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sabato 5 febbraio 2022

Libia - Da un telefonino nascosto la testimonianza delle attuali atrocità nel centro di detenzione di Ain Zara: «Non c’è spazio per dormire, mancano cibo e acqua. Viviamo nella paura»

Il Manifesto
Mediterraneo. Mahayadien è un rifugiato sudanese arrestato a Tripoli durante la protesta all’Unhcr. La sua testimonianza viene dalla prigione per migranti di Ain Zara, a Tripoli

Il centro di detenzione di Ain Zara

Mahayadien, nome di fantasia per proteggerne la vera identità, è un ragazzo di 24 anni nato in Darfur, nell’ovest del Sudan. Quando nel 2003 è scoppiata la guerra ha cercato riparo con la sua famiglia in Ciad. Aveva cinque anni e da allora è un rifugiato. Risponde al telefono dal centro di detenzione libico di Ain Zara, dove è recluso con centinaia di persone dal 10 gennaio scorso.

Com’è la situazione dentro?
La prigione non è grande e siamo in troppi. Nello stanzone dove mi trovo io siamo almeno 300. Viviamo uno sull’altro. Abbiamo difficoltà a dormire, non c’è spazio. Soffriamo per il cibo e l’acqua, che scarseggiano. Ci danno un pezzo di pane verso le 11 di mattina e poi un po’ di pasta, sempre e solo pasta, a pranzo e cena.

Come sono le guardie del centro?
Colpiscono i rifugiati senza motivo, con dei bastoni, soprattutto di notte. Ci fanno vivere nella paura. Qualche giorno fa ci hanno detto che saremmo potuti uscire. Alcune persone hanno provato a farlo. Ma poi ci hanno chiamato per dire che sono state rinchiuse in un altro centro, di cui non sanno il nome, dove la situazione è ancora peggiore. Sono costretti a lavorare tutto il giorno, ovviamente gratis.

Ci sono anche donne e bambini?
Sì, ma in un’altra parte della prigione. Siamo separati.

Come fa ad avere il cellulare?
A qualcuno è stato tolto, qualcun altro è riuscito a nasconderlo. Altri ancora si sono rifiutati di consegnarlo, hanno chiesto che gli fosse lasciato almeno quello.

Quando è stato arrestato?
Il 10 gennaio, davanti alla sede dell’Unhcr. Eravamo accampati là da ottobre per rivendicare i nostri diritti e perché dopo il raid di Gargaresh non avevamo più un posto dove andare. Quando sono arrivati i militari a sgomberarci ci hanno dato 10 minuti per prendere le nostre cose. Avevano pistole e bastoni. Un ragazzo è stato sparato [ferito non è morto, ndr], era proprio davanti a me.

Viveva nel quartiere di Gargaresh?
Sì, a Tripoli. Poi il primo ottobre è stato invaso dai militari. Sono stato arrestato e portato al centro di Al Mabani. Lì ho visto cose orribili. Persone uccise. Violenza continua. Dopo circa una settimana siamo riusciti a fuggire e siamo andati davanti all’Unhcr.

Quando è arrivato in Libia?
Nel 2020, dopo tanti anni da profugo in Ciad. All’arrivo avevo trovato un lavoro, so fare i conti. Ma qui la vita è difficile. Anche fuori dalle prigioni, per strada. Gli africani non sono considerati esseri umani.

Ha provato ad attraversare il mare?
No, ho troppa paura. È troppo pericoloso. Tante persone sono morte. E poi quando ci provi ti catturano e ti portano indietro, nei centri. Finisci nelle mani dei trafficanti.

giovedì 31 dicembre 2020

Libia - Non migliorano le tragiche condizioni dei migranti anche nel centro di Al-Kararim, ritenuto uno dei "migliori"

Dire
“In Libia i migranti sono ammassati in condizioni terribili, in luoghi sporchi e fatiscenti, senza la possibilità di uscire e senza poter ricevere cure. Non vengono portate in ospedale neanche le partorienti o chi è in fin di vita. Non è modo di tenere gli esseri umani. In realtà, non è modo di tenere neanche gli animali”. Mohamed Lagha è un regista libico e l’agenzia Dire lo ha raggiunto nella Giornata internazionale in cui si celebrano i diritti dei migranti.


“Quello che ho filmato in quel centro resta emblematico della situazione in cui vivono le persone migranti” dice Lagha, che evidenzia: “Al-Kararim era considerato tra i migliori centri in Libia perché gestito dalle autorità – e non dai gruppi criminali – ed era un edificio vero e proprio. Di solito queste persone sono tenute nei capannoni, dove sia in estate che in inverno le temperature si fanno insopportabili. Ma neanche ad Al-Kararim c’erano i vetri alle finestre e molta gente si ammalava”.

Come ad Al-Kararim, tuttoggi i centri ospitano centinaia di persone “senza che siano attrezzati per farlo“. Per visitarli “servono dei permessi speciali, che si tratti di giornalisti o operatori umanitari. E’ difficile sapere quello che accade all’interno”.

Tra i residenti, anche donne, anziani e bambini: “Chi risiede nei centri- denuncia ancora Lagha- non è autorizzato ad uscire e quindi non può lavorare. I minori non vanno a scuola. Nessuno ha denaro per comprare cibo, vestiti o medicine”. 

Se qualcuno si sente male, “i responsabili non chiamano né il medico né l’ambulanza” racconta Lagha, che quando ha chiesto alle autorità come mai si comportassero così, gli hanno risposto che “gli ospedali non accettano i migranti perché non avrebbero denaro per pagare le cure”. Tante, troppe persone “hanno visto i compagni morire sotto i loro occhi senza poter fare nulla”.

Oggi la situazione nei centri per migranti è persino peggiorata a causa della pandemia ... Al conflitto e all’instabilità ora si è aggiunto il Covid-19: molti libici non hanno lavoro, figuriamoci i migranti”. 

Attraverso le sue pellicole regista vuole anche mandare un messaggio all’Unione europea: “Le sue politiche migratorie sono insostenibili. I centri di detenzione non sono la soluzione, la gente languisce lì dentro per mesi, anche anni. Nessuno – né il governo libico né l’Ue – riconosce e tutela i loro diritti”.

sabato 26 settembre 2020

Migranti, "Tra la vita e la morte": nuove prove delle violenze contro rifugiati nelle prigioni della Libia nel "Report" di Amnesty

La Repubblica
Nuovo rapporto di Amnesty international sulle violazioni dei diritti umani nelle carceri libiche. La pubblicazione il giorno successivo all’annuncio dell'UE di nuovo “patto sull’immigrazione”


Un nuovo rapporto di Amnesty international ribadisce le violazioni dei diritti umani che proseguono nelle carceri libiche. Il rapporto si chiama “Tra la vita e la morte” e viene pubblicato da Amnesty International il giorno dopo l’annuncio della Commissione Europea del suo nuovo “patto sull’immigrazione”, che non porta novità positive.

Il documento della Commissione, infatti, baserà il controllo dei flussi migratori su una cooperazione ancora più stretta con gli stati esterni all’Unione Europea ed è criticato da molte associazioni, operatori e operatrici umanitari.

Cosa succede in Libia. Nel rapporto di Amnesty si leggono resoconti agghiaccianti di migranti e rifugiati vittime o spettatori di torture, sparizioni, uccisioni, sfruttamento di altri esseri umani da parte di attori statali e non statali, come milizie, gruppi armati e trafficanti. “Nonostante le evidenze, anche quest’anno l’Unione Europea sta portando avanti politiche che intrappolano decine di migliaia di uomini, donne e bambini in un circolo vizioso di crudeltà, dimostrando disprezzo per le loro vite e la loro dignità” afferma amareggiata Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty per il Medio oriente e nord Africa.

Bloccare la collaborazione con le autorità libiche. Dal 2016, gli stati membri dell’UE tra cui l’Italia collaborano con la Libia attraverso fornitura di imbarcazioni veloci, formazione e assistenza nel coordinamento delle operazioni in mare, per far sì che chi intraprende il viaggio verso l’Europa sia intercettato e riportato indietro, aggirando così il divieto internazionale di respingimento. Si stima che dal 2016 siano state riportate in Libia 60.000 persone, più di 8.000 solo nel 2020.

Comandante della guardia costiera con mandato di arresto. Nel rapporto si legge di persone ricercate per crimini umanitari. Tra queste, Abdelrahman Milad, detto “al-Bija”, comandante della guardia costiera presso la città portuale di Al-Zawiya. Il suo nome figura nella lista di persone sottoposte a sanzioni da parte dell’ONU per il suo coinvolgimento nel traffico di esseri umani. Non ci sono alternative legali alla traversata in mare. 
Al momento, i programmi di evacuazione e reinsediamento non bastano ad assicurare un’uscita legale e sicura dalla Libia. Poco più di 5700 rifugiati in condizione di vulnerabilità ha beneficiato di questi programmi all’11 settembre 2020.

Il sistema attuale non funziona: ce ne vuole uno diverso. “Siamo pronti ad attraversare il mare. Non c’è alcuna evacuazione, alcun reinsediamento. I rifugiati in Libia sono in pericolo. 

Siamo tra la vita e la morte”, ha dichiarato ad agosto un rifugiato ad Amnesty International. Pandemia, razzismo e discriminazione. La pandemia ha esacerbato il razzismo e sempre di più i migranti sono accusati di aver diffuso il virus nel Paese, e si chiede la loro espulsione. 

Le ricerche di Amnesty hanno rivelato che nel 2020 le autorità che controllano la Libia orientale hanno espulso oltre 5000 rifugiati e migranti senza un giusto processo e senza che potessero contestare il provvedimento. L’accusa per tutti era quella di essere “veicoli di malattie contagiose”. 

In un caso evidente di discriminazione, un gruppo armato ha impedito a un pullman di entrare nella città sudorientale di Kufra, fino a quando non ne fossero scesi tre cittadini del Ciad. 

Questi sono stati costretti a fare il tampone e sono stati poi lasciati nel deserto fuori dalla città. I restanti passeggeri, tutti di nazionalità libica, hanno potuto procedere senza essere sottoposti ad alcun test.

Flavia Carlorecchio

venerdì 22 novembre 2019

Libia. Il massacro dei migranti schiavi, uccisi altri 4 eritrei in fuga dal lager. Tra loro un ragazzo e una ragazza di 18 anni.

Avvenire
I profughi muoiono ancora nei lager libici delle milizie. E i loro diritti vengono calpestati anche nei lager di Stato. Mentre continuano a fare affari i mercanti di uomini.
I profughi muoiono ancora nei lager libici delle milizie. E i loro diritti vengono sistematicamente calpestati anche nei lager di Stato. Soprattutto in quelli che sfuggono al (ristretto) controllo dell’Onu. Dove si praticano impunemente violenze di ogni tipo e il mercato degli schiavi.

Buca la coltre di silenzio grazie ai social la notizia dell’ennesimo massacro compiuto a Bani Walid, distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli, uno dei principali snodi del traffico di migranti in arrivo dal sud della Libia e diretti verso la costa. 

Domenica sera sono stati uccisi senza pietà a colpi di mitra quattro giovani eritrei mentre cercavano di fuggire da uno dei lager delle milizie dove si compiono efferate atrocità ai danni dei prigionieri per estorcere riscatti ai parenti. Torture già documentate con fotografie lo scorso gennaio.

Conosciamo il nome di una sola delle vittime. Si chiamava Solomun Teklay, era un profugo eritreo di soli 18 anni. Un’altra delle persone uccise dai miliziani era una ragazza 18enne. Altri due feriti sono stati torturati a morte dagli aguzzini per dare l’esempio. Come facevano i nazisti. E otto feriti senza cure sono stati riportati a Bani Walid e rischiano ora di morire.

Le vittime facevano parte di un "lotto" di 66 prigionieri venduti dal trafficante eritreo Abuselam Ferensawi, il "francese", al clan ditrafficanti libici guidato dal fantomatico Abdellah. Secondo i rifugiati di Eritrea democratica, che hanno ricevuto disperate e brevi telefonate dal lager e hanno tenuto diversi forum su Facebook con i parenti dei prigionieri, i 66 sventurati – tra cui otto ragazze – sono stati "acquistati" al prezzo di 14mila dollari ciascuno.

Si trovavano in Libia da almeno un anno nel corso del quale sono stati più volte venduti e schiavizzati. I miliziani libici li stanno torturando notte e giorno per ottenere i riscatti. Ma stavolta senza usare foto, i cellulari vengono utilizzati solo per chiamare le famiglie sconvolte alle urla di dolore e dalle minacce. I riscatti devono essere pagati via money transfer ad emissari dei banditi in Egitto e Sudan.
[...]
Il lager di Bani Walid, la città della tribù dei Warfalla, resta una ferita aperta, dove le metodologie di tortura sono sperimentate. Ad aprile 2018 la Corte di Assise di Milano condannò all’ergastolo Osman Matammud, somalo 25enne accusato di aver torturato qui per oltre un anno 17 persone che lo hanno riconosciuto e fatto arrestare nel settembre 2017 a Milano. Il carnefice usava le stesse modalità raccontate nei giorni scorsi da vittime e parenti a Eritrea democratica: torture in diretta telefonica alle famiglie. Osman, si legge nella sentenza «usava anche l’acqua per tormentare i prigionieri che venivano appesi a testa in giù con mani e piedi legati. A chi urlava veniva messa la sabbia in bocca».

C’era poi il sistema della plastica sciolta: "consisteva nel bruciare borse di plastica con un accendino e poi lasciare colare la plastica incandescente sulla pelle del malcapitato".

Le donne venivano sistematicamente violentate. Ad Osman sono stati anche attribuiti 13 omicidi di ostaggi i cui pagamenti tardavano. Non è cambiato nulla, il capo è sempre Abdelllah e le regole non prevedono pietà per chi tenta di fuggire o non può pagare.


[...]
Paolo Lambruschi

domenica 10 novembre 2019

Migranti - Il Memorandum Italia-Libia firmato con i criminali che gestiscono i lager, luoghi di tortura. Di Emma Bonino

Il Riformista
Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all'epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco. Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati "campi di accoglienza" sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.
Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l'arresto - oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani - è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l'ufficiale della guardia costiera. 

E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.

Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte "autorità libiche", ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all'innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione - come emerge da una recente inchiesta di Euronews, - a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall'Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.

La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che "l'esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse [...] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative". Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.

Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos'altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all'orrore dei campi libici.

E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall'ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l'attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell'Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall'ex ministro in altre circostanze - in particolare di fronte all'alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell'estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili - come gli accordi con la Libia - sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.

Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.

Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l'Italia e l'Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?

Emma Bonino

lunedì 16 settembre 2019

Continuano a emergere testimonianze dai lager libici: "Ho visto morire tanta gente torturata e donne stuprate"

Blobalist
Il racconto delle vittime di tre persone arrestate in Italia con l'accusa di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Gestivano campo di prigionia a Zawyia, Libia.

La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di sequestro di persona, tratta di esseri umani e tortura. Avrebbero trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l’Italia. I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia.


I tre gestivano per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l’Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. Al momento del fermo si trovavano nell’hot-spot di Messina. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni.

“Ho visto che un carceriere, tale Mohammed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto.
Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato. Io, per essere liberato, ho pagato 4500 dinari libici”: lo racconta uno dei migranti, giunto a Lampedusa ad inizio luglio scorso, dopo essere stato salvato da nave ‘Alex’ di Mediterranea Saving Humans.

La ricostruzione delle torture sono inserite nel fermo disposto dalla Dda di Palermo ed eseguito dalla Squadra mobile di Agrigento a carico di tre persone.Le vittime, arrivate a Lampedusa il 7 luglio scorso dopo essere state soccorse dalla nave Mediterranea, hanno riconosciuto i tre carcerieri dalle foto segnaletiche mostrate loro dalla polizia, che, dopo ogni sbarco, fa visionare ai profughi le immagini di migranti giunti in Italia in viaggi precedenti proprio alla ricerca di carcerieri o scafisti.

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. 

E’ il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawyia, in Libia, fermati dalla Dda di Palermo a Messina.
“Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare - racconta - e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento”.
“Durante la mia prigionia - continua - ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.
“Tutti noi migranti eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso. - racconta un’altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi. Le condizioni di vita del carcere erano dure. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l’acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l’acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri”.
“I carcerieri erano spietati. - spiega - Il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé”. “Ho visto morire tanta gente, - racconta - in particolare due fratelli della Guinea che sono deceduti a causa delle ferite subite nel campo. Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci”.
I fermati erano arrivati in Italia qualche mese prima delle vittime. Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.

L’indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Il fermo è stato eseguito dalla Squadra mobile di Messina.

giovedì 12 settembre 2019

Il piccolo Rwanda da una lezione all’Europa: accoglie i profughi detenuti nei lager libici

Dossier Libia
Una apertura importante quella del Rwanda, che punta a spostare la centralità europea nella questione del business migratorio (perché i migranti oramai sono una “merce” che vale quanto il petrolio) ed accreditare la piccola repubblica africana come uno degli interlocutori principali per la comunità internazionale. 

Uno dei luoghi di detenzione il Libia
La dichiarazione del presidente ruandese Paul Kagame che si è detto disposto ad accogliere in patria almeno 30 mila immigrati africani respinti dalle muraglie europee, ha già aperto al Paese le porte del ristretto “club” dei G7. Kagame, infatti è stato il solo capo di Stato dell’Africa nera ad aver partecipato al vertice svoltosi a fine agosto a Biarritz, nei Pirenei francesi.

L’impegno verbale del presidente Kagame è stato tradotto in un accordo internazionale che sarà ufficialmente sottoscritto nei prossimi giorni ad Addis Abeba davanti ai rappresentati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e dell’Unione Africana, l’organizzazione internazionale che unisce tutti gli Stati africani e che ha sede proprio nella capitale etiope.

Secondo questa intesa, il piccolo Paese africano, che è già dato una patria a centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi, si impegna a fornire un “porto sicuro” ai migranti attualmente rinchiusi in condizioni inumane nei lager libici. L’accordo prevede sia una ospitalità di transito, sia una possibile sistemazione definitiva nel Paese. Spetterà all’Unhcr individuare i migranti più a rischio nelle carceri libiche da spostare in Rwanda.

Il primo gruppo di circa 500 rifugiati arriverà, secondo fonti dell’Unhcr, già nelle prossime settimane e saranno sistemati nel centro di accoglienza di Gashora nel distretto di Bugesera, nel sud del Paese. Le dichiarazioni rilasciate dal Governo ruandese, che in questo modo potrà accedere ai fondi messi a disposizione dall’Europa per il controllo dei flussi migratori, lasciano intendere che l’accoglienza non riguarderà solo i profughi attualmente imprigionati in Libia ma anche a quelli detenuti nelle prigioni del Niger e della Nigeria, che versano in condizioni non meno terribili.

martedì 2 luglio 2019

Libia. Oltre venti persone morte di stenti in un Centro di detenzione per migranti

Gazzetta del Mezzogiorno
I sopravvissuti accusano l'Onu di non aver ascoltato le ripetute richieste d'aiuto ma l'Unhcr nega: "Non avevamo possibilità di accesso". Rinchiusi per mesi, a centinaia, con un caldo soffocante, dentro hangar nel deserto della Libia occidentale pieni di vermi, spazzatura ed escrementi: abbandonati in queste condizioni, 22 migranti sono morti di malattia, di fame e sete da settembre.


Non sono stati neanche sepolti perché mancano cimiteri per cristiani e i loro corpi sono stati ammassati in locali con l'aria condizionata o in frigoriferi. E ora i sopravvissuti e i loro avvocati accusano le agenzie umanitarie dell'Onu di aver "chiuso un occhio" davanti a quanto accadeva o di avere "risposto con troppa lentezza".

L'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, Unhcr, ha negato le accuse, affermando di non aver potuto accedere a certe parti del centro, gestito da una delle molte milizie libiche. Ma le testimonianze riferiscono che i detenuti a Zintan dovevano dividere ogni giorno un paio di secchi d'acqua fra tutti e che sopravvivevano a stento con un pasto a giorno. Il responsabile della struttura ha negato che vi sia stato alcun ostacolo all'accesso.

Ma, a quanto risulta dal materiale giunto all'Associated Press, vi sarebbe stato del disaccordo tra l'Unhcr e altre agenzie circa le condizioni del centro. Ma si stima che siano almeno seimila quelli rinchiusi in decine di centri di detenzione gestiti da milizie accusate di ogni genere di abusi. A Zintan i migranti all'interno del centro di detenzione che sono stati contattati hanno accusato l'Unhcr di averli abbandonati. All'interno della struttura sono detenuti 700 africani, in maggioranza eritrei. Fino all'inizio di questo mese erano tenuti in un hangar. Successivamente sarebbero stati trasferiti in strutture più piccole, ma in condizioni altrettanto critiche.

martedì 18 giugno 2019

Libia - "Salvati" 91 migranti tra cui 3 donne e 2 bambini, ora sono tutti nei disumani centri di detenzione libici

rainews.it
La Guardia costiera libica annuncia di aver "salvato" ieri 91 migranti di "diverse nazionalità africane" che erano su un gommone a 35 miglia a nord-est di Gasr Garabulli. Nell'intervento compiuto a est di Tripoli, sono state tratte in salvo anche "tre donne e due bambini".


Dopo aver ricevuto "assistenza umanitaria e medica", i migranti sono stati rinchiusi in un centro di detenzione, si desume dal testo: si tratterrebbe di una consegna al "Centro di controllo dell'immigrazione illegale".

domenica 2 giugno 2019

"The Guardian" pubblica un documento ONU - Fame, tubercolosi, violenza: nei campi libici si muore ammazzati. Con la complicità dei paesi europei.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Migliaia di rifugiati detenuti nei centri di detenzione libici sono a rischio a causa del deterioramento della situazione di sicurezza a Tripoli e dintorni, secondo un documento interno dell'ONU analizzato dal "The Guardian".



Il documento dell'UNHCR e dell'Organizzazione internazionale per la migrazione, dal titolo Libya Detention Update 29 maggio 2019, rileva che 3.919 delle 5.378 persone detenute nei centri sono portatori di particolari vulnerabilità.


Molti migranti respinti dalla guardia costiera libica finanziata dall'UE mentre cercano di attraversare il Mediterraneo verso l'Europa vengono successivamente riportati in centri di detenzione.

Secondo il documento, 4.148 di quei rifugiati nel paese sono nella zona a rischio di Tripoli o nel nord-ovest. Più di un quarto (27%) sono bambini, compresi neonati e bambini piccoli.

L'UNHCR ha chiesto che tutti i rifugiati siano evacuati dai centri di detenzione. Cibo e acqua scarseggiano, i casi di tubercolosi sono numerosi e molti stanno morendo.

The Guardian ha riferito che il mese scorso una milizia libica ha fatto irruzione in un centro di detenzione, Qasr bin Ghashir, vicino a Tripoli. I giovani rifugiati hanno descritto di essere stati sparati indiscriminatamente dalle milizie che avanzavano su Tripoli, in un attacco che secondo come riferito avrebbe lasciato almeno due persone morte e 20 feriti.

Dopo l'incidente, molte persone sono state evacuate, ma anche altri centri sono pericolosi. I rifugiati hanno denunciato la morte di 22 persone a causa di malattie 
negli ultimi sette mesi,  tra cui tubercolosi e infezioni polmonari e per la fame nel centro di Zintan, nel nord-ovest della Libia.

I rifugiati hanno fatto uscire i filmati di una montagna di spazzatura nel centro che dormono accanto e un'infestazione di vermi e altri insetti. Il documento interno dell'UNHCR identifica 744 persone su 754 a Zintan sono persone vulnerabili.

Un portavoce dell'UNHCR ha dichiarato: "I resoconti delle morti nel centro di detenzione di Zintan sono profondamente preoccupanti. A Zintan e nei centri di detenzione di Tripoli le persone stanno affrontando condizioni terribili. I detenuti vengono lasciati senza cibo e acqua a sufficienza. I bagni e le docce sono rotti. Le persone hanno bisogno di cure mediche. Un focolaio di tubercolosi si sta diffondendo rapidamente. È fondamentale che le persone trattenute a Zintan e in altri centri di detenzione di Tripoli siano evacuate ".

Giovedì scorso, l'UNHCR ha evacuato 149 rifugiati vulnerabili, tra cui 65 bambini, in sicurezza a Roma.

Sam Turner, capo missione di Médecins Sans Frontières in Libia, ha dichiarato: "Il livello di sofferenza nei centri di detenzione libici è aumentato in modo significativo dall'inizio dei combattimenti a Tripoli e nei suoi dintorni."

"La fornitura di cibo solitamente scarsa a coloro che si trovano in questi centri è diventata ancora più scarsa e alcune persone riferiscono di passare giorni senza mangiare".

Giulia Tranchina, un avvocato per i diritti umani di Wilsons Solicitors, che è in contatto quotidiano con i rifugiati all'interno di vari centri di detenzione tramite WhatsApp, ha invitato l'Europa a smettere di finanziare la guardia costiera libica.

"Se i governi europei non evacueranno i profughi dalla Libia senza indugio, saranno complici delle orribili sofferenze e della lenta morte di centinaia di uomini, donne e bambini".


domenica 31 marzo 2019

Libia. "Orrori indicibili sui migranti" - Smentite di Onu e Ue, Salvini. Non è un "Paese affidabile"

Avvenire
Restano ancora molte domande sul "dirottamento" della petroliera con 108 migranti sbarcati a Malta. Gli investigatori de La Valletta stanno riesaminando le dichiarazioni dell'equipaggio, e in particolare la posizione del comandante libico. Intanto dalla Libia arrivano altre accuse ufficiali sul trattamento inumano riservato dalle autorità ai migranti.


A La Valletta su una cosa le indagini concordano: i migranti non volevano tornare in Libia ed erano disposti anche a gettarsi dalla nave. Timori più che fondati. Dopo le smentite di Onu e Ue al ministro Salvini, che in una direttiva aveva considerato la Libia come "Paese affidabile", arrivano adesso nuove valutazioni dalla missione Onu a Tripoli e dall'Altro commissariato per i diritti umani, che descrivono condizioni orribili. 

Il 21 marzo nel corso di un aggiornamento nella sede Onu di Ginevra, il segretario generale aggiunto per i Diritti umani, Andrew Gilmour, ha rinnovato la preoccupazione: "I migranti vengono sottoposti a "orrori inimmaginabili" dal momento in cui entrano in Libia".

Gilmour ha confermato la veridicità della relazione dell'Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli, che a dicembre aveva documentato "gravi violazioni dei diritti umani e abusi sofferti da migranti per mano di funzionari statali e membri di di gruppi armati, così come le atrocità commesse dai trafficanti". 

La quotidianità per i migranti è fatta di continue "torture e maltrattamenti" che anche nei centri di detenzione governativi "continuano senza sosta". Gilmour ha anche riferito di avere incontrato in Niger nei giorni scorsi un gruppo di "migranti e rifugiati recentemente liberati dalla detenzione in Libia".

Ognuno di loro, "donne, uomini, ragazze e ragazzi, era stato stuprato o torturato, molti ripetutamente con scariche elettriche. Tutti hanno testimoniato sulla tecnica estorsiva diffusa, in base alla quale i torturatori costringono le vittime a chiamare le loro famiglie a cui fanno ascoltare le urla dei propri cari che, minacciano, continueranno fino a quando pagheranno un riscatto".

Il giorno prima, riferendo davanti al Consiglio di sicurezza Onu a NewYork, l'inviato del Palazzo di vetro a Tripoli, Ghassam Salamé, ha confermato il deterioramento delle condizioni di vita per i migranti e per i libici: "Si stima che 823.000 persone, inclusi migranti e 248.000 bambini, abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia".

Parole che raramente ottengono una reazione delle autorità di Tripoli, al contrario di quanto avvenuto con una intervista nella quale Salamé accusava di corruzione la classe politica del Paese. Un nervo scoperto che ha visto reagire un'alleanza inedita. Di "insulto" hanno parlato l'Alto consiglio di Stato libico (Hsc) la Camera dei Rappresentanti (Hor), organismi che di solito si danno battaglia ma che davanti all'accusa di arricchirsi grazie alla propria posizione, hanno ritrovato l'unità.

Salamé ad Al Jazeera aveva affermato che "i leader politici in Libia sono corrotti in maniera indicibile. Usano i loro posti per prendere il denaro e investirlo a loro beneficio all'estero". L'attenzione internazionale, però, è spostata su Malta e il "dirottamento" di cui sono accusati i migranti. Il tribunale della Valletta ha confermato gli arresti con l'accusa di terrorismo per tre delle persone fermate al momento dello sbarco del mercantile "El Hiblu 1", dirottato verso Malta mentre stava apparentemente riportando verso la Libia un gruppo di 108 naufraghi.

Si tratta di un 19enne e due minorenni di 16 e 15 anni. Secondo l'accusa, i tre hanno preso possesso della nave "con minacce e intimidazioni". Fonti militari maltesi dicono che non sono state però trovate armi e non è stata opposta alcuna resistenza al momento dell'abbordaggio da parte delle forze speciali maltesi.

Secondo il codice penale maltese il dirottamento di una nave è un "atto di terrorismo" ed è questa l'accusa che è stata confermata oggi a carico dei tre arrestati. Il capitano della nave non è indagato ma fonti di polizia hanno detto al "Times of Malta" di "non poter escludere" che il comandante libico abbia fornito una versione di comodo, e potrebbe rischiare l'accusa di traffico di esseri umani.
Nello Scavo

lunedì 18 marzo 2019

Lager in Libia - Continua l'inchiesta di Piazza Pulita che conferma le atrocità sui migranti e smentisce le rassicurazioni di Salvini

Piazza Pulita - La7
Il reportage di Adib Fateh Ali e Nello Trocchia ha svelato atrocità, violenze e un regime di schiavitù all'interno dei centri di detenzione in Libia. L'inchiesta si arricchisce ora di nuove immagini e nuove testimonianze.

sabato 16 febbraio 2019

L'inferno sui social. Torture e riscatti, gli sos via web dalla Libia

Avvenire
Oltre cento eritrei rapiti dalla polizia a Tripoli. Dal carcere chiedono aiuto a parenti in Europa.
Migranti trattenuti in condizioni di schiavi nei centri di detenzione libici (Ansa)
Rapiti dalla polizia libica che minaccia i sequestrati di trasferimento nel lager di Bani Walid se i parenti
 non pagheranno. 

Ancora una volta il ricatto arriva via social media ai congiunti in Europa e in Israele. L’ennesima odissea di un gruppo di giovani profughi del Corno d’Africa, in maggioranza eritrei, poi somali ed etiopi, comincia il 3 febbraio scorso. 

I 72 sub sahariani sono appena stati liberati dai trafficanti eritrei che li avevano portati dal Sudan, li avevano rapiti e avevano chiesto riscatti di circa 5.000 dollari. Il gruppo vagava per Tripoli senza sapere dove andare ed è finito in una retata della polizia nel quartiere di Gergarish. 

Ma le celle di sicurezza sono poche e in 35 vengono inviati nel centro di detenzione di Tagiura mentre altri 10 sono stati liberati, dopo che si sono visti sequestrare dai poliziotti i cellulari e il denaro che avevano. Gli altri 27 vengono rinchiusi nelle celle di sicurezza del comando di polizia di Gergarish che minaccia di deportarli nel peggior inferno libico, stando alle testimonianze di chi ne è uscito e di chi vi è detenuto. 

A Bani Walid i prigionieri sono infatti sottoposti alle torture più efferate dalle guardie per odio razziale e religioso e per costringere i parenti a pagare i riscatti. Le foto delle persone minacciate con armi da fuoco o incatenate vengono postate su Facebook. Terrorizzati, gli stessi detenuti di Gergarish si sono messi in contatto con parenti in tutta Europa e in Israele grazie all’unico cellulare che sono riusciti a nascondere.

In Italia la testimonianza è stata raccolta dal gruppo di rifugiati del Coordinamento Eritrea De- mocratica. «Per rilasciarci – hanno detto ai connazionali – le guardie pretendono 500 dollari da ciascuno di noi: se non riusciremo a pagare ci trasferiranno a Bani Walid».

Attraverso Eritrea democratica abbiamo contattato una rifugiata eritrea in Olanda. «Mia cugina ha 17 anni ed è una delle prigioniere. È arrivata in Libia due anni fa, è già stata rapita da trafficanti eritrei e ho pagato 5.000 dollari per liberarla. Ora non riesco a trovare 500 dollari perché in Olanda studio e non so come fare», spiega Lydia, nome di fantasia. Le guardie libiche stanno premendo e minacciano di vendere ai boia di Bani Walid quello che considerano un carico di merce. 

Cui il 7 febbraio è stato aggiunto un altro gruppo di una trentina di sub sahariani che vagava nella capitale. Che il mercato della carne in Libia si svolga ormai senza pudore sui social media è stato confermato anche dal britannico Time in un articolo del 5 febbraio che utilizza foto mostrata anche da Avvenire il 26 gennaio scorso. Intanto da Khartoum arriva la conferma dai profughi che i trafficanti sub sahariani stanno offrendo formule nuove di pagamento differenziato ai giovanissimi eritrei, somali, etiopi e sudanesi che vorrebbero arrivare in Ue attraverso la Libia. 

Il viaggio all’inferno iniza cosi, poi arrivano le immagini raggelanti dei ragazzi e delle ragazze incatenati.

Paolo Lambruschi

domenica 10 febbraio 2019

Libia, la Srebrenica del Mediterraneo. E l’Occidente lo capirà troppo tardi.

Corriere della Sera
Un rapporto Onu documenta torture, stupri, schiavi. Come in Bosnia, preferiamo non vedere

Un ragazzo, scappato dal mattatoio somalo e passato per un lager di Kufra, l’ha spiegata con quella sintesi che si raggiunge solo attraverso il dolore : «Che tu sia un rifugiato o un migrante, in Libia sei sempre spaventato. Devi dormire con un occhio aperto. Vieni venduto da un trafficante all’altro». Poche parole da merce umana, così efficaci da finire in cima a un capitolo del dossier, il quinto, «Viaggio dall’inferno». Quel dossier tutt’altro che inedito, 61 terribili pagine redatte lo scorso dicembre, grava da un mese e mezzo sulle coscienze dell’Occidente. E, come tutte le colpe che appaiono senza redenzione, tende a essere rimosso.

Si chiama Desperate and dangerous: report on the human situation of migrants and refugees in Lybia, ed è firmato da due organismi dell’Onu: l’Alto commissariato per i diritti umani (Unhcr) e la Missione di supporto in Libia (Unsmil). 

Consta di 1.300 interviste di prima mano raccolte tra gennaio 2017 e agosto 2018 nelle visite di 11 centri di detenzione: non tutti e certo nemmeno i peggiori. 

Cade due anni dopo un analogo rapporto (dicembre 2016) in cui l’Onu dava l’allarme su una situazione umanitaria totalmente fuori controllo. Ora scopriamo che in questo periodo le «autorità libiche si sono dimostrate incapaci o del tutto refrattarie a mettere fine alle violenze e agli abusi contro migranti e rifugiati».

Quelle 61 pagine contengono in sé un paradosso: perché l’Onu, svelando gli orrori libici, confessa una inanità nel contrastarli che potrebbe infine diventare vergogna, in una sorta di Srebrenica mediterranea dove massacrata non è una singola nazionalità per la sua appartenenza religiosa (allora, i bosniaci musulmani) ma un’intera categoria umana: i fuggiaschi dell’Africa.

Omicidi, fosse comuni nel deserto, stupri seriali e di gruppo su donne anche incinte o su mamme che allattano, bambini massacrati davanti ai genitori, ragazzi seviziati a morte in collegamento video coi parenti che devono pagarne la liberazione, schiavismo, lavori forzati, celle da centinaia di posti senza una latrina, denutrizione, bruciature con ferri roventi, cavi elettrici ai genitali, unghie strappate. 

Il paragone con Srebrenica non appare poi forzato. Si muore di fame e di setticemia. Si resta in detenzione senza motivo e all’infinito: una legge coniata da Gheddafi fa considerare schiavi i migranti illegali, i governanti fantoccio di adesso non l’hanno mai cambiata.

Cosa più importante, l’Onu ha «credibili informazioni» sulla complicità di «ufficiali dello Stato… gruppi formalmente integrati nelle istituzioni, rappresentanti del ministero degli Interni e della Difesa, nel traffico di migranti e rifugiati. Questi personaggi dello Stato si arricchiscono attraverso lo sfruttamento e le estorsioni a danno di rifugiati e migranti».

Cade il velo sulla menzogna della Libia come «porto sicuro» dove plausibilmente ricondurre i migranti respinti in mare. Unhcr e Unsmil hanno registrato 53.285 richiedenti asilo fermi in Libia quattro mesi fa, ma sostengono che il numero sia enormemente più alto data l’estrema difficoltà per le Nazioni Unite ad assolvere sul posto al proprio mandato. A gennaio il segretario generale Antonio Guterres ha inviato al Consiglio di sicurezza una relazione di 15 pagine (acquisita dalla Corte penale internazionale dell’Aja) in cui spiega che lì i migranti sono quasi 700 mila (10% donne, 9% bambini) ma in mano alle «autorità» è solo una minoranza, di tutti gli altri non si sa quasi nulla, sono in centri di detenzione inaccessibili, gestiti da gruppi armati.

Nel rapporto Unhcr-Unsmil si sostiene anche che «nonostante la diminuzione degli arrivi in Italia nel 2018, il viaggio è diventato più pericoloso, con oltre 1.200 migranti morti nei primi otto mesi dell’anno scorso durante la traversata». La guardia costiera libica (che ha preso il controllo di 94 miglia nautiche di Sars) è descritta come una compagnia di pirati in base a decine di testimonianze che parlano di uso delle armi, collisioni in mare coi boat people, vere aggressioni.

Sulla terraferma, Bani Whalid, Sabha, Kufra, Buraq al Shati, Shwerif, Sabratah non sono, secondo l’Onu, centri di raccolta ma sostanzialmente campi di sterminio gestiti da kapò di cui si conoscono persino i nomi e i nomignoli, famigerati tra le loro vittime: Moussa e Mahmoud Diab, Mohamed Karongo, Gateau, Mohamed Whiskey, Rambu… 

Le aste degli schiavi furono documentate dalla Cnn in uno sconvolgente servizio nel novembre 2017. Le prigioni «alternative» sono hangar o cantine da 700 o 800 anime stese le une sulle altre, donne e uomini in totale promiscuità: niente acqua né luce. «A Shwerif ti sparano in una gamba e ti lasciano dissanguare se non paghi… Per spingerci a pagare hanno picchiato mio figlio di 5 anni con una spranga sulla testa», narra un profugo del Darfur. I miliziani camminano sul ventre di donne incinte. Una tra mille racconta: «Vengo dall’Eritrea, sono entrata il Libia a gennaio 2017, sono stata rapita tre volte e portata ad Al Shatti, Bani Walid e al-Khoms. Lì eravamo 200 in una stanza. Non potevamo respirare né allungare le gambe. Ogni notte sono stata violentata da almeno sei uomini, alcuni libici, altri africani, per cinque mesi. Mia madre ha dovuto vendere la casa e impegnare tutto per pagare i 5.000 dollari che questi volevano. Ora sono incinta di uno degli stupratori».

Nulla di tutto ciò è, in assoluto, una rivelazione. Anche se il catalogo degli orrori è così vasto da stordirci. A questi orrori dobbiamo l’enorme (per quanto provvisorio) beneficio di non avere sulle nostre coste, in qualche settimana, fiumi di disperati detenuti lì senza ragione e senza scadenza. Ma certi benefici possono dannare. Se l’Onu non è una di fabbrica di fake news (e ci sarà chi lo afferma, ne siamo sicuri) la Libia è uno stato canaglia o, meglio, una federazione di bande criminali. Certo, la realpolitik ci consiglia di voltarci altrove o, addirittura, di spalleggiare una delle bande in lotta. Ma i fantasmi di Bosnia hanno accompagnato la mala coscienza dell’Occidente per due decenni. Davvero dobbiamo considerare la Libia come un buco nero, come suggeriscono pragmatici strateghi? E quanto a lungo ci potrà proteggere la realpolitik? Al posto di guardia Onu di Srebrenica, un graffitaro cambiò la scritta «United Nations» in «United Nothing». Se la storia insegna qualcosa, è che chi non combatte gli assassini, alla fine, ne è complice.

Goffredo Buccini

sabato 2 febbraio 2019

Migranti: Oxfam, accordo Italia-Libia ha prodotto in 2 anni 5.300 annegati e la detenzione di migliaia di migranti nei lager libici

AnsaMed
"A due anni dalla firma, l'accordo Italia-Libia sulle migrazioni, sostenuto dall'Unione europea, continua a produrre morti nel Mediterraneo e a favorire la detenzione nei centri libici di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga da guerre e fame. In due anni sono annegate 5.300 persone, di cui 4.000 solo nella rotta del Mediterraneo centrale". 

Lo denunciano Oxfam Italia e Borderline Sicilia in un rapporto pubblicato il primo febbraio.

Il testo "analizza la strategia messa in atto dal governo italiano e dall'Ue, che - incurante dei vincoli del diritto internazionale - mostra tutta la sua inadeguatezza nella gestione di politiche di ingressi regolari nel nostro continente e di meccanismi di redistribuzione automatica dei migranti tra gli Stati membri".

"È necessaria un'inversione di rotta, verso l'attuazione di politiche di aiuto e cooperazione improntate al rispetto dei diritti umani e alla costruzione di un ambiente sicuro in Libia e in Europa", ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per la crisi migratoria di Oxfam Italia. 

"Riteniamo gravissimo che a due anni di distanza dalla firma del memorandum (mai ratificato dal Parlamento), alla luce degli innumerevoli rapporti internazionali che hanno denunciato la mancanza del rispetto dei diritti umani e la forte instabilità che continua a caratterizzare la Libia, l'Italia e l'Europa perseverino in politiche migratorie che saranno ricordate dalla storia come un crimine contro l'umanità", aggiunge Paola Ottaviano, avvocato di Borderline Sicilia.

mercoledì 30 gennaio 2019

Le conseguenze dei porti chiusi - Allarme dell'Unhcr: "Otto migranti su dieci riportati indietro nei lager libici"

La Repubblica
Il rapporto dell'Alto commissariato sui "viaggi disperati": numeri raddoppiati da quando c'è il governo gialloverde. Aumentano i morti sulle rotte di terra


L'85 per cento di chi parte dalla Libia viene intercettato dalla Guardia costiera e riportato indietro. Rinchiuso nelle carceri in condizioni disumane, spesso senza acqua né cibo per giorni, a rischio di epidemia. 
È così da quando l'Italia ha chiuso i suoi porti. 

Più di quindicimila persone che, dopo mesi di detenzione, finiscono con l'essere rimesse in mano ai loro aguzzini e naturalmente ritentano la traversata pagando di nuovo i trafficanti e alimentando all'infinito un business che adesso, per reclutare nuovi clienti nei paesi d'origine, si nutre anche di "offerte speciali" per chi, naturalmente, non ha immediata disponibilità del denaro richiesto.

"Parti ora e paghi dopo", "Viaggia ora gratis e lavori quando arrivi in Libia", "Porta tre amici paganti e viaggi gratis", "Riunisci cinque persone, viaggio gratis per tutti e lavoro all'arrivo". Non è vero che con i porti chiusi e con la stretta sulle Ong si parte di meno dalle coste africane e, soprattutto, non è vero che si muore di meno. Né a mare né a terra, che sia nel deserto e all'interno dei centri di detenzione libici (dove nessuno sa quante persone perdono la vita ogni giorno), o che sia sulle strade di montagna che hanno visto una grande ripresa dei flussi migratori. 

Sei morti al giorni nel mar Mediterraneo, un numero che, seppure diminuito in termini assoluti (2.275 contro i 3.139 del 2017) è più che raddoppiato in termini percentuale con una vittima ogni 14 persone che partono e la conferma della rotta dalla Libia all'Europa come la più pericolosa in assoluto. E con 136 migranti (quasi il doppio dell'anno scorso) morti sulle rotte terrestri, sul fiume Evros tra Turchia e Grecia, alla frontiera tra Croazia e Slovenia, sui sentieri delle Alpi tra Italia e Francia.

È un trend nuovo e preoccupante quello registrato nel dossier dell'Unhcr sui "Viaggi disperati", un trend di rischi crescenti per un flusso migratorio che non si ferma caratterizzato negli ultimi sei mesi dell'anno dal vuoto nei soccorsi in mare, dai porti chiusi in Italia e dall'assenza di quell'automatico meccanismo di sbarchi e condivisione dei migranti tra gli Stati europei che Unhcr e Oim sollecitano per evitare i ripetuti casi di navi costrette a rimanere in mare per giorni in attesa dell'assegnazione di un porto sicuro. Circostanze che danno la percezione del fenomeno migratorio come emergenza quando emergenza non è. Un dato su tutti: oltre un milione di migranti arrivato in Europa nel 2015, appena 139.000 nel 2018, la metà dei quali arrivati in Spagna diventato il primo paese di approdo con oltre 65mila persone a fronte dei 23.400 sbarcati in Italia e dei 50.500 in Grecia.

Chi è stato intercettato e riportato nell'inferno libico ci riproverà affidandosi ai trafficanti perché "meglio rischiare la morte che rimanere in Libia". Per questo l'Unhcr chiede con forza un intervento sul governo libico perché le persone soccorse non vengano sottoposte ad una detenzione immotivata e perché vengano incrementati i corridoi umanitari per portare in Europa, per vie legali, i rifugiati in condizioni di vulnerabilità: 2.404 le persone evacuate dalla Libia, sei volte di più che nel 2017 ma ancora troppo poche.

Alessandra Ziniti

lunedì 21 gennaio 2019

Migranti, il dossier di Human Rights Watch: "Libia un inferno senza uscita". Ipocrisia dell'Europa, fingere che la Libia offra condizioni dignitose ai migranti

La Repubblica
La denuncia dell'associazione: "Lì abusi e terrore che proprio le politiche dell’Italia e dell’Ue hanno contribuito a creare”.
“Un inferno senza uscita”. Questa è la condizione dei migranti in Libia. La stessa che si troveranno a vivere di nuovo anche i cento salvati la scorsa notte, dopo un soccorso lanciato solo per le pressioni di Palazzo Chigi, ora diretti a Misurata.


Ma un dossier di Human Rights Watch ricorda a tutti la grande ipocrisia dell’Europa: fingere che la Libia offra condizioni dignitose ai migranti. No, in quel Paese c’è “un ciclo estremo di abuso che proprio le politiche dell’Italia e dell’Ue hanno contribuito a creare”.
Human Rights Watch documenta i gironi di questo inferno. Una grave sovrappopolazione carceraria, mancanza di igiene, malnutrizione, assenza di cure sanitarie adeguate. “Gravi violenze sono state registrate in quattro centri di detenzione nell’ovest del Paese, incluse percosse e frustate”. 

Non sono deduzioni, non sono notizie di seconda mano ma il risultato delle ispezioni condotte sul campo. Che hanno messo in luce la situazione disperata in cui sopravvivono decine di bambini, compresi alcuni neonati, “costretti in locali spartani e inadeguati in tre dei quattro centri visitati”. Quelle piccole vittime non sono un’eccezione: il 20 per cento degli arrivi totali in Europa dalla Libia è rappresentato da bambini.
“Migranti e richiedenti asilo detenuti in Libia, anche bambini, sono intrappolati in un incubo - afferma Judith Sunderland, condirettrice per l’Europa di Hrw - e i governi dell'Ue non fanno che perpetuare questo stato di cose, invece di sottrarre i migranti agli abusi”. “Mettere toppe per migliorare le condizioni in cui si trovano - aggiunge - non assolvono l'Ue dalla responsabilità di aver consentito in prima battuta un sistema barbaro di detenzione”.
Alla denuncia dell’organizzazione umanitaria, la Commissione europea ha risposto che “il suo dialogo con le autorità libiche è concentrato sul rispetto dei diritti umani di migranti e rifugiati. Ci sono stati concreti miglioramenti, pur permanendo altre sfide”.

Ma parlare di autorità libiche è un eufemismo. Tutta la Cirenaica, da dove partono i barconi verso l’Europa, è nel caos. Persino a Tripoli si è combattuto per l’intera scorsa settimana, con lanci di razzi e cannonate che hanno ucciso tredici persone e lasciato a terra 52 feriti. Il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite appare sempre più fragile, sgretolato dalle faide interne. 

E nel Paese c’è un solo potere: quello delle milizie. Le stesse che spesso si arricchiscono con il doppiogioco: gestiscono il traffico di migranti e poi incassano gli aiuti europei per fermarlo. 

Aprono e chiudono il rubinetto degli imbarchi secondo il loro tornaconto, trattando gli esseri umani come merce da sfruttare al massimo. “Le milizie hanno terrorizzato sia i libici che i migranti mentre nessuna autorità osa tenergli testa ed assicurare giustizia”, ha detto Hanan Salah, ricercatrice esperta sulla Libia a Human Rights Watch.

sabato 5 agosto 2017

Libia. L'Unhcr avverte: "Hotspot? Solo lager e prigioni orribili"

Il Fatto Quotidiano
"Non ci sono Campi o Centri per i migranti in Libia, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e vi sussistono condizioni orribili". Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per la rotta del Mediterraneo Centrale, ci tiene ad evidenziare quali siano davvero le condizioni dei migranti in Libia.
In un'intervista all'Ansa spiega: "Chiunque venga sbarcato sulle coste libiche torna in queste carceri. Possiamo sperare che un giorno ci saranno centri decenti e aperti, ma oggi non esistono". 

Sulla missione navale italiana di supporto alle autorità di Tripoli, l'inviato speciale dell'agenzia Onu per i rifugiati spiega: "Va bene che l'Italia e altri contribuiscano ad accrescere la capacità della Guardia costiera libica, ma deve essere fatto secondo gli standard dei diritti umani e nella piena coscienza di quanto avviene nelle carceri libiche.

Ed è anche importante educare la Guardia costiera libica agli standard dei diritti umani, assicurare che nessuno tra loro colluda con i trafficanti, e che chi lo fa sia processato"
. Sul Codice di condotta per le Ong l'Unhcr "non ha obiezioni".

venerdì 28 agosto 2015

Rapporto dell'Onu: immigrati e profughi eritrei in fuga da carceri lager e torture

Il Secolo XIX
A settembre dell'anno scorso 13 ragazzini ("sette maschi e sei femmine") "vengono abbattuti da militari al confine con il Sudan, nella zona di Karora". Pochi mesi prima "quaranta persone sono uccise a fucilate nel tentativo di raggiungere di nuovo il Sudan: del gruppo sopravvivono, e riescono a scappare, in sei.
Un soldato a sua volta rifugiatosi in Etiopia racconta: "Gli alti ufficiali, che agiscono su mandato diretto del presidente, ci hanno dato la facoltà di sparare ai bambini, se si ritiene che stiano tentando di lasciare il Paese".
C'è un rapporto dell'Onu che in pochissimi si sono presi la briga di leggere, nelle ultime settimane. Nemmeno quelli che d'immigrati e profughi (stra)parlano spesso, magari perché se ne devono occupare governando città, regioni o partiti.

È un dossier di 484 pagine redatto dopo nove mesi d'inchiesta da quattro fra membri e consulenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite: Mike Smith (Australia), Victor Dankwa (Ghana), Sheila B. Keetharurth (Isole Mauritius): lo hanno illustrato a Ginevra a fine giugno, ma è finito in fretta nel dimenticatoio.

Eppure è la prima indagine ad ampio spettro di un'istituzione internazionale - dopo i tentativi di "Amnesty International" - sulla dittatura in Eritrea, ex colonia italiana dell'Africa orientale da cui proviene la maggioranza di uomini e donne sbarcati nel 2015 sulle nostre coste e talvolta dirottati verso la Liguria. I dati del Viminale aggiornati all'altro ieri parlano chiaro: su 111.354 migranti giunti dal primo gennaio, la gran parte sono eritrei (29.019), poi nigeriani (13.788), somali (8.559), sudanesi (6.745) e siriani (6.324). Nigeria, Somalia, Sudan e Siria sono straziati da guerre civili e terrorismo. L'Eritrea no. Ma allora perché in 5.000 ogni mese fuggono, rischiando d'essere falciati dall'esercito, e consapevoli che "il 25-30%" di quelli che dribblano le pallottole morirà comunque attraversando in Sinai o il Mediterraneo?

La risposta è in questo dossier, scritto a valle di 550 interviste a ex carcerieri o vittime del regime del sedicente marxista Isaias Afewerki, l'uomo che ha vinto la guerra d'indipendenza dall'Etiopia nel 1991 e ha progressivamente trasformato la sua nazione in un lager a cielo aperto, con l'economia paralizzata. Dove la leva obbligatoria inizia a 14 anni e ha durata indefinita, le donne-soldato sono sottomesse e violentate dai capi, gli oppositori politici incarcerati e torturati, si commettono "sospetti crimini contro l'umanità"; dove non c'è lavoro, speranza, nulla. E ad attraversarla un po' si rimane senza fiato perché l'Eritrea è (anche) un rottame d'Italia, con le insegne dei cinema in italiano, i pochi bar che sanno fare il cappuccino e i cannelloni, i camion Iveco vecchi di oltre mezzo secolo ancora in marcia.

Gli ispettori Onu spiegano subito che l'Eritrea non ha permesso di entrare. E i colloqui sono avvenuti negli stati dove a migliaia hanno cercato la salvezza (357mila i rifugiati alla primavera scorsa suddivisi fra una decina di nazioni nel mondo, pari al 10% della popolazione residente) oppure "in segreto", fra chi è rimasto, grazie a intermediari.

Il governo Afewerki, che pure mantiene buoni rapporti con Roma e varie aziende italiane, è definito un "regime della paura": non ci sono mai state elezioni, nel '97 doveva essere promulgata una costituzione ma non è accaduto, i ministri svolgono un ruolo poco più che simbolico e il vero potere è detenuto dai generali che riferiscono direttamente al capo dello Stato.

La sicurezza interna è un'ossessione; ma mentre a polizia ed esercito è delegata la bassa manovalanza, e i soldati sono ammassati al confine con l'Etiopia nel delirante timore d'una nuova guerra che non ci sarà mai, lo "strapotere" è del National Security Office, squadra politica dentro cui sono nate le forze speciali Unit 72, alle quali è concesso tutto.

Vige "una legge di fatto", i giudici sono confinati "a mansioni burocratiche" ed è stata creata una Special Court "che include in prevalenza militari e non persone esperte di diritto". Avvengono "omicidi extragiudiziali", gli arresti "sono spesso arbitrari e non comunicati ai familiari", basati sul semplice sospetto di dissidenza. Il sistema di spionaggio è "capillare". E poiché la scarsità di fondi e tecnologia inibisce parecchio le intercettazioni, si arruolano miglia di adolescenti che origliano e pedinano.

Nessuno rifiuta di fare la spia, "altrimenti si può essere arrestati, torturati o uccisi. Tutti controllano tutti - precisano quindi Smith, Dankwa e Keetaruth, citando letteralmente decine di resoconti personali: nelle famiglie i figli non si fidano dei padri o dei fratelli".

Sono censite 95 prigioni, "dove condizioni igieniche spaventose possono portare a malattie di lunga durata o alla morte". Si è detenuti perlopiù "in dieci o venti nei container all'aperto o interrati". Due le forme di tortura praticate per estorcere informazioni o confessioni false: "L'incaprettamento e la "posizione dell'elicottero".

"Ho visto un mio commilitone -racconta un soldato poi riparato all'estero - cui sono state scuoiate le mani poiché aveva tentato di andarsene. Lo hanno mostrato al resto della truppa con un cartello appeso al collo: "Io ho provato a scappare". Ed è proprio per questo che lo fanno comunque. Basterebbe studiare un po', per comprenderlo, anziché parlare a vanvera di storie e posti che non si conoscono.

di Matteo Indice

giovedì 9 aprile 2015

Marazziti: "Salvini ha delle responsabilità pesanti e offende la memoria dei rom sterminati nei lager. Vuole "raderli al suolo" ma rappresentano un problema gigantesco di diritti umani

Intelligonews
“Salvini ha delle responsabilità pesanti e offende la memoria dei rom sterminati nei lager”. Non usa mezzi termini Mario Marazziti, deputato di Democrazia solidale, già portavoce della Comunità di Sant’Egidio e presidente del Comitato permanente sui diritti umani della Camera. 


Intervistato da IntelligoNews, il deputato così commenta le parole del leader leghista sui campi rom da “radere al suolo”: “C’è un problema gigantesco di diritti umani, abbiamo l’abitudine a pensare che per i rom non valgano le stesse cose che valgono per tutti i cittadini italiani”.

Marazziti, ha letto le parole del leader del Carroccio?
«Salvini cede alla parte peggiore di sé e degli italiani e offende la memoria di mezzo milione di rom sterminati nei campi di sterminio. Il segretario leghista incoraggia un clima di buoni contro cattivi in cui i cattivi vanno eliminati. Salvini ha delle responsabilità pesanti. Questo atteggiamento porterà voti? Mi sembra secondario, perché così contribuisce a creare macerie».

Però non si può negare che un problema con i campi rom esista…
«Bisogna ricordare alcune cose. Intanto che la gran parte dei rom sono italiani. Che la metà sono minorenni. Che hanno una speranza di vita alla nascita di 20 anni in meno degli altri italiani. Insomma, c’è un problema gigantesco di diritti umani. Stiamo mantenendo questo mondo nella marginalità e questo non è accettabile».

Ma gli stessi campi non contribuiscono a questa marginalità?
«Il problema è quello di non riuscire a immaginare soluzioni. Ormai abbiamo l’abitudine a pensare che per i rom non valgano le stesse cose che valgono per tutti i cittadini italiani».

Anche Salvini, però, fa leva su questo discorso, seppur in termini inversi. “Perché i rom non possono cercarsi e pagarsi una casa come tutti gli italiani?”, si chiede il leader leghista…
«Ma non è facile uscire da soli dalla povertà assoluta. Ci vogliono progetti sociali. Al momento esistono solo i campi rom, su cui peraltro c’è sempre chi specula, e niente altro. Non ci sono progetti per assegnare case. Pensiamo solo che quando c’è uno sgombero e si butta giù una baracca, questo non dà punteggi nell’assegnazione delle case popolari, a differenza dello sfratto. Per trovare una casa ci vogliono referenze. Ci vuole un punteggio. Insomma, c’è un circolo vizioso e da qualche parte bisogna cominciare a romperlo».