopero della fame che, dicono, durerà per tutta la durata della visita del Pontefice . “Vostra Santità potrebbe aiutarci nel far pressione per il ritorno della libertà perduta e di altri diritti dei prigionieri politici e correggere completamente questi grandi mali sociali e politici che da lungo tormentano il nostro paese” si legge nella lettera. I prigionieri hanno inoltre annunciato che doneranno 10.000 pesos (223 dollari circa), dei loro risparmi sulle razioni di cibo, alle vittime del tifone Haiyan. I detenuti hanno chiesto ai funzionari della prigione di far pervenire il contributo a loro nome durante la visita che Francesco farà a Tacloban, il 17 gennaio.

“Il governo Aquino nega l’esistenza di prigionieri politici nel paese” ha detto Cristina Palabay, segretario generale della Karapatan. L’esistenza di prigionieri politici, durante gli anni di legge marziale sotto il defunto presidente Ferdinand Marcos, è stata solo reso nota a Papa Giovanni Paolo II nella sua visita apostolica del 1981, durante la quale gli attivisti hanno srotolato uno striscione chiedendo la loro liberazione. 

Dopo che Giovanni Paolo II ha espresso la sua preoccupazione, il governo Marcos ha concesso ad alcuni detenuti il loro rilascio. Allo stesso modo, uno sciopero della fame dei prigionieri, durante la seconda visita di Giovanni Paolo II nel 1995, ha portato ad un rilascio di alcuni prigionieri. Copie della lettera aperta dei prigionieri sono state inviate all’Ufficio del Presidente delle Filippine, al Comitato Internazionale della Croce Rossa e all’arcivescovo Giuseppe Pinto, nunzio apostolico a Manila.

Secondo l’organizzazione Karapatan, ci sono circa 500 prigionieri politici attualmente detenuti nelle Filippine, la maggior parte di loro con legami a gruppi di attivisti e militanti. Gli attivisti dicono che terranno una serie di eventi per attirare ulteriormente l’attenzione del Papa per la situazione dei prigionieri politici e delle vittime di altre violazioni dei diritti umani, tra questi dimostrazioni e una “Messa popolare” nell’area di Liwasang Bonifacio, nel centro di Manila, il giorno dell’ arrivo del pontefice .

lunedì 2 giugno 2014

Iran: Amnesty; giustiziato prigioniero politico che capeggiò rivolta carcere

Agi
In Iran è stato giustiziato un prigioniero politico per il quale Amnesty International aveva chiesto clemenza. Gholamreza Khosravi Savadjani era stato condannato a morte per aver "scatenato una guerra contro Dio" con il sostegno dato ai Mujahedeen del Popolo, organizzazione nata prima per cacciare lo Shah e poi repressa dal regime khomeinista quando i Mujahedeen vi avevano visto un nuovo avversario.
Gholamreza Khosravi Savadjani
L'organizzazione afferma che le autorità lo ritenevano il responsabile della rivolta che il 17 aprile scorso mise a soqquadro la prigione di Evin, una delle più dure e crudeli del paese. "L'esecuzione di Savadjani è avvenuta nell'ambito di una vendetta contro i detenuti della sezione 350 di Evin e contro coloro che intendono resistere al fascismo religioso anche all'interno del carcere", si legge in una comunicato.

Nella prigione, che si trova nella parte nord di Teheran, i detenuti sarebbero stati picchiati, mentre la versione delle autorità è che Savadjani avrebbe ingaggiato una lite fisica con le guardie che volevano perquisirlo. Secondo Amnesty, in base a una legge il detenuto, in cella dal 2008, godeva di una serie benefici concessi da una legge che aveva stabilito pene più leggere per i reati dei quali Savadjani era stato accusato.

giovedì 24 aprile 2014

Bahrein: centro diritti umani, quasi 3000 detenuti politici Bchr, morto dopo due mesi coma manifestante colpito da polizia

AnsaMed
Roma, Sono almeno 2.853 i detenuti per ragioni politiche in Bahrein - il piccolo emirato del Golfo a maggioranza sciita ma governato da una minoranza sunnita - investito anch'esso dall'ondata delle rivolte arabe del 2011, represse anche con l'aiuto militare dell'Arabia Saudita. 

A fare il punto è il Bahrain Center for Human Rights (Bchr), che riferisce anche della morte, dopo due mesi di coma, di un manifestante ferito dalle forze dell'ordine nel corso di una protesta a febbraio. La vittima - AbdulAziz Moussa Al-Abbar, 27 anni - sarebbe stato colpito alla testa da un lacrimogeno, oltre che da fucilate a pallini da parte della polizia che sparava contro i manifestanti. Le proteste erano seguito al funerale di una giornalista nel villaggio di Saar.

La settimana scorsa, riferisce ancora il Bchr, vi sono stati una cinquantina di arresti, fra cui almeno sette minori, mentre cinque detenuti sono stati rilasciati. Il mese scorso, ricorda l'organizzazione per i diritti umani, è stato condannato a dieci anni di carcere il fotogiornalista Ahmed Humaidan, insignito di numerosi riconoscimenti internazionali. La sentenza sarebbe stata emesso al termine di un processo non equo, e dopo che l'imputato, durante la detenzione, era stato sottoposto a varie forme di tortura, si afferma. 

Il Bahrain Center for Human Rights è presieduto dal noto attivista Nabeel Rajab, che sta scontando tre anni di carcere, e da Maryam Al-Khawaja, figlia di Abdulhadi Al-Khawaja, condannato all'ergastolo e protagonista di un lungo sciopero della fame in occasione della Formula 1 del 2012.

sabato 16 novembre 2013

Birmania: 69 detenuti, tra cui diversi prigionieri politici, liberati per "ragioni umanitarie"

La Repubblica
Le autorità birmane hanno liberato altri 69 detenuti, tra cui diversi prigionieri politici, per "ragioni umanitarie". 
Lo ha comunicato l'ufficio della presidenza dopo che nello scorso luglio il presidente Thein Sein aveva annunciato che tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri del Paese sarebbero stati scarcerati entro la fine dell'anno. Secondo le associazioni di tutela dei diritti umani sono ancora più di un centinaio i detenuti ancora in carcere.

“Il presidente ha concesso l’amnistia a 69 prigionieri che erano sulla lista” del comitato che si occupa della questione, ha annunciato la presidenza, all’indomani dell’incontro tra il capo di Stato Thein Sein e Ashton. Il presidente ha promesso lo scorso luglio, durante una visita a Londra, di liberare tutti i prigionieri politici entro la fine dell’anno.

Nel comunicato diffuso oggi si ricorda quindi l’impegno del governo a “portare avanti il processo di amnistia per tutti i prigionieri politici entro la fine del dicembre 2013”, senza però precisare quanti siano i detenuti ancora da liberare.

sabato 28 settembre 2013

Iran: l'ex presidente Khatami chiede il rilascio di tutti i prigionieri politici

Aki
L'ex presidente iraniano, il riformista Mohammed Khatami, ha chiesto il rilascio di tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri della Repubblica islamica. 


In un commento pubblicato sul suo sito web, Khatami, riferendosi alla decisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, di concedere la grazia a 80 detenuti, molti dei quali arrestati durante le proteste antigovernative del 2009, ha affermato: "Sono felice di questa notizia, ma mi chiedo perché questo numero?

Tutti dovrebbero essere scarcerati, a meno che alcuni di loro non abbiano commesso realmente un crimine e siano stati giudicati colpevoli da un tribunale competente. Molti di loro non hanno fatto nulla - ha aggiunto l'ex presidente - molte delle accuse sono sbagliate". Senza nominarli esplicitamente, Khatami ha quindi auspicato la scarcerazione di Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, i due candidati alle presidenziali del 2009 agli arresti domiciliari da oltre due anni e mezzo con l'accusa di sedizione. "Ognuno dovrebbe impegnarsi perché siano revocati gli arresti domiciliari (a Mousavi e Karroubi, ndr) - ha concluso Khatami - Si dovrebbero compiere passi in questa direzione".

venerdì 26 aprile 2013

Birmania: liberati decine di prigionieri politici, all’indomani di revoca sanzioni Ue

Tm News
Decine di prigionieri politici sono stati liberati oggi dalle carceri birmane, secondo riferito da un gruppo di attivisti, all’indomani della revoca pressoché totale di tutte le sanzioni europee contro il regime birmano. “Abbiamo la conferma che un totale di 59 prigionieri politici sono stati liberati”, ha indicato Bo Kyi, dell’Associazione di assistenza ai prigionieri politici della Birmania (Aapp). Un altro militante ha invece parlato di un’amnistia relativa a una trentina di prigionieri.

mercoledì 3 aprile 2013

Sudan: liberati primi detenuti politici dopo amnistia presidente Omaral-Bashir

AGI
Le autorità sudanesi hanno rilasciato sei prigionieri politici, i primi a beneficiare dell’indulto concesso ai detenuti politici dal presidente, Omar al-Bashir. I sei sono usciti di prigione sotto gli occhi dei giornalisti presenti e hanno potuto riabbracciare i familiari che li attendevano all’esterno del carcere di Kober, nella parte settentrionale di Khartoum; la gran parte erano stati arrestati due mesi fa, in occasione di una conferenza in Uganda a gennaio, in cui c’erano stati tensioni che avevano portato all’arresto di alcuni oppositori. Bashir, al potere da più di due decenni e inseguito da un mandato d’arresto della Corte Penale internazionale dell’Aja per i massacri nel Darfur, ha annunciato lunedì la liberazione di tutti i prigionieri politici del Paese per spianare la strada a un dialogo nazionale tra tutti i partiti e consentire la scrittura di una nuova Costituzione. L’opposizione è in attesa di vedere se, tra coloro che saranno liberati, ci sono anche i guerriglieri separatisti durante la guerra civile in Sudan: i miliziani dell’Splm-N, il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan-Nord, il movimento ribelle che ha combattuto per quasi due anni le truppe governative nel Stati del Kordofan e del Nilo Azzurro.